La vita di Mark non cambiò molto con l’arrivo di Heather. All’inizio aveva poco da fare. Karen si occupava di tutto, ed era comprensibile visto che lui non era in grado di nutrire la piccola, preferiva non cambiare i pannolini ed era in ufficio all’ora del bagnetto e della passeggiata. Ma alla fine scoprí che Karen e Heather formavano un nucleo chiuso dal quale lui era rimasto fuori. Ogni tentativo di partecipare era frustrato dalla sua ignoranza, ed era vero che per Karen era piú semplice fare da sola che assistere ai suoi sforzi per vestire la bambina o preparare la borsa per una gita al parco.
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Non ce l’aveva con Karen ma con se stesso, perché considerava il suo essere relegato a osservatore un’estensione di difetti che ora apparivano altrettanto evidenti in ufficio. Nei palazzi della finanza, Mark non era mai stato capace di rendersi indispensabile. Anche se il suo lavoro era accettabile e guadagnava piú di quanto avesse mai sognato, vedeva una sfilza di uomini immeritevoli passargli davanti grazie a competenze molto piú sociali che finanziarie, e rinunciò alla speranza di arrivare a dirigere l’ufficio o di volare sul jet aziendale.
Heather era una bella bambina. I suoi capelli biondi si sarebbero scuriti col tempo ma aveva grandi occhi azzurri e a quattro settimane sorrideva già, spesso battendo con gioia le manine grassocce. Karen la vestiva con abitini a maglia francesi e scoprí che, benché fosse femmina, l’azzurro si addiceva al suo colorito e alla sua indole. Heather guardava le persone negli occhi e conquistava anche i newyorkesi piú tetri con i suoi gridolini e le sue risate.
Era cosí bella che, quando inevitabilmente diventava il centro dell’attenzione in un parco o in un negozio, i suoi nuovi amici guardavano Karen, o Mark e Karen insieme, e non riuscivano a nascondere la sorpresa per il fatto che fosse figlia loro. I genitori di Heather non si offendevano mai, ma si stringevano nelle spalle con umile orgoglio, avendo entrambi concluso per conto proprio, senza comunicarlo all’altro, che il loro essere interiore si era espresso attraverso la loro splendida creazione biologica. Mark rifletté persino con Karen che erano «cosí bravi a fare bambini» che forse avrebbero potuto averne un altro.
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Per quanto amasse i suoi genitori e considerasse idilliaca la sua infanzia in un verde sobborgo di Washington, Karen ricordava quegli anni come perlopiú solitari. Aveva sempre voluto un fratello o una sorella e si chiedeva, visto che sua Madre era una maniaca della contraccezione e le aveva spiegato cos’era ancora prima che potesse capirlo, se la sua nascita fosse stata un incidente. Per un po’ aveva avuto un fratello immaginario di dieci anni piú grande che l’accompagnava in gelateria e alle lezioni di danza, ma le bastava fermarsi a dormire da un’amica o tornare da scuola insieme a un’altra famiglia per ricordare che a casa sua era fortunata a non dover litigare per ogni cosa.
D’altro canto, forse non dover mai litigare era stato uno svantaggio. Karen era per natura facilmente manipolabile e poco propensa al rischio. Non era mai la prima a tuffarsi in piscina, preferiva lasciar andare avanti gli altri. Inoltre quando lei era piccola sua Madre era tornata a scuola per studiare biblioteconomia, e suo Padre, un avvocato specializzato in brevetti, non era riuscito a sostituirla del tutto nelle faccende domestiche e nelle cure parentali. Era innamorato del suo lavoro e spesso si appropriava della creatività dei suoi clienti. Vagheggiava invenzioni e provava a realizzarle, ma perlopiú gli piaceva farsi vedere dai vicini mentre entrava e usciva di casa con rotoli di progetti sottobraccio, schemi di strutture elettriche e chimiche al di là della sua comprensione.
Karen aveva ormai finito l’asilo quando sua Madre era stata assunta per gestire la biblioteca ambulante di Clarksburg, e da quel momento aveva passato cosí tanti pomeriggi relegata in un angolo a guardare sua Madre leggere agli altri bambini che fino alla seconda elementare aveva continuato a tenere i libri rivolti all’esterno, in direzione di un pubblico immaginario. Quando i tagli al bilancio avevano minacciato la biblioteca ambulante, la città aveva indetto un referendum per sostenerla, e d’un tratto non erano stati piú solo i bambini a salutare sua Madre e chiamarla per nome.
Karen odiava condividerla con altri e passare tanto tempo con la baby-sitter, che in realtà era la donna delle pulizie, e alla fine si era iscritta a tutte le attività che le consentivano di rimanere a scuola fino a tardi. Alle medie era ormai diventata completamente autonoma a furia di essere ignorata, e aveva preso l’abitudine di chiudersi in camera dopo la scuola con una tv portatile per fuggire nei mondi turgidi delle storie d’amore e avere accesso al proprio corpo.
Karen disse a Mark che non voleva un altro figlio. Non sarebbe stato giusto nei confronti di Heather. A dire il vero, fin dall’istante in cui Heather era nata Karen aveva capito che le avrebbe dedicato attenzioni e cure ininterrotte il piú a lungo possibile. Non temeva che fosse un pretesto per il suo disinteresse nei confronti di una carriera o per la sua dipendenza dal successo di Mark, perché Heather non era una bambina come le altre. Forse, se Karen fosse stata spigliata e incantevole come lei, sua Madre non sarebbe mai tornata a scuola.
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Man mano che Heather cresceva la sua bellezza diventava piú evidente, ma in qualche modo secondaria rispetto al fascino, all’intelligenza, e soprattutto a una complessa empatia che poteva diventare profonda. – Perché piangi? – disse dal passeggino quando aveva cinque anni a una Donna in metropolitana, che non stava piangendo e che la corresse gentilmente. Heather continuò: – Non devi essere triste, anche se hai le borse pesanti. Posso portarne una io –. Allora la Donna ridacchiò nervosamente, si sedette vicino a Karen e disse che era in grado di badare alle sue cose, grazie lo stesso. Karen ammoní dolcemente la figlia di farsi gli affari suoi e le porse una tazza col beccuccio.
La Donna guardava in alto fingendo di leggere le pubblicità, quando Heather, continuando a fissarla, allontanò la tazza dalle labbra e disse: – In metropolitana fanno tutti finta di essere soli, ma non lo sono –. A quel punto la Donna scoppiò in lacrime. Karen non sapeva cosa fare e la sua ricerca di un fazzoletto si trasformò nel gesto di accarezzare la spalla della Donna che singhiozzava e sorrideva imbarazzata, a disagio. Heather restò a guardarle, e quando arrivarono alla fermata della Settantasettesima Strada dove dovevano scendere salutò la Donna, ora calma, che guardò Karen e le disse che doveva essere la madre migliore del mondo. Karen attribuí il merito a sua figlia, e anche se sembrava un atto di modestia lei sapeva che Heather faceva sempre di queste cose ed era venuta al mondo per far stare meglio le persone.
Karen aveva parecchio da fare ogni giorno anche dopo che Heather aveva cominciato la scuola a tempo pieno. C’erano la ginnastica e lo shopping, le poche faccende domestiche che non erano svolte da qualcun altro, attività e approfondimenti da scoprire ed esplorare, pasti nutrienti e svaghi istruttivi da pianificare, e naturalmente non si poteva trascurare la documentazione quotidiana del prodigio di Heather. Karen creava album di ritagli, collage al computer e, con qualche difficoltà, piccoli video da condividere su internet. Da principio temeva di apparire vanitosa, ma quando vide che sua figlia suscitava in tutti la stessa reazione capí che in realtà stava rallegrando la giornata alla gente e che forse anche gli altri, come lei, imparavano molto su se stessi guardando crescere Heather.
Nelle comunità che visitava online trovava molte donne con le sue stesse idee e riceveva tanto incoraggiamento che qualunque preoccupazione veniva subito eliminata, da una madre esperta o da un’autentica specialista. Questo voleva dire che Karen in generale passava meno tempo con gli altri, ma era sempre disposta a interagire, e dall’inizio, quando andavano a spasso nel parco, fino a quando cominciarono a nuotare insieme al club e infine a giocare a tennis, Heather la stimolò sempre a sedersi a fare uno spuntino con chiunque capitava.
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La famiglia Breakstone era piccola ma non badava a spese, e Mark era orgoglioso di poter garantire loro un bell’appartamento. Gli piaceva soprattutto la predilezione di Karen per il raso di velluto, usato con moderazione ma apparentemente destinato proprio a lui. Il loro letto aveva la testiera di velluto, e fra i mobili del soggiorno c’era una poltrona di velluto che Mark usava nelle sue notti sempre piú insonni, preferendola allo studio con i pannelli di legno alle pareti e le poltrone di freddo cuoio. La poltrona del soggiorno era rossa ma al buio sembrava marrone, e lui versava qualche dito di scotch nel bicchiere piú bello e poi riusciva ad appisolarsi o almeno a non innervosirsi alla vista dell’alba o al pensiero che la lunga notte avrebbe reso intollerabile la giornata di lavoro.
Una notte Mark si stava preparando per la poltrona quando pensò che poteva dare un’occhiata a Heather, che ora aveva sette anni, mentre dormiva. Non rimaneva mai solo con la figlia e avvertiva il risentimento della moglie quando la sera si sedeva a tavola e diceva: «Come stanno oggi le mie ragazze?» Era arrivato a quella frase perché quando si rivolgeva direttamente a Heather, Karen rispondeva al suo posto o si insinuava nella conversazione. Anche quando Heather era malata, alla sua domanda «Come stai, scoiattolina?», rispondeva sempre Karen: «Sta meglio, grazie a Dio», oppure: «Ha avuto una giornataccia». Cosí quella notte si ritrovò nella sua stanza con lo sguardo fisso su di lei, e si sentí strano e colpevole quando Heather aprí gli occhi e gli sorrise. Non poteva spiegarle perché era lí, cosí si sedette sul letto e le accarezzò la testa. Infine disse: – Perché sei sveglia? – E lei rispose: – Perché non riesco a dormire. Mi sa che sono come te –. Mark le sfiorò la fronte, le diede un bacio sulla guancia e disse: – Dove vuoi andare in vacanza? Possiamo andare in qualunque posto –. E Heather rispose: – Voglio andare dove ci sei tu, papà.
Quell’anno, invece di andare a Saint Barts, Karen e Mark, su richiesta di Heather, accettarono di andare a Orlando a patto di soggiornare nell’albergo di lusso non dominato dal parco a tema. Avevano una suite con un soggiorno per il lettino della figlia, e malgrado Heather continuasse a fare amicizia con bambini irritanti, la famiglia si godette i tuffi nella folla seguiti da cenette intime. Una sera Heather insistette per fermarsi in sala giochi, e Mark e Karen si ritrovarono soli. In preda all’ansia si ubriacarono e fecero l’amore, ma erano di nuovo in piedi e preoccupati per le dieci quando Heather tornò come promesso. Non facevano l’amore da molto tempo, visto che Karen era indaffarata con le lezioni di danza, tennis e pianoforte di Heather, e che la crescente insonnia di Mark lo allontanava dal letto quasi ogni notte.
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Il mattino dopo pioveva, cosí Karen prenotò un massaggio mentre padre e figlia si iscrissero a un laboratorio di manualità, e Mark e gli altri partecipanti si crogiolarono nella luce che Heather creava con la sua risata e la sua disponibilità ad aiutare i bambini piú piccoli. Prima di andarsene confezionarono in fretta una collana di perline da regalare a Karen per non farla sentire esclusa. Quella notte, mentre Heather dormiva nella camera accanto, Mark e Karen si ubriacarono e lo rifecero, e fu un po’ meno intenso ma seguito da una conversazione sussurrata sulla durata della loro relazione e sul miracolo di Heather. L’ultimo giorno si sedettero lontano dal buffet della colazione, davanti alla laguna artificiale, cosí palesemente felici che una donna di passaggio insistette per immortalarli in una foto ricordo.
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Mentre la famiglia Breakstone era in vacanza, Bobby venne licenziato dalla rivendita di legname. Gli dissero che lo avrebbero riassunto e che avevano lasciato tutti a casa per qualche settimana solo per evitare certe leggi sul lavoro, e lui pensò che avrebbe speso volentieri un po’ dei suoi guadagni, magari per andare da qualche parte. Ma sua Madre aveva rotto con un altro ragazzo e Bobby accettò di prestarle dei soldi per comprarsi la droga, sapendo benissimo che non li avrebbe piú rivisti. Non gli importava perché comunque non aveva nessun posto dove andare, e in primavera prima che diventasse afoso gli bastava gironzolare dalle parti di Harrison e Newark. Inoltre era sempre piú interessato alla sua dirimpettaia Chi-Chi. Il fratello faceva il meccanico e gli disse che il suo vero nome era Chiquita ed era piú grande di quanto sembrava. Gli raccontò che venivano dal Messico e anche altra roba che Bobby ignorò, perché gli interessava solo sapere che lei lo aveva notato e che era quasi sempre sola quando lui passava di lí.
Un giorno andò a comprare la birra e il suo cuore accelerò i battiti quando Chi-Chi uscí sulla veranda con un vestito azzurro. Era il colore preferito di Bobby e stava bene sulla pelle bruna della ragazza, e con quel pizzo intorno al collo sembrava quasi una camicia da notte. Mentre le si avvicinava Bobby rallentò e la salutò con un cenno. Lei ricambiò il sorriso e lui si fermò. Non si era mai fermato, ma lei non gli aveva mai davvero sorriso e in qualche modo doveva aver scoperto che quello era il colore preferito di Bobby. Lui salí i gradini offrendole una birra, ma lei si voltò, gli aprí la porta a zanzariera ed entrò in casa. Lui la seguí in fretta, ma poi lei si fermò vicino alle scale e gli chiese di andarsene. Bobby non sapeva a che gioco stesse giocando, cosí mise giú la birra e le disse che era bellissima e che era felice di vederla tutti i giorni. Lei sorrise di nuovo, ma i suoi lineamenti si contrassero un po’ e lui capí che era spaventata e si incazzò di brutto, soprattutto quando lei cercò di scansarlo per raggiungere la porta. Bobby la trattenne e le disse di piantarla. Poteva anche spaventarsi ma lui se ne fregava perché sapeva quello che lei voleva. La prese per i capelli e per le spalle, ma lei sgusciò via, prese un posacenere appoggiato su una sedia e lo colpí alla tempia. Bobby la guardò e per un momento vide tutto bianco. Le prese un braccio e glielo torse, urlando: – Non sai chi sono? – Lei cominciò a piangere e dibattersi, e alla fine lui le tirò un pugno nello stomaco continuando a tenerla per il braccio e sentí il suo corpo afflosciarsi. Finí contro la parete e lui la colpí di nuovo, questa volta sul lato della testa. E mentre lei cadeva a terra svenuta Bobby riprese fiato e si guardò intorno, cosí terrorizzato che solo piú tardi ricordò di essersi strofinato il davanti dei calzoni per calmarsi. Raccolse la birra e corse a casa, si chiuse in camera e bevve mezza bottiglia di vodka finché riuscí ad addormentarsi.
Disse a sua Madre che, se qualcuno lo avesse cercato, lei doveva rispondere che non c’era. Non sapeva se sarebbe venuto il fratello di Chiquita, o se lei fosse morta. Ma perché si era comportata cosí? Perché le ragazze belle erano sempre sceme? Quel pensiero continuò a ronzargli in testa, cancellato solo dalle urla di sua Madre che cercava di allontanare i poliziotti dalla porta della sua stanza. Sua Madre temeva che trovassero la droga e oppose una strenua resistenza, ma Bobby aprí la porta e li seguí con calma, stordito dai fatti del pomeriggio. La cosa piú difficile da credere era che Chi-Chi intendesse denunciarlo quando a casa sua si spacciava OxyContin e suo fratello pesava cento chili ed era perfettamente in grado di vedersela con Bobby da solo.
Era la prima volta che finiva in prigione e cosí rimase tranquillo e ricevette persino degli antibiotici per il taglio provocatogli dal posacenere sulla testa, che si era già infettato. Chiquita era viva e l’avvocato d’ufficio, sul quale gli sembrò di avere fatto colpo, rise all’idea che lo Stato potesse accusarlo di tentato omicidio. Tutto andò secondo i piani, e Bobby seguí il processo che si svolgeva intorno a lui come se fosse un programma tv. Alla fine si dichiarò colpevole di aggressione e riuscí a mostrare qualcosa di simile al rammarico, e prima che venisse rinviato in custodia l’avvocato gli disse che avrebbe fatto tre e non cinque anni e che quella era un’occasione per cambiare. Solo quando andò in prigione a Trenton scoprí di essere stato fortunato, perché la commozione cerebrale aveva impedito a Chiquita di ricordare che era entrato da lei per violentarla. Poteva andargli molto peggio.
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Mark era stato con poche donne nella sua vita, e con nessuna, a parte Karen, perché lo aveva deciso lui. Dopo avere subito numerosi rifiuti alle superiori, tra cui quello di una ragazza che aveva respinto le sue avance rivelandogli che l’origine del suo soprannome fra i compagni, «Moonstone», pietra di luna, non era un gioco di parole con Breakstone ma si riferiva alla forma della sua faccia, Mark aveva smesso di uscire in compagnia, aveva scoperto la corsa campestre e si era accontentato delle foto degli annuari e dei cataloghi perché la pornografia lo imbarazzava.
Quando aveva perso la verginità al college era stato felice di svegliarsi accanto a un vero corpo, e lei aveva parlato bene della sua prestazione e cosí avevano preso l’abitudine di farlo spesso anche se Mark non era per niente attratto da lei. Non era brutta, però era un po’ grossa ed era stata la prima di una serie di donne chiassose, sfacciate e licenziose con cui era andato a letto prima di Karen, che lo avevano sedotto con l’aria di fargli l’elemosina. Da lui si aspettavano che sostenesse silenziosamente i loro sogni irrealizzabili di diventare stiliste o scrivere per qualche rivista, e che prendesse le loro parti nelle liti, in particolare con tutte le altre donne che ovviamente erano invidiose.
Mark era rimasto pieno di desiderio e aveva finito per odiare il sesso con qualunque donna dopo la prima volta, cosí era entrato nel mondo del lavoro completamente casto, sperando che il suo stipendio o l’effetto dell’età sulla sua faccia avrebbero attirato un tipo di donna diverso. Accettava gli appuntamenti combinati solo per creare un legame con i lascivi ex atleti universitari del suo ufficio. Obbediva alle loro richieste di annunciare i suoi successi con quelle donne sempre piú disperate, ma poi si tirava indietro, perché non si era mai rivelato a nessuna e trovava alienante il sesso come fine ultimo da raggiungere grazie a una falsa intimità. Adesso era ben consapevole di quanto Karen gli avesse cambiato la vita, tanti anni prima. In effetti lo ricordava a se stesso di frequente da quando la nuova Tirocinante, una ventiseienne asiatica, aveva cominciato a portargli il caffè.
C’erano cosí poche donne nell’ufficio di Mark che qualunque presenza femminile diventava oggetto di fantasie, inoltre la Tirocinante aveva un Mba e apparteneva a quel nuovo genere di ragazze erroneamente convinte che parlare in modo volgare ed esplicito fosse un imperativo femminista. Ma la sua bocca, anziché conferirle potere, la rendeva una specie di cagnolino dei manager, che la mandavano a prendere il caffè mentre criticavano il suo abbigliamento con crudi messaggi in tempo reale. Mark naturalmente non partecipava ma era comunque affascinato, a volte eccitato al punto da immaginare la Tirocinante quando finalmente faceva l’amore con Karen.
La strada per la camera da letto era sempre piú ingombra di ostacoli, anche se dopo Orlando Mark e Karen avevano promesso di trascorrere piú tempo l’uno nelle braccia dell’altra. Avevano cominciato con una serata fissa da passare insieme anche se poi finivano per avere altri impegni, Mark con il lavoro e Karen con Heather, ormai dodicenne, che richiedeva attenzione con la sua vita scolastica e sociale in un’elegante scuola privata femminile.
Benché Heather continuasse a essere benvoluta e bravissima a scuola, Mark concordava con Karen che dovesse avere insegnanti privati supplementari in ogni materia oltre alle varie altre lezioni che prendeva. Per Karen era un programma estenuante ma le permetteva di tenere d’occhio le amicizie della figlia, che richiedevano parecchia attenzione perché Heather non sapeva giudicare la gente e spesso veniva manipolata da ragazzine appiccicose e disadattate che la usavano per migliorare il loro status sociale o come cassa di risonanza per i loro drammi egocentrici. Cosí, mentre la serata fissa si dileguava in una serie di cancellazioni reciproche, Karen si disse dispiaciuta e Mark si finse deluso ma comprensivo, mentre in realtà si sentiva sollevato dall’opprimente consapevolezza di non riuscire piú a farlo senza pensare alla Tirocinante.
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Un giorno la Tirocinante chiuse la porta dell’ufficio di Mark e scoppiò subito in lacrime, chiedendosi dove stesse sbagliando e perché nessuno la prendesse sul serio. Mark sentí un’ondata di calore salirgli alla testa e trasformarsi in sudore, e farfugliò qualcosa finché lei si ricompose e mormorò, asciugandosi gli occhi, che lui era l’unica cosa buona in quello stupido posto e poi uscí. Mark era consapevole di avere reagito in modo decoroso ma sapeva anche cos’era successo veramente, e sapeva che presto avrebbe potuto approfittare dei sentimenti della ragazza senza temere un rifiuto.
Andò a casa presto e rimase seduto in cucina finché finalmente arrivarono Heather e Karen. Dopo la lezione di tennis di Heather avevano giocato una partita improvvisata e poi avevano cenato fuori, e Mark non riuscí a controllare il volume della voce mentre diceva a Karen che non aveva mangiato niente e non avrebbe piú tollerato di essere l’ultimo dei suoi pensieri, e che quella era una famiglia e lui ne faceva parte e perché diavolo non poteva cenare o giocare a tennis con Heather?
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Heather li guardò con le lacrime agli occhi dal soggiorno benché le avessero ordinato di uscire, e Karen, che era caduta dalle nuvole, fu presa dal rimorso e promise che le cose sarebbero cambiate. La sua soluzione fu proporre che il sabato mattina diventasse un momento padre-figlia e ammettere che era stata egoista. Quella notte Mark sognò che la Tirocinante e Heather stavano mangiando mentre lui guidava a tutta velocità, e d’un tratto Heather apriva la portiera e saltava fuori.
Il mattino dopo si rese conto che l’età non aveva affatto migliorato il suo aspetto. Non aveva perso i capelli, però era ingrassato, e quando finalmente imparò a usare la bilancia di Karen che calcolava la percentuale di grasso corporeo scoprí che era aumentato dieci chili dai tempi delle superiori, soprattutto nelle guance e nelle mascelle. Decise di ricominciare a correre, con il risultato che smise di pensare alla Tirocinante e che, con l’eccezione dei primi giorni di primavera, quando Central Park era cosparso di pallide ragazze semisvestite, i suoi impulsi sessuali si spensero permettendogli di finire le giornate esausto e tranquillo.
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La sua piú grande soddisfazione divenne il giorno del fine settimana che passava da solo con Heather. I loro giretti al cinema, al museo o per negozi erano memorabili perché a Mark succedevano sempre cose buffe, tipo quando un cavallo gli pestò un piede vicino al Plaza Hotel, mentre Heather con il suo sorriso spontaneo e la sua energia da maschiaccio riusciva sempre a creare fermento tra gli estranei, e di rado si allontanavano da un posto senza che qualcuno le regalasse qualcosa.
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Pochi giorni dopo il suo arrivo alla prigione di Stato del New Jersey, Bobby affrontò i test psicologici obbligatori e venne reclutato da una gang di suprematisti bianchi che avevano scoperto il suo cognome polacco. Ricevette un drastico taglio di capelli e un accurato pestaggio iniziatico in una stanza vicina alle docce. Da principio non capí che doveva limitarsi a ricevere i pugni, i calci e le testate dei sei skinhead riuniti, e contrattaccò, dimostrando la sua forza con una raffica di colpi frenetici che li lasciò sbalorditi. Infine perse conoscenza quando uno di loro gli si sedette sul petto, ma la gragnola di colpi e l’intero combattimento gli avevano fatto sentire il suo corpo come per la prima volta, e l’involontaria erezione che gli venne mentre perdeva i sensi gli procurò un certo guardingo rispetto e il soprannome «Uccello duro» per il resto della sua detenzione.
Bobby era insofferente con la gang, soprattutto perché il loro principale argomento di conversazione non era la supremazia razziale ma la legge. Nessuno di loro riteneva di essere lí per un giusto motivo, o almeno non per quello che li aveva fatti incarcerare, e usavano parole come «incarcerare» ed erano ancora piú prevedibili della gente che stava fuori. Da qualche informazione ascoltata per caso Bobby ottenne la certezza che se avesse ammazzato Chi-Chi non sarebbe finito in galera, visto che lei era l’unica testimone e lui non aveva lasciato tracce di sperma e non aveva precedenti, se non per assenteismo da scuola, vagabondaggio e un furtarello in un negozio quando era minorenne. Ora sapeva che avrebbe dovuto ucciderla e rubare qualcosa per simulare una rapina, e poi buttare via la refurtiva anziché rivenderla anche se era roba di valore. Tutte le altre conversazioni erano costanti lamentele, patetiche alle orecchie di Bobby, che apprezzava il cibo e il lavoro in lavanderia dove a volte poteva rotolarsi nelle lenzuola tiepide.
Non si poteva dire che la prigione gli piacesse, però era un posto ben organizzato dove imparò molte cose. A causa di un errore nella procedura burocratica e all’incorretta supposizione che Bobby avrebbe preteso un medico bianco, a causa della sua affiliazione alla gang, passarono mesi prima che venissero esaminati i risultati dei test e si concludesse che andava visitato da uno psichiatra. Lo portarono in una stanza con la moquette azzurra, che lo agitò dopo tanto linoleum e calcestruzzo. Aveva intenzione di comportarsi come con le assistenti sociali, quando raccontava la sua vera storia per cercare di commuoverle. Ma il Dottore era bello come una star televisiva e non troppo vecchio e pragmatico, e Bobby capí che aveva paura.
Chiese a Bobby com’era la sua vita, come vedeva se stesso e cosa lo rendeva felice, e Bobby raccontò la versione piú triste possibile, abbassando lo sguardo al termine delle frasi e accennando alle sue passeggiate lungo il sudicio fiume Passaic. La maggior parte delle domande del Dottore riguardava i sentimenti di Bobby nei confronti degli altri. Bobby avrebbe voluto dire la verità, che il mondo esterno gli ricordava uno zoo dove gli animali vivevano nella propria merda e che lui li osservava con compassione e curiosità mentre sbraitavano gli uni contro gli altri, e invece disse che non ci pensava mai.
Allora il Dottore prese un tono duro e diretto e parve suggerire certe cose che Bobby finse di non capire per ottenere piú informazioni. Disse che Bobby era intelligente e sapeva di esserlo ed era un bel ragazzo che si divertiva a mentire perché era piú facile. Il Dottore lo stava probabilmente incitando alla violenza, soprattutto quando si alzò e disse che il gioco era finito e che Bobby doveva smettere di credersi al di sopra di ogni dinamica sociale e che sapeva come si comportavano gli altri ma non lo teneva in considerazione perché non pensava di dover seguire le loro stesse regole. Infine il Dottore si sedette con aria enfatica e disse: – Se non riesci a cambiare, controllati. Tu puoi fare qualunque cosa.
Bobby uscí dalla seduta felice e pieno di aspettativa, con la sua immagine di sé finalmente ricongiunta a ciò che era davvero. Adesso era continuamente eccitato al pensiero delle cose che poteva avere, che si trattasse del dolce di qualcun altro, di una bella macchina fotografata su una rivista o della ragazza in bikini accanto alla macchina. Quel che aveva detto il Dottore era tutto vero, per la miseria: Bobby aveva un’intelligenza cosí acuta che la gente lo annoiava, e la sua luce risplendeva con tutto il potere del cielo, e gli altri erano venuti al mondo per servirlo e lui poteva violentare e uccidere chi gli pareva.
Durante l’unica visita di sua Madre, dopo averla convinta che non aveva soldi, Bobby le chiese se avesse sempre saputo com’era fatto. Cercò di spiegarle nel modo piú chiaro possibile che era intelligente, potente, eccetera, ma interruppe la spiegazione perché la vide confusa, e per un po’ rimasero seduti in silenzio nella sala visite. Lei lo guardò fisso e poi gli chiese: – Chi diavolo credi di essere? – Bobby accolse quella domanda come le migliaia di schiaffi che lei gli aveva dato, limitandosi a sorridere perché non c’era altro da fare.