Coronado, 1989

BENJAMIN non è mai stato a Coronado prima d’ora, e mentre imbocco la via della nonna, mi fa notare quanto sia pittoresco, quanto ricordi il New England. «È così diverso da Los Angeles», commenta, e io vorrei che fossimo qui solo per stare un po’ insieme e bere qualcosa in riva al mare.

La nonna rimane spiazzata, quando apre la porta e lo vede in piedi accanto a me. Dalla sua aria stupita capisco che si è fatta un’idea sbagliata. «Ti presento Benjamin Grossman. Il venditore di francobolli che mi sta aiutando nelle ricerche», le spiego per evitare qualunque commento. Poi la bacio sulla guancia e le lascio il tempo di metabolizzare, sperando che non dica niente di troppo imbarazzante.

«Ah, piacere di conoscerla, signor Grossman.» Gli porge la mano, e Benjamin gliela stringe accennando un sorriso. «Accomodatevi pure. Stavo giusto prendendo una tazza di tè. Ne volete un po’?» Scuotiamo entrambi la testa. «Oh, dimenticavo che ho di fronte ‘Miss Cultrice del Caffè’. Preferisci che prepari un bricco di caffè, gioia mia? Altrimenti ho comprato del vino, come promesso.» Mi riserva un sorriso malizioso e lancia un’altra occhiata a Benjamin. «Grossman?» riflette. «Da dove viene la sua famiglia?»

«Un caffè sarebbe il massimo», mi affretto a rispondere.

«Lituania», replica Benjamin. «I miei nonni sono arrivati qui giovanissimi, perciò non so molto altro al riguardo.»

Lei annuisce, contenta che si sia premurato di risponderle. «Noi siamo tutti originari della Germania. Quando era ancora un Paese popolato da ebrei. Katie gliene avrà parlato, no?»

«Un po’», replico. In auto gli ho fornito solo la versione ridotta del passato dei miei nonni. Io stessa non ne so molto di più.

«Gradisce anche lei del caffè, signor Grossman?»

«Sì, grazie. Ma mi chiami pure Benjamin.»

La nonna gli sorride, va nel cucinino e versa dell’acqua nella macchina per il caffè. «Allora, dopo che te ne sei andata, Katie, ho continuato a pensare alla tua lettera. C’era qualcosa che mi tormentava. Aveva un’aria familiare.»

«C’entra Grotsburg?» domando. «La nonna mi ha aiutato a individuare la cittadina su una vecchia carta dell’Austria», spiego a Benjamin.

«No», risponde lei. «Il cognome della donna scritto sulla lettera. Faber. Avevo l’impressione di averlo già visto da qualche parte.» Aggiunge la miscela di caffè, accende la macchina e si asciuga le mani in uno strofinaccio. Poi si avvicina al tavolino e prende una scatola di plastica piena di carte. «L’altra settimana sono salita su in soffitta. Conservo certa corrispondenza di tuo nonno da cui non ho voluto separarmi, dopo che è morto. Lettere che sua madre ci aveva spedito dalla Germania prima della guerra o cose simili.» Tira fuori una busta dalla scatola e me la porge.

È vecchia, ingiallita e fragile al tatto. È indirizzata a mio nonno e, in alto, ha diversi francobolli annullati, francobolli tedeschi (credo). «Sono tutti del Terzo Reich, li usavano per la posta aerea», dice Benjamin puntando il dito. «1939.»

«È una delle lettere di sua madre?» domando, e mi sforzo di immaginare la mia bisnonna senza riuscirci. Il nonno non mi raccontava mai della sua famiglia, della sua storia, della sua vita prima dell’arrivo in America, e ora rimpiango di non avergli mai fatto domande. Di certe cose non parlavamo mai. Mi rendo conto adesso di non sapere nemmeno quale fosse il nome della mia bisnonna tedesca.

«No, quella no», risponde la nonna. «Però si trovava nella scatola insieme alle sue. Aprila, forza.»

Con Benjamin che sbircia da sopra la mia spalla, estraggo cauta la fragile lettera dalla busta. «È scritta in tedesco?» Ai miei occhi appare indecifrabile.

La nonna inforca gli occhiali da lettura. «Tuo nonno frequentava l’accademia di belle arti a Berlino.»

«Non l’ho mai saputo», replico.

«Be’, ha dovuto abbandonare gli studi quando ci siamo trasferiti in America, ma l’impressione era che anche la sua passione per il disegno fosse scemata, una volta arrivati qui. Dopo la partenza non gliene ho più sentito parlare. Finché, anni dopo, non gli arrivò questa lettera. Un suo compagno dell’accademia di belle arti era rimasto bloccato in Austria dopo l’occupazione nazista, e la figlia aveva scritto a Gid chiedendogli aiuto per far espatriare il padre.»

Mi sforzo di mettere insieme tutto quello che mi sta raccontando sull’esistenza di mio nonno molto prima che lo conoscessi, molto prima che diventasse mio nonno, appunto. Da giovane frequentava l’accademia di belle arti a Berlino? Un suo amico rimase bloccato in Austria a causa dei nazisti? Anche se sapevo che i miei nonni sono nati in Germania, li ho sempre considerati ebrei americani, risparmiati dalla guerra perché arrivati qui molto prima che cominciasse. Ma da quando ho scoperto dalla nonna che la sua città natale in Germania era stata data alle fiamme e non esiste più, penso alle persone che devono essersi lasciati alle spalle. «Mi pare di capire che non so molto della vostra vita prima che arrivaste qui. Mi sento in colpa per non avervi mai fatto domande.»

«Figurati, gioia mia. Tuo nonno non ne parlava mai. Nessuno di noi amava parlarne. Preferivamo così.» Mi accarezza i capelli come fa da quando ero bambina e mi sorride con tutto l’affetto che una nonna può provare per la nipote, un affetto di una purezza assoluta, quasi cieca, lo stesso che mi ha sempre dimostrato e mi dimostra anche ora che sono una donna adulta, da poco disoccupata e quasi divorziata.

Sposta la mano dai miei capelli e con l’indice ricurvo percorre l’intera lettera fino in basso. «Qui, guarda la firma in fondo, gioia mia», dice. C’è scritto: Hochachtungsvoll, Elena Faber. «Distinti saluti, Elena Faber», traduce lei.

Mi tremano le mani mentre poso la lettera sul tavolo. «Quindi nonno Gid conosceva Frederick Faber? Era lui il suo compagno dell’accademia di belle arti?» domando.

Nello stesso momento, Benjamin chiede: «E lo avete aiutato a espatriare?»

«Sì e sì», risponde la nonna, guardando prima me e poi lui. «Solo che Herr Faber cambiò nome, prima di arrivare qui. Chissà, dovevano avergli falsificato i documenti perché potesse lasciare l’Austria. Quando arrivò in America, io lo conobbi come Charlie. Non credo di aver mai visto prima questa lettera. Tuo nonno mi aveva solo accennato di questo suo amico, e sono sicura che all’epoca lo avesse anche chiamato Frederick o Faber, ma quando arrivò qui, per me era Charlie Darnay.» Torna in cucina a prendere le tazze per il caffè. «Ecco perché, lì per lì, non sono riuscita a fare i dovuti collegamenti, quando un paio di settimane fa mi hai mostrato la tua lettera.»

«Quindi Frederick Faber non è morto in Austria?» Benjamin ha gli occhi sgranati e la voce animata dall’eccitazione della scoperta. «È venuto qui? Abitava in California sotto falso nome?» La nonna annuisce e lui si rivolge a me. «Ecco perché tuo padre si è ritrovato per le mani quella lettera. Scommetto che l’ha avuta da Frederick – ovvero Charlie – in persona.»

«No», interviene la nonna. «Il povero Charlie non era granché in salute quando arrivò qui. Venne a mancare un anno dopo appena. Prima ancora che conoscessimo tuo padre», mi spiega. «Marissa doveva essere al primo anno di liceo, quando Charlie morì. E ha conosciuto tuo padre solo dopo il diploma, qualche anno più tardi. Lui e Charlie non si sono mai incontrati.» Il caffè è ormai pronto, la nonna ne versa due tazze e ne porge una a me e una a Benjamin.

«Però è possibile che tuo padre abbia trovato la lettera qui a casa», dice Benjamin. «Altrimenti sarebbe una bella coincidenza se l’avesse… scovata per caso a un mercatino dell’usato, no?»

«Non ci incontrammo con Charlie molto spesso. Io non lo conoscevo bene, se devo dirvi la verità», riprende la nonna. «Era amico di Gid, e lui gli aveva trovato un posto in cui vivere e, in quell’anno, andò a trovarlo di tanto in tanto. Al suo arrivo in America venne a cena da noi un paio di volte, ma poi…» Alza le braccia al cielo e non termina la frase. Non sa spiegarsi perché non lo conoscesse. E poi è passato tanto di quel tempo. Magari non se ne ricorda neanche.

«E che mi dici di Elena? Si era più fatta sentire?»

«No», risponde la nonna. «Come ho detto, avevo completamente cancellato lei e il suo nome, finché non mi hai mostrato quella busta, un paio di settimane fa. E questa è l’unica lettera sua che ho trovato tra le cose di Gid. Se anche ce ne fossero state altre, ormai sono sparite.»

«Quindi Elena non è mai venuta in America, dopo la guerra?»

«Può darsi di sì. Ma io non ne ho mai saputo niente.»

* * *

Io e Benjamin siamo silenziosi durante il viaggio di ritorno in macchina. Il cielo si sta scurendo, ma sulla superstrada c’è ancora traffico e io resto concentrata su quello. Intanto penso alla lettera di Elena, ma non solo a quella che mi porto dietro da settimane, la lettera destinata a lei; anche a quella che ha scritto di suo pugno a mio nonno, per mettere in salvo il padre. Finora ho visto Elena come un’affascinante sconosciuta, ostaggio dei nazisti, invece non è poi così diversa da me, non è poi così distante. Io ho avuto la fortuna che i miei nonni abbiano raggiunto l’America prima che i nazisti salissero al potere. La fortuna di essere nata qualche anno dopo, in un luogo sicuro.

«Io non credo nelle coincidenze», mi dice Benjamin a poca distanza da casa, nella contea di Orange. Il traffico rallenta e, di fronte a noi, sull’Interstate 5, brillano migliaia di fanalini di coda, l’uno attaccato all’altro a formare una lunga fila che punta dritta verso Los Angeles.

«A cosa ti riferisci?»

«Al fatto che tuo padre ha questa lettera nella sua collezione e che tuo nonno conosceva Frederick Faber e l’ha aiutato a venire in America. È plausibile che la nostra lettera fosse tra le cose che appartenevano a tuo nonno e che, a un dato momento, sia arrivata nelle mani di tuo padre. O che magari tuo nonno gli abbia raccontato di Frederick.»

Avevo dato per scontato che mio padre avesse scovato per caso la lettera a un mercatino dell’usato, com’era successo per i tanti francobolli che collezionava. Ma alla luce di quanto ci ha appena rivelato la nonna sui rapporti tra la mia famiglia e i Faber, Benjamin potrebbe avere ragione. «Forse è per questo che si è tanto agitato quando gli ho mostrato la lettera, un paio di settimane fa. Per lui o per mio nonno significava qualcosa. E l’altro giorno l’ha nominato, infatti. Forse nella sua mente è tutto collegato.» Quanto vorrei sapere in che modo.

«Pensi di poterglielo chiedere?» mi domanda Benjamin. «Se ne ricorderà?»

«Non lo so.» Prima di trasferirsi a Willows era un mago nel raccontare del passato. «Negli ultimi tempi è così nervoso. Si è talmente agitato, quell’unica volta in cui gli ho mostrato la lettera, che adesso ho paura a sollevare di nuovo l’argomento.»

«Già. E se fosse preoccupato che tu passassi dei guai proprio per via di quella lettera? Magari l’ha presa senza chiedere il permesso a tuo nonno.»

«Non sarebbe da lui. Voleva bene a mio nonno come a un padre. Ha perso il suo da piccolo, e nonno Gid era tutto quello che aveva. Non riesco a immaginare che possa avergli rubato qualcosa.»

Mentre ci avviciniamo all’uscita per casa mia, prendo in considerazione l’idea di invitarlo da me a bere qualcosa. Mi è piaciuto fare colazione con lui stamattina presto, mi sembra che siano già passati giorni. E non riesco a smettere di pensare alla naturalezza con cui ci siamo addormentati quella sera nel Galles, mano nella mano.

«Grazie per avermi portato con te», mi dice lui. «Era da un po’ che non mi spingevo a sud di Los Angeles. Evito questo tratto di superstrada da…» Si interrompe e si volta verso il finestrino. Tanto non c’è bisogno che termini la frase, so che si riferisce all’incidente che ha sterminato la sua famiglia.

«Grazie a te di essere venuto», replico, e tiro dritto senza accennare a un’eventuale sosta a casa mia. È stata un’idea stupida. Benjamin è ancora in lutto per la perdita di moglie e figlio; è qui con me solo per via del francobollo. Così lo riaccompagno allo studio e poi me ne torno a casa, da sola.