Era il primo Natale che trascorrevano insieme a Galway, madre e figlio. In un cottage nascosto lungo la costa atlantica, con le finestre azzurre e il tetto d’ardesia, rincantucciato vicino a un boschetto di sicomori. I rami erano sospinti verso l’interno dal vento. Spruzzi bianchi di salsedine soffiavano dal mare, atterrando morbidamente sulle alte siepi del giardino sul retro.
Durante il giorno Rebecca sentiva il ritmico andare e venire delle onde sulla battigia. Suoni che di notte sembravano raddoppiare.
Anche nel freddo piovoso delle sere di dicembre lei dormiva con la finestra aperta ascoltando il rollio dell’acqua risalire la bassa scogliera, raspare oltre il margine dei muretti di pietra, allungarsi verso la casa dove sembrava esitare, indugiare un momento, prima di dissolversi.
La mattina di Natale lei gli lasciò il regalo accanto al camino. In una scatola incartata e legata con nastri rossi. Tomas lacerò la carta e aprì la scatola, che finì in un mucchietto davanti ai suoi piedi. All’inizio non capì che cosa fosse: la tenne per le gambe, poi per la vita, la girò e la rigirò, se la strinse scura al petto.
Lei allungò una mano dietro l’albero e prese un secondo pacco: calzari e cappuccio in neoprene. Tomas si tolse le scarpe e la camicia: il corpo scarno, forte, pallido. Quando si sfilò i pantaloni, lei distolse lo sguardo.
La muta gli fluttuava addosso: gliel’aveva comprata di due taglie più grande perché ci potesse crescere dentro. Lui estese le braccia e prese a ruotare per tutta la stanza: non lo vedeva così felice da mesi.
Rebecca gli comunicò a gesti che fra qualche ora sarebbero scesi al mare.
Tredici anni e in lui c’era già scritta un’intera storia. L’aveva adottato a Vladivostok che ne aveva sei. Quando era andata in visita all’orfanotrofio, lo aveva visto rannicchiato sotto una coppia di altalene. I capelli biondi, gli occhi di un azzurro trasparente. Piaghe sul collo. Lunghe cicatrici sottili sulle reni. Gengive deboli e sanguinanti. Era nato sordo, ma quando l’aveva chiamato per nome, lui si era subito girato verso di lei: un segno, ne era certa.
Schegge della sua storia sarebbero per lei rimaste un mistero per sempre: i primi anni di vita, gli antenati dei quali lei non sapeva nulla, le voci secondo cui era nato nei pressi di una discarica. Possibili retaggi: mercurio, avvelenamento da radiazioni, percosse.
Lei sapeva bene in che cosa si stava cacciando, ma a quel tempo stava con Alan. Soggiornarono in un albergo squallido affacciato sul golfo dell’Amur. Giorni di bustarelle e panico. Angosciose telefonate nel cuore della notte. Ore e ore di sala d’aspetto. Una diagnosi di sindrome alcolica fetale li aveva fatti esitare. Tuttavia, dopo sei settimane erano ripartiti facendo dondolare Tomas in mezzo a loro. Sul volo dell’Aeroflot, il bambino aveva tenuto la testa appoggiata alla sua spalla. Alla dogana di Dublino, lei aveva compilato le carte con dita tremanti. Con la firma di Alan, il timbro aveva suggellato il documento. Lei aveva afferrato la mano di Tomas e, ridendo, erano corsi insieme oltre il gate degli arrivi: quel giorno compiva quarantun anni.
Erano bei giorni, quelli: una casa con tre stanze da letto a Stepaside, una sfilza di consulenti, terapisti, logopedisti, e perfino l’aiuto dei suoi genitori.
Adesso, sette anni dopo, era divorziata, viveva sulla costa ovest, i suoi genitori non c’erano più e il suo compito era raddoppiato. I risparmi erano agli sgoccioli. Le fatture scivolavano una dopo l’altra nella buca delle lettere. Girava voce che la scuola speciale di Galway potesse chiudere. Tuttavia, non si abbandonava ad amarezze e lamentele. Si guadagnava da vivere traducendo in inglese dall’ebraico: promesse di matrimonio, contratti commerciali, volantini per eventi culturali. E un paio di romanzi ricevuti da un editore di sinistra di Tel Aviv: il compenso era ridicolo, ma lei amava entrare nell’alterità, e i libri erano la sua barricata contro l’indifferenza.
Quarantotto anni e in lei c’era ancora bellezza, la carnagione olivastra, gli occhi a mandorla, il naso leggermente aquilino. I capelli scuri, la figura esile ed elastica. Nonostante fosse tutt’altra cosa rispetto alla straordinaria biondezza di suo figlio, nel piccolo villaggio si era inserita bene. Le piacevano le Gaeltacht, il tempo mutevole, la luce cruda, il vento dall’Atlantico. Infagottati contro il gelo, camminavano lungo il molo fra nasse, funi arrotolate e barche da pesca in disfacimento.
La pioggia percuoteva le finestre dei negozi con le imposte chiuse. Niente turisti in inverno. Al supermercato, le donne del posto spesso restavano a osservarli: più di una volta le avevano domandato se lei fosse la bean cabhrach – l’aiuto, la bambinaia, la levatrice – due paroline che Rebecca adorava.
Nell’amore che provava per lui c’era una viva punta di ebbrezza. La presenza dell’ignoto. Il cammino per uscire dall’infanzia. Il primo passo verso la persona che sarebbe diventato.
Certi giorni Tomas le prendeva la mano, restava con la testa sulla sua spalla mentre lei guidava per il villaggio, oltre gli edifici scolastici abbandonati, superando le casette imbiancate, verso casa. Rebecca aveva voglia di abbracciarlo forte, avvolgerlo, assorbire qualsiasi cosa gli capitasse. Soprattutto, aveva voglia di capire che tipo di uomo sarebbe affiorato da sotto quella pelle tanto pallida.
Tomas tenne addosso la muta per tutta la mattina di Natale. Si sistemò sul pavimento, tutto preso dai videogiochi, le dita agili sulla consolle. Da sopra il bordo degli occhiali, Rebecca osservava il movimento della banda grigia lungo la manica della muta. Sapeva che non avrebbe dovuto permettergli di fare quel gioco – carri armati, trincee, uccisioni, proiettili traccianti – ma era un piccolo sacrificio in cambio di un’ora di tranquillità.
Quest’anno niente rabbia, a Natale, niente combattimenti, niente lacrime.
A mezzogiorno gli fece segno di prepararsi: presto la luce sarebbe svanita. Teneva due mute nell’armadio della stanza da letto, ma le lasciò lì appese, tirò fuori invece delle scarpe da corsa, un anorak, una sciarpa calda. Sulla porta, Tomas si mise addosso il suo cappotto pesante, aperto, sopra la muta.
«Solo un rapido tuffo» disse lei in irlandese.
Non c’era modo di sapere quanto di qualsiasi lingua Tomas riuscisse a comprendere. Usava un linguaggio dei segni elementare, ma lei capiva parecchio dal suo portamento, dalla linea delle spalle, da come teneva la bocca. Perlopiù intuiva dai suoi occhi. Lui possedeva una bellezza maliziosa: gli occhi erano piccoli, sì, ma svegli. Della sindrome alcolica fetale non conservava altri segni esteriori, niente sopracciglia inarcate, niente labbro sottile, il prolabio non era piatto.
Uscirono in un raggio di luce così chiaro e terso che pareva fatto di osso. Non appena raggiunsero il muretto basso di pietra, una nuvola si mise di traverso e la luce ripiombò nel grigio. Isolate gocce di pioggia li pizzicarono in viso.
Era questo che lei amava dell’Irlanda occidentale: il suo clima cinematografico. Poteva scatenarsi una bufera in qualsiasi momento, e l’attimo dopo il grigio squarciarsi d’azzurro.
Uno dei muretti lungo il campo più in basso era stato rinforzato con dei tubi di metallo. Un lavoro di muratura del peggior tipo, in contrasto con qualsiasi tradizione locale, ma il vento passava sulle rigide bocche cave perforando l’aria con una serie di fischi inattesi. Tomas fece scorrere le mani lungo i tubi, uno per uno, modificando il canto del muretto. Lei era sicura che le sue dita sapessero misurare la vibrazione nel metallo. Piccoli momenti come quelli, che s’insinuavano all’improvviso, e le mettevano la carne a nudo.
A metà strada dal mare, lui prese a camminare alla Charlot: chino in avanti nella tempesta avanzava roteando un immaginario bastone da passeggio, la punta dei piedi all’infuori. Urlò euforico quando, superata una salita, avvistò l’oceano. Lei gli gridò di aspettare: più per abitudine, visto che era girato di spalle. Lui rimase sul bordo della scogliera, camminando sul posto. Un’imitazione quasi perfetta. Dove poteva aver visto Charlot? Forse in un videogioco? In qualche programma televisivo? A volte era convinta che, nonostante l’opinione dei dottori, prima o poi sarebbe riuscito a schiudere il guscio di quelle ambizioni impossibili che lei covava per lui.
Giunti al precipizio, al di sopra del faraglione di granito, indugiarono. Le onde si precipitavano sulla sponda in lunghi ghirigori bianchi. Lei gli diede qualche colpetto sulle reni, dove la muta si raggrinziva. Il cappuccio in neoprene gli incorniciava il volto lasciando spuntare delle ciocche bionde.
«Resta nell’acqua bassa, adesso. Promettimelo.»
Si affrettò a seguirlo scivolando sulle natiche. L’erba era fredda sulla punta delle dita. I piedi le slittarono nel fango, franando dalla piccola sporgenza nella discesa di sabbia grossa che portava giù. Le rocce erano viscide per via delle alghe. Un piccolo granchio se la svignò sparendo in una pozza scura.
Tomas era già immerso fino alle ginocchia nell’acqua dell’insenatura.
«Non andare oltre» gridò lei.
Era stata una nuotatrice, da bambina, aveva gareggiato per Dublino e per Leinster. In cameretta teneva appese in fila le medaglie. La coppa di un campionato disputato a Bruxelles. Si era parlato, a un certo punto, di una borsa di studio per un’università americana: una lesione a un muscolo rotatorio aveva messo fine alla sua carriera.
Nel caldo dell’estate aveva insegnato a nuotare a Tomas. Lui conosceva le regole. Niente tuffi. Restare nell’insenatura. Mai avvicinarsi alla base del faraglione.
Per due volte parve sul punto di doppiare il bordo di quella roccia scura infitta nelle acque più profonde: una volta quando vide un windsurfista, un’altra quando un kayak giallo gli sfrecciò accanto.
Lei agitò le braccia: non lo fare più, tesoro, d’accordo?
Lui ritornò da lei, sventagliò l’acqua bassa con le dita spruzzandogliela alta tutt’intorno, le braccia vorticanti alla Charlot.
«Smettila, ti prego» disse Rebecca con dolcezza. «Mi stai inzuppando.»
Lui continuò a spruzzarla, poi si girò, nuotò sott’acqua per dieci secondi, quattordici, quindici, diciotto, riemerse dieci metri più in là, boccheggiando in cerca d’aria.
«Su, forza. Per favore. Torna qui.»
Tomas nuotò verso il faraglione, lo scuro dei piedi che spariva nel mare. Lei rimase a guardare l’ondulazione della muta sott’acqua. Un’ombra lunga e lucida.
Uno stormo di uccelli marini si serrò in formazione sopra le onde basse, come per sfida. Lei s’irrigidì. Poi fece un passo, restò in attesa.
Ho commesso un terribile errore, pensò.
Si sbarazzò del cappotto e si tuffò. Il freddo la stordì da capo a piedi, scivolandole all’istante lungo la pelle.
Nel momento in cui riemerse dal mare, si accorse di aver lasciato il telefono nella tasca dei jeans. Tolse la batteria, lo scrollò dell’acqua.
Tomas era sdraiato sulla sabbia, guardava il cielo. Gli occhi azzurri. Il viso arrossato. Le labbra gonfie. Non era stato difficile tirarlo fuori dalla baia. Non aveva fatto resistenza. Lei lo aveva inseguito a nuoto, gli aveva messo delicatamente le mani sulle spalle, lo aveva tirato a riva. Lui adesso era lì, sdraiato, sorrideva.
Lei si strizzò i capelli bagnati, si girò per risalire la scogliera. Un’onda di sollievo le attraversò la schiena quando si girò a guardare: lui la stava seguendo.
Così di colpo, il cottage sembrava isolato: le piccole finestre azzurre, la mezzaporta lucida. Lui, fermo in piedi in una pozzanghera al centro della stanza, le labbra tremanti.
Rebecca infilò il telefono in un sacchetto di riso per eliminare l’umidità e lo scrollò. Niente telefono di riserva. Niente linea fissa. Il giorno di Natale. Alan. Non aveva nemmeno chiamato. Avrebbe anche potuto provarci, prima. Pensò a lui a Dublino, adesso, con la sua nuova famiglia, la loro casetta linda, i loro festoni, i loro drammi. Una semplice telefonata, pensò. Non ci sarebbe poi voluto molto.
«Tuo padre non ha neanche chiamato» disse, attraversando la stanza.
Si chiese se le parole fossero comprese appieno e, in quel caso, se riuscissero ad andare dritte al cuore: tuo padre, d’athair, abba… Che cosa gli risuonava dentro? Quanto era in grado di afferrare? Gli esperti di Galway avevano detto che la sua capacità di comprensione era minima, ma non potevano esserne certi, nessuno riusciva a scandagliare quella profondità.
Rebecca tirò giù la lampo della muta e rimosse delicatamente il neoprene. Lui aveva la pelle tesa e brufolosa. Le poggiò la testa sulla spalla. Emise un debole gemito.
Lei si sentì sciogliere e lo strinse a sé. Il freddo della sua guancia contro la clavicola.
«Mi hai davvero spaventata, amore mio, tutto qui.»
Quando calò il buio, si sedettero a cena: tacchino, patate, e un pudding natalizio acquistato in un negozio di cibi biologici di Galway. A Dublino, da bambina, lei era cresciuta con gli antichi rituali di Hanukkah. Era stata la prima in famiglia a sposarsi al di fuori della fede, ma i genitori avevano compreso: erano comunque pochissimi gli ebrei rimasti in Irlanda. A volte pensava che avrebbe dovuto ripristinare la routine della festività, ma restava ben poco, eccetto il vago ricordo che aveva delle passeggiate per Rathgar Road, al tramonto, mentre intanto contava le menorah alle finestre. Un numero che si riduceva di anno in anno.
A metà del pasto indossarono i cappellini colorati, fecero a pezzi i petardi di carta e aprirono le sorprese nascoste all’interno. Poi, un bicchiere di porto per lei e un’aranciata effervescente per lui. Una confezione di Quality Street. Si misero insieme sul divano, la guancia di lui sulla spalla di lei, il silenzio tutt’intorno.
Lei fece schioccare il dorso di una vecchia edizione rilegata. Nadežda Mandel’štam.
Tomas attivò il telecomando e afferrò il controller. Le sue dita volavano sui tasti: la maestria di un pianista. Lei si chiese se i suoi genitori possedessero altre attitudini, al di là dell’alcolismo, se allora si fossero mai affacciati dai finestroni di un conservatorio, o avessero dipinto nuove e audaci tele o lavorato assiduamente in qualche regno della poetica, contro ogni probabilità: un pensiero sentimentale, certo, ma ne valeva il rischio, speranza su speranza, un fioco barlume in un groviglio di neuroni.
La sera di Natale scivolò via, in un susseguirsi di gradazioni di buio fuori dalla finestra.
All’ora di andare a letto, lei gli lesse in gaelico qualche antica storia della mitologia irlandese. Miti che suonavano come musica. Gli occhi gli si accesero. Lei restò in attesa. Quella sua inquietudine. Quella sua rabbia. Furore notturno, lo definivano i dottori.
Gli accarezzò i capelli, ma Tomas trasalì e fece scattare il braccio. Le colpì con il gomito il lato del mento. Lei si portò la mano al viso. Vide una sottile striscia di sangue sulle dita. Si tastò i denti con la lingua. Intatti. Nulla di grave. Magari un livido l’indomani. Qualcos’altro da spiegare nell’emporio del villaggio. Timpiste beag. Un piccolo incidente, non si preoccupi. Ná bac leis.
Si chinò su di lui e incrociò gli avambracci dietro la sua testa in modo che non potesse sbattere contro la parete.
Le punte dei capelli scosse dal fiato di lei. La pelle chiazzata di piccoli brufoli scuri. I primi segni dell’adolescenza. Che cosa sarebbe successo negli anni a venire, quando la volontà di quel giovane corpo avesse travalicato la sua forza? Come avrebbe fatto a tenerlo fermo? Di quale disciplina avrebbe avuto bisogno, di quali metodi di costrizione?
Gli si fece più vicina, e lui affondò la testa nel morbido dei suoi seni. Il momento dopo stava nuovamente dimenandosi nelle lenzuola. Gli occhi aperti. I denti serrati. Quel suo sguardo: a volte lei si chiedeva se la paura non sconfinasse nell’odio.
Allungò una mano verso una cappelliera rossa sistemata sotto il letto. Dentro c’era un elmetto spugnoso rivestito di pelle nera. Lo tirò fuori. I Kilmacud Crokes sono Magici! era scarabocchiato a lettere d’argento su un lato. Alan l’aveva indossato ai tempi in cui giocava a hockey. Se Tomas si fosse svegliato ricominciando a colpire, quello lo avrebbe protetto.
Gli sollevò la nuca e glielo infilò, gli lisciò i capelli all’indietro e gli allacciò la chiusura sotto il mento. Delicatamente, fece leva per aprirgli la bocca e gli mise fra i denti un morso di gommapiuma perché non si spaccassero.
Una volta le aveva morsicato il dito mentre dormiva e lei si era data due punti: un vecchio rimedio imparato da sua madre. Aveva ancora la cicatrice sull’indice sinistro: una piccola falce rossa.
Si addormentò nel lettino accanto a lui, poi si risvegliò, per un momento incerta di dove fosse: i numeri rossi luccicanti della sveglia.
Il telefono, pensò. Doveva controllare il telefono.
Andò a prendere una bottiglia di vino bianco in frigorifero, attizzò il fuoco nella sua stanza da letto, mise Svjatoslav Richter nello stereo, sistemò i cuscini, si tirò su una coperta fino al mento, aprì la bottiglia e versò. Il vino risuonò dolce contro il vetro del bicchiere, un conciliatore del sonno.
La mattina dopo Tomas era sparito.
Lei sollevò la testa con aria assonnata, si avvolse la coperta ben stretta intorno al collo. Un frangente di luce sprizzava attraverso i sicomori spogli. Girò il cuscino dal lato fresco. Si sorprese nel vedere l’ora. Le nove. Aveva ancora l’alito fatto di vino, la bottiglia vuota era sul comodino accanto al letto: si sentì vagamente infedele. Restò in ascolto dei movimenti. Niente videogiochi, niente televisione. Uno spiffero gelido, forse una finestra aperta da qualche parte nel cottage. Si alzò avvolta nella coperta. Il pavimento freddo le punse i piedi scalzi. Accese il telefono. Un breve sfarfallio, un trillo, poi più niente.
Il soggiorno era deserto. Aprì con una spinta la porta della cameretta, vide la lingua penzolante delle lenzuola e l’elmetto sul pavimento. Lasciò scivolare giù dalle spalle la coperta, controllò sotto il letto, spalancò l’armadio.
In soggiorno, il gancio dov’era appesa la muta ora era vuoto.
La metà sopra della porta di casa era ancora chiusa con il chiavistello. La metà sotto sbatteva, sconvolta dal vento. Lei si chinò per passarci sotto con indosso soltanto la camicia da notte. L’erba era friabile di brina. Il freddo le penetrò fra le dita dei piedi. L’eco del nome di lui le rimbalzò addosso dalle cime degli alberi.
L’erba alta le frustava con violenza le tibie. Il vento suonava le sue melodie sopra i tubi del muretto di pietra. Intravide un movimento rapido sul bordo della scogliera: una figura china che si lanciava verso il basso per poi sparire a balzi lungo il precipizio. Riapparve qualche secondo dopo, quasi uscisse dal mare. Un ariete dalle corna curve e appuntite. Sfrecciò lungo i campi, sparendo oltre un passaggio fra i cespugli.
Rebecca gettò un’occhiata giù, nell’insenatura. Niente scarpe sulle rocce. Né montgomery. Nulla. Forse non era nemmeno venuto lì. Buon Dio, la muta. Non avrebbe mai dovuto comprargliela. Di due taglie più grande, e solo per risparmiare.
Si mise a correre sulla scogliera, scrutando tutt’intorno al faraglione. Il vento soffiava con ferocia. Il mare giaceva nero e d’argento, uno specchio antico, maculato. Chi c’era laggiù? Forse la barca di un guardacoste. O un canoista mattiniero. Un’imbarcazione da pesca di qualche tipo. Il vento respirava dall’Atlantico. La voce di Alan nella testa. Cos’è che gli hai comprato? Una muta? Cristosanto, ma perché? Quanto distante poteva arrivare a nuoto? Laggiù c’erano delle reti. Sarebbe potuto restarci impigliato.
«Tom-as!»
Forse riusciva a sentirla. Un suono nelle orecchie, magari, una vibrazione dell’acqua che gli riaccendesse i timpani.
Scandagliò le onde. Riprenditi. Controllati, maledizione.
Riuscì quasi a vedersi dall’alto mentre si girava per tornare al cottage: la camicia da notte, i piedi scalzi, i capelli sciolti, sferzata dal vento bagnato. Niente telefono, nessun cazzo di telefono. Avrebbe dovuto prendere la macchina. Guidare fino in città. I Gardaí. Dov’era la stazione di polizia? Come mai non lo sapeva? Chi dei vicini poteva essere a casa? Cos’è che gli hai comprato? Ma che razza di madre sei? Quanto vino hai bevuto? Sindrome alcolica fetale.
Le raffiche piegavano le lame d’erba. Avanzò barcollando oltre il muretto, dentro il giardino, torturata da un dolore acuto alla caviglia. Gli alberi sul retro s’inchinavano nel vento. I rami maculavano d’ombre i muri. La mezzaporta sbatteva avanti e indietro sui cardini. Lei vi s’insinuò sotto, di nuovo verso la sua cameretta. I Kilmacud Crokes sono Magici!
Il telefono continuava a non funzionare.
Al bancone, in cucina, accese il computer. Lo schermo s’illuminò – Tomas a sei anni a Glendalough, capelli biondi, pantaloncini rossi, le maniche della maglietta al vento mentre bighellonava fra l’erba verso il lago. Aprì Skype, compose il solo numero che conosceva a memoria. Al sesto squillo Alan rispose. Gesù. Cos’è che aveva fatto? Era uscita di testa, cazzo? Avrebbe chiamato la polizia, e pure la guardia costiera, ma gli ci sarebbero volute tre o quattro ore di macchina da Dublino. Telefonami quando lo trovi. Muoviti. Trovalo e basta. Cazzo, Rebecca. Riagganciò in un improvviso, feroce silenzio.
Quando lei chiuse Skype, riapparve la foto di sfondo di Tomas.
Si precipitò nella sua stanza da letto, s’infilò a fatica la sua vecchia muta. Le strizzava il corpo, le tirava sul seno, le sfregava forte sul collo.
Fuori incombeva una minaccia di nubi. Scrutò l’orizzonte. Le isole lontane immobili, gibbose, simili a cetacei. Acqua grigia, cielo grigio. Molto probabilmente aveva nuotato verso nord. Là le correnti erano più deboli. Avevano nuotato insieme in quella direzione, durante l’estate. Sempre vicini alla riva. Interpretando lo scorrere delle onde. Dove spumavano contro le rocce, dove ripiegavano su se stesse.
Un piccolo peschereccio andava alla traina lungo la punta estrema della baia. Rebecca agitò le mani – ridicolo, lo sapeva – poi si affrettò a discendere la parete della scogliera, i piedi che sdrucciolavano sul sentiero bagnato.
A metà strada verso la spiaggia, si arrestò: le scarpe da tennis di Tomas erano lì, le punte precisamente rivolte al mare. Come aveva fatto a non vederle, prima? Sentì che se ne sarebbe ricordata per sempre: girò le scarpe al contrario, come se da un momento all’altro lui potesse infilarci i piedi e, camminando lentamente, tornare al tepore del cottage.
Niente orme sulla sabbia: era di grana troppo grossa. Nessun giaccone. Aveva lasciato il montgomery a casa? Ipotermia. Poteva insorgere nel giro di pochi minuti. Aveva comprato una muta troppo grande. Lui correva maggiori rischi di esservi esposto. Dove si sarebbe fermato? Da quanto tempo era uscito? Si era svegliata così tardi. Il vino. Aveva bevuto così tanto vino.
Infilò i capelli sotto una cuffia da bagno e tirò su la chiusura lampo della muta con uno strattone. I dentini erano duri.
Rebecca entrò in acqua lentamente, si tuffò. Il freddo la trafisse. Le sue braccia si levarono, su e giù, ancora e ancora. Si fermò, guardò indietro, si sforzò di proseguire. Le dolevano le spalle. Vedeva il suo viso a ogni bracciata: il cappuccio scuro, i capelli biondi, gli occhi azzurri.
Superato il faraglione, nuotò lungo la costa, con il suono delle onde nelle orecchie, una diversa sordità, il sangue che recedeva dalle dita delle mani, dei piedi, dalla mente.
Otto mesi prima dall’editore di Tel Aviv era arrivata una novella, una storia scritta magnificamente da un arabo israeliano di Nazareth: un lavoro importante, pensò.
Aveva cominciato a tradurre immediatamente, era la storia di una coppia di mezz’età che aveva perduto entrambi i figli. Si era imbattuta nella parola sh’khol. Aveva cercato forsennatamente un termine che la traducesse, ma nessuno le sembrava adeguato. Esistevano parole, ovviamente, per vedova, vedovo e orfano, ma nessun sostantivo, nessun aggettivo per un genitore che avesse perduto un figlio. Nemmeno in irlandese. Aveva cercato in russo, in francese, in tedesco, in altre lingue ancora, ma era riuscita a trovare analogie soltanto in sanscrito, vilomah, e in arabo, thakla per madre, mathkool per padre. Niente in inglese, però. L’aveva angustiata per giorni. Voleva essere fedele al testo, identificare l’invisibile, lacerato, squarciato, deprivato. Alla fine si era risolta a ricorrere al formale dolente, non abbastanza esatto, pensava, non vi era alcun mistero, né musica, non era per niente una traduzione adeguata, dolente.
Era quasi mezzogiorno quando la ripescarono per il collo della muta. La barca di un guardacoste. Quattro uomini a bordo. Crollò sul ponte, la faccia sulle tavole, ansimante. La portarono giù in cabina. Si chinarono su di lei. Una maschera. Dei tubi. I loro volti: confusi, sfocati. Le loro voci. Ossigeno. Una mano sulla fronte. Un dito sul polso. Il peso dell’acqua ancora addosso. Le battevano i denti. Cercò di alzarsi.
«Lasciatemi tornare là» li supplicò.
Il freddo le bruciava le viscere. Aveva l’impressione che le avessero divelto la spalla dall’incavo.
«Ferma, adesso, andrà tutto bene. Ma non si muova.»
L’avvolsero nelle coperte isotermiche argentate, le massaggiarono le dita di mani e piedi, la schiaffeggiarono in viso due volte, delicatamente, come per risvegliarla.
«Signora Barrington. Mi sente?»
Nell’azzurro degli occhi del capitano vide Tomas apparire, sparire. Gli toccò il viso, ma avvertì la barba pungerle la mano.
Il capitano prima le parlò in inglese, poi in irlandese, un che di brusco nel tono. Era sicura che Tomas fosse andato a nuotare? Poteva essere in qualche altro posto? L’aveva mai fatto prima? Che cosa indossava? Aveva un telefono con sé? Aveva qualche amico lungo la costa?
Lei tentò nuovamente di alzarsi, ma il capitano la trattenne.
Il vento schiaffeggiava le finestre della cabina, imbiancava la cresta delle onde. Dei gabbiani sfrecciavano acrobatici sull’acqua. Rebecca gettò uno sguardo alle carte nautiche appese alla parete, enormi tracciati di linee e colori. Le si accese dentro una fornace di dolore. Scrutò fuori, oltre la poppa, il divaricarsi della scia. La radio crepitò: una dozzina di voci differenti.
Lei, si accorse, stava emettendo i versi di un animale.
La barca rallentò di colpo, accostò a un molo d’attracco. Sottili frantumi di spuma le punsero il viso. Non riconosceva il posto. Un lampione brillava ancora contro l’azzurro del cielo. Un debole bagliore, una promessa di oscurità. Alcuni curiosi, assiepati accanto alle loro macchine, indicavano nella sua direzione. Fasci di luci rosse e blu frustavano le cime degli alberi. Rebecca sentì una mano sulla spalla. Il comandante la scortò lungo il molo. Una delle coperte le scivolò di dosso. Di colpo si rese conto di indossare la muta: l’oppressione, l’oscurità, il freddo. Una sequenza di mormorii. Fu colpita dalla vasta immobilità, dallo sconfinato silenzio, dalla completa assenza di vento.
Si girò, si liberò e fuggì. Sh’khol.
Quando la ripescarono per la seconda volta, vide un uomo correre verso di lei con un telefono cellulare, osservava lo schermo mentre la filmava riemergere dalle basse onde scure. Le puntava il telefono contro come un capo d’accusa: le fu chiaro che più tardi, quella sera, sarebbe stata su internet.
«Tomas» mormorò, mentre la caricavano in macchina.
A casa, un sedativo le intorpidì i sensi. Una poliziotta sedette in un angolo della stanza, in silenzio, attenta, una tazza di tè con il piattino in mano. Attraverso l’ampio vetro della finestra Rebecca vedeva delle figure aggirarsi, gettarsi occhiate alle spalle. Una, forse, stava scrivendo su un taccuino.
I Gardaí si erano installati in soggiorno. Di tanto in tanto squillava un telefono. C’erano macchine che risalivano lo stretto vialetto del cottage, pneumatici scricchiolanti sulla ghiaia.
Fuori qualcuno stava fumando. Ne avvertiva il sentore aleggiare per la casa. Si alzò per chiudere la finestra della stanza da letto. Qualcosa si è concluso, pensò. Qualcosa è finito. Non riusciva a individuare la sorgente di quella sensazione.
Dopo un momento di esitazione, attraversò la stanza a grandi passi. La poliziotta disincrociò le gambe, ma non si alzò dalla sedia di vimini. Rebecca uscì. In soggiorno regnava il silenzio, eccetto che per le scariche elettrostatiche di una radio della polizia. Una bottiglia di vino sul tavolo. Un cappellino colorato abbandonato. I rimasugli della loro cena di Natale ammucchiati nel lavello, gonfi di acqua sporca.
«Voglio unirmi alle squadre di ricerca.»
«È meglio che lei stia qui.»
«Non può sentire i vostri fischi, è sordo.»
«È meglio restare nel cottage, signora Barrington.»
Le sembrò di avere appena masticato un pezzo di alluminio, il dolore alla testa si fece di colpo gelido.
«Marcus. Il mio nome è Marcus. Rebecca Marcus.»
Aprì la porta della stanza di Tomas. Due poliziotti in borghese stavano passando al setaccio i cassetti dell’armadio. Sul letto c’era un piccolo sacchetto di plastica contrassegnato da una fila di numeri: conteneva dei capelli. Sottili e biondi. I detective si girarono a guardarla.
«Vorrei prendere il suo pigiama.»
«Mi dispiace, signorina. Non possiamo farle prendere niente.»
«Solo il suo pigiama, non voglio altro.»
«Una domanda. Se mi permette.»
Mentre il detective si avvicinava, lei gli sentì addosso una traccia di cannella, un’essenza del Natale. Le sferrò la domanda a bruciapelo, come un avversario sul ring.
«Come se l’è fatto quel livido?»
La mano le volò al viso. Sentì come se qualcosa di frastagliato le fosse stato cavato da dentro, lacerandole il palato.
All’esterno, le prime tenebre avevano preso possesso di ogni cosa.
«Non ne ho idea» rispose.
Una donna sola con un ragazzo. In un cottage sulla costa ovest. Bottiglie vuote di vino sparse intorno. Si gettò uno sguardo alle spalle: gli altri agenti la stavano guardando dal soggiorno. Sentì rovistare fra le pillole del bagno. Facevano l’inventario delle sue medicine. Un altro stava ispezionando gli scaffali dei suoi libri. Il Signore degli Anelli. Factory Farming. Il Kaddish. House Beautiful. Quel che resta del giorno. Quindi, era sospettata. Di colpo si sentì abbandonata. Si erse in tutta la sua statura e tornò in soggiorno.
«Chiedete a quella persona là fuori se per favore può smettere di fumare» disse.
Percorse il viottolo a colpi di clacson, tirò giù il finestrino, chiamò con un cenno il poliziotto: Sono il padre del bambino.
Alan aveva perso le guance delle sue occasionali bevute. La magrezza lo rendeva austero. Lei cercò di scorgere ciò che resisteva della sua personalità di un tempo, ma era del tutto rasato, e c’era in lui qualcosa di profondamente affettato, una giacca di tweed, un’esile cravatta annodata alta sul collo, una piega nei calzoni. Era come se si fosse vestito in terza persona.
Seppellì il viso nel montgomery di Tomas appeso accanto alla porta, poi crollò teatralmente sulle ginocchia, ma fece attenzione a ripulirsi dal fango quando si rialzò, e la seguì nella stanza da letto.
La poliziotta seduta nell’angolo si mise in piedi con un sorriso nervoso. Rebecca si vide di sfuggita riflessa nello specchio a figura intera: gonfia, scarmigliata. Alan misurò a grandi passi la stanza.
«Vorrei restare solo con mia moglie.»
Rebecca sollevò la testa. Moglie: era una parola che sembrava poter restare su una pagina, anche se la pagina stessa era immersa nell’oscurità.
Alan rimise a posto la sedia di vimini e fece un lungo sospiro. Era ovviamente alla ricerca della momentanea adulazione riservata a chi soffre. Aveva bisogno che la perdita fosse ben visibile su di lui. Perché non si era svegliata? domandò. La porta della sua stanza da letto era aperta o chiusa? Non l’aveva sentita, la sveglia? Tomas aveva fatto colazione? Quanto lontano riusciva a nuotare? Perché non le hai comprato una muta della sua taglia? Perché non gliel’hai nascosta? Glieli avevi imposti dei limiti? Lo sai che ha bisogno di limiti.
Lei ripensò a quella vita di un tempo sulle colline di Dublino, alla cucina luccicante, agli elettrodomestici bianchi, alle automobili tedesche nel vialetto ghiaioso, alle siepi potate, al sistema di allarme, alle videocamere di sorveglianza, ai limiti, certo, e a quanto la parola potesse estendersi prima di spezzarsi.
«Indossava i guanti?»
«Oh, ti prego Alan, finiscila.»
«Ho bisogno di saperlo.»
Le lucette rosse sulla sveglia sfavillavano. Erano trascorse dodici ore. Lei si sdraiò sul letto.
«No, non si è messo i guanti, Alan.»
Non riusciva a togliersi quel racconto israeliano dalla testa. Una coppia araba aveva perso entrambi i figli per malattie diverse nel giro di cinque anni: uno di polmonite, l’altro per una rara malattia del sangue. Era una storia semplice – piccola, intima, intensa. Il padre lavorava come gruista nell’area portuale di Haifa, la madre come segretaria in una ditta che produceva cartone ondulato. Le loro vite ordinarie erano state ribaltate. Dopo la morte dei figli, il padre aveva riempito un container con tutto ciò che possedevano e, utilizzando la gigantesca gru e i ganci, lo spostava ogni giorno in un nuovo punto del molo, collocandolo con attenzione lungo il fianco del mare: luccicante, giallo, chiuso con il catenaccio.
«Si sente invincibile, vero?»
«Oh, Gesù, Alan.»
Le squadre di ricerca erano disseminate lungo le falesie, i loro fischi inutili nell’aria, il nome di suo figlio respinto dal vento. Rebecca aprì le porte scorrevoli della veranda. Striature rosse ferivano il cielo. Il ramo errante di un sicomoro le sfiorò i capelli. Lei sollevò una mano. Un dolore tremendo le squarciò la scapola: la cuffia dei rotatori.
Nell’aria aleggiava del fumo di sigaretta. Girò l’angolo verso il retro del cottage. Una donna. In borghese. I fischi continuavano a giungere in brevi e acute raffiche.
Un senso di perdita le si era conficcato dentro. Rebecca chiese la sigaretta con un gesto, aspirò a lungo e con forza fino al filtro. Un sapore schifoso, pesante. Non fumava da parecchi anni.
«È sordo, capisce» disse, soffiando il fumo di sbieco.
Gli occhi della detective si accesero di tenerezza. Rebecca si girò e rientrò in casa, indossò il cappotto, riuscì dalla porta sul davanti e scese verso la scogliera.
Un elicottero perforò l’orizzonte buio, si librò per un momento proprio sopra il cottage, il faro puntato sui muretti di pietra, per poi virare bruscamente e proseguire su per la costa.
Lei si unì alle squadre di ricerca. Procedevano a gruppi di tre, tenendosi per le braccia. Un terreno pieno di buche, collinoso, sassoso. Di tanto in tanto udiva un sussulto da un gruppo vicino quando un piede inciampava in una pietra, o in una nassa abbandonata, o in un rottame. I muretti erano freddi al tatto. Il vento sfrecciò sotto un telo di plastica gettato via. Sui fili spinati spiccavano ciuffi di lana di pecora colorati: macchie di rosso e di blu.
Lungo la costa, in lontananza, dei gruppetti percorrevano le spiagge zigzagando nell’ultima luce del giorno. Decine di barche bordeggiavano le onde. Le campane sulle vecchie barche tintinnavano. Un peschereccio di Galway solcava il mare a vele bianche spiegate. Una flotta di kayak rientrava scivolando sottocosta.
La luna si levò rossa: una bellezza che le parve un crudo insulto. Tornò verso l’interno, scortata ai fianchi da due detective. Come sospesa fra loro, così le parve di sentirsi. Pallidi coni di luce spazzavano le ombre chiamate a raccolta.
Dentro una casa disabitata, priva del tetto e assediata da un gigantesco arbusto di rododendro, una voce alla radio disse: è stata ritrovata una muta, passo. Il detective levò un dito nel vento come per capire da che parte soffiava. No, non una muta, disse la voce, massima allerta, no, qualcosa in movimento, massima allerta, pronti a intervenire, pronti a intervenire, qualcosa di animato, un’increspatura nell’acqua, massima allerta, massima allerta, sì, un corpo, hanno trovato qualcosa, passo, un corpo, passo.
Il detective si allontanò da lei, varcò la soglia ricoperta di vegetazione, schermò la radio, rimase perfettamente immobile sotto il bagliore delle stelle finché la comunicazione si fece più chiara: solo un movimento nell’acqua, ignorare, avvistata una foca, ignorare l’ultima segnalazione, solo una foca, ripeto, ignorare, passo.
Rebecca conosceva bene la leggenda delle selkie. Immaginò Tomas zigzagare verso il largo, lucido, scuro, nascosto.
La detective bisbigliò nella radio: cazzo, stiamo attenti, qui con noi c’è la madre.
La parola le rimase sulla lingua, adesso: madre, máthair, em. Ripresero ad avanzare fra l’erba irta, dentro i tunnel delle loro torce.
Gli indumenti di Alan erano piegati sulla sedia di vimini. Teneva le ginocchia raggomitolate al petto. Un sibilo lieve giungeva dal pallore della gola. Sul cuscino di lei c’era un biglietto: Non mi hanno lasciato dormire nella stanza di Tomas, svegliami quando rientri. E poi, scritto malamente, Per favore.
Avevano interrotto le ricerche in attesa del mattino, ma lei sentiva ancora i pescherecci battere la costa a sirene spiegate.
Rebecca si tolse le scarpe, le mise accanto al camino della stanza da letto. Restavano solo piccole braci, un debole bagliore rosso. Il risvolto dei jeans era bagnato e appesantito dal fango. Non se li sfilò.
Si avvicinò al letto e si sdraiò sopra le coperte, si tirò addosso un plaid di crine di cavallo, diede ad Alan le spalle. Con lo sguardo fisso alla finestra, aspettò di veder sorgere una lama di luce che dividesse l’oscurità. Fuori, il raggio di una torcia disegnò un alone spettrale. Forse c’erano notizie. Sulla scogliera aveva fatto ruotare quel bastone immaginario. Dove aveva imparato quella camminata alla Charlot? Era un’assoluta sorpresa. Aveva dell’indecifrabile. Quel suo svelarsi lungo la scogliera.
Dal soggiorno provenivano le intermittenti scariche statiche delle radio. Quasi diciotto ore, ormai.
Rebecca affondò ancora di più la faccia nel cuscino. Alan si mosse sotto le lenzuola. Con il braccio le avvolse le spalle. Lei restò immobile. Dormiva o era sveglio? Come faceva a dormire? Il braccio la strinse più forte. La mano risalì sui capelli, le dita sul collo, il pollice sul profilo della clavicola.
Quello non era sonno. Non era sonno proprio per niente.
Gli spinse via il braccio con delicatezza.
Un’altra torcia si mosse su e giù al di là della finestra. Rebecca si alzò dal letto. Una spazzola col dorso dorato era posata sul ripiano del tavolino da toeletta. C’erano aggrovigliati i suoi lunghi capelli scuri. Se li spazzolò solo da un lato. L’orlo bagnato dei jeans le gelava le dita dei piedi. Andò alla sedia di vimini, si mise addosso una coperta e guardò fuori nella prima oscurità della notte.
Allo spuntare dell’alba vide la porta socchiudersi, la detective sbirciare dalla fessura. Nell’incontro dei loro sguardi passò un senso di calore.
Alan si mosse nel letto, pallido, e mormorò qualcosa, forse disse scusa. Il volto rosato. I capelli diradati. Le parve fragile, prossimo a dissolversi.
In cucina il bollitore stava già fischiando. Sul bancone erano state sistemate delle tazze per il tè. La detective avanzò di un passo e le toccò il braccio. Rebecca alzò di scatto gli occhi per incrociare i suoi, un breve momento d’intesa.
«Spero non le dispiaccia. Ci siamo presi la libertà. Ancora nessuna notizia.»
Quella parola, ancora, le diede una scossa. Un giorno le notizie ci sarebbero state. Era inevitabile che arrivassero.
«Abbiamo preso una delle magliette di Tomas dalla cesta dei panni sporchi.»
«Perché?» disse Rebecca.
«Per i cani» rispose la detective.
Lei provò l’improvviso desiderio di stringere quella maglietta, di respirarne l’odore. Afferrò il bollitore, cercò di versare l’acqua malgrado il tremito delle mani. Quindi, più tardi, laggiù sul promontorio ci sarebbero stati dei cani. Per cercare suo figlio. Si guardò riflessa nel vetro della finestra, vide solo lui. Il suo viso, in trasparenza, due, tre volte. In fuga, laggiù sul promontorio, inseguito dai cani, un ariete, un falco, un airone. Avvertì un senso di leggerezza gonfiarle il cuore. Una curva nell’aria. Un tuffo. Si aggrappò al bordo del bancone della cucina. Il lento, levigato scivolio del mare. La crescente oscurità sottomarina. Il manto freddo. Il coroner, la cappella funeraria, le corone di fiori, la tomba, la sepoltura. Si sentì vacillare. L’irrompere improvviso in superficie. Una selkie, boccheggiante in cerca d’aria. Fu accompagnata su una delle sedie, al tavolo. Cercò di chinarsi a versare il tè. Tutt’intorno vibravano voci. Le tremavano le mani. Qualsiasi esito era inesprimibile. D’un tratto le venne in mente che in casa non c’era zucchero. Avevano bisogno di zucchero per il tè. Sarebbe andata al negozio con Tomas più tardi. Dal giornalaio. Sì, ecco dove sarebbe andata. Verso l’interno, lungo le stradine tutte curve. Oltre le casette bianche. Attraversando il solo semaforo esistente. Con lui, oltre la bottega del macellaio, oltre il cartello che pubblicizzava le escursioni nelle isole, oltre l’allibratore, oltre l’albergo con le imposte chiuse, e il vicolo con i barilotti argentati di birra, fino al giornalaio sulla Main Street. Il trillo del campanello a forma di ancora. Il pavimento di linoleum bianco e nero. Lungo la corsia. L’odore pungente della paraffina. La rastrelliera dei giornali appoggiata sulle nasse, le cordicelle blu e arancioni penzolanti, vecchi cimeli che sapevano di mare. Sarebbe passata oltre le notizie della sua scomparsa. Pane, biscotti, zuppa. Fino allo scaffale dove tengono i pacchi gialli dello zucchero. Non possiamo stare senza zucchero, Tomas, secondo scaffale in basso, fidati, lì, da bravo, prendilo tu, per favore, dai, allunga una mano.
Non lo sapeva se l’aveva detto a voce alta, ma quando alzò lo sguardo, la detective era lì con una delle magliette di Tomas, il braccio allungato verso di lei, gli occhi lucidi. I bottoni erano freddi: Rebecca se li premette contro la guancia.
Dal vialetto giunse uno sfregare di rami contro qualcosa. Portiere di furgoni che si aprivano e si richiudevano. Sentì un guaito acuto, e poi zampe che raspavano sulla ghiaia.
Trascorse la mattina fuori, nei campi. Colonne di luce filtravano dalle nubi colorando il mare. Un vento leggero ondulava l’erba in cima alla scogliera. Indossava la maglietta di Tomas sotto la propria, aderente e calda.
Erano in molti a battere le spiagge. Maestri di scuola. Allevatori. Scolari che si tenevano per mano. Le barche che scandagliavano le acque erano triplicate.
All’ora di pranzo, inebetita dalla stanchezza, Rebecca fu accompagnata a casa. Una nuova quiete si era insinuata nel cottage. I poliziotti andavano e venivano quasi il loro fosse il frutto di una lunga pratica. Sembravano sfumare l’uno nell’altro. Come se avessero facce intercambiabili. Li riconosceva, in qualche modo, da come bevevano il tè. Era arrivato del cibo, insieme ai biglietti dei vicini. Ciotole di frutta. Lasagne. Bustine di tè e biscotti. Una cesta di palloncini, addirittura. Una preghiera a san Cristoforo scarabocchiata dalla mano di un bambino.
Alan si sedette accanto a lei sul divano. Posò una mano sopra le sue. Ci avrebbe pensato lui, disse, alle interviste con i media. Di quello non si doveva preoccupare.
Lei udì il rumore sordo delle onde lontane. Dal fondo del sentiero risalì il rombo pesante di un furgoncino della TV.
Telefonò un giornale della domenica, offrendo denaro in cambio di una fotografia. Alan si spostò in un angolo del cottage, mise la mano a coppa sul telefono, bisbigliò nel ricevitore. Le parve di sentirlo piangere.
Pagine del racconto israeliano erano sparpagliate sulla sua scrivania. Con appunti ai margini. Accanto ai fogli, la biografia di Mandelstam aperta a un quarto dall’inizio. La Russia, pensò. Avrebbe dovuto dirlo a quelli di Vladivostok, informarli di quanto era successo, compilare dei documenti. L’orfanotrofio. I gradini spaccati. I finestroni alti. Le pareti color ocra. Quel grosso quadro nel corridoio: il golfo dell’Amur, d’estate, uno yacht in acqua, acqua, sempre acqua. Avrebbe rintracciato la madre e il padre, spiegato che il loro figlio era scomparso nuotando lungo la costa occidentale dell’Irlanda. Un piccolo appartamento nel centro della città, un tavolino basso da caffè, un portacenere colmo, la madre pallida e riservata, il padre corpulento con una faccia da criminale. Colpa mia. Gli avevo regalato una muta. Tutta colpa mia. Perdonatemi.
Avrebbe voluto che il giorno si sfogliasse al contrario, che recuperasse la sua originaria luminosità, le sue possibilità, il primo tè del mattino, ma non fu sorpresa nel veder calare il buio.
Alan sedeva nell’angolo, raggomitolato sul suo telefono. Provò quasi tristezza per lui, per quei tesoro bisbigliati, per quelle insistenti suppliche e spiegazioni con i suoi bambini.
Sommò le ore: quarantotto. Quella notte, sdraiata accanto a lui, Rebecca gli permise di metterle un braccio intorno alla vita. Per il solo conforto del gesto. Lo sentì mormorare di nuovo il suo nome, ma non si girò.
La mattina si alzò e uscì dal retro, la rugiada le bagnò le scarpe di tela. Il furgone della TV ronzava più su, in cima al sentiero, invisibile. Passò sopra la grata che impediva il passaggio del bestiame. Le barre metalliche le premettero forte contro la pianta dei piedi. Un sentiero fangoso conduceva in cima alla collina. L’erba al centro era verde e non battuta. Il muschio lucidava i muretti di pietra.
Un pezzo di plastica lacera era aggrovigliato in alto, su una siepe. Lei allungò una mano, lo staccò e se lo ficcò in tasca: non aveva idea del perché.
L’acqua gocciolava dai rami degli alberi lì vicino. Qualche uccello rivendicava il suo territorio mattutino. Quel tratto di sentiero l’aveva sempre percorso soltanto in macchina. Sapeva che era il tratto di un’antica strada della carestia.
Rebecca si fermò un momento: il ronzio del furgone della TV in cima al sentiero sembrava cancellare il ritmo del mare.
S’inoltrò su per il pendio ripido, aprì la sbarra del cancello rosso, scavalcò il fango. Il paletto riscivolò preciso nel suo buco. Camminò sull’erba al centro del sentiero verso la cima e poi svoltò, lì dove il furgone della TV sostava con il motore al minimo accanto alle siepi. Dentro, stagliate contro un paio di tende trasparenti, tre figure giocavano a carte. Le tende si muovevano, ma le figure restavano fisse. Un uomo dormiva accasciato sul sedile davanti.
Alcuni adolescenti facevano gruppo dietro il furgone, dividendosi una sigaretta, il fiato che modellava nuvolette di bianco nel freddo. Quando lei si avvicinò, si diedero di gomito.
E poi lei si fermò, stupefatta da quello che vide. Solo, inaspettato, smarrito. Comparve non visto, dietro il gruppo. Una giacca da caccia marrone gli pendeva dalle spalle. Sotto, una felpa con il cappuccio. I pantaloni arrotolati alle caviglie. I lacci degli scarponi sciolti, le linguette ciondolanti. Emanava vapore, come se avesse camminato a lungo.
Aveva la bocca socchiusa. Il labbro coperto di muco. Fango e foglie fra le punte dei capelli. Sotto il braccio destro stringeva un involto scuro. L’involto scivolò giù, e lui lo bloccò al volo mentre camminava. Una lunga striscia grigia. La muta. Aveva con sé la muta.
Sh’khol. Non l’aveva ancora vista. Il suo corpo sembrava trascinarsi appresso l’ombra: lenta, riluttante, ma netta. Adesso le venne in mente la parola. Braccato. Sh’khol si poteva tradurre con braccato.
Dietro di lei si aprì la portiera del furgone della TV. La chiamarono per nome. Signora Barrington. Lei non si girò. Aveva l’impressione di essere a bordo di un’auto che sbandava.
Capì che c’era trambusto alle sue spalle, due, tre, quattro persone che si riversavano fuori dal furgone. L’inutile articolazione del suo nome. Tomas. Sei tu? Girati di qua, Tomas. Dal gruppetto di adolescenti venne un grido. Guarda di qua. Avevano tirato fuori i cellulari. Tomas! Tomas! Girati da questa parte, Tomas.
Rebecca vide un microfono antivento passarle davanti agli occhi. Si abbassò sulla sua bocca e lei lo spinse via. Un cameraman la spintonò. Eruppe un altro grido. Lei fece un passo avanti. I piedi le sdrucciolarono sul fango.
Tomas si girò. Lei lo prese fra le braccia. Un impeto di gioia.
Tenne il suo viso fra le mani. Il pallore, il bianco degli occhi. Uno sguardo, il suo, che apparteneva a qualcun altro, a un ragazzo con una diversa esperienza.
Le passò la muta. Era fredda al tocco e asciutta.
La notizia li anticipò. Come svoltarono l’angolo del giardino, furono accolti da acclamazioni. Alan si precipitò lungo il vialetto in pigiama, si bloccò bruscamente non appena scorse le telecamere della TV, portandosi la mano sull’apertura dei pantaloni di cotone.
Rebecca si fece largo tenendo Tomas per le spalle, lo guidò verso la porta di casa circondandolo fermamente con il braccio.
Nel cottage, un fascio di luce spolverava il pavimento. La detective era in piedi in mezzo alla stanza. Il badge con il nome scintillante. Detective Harnon. Rebecca si sorprese di riuscire a dare di nuovo un nome alle cose: alle persone, alle parole, alle idee. Avvertì un senso di calore salire su dalle reni.
I vestiti di Tomas sapevano di fumo di torba. Come capì in seguito, uno dei pochi indizi che avrebbe mai avuto a disposizione.
Il cottage si affollò alle sue spalle. Vide un fotografo oltre l’ampia finestra. Tutt’intorno squillavano i telefoni. Il bollitore fischiava sul fornello. Un senso di paura aveva irrigidito Tomas. Doveva rimanere sola con lui. Il fotografo puntò l’obiettivo contro il vetro. Nell’istante in cui balenò il flash, lei girò Tomas dall’altra parte.
La luce del mattino s’imprimeva sul pavimento della stanza da letto in piccoli rettangoli. Rebecca chiuse gli scuri della finestra. L’elmetto giaceva sul letto. Il pigiama era ordinatamente piegato e posato su una sedia. Bussarono alla porta, lei li ignorò. Tomas era scosso da brividi. Lei gli prese il viso fra le mani, lo baciò. Lui distolse lo sguardo.
La porta si aprì, con esitazione.
«Lasciateci stare, per favore. Lasciateci stare.»
Gli toccò il lato della guancia, poi gli tolse la giacca marrone dalle spalle. Un giubbotto da caccia. Ispezionò le tasche. Matassine di filo. Un piccolo batuffolo di pelo. Una bustina di fiammiferi bagnata. Lui sollevò le braccia. Lei gli sfilò la felpa da sopra la testa. Aveva la pelle tesa e foruncolosa.
Dai capelli gli cadde il frammento di una foglia. Lo fece girare, gli esaminò la schiena, il collo, le scapole. Nessun segno. Né tagli né graffi.
Abbassò gli occhi sui pantaloni che indossava. Jeans. Di gran lunga troppo larghi. I jeans di un uomo. Tenuti su con una vecchia cintura color porpora dalla fibbia dorata. Vestiario di un’altra epoca. Pacchiano. Antiquato.
Un dardo gelido le percorse le braccia.
«No» disse. «Ti scongiuro, no.»
Allungò una mano verso di lui, ma lui gliel’allontanò con uno schiaffo. Dietro di lei, di nuovo la porta. Si girò e vide la faccia di Alan: i lineamenti tesi allo spasimo, i minuscoli frammenti scuri degli occhi.
«Abbiamo bisogno che venga qui un detective» gli disse. «Adesso.»
All’ospedale, la mattina era ancora luminosa e nei bassi corridoi l’aria era immobile e ovunque c’erano impronte di fango e le mura giallastre incombevano minacciose e l’odore acre di disinfettante la spinse alla finestra e gli alberi all’esterno si ergevano statici e i gabbiani gracchiavano sorvolando i tetti e lei era lì di fronte alla prospettiva dell’inconcepibile – il groviglio di voci e di prove e di verità – e aspettava i dottori mentre i minuti trascorrevano e le infermiere percorrevano i corridoi e le barelle passavano e gli inservienti spingevano i loro pesanti carrelli e un inesauribile flusso di sofferenze umane si muoveva avanti e indietro nella sala d’attesa e ogni storia ogni sfumatura ogni pulsazione della città premeva contro la rete metallica delle finestre sbirciando all’interno.
L’acqua scorreva chiara e abbondante. Ne testò il calore sul polso. Tomas entrò in bagno, lasciò cadere a terra il maglione rosso, scivolò fuori dai calzoni color cachi, restò in piedi con indosso la camicia bianca, muovendo goffamente le dita sui bottoni.
Lei allungò una mano per aiutarlo, ma lui si scostò, poi mentre s’infilava il costume da bagno le fece segno di uscire. Quindi aveva intenzione di mettersi il costume mentre lei lo lavava? Va bene, era giusto, glielo avrebbe permesso.
La casa era tornata silenziosa. Soltanto il ritmo delle onde. Lei accese il suo nuovo cellulare. Una dozzina di messaggi. Se ne sarebbe occupata dopo.
Tornò in bagno con la mano sugli occhi.
«Ta-ta!» esclamò.
Lui era in piedi di fronte a lei, pallido e sottile. I calzoncini da bagno erano troppo stretti. Sul suo ventre snello vide un’adunanza di peletti disegnare una strisciolina che partiva dall’ombelico. Saltellando da un piede all’altro, lui portò le mani a coppa su quell’intimo profilo del suo corpo.
Non l’avevano toccato. Questo aveva detto la detective Harnon. Era un po’ disidratato, ma non l’avevano toccato. Nessun abuso. Né tagli. Né cicatrici. Avevano fatto ogni sorta di esame. Più tardi la detective aveva chiesto in giro nel villaggio. Nessuno si era fatto avanti. Non c’erano altri indizi.
Volevano che la settimana seguente andasse da loro per una perizia. Uno psicologo, aveva detto la detective. Qualcuno in grado di collegare tra loro le cose che erano accadute, ma Rebecca sapeva che non ci sarebbe mai stata alcuna risposta, non c’erano indagini che potessero decifrarlo, nessuna fotografia, nessuna mappa, né sentieri lungo la costa. Sarebbe tornata presto giù al mare a nuotare insieme a lui. Si sarebbero immersi con calma nell’acqua poco profonda. Lo avrebbe guardato affrontare con attenzione il faraglione. Lo avrebbe guidato lontano dalla corrente. Magari avrebbe avuto un’intuizione di qualche tipo, ma sapeva che non sarebbe mai riuscita a comprendere davvero, in modo definitivo.
La semplice grazia della sua ricomparsa era già abbastanza. Vivo, respiro, vado, torno. Nient’altro. Adesso sono qui, è tutto.
Rebecca controllò di nuovo l’acqua con le dita. Aiutò Tomas a scavalcare il bordo della vasca. Gli venne la pelle d’oca. Aveva costole sporgenti, esangui. Si addossò a lei, uscì dalla vasca. Gemette. Le dita dei piedi bagnati le gelarono i suoi, nudi. Gli gettò un asciugamano sulle spalle perché si scaldasse, poi lo guidò nuovamente verso la vasca. Lui vi entrò con entrambi i piedi, e lasciò che il calore gli salisse su per il corpo. Si portò di nuovo le mani a coppa davanti ai calzoncini. Lei gli mise una mano sulla spalla, con gentile insistenza lo fece inginocchiare.
Lui scivolò in avanti nell’acqua.
«Ecco fatto» gli disse in ebraico. «Adesso ti lavo questa zazzera.»
Si appollaiò sul bordo della vasca, gli afferrò le scapole, gli passò una pietra pomice sulla schiena, gli massaggiò lo shampoo fra i capelli. Aveva una pelle così trasparente. L’aria nei polmoni gli cambiava la forma della schiena. Gli mise del balsamo. Aveva capelli lunghi e folti. A breve avrebbe dovuto tagliarglieli.
Tomas grugnì e si chinò in avanti, con un dito fece schioccare l’elastico del costume. Lei sentì le sue spalle tendersi sotto le dita. Capì, a quel punto, di cosa si trattava. Lui si piegò nel tentativo di dissimulare quella parte di sé che premeva contro il tessuto. Rebecca si rialzò senza guardarlo, gli allungò il sapone e la spugna.
Impossibile essere un bambino in eterno. Una madre lo sei per sempre.
«Adesso puoi fare da solo» disse.
Si allontanò, chiuse la porta e rimase fuori in corridoio, in ascolto del suo respiro crudo e del costante sciabordio dell’acqua, il suo ritmo echeggiante contro il fievole percuotere del mare.