Quando il merlo volò fuor di vista,
segnò il limite
di uno fra tanti cerchi.
Se solo la vita vera possedesse la logica della parola scritta: personaggi dalle azioni consapevoli, moventi occulti che si fanno evidenti, ogni elemento diretto a un unico punto, l’universo che si rivela inflessibilmente stabile, ogni cosa ridotta a immagine statica, controllata, organizzata, logica. In un mondo semplice sarebbe stato un regolare funerale ebraico, ma Mendelssohn era ateo, o comunque questo si diceva, perlomeno agnostico, nonostante in lui ci fosse sicuramente un minuscolo spazio di tradizione e non avesse alcun problema a giocarsi la carta più propizia. Aveva sposato una cattolica e i figli erano cresciuti fra le due religioni; e Mendelssohn stesso aveva riconosciuto di essere ebreo quando gli faceva comodo, e lituano per la maggior parte del tempo, polacco se ne aveva necessità, in minima parte russo se proprio doveva, americano nella maggior parte dei casi, occasionalmente europeo, e ogni tanto perfino irlandese, in virtù di sua moglie. Un meticcio, in realtà, un vero newyorkese, in una città dove la gente non ha mai saputo come morire. Cremazione. Esalazione. Annientamento. Una vera e propria cerimonia ebraica lo avrebbe visto sepolto il più presto possibile, ma poi c’è stata la questione dell’autopsia, e il ritardo della figlia in arrivo da Tel Aviv, e le ambizioni politiche del figlio, e dove fosse sepolta la moglie Eileen, e se non fosse il caso di spargerne le ceneri, e cosa poteva aver scritto nel testamento, e chi poteva aver avuto accesso alle sue ultimissime volontà.
La funzione ha luogo in tarda mattinata su Amsterdam Avenue, cinque giorni dopo l’aggressione. La neve è diventata fanghiglia, ce ne sono profonde pozzanghere appena sotto il marciapiede, dove accostano le automobili. Il triste tonfo delle ruote nelle buche. L’inquadratura è larga e dall’alto, ma il filmato è di buona qualità: ogni cappella funeraria in città è dotata di videocamere di sorveglianza nascoste. I detective, nel corso degli anni, sono diventati degli analisti di funerali. Restano spesso sorpresi dal fatto che non ci siano funerali, nei reality: c’è nel rito qualcosa di irresistibilmente istruttivo. Il modo in cui la morte mette in scena la vita. La maniera in cui la vedova cade in ginocchio. O no. Il modo in cui il figlio regge sulle spalle il peso della bara. O no. Il modo in cui il padre diviene il solo titolare della morte della figlia. O no. Gli enigmatici biglietti che giungono insieme ai fiori. O no. La frecciatina sottile inserita nell’elegia dal rabbino, dal prete, dall’imam, dal vicario, dal monaco. I funerali come indicatori di una vita, di com’è stata vissuta, la quantità delle lacrime versate, il lamento e lo strapparsi delle vesti, il semplice numero dei dolenti che hanno deciso di partecipare, la quantità di tempo che trascorrono indugiando nei paraggi a fine cerimonia, l’attitudine che la postura del loro corpo rivela. A volte a sorprenderli è stato anche il fatto di riuscire a capire alcune preferenze sessuali del defunto solo osservando i vestiti indossati dai presenti: più corto è il vestito, maggiore era l’ambizione in vita. Non è certo una formula matematica, ma sono talmente tante le cose incomprensibili, e come si può conoscere davvero una vita, a parte la nostra, naturalmente, messa ancor più a fuoco dalla morte di coloro che amiamo?
Elliot è il primo della famiglia ad arrivare. Esce dalla sua limousine scura e, fatto interessante, non gira intorno alla macchina per andare ad aprire la portiera alla moglie. Anzi, resta in piedi in mezzo al marciapiede a fissare il nome dell’impresa di pompe funebri come se vi volesse individuare qualche profondo significato. Nessuna traccia esteriore di dolore, sebbene indossi ancora un nastro strappato sul cuore, un gesto se non altro in onore all’antica tradizione. Sua moglie è un ammasso di perossido d’idrogeno. Sta in piedi accanto a lui, congiunta e in disparte al contempo. Ha tre figli da matrimoni precedenti che balzano fuori dall’auto come se partecipassero a un allunaggio, ragazzi adolescenti, allampanati e capelloni, apparentemente già annoiati dalla loro stessa privilegiata indolenza.
Elliot rivolge loro un cenno, controlla l’orologio da polso, consulta il cellulare, un uomo distratto.
La figlia arriva dieci minuti dopo Elliot. Katya Atkinson. Occhi scuri appesantiti dal viaggio e dal dolore. Sembra più giovane: appena oltre la cinquantina forse. Indossa una gonna nera e una giacca in tono.
C’è in lei qualcosa di combattivo e d’intelligente. Una frezza grigia nei capelli. Scavalca con agilità la pozzanghera accanto al marciapiede, e va verso il fratello. Elliot si china a baciarle meccanicamente la guancia.
Fratello e sorella si avviano insieme alla cappella funeraria e si ritrovano subito circondati dall’ondata garbata degli altri giunti lì quasi simultaneamente: giudici, impiegati, vicini di casa. Il custode e gli usceri, incluso Tony DiSalvo. Sally James. Almeno un centinaio di persone. Fra loro, anche il direttore del ristorante, Christopher Eagleton, e l’aiutocameriere Dandinho che, non appena compare, viene indicato subito come potenzialmente sospetto: perché diavolo l’aiutocameriere dovrebbe assistere al funerale?
I detective tornano nuovamente al filmato del ristorante, ma Dandinho non lascia mai l’edificio, nemmeno una volta, intrattiene soltanto una discussione animata con Pedro Jiménez alla postazione del lavapiatti, ed è senza alcun dubbio presente nel filmato del bar mentre all’esterno viene sferrato il pugno. Dandinho è anzi uno dei primi a precipitarsi in aiuto di Mendelssohn, quando questi cade a terra. Al momento dell’interrogatorio appare calmo e controllato, senza sensi di colpa, impaziente di segnalare che Mendelssohn era uno dei suoi clienti preferiti, portava sempre a casa gli avanzi per la sua governante, dava buone mance, era un uomo all’antica, gentile, con ancora una certa vivacità negli occhi. Non era presente, quando è stato dato il pugno, tuttavia ha sentito il tonfo della testa che batteva sul marciapiede; in un primo momento ha pensato che Mendelssohn fosse solo scivolato sul ghiaccio, ma subito dopo ha capito che era morto, una cosa orribile, ha provato un forte dispiacere per lui, un modo terribile di andarsene, si è presentato al funerale per porgergli i suoi rispetti, era il gesto di un buon cristiano.
Pur tenendolo ancora d’occhio, i detective escludono Dandinho. Come pure Eagleton.
Vagliano il filmato del funerale alla ricerca di qualsiasi altro volto o linguaggio corporeo che possa suscitare la loro attenzione – zumano, riallargano, in avanti veloce, all’indietro, si segnano i punti che sembrano interessanti, ma non c’è niente di più interessante della comparsa dell’aiutocameriere di mezza età.
E così, come la neve, o la parte finale di una poesia, le ipotesi fioccano sullo schermo, contrasto e conflitto, sono così tante le teorie a disposizione dei detective, intersecate in vari modi, un diagramma di Venn d’intenzioni, il mondo reale che si manifesta in tutto il suo mistero: l’hanno ucciso per questioni di eredità? è stato un omicidio dettato dalla gelosia, dalla vendetta, dal rancore, o semplicemente una fatalità? Non possono scartare l’eventualità che il delitto abbia a che fare con un vecchio caso passato per le mani del giudice, riaffiorato in occasione di un anniversario, o magari con il recente rilascio di un condannato dopo una lunga detenzione, o con un preciso risentimento rimasto a covare sotto la cenere, sebbene Mendelssohn si sia ritirato dal Kings County ormai da sei anni e i detective non siano in grado di individuare con esattezza un caso che possa avergli procurato un’inimicizia tanto duratura. Qualche omicidio nell’ambiente della malavita. Le gang dei Screaming Phantoms, i Driggs Boys of Justice, i Tikwando Brothers, i Dirty Ones, i Vanguards, i Black Hands. Qualche esponente minore della mafia, e un vecchio incontro con Roy DeMeo, cui però non era seguita nessuna condanna. Qualche caso di corruzione. Effrazioni. Furti d’auto sotto minaccia di un’arma. Un caso di discriminazione da parte di funzionari pubblici verso la fine degli anni Ottanta. Migliaia di casi minori nel corso degli anni. Era molto apprezzato nei corridoi di Adams Street. Erano noti i suoi duelli verbali con gli avvocati, ma aveva la reputazione di giudice relativamente accomodante, un uomo dalla mano leggera. Nessun anniversario degno di nota. Nessun candidato uscito di recente di prigione. Chi aspetterebbe più di dieci anni prima di prendersi la rivincita? Potrebbe essere che Sally James lo abbia indicato con un cenno a qualcuno lungo Madison Avenue? Dopotutto, Elliot Mendelssohn aveva installato delle videocamere nell’appartamento per tenerla d’occhio, e sapeva che nel testamento le era stata destinata una generosa rendita affinché potesse coprire l’istruzione del nipote. O non potrebbe darsi che Elliot volesse sveltire l’eredità? Ha problemi finanziari? Quando lo interrogano sulle sue telefonate nel ristorante, ammette di avere avuto una tresca con la segretaria, Maria Casillias, licenziata di recente. Poteva essere rimasto sconvolto da qualcosa che gli aveva detto il padre? Non si può escludere l’eventualità che la rabbia gli sia montata dentro facendolo scattare. O che abbia incaricato qualcuno perché scattasse al posto suo. Oppure non potrebbe essere qualcosa che ha a che fare con Katya, qualcuno intenzionato a mandare all’aria gli ultimi brandelli del processo di pace in Medio Oriente? Perché mai dovrebbero farlo a New York invece che in Israele, e perché dare la caccia al padre invece che a lei? Magari è stato qualcosa che Mendelssohn ha detto uscendo dal ristorante, un irrilevante commento che potrebbe aver fatto arrabbiare un passante? Ma non ci sono stati altri incidenti lungo Park Avenue o la Fifth, nemmeno in fondo alla Lexington, e quando controllano le videocamere della metropolitana non riescono a individuare nessuno che indossi un piumino o un berretto del Boston College: è come se l’aggressore si fosse dissolto nell’aria.
Ripassano ogni dettaglio nella mente, alla luce di quello che già sanno. La speranza è che, una volta collocato e passato al vaglio, esaminato e riesaminato, letto e riletto, ogni singolo momento possa rivelare qualcosa in più dell’assassino e del mondo che lui, o lei, ha creato. Avanzano secondo la metrica, poi spezzano nuovamente il ritmo. Tornano indietro, valutano, riconfigurano. Soppesano e riassumono, passano al vaglio, ancora e ancora. La svolta è lì da qualche parte, nelle rotture ritmiche, nelle piccole resurrezioni del linguaggio, nella struttura frazionata.
Il punto in cui sono stati più vicini all’omicida rimane quello delle riprese subito fuori dal ristorante, dove entra nell’inquadratura per un quarto di secondo con piumino e berretto, un uomo, molto probabilmente, che si china sul corpo di Mendelssohn, forse per controllare se è ancora vivo, forse per bisbigliargli qualche oscenità. L’aggressore retrocede uscendo dall’inquadratura e non c’è altro che di lui possano capire. In concreto, non è che un’ombra con un cappello. Qualche momento dopo, è Dandinho a chinarsi sul vecchio, poi è il direttore del ristorante, Eagleton, seguito dalla cameriera e dalla ragazza del guardaroba, e nel giro di minuti Mendelssohn è circondato da decine di passanti, il sangue che gli scorre via, il cappello caduto da un lato, il sacchetto degli avanzi a terra, mentre un rivolo di salsa all’aneto traccia un sentiero nella neve.
Riavvolgono e bloccano l’aggressore con il berretto B.C. Strano, però, venire fin qui da Boston. O quantomeno, strano mettersi in mostra così in una città rivale. Ed è proprio in quel momento – uno di quegli strani momenti in cui la verità affiora come una piccola lama acuminata, aprendo le camere dell’eco, liberando le sinapsi – che li colpisce l’idea di aver forse diretto il pensiero per un bel po’ nella direzione sbagliata e che, come accade agli archeologi o ai critici o agli esperti di letteratura, potrebbero essere stati fuorviati dai loro stessi pregiudizi, perché la soluzione è molto più semplice di quanto vorrebbero e sta perlopiù nel berretto dell’aggressore, l’indizio più accessibile, che forse però non ha niente a che vedere col Boston College, e potrebbe avere innumerevoli altri significati, e indicare il British Columbia, una rock band, o la ben nota striscia a fumetti, una litania infinita di B.C., che forse stanno a indicare addirittura le iniziali di un nome, ma potrebbero anche essere la sigla dei Brooklyn Cyclones, una squadra delle minors, certo, e tuttavia un prodotto iconico dell’immaginario newyorkese, ed è il momento, questo, in cui la cosa più piccola diventa la chiave di volta, è il momento in cui ti si stringe la bocca dello stomaco, sicché quando i detective googlano i Brooklyn Cyclones, si accorgono che i berretti del team assomigliano molto a quelli del Boston College, con la C che si intreccia alla B, che sono quasi identici, anzi, al punto che li si potrebbe facilmente confondere l’uno con l’altro, specie dati i colori sbiaditi del video, se non per il fatto che il berretto del Boston College ha quasi sempre un’aquila apposta sul davanti, e non riescono a capire come abbiano potuto farsi scappare una nozione tanto semplice, certo, sì, deve trattarsi dei Cyclones, visto che qui sarebbero a casa loro, e magari l’assassino è di Brooklyn, e non c’è forse stato un momento, durante l’indagine, in cui hanno incrociato un riferimento ai Brooklyn Cyclones, qualcuno che indossava una T-shirt o qualcosa del genere, magari un poster, sì certo, non si era forse insinuato proprio un poster nel loro campo visivo, non l’avevano forse intravisto in qualche modo, a un certo punto, mentre andavano a caccia di indizi? Non potrebbe trattarsi forse del destinatario di una delle sentenze di Mendelssohn di tanti anni fa a Brooklyn, di un rancore riaffiorato, non è possibile che magari i Cyclones si siano insinuati in qualche modo nella sequela dei suoi casi? E se invece fosse soltanto frutto della loro immaginazione e i Cyclones non fossero mai stati tirati in ballo?
Nelle mani dei detective, il passato non cessa mai di accadere. Procedono a ritroso, con i loro blocchetti a spirale, immergendosi nei versi iniziali della loro opera.