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L’agente Vicini stupì il commissario presentandosi per la prima volta in divisa.

«Stai bene» apprezzò quest’ultimo.

Lei reagì un po’ stizzita: «Mi sento un oggetto da esposizione, come i corazzieri e le guardie svizzere. Il prefetto mi ha reclutata per un ricevimento, pare che le donne in polizia servano ad arredare».

«Questo non è il miglior ambiente per chi detesta l’ipocrisia» disse il commissario facendo roteare la mano con l’indice alzato.

«Comunque la divisa è un buon rifugio. Ti ci metti dentro e sei al riparo dalle raffiche di equivoci e situazioni spiacevoli» spiegò la Vicini sollevando un bordo del bavero.

«So a cosa alludi. Una ragazza…» Voleva dire bella, ma si fermò per un improvviso eccesso di pudore.

«L’avevo messo in conto» spiegò lei sbrigativa, con durezza.

«Allora, cosa mi racconta di Artenice?» domandò passando senza volere al lei, temendo a sua volta di essere irrispettoso.

La Vicini sorrise e sembrò apprezzare, quindi estrasse un taccuino dove aveva annotato i movimenti della donna e gli orari.

«È uscita di casa poco dopo le 14. Se vuole le dico anche il minuto preciso» s’interruppe cominciando a sfogliare il taccuino.

Il commissario le fece cenno di proseguire e lasciare perdere.

«Ha preso l’autobus alla barriera, la linea 7, ed è scesa in via Langhirano. Si è recata al bar Lux, ha bevuto un caffè, poi si è avviata a piedi in via Montanara. Quindi ha svoltato in via Carmignani ed è entrata in un grande condominio al numero 1, proprio all’angolo.»

«Ah! Via Carmignani!» sottolineò Soneri.

L’agente si interruppe e sembrò imbarazzata. Fissò negli occhi il commissario dando l’idea di essere sul punto di confessare qualcosa di cui vergognarsi.

«Qui l’ho un po’ persa» ammise. «Si è diretta alla scala B, l’ho vista entrare nell’ascensore che si è fermato al primo piano. Anch’io sono salita fin lì, ma di lei non ho trovato traccia. C’erano quattro appartamenti: uno era occupato da una famiglia straniera, un altro da un vecchio avvocato e i restanti da studenti.»

«E non è andata in nessuno di questi?» domandò Soneri.

«No.»

«Come se lo spiega? Sparita?»

«L’ho capito dopo» riprese la Vicini. «È scesa dall’ascensore e ha proseguito salendo a piedi.»

«Sicura?»

«Sono rimasta in fondo alle scale tutto il tempo cercando di non dare nell’occhio, scendendo una rampa verso la cantina quando sentivo arrivare qualcuno. Dopo un paio d’ore, ho udito un battere di tacchi provenire da un piano superiore al primo e poco dopo la Ferrari è comparsa nell’atrio. Ha ripreso l’autobus ed è rincasata.»

«Non sa in quale appartamento si è infilata?»

«No, ma domani cercherò di scoprirlo.»

Il commissario abbozzò alcune ipotesi senza concludere nulla.

«Sicura che non abbia notato niente? Quella donna mi sembra molto sospettosa.»

«Non credo. Sono stata molto attenta e mi ero vestita…» La Vicini s’interruppe imbarazzata, come si vergognasse. «Insomma, un po’ sbarazzina» ammise infine. «Ma l’ho fatto per ragioni di servizio» precisò poi.

A Soneri scappò da ridere.

«Non penserà che la rimproveri? Io che sono considerato strambo.»

«Lo so» confermò l’agente avallando implicitamente quel giudizio.

«Be’, evidentemente, ammesso che la Ferrari non si sia accorta di nulla, tutto ciò significa che ha qualcosa da nascondere» sviò Soneri.

«E la cosa diventa ancora più intrigante» aggiunse la Vicini. «Comunque, sono sicura che non si è accorta di nulla» ribadì puntigliosa.

«Una cosa che ho imparato è non escludere mai niente, comprese le ipotesi più assurde» l’ammonì il commissario.

Lei lo fissò in silenzio, dando l’impressione di essere stata scalfita nell’orgoglio.

«Ho parlato con il dottor Pasquariello e per ciò che riguarda il suo momentaneo distacco, diciamo, “non ufficiale”, non ha posto problemi: ha firmato la giustificazione» la rassicurò sorridendo Soneri.

«Bene, mi sento più a posto così. Visto che la Ferrari è imprevedibile, domani converrà che la tenga d’occhio fin dal mattino» suggerì l’agente.

«Non vorrei abusare del suo tempo.»

«Per questo tipo di lavoro, i turni non contano» affermò lei. «Mi faccio un giro e guardo le vetrine. Sa una cosa?» aggiunse. «A quella donna piacciono molto i negozi di intimo. Va matta per mutandine di pizzo, reggiseni, culotte e négligé.»

Soneri fu sorpreso. Era la conferma della contraddittorietà dell’animo umano. Un vero ring dove combattevano l’amore e l’odio, la sincerità e il sotterfugio, il benefattore e l’assassino.

«Ne ha guardati più d’uno?»

«Tutti quelli che ha trovato sul percorso. E solo una donna può capire i desideri negli sguardi di una donna» aggiunse la Vicini con una punta di malizia.

«Vediamo se anche domani tornerà a guardare i pizzi o se avrà l’aria da suora come di solito» concluse Soneri alzandosi.

Uscì tra la folla mascherata. Il bavaglio era stato imposto anche all’aperto, e tutto sommato diventava utile con la nebbia umida che attraversava la città come un’impalpabile alluvione. La barriera si vedeva appena dal portone di casa Ferrari, niente più di un fantasma di metallo. Suonò e, allo scatto della serratura, salì.

Artenice era quella di sempre: rigida, seria, taciturna. Ma questa volta non scortò il commissario in salotto.

«La strada la sa» si limitò a dire.

Ferrari gli fece cenno di sedersi. Anche questa volta, dai gesti e dall’atteggiamento dei due fratelli, Soneri si sentì trattato come un cliente. Trovò persino arrogante che l’uomo lo interrogasse ribaltando i ruoli.

«Che si dice in città?» domandò.

«È lei che mi deve dire» replicò un po’ stizzito il commissario. «Mi ha chiamato qui per cosa?»

«Ha ragione» reagì l’altro scusandosi. «Il fatto è che mi manca passeggiare per Parma. Specie adesso con la nebbia. Mi è sempre piaciuto camminare immerso nell’odore della nebbia. Ci ha mai fatto caso che ha un odore? Sa dei prati fradici della Bassa e dei tetti di città.»

«Sintetizza quel che siamo: un piede sul selciato e uno tra le zolle.»

Ferrari sospirò, mentre Soneri lo fissava interrogativo.

«Quello Zerbini che avete preso è un coglione. Glielo volevo dire. Un’altra vittima di Malvisi. Il meccanismo delle truffe l’ha inventato James. Questo era la sua spalla e campava con le briciole che gli lasciava lui. Malvisi aveva bisogno di una corte perché si sentiva re.»

«Lei ci ha tolto lo sfizio di inchiodarlo. Tutto qui ciò che voleva riferirmi?»

«Vorrei che capisse…» provò a dire Ferrari inceppandosi in qualcosa di inesprimibile.

«Sa cos’ha detto Zerbini? Che non crede sia stato lei a uccidere Malvisi.»

L’uomo rise.

«Non crederà a quello? Nella corte di Malvisi lui era il buffone.»

«Malvisi non si sarebbe lasciato uccidere da uno come lei. Sono le sue parole.»

L’altro lo fissò, questa volta serio.

«Non mi crede capace? Trascura come la rabbia e l’indignazione possano trasformare un uomo.»

«A essere sinceri, anch’io ho dei dubbi» giocò d’azzardo Soneri.

Sul viso di Ferrari comparve un’espressione indecifrabile, tra l’allarmato e la sorpresa.

«Proprio lei!» cercò di dissimulare l’uomo sforzandosi di ridere. «Non mi crede sincero? Mi ferisce un po’. Credevo…» s’interruppe a metà rabbuiato Ferrari. «In ogni caso perde tempo: non potrà mai provare il contrario di quel che ho confessato.»

«Ha ragione, ma mi tengo i dubbi.»

«Quindi siamo nemici dentro un paradosso: il poliziotto che si mette contro un assassino non per accusarlo ma per smontare la sua confessione? Si rende conto?»

«Non verrebbe meno l’originalità.»

Soneri era sul punto di spiegare anche i motivi dei suoi dubbi, ma si trattenne.

«Tutti direbbero che lei è pazzo» disse Ferrari.

«Anche questo è vero» replicò calmo il commissario notando che la sua imperturbabilità cominciava a inquietare l’uomo.

«Come fa a sostenere che ho mentito? Come può pensare che uno come me si tiri addosso un’accusa così tremenda?»

«Ci sono cose che non si possono spiegare: sensazioni, esperienza, intuizione… E dopo aver ascoltato Zerbini tutto questo si è rafforzato.»

«Ma insomma, quello straparla! Ciò che dice dipende dalla qualità di coca che si sniffa.»

«Anche ascoltando lei qualcosa vacilla.»

Nuova risata nervosa.

«Ho fornito le prove di quel che ho detto.»

«Appunto» replicò calmo il commissario. «Si è assunto il mio compito. Non le sembra che anche questo sia paradossale?»

Furono interrotti da Artenice che entrò silenziosamente fermandosi accanto al fratello. Aveva di certo ascoltato la conversazione e sembrava pronta a difenderlo.

«Si ferma da noi a cena?» chiese.

Soneri guardò l’orologio: non si era accorto che erano quasi le otto.

Rifiutò. L’idea di mangiare in quella casa che aveva l’aria di una sagrestia gli metteva tristezza. Ancor peggio immaginare il menù.

Colse l’occasione per alzarsi e andarsene. Ferrari parve molto deluso per quella conversazione rimasta sospesa, ma era ciò che Soneri desiderava. Voleva che restasse nel dubbio, col sospetto. Sperava che la tensione alla fine aprisse una crepa nelle sue certezze.

Non aveva voglia di rincasare e nemmeno di affrontare il residuo di malintesi con Angela. Aspettava che si sopissero guarendo col tempo. Si diresse alla Bottiglia azzurra, dove trovò Sbarazza. Era seduto accanto al banco e fissava una donna sui quaranta dall’aspetto florido accompagnata da un uomo all’apparenza molto più vecchio.

«Ha visto che meraviglia!» sussurrò Sbarazza quando il commissario si avvicinò. «Lo vede il pizzo del reggiseno che le spunta dalla spalla?»

«Lei è rimasto un adolescente» bisbigliò di rimando Soneri.

«È vero. Ho una sensualità eminentemente estetica più che tattile. Immagino, e alla mia età basta.»

«O si accontenta?»

«Mi creda, la soddisfazione può essere anche maggiore.»

«Lei guarda le donne come osserverebbe un quadro» constatò Soneri.

«È la curiosità a muovermi. Quella degli artisti, e io lo sono. Nell’animo, intendo. Mi manca però la cosa fondamentale, la capacità di tradurre in atto il mio mondo interiore. Non so scrivere abbastanza bene, né dipingere, né comporre musica. Allora immagino. Mi innamoro più volte al giorno guardando meravigliose creature come questa» spiegò accennando col mento alla donna seduta al tavolo.

Parlava con naturale eleganza, senza mai sfiorare la volgarità.

«Osservi come muove le mani, il gesto con cui si aggiusta i capelli dietro le orecchie. Un cigno non saprebbe fare di meglio.»

Appariva completamente preso dall’osservare la donna, finché questa si alzò assieme al suo compagno. Sbarazza aspettò che la coppia uscisse, poi, previo un gesto d’intesa al cameriere, si accomodò al tavolo. Il commissario sedette di fronte. Stava per parlare quando l’altro gli fece cenno di attendere. Sembrava ipnotizzato. Annusò il tovagliolo, accostò le labbra al bicchiere sull’orlo del quale era rimasta una traccia di rossetto e assaporò quel che restava della torta della duchessa. Emerse da quell’estasi turbato.

«Con l’epidemia che galoppa, lei azzarda» stabilì Soneri.

«Non può venire niente di cattivo da un angelo come quello» replicò.

Finì la torta e centellinò il vino nel bicchiere a piccoli sorsi, ognuno dei quali appariva un momento d’intimità.

«Lei è un dongiovanni che conquista e tradisce all’insaputa delle sue amanti» ridacchiò il commissario.

«Vorrei amare tutte le donne che ammiro» ammise trasognato Sbarazza. «Provo per loro la stessa curiosità che ho per il mondo.»

«La maggioranza lo trova monotono.»

«Non sanno guardare. Io mi rammarico di morire perché vorrei vedere come va a finire. Osservo la realtà come fosse un film, e trovo assurdo che uno lo interrompa a metà.»

«La proiezione è troppo lunga e temo che non sia a lieto fine» ipotizzò il commissario.

«Sa quante donne potrei conoscere? Chissà come saranno fra duecento anni? Io vorrei esserci. Magari troveranno il modo per raddoppiare la vita media: non è ingiusto? Uno ha avuto la sfortuna di nascere in questo momento in cui si campa meno di un secolo, mentre chi è venuto al mondo più tardi potrà godere di più tempo.»

«Si consideri comunque fortunato. In passato a quarant’anni eri già pronto per abbracciare i santi.»

«Mi fa rabbia. Come da piccolo quando mi mandavano a letto presto e mi perdevo il resto della serata.»

«Lei è la persona più innamorata di questo mondo che conosca.»

«Perché vivo in un altrove» sorrise Sbarazza annusando di nuovo il tovagliolo.