Un uomo e una donna
sono uno.
Un uomo e una donna e un merlo
sono uno.
Una volta piegare il giornale era una vera e propria arte. Ai tempi di quelle estati trascorse a Long Island. Giovane e sfrontato. Seduto a bordo di un treno della LIRR in altri abiti e cravatte. Era uno spettacolare talento, riuscire a piegare il giornale in lunghe e precise sezioni. Una coreografia da pendolari. Un balletto di primo mattino. Potevano sedere a file di tre, ginocchio a ginocchio, voltare le pagine del quotidiano senza mai sfiorarsi con i gomiti. Affusolandolo. Alcuni fra i più meticolosi riuscivano a realizzare pieghe perfette esattamente lungo i fianchi degli articoli, quattro piccoli corridoi di giornale, come il bel taglio di un abito fatto su misura. Quando il mondo era rispettoso e ben educato. Ventiquattrore, ombrelli e porte trattenute. Ogni tanto qualche coglione non riusciva a piegarlo, e allora se ne stava lì con le braccia come flagelli in un gran frusciare di carta, senza alcun rispetto, i gomiti a fare la fisarmonica, lo stesso genere di imbecille che non riusciva mai a trovare l’abbonamento del treno, o che rovesciava il caffè, sempre ad armeggiare, a far rumore, a creare caos. Se non altro, a quei tempi non c’erano telefoni cellulari con cui fare i conti.
La settimana scorsa ha preso un treno per andare a casa di Elliot, su a Stamford, o meglio alla sua magione; un posto terribile, dodici stanze da letto e piscina e sala conferenze e un garage per cinque auto, tuttavia dozzinale e scadente, simile a quella affianco, e a quella dopo ancora, una fila di case Ikea, una mediocrità così opulenta, proprio suo figlio, quel figlio grosso e calvo, chi l’avrebbe mai detto? La calvizie, la grossezza, la stupidità, in una casa concepita per annoiare a morte gli ospiti, priva di carattere, tutta legno biondo e lampade fluorescenti ed elettrodomestici di un bianco smagliante, per non parlare della moglie nuova di zecca, la numero tre, bianca e smagliante pure lei, dalla produzione in serie alla vita di Elliot, sembrerebbe balzata fuori dal microonde, la pelle color biscotto, i denti bianco perla. Una moglie-trofeo, ma perché trofeo, poi? Qualcosa cui sparare durante un safari?
È un bene che Eileen non l’abbia mai dovuta incontrare. Si aspettava così tanto dal suo ragazzone, e che cos’ha ottenuto se non zero nipoti, una barcata di dispiaceri e due divorzi? Per non parlare del fatto che Jacintha è arrivata con tre figli sotto l’ala, paternità bell’e pronta e impacchettata, tre figli dritti dritti dal catalogo di vendite per corrispondenza, tutti gambe e brufoli e ansia. Dei suoi nipoti acquisiti, un balbettante ribollio d’adolescenza, lui riesce a malapena a ricordare i nomi, non le facce, e poi chi diavolo chiamerebbe mai suo figlio Aldous, oggigiorno? Un mondo nuovo non lo è di certo.
Dov’ero rimasto? Di questi tempi la mente scivola via in fretta. Nosce te ipsum. Qualcosa sui cellulari? O sul giornale e le sue pieghe?
Un tempo leggeva il quotidiano dalla prima all’ultima pagina, meno lo sport, poi raffilava le parole crociate e le completava in venti minuti secchi. Ora non più. Il brunch mentale del «New York Times» è tuttavia uno dei momenti che preferisce della giornata. In apertura, un articolo sulla Repubblica Centrafricana. Che cosa terribile, quei machete. Un reportage dalla Corea del Nord. Niente più soldi al Supercollisore. L’imminente crollo del processo di pace in Medio Oriente. Be’, naturalmente questa non è una novità. Difficile pensare che stia crollando: tanto per cominciare lui sa benissimo che non è mai stato costruito. Povera Katya, laggiù, una settimana sì e l’altra pure, nella sua veste diplomatica, a perorare e blandire e addolcire con il cuore in mano, quando la pura e semplice verità è che la pace quei bastardi non la vogliono, nessuno di loro la vuole, né da una parte né dall’altra, ebrei o arabi o cristiani o copti o chiunque siano, si fanno saltare in aria, pur di fare l’altro a pezzi, chi ne soffre è l’uomo della strada, e le donne, per non parlare della povera Katya, laggiù con i suoi nipotini adolescenti, non acquisiti in questo caso, bei ragazzini, Laura, James, Steven, ma una vita sotto il microscopio, la proprietà disseminata di guardie armate, perché poi fra tutti i posti lei s’è dovuta scegliere proprio Israele, non avrebbe potuto farsi spedire a Belfast o in qualche zona un po’ meno delirante?
La povera Eileen detestava leggere le notizie dall’Irlanda del Nord. La scagliavano in un’orrida spirale. Anche laggiù, a farsi saltare la testa a vicenda senza un motivo sensato, a lanciarsi bottiglie molotov, a marciare in corteo per celebrare i morti, sventolando le loro bandiere, re Guglielmo in groppa al cavallo. L’intera guerra, ogni guerra, l’immensa vastità della stupidità umana, Israele, Irlanda, Iran, Iraq, tutti Paesi con la I, ora che ci penso, ma perlomeno in Islanda l’hanno scampata. È strano. Mai alcun cenno di guerra, dall’Islanda, ma d’altronde chi si metterebbe a sparare proiettili su un pezzo di tundra gelata?
A dire il vero, non c’è che infelicità, ovunque. Perché non ammettiamo che il mondo intero è un manicomio e non lo abbandoniamo semplicemente a se stesso? Giusto, Sally? Ci scommetto che sta succedendo qualche casino perfino nel posto da dove arrivi tu, qualunque sia.
«Sally!»
È indaffarata laggiù nella stanza da letto, passa l’aspirapolvere cantando a squarciagola. Secoli fa, anche mia madre cantava mentre puliva casa. Lontano, lontano. In cucina. La stufa era grande e rossa e panciuta. Con un tubo gigantesco, dipinto di blu per qualche ragione. Lei era lì, in piedi, con le mani sporche di farina. Se le puliva sul davanti del grembiule. Tutti i vecchi motivetti lituani. Fiori di montagna e canali gelati e sponde di fiumi e ferry-boat.
Vilnius, Vilno, Wilna, Wilno. Il mondo ha una geografia complicata. Molti anni dopo, sua madre gli aveva fornito i particolari del luogo in cui era nato: la lama di coltello usata per costruire i pattini da ghiaccio, il modo in cui la luce della luna cadeva sui fiumi, la giacchetta rossa che indossava sempre, i guanti cuciti da lei all’interno delle maniche con l’elastico, e che rimbalzavano quando correva per il parco di Kalnų. Una volta un cane l’aveva inseguito, attirato dal rimbalzo di quei suoi guanti. Cani scuri ovunque. In seguito aveva avuto gli incubi. Poi, la luce stessa del giorno instaurò l’oscurità. Lasciarono la città appena in tempo. Sua madre aveva presentito ciò che era nell’aria. Quante guerre c’erano già state? Povera Vilnius, Vilno, Wilna, Wilno, ogni volta ribattezzata. Quante volte era stata governata e devastata? Una grande e maestosa città, tutta mattoni gialli e alti cornicioni, ma trafitta da proiettili su proiettili. Suo padre, rinomato medico, aveva venduto la casa di via Vokiecių, prelevato i risparmi, impacchettato la famiglia su un treno per Parigi. Erano giorni in cui i confini si potevano ancora varcare con facilità. Avevano un bel po’ di denaro con cui tirare avanti. Nessun gioiello nascosto. Nessuna benedizione di rabbino. Nessuna preghiera clandestina. Neppure anatemi. Niente narrazioni da ghetto. Niente neonati lanciati dalle finestre. Sua madre si lasciò alle spalle quasi tutte le sue tradizioni. Non le importava essere lituana o polacca o russa o qualsiasi altra cosa, nemmeno ebrea, se è per questo. Anche suo padre era un ateo rigoroso. Per nulla interessato alle convenzioni, sebbene a volte leggesse la Torah e recitasse perfino brani del Kaddish, sostenendo che alcuni dei suoi versetti indirizzassero il pensiero alla grandezza. Su questo luogo sacro, e su ogni altro, possa scendere un’abbondante pace. O qualcosa del genere. Inchino a sinistra, inchino a destra. E sarebbe davvero una gran cosa, no? Un’abbondante pace. Come dicono, due sono le possibilità: scarsa e nessuna.
Il treno a vapore superò sferragliando gli alberi alti e sottili di Germania, Belgio e Francia. Si stabilirono in un albergo sulle rive della Senna. La sera si riunivano nella cucina, intorno alla radio, l’intimo focolare domestico del mondo, tutto quell’odio incandescente, le ceneri, l’Europa divisa. Le notti dei lunghi coltelli, le settimane, i mesi, gli anni.
Poi fu la volta di Dublino, nel cuore della guerra. Suo padre aveva ottenuto un ingaggio presso il Royal College of Surgeons. Una città che si riposava sotto un cielo munifico. Che elogiava il proprio grigiore. Un cappello, una coppola, una bombetta di monotonia. Gli piaceva vivere lì. Le sue due estati più felici. Una casa su Leeson Street non lontano dal canale. Aveva dieci anni, indossava pantaloncini corti con bretelle e lunghi calzettoni elastici. Saltellava per le strade di ciottoli, tornava a casa al tepore del camino all’imbrunire. Una scala. Un lungo tavolo da pranzo. Due candelieri d’argento al centro. Oh, la mente stessa è un profondo, profondissimo pozzo. Calatemi giù e fatemi toccare l’acqua. Cercò perfino di acquisire l’accento di Dublino. Due possibilità, anche qui: nessuna e un bel cazzo di niente.
Uscendo la mattina, correva a tutta velocità verso il canale. C’erano due magnifici cigni che intrecciavano fra loro i colli sinuosi. Nel pomeriggio sua madre lo portava a passeggiare lungo le rive erbose dove aveva il permesso di mettersi in mutande e saltar dentro, pallido e magro, con gli altri ragazzini. Per una qualche ragione che non gli riuscì mai di scoprire, lo chiamavano Quinn, divenuto in seguito Quinner. Forse assomigliava a un bambino che portava quel nome, o forse si trattava di un qualche gergo dublinese che lui non riconosceva, però gli piaceva, specialmente perché la Q nella sua lingua non esisteva. Quinner! Ehi, Quinner! Trascriveva minuziosamente quel suo soprannome su quaderni a righe. Anche i suoi insegnanti si attaccarono a quel nome, e quando consegnava i compiti scriveva Peter J. Quinn Mendelssohn.
Oh, occorre un bel po’ di volume per riempire una vita. Così diceva Boris Pasternak. O almeno credo che fosse Pasternak. Eileen lo saprebbe. Me lo leggeva ad alta voce la sera. Il tetto sul nostro amore è stato strappato ed è aperto adesso sul cielo infinito.
A Dublino, una delle sue pagelle scolastiche gli assegnava una giovanile propensione per l’indagine filosofica. Una giovanile propensione! Indagine filosofica! A undici anni! Soltanto i gesuiti potevano uscirsene con una frase del genere. Vedevano in lui una grande promessa. Chiudevano gli occhi sulle sue origini familiari, gli allungavano libri di contenuto cattolico. Lui camminava lungo i canali verso casa con Tommaso d’Aquino che gli ballava in testa. Ma nei pomeriggi d’estate la sola cosa che voleva fare era saltare dalle chiuse del canale, abbracciarsi le ginocchia per tuffarsi in acqua a palla di cannone. Esisteva anche una sua fotografia, scattata il 15 giugno 1944 e pubblicata sull’«Irish Press». Lo coglieva a mezz’aria, il corpo completamente appallottolato, le costole raccolte, le braccia strette come corde, dietro di lui la scura prospettiva del canale, sopra di lui il cielo lattiginoso, un’espressione di accanita concentrazione in viso. La didascalia recitava semplicemente: Ragazzo sopra il Canale. Sua madre comprò tutte le copie che riuscì a trovare nel negozietto di Baggot Street Bridge. Adesso tutte ingiallite e perfino sbriciolate, ma non nella memoria: lei era sua vicina di casa, nel vero senso della parola, abitava nella casa accanto, e venne a infilare il ritaglio di giornale sotto la porta. Lui la guardò da dietro i vetri del bovindo. Eileen Daly. Anche allora era una meraviglia. Pelle d’alabastro e una fila di graziose lentiggini dipinte sul naso. Così bella che lui per tutti quegli anni non le aveva mai rivolto parola. Nemmeno una volta. Nemmeno un fugace saluto o un ci vediamo o un come stai, Eileen Daly, non è una bella giornata, qui a Dublino? La guardava da lontano, invece, e gli toglieva il fiato. Un buco scavato nella pancia.
Il giorno in cui lui lasciò Dublino, oh, che giorno! Un cielo luminoso e screziato, un sole inaspettato. Il taxi si fermò all’esterno, una grossa vettura argentea, con una tromba su un lato dal suono forte e perentorio. Le borse erano pronte. Furono caricate le valigie. Lui si nascose nell’armadietto del sottoscala. America. Non ci voleva andare. Non voleva lasciare l’Irlanda per niente. Ma suo padre aveva ricevuto un’offerta di lavoro. Era arrivata una lettera. Scritta minuziosamente a mano. Un francobollo da otto centesimi con l’effigie di un bimotore da trasporto. Un invito o forse un’accusa. Un altro continente. Fu trascinato fuori dal sottoscala, sospinto giù per i gradini e caricato sulla vettura in attesa. Lanciò uno sguardo indietro, attraverso il finestrino, e la vide, Eileen Daly, in tutti i suoi undici anni – o erano dieci? – che lo salutava agitando la mano da dietro la finestra del soggiorno di casa. Il viso fra le parentesi di due tendine bianche. La testa lievemente inclinata. Ciocche di capelli scuri intorno alle spalle. Le labbra increspate e appena socchiuse come sul punto di parlare. Capì anche allora che l’avrebbe vista così per sempre, una fotografia scattata dalla mente e impressa a fuoco nel cervello. Voleva girarsi per salutarla un’altra volta, ma il taxi aveva già raggiunto l’angolo e fu così che si ritrovò a salutare un sudicio muro di mattoni.
L’Irlanda.
Perduta.
A chuisle mo chroí.
Qualunque cosa voglia dire. Amore del mio cuore, o una roba del genere. Bubbala, direbbero in yiddish. Lei gliel’aveva detto più volte, ma era una lingua bizzarra, l’irlandese o il gaelico, non ci aveva mai preso la mano, gli sembrava di avere delle biglie nella gola, le dún an doras, il má sé do thoil é, e la porta fu chiusa davvero, il cielo crollò e finì nel mare d’Irlanda.
Sul traghetto da Dún Laoghaire vomitò le budella fuoribordo e restò a guardare la terra finché divenne soltanto il bianco di un’onda. Cadde su di lui un deprimente raggio di sole. Pensò che avrebbe almeno potuto avere la dignità di piovere un’ultima volta. Da Liverpool salparono poi per l’America. Cabine chic. Babordo all’andata, tribordo al ritorno. Vagava malinconico per il ponte, Eileen Daly, Eileen Daly, Eileen Daly. Quel nome appoggiato dolcemente sulla lingua. Non aveva il permesso di entrare nel bar della nave, e nemmeno nella biblioteca, ma vicino alle cabine di prima classe c’era una sala da biliardo dove lui sedette in un angolo e cominciò a scriverle delle lettere, ogni singolo istante della veglia consumato nel ricordo di quello sguardo che lei gli aveva rivolto dalla finestra. Non riusciva a capire perché non le avesse mai detto una parola: che cosa lo aveva paralizzato? Erano vissuti a fianco a fianco per quasi due interi anni e adesso, qui, lui le scriveva pagine su pagine, raccontandole dei tramonti sull’acqua, del modo strano in cui le scialuppe di salvataggio cigolavano, e sempre con lo sguardo rivolto all’Irlanda, su tutto e su qualsiasi cosa, scriveva a velocità forsennata, la testa china, la stilografica che volava sulla carta, non aveva mai scritto tanto in vita sua, non importava che avesse undici anni – o ne aveva dodici? –, era affetto dalla malattia antica, stupida, ridicola, eterna, era il suo primissimo assaggio di ciò che avrebbe conosciuto in seguito, in modo intimo e meraviglioso, la parte migliore di quella parola di cinque lettere.
Eileen, da te dipendevo, ti devo, ti devo.
La vita non è facile come attraversare un campo. Di nuovo Pasternak. Ne sono certo, stavolta, e… oh, la mente è davvero un profondo pozzo di pietra, ma è sorprendente quanto spesso un secchio vi si riesca a tuffare fino a toccarne l’acqua fresca. Eileen aveva letto ad alta voce libri di poeti russi per notti intere, con la sua cadenza irlandese e una coperta tirata su fino al mento, di soffice lana tessuta ad Avoca, dove i fiumi s’incontrano, o così lei gli aveva detto. Era una fonte di cultura irlandese, e di cultura russa, e a volte perfino di cultura ebraica, davvero un’Elicona, con un po’ di greco e un pizzico di latino. Fortunatamente, non ha mai dovuto vedermi con il pannolone, il panno-letto, l’equipaggiamento invernale, là in quei giardini dei salici dove la mia amata e io ci incontrammo.
Inclina la tazza di caffè e sospira. È vuota, adesso, solo un rivoletto si fa strada lungo la parete interna di porcellana. L’intera vita ridotta a questo lento passo. Il gocciare. La goccia. I piccoli piedi di neve.
Cade lentamente, lentamente cade. Oltre la finestra, adesso. Forti raffiche bianche contro il vetro. Una storia che anche lei aveva molto amato, nevicava in tutta l’Irlanda, mentre Michael Furey cantava alla finestra, il povero Gabriel lasciato solo, la discesa della sua ultima ora.
Inclina la tazza del caffè ancora una volta e lascia cadere l’ultima goccia sul giornale, l’osserva espandersi lentamente. A bi gezunt, avrebbe detto sua madre. Era una di quelle fissate con il vecchio adagio. Se hai la salute, che altro vuoi?
«Sally?»
La sente in cucina, adesso, il chiasso della lavastavoglie, il baccano delle rotelle. Perché diavolo abbia bisogno di far partire la lavastoviglie lui non lo capirà mai, non ho mica imbrattato pile di piatti con la marmellata e il pane tostato.
E comunque, cos’è che voleva dire, a Sally, era talmente immerso nei suoi pensieri, rivolti all’Irlanda, ai bei tempi, perché interromperli adesso, salvo forse che il ricordo è così vivo, e che nevica su tutta la 86th, su tutti i semivivi, e poi credo sia morta per amore, Eileen, credo sia morta per amore.
«Signor J.?»
«Là fuori nevica.»
«Sì, signor J.»
Lo guarda, adesso, aspettandosi qualcos’altro. Non può certo distoglierla dalla lavastoviglie solo per dirle quello che già sa, la neve che cade come un’arringa a favore della neve.
«Stavo solo pensando» dice.
Lei annuisce facendo tintinnare gli orecchini d’oro. Lo guarda adesso in modo molto strano. Che cos’è che le passa per la testa? Pensa che sono senile? Un anziano mezzo rimbambito? Un vecchio uomo bianco in un corpo bianco e vecchio? Pensa alle navi negriere che solcano i mari? Al suo adorato nipote rimasto laggiù nei Caraibi? Non è per lui che sta mettendo da parte i soldi? Per mandarlo a scuola? Una buona istruzione per il tesoro della nonna, o lei è la zia?
Sally la generosa, tutta la sua vita dedicata a quel ragazzo. Non permettergli di spezzarti il cuore, Sally. E che cosa ricorda dei miei bei giorni con Eileen? La ricorda anche lei la bella famiglia che eravamo? Anche se, a onor del vero, certe volte se le dicevano di santa ragione, Sally e Eileen, proprio delle belle baruffe in bianco e nero, la lingua tagliente di Eileen, parole a volte capaci di demolirla, Sally la sequoia colpita e abbattuta, e… oh, cosa volevo dire, cos’è che mi serviva?
«Oggi credo che andrò da Chialli, Sally.»
Il suo rito quasi quotidiano.
«Sì, signore. Con la neve?»
«Sì, signora. Con la neve.»
«Si è fatto una riserva?»
Lui scatta all’indietro sulla sedia. Più di una, Sally. A dire il vero c’entrano di più con il tuo lessico che con il ristorante. Inutile correggerla adesso, ciò che è stato è stato.
«Che ore sono, Sally?»
«Le dieci e un quarto, signore.»
«Facciamone una per l’una.»
«Signore?»
«Prenotiamo per l’una, Sally. Telefona a Chialli. E io telefono a Elliot. Magari riuscirà a trascinarsi via, per una volta.»
Bella era e sempre sarà, Sally James, chiaro di luna fra i capelli, ovunque vada fresche brezze ventilano la radura, ho passeggiato con lei sotto le fronde nella frescura, oh, non ho mai baciato una donna nera in vita mia, ma bisogna ammettere che molte di loro hanno labbra belle, e denti belli, ma non Sally, peccato, o forse meglio così, nessuna antica tentazione. Ciò nondimeno, le vecchie canzoni sono sempre le migliori.
«Sì, signore, signor J.»
«Grazie, Sally.»
Però il primo bacio non si scorda mai, e sebbene ce ne fossero stati alcuni prima di lei – alcuni in verità in cambio di denaro, a Dresda, shiksas, donne non ebree lungo i muri della caserma, note per la loro dubbia verginità – Eileen era proprio tutto, e anche se non fu proprio la prima, lo fu lo stesso, sempre lo sarà, adesso e domani e domani ancora. Quante lettere le aveva spedito negli anni? Centinaia, migliaia perfino. Eileen Daily, così una volta aveva chiamato se stessa. Quotidiana, come il «Mirror». Bella era e sempre sarà, chiaro di luna fra i capelli. Le scrisse dal liceo del Bronx. Le scrisse dai corridoi della Fordham University. Le scrisse quando entrò in aviazione. E per tutto quel tempo non le rivolse mai una sola parola di persona. Che strano era conoscere qualcuno così bene e non aver mai aperto bocca in sua presenza. Naturalmente c’era il telefono, e avevano chiacchierato da un capo all’altro della linea, confusi dai rispettivi accenti, ma mai guardandosi, non fino a quando, nel 1952, fu inviato di guarnigione a Dresda, un lavoro d’ufficio, controllo delle rotte di volo, una noia infinita, giorno dopo giorno, risme di scartoffie, nuvole di fumo di pipa, ma continuava a scriverle due lettere al giorno, e lei gli rispondeva, magnifiche dichiarazioni d’amore e letteratura, e poi lui ottenne una settimana di permesso, e si lucidò le scarpe, s’impomatò i capelli, salì a bordo di un aereo per Glasgow, noleggiò una macchina e la incontrò a Edimburgo, dove lei studiava letteratura, e nessuno dei due sarebbe più riuscito a ricordare le primissime parole che si scambiarono, forse rimasero ammutoliti, ma più tardi quella sera lui piombò sulle ginocchia e le chiese di sposarlo, sei l’amore della mia vita, a chuisle mo chroí, me lo hai scritto in molte delle tue lettere, non so bene che cosa significhi, ma sposami, ti prego, Eileen, fallo. Lei arrossì e disse di sì, e poi abbassò le palpebre, e lui sentì il cuore martellare in petto e disse che sarebbe stato un matrimonio elegante, anche se, a dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, bisogna ammettere che ben poco è mai davvero idilliaco, tranne a posteriori, e a voler essere oggi del tutto onesti, in un primo momento, nel rivederla, era rimasto un pizzico deluso, Eileen Daly non era esattamente come la ricordava, mentre lo guardava dalla sua finestra di Leeson Street, gli occhi rigati di gocce di pioggia, no, si era fatta un po’ grassottella e il pallore della pelle si scostava dal roseo incarnato impresso nella sua memoria, e il colore degli occhi era piuttosto ordinario, tuttavia se ne scordò ben presto e subito lei tornò a essere bella, se non più bella ancora, ma se un’altra verità va detta – una verità più profonda – lui non era certo un esemplare perfetto, era semmai uno spilungone magro con un grosso paio di occhiali sul naso e lo sguardo ansioso, i pantaloni a mezz’asta come se il suo stesso corpo fosse in lutto per ciò che Dio gli aveva dato, e le sue braccia erano scarne, di certo non aveva i muscoli di un culturista, figuriamoci quindi sollevare una sposa, pochi peli sul mento, la lanuggine sulla zucca che già si assottigliava in una piccola penisola in cima al cranio, e più tardi quella notte, quando s’infilò a letto nella stanza accanto, dovette ammettere che era lui che stava per fare un affare sposando Eileen Mendelssohn, nata Daly, e facevano proprio una bella coppia, mano nella mano lungo Anne Street, il mondo intero ai loro piedi, sposi da lì a sei mesi, sarebbero vissuti a New York dove lei avebbe collaudato quel suo nuovo nome sulla lingua, gironzolando per Avenue of the Americas, com’era giusto per una fanciulla in fiore, oh, se è per questo amava anche Leopold Bloom, poco ma sicuro, e da dove diavolo è saltata fuori quella locuzione, dubbia verginità?
Il che mi ricorda che devo telefonare al mio indocile figliolo.
Sally, dove diavolo l’ho ficcato il BlackBerry? Forse qui sotto il giornale, sotto tutto ciò che vale la pena pubblicare, ancorato sul fondo dalla mia tazza di caffè vuota?
Oh, Eileen Daly, mi manchi. Il giorno, ogni giorno, quotidianamente, la notte, sempre.