II

Ero di tre opinioni,

come un albero

in cui stanno tre merli.

Sono nato nel bel mezzo della mia prima arringa. Dovrebbe alzarsi, trovare un taccuino, buttar giù la frase, ma nella stanza si gela e il riscaldamento non è ancora partito, perciò preferisce non muoversi. Perlomeno le lenzuola sono ben tese e calde. Forse Sally è entrata a rimboccarle, perché sì, adesso gli pare di ricordare il tragitto, o i diversi tragitti, o, più precisamente, gli innumerevoli viaggi fatti in bagno. Sono nato nel bel mezzo del mio ultimo epico viaggio. Sopra di lui girano le pale del ventilatore. Il tuttofare ne ha invertita la normale rotazione. Com’è possibile che un ventilatore produca calore ruotando al contrario? Qualcosa a che vedere con il moto ascensionale dell’aria e il modo in cui fluisce una corrente. Se solo riuscissimo ad afferrare la corrente e a invertire la nostra rotazione. Sono nato nel bel mezzo della mia prima arringa davanti alla giuria. Strano riconsiderare le memorie a quest’età, ma cos’altro resta da fare? Che la prima edizione del suo libro, negli anni Ottanta, avesse venduto poco era stato uno choc: squisitamente pubblicato, squisitamente confezionato, squisitamente editato. Ogni possibile squisitezza. Anche con una bella iniezione di modestia si poteva comunque pensare che qualche copia qua e là l’avrebbe venduta, ma dopo tre mesi era finito sui banchi dei libri a metà prezzo. Sono nato nel bel mezzo del mio primo pubblico fiasco. Ma quando esattamente, sinceramente? Sono nato la prima volta che ho fatto l’amore con Eileen. Sono nato quando ho toccato la mano del mio Elliot neonato. Sono nato quando mi sono seduto nel cockpit di un Curtiss SO3C Seamew. Oh, tutte cazzate. Cazzate con le Z maiuscole. In verità, nacque nel bel mezzo di quel primo processo quando, assistente procuratore distrettuale imberbe, si alzò di fronte alla corte di Brooklyn e diede forma alle parole esattamente come le aveva immaginate, sentendole penetrare nell’aria, percependole fluttuare e agire sui volti tutti maschili della giuria, e su quello bendisposto del giudice da cui s’irradiava qualcosa di simile all’orgoglio. Un’arringa davvero inattaccabile, signor Mendelssohn. Capì in quel momento che non avrebbe mai mollato. La legge era la cosa per cui era nato. Quante ere sono trascorse? Dovrebbe metterlo per iscritto. Ma non è forse proprio questo il problema dell’età? Conservi i sentimenti, ma non le date. Trovi le date, smarrisci i sentimenti.

Carta e matita, Sally, mia cara, è chiedere troppo? Sono nato nel bel mezzo della mia prima perdita di memoria. Oh, diamine, perché non c’è mai della carta accanto al letto? E se usassi un registratore? Una di quelle minuscole meraviglie digitali. Magari ce n’è uno inserito nel mio BlackBerry – in fondo, ci trovi dentro di tutto. Ultimamente ha cominciato a infilarselo nel taschino del pigiama, e lì resta per tutta la notte, con la lucina rossa pulsante. Un congegno meraviglioso, foriero di tutti i più recenti trionfi e orrori nel mentre che lui dorme e russa. Colpi di Stato e guerre e rivoluzioni e ribellioni e altre tristezze ancora, tutte a tramar la fuga dal conforto del suo letto.

Interessante. Confezionano i pigiami in modo che il taschino poggi sul lato sinistro, sopra il cuore. Qualcosa di sanitario, forse? Un piccolo scomparto da perlustrare per il dottore. Un luogo dove tenere stent e tubetti e pillole in caso di attacco di cuore. Armamentario della vecchiaia. Dovrebbe chiederlo al suo vecchio amico dottor Marion. Perché il taschino sta sopra il cuore, Jim? Magari è solo un vezzo della moda. E comunque, chi diavolo se li è inventati i taschini del pigiama? E a che scopo? Un posto per un pezzo di pane o un cracker nel caso ci venga fame durante la notte? Un nascondiglio per lettere d’amore di tanti anni fa? Una custodia per l’alter ego, in attesa là fuori, dietro le quinte?

Oh, la mente errante trama la propria fuga: al di là della finestra coperta di brina, per poi sparire. E comunque, chi è stato a inventare il lato fresco del cuscino?

Muove un po’ le dita dei piedi sotto le lenzuola, le strofina insieme lentamente, lascia che il tepore gli risalga lungo il corpo. Non ha mai capito il sistema di riscaldamento di New York. Tutti questi condotti di vapore sotterranei e cisterne di petrolio e riunioni di amministrazione sulle caldaie, e ingegneri premi Nobel e architetti sputasentenze e specialisti del riscaldamento globale, un vero e proprio consorzio di cervelli, geni dal primo all’ultimo, eppure tutto quello che ti ritrovi la mattina è un clac clac clac terrificante. Dante nei sotterranei, intento ad avviare la caldaia. Dio santo, verrebbe da pensare che nel ventunesimo secolo dovrebbero essere in grado di risolvere il mistero di questa merda di riscaldamento, chiedo scusa per il mio francese, il mio polacco, il mio lituano, e invece niente, non ci riescono, non ce la fanno, non ce l’hanno mai fatta, forse non ce la faranno mai. Non accendono la caldaia fino alle cinque del mattino, sempre che fuori non ci sia la Siberia orientale. Il custode del palazzo è un campione di scacchi, viene da Sarajevo, una volta ha giocato contro Spasskij, non fa che vantarsi delle capacità del suo cervello, dice di essere un membro del MENSA, e nonostante questo non riesce a far partire quello stramaledetto impianto?

Afferra il BlackBerry, lo riporta in vita. Ancora ventidue minuti prima che i condotti si mettano in funzione come si deve. È tentato di trasgredire il suo rituale, e dare una prima occhiata a e-mail e notizie, invece fa scivolare nuovamente il BlackBerry nel taschino del pigiama. Sono nato nel bel mezzo della mia prima arringa davanti alla giuria e sono uscito su Court Street con passo baldanzoso. Non del tutto vero. Non c’è mai stata in me molta baldanza, nemmeno in quei giorni. Sempre indietro di un passo. Non certo un Joe DiMaggio o un Jesse Owens o un Wilt Chamberlain o chissà chi, a dirla tutta. La baldanza si manteneva invece ben attorcigliata al linguaggio, all’intonazione, alla forma delle parole. A volte restava sveglio per tutta la notte, chino sulla scrivania di mogano, a forgiare parole. Da giovane avrebbe voluto fare lo scrittore. La sorgente dell’Elicona. Sono nato nel bel mezzo della mia prima incoerenza. Le grandi arringhe non avevano nulla a che vedere con la sostanza. Era solo questione di stile. La parola giusta al momento giusto. Anche gli sciocchi sanno che un tocco di ricercatezza nel linguaggio può far risplendere qualsiasi fesseria. In tribunale studiava le facce dei giurati per capire quali parole raffinate potesse iniettar loro sottopelle. La grazia di un oratore e la forma di un serpente, gli aveva detto un collega una volta, o era la forma di un oratore e la grazia di un serpente? Un complimento in ogni caso. Anche il serpente striscia e sibila con grazia.

Eileen amava leggere le sue sentenze, specialmente negli ultimi anni, dopo la sua ascensione al soglio della Kings County Supreme Court, quando l’uno o l’altro dei quotidiani era sempre alle sue calcagna, il «Village Voice», il «New York Times», quello scartafaccio di New Amsterdam, com’è che si chiamava? No, non il «Brooklyn Eagle», quello è morto da un pezzo. Una volta fecero una vignetta su di lui, raffigurandolo come una mantide religiosa. Aveva odiato quella sua caricatura, le guance gonfie, gli occhiali appollaiati sul naso, quel piccolo rotolino di pancia mentre masticava con vigore un’altra mantide. Imbecilli. Si erano sbagliati in pieno. Solo le femmine mangiano il maschio, dopo un incontro d’amore. Ciò nondimeno, non era stato per nulla lusinghiero.

E per quale ragione ritraevano sempre i giudici come delle imponenti montagne di carne? Lui era sempre stato magro come uno stecco. Uno spilungone. Uno spaventapasseri. C’è più grasso su un coltello da macellaio, diceva Eileen. Tuttavia, i vignettisti come pure i disegnatori dei tribunali insistevano nell’arrotondargli un po’ le guance, o magari la pancia. Cosa che irritava Eileen oltre ogni dire. Aveva perfino cominciato a ridurgli le calorie, al punto che riusciva a stento a scorgersi di profilo nello specchio. Una volta pensava che il vero premio della vecchiaia sarebbe stato la rinuncia alla vanità, e invece di questi tempi è ancora più presente: il cedimento della pelle, le rughe, gli occhi stupiti nel vedersi. L’altro giorno si è scorto di sfuggita nello specchio, e come diavolo ho fatto a farmi venire la faccia del padre di mio padre? Più che arrivare, gli anni s’intrufolano, s’insinuano dalla porta seminando devastazione e lasciandosi dietro piatti vuoti, capillari rotti, occhi infossati, gengive doloranti, ma chi è lui per lamentarsi, ne ha avuti di anni per abituarsi, tanto per cominciare non è mai stato un Rodolfo Valentino e nonostante ciò si era aggiudicato la ragazza, l’aveva impressionata, le aveva rapito il cuore, l’aveva acciuffata, certo: Sono nato nel bel mezzo del mio primo grande amore.

Lascia ricadere il braccio dall’altro lato del letto. Saudade. Che bella parola. Portoghese. Avvicinati, Eileen. Raggomitolati qui contro di me. Mai parola più vera. La nostalgia per ciò che si è fatto assente.

Lei era solita dire che le sue prime performance nel tribunale di Brooklyn erano intrise di pazienza, malizia e astuzia. Di certo, un riferimento letterario di qualche tipo – era una fanatica di Joyce. Silenzio ed esilio. A casa, ogni mattina lei gli stirava le camicie e gli inamidava i colletti e ogni volta che vinceva una causa gli comprava un libro di poesie e una nuova cravatta dal negozio di Montague Street. Avrebbe potuto legarle insieme da lì all’officina del sudore dove sfruttavano i cinesi: le cravatte, non le poesie. Eileen doveva aver dato di che vivere alle operaie dello stabilimento di Gucci, visto il gran numero di cravatte che teneva appese nel suo armadio, precisamente disposte, ordinatamente sistemate in ranghi divisi per colore. I suoi capelli scuri, quel suo nasino impertinente, quell’unico neo sul profilo della guancia. Era bella e lo sarà per sempre, come la ragazza della canzone. Bella era e sempre sarà, chiaro di luna fra i capelli. A volte spruzza un pizzico del suo profumo sul cuscino, tanto per sentirne la fragranza e fingere che lei sia ancora lì. Sentimentale, certo, ma che cos’è la vita senza sentimento? E ammettiamolo pure, quand’è stata l’ultima volta che ha avuto un attacco di lussuria come ai bei vecchi tempi?

Consulta il BlackBerry, lui dovrebbe saperlo. Dopotutto, sembra essere al corrente di qualsiasi altra cosa: figli capricciosi, figlie affrante, un nuovo sversamento nel Golfo del Messico.

Sente che Sally è già in piedi e sta dandosi da fare in cucina. Il rumore dei cucchiai, la sistemazione del piattino. La tazza poggiata, il tintinnio del bicchiere per il succo. Il frullatore tirato giù dalla credenza con malagrazia. Il lieve sibilo della guarnizione della porta del frigorifero. Lo scricchiolio del cassetto in basso. Carote, fragole, ananas, arance. E poi il forte schianto del ghiaccio. Il succo. Sally dice che dovrebbe chiamarlo frullato, ma a lui la parola non piace, semplice, non c’è proprio niente di poetico in un frullato. Mentre l’altro giorno arrancava lentamente lungo il parco – non c’è altro modo per dirlo, ogni giorno adesso è un lento arrancare – ha visto una ragazza su una panchina vicino al reservoir con la parola succoso scarabocchiata in rosa sul fondoschiena, e doveva riconoscere, anche alla sua età, che non era lontano dal vero. Con mille scuse a Eileen, naturalmente, e anche a Sally, a Rachel, a Riva, a Denise e a MaryBeth, ad Ava senza dubbio, e a Oprah, e a Brigitte, e perfino a Simone de Beauvoir, perché no, e a tutte le altre donne del mondo, chiedo scusa a tutte, ma era davvero molto, molto succoso. Per come rimbalzava, con quel piccolo bordo di pelle bruna in alto e quella zona di scuotimento in basso, e una volta, molto tempo fa, avrebbe saputo davvero come spremerlo, oh, altro che frullato. Lo accompagnava una certa reputazione, ma per lui erano soltanto giochi inoffensivi. Non aveva mai deviato, anche se doveva ammettere una certa pendenza. Perdonami, Eileen, da te dipendevo e tuttavia pendevo, pendevo, pendevo. A lanciargli occhiatacce erano i suoi colleghi più conservatori. Un branco di prugne avvizzite e pudiche: come diavolo erano riusciti, lasciando da parte le idee politiche, a farsi eleggere? Cosa credevano, che un uomo dovesse nascondere la propria natura sotto un sudario da giudice? Che dovesse rificcare la testa indocile sotto il guscio? Che l’unico rumore che potesse produrre era quello del martelletto? No, no, no, si trattava di afferrare la scorza della vita. Estrarne la linfa. Dimenticare la polpa. Cavarne il succo. Con giudizio. Il giudizio del giudeo.

Oh, il vorticare della mente. Scusa, Eileen. Un tempo ero appassionato, ecco, questa è la parola. Magari perfino un po’ civettuolo. Ma niente di più. Mai stato tipo da molestie. Quella era una cosa che invece era passata al piccolo Elliot. Purtroppo. Guardalo, adesso, quel povero ragazzo. Ma piantiamola qui, di questa storia ne ho abbastanza. Non è certo l’ideale cominciare la giornata con quel figliolo indocile che arraffa con gli occhi, le mani, le orecchie, la gola, il portafogli.

Sente partire il debole ticchettio. Andiamo, calore, datti una mossa. Risali i condotti.

Com’è che New York non ha mai generato un figlio geniale che risolvesse i problemi del riscaldamento? Verrebbe da pensare che con tutti i bambini nati in questa fragorosa metropoli ce ne sia stato almeno uno infastidito dal fracasso delle tubature e dal sibilo del vapore, no? Verrebbe da pensare che magari lo potrebbero risolvere questo loro dilemma quotidiano, giusto? E invece no, macché. Se ne vanno a produrre i loro milioni a Wall Street e a Broadway e a Palo Alto e a Los Alamos o chissà dove, e però continuano a tornare a casa in un appartamento progettato per i trogloditi.

E comunque quanto varrebbe oggi quest’appartamento dimenticato da dio? Mezzo milione ventisette anni fa. Venduto quello in pietra arenaria di Willow Street, erano migrati nell’Upper East Side. Tutto per far contenta Eileen. Lei adorava passeggiare lungo il Great Lawn di Central Park, riposare nei pressi del reservoir, per poi proseguire fino al panificio Greenberg. Aveva perfino attaccato una mezuzah sullo stipite della porta. Per proteggere tanto l’investimento, quanto il resto. Due milioni di dollari, adesso, dicono, due virgola due, forse, due virgola quattro, e nonostante ciò non riescono a far partire il riscaldamento prima delle cinque di mattina? Riusciamo a piazzare un nero alla Casa Bianca e non riusciamo ancora a starcene al calduccio? Riusciamo a spedire una missione su Marte, ma stiamo qui a far congelare i coglioni a un brav’uomo sulla 86th East? Riusciamo a infilare il BlackBerry nei taschini del pigiama, dalla parte del cuore, e non riusciamo a far salire il vapore su per i muri senza tutto quel baccano?

Oh, ma ecco che arriva. Arriva. Il primo clic della giornata. Come se un uomo là sotto stesse aprendo a forza le tubature. Un secondo clic. Un terzo. Poi un colpo. Uno schianto un botto una percossa. Brav’uomo, Dante. Davvero una divina commedia. Lasciate ogni speranza. I tubi si scaldano a colpi di jazz. Magari. Risvegliami, Thelonious Monk. Vieni ad abitare per un po’ nei miei, di condotti. E visto che ci sei, fai una capatina nelle fondamenta.

«Sally!»

Sente il frullatore triturare il ghiaccio, il balbettio delle lame, lo schiocco contro il contenitore di vetro.

«Sally!»

Il frullatore gradualmente rallenta, i suoni si attutiscono fino al silenzio.

«Sally, sono su!»

Il che, molto chiaramente, non è vero. Né in un senso né nell’altro.

Hanno montato una sbarra bianca di fianco al letto, e altri congegni ancora per aiutarlo a levitare la mattina. Elliot a un certo punto voleva perfino metterci un sollevatore. Quasi che lui fosse una specie di gigantesco container. Ti ci vuole un sollevatore, papà. Un sollevatore un paio di palle, figliolo. Un sollevatore ha bisogno di una sollevatrice e non solo per sollevarsi. Su Eileen, chiaramente, non avrebbe fatto colpo: lei amava versi di tutt’altro genere, e non simpatizzava quasi mai con quei suoi volgari doppi sensi. Era un’ammiratrice di quell’irlandese, quel Séamus Heaney, e aveva un debole per un’altra testa di capelli incolti di nome Muldoon. Andava alle loro serate di poesia ogni volta che ne aveva la possibilità. Rincorrere i bardi chiassosi era qualcosa che l’aveva sempre fatto sorridere. Una sera aveva lui stesso incontrato quei due poeti a una cena, al Waldorf: avrebbero dovuto scrivere dei versi sul pollo gommoso e sul fuggi-fuggi degli sfuggenti camerieri. Una volta attraversata la sala si era messo in fila, e, sfoderata la stilografica, aveva fatto firmare ai poeti un tovagliolo di stoffa, poi se l’era infilato in tasca – con il timore di essere colto con le mani nel sacco, un giudice giudicato – e l’aveva portato a casa a Eileen. Lei l’aveva afferrato e stretto al petto, poi gli aveva dato un meritato bacio della buonanotte: ci rivediamo nei miei sogni.

Che. Stramaledetto. Fracasso. Stamattina. Ma ecco, finalmente, lo strenuo sibilo del vapore. Gli pare già di sentirlo invadere la stanza. Buongiorno, Thelonious. È ora di alzarsi. E di brillare. Fa’ che Dio si glori della tua gloria. Katya glielo cantava sempre molto tempo fa. Insieme alle filastrocche del suo dreidel.

Si aggrappa alla sbarra e mette le ginocchia di traverso, si tira su fra le lenzuola e: per Dio! Adesso lo sente, sotto i calzoni del pigiama. L’ha infilato in un’imbottitura. Sì, un’imbottitura. Per dirla in altre parole, un pannolone. Perché accidenti lo fa? Uno stramaledetto pannolone. E quando diavolo gliel’ha messo? Come ha fatto a sfuggirgli? Ricorda il rumore del traffico su Court Street di milioni di anni fa, ricorda Heaney al Waldorf, e anche Muldoon, ricorda quando è nato come giovane avvocato, per la miseria, ricorda il negozio di cravatte sulla Montague, Katya e le sue ninnananne, ricorda di essere salito a bordo del Curtiss SO3C, e non riesce a ricordarsi di quando solo stamattina Sally l’ha schiaffato dentro a un pannolone?

I misteri oscuri della mente.

«Sally!»

Sarà anche alta e lunga, ma rapida di piedi proprio no. Non una tipa con cui partire in quarta. Sally in sella, avanti, marsh!

«È in arrivo, signor J.»

Be’, dicono così anche di Hanukkah. Dicono così del ventiduesimo secolo. Dicono così della fine del mondo visibile. Affrettati e aiutami, donna. Uno stramaledetto pannolone. Perché diavolo m’hai appiccicato addosso quest’umiliante stronzata? Che ho fatto per meritarmelo? Quale crimine ho commesso? Quale crudeltà? Un pannolone! Ne avrei avuto bisogno ottantadue anni fa, proprio così, Sally, mia cara, e perdona il mio polacco il mio lituano il mio raffazzonato yiddish, ma che cazzo, donna, non ne ho certo bisogno adesso.

È quasi fuori dal letto, è praticamente sospeso a mezz’aria, quando sente un lieve rantolo e un sospiro, poi dei passi in corridoio. Lenti e strascicati. Sally si ferma, forse a riprendere fiato, e gli ci vuole un momento per capire se lei si stia avvicinando o allontanando. La pendola. Il bollitore. L’arrancare.

La crudeltà del tempo. Mai abbastanza quando ne hai bisogno. Sempre troppo quando non ti serve.

«Saaaally!»

Un altro sospiro, un sonoro ha-ha, altri quattro passi, e poi il ruotare della maniglia dorata della porta.

«Io essere qui, signor J.»

Lei è qui, lei essere qui, proprio nessuna regola grammaticale a Tobago? Imbarbariscono la lingua. La imbastardiscono. Nessun Chicago Manual of Style. Niente Strunk o White. Sally non riuscirà mai a entrare fra le pagine del «New Yorker», questo è certo. Neppure del «Times», e nemmeno del «Daily News». Potrebbe farsi largo per uno spazietto al «Post», ma solo per un peletto della sua barbetta.

Tuttavia ha qualcosa di grazioso nella cadenza. Parla con monete squillanti nella voce. Un tamburello nella gola. Ha ingoiato un uccellino, Sally James, il primo del mattino. Entra con disinvoltura, leggera come la cima di un albero, alta come una sequoia, solida come una quercia. La sua figura lo sovrasta da sopra il letto. Gli orecchini penzolanti. I capelli che spuntano fuori negli angoli più fantastici. Metà della vita trascorsa in quell’acconciatura. Bigodini e arricciacapelli e pettini e tutto l’armamentario. I primi giorni la sentiva alzarsi alle quattro del mattino, solo per arricciare, fonare, appuntare, intrecciare.

Ha un odore tutto suo, un buon odore, simile alla cera per mobili, cara Sally da Tobago, o da Trinidad? E comunque che differenza fa? E poi, siamo onesti, gliene frega qualcosa a qualcuno? Ha davvero importanza che venga dal nord, dal sud, da sopra o da sotto, da est o da ovest, quando la questione pura e semplice è che il pannolone che lui indossa dev’essere tolto in tutta fretta e discrezione? Adesso?

Come diavolo è successo, Sally? A che ora mi hai colto di sorpresa?

Immagina un po’, le brache del pigiama abbassate alle caviglie, il taschino ancora sopra il cuore, l’orologio del BlackBerry, tic-tac, e mi chiedo: che avrà mai pensato, o che cosa pensa, della mia attrezzatura? Non sono un uomo dal grande potenziale idraulico. Ormai l’avrà visto, sbobinato o bobinato, chissà quante volte. Ippocampato. Incappucciato. C’è solo da sperare che la creatura non nitrisca.

«Sally?»

«Sì, signor J.»

«Ho davvero bisogno dell’equipaggiamento invernale?»

È diventata la sua frasetta: l’equipaggiamento invernale. L’idea di chiamarlo pannolone lo irrita, e assorbente per incontinenti riempie troppo la bocca, o la mano, o il secchio. E com’è che lo chiamano i britannici? Hanno un tale dono per la lingua, i britannici, visto che ne hanno imparato l’uso dagli irlandesi, o così almeno diceva Eileen. Tuttavia, qui cascano anche i luminari. È pur sempre e comunque un panno. Pannolino, pannolone. Ma santi numi, chi è quel genio che se n’è uscito con una cosa simile? Quale razza di sapientone di Oxford c’è arrivato? Prendilo, piegalo, infilalo.

«Sally, non mi piace.»

«È perché così non si rovina il sonno, signor J.»

«Be’, poco ma sicuro mi rovino il risveglio.»

Lei getta indietro la testa e spalanca una bocca piena di otturazioni scure, ma non c’è proprio niente da ridere, Sally, niente di niente. Si tratta di me. Di trattare me. Mi si china addosso, il profumo pungente, i capelli che fanno il solletico. Tira indietro la trapunta, butta all’aria il lenzuolo. Oh, c’è forse qualcosa di peggio in questa valle di lacrime? Come si sposta sul fianco, capisce al volo. Rinchiudetemi, Vostro Onore. Gettate via la chiave. Oh Signore! Lei si è pisciato e cagato addosso, Mendelssohn. Chi è che possiede questo corpo, questo piccolo rudere ripugnante, questa meshuggeneh, questa dimora dissennata? Chi ci consente questa sordida commedia? Divina non lo è di certo. Come diavolo ho fatto a dormire nonostante questo? L’antico piscialetto che è in me. Altro che sorgente dell’Elicona.

Lei lo stabilizza e allunga un braccio verso lo Zimmer walker, il deambulatore – chi diavolo era, poi, questo Zimmer? Lui si allunga verso l’aggeggio e dice che il resto lo farà da solo, si toglierà da solo l’equipaggiamento invernale, scierà da solo fino in fondo alla discesa.

E poi aggiunge: Per piacere.

Oh, sfascia completamente questo corpo, Sally, riducilo a pezzetti, così potrò andarmene in giro con testa e cuore ancora funzionanti, lasciandomi dietro le parti inutili. Addio viscere, colon, tasca del pigiama, prostata recalcitrante, addio a tutti voi, insostenibili pezzi. Lasciate vagare la mente di Mendelssohn. Lasciate passeggiare il cuore. Dimenticate questo vecchio cagone. Ho sempre agito secondo le leggi della natura. Sono un bimbo nudo davanti a un lupo affamato. Sono nato nel bel mezzo del mio primo cambio di pannolone. Non proprio il primo, a essere sinceri.

Si protende di nuovo verso Sally e sente le sue braccia vigorose e la sua mano sulle reni, e chi l’avrebbe mai detto che l’ultima donna della sua vita avrebbe avuto seni tanto generosi e tondi come quelli di Sally? Morbidi e odorosi. Tondi e succosi. Pieni e cascanti. Oh, sei una brava donna, Sally James, di Tobago o di Trinidad, o di Jamaica Plain, o di dove diavolo sei, e quant’è che ti pago? Devo accertarmi, doppiamente accertarmi, triplamente anzi, che ci sia qualcosa per lei nel testamento, è un’anima buona, di nobili intenzioni, anche se priva di grammatica, ma a volte lo sono anch’io. Io è, io sono, io ero, io sarò, oh guarda, mi ha sollevato a mezz’aria, adesso la questione è puramente scientifica. Sollevami, conducimi in vetta alla montagna, resuscitami, fai rotolar via la pietra, ed ecco: il suo corpo scricchiola in avanti, Sallysospinto, quasi crolla sullo Zimmer walker, e lui lascia andare un gran sospiro di sollievo, anche se sente il contenuto dell’equipaggiamento invernale spostarsi, là sotto.

«Fermo, signor J.»

«Fammici solo arrivare in tempo.»

«Eh?»

«In bagno, Sally. In bagno.»

«Sì, signore.»

Dilata le froge, Mendelssohn. Sbrigati, adesso. Mach shnell. Basta scricchiolii. Dai abbastanza tempo alla vita e ti risolverà ogni problema, anche quello di essere vivo.

«È pallido, signor J.»

«Mai stato meglio.»

«Abbiamo dimenticato» dice lei.

Attraversa la stanza e si china nella cabina armadio, tendendo il bianco dell’uniforme in due perfette metà. Oh, lo so, sono un uomo terribile, ma… Signore, ci sono davvero visioni peggiori. Non sento, non parlo, ma alla mia età non potrei dare almeno una sbirciatina?

«Cos’ho dimenticato, Sally?»

Risbuca fuori tutta polpa e sorrisi, agitando nell’aria un paio di pantofole.

«Oh, Sally, non ho bisogno di quelle stupide pantofole!»

«Signor J.?»

«Mi hai sentito? Niente pantofole, donna.»

Lei si china, gli tamburella sulla gamba e riesce comunque a fargli alzare un piede.

«È che così non scivola, signor J.»

«Questa non è una cazzo di pista di pattinaggio, Sally.»

Lei alza gli occhi al cielo e lui solleva il piede destro in segno di garbate scuse. Oh, Sally, dovevi proprio scegliere quelle tutte pelose? Non ne potevi stanare un paio di più discrete? La mia intera vita ridotta a un paio di pantofole pelose? Non sono nemmeno fatte su misura da Brooks Brothers. E dovevi proprio mettermi un pannolone nel cuore della notte? E quell’impunito di mio figlio è di nuovo nei guai? È successo qualcosa a quei miei deliziosi nipotini? Mia figlia è già tornata dalla sua missione di pace?

È felice, felicissimo, che Eileen non abbia mai dovuto assistere a tutto questo. Sono già due anni che la mia adorata Eileen ha tirato le cuoia. Ma pensa un po’, mai fumata una sigaretta in vita sua ed è finita con un cancro a tutti e due i polmoni. Una rapida, brusca uscita di scena. Quello, se non altro. Il fantasma esce di scena. Porta Amleto via con te!

«A posto, signor J.»

Pronti sulla linea di partenza: la gara di Zimmer. Tanto varrebbe sventolare la bandierina a scacchi. Fingi una virtù, disse il Bardo, se non ne hai alcuna. Quando diavolo ha cominciato a chiamarmi «signor J.», dato che il mio vero nome è Peter, Petras, Peadar? Suppongo che una volta abbia intravisto le mie iniziali. Che non è tutto quello che ha intravisto, purtroppo. Oh, Mendelssohn, miserabile pazzo. Solido come la roccia di Pietro di certo non sei.

«Grazie, Sally.»

«Umpf» fa lei.

Sii uomo, Signore, e liberami dalle sofferenze. Già solo andare in bagno è uno sforzo immane. Manovra il deambulatore oltre il listello di legno della soglia, riesce a chiudere la porta. Resta in piedi, aggrappato: nel bagno ci sono maniglie ovunque. Un emporio di maniglie: maniglie per il lavabo, maniglie per la doccia, maniglie per sollevarsi e uscire dalla vasca, maniglie per le maniglie.

Spinge via le pantofole, scioglie il cordoncino dei pantaloni del pigiama e li lascia scivolare ai piedi, esce lentamente dall’indumento ammucchiato. Il cordoncino si aggroviglia intorno all’alluce e per poco non inciampa, ma riesce a riacchiapparsi sul bordo del lavabo. Una rapida occhiata nello specchio. Salve, amico, ben trovato. Quello non sono io. E io neppure. Buon Dio, assomiglio a una coppia di vecchie tende con un’enorme mantovana sotto la gola. Un’escrescenza gommosa, potrebbe allungarsi fino all’eternità.

Avanti. Avanti, adesso. La vita è breve, ma è la mattina a rubarti tutto il tempo.

Pulisciti, Mendelssohn, concentrati. Dignità e grazia. Sono nato nel bel mezzo della mia prima arringa di fronte alla giuria, sebbene a volte mi sembri di essere nato anche in altri momenti. E comunque a chi diavolo importerebbe mai di una seconda memoria, quando già la prima, a dirla proprio tutta, è stata un fiasco totale? Ridicolo, davvero.

Abbassa una mano e tira il lembo del pannolone. Piano, adesso. Il contenuto nel vano sotto di voi potrebbe essersi spostato durante il volo.

Oddio! Oh, Signore, non c’è nulla di peggio del suono del velcro.

Non c’è nulla di peggio in questa valle di gioia.