Il fiume è in movimento.
Il merlo deve essere in volo.
Al dunque, adesso: l’interminabile viaggio verso casa. Lascia che la libertà risuoni dalla sommità delle colline, Sally. Getta un altro ciocco nel camino. Riscalda la casseruola, bolli il latte, sciogli il cioccolato, sistema la poltrona, spiega la coperta, ascolta il sibilo della legna. Forse dovrei chiamarla per dirle che sto arrivando. E lei, probabilmente, si precipiterebbe di nuovo fuori nella bufera. Che diavolo sta facendo, signor J.? Sto venendo a casa, Sally. Piantato in asso dal mio stesso figlio. Mollato all’asciutto. Nemmeno tanto all’asciutto, ora che ci penso. Mi avrebbe fatto comodo un bell’equipaggiamento invernale. Mi ha perfino lasciato pagare il conto. Tuttavia, abbiamo un po’ di salmone e un’intera bistecca per superare la tormenta. Per qualche ragione, non impacchettati. Dandinho non ha fatto il suo lavoro.
Piuttosto scomodo, dover reggere il sacchetto di plastica e il bastone da passeggio contemporaneamente. Ma via che si parte, sempre avanti, lontano.
Be’, quasi.
È in piedi all’esterno e sente chiudersi la porta del ristorante alle sue spalle. Arrivederci allora, signor Mendelssohn. La sua dolce voce Rhodesia-Zimbabwe e le ultime note della musica provenienti dal locale. Dovrei tornare indietro di corsa e ordinarmi un brandy caldo. Un poco di zucchero e la pillola va giù.
Buon Dio, ma sta venendo giù il mondo. Mai vista una cosa del genere. Di traverso, di lato, di taglio. Una commedia, un colossal, un’opera lirica di neve. Tutti i tassisti sul palcoscenico, a slittare a sinistra, a destra, di sghembo nella buca dell’orchestra. L’applauso dei tergicristalli. Camion e furgoni, sfavillio di fari, e un povero idiota in motocicletta. Proprio una neve aguzza. Tipo quelle piccole lance, milioni di chakri volanti che mirano a me.
Non un’anima viva per strada. Un po’ presto per mamme e nonne dirette alla scuola materna. Nessun fioraio. Nessun fattorino. Nessuno che spali. Niente spargisale.
Farei davvero bene a fermare un taxi, ma dovrebbe portarmi oltre la sinagoga, su per la 88th, intorno all’isolato e poi di nuovo giù lungo la 86th verso Park Avenue, e chissà che razza di ingorgo ci sarebbe in quella direzione. Clacson strombazzanti ovunque. Un suono davvero terribile. Ma la neve non dovrebbe attutire i rumori? Come mai il mio udito peggiora ma i rumori orribili si fanno di giorno in giorno più forti? Una cacofonia. Ecco la parola. Il pianista che suona il contrabbasso. Il sassofonista alle prese con il violino. Il flautista che dà fiato alle trombe, per così dire.
Non dovrebbe esserci una multa per l’uso eccessivo dello strumento? Ascolta bene, Elliot. Se beccano chi dà fiato alle trombe, prima o poi beccheranno anche te.
Cos’è che gli è successo? Perché non è riuscito a diventare il ragazzo che prometteva di essere? Agli esami finali era andato bene, aveva lanciato in aria il tocco, aveva preso sua madre a braccetto e se l’era portata orgogliosamente in giro per tutta Cambridge. Lei era felice, allora, rideva, ridevamo tutti insieme. Poi era tornato in città. Abitava al Village. Si era trovato una francesina. Come si chiamava? È passato tanto di quel tempo. Chantal. E riusciva a farlo. Cioè sapeva cantare. Chanter. Eileen era una sua grande fan. La voce di uno scricciolo. Ai pranzi dei giorni di festa c’era sempre. Poi non c’è stata più. Un mestolo che s’immerge nel pozzo della mente. Le cose più strane affiorano e s’inabissano. Chi era che fissava il fondo del pozzo? Chi era che cercava il proprio riflesso nell’oscurità?
È pure buio. Per l’ora che è. Ma avanti, mettiamoci in marcia.
Un brivido sul collo. Non mi sono nemmeno abbottonato bene il cappotto. Ci abbiamo messo così tanto, là dentro, a infilare le braccia nelle maniche, devono avere avuto la sensazione di mettermi addosso una camicia di forza. Eppure erano contenti, tutti quanti. Ho lasciato un deca di mancia a uno scontroso Dandinho, e ho dato a Rosita il trenta per cento, perché no, merita ben qualcosa di più oltre a quella sua macchia azzurra sul polso.
Una bellezza.
Me la ricorda un po’.
Come ogni bellezza sa fare.
Si tiene precariamente in equilibrio contro il muro, sposta il bavero e solleva la sciarpa sulla bocca. Un passamontagna improvvisato.
Vieni, Eileen, prendimi per mano e accompagna i miei passi lungo la Madison. Molti giorni abbiamo passeggiato qui insieme, sebbene io ti ricordi con il sole, indossavi uno scamiciato chiaro e un semplice giro di perle, anche se forse, a dire il vero, le cose le ricordiamo più belle di come fossero realmente. Verso la fine gli anni le avevano messo qualche chilo addosso, e una lieve e sbilenca zoppia nel passo. Le grinze e le rughe e i cuscinetti sui fianchi. Crudele, il modo in cui Dio agisce. Più conosciamo il tempo, meno ce ne resta. Meno ce ne resta, più ne vogliamo. La bilancia della giustizia. Se mai esiste una parola simile. Sono nato nel bel mezzo di una cosa o dell’altra.
Presto, adesso. Soldato, in sella!
Sally pure.
Fuori, sotto il morso freddo della neve, un passo, due. Un brivido improvviso sugli zigomi. Chiude gli occhi e cerca di scacciare il gelo bruciante. Lo choc. Vento e bufera gli si avvolgono intorno. Si ferma a raddrizzare gli avanzi malfermi. Con quale rapidità passiamo da una condizione a un’altra. Non dev’essere molto più tardi delle due ed è già buio pesto. L’oscurità sale dalla terra e spiega le sue ali.
«Elliot Mendelssohn.»
Sì. No. No, naturalmente. Domanda o affermazione? Chi riesce a sentirci qualcosa con questo maledetto strombazzare dei clacson e il vento che ulula e con la sciarpa stretta sulle orecchie e con la baraonda della città e la sinfonia del ristorante che gli balla ancora in testa, è semplicemente impossibile sentire anche una sola sillaba, ma quello era il mio nome? Sono forse mio figlio? No di certo. Non in questa vita, almeno. La voce sembra provenire da un punto alle sue spalle e si gira a guardare, la bocca socchiusa contro la sciarpa di lana. Sono forse il figlio di mio figlio? È una domanda migliore. Sebbene non una a cui voglia rispondere in questo momento.
Fammi uscire da questa tempesta, ti scongiuro. Buon Dio, fa freddo, i fiocchi sono come spilli, e riesco a vederci a malapena, ma non ci sono voci alle mie spalle, solo la luce arancione del Chialli che cattura la neve e le orme di altri che sono passati da qui prima di me.
Avrei dovuto chiamare Sally.
Si volta lentamente e la punta del suo bastone scricchiola nella neve soffice. Gira il piede destro, facendolo scivolare, e poi, centimetro dopo centimetro, fa lo stesso con il sinistro, attento, adesso, non ci sono maniglie sulla Madison, purtroppo, mi galleggiano dentro due bicchieri di Sancerre, e chi sono quegli occhiali che mi vengono incontro a grandi passi, occhi marroni e cupi dietro le lenti e una spruzzata di grigio da sotto il berretto da baseball, chi è, che si protende in avanti, non proprio un senzatetto, visto da qui, magari vuole solo qualche shekel, sebbene ci sia in lui qualcosa di vagamente familiare, chi è, e perché diavolo ha quella luce negli occhi, da dove viene, quante facce ho visto come la sua, laggiù a Brooklyn per tutti quegli anni, i furfanti e gli astiosi, i ciarlatani e i bastardi, i diffamatori e i truffatori da due soldi arrivati da tutte le parti, ma lui conosce il mio nome, o almeno il nome di mio figlio, e forse è successo qualcosa a Elliot, magari è scivolato nella neve, si è fatto male alla schiena, oppure è caduto sul morbido del suo portafogli, chissà, dopotutto non ha pagato il pranzo.
Uno spasmo sul viso dell’uomo come se stesse trasportando un peso e l’avesse appena lasciato cadere per poi tirarlo su di nuovo, e di nuovo, ecco, qualcuno che ha vissuto un lungo periodo gravoso, lo riconosco, sì, quel viso, e cosa posso fare per lei, giovanotto, anche se non è giovane affatto, forse quaranta, cinquanta, ma ormai chi potrebbe dirlo?
Non ci separano che tre passi e qualcosa deve davvero avergli fatto saltare la rana al naso o il suo girino o una mosca o come si dice. Si calca ancor più giù il berretto, e io non riesco più nemmeno a vedere la forma dei suoi occhi. La bocca è una smorfia cattiva, ma c’è qualcosa di gentile nella sua faccia, paffuta – è Tony? – assomiglia a Tony, che dev’essere uscito, cosa diavolo posso avere fatto di male a Tony, le mie facezie, Kant e le kantonate – che ti piglia, Tony? – è per caso successo qualcosa a Sally, ti ha spedito fuori a cercarmi come un San Bernardo nella tormenta, e dove lo tieni il brandy? Ci stavo giusto pensando un istante fa, e perché diavolo ti stai avvicinando con quelle falcate, così in fretta, Tony, senza i tuoi vestiti da usciere, addirittura senza guanti, e quelle tue nocche lucide e scure, non ti ho mai visto senza l’uniforme, forse non ti ho dato una buona mancia in occasione delle feste, ho detto qualcosa di sbagliato di recente, una delle mie stupide battute, e ce ne sono molte, la mia testa è una valanga, e lui continua a venirmi incontro, le spalle che ruotano dentro il giaccone scuro, è piccolo, e tozzo, strano aspetto per essere Tony –
Una volta, molto tempo fa, ho pattinato su un lago ghiacciato con delle lame fissate alla suola delle scarpe –
È solo a un passo, ma forse non è proprio per niente Tony, no, non è abbastanza paffuto, è un po’ troppo basso, borbotta qualcosa in spagnolo su mio padre, o suo padre, o il padre di qualcuno, che diavolo gli è preso a quest’uomo, qualcuno mi aiuti, presto, che sta dicendo, la neve ci soffia forte tutt’intorno, un ciclorama, è impossibile sentire quello che quest’uomo sta gridando, gli sputi dalla sua bocca, come un’altra piccola bufera di neve, a tiro rapido, ma quante parole hanno, per definirla? e si allunga in avanti, oh! mi si è spostato il cappello sulla testa, ma cos’è che stai dicendo, amico, non riesco a sentire una parola in tutto questo rumore, nella tempesta, calmati, aspetta un attimo, non sembri per niente Tony, chi sei, da dove vieni, dov’è che ti ho già visto e oh, si stanno spostando anche gli avanzi è il nome di mio figlio che stai gridando di quel traditore di mio figlio sei senza il grembiale e oh ovunque sulla strada quel bianco che cade nemmeno la neve riesce a stare dritta in piedi e oh –
Il canale era sicuramente il posto migliore in cui tuffarsi a palla di cannone.