Robert si affacciò alla finestra, nel suo ufficio, e guardò accigliato il cielo nuvoloso. La mattinata era stata serena e luminosa, ma a metà pomeriggio sembrava già il tramonto. A ovest, un banco di nuvole si stava addensando, formando una cresta che oscurava il sole e riduceva il cielo a un unico colore, un grigio triste. Forse non avrebbe fatto niente, tuttavia lui doveva tenere d'occhio l'orizzonte. Le tempeste marine si scatenavano nel giro di qualche minuto, e se fosse successo sarebbero dovuti correre subito ai ripari, coprendo i bacini di carenaggio e chiudendo le officine.
Guardò verso il cancello, distratto dall'arrivo di una carrozza. Della sua carrozza. Maledizione. Imprecò sottovoce, combattuto tra la frustrazione e l'eccitazione, chiudendosi come gli fosse saltato in testa di invitare Ianthe al cantiere. Non era costretto, affatto. La moglie non aveva ancora imparato a nuotare per bene, e non c'era alcuna fretta di mostrarle il suo luogo di lavoro, eppure, a colazione, l'invito gli era uscito di bocca senza pensare, come se il suo cervello non fosse responsabile di quanto diceva. Il fatto che lei indossasse il suo nuovo vestito a righe bianche e blu, il suo preferito fra gli ultimi acquisti, non era stato d'aiuto. Inoltre, aveva raccolto i capelli in uno chignon morbido, e i suoi occhi da cerbiatta gli erano parsi ancora più grandi e attraenti, come due vasche di delizioso caramello. Nell'ultima settimana, Ianthe era un pochino ingrassata, le sue guance erano più piene e avevano preso un colorito sano che lui non aveva mai visto. Insomma, la prospettiva di passare una giornata intera senza di lei gli era sembrata insostenibile.
Si allontanò dalla finestra e tirò giù le maniche della camicia, preso in contropiede dal suo stesso entusiasmo. Nell'ultima settimana, avrebbe avuto un milione di cose da fare, invece aveva sprecato il suo tempo a organizzare picnic e lezioni di nuoto. Avrebbe dovuto occuparsi di alcuni documenti e passare dalla banca, ma gli era mancata la concentrazione necessaria perché aveva pensato continuamente a sua moglie. Avrebbe dovuto chiudere l'affare con Harper, invece aveva dovuto sforzarsi per ricordarsene. Non era malato – magari fosse stato così facile spiegare il suo comportamento insolito – ma qualunque fosse il problema, sembrava che fosse sorto sulla spiaggia, nel momento in cui lei gli aveva chiesto cosa volesse e lui aveva capito che l'unica cosa che desiderava era baciarla.
Si era posto spesso quella domanda nei due giorni precedenti, e si era detto che la risposta era ovvia: il cantiere di Harper. Voleva il cantiere di Harper, era il suo scopo e sapeva come ottenerlo – era l'unico motivo per cui l'aveva sposata, per grazia di Dio! Ianthe era solo un mezzo per raggiungere un fine. Eppure, il cantiere, da solo, non sarebbe più bastato a soddisfarlo. Come se desiderasse anche qualcos'altro. E lo desiderava più di ogni altra cosa.
No. Spalancò la porta d'ingresso, passando intorno ad alcuni barili e avviandosi a falcate decise nel cortile. Non voleva pensarci. Probabilmente, era solo nervoso per la cena che aveva organizzato per l'indomani. Harper era pronto a firmare il contratto di vendita, lo sentiva. Una bella cena, di cui si sarebbe occupata la sua rispettabile mogliettina e a cui aveva invitato anche Giles e Kitty per dargli man forte, e il cantiere sarebbe stato suo. Di sicuro non era così stolto da innamorarsi di una donna che aveva sposato per convenienza. L'amore era per gli sciocchi. L'amore era doloroso. A sua madre, non aveva causato altro che sofferenze. Non poteva affezionarsi a lei, e non l'avrebbe fatto. Anche se non riusciva a smettere di pensare a lei.
«Ianthe!» Alzò una mano per salutarla, e quando lei si voltò e gli sorrise, Robert sentì un fastidioso peso al petto.
«Oh, Robert. Il vostro cocchiere mi ha appena detto che potrebbe arrivare una tempesta.»
«Potrebbe aver ragione.» Lanciò un'altra occhiata al cielo. Era ancora più nero di qualche minuto prima.
«Quando sono uscita c'era il sole.»
«Il clima di mare è imprevedibile, soprattutto quando fa questo caldo.»
«È un brutto momento? Posso sempre tornare un'altra volta.»
«No» gli uscì dalla bocca, e neppure Robert poteva crederci. Avrebbe avuto molto più senso se fosse andata un altro giorno, ma adesso che era lì, era restio a separarsene.
«Se lo dite voi.» Ianthe si guardò intorno, in cortile, allungando il collo curioso. «Questi edifici sono tutti vostri?»
«Le quattro officine e i due bacini di carenaggio laggiù. Abbiamo anche un capannone dove realizziamo le vele, e quando comprerò l'azienda di Harper diventerà due volte più grande.»
«Davvero notevole.»
«Grazie.» Robert sorrise, a un tratto incapace di contenere l'entusiasmo. «Andiamo, vi faccio fare un giro.»
Eccitato, la condusse dentro l'officina più grande, che assomigliava a un granaio, e si fermò sotto una gigantesca struttura panciuta.
«Cos'è?» Ianthe spostava lo sguardo fra lui e l'intelaiatura.
«Ditemelo voi.»
«È di metallo. È la carena di una nave?»
«Esatto, è costruita interamente in acciaio. Quando sarà terminata, diventerà la nostra prima nave a vapore completa. Una delle prime di Whitby.»
«È enorme! Quando sarà pronta?»
«Fra quattro mesi, forse.»
Ianthe era molto colpita. «Quindi, non fabbricherete più imbarcazioni di legno?»
«Qualcuna, le più piccole, credo.» Lui la accompagnò fuori, passando davanti a un gruppetto di operai che sgranarono gli occhi, poi la guidò verso un bacino di carenaggio. «Qui, lavoriamo ancora il legno. Questa è una delle famose cat di Whitby.»
«Vale a dire?»
«Sono imbarcazioni usate per trasportare carbone, e legname nel viaggio di ritorno. La gente le chiama semplicemente carboniere, ma quelle di Whitby sono famose. Sono basse, con le travi larghe, è facile trainarle sulla spiaggia.»
«Che stanno facendo?» Ianthe indicò due uomini che lavoravano sul ponte con mazza e scalpello.
«Stanno sigillando le assi, riempiendo gli interstizi con la stoppa, per renderle impermeabili. È un lavoro da esperti. Se la pressione è troppa, o troppo poca, l'acqua passa attraverso le tavole.»
«E quando passerete all'acciaio, avrete ancora bisogno di loro?»
Robert fece una smorfia. «Il ponte sarà ancora fatto di legno, ma non sarà la stessa cosa. Dovremmo insegnare loro altre mansioni, a più lavoratori possibile.»
«Quindi le loro conoscenze andranno perdute? Che peccato.»
«Sì. È uno dei motivi per cui uomini come Harper non vogliono che accada. Li capisco, ma l'alternativa, per noi, è la bancarotta.»
Ianthe fece un lungo sospiro, e si guardò intorno con occhi ammirati. «È incredibile. Come fate a organizzare tutto?»
«Questione d'esperienza.» Robert si accigliò all'improvviso, sentendo l'aria salata sulla pelle. Eccola – era un avvertimento sufficiente.
«Che succede?» Lei seguì il suo sguardo, che puntava verso il mare. «È la tempesta?»
«L'inizio. Andiamo.» Le afferrò la mano con decisione e la portò con sé. «Dovete andare dentro.»
«E voi?»
«Io devo chiudere tutto.»
Robert spalancò la porta degli uffici, e praticamente la trascinò di corsa nel corridoio, fino alla sua stanza. Non era niente di speciale – uno studio con il pavimento di legno, spartano, e una scrivania ingombra di carte al centro – ma il punto forte erano le grandi finestre che correvano su due lati, posizionate in modo da tenere d'occhio tutto il cantiere.
«Qui sarete al sicuro.» Andò alla scrivania e scostò una poltrona di pelle rossa, per farla sedere. «Non muovetevi. Non ci metterò molto.»
Robert sparì all'istante, e Ianthe non ebbe il tempo di rispondere.
Lanciò un'occhiata alla poltrona che le aveva preparato, ma invece di sedersi andò alla finestra e guardò suo marito che tornava nel cantiere. Un gruppo di uomini dall'aria grave gli andò subito incontro, e formarono un capannello, discussero per qualche secondo e poi si divisero, andando ognuno in una direzione diversa.
Udendo il rombo del tuono, Ianthe alzò gli occhi al cielo. Le nuvole erano una coltre ormai, schierate come un battaglione di soldati plumbei, pronti ad attaccare il porto. Guardò il punto in cui aveva visto Robert, ma lui non c'era più. Passò in rassegna il cantiere, ansiosa, sorvolando sui cordai, i giuntatori e gli addetti al calafataggio, che correvano a chiudere le porte delle officine e a ripararsi. Dov'era?
Alla fine, quando lo trovò, Ianthe fece un gridolino di sollievo. Non aveva idea di come avesse fatto ad arrivare laggiù in così poco tempo. Si dava da fare insieme ai suoi uomini, trascinando dei teli enormi sul fango per issarli sulle barche sulla spiaggia, cercando di proteggere per quanto potevano le imbarcazioni costruite per metà.
Quando i vetri iniziarono a scuotersi in modo sinistro, Ianthe serrò la presa sulla finestra, rimpiangendo di non poter essere d'aiuto. Sembrava che il vento soffiasse più forte ogni secondo. Quella che era iniziata come una brezza leggera, ormai, aveva quasi la forza di strappare loro il telo dalle mani. La camicia di Robert si era gonfiata, e ricordava una vela. Le barche nel fiume beccheggiavano violentemente.
Poi, iniziò la pioggia. Non una pioggerella, non un primo scoppio di avvertimento, ma una cascata d'acqua che si riversò giù dal cielo, sin da subito, inzuppando gli uomini in pochi secondi. A quel punto, ne rimanevano pochi, e Robert era fra loro. Stava fissando a terra il telo, conficcando dei pioli nel fango con il martello. Ianthe si trattenne, poiché avrebbe voluto chiamarlo, e rimase con il fiato sospeso finché il marito non si alzò, e fece cenno agli altri di andare a ripararsi, mentre lui correva verso l'ufficio.
«Robert!» Ianthe corse fuori dalla stanza e gli andò incontro nel corridoio.
«Sto bene.» Richiuse la porta, e si passò una mano fra i capelli, mentre ai suoi piedi si formava una pozzanghera. «Dove sono gli impiegati?»
«Chi?»
Lui indicò una porta. «I miei impiegati stanno là dentro. Ci sono, adesso?»
«Non li ho visti. Oh!» Ebbe un vago ricordo. «Un po' di tempo fa, la porta ha sbattuto leggermente. Ho visto degli uomini che correvano verso le officine. Dovevano essere loro.»
«Saranno andati a dare una mano.» Annuì, soddisfatto. «Lì sono al sicuro.»
«Che dobbiamo fare?»
«Per prima cosa, stiamo alla larga dalle finestre. La tempesta è più brutta di quanto pensassi.»
«Le barche si salveranno?»
«Lo sapremo fra un po'. Non possiamo farci niente.»
«E le navi al porto?»
Robert si fece serio. «Non sono quelle che mi preoccupano.»
«Quelle in mare, allora?» A quel pensiero terribile, Ianthe trasalì.
«Queste tempeste scoppiano dal nulla. Non mi risulta che al porto aspettassero delle navi, oggi, ma se qualcuno è là fuori e non raggiunge il porto in tempo... Non vorrei essere al suo posto.»
Lei rabbrividì, allora Robert la cinse con un braccio, ma ci ripensò subito.
«Sono fradicio.»
«Non vi preoccupate.» Ianthe si abbandonò al suo abbraccio. «Non mi importa.»
«Un attimo.» Abbassò le braccia e si sfilò la camicia dalla testa. «Non voglio che prendiate freddo.»
«Io? E voi, allora? Anche i pantaloni sono completamente zuppi.» Quando si accorse di quanto aveva appena detto, Ianthe si tappò la bocca con la mano. Come se non fosse abbastanza avercelo davanti mezzo nudo. Non doveva incoraggiarlo a togliersi qualche altro indumento! «Ma non dovete toglierveli. Non intendevo quello.»
Robert inarcò un sopracciglio con aria sarcastica e la tirò a sé, appoggiando il mento sopra la sua testa. «È allettante, ma forse non è il momento migliore.»
«No.» Lei si morse un labbro, ascoltando l'ululato del temporale fuori dalla finestra, e cercando di non pensare alla pelle di Robert, premuta sulla sua guancia. Il suo corpo era caldo, forte, e liscissimo, stranamente. Che intendeva, dicendo che non era il momento migliore? Quell'affermazione implicava che forse ci sarebbero state altre occasioni...
«Quanto durano, di solito, questi temporali?» chiese lei per distrarsi.
«Dipende. A volte venti minuti, a volte ore.»
«Ore?»
«Avete paura di rimanere da sola con me?»
Ianthe aprì la bocca per ribattere, poi, a un tratto, gli gettò praticamente le braccia al collo, spaventata da una serie di forti colpi alla porta.
Robert reagì subito, la spostò da una parte con delicatezza e aprì. Comparve un uomo vestito da marinaio, anche lui fradicio, con gli occhi sgranati, come se avesse un mostro alle calcagna.
«Steady!» Robert prese per il braccio l'uomo, il quale entrò con gambe malferme. «Che succede?»
«Un naufragio... Saltwick Bay.»
«Cosa?» Robert serrò i denti. «C'è stato un naufragio?»
«Sì.» L'uomo inspirò a fondo, e parlò ansimando. «Ero su... sulla scogliera. L'ho visto... ha colpito un banco di sabbia.»
«Che tipo di nave?»
«Mercantile.»
«Equipaggio?»
«Una dozzina.»
«È sfasciato?»
«L'albero... non sembra messo bene.» Per fortuna aveva ripreso un po' di fiato. «Ma si può ancora salvare. Sono sceso dalla scogliera e sono andato nel primo cantiere che ho trovato. Mi hanno detto di venire qui e chiedere di voi.»
«Perché?» Ianthe si accorse che le tremava la voce.
Robert rimase in silenzio per un attimo, prima di rispondere. «Faccio parte della squadra di salvataggio.»
«Ma avete detto che è pericoloso in mare!» Si rivolse al marinaio, in preda al panico. «Non potete chiedere alla gente di uscire con questo tempo!»
«Lo so, signora.» Aveva un'aria vagamente colpevole. «Ma dovevo fare qualcosa.»
«È il nostro lavoro.» Il tono di Robert era severo.
«Ma...» Quando il risvolto tragico della situazione le fu chiaro, il volto di Ianthe perse ogni colore. Senza Robert e la scialuppa di salvataggio, l'equipaggio era destinato a morte certa. Se lui fosse andato, però, avrebbe rischiato la sua vita. Era una scelta impossibile, e Ianthe era attonita.
«A ogni modo, non sempre si può fare.» Sembrava che il marinaio volesse confortarla. «Con questo tempo, avranno già il loro bel daffare a varcare il muro del porto. E anche se ci riuscissero, solo per superare la scogliera dovrebbero navigare controcorrente.»
«Non possiamo aiutarli in un altro modo?» Ormai, Ianthe non sapeva più da che parte stare.
Robert la guardò negli occhi, e trattenne il suo sguardo per qualche secondo, cupo, poi, all'improvviso, il suo volto si illuminò.
«Ci sono! Non passeremo dalla scogliera. Ci passeremo sopra!»
«Volete trasportare la scialuppa lassù?» Il marinaio annuì, in segno di approvazione.
«Non sarebbe la prima volta. Possiamo salpare dall'altra parte.»
Tornò nel suo ufficio, e qualche secondo dopo fu di ritorno, con un ampio soprabito cerato indosso. «Ci vorrà qualche ora, ma è la scelta più sicura. Non ci sono fulmini, solo pioggia e vento.» Posò una mano sulla spalla del marinaio. «Andate nelle officine e chiedete del mio capomastro, George. Ditegli che servono volontari. Poi, riposate un attimo. Sarò da voi fra cinque minuti.»
Quando l'uomo corse via, Robert avanzò verso di lei, la prese per le spalle e la guardò intensamente.
«Vi porto nelle officine. Potete rimanere lì finché il temporale non passa e poi...»
«No.»
Robert aggrottò la fronte. «Ianthe...»
«Vengo con voi.» La donna sollevò il mento, determinata. «Avete detto che servono volontari.»
«Non sapete manovrare una barca!»
«No, ma avrete bisogno di qualcuno che si occupi dell'equipaggio, una volta tratto in salvo. Posso farlo io.»
«Sarà già difficile senza dovermi preoccupare per voi.»
«Volete lasciarmi qui a patire l'angoscia per voi? No!» Sbatté i piedi, arrabbiata. «Avete detto che non mi avreste impedito di fare quello che volevo!»
«Cosa?»
«Quando mi avete chiesto di sposarvi. Avete detto che avrei potuto fare tutto quello che desideravo.»
«Nei limiti della ragione!»
«Questa è un'ottima ragione. L'equipaggio della nave ha bisogno di aiuto. Voglio fare la mia parte e voi avete detto di avere bisogno di volontari.»
«Non intendevo questo, e lo sapete bene! Maledizione, Ianthe, ragionate!»
«Io ragiono benissimo. E voi state perdendo tempo! Posso venire o no?»
«Va bene.» Robert lanciò un'imprecazione, poi aprì con un calcio la porta di un altro ufficio e afferrò un soprabito appeso vicino alla porta. «Mettete questo, e rimanete sempre con me. Non sarà facile, ma una volta che saremo partiti, non potrete tornare indietro.»
«Lo so.» Si buttò il soprabito sulle spalle. Era più grande di diverse taglie e puzzava di olio e di pece, ma il suo spessore la rassicurava, come se fosse capace di arginare la furia degli elementi. «Starò con voi, ve lo prometto.»
«Va bene.» Robert la squadrò con uno sguardo d'approvazione, poi la prese per mano. «Se siete sicura, andiamo.»
Lui aprì la porta, e Ianthe fu subito ricacciata indietro, presa alla sprovvista dalla potenza del vento. Per fortuna, sembrò che Robert non l'avesse notato. La trascinò verso le officine, mentre lei stringeva forte il cappuccio.
«Mr. Felstone.» George andò loro incontro alla porta. «Dice che volete passare da sopra la scogliera?»
«Sì.» Robert aveva un'espressione triste. «Allora, c'è qualche volontario?»
«Sì, dieci uomini. Ho mandato dei ragazzi a spargere la voce negli altri cantieri, vedrete che ne arriveranno altri.»
«La strada è lunga e la tempesta non è ancora finita. Nessuno è obbligato.»
«Lo sappiamo, signore.»
«Bene. Allora ci troviamo fra venti minuti alle scialuppe di salvataggio.» Per un momento, Robert abbassò lo sguardo su di lei, come se fosse sul punto di dire qualcosa. Poi cambiò idea. «Prima iniziamo, meglio sarà.»