Non so cosa preferire,
la bellezza delle inflessioni
o la bellezza delle allusioni,
il merlo che fischia
o subito dopo.
I poeti, come i detective, sanno che la verità è faticosa: non si ottiene per caso, è semmai frutto di cesello e di uno schiudersi lento, il prodotto di tempo e distanza e duro lavoro. Il poeta deve restare aperto alla possibilità che occorra percorrere una lunga strada prima che una parola sorga, o una frase tenga, o un ritmo si riveli, e anche allora nulla è assicurato, nemmeno le parole che hanno rivendicato la loro asserzione o il loro originario significato. A volte succede nei momenti più inattesi, e il poeta deve allora introdursi nel mistero e da lì ricostruire il poema.
Ci sono trentaquattro giorni di filmati provenienti da ognuna delle otto videocamere dell’edificio di Mendelssohn: al numero 59 della 86th East, fra la Madison e Park Avenue, a poco meno di duecento metri dal ristorante. La prima cattura la doppia porta di vetro dell’edificio prebellico, gli alti gradini, la pensilina. L’immagine si allarga fino al marciapiede distante, sul lato nord della 86th. Un’angolazione limitata, scarsa profondità di campo, da nord a sud, registrata con un obiettivo da 50 mm. Un’altra è nell’ingresso. Una è nel locale della lavanderia al piano di sotto. Una sullo scalone. Una sul tetto. Una nell’ascensore. Una nel vano della caldaia. Un’altra ancora nella zona delle cantine.
Il pomeriggio della sua morte, Mendelssohn sbuca dall’ascensore – un’uscita tranquilla, in silenzio, al fianco di Sally James – e insieme raggiungono l’ingresso.
È uno di quegli antiquati atri newyorkesi, con marmo e fiori e candelieri. Applique di ottone alle pareti. Un tavolo di mogano. Piastrelle bianche e nere. Una lunga passatoia al centro. Brutti quadri appesi al muro, del genere creato apposta per non scandalizzare.
Sally scompare un momento dietro l’angolo, e Mendelssohn fa alcuni passi da solo. Indossa un lungo cappotto. Un cappello di feltro. Un’assopita fermezza in viso. Lo spazio in attesa del suo cronico destino. Lo zoom rivela occhi socchiusi, mascella cadente, piccole mezzelune di fatica sotto gli occhiali. Un’eruzione di rughe dagli occhi. Un’altra piccola eruzione di capelli di lato al cappello. Le tempie profondamente venate. Il piccolo cedimento della pelle e il bargiglio sotto la gola. Le impronte dei decenni. I detective lo immaginano a casa, con la bocca aperta nel sonno, il collo del pigiama di sbieco, un lieve russare che gli sale su dal fondo della gola.
Ma più tardi, mentre avanza lungo il corridoio, in quel suo lento incedere notano una punta di gioia. Nessuna inclinazione sbilenca, nessun arrancare disordinato. Un uomo ancora attaccato al mondo. Una grazia scontrosa. I detective esaminano la camminata, come se i movimenti potessero celare un indizio forense sulla sua esistenza. Sanno bene che un momento di per sé, così come una parola, significa poco o niente, ma che è il loro accumularsi a renderli rilevanti. La vita è stata resa insolita da una serie di eventi, pertanto dev’esserci una corrispondente serie di inneschi. Il passato è una chiave per il futuro: cause occulte devono farsi evidenti, il muoversi del tempo dovrebbe convergere su una singolarità rivelatrice. Il brivido sta nel trovare il punto esatto in cui si smonta il mistero. Da lì potranno ricomporre le tessere della logica. Se riescono a trovare un pezzo, ne scorgeranno un altro accanto, e verificheranno se combacia.
Il trucco infine sta nella destrezza di vedere tutti i pezzi del puzzle in un colpo solo, e costruire verso l’esterno e verso l’interno, fino a svelare la soluzione.
Basandosi sulla fluidità del solo movimento, semplicemente sul modo in cui cammina, i detective sono certi che a Mendelssohn non siano state rivolte minacce di morte, né anticipazioni del suo assassinio, anche quando picchia il bastone a terra e Sally James spunta da dietro l’angolo dell’ascensore, e sembra mettergli una mano sul collo. Un collo che appare avvizzito e fiacco, come sul punto di emettere i singhiozzi di un annegato. Ma poi lei lo avvolge delicatamente nella sciarpa, e avanza insieme a lui, sostenendogli il gomito.
A quanto pare l’infermiera è molto ben accudita. Indossa un grande cappotto con il collo di pelliccia. Stivali alti fino al ginocchio.
Percorrono lentamente il corridoio e si fermano davanti alla doppia porta d’entrata. Sally esita e si gira mentre Mendelssohn scambia una parola con l’usciere, Tony DiSalvo, un tizio che sembra uscito da una cantina messicana, corpulento e prossimo alla calvizie, c’è in lui un che di violento, ciò nondimeno anche una traccia di rumorosa intelligenza. In seguito, sotto interrogatorio, si scoprirà che Tony è portoricano, ex studente di filosofia alla University of Miami, e che fra i due c’è stato solo un altro di quei quotidiani scambi newyorkesi sul clima, le pessime condizioni del tempo, quanto è nevicato quest’inverno, la solita battuta di Mendelssohn, e Tony che gli suggerisce di far attenzione ai semafori, i taxi non hanno fatto altro che slittare per tutta la mattina.
Tony aiuta Mendelssohn a scendere i gradini e resta a guardare mentre il vecchio e l’infermiera escono dall’inquadratura.
I detective scorrono anche i filmati dei giorni precedenti, nel caso si riesca a trovare qualcosa nelle strutture del tempo che li sospinga verso una rivelazione cruciale, una logica nel metà verso. Un metro. Un enjambement. O una rima.
Osservano i filmati della settimana dell’omicidio accelerati a trentadue fotogrammi al secondo: il mondo che schizza via. Un’intera giornata si dilegua nel giro di un’ora. Dà al movimento un effetto comico, specialmente quando Mendelssohn, a braccetto dell’infermiera, agita il bastone da passeggio uscendo dall’inquadratura come bal-l-l-lando. Sul finire delle giornate rallentano e procedono a sedici, poi a otto. Ogni minuto trascorre in sette secondi e mezzo. Quattro ore, in mezz’ora. Le loro dita scivolano sui tasti. Scrutano. Scavano. Raspano. Estraggono. Un viso individuato per una, due, tre volte. Qualcuno che indugia nei pressi della pensilina. Uno sguardo furtivo. Un tic nervoso. O magari qualcosa di più sfacciato, più evidente, un aggressore con un vaffanculo ostile nello sguardo. Ogni episodio con il ritmo che lo distingue: il normale andirivieni, i furgoni delle consegne, l’andatura lenta dell’usciere, gli inquilini, Mendelssohn e la sua infermiera, l’arrivo della tempesta di neve.
Il giorno dell’omicidio, esaminano la registrazione a velocità normale, bloccando, ripartendo, saltando, riavvolgendo. Daccapo, ancora e ancora. Pensano. Stop. Ripensano. Guardano comparire Mendelssohn. Lo guardano mentre osserva la tempesta. Si sistema il bavero. Si scuote il primo fiocco di neve dalla scarpa. Si appoggia alla sua infermiera. Vedono Sally che ride. Vedono Tony che annuisce. Vedono Mendelssohn sorridere. Non vedono nulla di strano. Mendelssohn che si allontana. Il vecchio che scompare. La neve che cade.
Attenti alla marca temporale, aspettano di scoprire se sia successo qualcosa nelle ore intercorse, ma non c’è che l’ingresso, la pensilina, il marciapiede, la strada, il bianco sempre più fitto della bufera, Sally che rientra nell’inquadratura di ritorno dal ristorante, il cenno di saluto a Tony e l’alitarsi nelle mani, poco altro. Per un po’ aspettano Mendelssohn di ritorno dal pranzo, come se il video stesso potesse sconfiggere la realtà.
Fanno scorrere il filmato di alcune ore, per sicurezza: si sa che spesso un assassino torna sul luogo del delitto. Esaminano con cura le facce di vicini, paramedici, fattorini, curiosi, tutti a indugiare intorno all’ingresso del condominio. I detective scavano nell’ordinario, alla ricerca di un qualsiasi minuscolo frammento di prova, un viso che spicchi, un’ombra che minacci. Un indizio che potrebbe celarsi nel momento più inaspettato, nel più fugace degli sguardi, nel più lieve sfioramento di spalle. Mettono a fuoco il figlio, Elliot Mendelssohn, esperto di fondi speculativi, aspirante politico, noto donnaiolo, mentre si fa largo fra la folla. È alto e ha spalle robuste, e un grosso ventre, quasi avesse ingoiato una sacca di pietre. Elliot entra ed esce dall’edificio, varie volte, un cellulare attaccato all’orecchio, un’espressione infastidita in viso come se non riuscisse mai a parlare con qualcuno che sia più interessante di se stesso.
La sera tardi Elliot appare con appuntato al petto un nastro nero e i detective, con il loro radar per tutto ciò che è insolito, trovano interessante quell’esibizione tempestiva di dolore, specialmente data la natura laica dei Mendelssohn: aveva un nastro già bell’e pronto dentro la giacca? Se l’è fatto in casa di suo padre, strappando qualcosa lassù?
Più tardi osservano l’arrivo di nipoti e cugini e parenti acquisiti, e vecchi amici: nulla riesce a creare una famiglia quanto un omicidio.
I detective tornano indietro, sulla scheda di memoria, al momento in cui Mendelssohn esce nella bufera: c’è qualcosa dell’epica greca in quel vecchio ingrigito con il bastone che si avventura nella neve, uscendo dal fotogramma fino a sparire, come una parola antica che esca da una pagina.