12.
Giorno e notte.
Escher
Claire si concentrò sulla sagoma davanti a lei. Dopo il millesimo tentativo aveva iniziato a non tenere più il conto. Stavolta sperava di non fallire. Il rumore metallico di una sicura sganciata non la distrasse come faceva le prime volte. Rimase focalizzata sull'obiettivo. Lasciò andare un respiro trattenuto fino ad allora, alzò il dito dal grilletto e sparò. La sagoma si mosse impercettibilmente. Il rimbombo fu assordante, ma nessuno si girò. Dopotutto era in un poligono di tiro. Posò la pistola sul ripiano davanti a lei, studiando il bersaglio. Aveva colpito la spalla destra. Si voltò, carica di aspettative verso Judith, che le fece un lieve cenno di assenso.
«E ora fallo altre cento volte.»
Claire gemette e si accasciò sulla sedia in un angolo. Se cinque anni prima qualcuno le avesse detto che avrebbe impugnato un'arma per imparare a sparare, lo avrebbe fatto rinchiudere in un manicomio. Tuttavia, se le avessero invece detto di abbracciare strette a sé le persone più care, avrebbe in quel caso ascoltato il consiglio. Si osservò i calli delle mani, senza rispondere a Judith. Si rialzò con un sospiro e caricò nuovamente l'arma, con molta attenzione e cautela. Poi ricominciò a sparare. Quando aveva finito si voltò di nuovo verso l'altra donna, appoggiata alla parete con le braccia conserte. Il suo sguardo impassibile non lasciava trapelare niente. Sotto molti punti di vista le ricordava lui, ma non glielo avrebbe mai detto o avrebbe rischiato severe ripercussioni.
«Direi che per oggi può bastare.»
Judith Flinch non era una persona facile con cui trattare. C'era un motivo se i colleghi la chiamavano Donna Bionica. Niente sembrava scuoterla. Tranne forse quando si parlava dell'FBI. Un tic al sopracciglio destro era l'unica indicazione che sentir nominare la controparte americana dell'indagine le dava ai nervi. Solo un'altra volta aveva mostrato cosa celava dietro a quella maschera di assoluta freddezza. Il giorno che era andata a trovarla in clinica, una settimana dopo l'arresto di Lamaire.
«Salve, signorina Severan. Forse non si ricorda di me.»
«Lei è l'agente Flinch, dell'Interpol. So chi è.»
Claire non era stata gentile all'inizio.
«Le ruberò solo qualche minuto, se non le dispiace.»
«Mi dispiace.»
«Signorina Severan.»
«Nonostante questo, le dirò tutto ciò che ricordo.»
L'agente Flinch era rimasta in silenzio. Claire vide la sua compostezza venir meno in un batter d'occhio.
«Per lei non significherà niente ciò che sto per dire, ma vorrei poter tornare indietro e avervi accompagnato io stessa. Non c'è singolo giorno che rimpianga di non averlo fatto. Le mie mani sono macchiate del sangue di Jacqueline Roux tanto quanto quelle di quei bastardi.»
Era sincera. Aveva gli occhi bassi e le tremavano leggermente le spalle, mentre si fissava le dita. Claire capì il suo stato d'animo. Lo comprese così bene, che non poté più essere furiosa con lei.
Le toccò un braccio. «Vale anche per me, agente Flinch.»
«Judith. Sono Judith.»
«Judith. Qualunque cosa serva per assicurare che quei maledetti la paghino, la farò.»
Judith sperava in parole simili, sebbene le temesse. Si lanciò un'occhiata intorno. Erano in una clinica psichiatrica, in fondo.
Forse venire a interrogarla lì non era stata una mossa saggia, ma era davvero disperata. Lamaire aveva fatto voto di silenzio. Diceva che lo avrebbero raggiunto anche in prigione, se avesse parlato. Aveva bisogno di altre informazioni, ecco perché si era decisa ad andare lì. Si aspettava l'ostilità e l'odio. Non si aspettava di certo il perdono e la collaborazione.
«Ho bisogno della descrizione degli altri due individui che erano con lei quella notte.»
«Posso fare di più.»
Si allungò verso il tavolino, dove un blocchetto di disegni era poggiato. Lo sfogliò e ne strappò un paio di pagine, porgendole a Judith.
«Ma questi...»
«Sì.» Non erano solo ritratti dettagliati dell'inglese e del russo. C'erano appunti su vestiti, parole dette, caratteristiche particolari. Ogni singolo dettaglio era lì, pronto per essere inserito nel database. Non riusciva a crederci.
«Ha mai pensato di fare la ritrattista per la polizia, signorina Severan?»
«No. E non mi interessa.»
«Capisco.» Osservò ancora i disegni poi li mise in borsa. «Vorrei sapere se vuole aggiungere altro, anche se suo padre adottivo dice che non ricorda nulla oltre quella sera.»
«Armand si sbaglia.»
Mancava poco che Judith spalancasse la bocca. Claire fece un cenno di assenso, per sottolineare quelle parole.
«A parte alcuni elementi, so cosa è successo quando Lamaire mi ha rapito. Ricordo chi c'era con lui. Erano gli stessi. Gli stessi di quel cinque dicembre.»
«Perché dice di non ricordare?»
«Perché Lamaire su una cosa ha avuto ragione. Finora io sola
sono stata risparmiata, nonostante la reputazione dei Fantasmi di non lasciare tracce. Perché?»
Anche Judith si era fatta la stessa domanda un miliardo di volte.
«Ho riflettuto sulle possibili ragioni, giungendo a due conclusioni. Primo: considerando lo stato della mia salute psichica negli ultimi anni, non sono considerata per loro un pericolo. Secondo: qualcuno non vuole che io venga fatta fuori. Ora, le motivazioni per quest'ultima ipotesi potrebbero essere diverse e non ho avuto ancora il coraggio di analizzarle. Però una cosa è chiara. Se qualcuno non mi vuole vedere morta è perché o mi conosce o gli servo.»
«Ecco perché non glielo ha detto. Dubita di lui.»
«Di Armand? Oh, ma per favore! Non è solo mio padre per adozione, Judith. Mi fido ciecamente di lui. No, semplicemente non voglio metterlo in pericolo. Tutto qui. Voglio che lei mi aiuti, Judith.»
«A fare cosa?»
«A infiltrarmi nei Ghost.»
«Cosa?»
Judith osservò Claire come se la vedesse per la prima volta. Il suo sguardo lucido e determinato non lasciava trasparire segni di pazzia, nonostante fossero comunque in una clinica.
«Signorina Severan...»
«No, ora lei mi ascolterà bene. Perché se non mi aiuta potrei rischiare di danneggiare la sua operazione, più che mettervi fine. Io ho le competenze per avvicinarli. Cercano un falsario altamente qualificato, no? Ce l'ha davanti.» Si indicò con un ampio gesto. «Secondo, so che siete a corto di informazioni. Pierre ha messo in chiaro che non avrebbe mai tradito i Ghost e non solo per lealtà, ma perché sono pericolosi.»
«A maggior ragione una civile non può avvicinarsi a loro! Inoltre l'ha detto lei stessa che qualcuno in alto nei loro ranghi è
sicuramente una persona vicina a lei. La riconoscerebbe subito.»
«Non con qualche stratagemma.»
«Non se ne parla proprio! Lei non sta bene, signorina Severan.»
Si alzò di scatto. Claire la fermò alla porta con una sola frase. «Lo devo a Jackie.»
Judith si girò lentamente, incontrando lo sguardo di Claire. Ebbe di nuovo la sensazione di avere davanti a lei una persona diversa da quella che aveva incontrato precedentemente. Disperazione e determinazione le si leggeva in ogni movimento che fece verso di lei. Le prese la mano. «Per favore, Judith. Deve aiutarmi.»
La verità era che Judith Flinch non era affatto una donna bionica che cercava di fare carriera in un mondo prettamente maschile. Inoltre lei stessa era quasi alla disperazione. Aveva di nuovo perso ogni traccia di quei maledetti fantasmi. Marcus continuava a dirle di lasciar perdere e che la task force sarebbe stata chiusa da un momento all'altro, ma lei non poteva. Non poteva farlo. Il sangue di Jacqueline Roux era sulle sue mani tanto quanto su quelle di quei maledetti bastardi. E ora Claire Severan le stava offrendo un'opportunità incredibile di assicurarli alla giustizia e al contempo di redimersi. Anche se questo voleva dire giocarsi la sua intera carriera. Ponderò bene costi e benefici. Costi, altissimi. Rischi, ancora più alti. Benefici, uno solo. Inspirò a fondo.
«Non pensavo mi sarei mai trovata nella condizione di contravvenire ad ogni regola.»
«Significa che mi aiuterà?»
«Dipende.»
«Da cosa?»
«Da quanto resiste.»
«A cosa?»
«All'addestramento.»
Claire voleva chiedere di che diamine stesse parlando. Ma Judith
si portò un dito alle labbra, poi le scrisse un biglietto. «Parleremo delle sue lezioni di autodifesa quando starà meglio, signorina Severan. Può trovarmi a questo numero.»
Era un modo per dirle che non era sicuro parlare lì. E di contattarla da un cellulare con numero privato al numero che le aveva dato. Chiamò quella sera stessa. Era iniziata così, la costruzione di una nuova Claire.
***
Non era mai stata una fan dei quadri di Escher. L'illusionismo e l'inganno non li aveva mai apprezzati. Amava l'impressionismo proprio perché cercava di fissare un momento del tempo, un movimento fluido, in un'immagine. Era un fissare un'impressione, spesso fallendo miseramente secondo gli stessi pittori, ma comunque tentando ancora e ancora. Ogni giorno. Le illusioni e gli inganni erano un voler nascondere ciò che c'era dietro. Che fosse un messaggio segreto o semplicemente un'immagine, non aveva importanza. Se l'intenzione era celare e mascherare, a lei non inspirava fiducia. Eppure eccola lì, che si sentiva un quadro vivente di Escher. Il giorno e la notte. Due immagini identiche e speculari. Uno specchio. La stessa Claire, eppure diversa. Una era in clinica, a seguire le terapie, a parlare con Joanna e il dottor Jensen. A dipingere quadri di scene vissute con lui, John, nello stile che amava di più, quello impressionista, per fissare quei momenti perduti e riappropriarsene. Un'altra sparava in un poligono, si sottoponeva ad esercizi fisici faticosi per imparare l'autodifesa, si esercitava a parlare in americano, per costruire una nuova finta identità di falsario. Aveva addirittura un nome in codice nel mondo criminale. Judith stava creando questa identità un pezzo alla volta, per metterla nei database e attirare così i Fantasmi. Nessuno sapeva
della loro collaborazione o di quello che avevano intenzione di fare. E sarebbe dovuta rimanere segreta, se volevano che la cosa funzionasse. Ecco perché aveva smesso di scrivere messaggi a John. Non voleva farlo preoccupare, ma non voleva neanche distrarsi. Aveva un obiettivo e avrebbe fatto di tutto per portarlo a termine. Si sarebbe occupata di chiarire le cose con lui in seguito. O almeno questo era quello che continuava a ripetersi. C'era tuttavia quella parte di lei, quella ancora fragile che aveva bisogno di parlare con Joanna per rimettere insieme i pezzi, che si bisbigliava quanto fosse sbagliato il suo comportamento. Avrebbe dovuto dirglielo fin da subito. Avrebbe dovuto mettere le cose in chiaro. Perché non prendere il telefono e mandargli un messaggio, dicendogli di non contattarla più?
Semplice. La parte di lei che si addestrava, che per la prima volta in vita sua aveva preso in mano una pistola, sapeva per quale motivo aveva smesso dall'oggi al domani di scrivergli. Erano messaggi senza impegno. Buongiorno. Buona sera. Come stai? Come va oggi? Cosa stai facendo?
In realtà non erano poi così vuoti. Erano continue richieste di contatto, per mantenere la connessione tra loro in qualunque modo, seppur così freddo a suo avviso. Ma le era bastato. Se lo faceva bastare, perché sapeva che non era ancora il momento di affrontare quell'aspetto della sua vita che era il legame con John. Era bastato un istante e una parola perché si frantumasse ogni sua speranza. Judith aveva risposto a una telefonata di lavoro, durante una delle loro sessioni. Dal tono alterato con cui aveva parlato, Claire aveva subito capito che si trattava dell’FBI.
«No, Ascoltami tu Marlowe! Quell'idiota di Smith dovrebbe smettere di ficcanasare e tornare ad occuparsi delle sue faccende. Non ha cose più importanti a cui pensare? Che ne so, tipo un cavolo di matrimonio, ora che si è ricordato della sua fidanzata?»
L'aria le era scomparsa dai polmoni. Forse rendendosi conto delle sue parole, Judith si voltò, rabbuiandosi.
«Scusami Marlowe. Non volevo. So che non mi giustifica, ma sono davvero nervosa per gli ultimi sviluppi. Sì, fammi sapere. Ti ringrazio.» Chiuse la chiamata e la guardò. «Non avrei dovuto parlare in quel modo. Ti chiedo scusa.»
L'ira montò rapida come un acquazzone in Amazzonia, violenta e improvvisa. «Perché ti stai scusando con me?»
Se Judith rimase spiazzata non lo diede a vedere. «So che voi due…»
«Noi due cosa?»
«So che siete legati.»
«Non così tanto, se non ha sentito il bisogno di dirmi che si sposa, no?»
«No, Claire. Non lo farà.»
«Cosa importa? Abbiamo altre cose di cui preoccuparci.»
Judith sapeva che lei aveva ragione, eppure si sentiva colpevole nei confronti di Smith. Claire aveva smesso di rispondergli ai messaggi. Non aveva bisogno di distrazioni e di drammi inutili. Il dottor Jensen le aveva parlato di dissociazione. Sebbene ora ricordasse quasi tutto, ancora non si sentiva un essere unitario. Le sembrava di avere trovato tutti i pezzi, ma che li avesse incastrati nel modo sbagliato. E la sua intenzione di condurre una specie di doppia vita come nei film di spionaggio, di certo non aiutava. Sapeva però di non poterlo lasciare in sospeso. Così un pomeriggio prese il coraggio e lo chiamò.
«Smith.»
«Ciao.»
«Claire? Non mi aspettavo...»
«Lo so. Scusami se non ti ho risposto.»
«Stai bene? È successo qualcosa?»
«No. Sì. Sto affrontando un momento negativo in terapia e ho capito di avere bisogno di tempo.»
«Mi stai dicendo che non devo più contattarti?»
«Sì. Credo sia la cosa migliore per tutti.»
Il silenzio accolse quelle parole. Era la nuova Claire ad avere il controllo della situazione, mentre la vecchia se ne stava in un angolo a scuotere la testa rassegnata e delusa. Ciò che avrebbe voluto davvero era chiedergli spiegazioni. Chiedergli come stava. Ammise a se stessa che aveva bisogno di lui. Ma aveva più bisogno di cavarsela da sola. Quindi non disse ciò che voleva davvero.
«Ciao, John.»
«Claire, aspetta...»
Chiuse la chiamata. Il telefono squillò un secondo dopo, ma lei lo ignorò. Prese tutte le sue emozioni e le chiuse in una scatola, relegandola nella soffitta della sua testa. L'avrebbe tirata fuori al momento opportuno.
***
«La parte più difficile non è sparare o tirare un cazzotto. No. La parte più difficile, soprattutto per te, è rimanere impassibile e nascondere le tue emozioni. Generalmente si impiegano anni di esperienza sul campo per eccellere in questa sottile arte di recitazione, ma è un lusso che noi non abbiamo.»
Claire temeva proprio quello, non riuscire a fingersi qualcuno di diverso. Erano giorni che provavano conversazioni e possibili scenari con Judith. Le sembrava di essere tornata alle elementari, quando preparavano la recita scolastica annuale. C'era un motivo se le facevano sempre dipingere la scenografia e non faceva mai parte del cast. Si continuava a ripetere che era per il suo carattere timido e la sua naturale propensione a non voler stare al centro
dell'attenzione, ma non era una scusa che poteva reggere in quel caso. Inoltre non importava quante ipotesi mettevano in atto, le situazioni reali erano mille volte più imprevedibili.
Una telefonata interruppe il filo dei suoi pensieri. «Flinch. Cosa? Arrivo subito.»
Si voltò verso di lei. «Hanno preso Lev Dimitri Chosky. Devo andare.»
Claire annuì. Era il russo. Se erano riusciti ad arrivare a lui, forse era questione di poco tempo che si arrivasse anche all'inglese, Micheal Murphy. Ci vollero settimane di contro interrogatori e di attese snervanti, per giungere alla conclusione che non sarebbe stato così semplice. Lev non parlava.
Era giunto il momento di darsi da fare. Non era pronta. Era sicura che non lo sarebbe mai stata, ma aveva poca importanza. Contravvenendo alle regole categoriche di Judith, si vestì come il suo alter ego. Ci mise molto a prepararsi, non essendo ancora abituata ad indossare quegli abiti. Aveva scelto vestiti che non avrebbe mai e poi mai messo, neppure a una festa in maschera. Quando controllò l'immagine allo specchio, rimase paralizzata. Non era lei. Non era più Claire Severan.
Se lo ripeté un centinaio di volte, inspirò a fondo ed uscì.
***
Sergej era davvero nella merda. Era seduto nel separé del suo club privato. Era un ottimo posto in cui riciclare il denaro sporco ed era stato uno dei suoi primi investimenti quando era entrato nei Ghost. Osservava la folla dal davanzale, senza davvero vederla. Era davvero nella merda più nera. Neppure la terza bottiglia di vodka addolcì quell'amara verità. Se non avesse trovato immediatamente il falsario del prossimo colpo, non solo era fuori dai giochi, era anche fuori
dalla vita stessa. Il suo contatto della cerchia interna era stato chiaro, limpido e cristallino.
Poi una ragazza attirò il suo sguardo. Era appoggiata al bancone del bar con un bicchiere fluorescente tra le dita sottili. Aveva l'aria annoiata di chi sta per andarsene. Poi alzò lo sguardo e incrociò il suo. Fece un cenno di brindisi e si voltò.
Fu allora che Sergej lo vide. Il tatuaggio copriva metà della faccia. Era disturbante e affascinante al tempo stesso, quasi impossibile distogliere lo sguardo. Una libellula colorata le cui ali andavano a posarsi una sull'occhio e l'altra vicino all'orecchio. I colori sgargianti di verde, blu elettrico e rosso erano non solo su tutta la linea dell'insetto, ma anche sui suoi capelli. Caschetto nero, con ciocche colorate sparse ovunque. Era vestita con un paio di pantaloni neri di pelle attillati e una camicia fatta di retina sottile argentata, che non nascondeva niente. Sergej tornò a guardare il tatuaggio. Si vociferava che Dragonfly, il falsario che aveva messo a segno gli incredibili colpi al Louvre e a Oslo nell'ultimo mese, avesse un tatuaggio sul volto. Si diceva in giro che prima di allora ne avesse fatti altri, per il puro gusto di schernire le autorità, alcuni non erano ancora stati dichiarati. Non si era mai fatto vedere molto in giro, tant'è che non si sapeva neppure se fosse un maschio o una femmina. Poteva essere una falsa pista, ma il disegno di quell'insetto era troppo perfetto. Troppo realistico. Si rese conto che la ragazza stava per andarsene. Fece un cenno ai due energumeni che erano le guardie più vicine.
«Non lasciatela uscire e portatela nel mio ufficio.»
La ragazza fece qualche storia, ma vedendo le facce serie e la quantità di steroidi che sprizzavano dai pori, alzò le mani in segno di resa, facendosi condurre alla balconata dove lui sedeva. Aveva zigomi pronunciati e occhi neri. Le labbra erano dipinte di un viola scuro.
Senza alcun preambolo Sergej disse: «Il tatuaggio sul tuo volto.»
«Dalle mie parti ci si presenta prima.» Accento americano.
«Dalle mie non si perde tempo con i buoni a nulla. Il disegno lo hai fatto tu?»
«Perché vuoi saperlo?»
«Perché sto cercando una persona la cui caratteristica distintiva sia la capacità di disegnare. E un'opera tipo quella che hai tu sulla faccia è degna di un museo.»
«Grazie amico. È sempre un piacere incontrare un fan.» Arroganza. Sergej non aveva davvero tempo per quel mare di stronzate. «Rispondimi.»
La ragazza non lo fece. Prese il tovagliolino che era sul tavolo, tolse una mina sottile nascosta dietro un orecchio e iniziò a disegnare. Due minuti dopo il disegno della stessa libellula era riportato in miniatura sul tovagliolino spiegazzato.
«Questo risponde alla tua domanda, Sergej?»
«Sai chi sono?»
«So che mi stavi cercando. Chosky mi aveva trovata, poco prima di farsi beccare. L'idiota.» Lo scherno trapelava dalla sua voce, ma lui non vi badò. L'ultimo regalo di Lev. Fantastico! Aveva davvero trovato il fantomatico falsario, Dragonfly.
«E tu perché cercavi me?»
«Mi annoiavo. Non c'era niente da fare. Volevo sapere se avevi qualcosa per me.»
Sergej fece un lento sorriso. Oh, aveva un sacco di progetti per quella ragazza. «Potrei avere qualcosa, sì.»
«Ok. Allora ci vediamo.»
«Cosa? Dove credi di andare?»
«Hai detto che hai dei progetti, no? Dietro al tovagliolo trovi il mio indirizzo email e un numero sicuro per contattarmi.» I due buttafuori la strinsero a morsa, ma lei non si scompose. «Senti, non
amo stare a contatto con la gente. Se hai qualcosa per me, mandami la richiesta e le informazioni. Ti farò sapere del compenso.»
«Oh, tu non hai capito bene.»
«Sì, invece. Lo so per chi lavori.»
«Allora sai anche come lavoro.» La ragazza sembrò prendere nota della non velata minaccia. Alzò di nuovo le mani in segno di resa.
«Ok, ok. Ma sono un'artista. Se mi metti sotto pressione, potrei fallire.»
«Non ho ancora detto di credere che tu sia davvero Dragonfly.»
«Immaginavo. Ecco perché ti ho lasciato numero e mail. Se vuoi vedere il mio atelier e dove lavoro, devi prima contattarmi. Protocollo personale di sicurezza.»
Era sicura di sé. Bene. Avrebbe messo alla prova le sue capacità. E se avesse fallito l'avrebbe rimessa al suo posto. Fece un gesto con la mano. I due buttafuori la fecero passare. Lei fece un gesto di saluto e si allontanò con passo calmo, senza alcuna fretta. Se davvero era chi diceva di essere, Sergej poteva tirare un sospiro di sollievo.
Quando la ragazza fu sicura di non essere più seguita, sospirò. Doveva ancora fare tutti i passaggi dei tre taxi e dei vari circondari, come le aveva spiegato Judith per depistare eventuali inseguitori. Dentro l'ultimo taxi si rilassò impercettibilmente. Passò dall'appartamento e vi rimase fino al giorno dopo. Non poteva certo rientrare in clinica senza prima togliersi il finto tatuaggio dalla faccia, ma era stremata. Era stato ufficialmente il suo primo giorno nella nuova identità. O meglio, la sua prima notte. Ormai aveva iniziato a confondere le due cose, proprio come nel quadro di Escher. Si addormentò sul letto, ancora vestita di pelle nera e con in testa una parrucca dalle ciocche multicolore, mentre pensava a illusioni ottiche e quadri impossibili.