In primavera aveva accettato di scrivere un racconto per il numero di fine anno di una rivista. Un lavoro piuttosto facile, aveva pensato in principio. A fine maggio si mise lì per buttare giù qualche possibile idea, ritrovandosi quasi subito in difficoltà, allo sbando. All’inizio dell’estate ci girò intorno per un paio di settimane, rincorse spunti e passaggi, ne lasciò alcuni in sospeso, ma si ritrovò poi a rimandare il tutto, relegando la faccenda in un angolo della mente. Di tanto in tanto ritirava fuori gli appunti, ma poi li rimetteva via.
Si chiedeva come potesse mai introdursi nel territorio di una storia di fine anno: immaginando una serie di fuochi d’artificio, forse, facendo scendere una sfera di specchi sul cuore di una città, oppure lasciando che la neve si spargesse lentamente sul vetro di una finestra?
Tutti gli incipit tentati – e appuntati sui taccuini – finivano nel buio.
All’inizio dell’estate approdò all’idea che forse avrebbe potuto sottrarsi alle sue stesse convinzioni relativamente a dove dovesse andare a parare una storia sul Capodanno, e scrivere un racconto militare, magari il ritratto di un soldato in un luogo lontano, un giovane americano, poniamo, in una terra remota.
Qualcuno che la notte di Capodanno fosse per esempio in una caserma in Afghanistan, e partire dalla semplice descrizione di un soldato dei marine: una giovane donna, magari, un po’ stremata dalla guerra, seduta sul limitare di una valle, al freddo, circondata da sacchi di sabbia, nella vastità quieta, lo sguardo puntato a oriente, sotto una rete d’acciaio di stelle, nel silenzio più completo, senza neanche il rattatatà delle mitragliatrici in lontananza, il feroce perimetro della realtà del soldato in contrasto con il pensiero di quello che forse stava succedendo altrove, per esempio a casa sua, in South Carolina, un’inesorabile periferia senza niente di speciale, diciamo, una casa un po’ guastata dal passare degli anni, un tubo rotto e penzolante lungo il muro del garage, magari con un ragazzo nel vialetto, un ragazzino, con la maglietta a righe e i jeans sdruciti, la bicicletta abbandonata a terra, ai suoi piedi, suo fratello o suo cugino o forse perfino suo figlio, sì, magari suo figlio.
Scrutando nella notte afghana – anche se sarebbe meglio essere precisi, e dunque lei potrebbe stare guardando l’oscurità gotica della Valle di Korengal, forse addirittura la cresta che sovrasta il villaggio di Loi Kolay – si sentirebbe trascinata dalla selvatichezza tipica dell’avamposto di ogni guerra, parecchi strati di nero a opprimere montagne diventate già buie, una zona dove anche gli alberi rachitici sembrano volersi sradicare dai crinali per scagliarsi sul fondo della valle, un’oscurità resa ancora più visibile dal velo di brina che riveste ogni cosa, i sacchi di sabbia, le barre d’acciaio delle armature, la mitragliatrice, una Browning M-57, l’impossibile estensione dell’orizzonte, l’enormità del cielo nero, dove fa talmente freddo che la giovane marine, chiamiamola Sandi, indossa un passamontagna sopra la faccia, sotto l’elmetto, e ha le punte delle ciglia congelate e le sembra di avere i polmoni ispessiti dal ghiaccio e quando guarda attraverso il piccolo varco fra i sacchetti di sabbia i denti le battono talmente forte che teme di scheggiarli, una sua segreta fobia, perché Sandi è grossa di fianchi e scarsa di seno e bruttina, per quel che la riguarda, e se dei suoi ventisei anni sente addosso il peso di ogni singolo giorno, dei suoi denti bianchi e forti invece va fiera, perciò afferra il bordo superiore del passamontagna e lo tira giù sulla bocca, e il tessuto è ruvido e grezzo, e sa di sintetico contro la lingua.
Sandi è lì da sola, nel suo avamposto roccioso. Improbabile, naturalmente, ma lui conosce alcuni marine rientrati a New York, ha ascoltato le loro storie, e sa bene quanto spesso la realtà superi la fantasia, perciò giustifica il fatto che sia lì da sola con l’idea che nella caserma del villaggio più in basso stia avendo luogo una festa di Capodanno, e Sandi abbia accettato di concedere agli altri marine una tregua, e di presidiare l’avamposto per un’ora, da sola, mentre la mezzanotte trabocca, mentre la sfera di specchi scende già in qualche posto lontano, perché tutti quelli della sua unità sanno che Sandi è gentile, Sandi è tranquilla, Sandi conosce la situazione e, a esser del tutto sinceri, a Sandi piace stare per i fatti suoi e le hanno dato un permesso speciale per il telefono satellitare che potrà usare allo scoccare della mezzanotte, dato che chi vorrebbe rimanere da solo, la notte di Capodanno, senza nemmeno avere la possibilità di chiamare casa e dire – e che cosa vorrà mai dire, Sandi?
(Deve ammettere di non averne la minima idea, per il momento.)
Ciò che lui sa per certo è che la sensazione di glaciale isolamento è importante, non soltanto perché è una storia che si svolge la notte di Capodanno, ma perché paralizza Sandi nella sua gabbia di solitudine umana, come accade alla maggior parte di noi, allo schiudersi di un nuovo anno, con lo sguardo rivolto al passato, al futuro, in entrambe le direzioni. Non solo, ma il lettore deve cominciare a sentire il freddo che artiglia Sandi su quella cresta, a 308 metri di altezza, al punto di identificarsi con quegli stessi alberi che vorrebbero sradicarsi e piombare giù a valle. Dovremmo percepire le nostre stesse ciglia che si congelano, e contrarre le guance per fermare il battito dei denti, perché, come Sandi, c’è qualcosa che dobbiamo vedere o capire, o quantomeno immaginare che esista, in un luogo lontano, e perché anche noi abbiamo la remota speranza che Sandi dirà qualcosa in quel suo satellitare. Magari non sarà un proponimento, ma perlomeno una risolutezza di qualche tipo, una piccola porzione di significato.
(Sebbene lui non abbia ancora idea di cosa potrebbe dire esattamente, lei comincia a farsi un po’ più complessa, e di questo lui è grato, perché la scadenza si sta avvicinando, deve consegnare al massimo per metà ottobre, perciò si mette al lavoro per tre o quattro giorni a fine settembre, nel suo appartamento sulla 86th, a New York, anche se gli sembra in qualche modo di percepire il freddo che arriva dalle colline afghane, e adesso vorrebbe riuscire a catturare l’essenza di cosa si provi nell’essere lontano da casa, nell’essere contemporaneamente in due o tre posti diversi, e spiegare la semplice idea che quello di cui abbiamo davvero bisogno la notte di Capodanno è il senso del ritorno, che sia alla Dublino delle sue origini, o alla Charleston di Sandi, o alla sua New York, o alla terra natale di Sandi che è, potrebbe essere, l’Ohio, anche se naturalmente Sandi può essere nata ovunque, ma l’Ohio sembra adatto, quindi diciamo Toledo.)
Ecco quello che sa ora: Sandi Jewell ha ventisei anni, è di Toledo, vive nel Sud, è un marine, se ne sta appollaiata dentro la sua mimetica a più di trecento metri d’altezza in un freddo estenuante, indossa un passamontagna, osserva l’oscurità afghana della vigilia del nuovo anno, in procinto di chiamare una persona cara con il satellitare lì accanto. (Si chiede, lui, cosa potrebbe succedere se una volta, l’anno prima, nel posto di guardia ci fossero state tre stufette elettriche, che però lasciavano trapelare una luce, così che un cecchino aveva abbattuto un altro marine semplicemente allineando il tiro verso il centro delle stufette, una triangolazione matematica perfetta, un incidente di cui Sandi potrebbe essere stata a conoscenza quando si è offerta volontaria per l’avamposto, aggiungendo un nuovo senso di angoscia alla storia: potrebbe forse succedere di nuovo, stavolta per via di una goccia di luce sfuggita al satellitare? Qualche giorno dopo decide di abbandonare l’idea: sarebbe fin troppo elementare cedere alla comodità di una morte per mano di un cecchino, e poi che razza di storia di Capodanno sarebbe?) L’essenza della storia di Sandi ha cominciato a depositare strati su strati, anche se lui non sa ancora chi sia la persona cara, o cosa potrebbe eventualmente esserci fra i due. Tuttavia, un certo mistero ha cominciato a legare insieme le cose.
Ciò che vede Sandi, o che lui immagina che Sandi veda: il ragazzino appoggia la bicicletta a terra sul vialetto, di una qualche periferia, in una Legoland di case, nei sobborghi di Charleston. È il cuore del pomeriggio nel cuore dell’America, otto ore e mezzo indietro rispetto all’Afghanistan. È un bel ragazzino alto e snello. Diciamo che è senza dubbio suo figlio (il desiderio di parlare con lui dev’essere immenso, e il potenziale per la tragedia, reale: cosa succederebbe se lei non riuscisse a parlargli? Che cosa succede se cade la linea? Che cosa succede se nella notte risuona uno sparo?). Lui ha quattordici anni, un po’ complicato, certo, perché s’era già deciso che Sandi ne avesse ventisei. (È davvero suo figlio? È credibile? È del tutto possibile?) Il ragazzino solleva il portellone ondulato del garage, il cuore martellante sotto la maglietta a righe bianche e blu, e sente gridare da dentro casa, una donna (chiamiamola Kimberlee) urla rivolta a lui (chiamiamolo Joel): Spicciati, Joel, sta per telefonare la mamma. E Joel è in ritardo, sa benissimo di essere in ritardo, e adesso è abbastanza cresciuto – in realtà, ha quasi quindici anni – per avere una fidanzatina e capire qualcosa della complessità di una perdita. Ha trascorso un intero pomeriggio con lei, laggiù vicino alle tribune del campo della scuola su Lancaster Street. Ha preso un impegno, starà insieme a lei più tardi, stasera, quando il vero orologio (quello americano) batterà la mezzanotte, ma prima deve parlare con la sua seconda madre in Afghanistan dalla cucina di casa della sua prima madre.
(E sebbene Joel la chiami «seconda madre», e conosca Sandi solo da quattro anni, ha un tatuaggio scarabocchiato con l’inchiostro all’interno del polso: K&S.)
Joel si precipita in casa, lancia la giacca sul tavolo della cucina, strattona una sedia, getta uno sguardo a Kimberlee e fissando le fessure sul pavimento di legno domanda: «Che ore sono adesso, lì da lei?».
Sandi è seduta nel buio, indossa un orologio fissato al polso, con il quadrante in alto, sopra il guanto rossiccio antincendio della Nomex, e aspetta il conto alla rovescia. Ci sono stati problemi con il segnale, in passato: chiamate interrotte, squilli a vuoto, satelliti guasti.
È ancora troppo presto per telefonare, ma lei preme lo stesso il tasto di accensione e tocca i rilievi dei numeri, come per una prova.
Laggiù, oltre l’avamposto, nient’altro che oscurità e biancore gelato. Lassù, sopra di lei, stelle come fori di proiettile.
Lui vorrebbe disperatamente creare una sparatoria da un versante all’altro delle colline afghane, o vedere una striscia di luce che non sia solo una metafora – un lanciarazzi, magari, o un proiettile vero che sfrecci e si conficchi in uno dei sacchetti di sabbia – per imprimere un tracciato nel cervello del lettore, per innescare fuochi d’artificio differenti alla vigilia del nuovo anno, e aumentare l’intensità del possibile strazio.
Ma il semplice fatto è che a prescindere da quello che immagina lui la notte afghana rimane muta, nemmeno l’ululato di un cane randagio, o un vago accenno di voci dall’avamposto.
A due minuti dalla mezzanotte Sandi lascia andare il passamontagna tra i denti e si allunga per afferrare di nuovo il satellitare. (Un’idea di ciò che lei potrebbe dire a suo figlio o, piuttosto, al figlio di Kimberlee, adesso lui ce l’ha.) Sandi accende la torcia che ha sulla fronte dell’elmetto, preme l’interruttore del telefono con decisione. Il pannello frontale s’illumina. Le hanno dato un codice. Si sfila i guanti per poter digitare i numeri senza errore. Ha un tatuaggio abborracciato sul lembo di pelle fra il pollice e l’indice, le iniziali del nome di qualcuno di molto tempo fa, qualcuno a cui lei non pensa più.
È mezzanotte in Afghanistan e primo pomeriggio in South Carolina.
Sta scrivendo questa parte (quasi) finale in Francia, dove si trova in viaggio dopo un evento editoriale. È metà settembre e la scadenza incombe. Alcune cose le sa per certo – Sandi non morirà, prenderà il telefono, comporrà un numero, chiamerà la sua compagna e il figlio della sua compagna, e dirà semplicemente «Buon anno», nel modo più consueto, e loro ricambieranno l’augurio, e la vita andrà avanti, perché è di questo che si tratta, a Capodanno, delle nostre relazioni, dei nostri legami, non importa quanto irrilevanti, e la storia sarà tranquilla e scivolerà essa stessa in un nuovo anno.
Nella cucina su North Murray Avenue, Kimberlee è in piedi accanto al piano di lavoro in attesa della chiamata, le mani poggiate, le dita aperte. Esposta di fronte a lei c’è la promessa di un banchetto: peperoni tagliati, cipolle, due dozzine di ostriche, una tazza di gamberetti lessati, pomodori, germogli di timo, limone, lime, olio d’oliva, sale, tre spicchi d’aglio per la bouillabaisse che ha deciso di preparare.
Kimberlee ha piazzato un secondo bicchiere da vino all’estremità del tavolo. Ha trentotto anni ed è alta, snella, carina, insegna all’università. Spasima per quella telefonata. Non parla con Sandi da una settimana, da subito dopo Natale, quando hanno litigato sul protrarsi dell’ingaggio di Sandi. Una telefonata diventata essa stessa un segno lontano, un batticuore a malapena ricordato. Kimberlee ascolta il vino fiottare contro la parete del bicchiere. Questo è per lei l’essenza della stagione: la solitudine, il desiderio, la bellezza. Prende un cucchiaio e comincia a mescolare.
È fine settembre, adesso la scadenza è pericolosamente vicina, ma a colpirlo è il fatto che la storia non ha un finale. Potrebbe restare con Kimberlee o tornare in Afghanistan, oppure potrebbe scivolare nel passato o potrebbe seguire Joel più tardi, quella sera, giù alle tribune con la sua ragazza (chiamiamola Tracey), oppure potrebbe discendere la collina verso gli altri marine che fanno festa o magari seguire il tracciato di un satellite o tornare da quel vecchio amore di Sandi, o perfino evocare vortici di neve dentro la notte.
È sul mare di Normandia. Le onde si spianano e s’inarcano sulle spiagge di Étretat.
Non riesce a scacciare questa frase dalla mente: I vivi e i morti.
Come fa la particella di una voce a essere trasmessa lungo una linea telefonica? Com’è che Sandi evoca una semplice frase, e i muscoli della sua gola si contraggono? Com’è che Kimberlee sente un suono e già la sua mano attraversa lo spazio verso il telefono bianco della cucina? Com’è che Joel prova una fitta di desiderio per Tracey? (Che aspetto hanno esattamente quelle tribune a mezzanotte?) (E, comunque, chi è il padre di Joel?) (E che cosa insegna Kimberlee all’università?) (Ha incontrato Sandi nel campus di un college?) (Quali erano i corsi che Sandi poteva frequentare?) (Sandi quand’è che si è trasferita dall’Ohio?) (È entrata nei marine dopo la fine di una storia?) (Prima di incontrare Kimberlee era sposata?) (Che iniziale è quella che ha tatuata sulla mano?) (Desidera avere un figlio suo?) Come fa una voce ad attraversare mezzo globo? Viaggia lungo cavi sottomarini, rimbalza dai satelliti? Come fa un quark a trasmettersi a un altro quark? Quanti secondi di ritardo ci sono fra la voce di Kimberlee e quella di Sandi? Un proiettile potrebbe coprire quella distanza a loro insaputa? Potrebbe esserci una morte, adesso, alla fine di questa storia? (Ci sono squadre di reclutamento femminile nella valle di Korengal?) (Ma esiste del tutto una cosa che si chiama Browning M-57?) Quanto è privata la telefonata? Chi potrebbe essere in ascolto? A questo punto della storia, potremmo creare un nuovo personaggio, supponiamo un agente di stanza a Kabul, una piccola e malvagia sezione della censura, impegnato a intercettare Sandi? Riusciamo forse a vederlo, laggiù, armato di cuffie, insensibilità, amarezza e rancore?
E che dire dei suoi stessi capodanni da bambino, a Dublino? Lui potrebbe mai svanire e farvi ritorno? Qual era quella canzone che suo padre cantava sempre? E che ne è stato di quei giorni in cui lui, a mezzanotte, correva fuori su Clonkeen Road sbattendo le pentole per salutare il nuovo anno? Che ne è stato di quel senso di promessa che il mese di gennaio portava sempre alla sua infanzia?
Ma più importante ancora – forse la cosa più importante – è: che cosa succede a Sandi quando prende la linea? Che genere di sentimento frugherà mai le sue vene nell’attimo in cui sente la voce di Kimberlee? Quale grande desiderio potrebbe inarcarsi fra loro due? O che genere di silenzio potrebbe scavarsi lungo la linea telefonica? Che cosa succederà se litigano di nuovo? Sandi descriverà il bunker dove si trova? Cercherà di esprimere al meglio quel buio? Batterà quei suoi bei denti nel freddo? Kimberlee si schiuderà immediatamente facendo ridere la sua giovane compagna? Il bicchiere si svuoterà del vino bianco? Le parlerà della bouillabaisse? Userà mai la parola amore? Quali saranno le prime parole di Joel per Sandi? Le dirà di Tracey? Le dirà che stanotte vuole andare alle tribune? Il padre di Joel (chiamiamolo Paul, vive più a nord, in una città universitaria del New Hampshire, è un biologo, attivista contro la guerra) saprà mai qualcosa di tutto questo? Da quanti anni è separato da Kimberlee? Sandi l’ha mai incontrato? Alla fine quanto durerà, la telefonata? Che cosa succede se cade di colpo il satellite?
Dove saranno i suoi stessi figli, in questa notte di vigilia?
Come possiamo tornare all’autentica semplicità dell’idea originaria? Come possiamo sedere insieme a Sandi nel suo avamposto isolato? Come possiamo guardare là fuori, nel buio?
(E comunque chi era quel marine rimasto ucciso?)
Il telefono suona: suona e suona e suona.