Un temporale estivo costrinse quella sera la contessa e tutta la sua gente a cenare nella gran sala del castello, dove nel camino ardeva un allegro fuoco di legna scoppiettante.
Tutti eran seduti a loro agio in grandi scanni coperti di pellicce, e forse solo la fanciulla Fioralba rimpiangeva il raggio trasparente della luna. Dopo la cena fu servito vino caldo speziato e cosí, sorseggiando quella bevanda ristoratrice, la contessa pregò Galvano di proseguire il suo racconto.
«L’avventura di Galaad, – cominciò Galvano, – è certo la piú meravigliosa di tutte le nostre avventure, poiché egli si conquistò la sua spada nel piú insolito dei modi. Sentirete, signori miei, qualcosa che certamente vi desterà meraviglia.
Le colline delle Cevennes digradavano in una bella pianura percorsa da molti fiumi che scendevano al mare. Io guardavo con piacere le grandi foreste di querce cedere a coltivazioni di frutti dove meli e peri si mescolavano ai mandorli dalle belle chiome e ai ridenti melograni.
Comparvero poi gli ulivi, e a me pareva di sentire nelle narici l’odore del mare e questo mi riempiva di gioia.
– Sentite anche voi, compagni, l’odore salso del mare?
Perceval mi guardò senza capire: doveva essere immerso nelle sue meditazioni mistiche, forse inseguiva il cavallo di san Giorgio che andava a uccidere il drago, o il volo di san Brandano, il monaco benedettino che fece un viaggio nel regno dell’oltretomba. Come amico, era definitivamente perduto.
Galaad mi guardò con i suoi grandi occhi azzurri da adolescente e mi disse:
– Credete… Galvano, che sia prossimo a conquistarmi la mia spada?
Capii che non aveva in mente che quel pensiero, e che nulla lo avrebbe distolto da esso. Mi augurai che trovasse presto la sua spada e ritornasse nel mondo della realtà. Almeno lui. Non mi restò che gustarmi in silenzio il profumo del mare, vero o immaginario che fosse.
Dopo qualche giorno di viaggio silenzioso con i miei compagni che parevano incantati, tutti immersi nei loro pensieri, vedemmo che nella pianura si allargavano frequenti acquitrini d’un bel colore tra l’azzurro e il verde. La campagna, in cui le colture s’erano andate diradando fino a scomparire, appariva ora selvaggia e tuttavia bellissima, perché agli specchi d’acqua s’alternavano chiazze verdi di mirti e viola di grandi eriche fiorite. Cavalli selvaggi si vedevano fuggire sul nostro sentiero, che s’era fatto sottile e talvolta scompariva tra gli arbusti e gli acquitrini.
Conoscevo quella pianura che i provenzali chiamano Camargue, e sapevo quanto fosse pericolosa, come sono pericolose tutte le terre paludose. Pericolosa perché mirti ed eriche spesso coprivano larghe pozze d’acqua, perché alla sera saliva da quelle acque un vapore denso, che toglieva ogni vista, e soprattutto perché i miei due compagni incantati cavalcavano senza dirigere la cavalcatura, anzi lasciandosi guidare da lei. A un certo punto vedendo Perceval che s’era fermato come imbambolato a guardare la sua immagine riflessa nell’acqua, ritenni di dover prendere la guida del piccolo gruppo:
– Compagni miei, – dissi, – vedo che siete vittima di un maleficio. Qualche fata o negromante deve avervi tolto il ben dell’intelletto. Abbiate quindi la bontà di mettervi dietro di me e seguire i miei passi. E che Dio ci accompagni.
Poi vedendo che il mio cortese discorso non li aveva riscossi dal loro fantasticare e continuavano a procedere come dei sonnambuli, gridai:
– O voi, imbambolati! Che vi venga un accidente! Volete mettervi dietro di me e seguirmi passo passo? Altrimenti vi giuro sulla mia testa, che è la cosa piú preziosa che ho, che non vengo a tirarvi fuori dagli acquitrini e vi lascio annegare senza batter ciglio.
Questa orazione spicciola, sottolineata da un paio di piattonate che mollai a ciascuno dei due, li risvegliò e finalmente si decisero a seguirmi.
Desti o addormentati che fossero, i cavalli li portavano sul terreno resistente che io sceglievo con ogni attenzione aiutato dal mio buon cavallo, saggio ed esperto come me.
Ho sempre pensato che un buon cavallo è molto piú affidabile di un uomo, perché capita di rado, e a me non è mai capitato, che si immerga nei suoi pensieri al punto di smarrire la via. Può darsi che questo costituisca una limitazione intellettuale del cavallo, ma vi giuro che sui terreni paludosi è molto piú saggio un cavallo di un filosofo. Figuratevi poi di un sognatore!
Devo dire, a onor dei miei compagni sognatori, che quella regione bellissima aveva qualcosa di misterioso e quasi magico. I vapori che salivano dagli acquitrini e che prendevano strani colori violetti, rosati, che a volte rifrangevano i raggi del sole al tramonto e si muovevano e ondeggiavano come veli mossi dal vento, parevano assumere talvolta forme umane, vaghe forme femminili, e sembravano venirci incontro o fuggire, o accompagnarci lungo il sentiero.
A questa fascinazione, che anch’io subivo ma con tutti i miei sensi all’erta, si aggiungevano suoni strani, che provenivano dalle acque e dai cespugli, che non erano versi di animali, ma suoni nati dal silenzio. Nella campagna infatti, tranne i cavalli selvaggi che fuggivano al nostro apparire, non c’era nessuno.
Io andavo ripetendomi che le figure femminili fluttuanti in veli violetti e rosati erano vapori che il calore traeva dall’acqua, e il suono di violini proveniente dai cespugli era lo strofinio di rami secchi mossi dall’alito della brezza. Ma devo confessare che ero tentato, anch’io, di abbandonarmi a sogni voluttuosi come facevano i miei compagni.
– Se non faceste tante astinenze e penitenze, – dissi loro per rompere quell’incantamento, – non avreste di questi vaneggiamenti –. Ma ero poco convinto di quello che dicevo. Astinenze e penitenze poi, le facevamo tutti e tre, perché da quando avevamo lasciato le Cevennes viaggiavamo in un mondo che pareva disabitato, mangiavamo quel poco che ci restava delle provviste che ci avevano dato al castello, e non vedevamo né uomini né animali. E tanto meno donne. Comunque i miei due compagni non accennavano nemmeno ad aver udito le mie parole. Proseguivano il cammino con gli occhi fissi davanti a loro, ma sono sicuro che non vedevano niente, e certamente non ascoltavano le mie parole.
Galaad soprattutto mi preoccupava perché, pur incantato come Perceval, sembrava nello stesso tempo animato dall’ansia di affrettare il cammino, come se fosse attratto da qualche cosa. Pensai proprio all’effetto di una calamita. Ma che cosa lo attirava? Perché ogni tanto tentava di superarmi sul sentiero, a rischio di precipitare in una di quelle pozze che parevano pronte a inghiottire chi ci fosse caduto dentro?
Mi tornavano alla mente certi racconti che avevo udito da viaggiatori venuti da lontano, di stagni coperti d’erbe e fiori ma che erano senza fondo e in cui i fanghi e le radici appena smosse da un corpo caduto si avvolgevano a vortice e acquistavano forza tale da attirare verso il fondo chi vi fosse caduto. E tanta era la forza del vortice che nessuno riusciva a resistere a quella gravità che lo trascinava in basso, verso il fondo scivoloso di una specie di imbuto che lo inghiottiva irresistibilmente.
E a un tratto vidi con orrore che Galaad, non riuscendo a superarmi dato che io ricacciavo indietro il suo cavallo con un forte colpo di frusta sul muso, usciva dal sentiero e si inoltrava, sempre come incantato sulla sua cavalcatura, in mezzo ai cespugli e ai fiori, sulle rive sdrucciolevoli di quei perfidi stagni. Che cosa cercasse, non so, ma aveva l’aria di seguire qualcuno che gli faceva un cenno, qualcuno che noi non vedevamo. Lo chiamai una, due volte, a gran voce. Non si voltò neppure. Forse non mi udiva.
Procedeva diritto verso un laghetto tutto circondato di fiori colorati, su cui aleggiava un vapore condensato in forma strana, ora di animale, ora di donna. Penso che fosse una fata. Ma certamente non si rendeva conto del pericolo che correva. Cercai di destare Perceval dal suo incantamento, perché mi aiutasse a fermare Galaad che, mi pareva, andava dritto verso la morte.
Perceval non si destò. Allora scesi da cavallo e, tastando prima il terreno con i piedi, seguii Galaad sempre chiamandolo a gran voce, e sempre senza ottenere risposta.
Sentivo il terreno farsi sempre piú insidioso, e benché fossi disarmato e senza il peso della cavalcatura, il fango sotto di me diventava sempre piú molle e vischioso, quasi tentasse di imprigionarmi.
Faticavo a estrarre i piedi, e a ogni passo i miei calzari affondavano piú pericolosamente nella mota. Mi gettai a terra e cercai di raggiungere Galaad strisciando, ma procedevo lentamente e lo vedevo sempre piú lontano, quasi già immerso nelle brume violette dello stagno.
A un tratto non lo vidi piú. Mi alzai faticosamente in piedi aggrappandomi ai cespugli e chiamando il suo nome a gran voce:
– Galaad! Galaad! – e vidi con orrore che il mio amico si stava inabissando con il suo cavallo nelle acque del lago verso il quale si era diretto. Stava ritto sulla sella, con la testa immobile e immagino che avesse lo sguardo fisso come quando mi era parso attratto da una calamita.
– Galaad! – singhiozzai ancora mentre lo vedevo scomparire nell’acqua, poi mi coprii il volto con le mani, e piansi.
All’improvviso mi sentii toccare la spalla. Era Perceval, che mi chiese:
– Perché piangi?
– Ma non hai visto come è finito il nostro amico? Non lo hai visto sprofondare nello stagno con tutto il cavallo?
– Sí, ma non è mica morto.
– Ah, non è morto! – gridai agitando una mano davanti agli occhi di Perceval, – svegliati amico! che cosa credi che ci sia là sotto? la reggia della fata Morgana? la fata ingannatrice e perversa sorella di re Artú?
– Non so se è Morgana o un’altra fata. Ma là c’è di sicuro la reggia di quella bella dama che gli fece cenno di seguirlo.
Diceva queste cose con lo stesso sguardo allucinato con cui mi aveva seguito fin lí, lo stesso sguardo che avevo visto negli occhi di Galaad.
– Ma quale fata! Ma quale bella dama! – gridavo sempre piú infuriato, – quelli sono i vapori delle paludi, e lui, quel povero ragazzo, sarà là che si ingozza di fango. Ahi, ahi! che cosa doveva succedere, – parlavo ormai in preda alla disperazione – e io non sono riuscito a salvarlo, non sono riuscito a fermarlo!
– Tu non dovevi fermarlo, – disse Perceval con una strana voce, come credo parlino gli oracoli, – e non avresti mai potuto fermarlo. Il suo destino lo chiamava in quel lago, e lui ha seguito il suo destino. Là troverà la sua spada, quella che gli consentirà di diventare re del Graal.
– Ma che cosa vai farneticando? – chiesi puntandomi l’indice della destra sulla fronte. – In fondo allo stagno c’è solo fango, e se mai lo scheletro di qualche altro imbambolato che c’è finito dentro. Ma già, siete impazziti tutti e due, e ormai con voi non c’è piú niente da fare.
E scuotendo la testa tristemente me ne tornai al mio cavallo che si era fermato sul terreno solido, come fa ogni buon cavallo con un po’ di sale in zucca.