3.
Una domenica pomeriggio.
Seurat
Passeggiavano per Hyde Park, una domenica pomeriggio stranamente luminosa per essere londinese.
«Cosa ricordi dell'incidente, Claire?»
«Ricordo delle figure sfocate di uomini. Delle urla. Un forte dolore alla testa. E poi basta. Non riesco a ricordare altro.»
«Neppure se ti concentri?»
«Tocca a me, adesso. Te ne sei andato dall'America perché non ti riconoscevi nella persona che ti descrivevano?»
«Già.»
Avevano visto il film. Non aveva avuto flashback o improvvisi lampi di genio della sua vita passata.  Ma non aveva neppure avuto la sensazione che fosse la prima volta che lo vedesse. Non gli era dispiaciuto. Non sapeva dire se gli era piaciuto tanto da dichiararsi fan. Forse le sue preferenze erano legate a ricordi da bambino, avventure avute e libri letti con quegli occhi curiosi e innocenti. La sensazione che gli aveva ispirato era di familiarità. Qualcosa che non provava da molto. Lo aveva reso irrequieto. Ecco perché domenica avevano deciso di continuare il loro gioco mentre passeggiavano nel parco.
«Non puoi rispondere solo con un già. È ingiusto.»
John le lanciò uno sguardo divertito. «Colpa tua. Potevi fare una domanda meno specifica.»
«Ehi!»
«Tocca a me, adesso.»
Claire sbuffò, ma sorrise. John si prese qualche minuto per riflettere.
«Hai mai provato a parlare con uno psicologo?»
Claire osservava il parco. Poteva non rispondere e lui non si sarebbe arrabbiato. Potevano tornare a parlare del tempo, dei quadri alla National, dello scultore capriccioso di cui si stava occupando in quel momento, del prossimo film che avrebbero visto. Claire osservava il parco. Ragazzi che si tiravano un pallone. Una signora trascinata da un barboncino bianco. Delle ragazze sdraiate su un telo, cercando di prendere quei rari sprazzi di sole. La scena le ricordava un quadro di Seraut. Tanti punti messi vicini che facevano un'immagine completa. Un tripudio di colori, di personalità. Ma se si vedeva da vicino, erano solo un insieme caotico di punti, quasi non avesse senso. Lei si sentiva così.
«Dopo che mi sono svegliata, restai in una clinica per diversi mesi. Parlai con psichiatri, psicologi, medici. Senza molto successo. Alla fine decisi di ascoltare un amico.»
«Che ti consigliò?»
«Aspetta il tuo turno. Voglio sapere com'è la tua famiglia.»
«Sono informazioni di seconda mano, ti avverto. Ho un fratello di nome Jacob e una sorella di nome Alice. Lui ha tre anni meno di me, è un poliziotto. Alice è più piccola di cinque anni e lavora all'università come ricercatrice. Mio padre si è ritirato dall'azienda per cui ha lavorato, per aprire una ditta vinicola. Mia madre lo aiuta nella gestione.»
Sembrava uno studente in cerca della risposta ad un esame, mentre leggeva un elenco invisibile di informazioni. Rendendosi conto del tono impersonale, smise di parlare. Si scombinò i capelli.
«Non li vedi da molto tempo?»
«Prima di risponderti, vorrei sapere cosa ti disse il tuo amico.»
«Mi disse di aspettare, di guarire la mia anima. Quando quella sarebbe guarita, le risposte sarebbero tornate a galla da sole.»
«Non li vedo da tre anni. Mi chiamano, cercano di parlare con me, cercano di convincermi a tornare.»
«Ma non puoi.»
John scosse la testa. «Chi era questo amico?»
«Geloso?»
Claire cercava di alleggerire la tensione. Eppure lui si voltò a guardarla intensamente. Si erano fermati in mezzo al sentiero principale. Le persone le schivavano borbottando, ma loro rimanevano lì, occhi negli occhi.
John mormorò.  «Sì. Direi di sì.»
Le sfiorò una ciocca di capelli, sfuggita alla treccia. Claire percepì un brivido. Poi l'incantesimo si ruppe, quando un uomo inciampò, andando a sbattere contro di lei. John la afferrò. 
«Ehi! Fai attenzione!» Gli urlò dietro, mentre l'uomo barcollava, chiaramente ubriaco.
John la lasciò andare. Le prese la mani e si sedettero su una panchina. Vedendo il suo sguardo perso, le disse di aspettare.
***
Claire osservava il parco, senza davvero guardare. John era di spalle, parlando con un artista ambulante, i cui quadri erano appesi a una sedia e un cavalletto. Claire osservava, senza guardare davvero. Per questo quando l'uomo si sedette a fianco a lei, sussultò sorpresa. Era l'uomo che l'aveva spintonata. Aveva un basco calato sulla testa. Si accese una sigaretta con tutta la calma del mondo. Non sembrava più così ubriaco.
Claire stava per alzarsi, indignata, quando fulmineo la afferrò per un polso, costringendola a stare seduta. La stretta le faceva male. La paura iniziò a serpeggiare come una malefica vipera che si attorcigliava nelle sue viscere, paralizzandola.
«Claire, ma che maleducazione. Non vorrai mica andartene senza salutare, dopo tutto questo tempo.»
La musicalità del francese. Due occhi color ghiaccio la inchiodarono sul legno rovinato della panchina. La stretta si intensificò. «Allora, come te la passi? Ah, non dirmelo. Stai bene, sei felice e bla bla. Senti, stronzate a parte. Mi dici dove hai messo il tuo regalo di addio per me, tesoro?»
Claire non aveva la minima idea di chi fosse quell'uomo. Non sapeva di cosa stava blaterando. Eppure lui sembrava conoscere lei. Un ronzio nelle orecchie la riportò in quella maledetta stanza.
«Non so chi sei. Lasciami immediatamente!»
L'intenzione era di urlare, ma la voce le usciva in un flebile squittio che non avrebbe spaventato neppure un topo. Lui rise. Strinse ancora di più il suo polso, ormai violaceo.
«Mi avevano detto che eri uscita fuori di testa. Ammattire non ti servirà, sai? Voglio l'ultima consegna, Claire. Dimmi dove l'hai nascosta.»
«Non so di cosa parli! Lasciami immediatamente!»
La voce di Claire era poco più di un sospiro. Il ronzio nelle orecchie aumentò.  Lottò contro lo svenimento.
«Non fare tutte queste scene.»
Una mano calò sulla spalla dell'uomo, spingendolo via dalla panchina e lontano da Claire.
«Stai lontano da lei.»
La voce di John era bassa, ma così carica di rabbia repressa da non lasciare spazio al dubbio su cosa sarebbe seguito. Prima che potesse avvicinarsi, l'uomo si era alzato ed era corso via.
Ogni fibra di John era tesa. Voleva inseguirlo. Il formicolio alle mani, strette in pugno, indicava la sua necessità di menare le mani. Era quasi un imperativo. Una sensazione che non provava da tempo. Se lo inseguiva ora, lo avrebbe di certo raggiunto. Fece un passo avanti, pronto a lanciarsi nella corsa. Poi guardò dietro di sé. 
Claire teneva le braccia abbandonate lungo il corpo. Le spalle erano incassate, come se di colpo avesse cent'anni e non ventiquattro. La testa rivolta verso il basso le nascondeva gli occhi. L'aveva già vista così. Si era ripromesso che avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per impedirlo. Eppure eccola lì, svuotata e disperata. Guardò verso l'uomo, a diverse centinaia di metri ormai. Voleva vendetta verso quello sconosciuto. Voleva sapere cosa avesse fatto a Claire. Ma la parte di lui che voleva proteggerla era più forte. Quindi si sedette vicino a lei. E aspettò. 
***
Un'ombra calda. La conosceva. Con la coda dell'occhio vide la figura seduta a fianco a lei. Era in attesa. In attesa di cosa?
La figura fece un gesto che conosceva. Si scombinò i capelli. Lo faceva quando era nervoso o frustrato. Vedendo che lo stava osservando, si fermò. 
«Claire?»
La chiamava con voce gentile. Era preoccupato. Le porse una mano. Aspettava. Cosa aspettava?
«Andiamo Claire. Vuoi farmi fare la bella statuina per il resto della mattina?»
Aspettava lei. John l'aveva aspettata ogni giorno.
Lei allungò una mano, lentamente. Intrecciò le dita con le sue. John rilasciò l'aria trattenuta fino a quel momento. Rimasero mano nella mano in silenzio per diversi minuti. Finalmente Claire aprì la bocca, cercando di parlare. La sua voce non era più un suono flebile, ma non era neppure pacata come al solito.
«Non so chi fosse. Non so ...»
John le mise un dito sulle labbra. «Me lo dirai dopo. Adesso andiamo a casa e mettiamo del ghiaccio su quel livido. Ordiniamo il pranzo. E poi, se avrai ancora voglia di avermi intorno, parleremo.»
Claire annuì. Si alzarono, ma un tonfo di qualcosa che cadeva la distrasse. John imprecò a mezza bocca, chinandosi a raccogliere il piccolo oggetto incartato. Glielo porse, imbarazzato.
«Volevo darti qualcosa per ricordare questa giornata. Ma forse sarebbe meglio dimenticarsela. Quindi, se preferisci, me lo tengo io.»
Claire lo mise a tacere prendendo il pacchetto rettangolare e scartandolo. Era un piccolo quadro, su una tela 25x20. Era una tempera. Infiniti punti che visti da vicino erano solo un caos. Ma insieme, nella giusta prospettiva, erano una bellissima immagine di una domenica pomeriggio in un parco della Grande-Jatte.
Claire alzò lo sguardo e gli sorrise. «Grazie.»
John fu felice di non avere inseguito l'uomo.
***
«Ha parlato di una consegna... Non ho davvero idea... Non so proprio...»
Era la quinta volta che Claire tentava di spiegare a John quello che era successo con lo sconosciuto.  John le ispezionava la mano e il polso, mentre le premeva il ghiaccio delicatamente. Non aveva ancora detto nulla. Claire iniziava a temere che l'avrebbe guardata con disgusto. Quando incontrò il suo sguardo, capì che si sbagliava. Stava riflettendo su qualcosa, come se cercasse di risolvere un rebus.
Le chiese per l'ennesima volta: «Sicura di non voler andare a denunciare questo tizio alla polizia?»
Lei annuì. Lui tornò a riflettere. Dopo alcuni minuti la mise a parte dei suoi pensieri.
«Qualunque cosa volesse, riguardava l'incidente. Quindi, se te la senti, vorrei chiederti un favore.»
Lei annuì lentamente, non sapendo cosa aspettarsi. 
«Potresti farmi un ritratto di quell'uomo?»
Il silenzio seguì le sue parole. Poi Claire chiese: «Perché?»
John guardò fuori dalla finestra. «Perché forse conosco qualcuno che può scoprire chi è.»
Claire aspettava ulteriori spiegazione, ma John taceva.
«Non voglio andare dalla polizia. Farebbero troppe domande, a cui non potrei dare risposta. Non sarei considerata attendibile. Verrei solo umiliata.»
John scosse la testa. «Non ho intenzione di andare a parlare con loro. Però ho comunque bisogno di una tua descrizione, dato che io non l'ho visto in faccia.»
«A cosa ti serve?»
John sospirò.  «Te l'ho detto. Voglio capire chi è. E voglio capire come evitare perché ti si avvicini ancora.»
«Solo questo?»
Il sospetto serpeggiava nel suo tono. John si innervosì.
«Sì, Claire, solo questo. Non ho intenzione di chiedere del tuo incidente alla tue spalle. Se non te ne sei accorta, sto aspettando che sia tu a parlarmene.»
Claire si vergognò di se stessa. «Scusa... Chiunque mi abbia chiesto dell'incidente ha sempre avuto solo un interesse morboso. So che non è una giustificazione per il mio comportamento da stupida...»
«Non sono chiunque, Claire. Soprattutto non per quanto riguarda questo argomento. Altrimenti sarei il più bravo maestro in ipocrisia, no?»
Le sorrise con autoironia. Lei ricambiò.
Decise di fare ancora un passo verso lui, su quel ponte traballante di legno e corde. Si alzò, prese carta e matita. Le tremava la mano, ma si concentrò sulla tecnica e non sul soggetto. Dieci minuti dopo porse il foglio a John. Gli diede un'occhiata, lo piegò e lo infilò nella tasca della giacca.
Claire si sentì improvvisamente svuotata, come se avesse corso una maratona. Eppure si sentiva abbastanza tranquilla, nonostante uno dei suoi episodi , come li chiamava lei. 
Vedendo la sua stanchezza, John le chiese: «Vuoi che resti con te?»
Non si accorse neppure di aver annuito, mentre si accasciava sul divano. John si sistemò sui cuscini e accese la TV. La sua vicinanza rassicurante la fece addormentare pochi istanti dopo. Quasi come se fosse caduta in un coma profondo.
***
John guardava Claire accoccolata sulla sua spalla. Le accarezzava i capelli e rifletteva, cercando di dominare la rabbia che ancora ribolliva, troppo vicino alla superficie perché si potesse rilassare. Doveva fare qualcosa o sarebbe esploso. La prese in braccio e la portò in camera, mettendola delicatamente sul letto. Lei mormorò il suo nome. Rimase a guardarla ancora qualche minuto, combattendo tra il desiderio di restare e il bisogno di sapere, per riuscire a proteggerla. Vinse il secondo. Le scrisse un messaggio e glielo lasciò attaccato alla porta.
Fuori dal suo appartamento fece un respiro profondo. Tirò fuori il cellulare. Fissava il display come se potesse avere tutte le risposte. Sebbene internet fosse generalmente un oscuro pozzo di scienza e spazzatura, non aveva davvero la risposta che serviva a lui. Quando era partito da New York si era ripromesso che non avrebbe più chiamato quel numero. Non finché non avesse messo insieme i pezzi, almeno.
Aveva mentito a Claire. Non era lui, John Smith, a conoscere qualcuno che potesse svelare l’identità del bastardo. John Smith era un signor nessuno. Non conosceva nessuno. Non conosceva neppure se stesso. Johnathan Silver-Smith, invece, era tutta un'altra storia.
Valutò il fuso orario e compose il prefisso internazionale. Dopo due squilli rispose una centralinista.
«Salve, sono Megan, Federal Beureaut of Investigation di New York. Come posso esserle utile?»
«Salve, sono Johnathan Silver-Smith. Vorrei parlare con il direttore della sezione Crimini Finanziari, Jayden Marlowe.»
«Vedo se il direttore può accettare la chiamata, resti in attesa.»
In quei brevissimi cinque minuti, John pensò a un milione di modi per iniziare quella conversazione. Quando la fastidiosa musichetta venne interrotta, non se ne ricordò neppure uno. Non che ce ne fu bisogno. La voce dall'altra parte partì spedita in quarta, senza dargli tempo neppure di salutare.
«Ho pensato che Megan mi stesse prendendo per i fondelli. Poi ho controllato il numero, con prefisso inglese. Per poco non mi strozzavo con il mio sandwich. Mi devi un altro paio di pantaloni freschi di lavanderia, genio.»
In quelle poche frasi c'era un'amicizia di lunga data e le aspettative che l'accompagnavano. Aspettative che lui stava immancabilmente per deludere.
«Jayden, scusa se ti disturbo a lavoro.»
Jay aveva iniziato bene la giornata, con il suo doppio caffè nero e la sua ciambella alla cannella. Era addirittura riuscito a chiudere il caso delle finte banconote perfette, a cui stava lavorando da mesi. Sembravano davvero appena usciti dalla Zecca di stato. Alla fine si era scoperto che un ex dipendente corrotto aveva rubato alcune attrezzature. Caso chiuso.
Stava festeggiando con un pranzo a base del suo sandwich preferito, al prosciutto e formaggio, cercando di non pensare ai quintali di pratiche burocratiche che avrebbe dovuto sistemare nel pomeriggio, prima di potersi concedere la sua birra e la sua partita di basket. Stasera avrebbero giocato gli Spurs, dopotutto. Poi era suonato il telefono della sua scrivania.
«Jay, ho in linea un certo Johnathan Silver-Smith che vorrebbe parlare con te.»
Gli era scivolato il sandwich dalle mani, con il formaggio che si era felicemente spalmato sul pantalone del suo completo, mentre imprecava a bassa voce.
«Hai tracciato la chiamata?»
«Ovvio, per chi mi prendi? Non ci crederai mai, ma arriva direttamente dalla patria di Sua Maestà la Regina.»
Non aveva bisogno di ulteriori conferme. «Passamelo.»
Non sentiva John da troppo tempo. Cercava di dirsi che non doveva sperare troppo. Ma era praticamente impossibile. Ovviamente avrebbe dovuto ascoltare la parte razionale della sua mente.
Nessun: «Ehi Jay, piantala di cazzeggiare e porta il tuo culo al poligono per una gara di precisione.»
Nessun: «Stasera da me per la partita?»
Solo una banale scusa. Jayden deglutì l'angoscia e la rabbia per quella situazione assurda. Dopo quattro anni ancora non riusciva ad accettarlo.
«Non mi disturbi affatto, John. Cosa succede?»
Dall'altra parte John si schiarì la gola, evidentemente a disagio.
«So che sto per farti una richiesta sconcertante. Sentiti libero di mandarmi a quel paese. Vorrei chiederti se puoi rintracciarmi una persona.»
Silenzio all'altro capo del telefono. John attese, poi si scusò.
«Ovviamente non è possibile, vero? Scusa se ti ho disturbato per questa sciocchezza.»
«Non ho detto che non posso. È che sono rimasto sorpreso. Decisamente. Sono qui con la bocca aperta, in attesa che ci entrino mosche. E Mike mi ha appena scimmiottato dall'altra parte della stanza.»
John sorrise, senza neanche saper perché. Forse il tono di voce. Forse perché da qualche parte, nella sua mente traditrice, c'erano conservati i ricordi di conversazioni divertenti con Jayden.
«Ti spiace se ti chiedo dettagli?»
«Mi sarei preoccupato se non lo avessi fatto. Un'amica è stata aggredita e minacciata da questo bastardo. Per motivi personali non vuole andare dalla polizia, non importa quante volte ho cercato di convincerla. Vorrei solo sapere chi è questo tizio.»
Altro silenzio. Stavolta John si innervosì, ma attese senza fiatare.
«E perché hai pensato che io potessi aiutarti? Londra è decisamente fuori dalla mia giurisdizione, qualora tu non te ne fossi accorto.»
«Ne sono consapevole, tante grazie. Pensavo che magari avevi contatti con l'Interpol. Se la richiesta arrivava da me, sarebbe senz'altro presa per uno scherzo di cattivo gusto. Tu hai un canale preferenziale, invece.»
Le lunghe pause di silenzio che seguivano la sua parte di conversazione erano preoccupanti.
«Jayden, se non puoi basta che mi dici no. Non volevo metterti in difficoltà.» 
«Non lo hai fatto. Dammi solo un attimo per riorganizzare i miei pensieri.» Un sospiro. Uno scricchiolio, forse la sedia di pelle nera. Alcuni passi. «Ricapitoliamo. Non ci sentiamo da tre anni. Succede una cosa a questa tua amica. E la prima persona a cui pensi sono io. Perché?»
«Onestamente?»
«L'onestà è l'unica cosa di cui mi importa.»
Accadde allora. Come il primo rintocco di un orologio fermo da millenni, i cui ingranaggi siano ormai arrugginiti e inservibili. Una piccola rotella si spostò di qualche millimetro.
E John rispose senza pensare. «Non è vero. Più dell'onestà, ti interessa che gli Spurs vincano il campionato.»
John guardò sorpreso il cellulare, come se un'altra entità si fosse impossessata di lui.
«Puoi ...ripetere... per favore?»
«Gli Spurs.»
«Ho capito... Intendevo ...»
«No. Non so da dove mi sia uscito.»
Jayden si trattenne. Non voleva forzare la mano. Sapeva che altrimenti si sarebbe chiuso a riccio e lo avrebbe mandato a quel paese, come già aveva fatto un'infinità di volte.
«Non so perché, ma ho pensato che tu potessi saperne qualcosa. Chiamala sensazione, chiamalo istinto. Chiamalo opportunismo. Mi puoi aiutare?»
Il tono brusco non lo trasse in inganno. «Non ti garantisco niente, vedo quello che posso fare. Dammi la descrizione.»
John tirò un sospiro di sollievo. «Posso fare di meglio. Ho un ritratto di questo tizio.»
«Mandamelo per mail.»
«Grazie davvero.»
«Non ringraziarmi ancora.»
Altra rotella, altro millimetrico movimento. «Jay. Sono in debito con te, ancora una volta.»
«Ne riparliamo più in là. Ciao.»
Chiuse la conversazione come se avesse fretta, forse lo chiamavano da un altro ufficio. John si incamminò verso il suo appartamento. 
Dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, Jayden Marlowe, direttore della sezione Crimini Finanziari, FBI di New York, aveva la fronte poggiata contro la grande finestra affacciata su Manhattan. Non lo stavano chiamando da un altro ufficio e non aveva nulla di urgente in programma. Ma sentirsi chiamare Jay, per la prima volta in quattro anni, era stato troppo. Più dell'onestà e degli Spurs campioni NBA, solo una cosa davvero gli importava. Riavere indietro il suo migliore amico.