XIII

Era sera tutto il pomeriggio.

Nevicava

e doveva nevicare.

Il merlo sedeva

nei rami di cedro.

Se fosse stato un altro giorno – senza la neve, il vento, la prematura oscurità – lo avrebbero visto cadere come il personaggio di un vecchio film, in un volar via di cappello e storia.

Sarebbe stato ripreso dalla videocamera del traffico in cima ai bracci ornamentali del lampione sulla 86th. Anche in un download a bassa definizione, sarebbe spuntato dal ristorante, la sciarpa avvolta intorno al collo e il cappello in testa sulle ventitré. Si sarebbe fermato a sistemare il cappotto per poi incamminarsi appoggiandosi al suo bastone da passeggio. Avrebbe incassato il pugno restando perfettamente immobile per un momento, come per registrarne la portata sismica. Un colpo assestato in pieno petto. Le ginocchia dei pantaloni avrebbero ceduto a fisarmonica, le gambe si sarebbero ripiegate e l’impalcatura inferiore del corpo avrebbe cominciato a vacillare, come in ritardo. Ci sarebbero voluti un paio di secondi perché il burattino acquisisse una fluidità di movimento: il deliquio, la picchiata, il frantumarsi. Il suo corpo si sarebbe rassegnato e lui sarebbe collassato, con tutti i suoi ottantadue anni, disintegrandosi mentre andava giù. Avrebbero visto il suo vecchio cappello Homburg di feltro restargli in testa per la maggior parte della caduta, sfidando la gravità, il sacchetto degli avanzi abbandonare la sua presa quasi immediatamente, aprendosi a terra con un tonfo nel momento stesso in cui la testa gli si spaccava sul marciapiede. La videocamera avrebbe anche registrato la sagoma dell’aggressore in piedi per strada subito dopo aver sferrato il colpo, bloccato per un istante sul posto, incerto su quanto fosse accaduto davanti ai suoi occhi, per poi abbassare lo sguardo sul proprio pugno, ficcarsi la mano nella tasca del piumino, allontanarsi rapidamente di dieci passi verso nord, confuso, poi furtivo, calcarsi ancor più giù la visiera del berretto, varcare una soglia buia, aprire la pesante porta di metallo. Il dissolversi di uno spicchio di anonimato in un altro anonimato. La strada silenziosa, solo per un momento, e poi l’aiutocameriere e il direttore e la cameriera che comparivano, chini sul corpo che giaceva bocconi a terra, e carrozzine che andavano e venivano sul viale – sarebbero state numerose, naturalmente, se non ci fossero stati neve, vento e buio – e allora avrebbero potuto esserci dei testimoni oculari dai negozi vicini o fra i passanti, pronti a confermare l’entrata e l’uscita dell’uomo da quella porta.

Per com’è andata, è stato come farsi calare nella più bella delle poesie, ed essere trasportati in un paesaggio gelido, con gli occhi bendati, e fatti girare, per poi essere sbendati e costretti, allora, a inventare nuovi modi di vedere.

Può anche darsi che se le videocamere del ristorante fossero state disposte con una diversa angolazione avrebbero visto Pedro Jiménez rientrare con dei fiocchi di neve sulle spalle, piegare il berretto e ficcarselo in tasca, appendere il piumino su un gancio di metallo vicino alla porta. In quel caso avrebbero visto Pedro ritornare verso il piumino pochi secondi dopo e infilarla dietro molti cappotti asciutti per celarne l’umidità. Avrebbe anche potuto essere colto mentre affondava il berretto da baseball ancora più a fondo nella tasca. Sarebbe forse stato possibile scorgerlo anche mentre, svoltando l’angolo verso il bagno, si fermava a mettersi i palmi delle mani sulla faccia angosciata per tenderne con forza la pelle, scuotendo la testa velocemente, come per scrollarsi via dalla vita quegli ultimi minuti prima di tornare alla sua postazione di lavapiatti. Un’altra prospettiva avrebbe potuto mostrare il terrore sul suo viso man mano che, più tardi nel pomeriggio, emergevano dettagli dalle parole del cuoco, del direttore, delle cameriere e dei poliziotti, tutti assiepati in cucina, mentre lui lavava la padella che aveva cotto il salmone di Mendelssohn. La videocamera avrebbe potuto mostrare gli sguardi fra lui e Dandinho quando i poliziotti avevano preso da parte Pedro per interrogarlo, o l’espressione sul viso di Dandinho accanto alla porta d’entrata, o le occhiate che entrambi si lanciarono alle spalle nel lasciare il ristorante quella sera tardi, controllando la direzione delle videocamere piazzate accanto all’ingresso dopo che ormai i poliziotti avevano già scaricato il filmato per esaminarlo.

Nulla di ciò era già visibile: l’omicidio, come la poesia, doveva aprirsi a qualsiasi cosa ancora da scoprire.

I poliziotti avrebbero potuto scaricare il filmato di quella sera dalla stazione della metropolitana, dove i due uomini, fermi in piedi, l’aria tetra, aspettarono il treno numero 4 per ritornare a Brooklyn. Ma chi avrebbe intuito il significato del loro silenzio? Chi avrebbe presagito ciò che Dandinho poteva dire a Pedro? Chi avrebbe indovinato che potevano aver stretto un patto? Chi avrebbe saputo interpretare il viso di Pedro quando, quasi due ore dopo, scese dal treno F a Coney Island e varcò il tornello di metallo? Chi avrebbe saputo comprendere il suo terrore mentre passava accanto alla bodega sulla 10th? Chi avrebbe indovinato quali pensieri lo frugassero dentro quando esitò all’angolo di Coney Island Avenue per poi dirigersi a sud verso l’acqua? Se anche avessimo accesso alle videocamere disseminate lungo il pontile, chi potrebbe affermare con certezza che l’uomo intento a ficcare il piumino e il berretto da baseball nel bidone dell’immondizia sia di fatto il colpevole? Cosa si può dedurre dal modo in cui osserva gli indumenti gettati via, che nessuno troverà mai? Cosa si può apprendere dal modo in cui si allontana? Cosa si può intuire da come fissa il mare? Che Paese c’è, laggiù? Quale passato? Chi può sapere quanti altri fallimenti gli tremano ancora nel pugno?

O forse le cose non stanno per niente così. Forse è raggiante. Pazzo di gioia. Può darsi che si senta forte e giustificato. Magari l’ha fatto per vendicare la figlia e i suoi bambini, la loro povertà, la loro tristezza, la perdita del padre, i peccati della loro madre. Forse c’è qualcosa di congratulatorio nel modo in cui cammina di ritorno dal pontile, superando lo spiazzo del luna park, sotto le luci ammiccanti. Forse sente che dovrebbe fare la stessa cosa con il figlio dell’uomo che ha ucciso. Forse starà pensando, vaffanculo Elliot Mendelssohn, adesso tocca a te.

Sta succedendo, come dice il poeta, e continuerà a succedere.

Pedro sarà arrestato sei giorni più tardi. Sarà incriminato. Si dichiarerà non colpevole. Sua figlia pagherà la cauzione per lui. La procura offrirà un patteggiamento. Pedro non l’accetterà. La procura dice che non farà sconti: omicidio di secondo grado. L’avvocato di Pedro dirà che dovrebbe beccarsi un’imputazione più lieve, omicidio colposo magari, ma Pedro dirà di no, che è troppo vecchio per la prigione, che preferisce battersi. Andrà a processo quasi un anno dopo. Toccherà alla giuria decidere. In una stanza dagli alti soffitti di Centre Street, in Lower Manhattan, esamineranno tutto con attenzione. Passeranno al vaglio le prove. Le ignoreranno. Le reintegreranno. In una sorta di scavo e riedificazione. Alla ricerca del solo momento di rivelazione che potrebbe finalmente tramutarsi in verità.

Ci saranno dottori e paramedici e cardiologi ed esperti di trauma da impatto, uno dirà che Mendelssohn è stato ucciso dal pugno, un altro dirà che è morto quando la sua testa ha colpito il suolo. Due esperti di videoanalisi forense chiederanno che siano accostate le tende in aula. Analizzeranno con cura il filmato per la giuria avvalendosi di sei schermi piatti: uno per il giudice, uno per l’accusa, uno per la difesa, tre per la giuria. Parleranno di compressione, risoluzione, immagini sfocate, orari, frequenza dei fotogrammi, analisi comparate. Mostreranno l’angolo di caduta. Indicheranno la breve apparizione dell’aggressore. Stringeranno e allargheranno. Si concentreranno sul berretto e sul piumino. Dibatteranno su singolari caratteristiche, note e ignote. Non saranno in grado di mostrare un volto riconoscibile. Tuttavia, mostreranno il filmato del litigio in cucina fra Dandinho e Pedro. Conteranno i minuti e i secondi della sosta in bagno di Pedro. Mostreranno Pedro mentre ritorna ai giganteschi lavelli sotto il poster dei Brooklyn Cyclones. Ne bloccheranno l’immagine per un momento, mentre sta tuffando le mani nell’acqua calda.

Quelle mani sono fredde? Quelle mani sono tormentate? Quelle mani stanno facendo soltanto quello che fanno sempre?

L’accusa chiamerà a deporre Elliot Mendelssohn. Il quale si serrerà la giacca e a grandi passi arriverà di fronte alla corte, poi s’infilerà nel banco dei testimoni. Tenterà con il fervore, la rabbia, l’ostinato silenzio, perfino con le lacrime, ma il giudice lo obbligherà a tagliar corto. La voce gli s’incrinerà durante il contraddittorio. Dirà di non aver mai incontrato l’imputato in vita sua. Esibirà il suo vezzo di alzare l’indice nel rispondere alle domande. Un lieve tremito gli agiterà il collo. Dirà che la morte di suo padre l’ha lasciato affranto. Si guarderà le mani come per controllare che quanto ha appena detto sia giusto. Dirà che non si riprenderà mai dal colpo. Implorerà e blandirà. Getterà una sola occhiata a Pedro, poi distoglierà rapidamente lo sguardo. Scenderà dal banco dei testimoni con due ovali di sudore evidenti perfino attraverso la stoffa della giacca. In fondo all’aula di Centre Street controllerà il cellulare, come se potesse trovare lì le risposte a tutte le domande.

I giorni si susseguiranno.

Convocheranno il direttore del ristorante, Christopher Eagleton, e la cameriera, Rosita Oosterhausen. La testimonianza di Rosita sarà concisa e garbata. Dirà che ha aiutato Mendelssohn a infilarsi il cappotto all’uscita. Dirà che era un dolce vecchietto, e che non sa proprio chi potesse volergli del male o perché. Dirà che il trauma l’ha portata a rinunciare al suo posto di lavoro. Dirà che non ha mai visto una morte tanto insensata. Scenderà dalla panca dei testimoni guardinga, raccolta, come imbarazzata dalla propria testimonianza. Getterà una furtiva occhiata a Pedro, che lui però non ricambierà. Christopher Eagleton apparirà nervoso, come se temesse di dire qualcosa che potrebbe ripercuotersi sugli affari del ristorante. Si allenterà la cravatta e dirà che è molto addolorato per la perdita del suo cliente preferito e che non ha davvero idea del perché possa essersi verificata una simile aggressione. Era presente nel ristorante, certo, e ha sentito scompiglio all’esterno. È uscito di corsa per dare una mano, ma non ha visto l’aggressore, nemmeno la sua sagoma, e c’è davvero poco altro che possa aggiungere. Dirà che si è chinato su Mendelssohn, all’apparenza già morto. Gli sembrava tutto completamente privo di senso. Di certo non aveva mai sentito Pedro dire una parola sbagliata su qualcuno, meno che mai su Mendelssohn. Lascerà il banco dei testimoni a testa china, i pugni affondati nelle tasche della giacca.

Alla corte sarà riferito che non si conoscono i movimenti di Dandinho, si suppone sia a Rio de Janeiro con una moglie e tre bambini, sebbene sia possibile che l’abbiano visto lavorare in un ristorante di Toronto, e forse anche in una braceria in South Carolina. Tutti sentiranno che i tentativi di rintracciarlo dopo i primi interrogatori sono stati infruttuosi. La difesa sosterrà che senza Dandinho non ci sono i presupposti per il caso. L’accusa dirà che le prove sono nette, e che la complicità di Dandinho nel crimine è semmai confermata dalla sua successiva sparizione. La corte convocherà Sally James che sarà appena tornata da Tobago dopo una settimana passata dal nipote per sistemare delle questioni finanziarie. Sarà gentile e confusa e avrà con sé un fazzolettino per tamponarsi gli occhi. Convocheranno Maria Casillias che testimonierà ammettendo che sì, al momento è in corso un’azione legale milionaria contro la Barner Funds, sebbene sia imminente un accordo. Dirà che sì, aveva raccontato a suo padre di aver perso il lavoro. Ammetterà, certo, di aver fatto il nome di Elliot Mendelssohn. Ma dirà che no, non gli ha mai detto niente della relazione. E sosterrà che lui non ha mai espresso rabbia, che non l’ha mai visto alzare le mani su nessuno, meno che mai contro un vecchio, che non è assolutamente possibile che suo padre abbia fatto una cosa del genere. Dirà che è assai più probabile che sia stato Elliot a uscire nella neve per dare un pugno a suo padre, è proprio il tipo che lo farebbe. Sarà sollevata un’obiezione. Accolta. Lei dirà che, va bene, magari non è stato Elliot, ma il vecchio potrebbe essere scivolato, è la cosa più logica, stava nevicando, non lo capite che è scivolato, non vi hanno detto che aveva bevuto due bicchieri di vino? Il giudice le ordinerà, con calma, di tenere a bada le emozioni. Lei scenderà dal banco dei testimoni guardando suo padre, per poi distogliere lo sguardo quando il suo ex marito uscirà dalla tribuna per prenderle la mano.

La corte chiamerà Pedro che, su consiglio dell’avvocato, non testimonierà. Rimarrà seduto in aula, inespressivo, mite, immobile, un uomo di difficile lettura. I giurati aspetteranno e ascolteranno. Soppeseranno i concetti di verità e menzogna: la verità con le sue lacune periferiche, e la menzogna con la sua ordinaria prassi espositiva. Passeranno al setaccio il vasto compendio di fatti e dati e congetture. Per loro sarà come cercare di estrarre la luce dalle tenebre, come lavorare in un pozzo, in una sacca, in un filone, in un condotto. Il giudice istruirà i membri della giuria sulle loro responsabilità e questi poi si ritireranno per deliberare. Guarderanno – una volta ancora – il filmato della caduta di Mendelssohn fuori dal ristorante. Guarderanno anche il filmato di Pedro e Dandinho in cucina. Chiederanno di rivederlo ancora e ancora, e ogni volta apparirà diverso. Bloccheranno Mendelssohn a mezz’aria, e quella stessa immagine diventerà il salvaschermo sulle loro immaginazioni: si risveglieranno con quella negli occhi per molti giorni a venire, per settimane, perfino mesi.

Dodici giorni di testimonianze, poi il verdetto. Registrato in video, naturalmente. Un’inquadratura alta studiata per non includere i volti dei giurati. La stanza rivestita di legno è ariosa e vasta. Il giudice è seduto in alto, di fronte. La bandiera a stelle e strisce da un lato. La bandiera dello Stato di New York dall’altro. Lo stenografo del tribunale alla sua destra. Gli avvocati sistemati uno da una parte, uno dall’altra. La sensazione che quello spazio sia lì da sempre, conservato in gelatina, un luogo che non cambierà mai.

C’è una finestra nell’aula proprio alle spalle di Pedro Jiménez. Quando lui si alza in piedi, blocca una porzione di luce. L’obiettivo impiega un momento per adeguarsi. L’immagine si slabbra, poi torna a fuoco. Lui ha la testa china. Le mani che si tengono, sotto la vita. L’abito di un azzurro speranzoso. Attende che il presidente della giuria, una donna, faccia un passo avanti. Mentre a voce alta viene letto il verdetto, chiude gli occhi.

Fuori il cielo è un immenso lenzuolo di grigio. Nessun movimento fra le nuvole.

Più videocamere in città che uccelli nell’aria.