16.
Il bacio
Klimt
Le identità dei Black Ghost erano diventati di dominio pubblico. John fissava il giornale con l'articolo che sbandierava ai quattro venti il successo finalmente ottenuto da FBI e Interpol.
Claude Severan, Jean Jacques Morel, nazionalità francese.
Philibert Lowell, inglese.
Micheal Johnson, Steve Donovan, americani.
Antoniny Sobolev, russo.
Rafael Jorge, portoghese.
Era passato un mese ed erano stati tutti processati e deportati nei rispettivi paesi. Tranne Severan. Lui era ancora ricoverato al General Hospital. Era in stato di coma ormai da trenta giorni. L'attività cerebrale era ripresa e i parametri erano buoni. Presto lo avrebbero risvegliato, sperando che il coma indotto dai farmaci non divenisse permanente. Aveva perso milza e un rene. L'altro rene era collassato durante la lunghissima operazione che gli aveva salvato la vita. Sarebbe rimasto per sempre attaccato a una macchina di dialisi, per poter sopravvivere. Non che fosse destinato a una vita movimentata. Appena si fosse ripreso, sarebbe stato trasferito al Penitenziario Francese di massima sicurezza in cui era anche Morel.
John chiuse il giornale con i nomi in bella vista delle sette persone che avevano rovinato così tante esistenze. Ancora una volta era Londra, in attesa. Ancora una volta si chiedeva se partire o meno. Ma c'era una sostanziale differenza. Nulla era più come prima. Soprattutto lui.
Quando l'anno prima aveva accettato il lavoro da Aaron non aveva aspettative. Era un guscio vuoto, una casa abbandonata con solo le tende rovinate alle finestre. Una casa fantasma.
Ma nel profondo del suo cuore sperava. Non ne era consapevole, almeno non fino a quel momento in cui finalmente si era fermato a riflettere davvero, analizzando gli ultimi anni della sua vita. Aveva creduto ardentemente all'immagine della sua mente come la casa fantasma. Aveva creduto che nulla avrebbe riaperto le porte di quella casa buia, invece si era sbagliato e di gran lunga, per giunta. Non avrebbe mai potuto immaginare che in effetti la casa fantasma fosse ancora abitata e che nel suo angolo più remoto, la stanza chiusa da una chiave buttata nell’oceano, ci fosse nascosta la speranza e il suo bagaglio di aspettative. Ora che la casa non era più una fatiscente struttura scheletrica e che la sua mente era in pieno fermento, aveva ritrovato la chiave della stanza e si era deciso ad aprirla. Ne era uscito ogni sorta di desiderio più o meno realistico. Da qualche parte dentro di sé aveva infatti covato l'assurda convinzione che le cose potessero tornare come prima. Assurdo. Lui non era più come prima. Si era riappropriato della sua vita, certo, ma la vedeva ora con occhi diversi. Era cambiato in mille piccoli modi imprevisti e imprevedibili. Il più inaspettato tra tutti però era stato il suo incontro con lei. Lei era stata una variabile non calcolata, ma nulla di tutta quella situazione lo era stato. Dal giorno dell'incidente, la sua strada aveva seguito una rotta del tutto caotica e impossibile. Prima aveva un progetto chiaro, un quadro cristallino, del suo futuro. Avrebbe sposato Miriam, avrebbe fatto carriera nell’FBI, avrebbero avuto dei bambini, avrebbe catturato criminali fino a che non lo avessero costretto al pensionamento forzato. Si sarebbe goduto allora gli anni che gli restavano, con la sua compagna di vita e i suoi amici. La sua famiglia era sempre presente in quel quadro, così come Miriam, Jayden e Rachel. Ma ora? Ora che
aveva chiuso i conti in sospeso, ora che poteva tornare a vedere quel futuro, la tela era tornata bianca immacolata. Non c’era più la compagna di una vita al suo fianco, perché aveva capito che non poteva più averla. La sua famiglia e Jayden erano ancora parte di lui, ma li aveva feriti in un modo profondo allontanandosi da loro. Poi c'era lei. Lei così fragile, ma così forte. Lei così complicata, come la struttura alare di una libellula. Se lui era cambiato, non c'era paragone con quello che era successo a lei. Non c'era davvero. Il mutamento di Claire superava di gran lunga il suo. Non in positivo, ovviamente. Lo aveva guardato con freddo distacco e gli aveva detto solamente: «Lasciami sola.»
Il colpo che aveva ricevuto ancora una volta dal destino era stato tremendo. Forse stavolta non lo avrebbe superato. E lui era lì, a temere e fremere, in attesa. La speranza forse la più terribile delle compagne che gli sussurrava che ce l'avrebbero fatta. Insieme loro due avevano superato molte cose. Sarebbero riusciti a superare anche questo.
Gli suonò il telefono. Era lei.
«Ciao.» Non gli piaceva la cautela che era costretto ad utilizzare. Non gli piaceva per niente.
«Ciao.»
Seguì un lungo silenzio. John temette che era sul punto di chiudere, come aveva fatto già altre volte. Attese pazientemente, con la speranza a mordergli i calcagni come un cane rabbioso.
«Vorresti venire?»
Era una domanda strana. Posta in modo frettoloso, come se avesse poi paura di rimpiangerla.
«Certo. Adesso?»
«Quando puoi.»
«Sto arrivando.»
Non le avrebbe permesso di cambiare idea. Era giunto il momento
che si parlassero sul serio. Stavolta non sarebbe scappata.
Si addentrò nelle vie fuori Londra, dove si trovava la clinica psichiatrica del dottor Jensen. Uscita dall'edificio di Scotland Yard, Claire si era diretta lì, quasi come se fosse attivo il pilota automatico. Non aveva spiccicato altro se non la richiesta di tornare in clinica. Finalmente dopo un mese la poteva rivedere.
Avrebbe voluto dirle mille cose. Quanto gli era mancata, quanto era bella, quanto la desiderava con ogni fibra del suo corpo. Avrebbe voluto spiegargli di Miriam, parlare con lei della sua identità di Dragonfly, sgridarla per la sua scelta di andare sotto copertura. Avrebbe voluto implorarla, chiederle di dargli un'occasione, dimostrarle che si poteva fidare di lui. Ma nulla di tutto questo uscì dalla sua bocca, quando la vide seduta composta sulla solita sedia di vimini. Si sedette di fronte a lei, che prese a studiarlo in silenzio, senza che un pensiero trapelasse dai suoi occhi. Quello fu il primo colpo basso che gli assestò. Finora i suoi occhi parlavano, senza mai celare ciò che provava. Era la prima cosa che aveva notato di lei, il suo sguardo perso. Ora era stato sostituito da uno circospetto. Lo capiva, ma non era sicuro di accettarlo.
Fu il primo a parlare. «Grazie.»
«Per cosa?»
«Per avermi permesso di venire.»
«Ti dovevo almeno questo, no?»
Dovere. Era quella la ragione per cui lo aveva chiamato? Fu il secondo colpo basso. Non disse altro, aspettando che lei continuasse. Lei però non parlava. Si limitava a guardarlo, ma senza attesa. Sembrava essere lucida e presente, ma non era più Claire. Era un guscio vuoto.
«Claire.»
«Dimmi.»
«Ti devo delle spiegazioni.»
«No, John. Non mi devi assolutamente niente.»
Quello fu il terzo colpo basso e il quarto seguì subito dopo. «Volevo solo ringraziarti per avermi aiutato ad arrestare mio padre. E vorrei dirti che sei libero di tornare a vivere la tua vita. Non devi preoccuparti per me. Io starò bene qui.»
Fece un vago gesto della mano, ad indicare la clinica. John scosse la testa. Non riusciva a credere alle sue orecchie. Decise allora che le avrebbe detto tutto.
«D'accordo allora. Se la metti così non mi tratterò in Inghilterra ulteriormente. Prima però lascia che io ti dica la verità. Prima di incontrarti ero un guscio vuoto. Una casa infestata dai fantasmi del passato. Uno di questi era Miriam. Ho passato sette anni della mia vita con lei. Le ho proposto di sposarmi il giorno prima di avere l'incidente. E poi è cambiato tutto. Non perché non mi ricordavo di lei o dei miei, ma perché quando ho ricordato, l'affetto del passato si era cristallizzato. Era diventato qualcosa di lontano, non era più mio. Nessuno di loro durante la mia amnesia ha toccato le porte della mia casa fantasma. Nessuno tranne te. E non mi importa che pensi di essere un robot, che credi che la tua vita non valga nulla, che pensi che il mondo sia un luogo migliore senza di te. Oh sì, so che vuole dire provare certe cose. Lo so. E so che le pensi tutt'ora. Il gelo che hai dentro io non posso scioglierlo. Puoi farlo solo tu.»
Non resistette oltre e si alzò. «Tu mi hai dato la possibilità di vivere di nuovo, Claire. Senza di te io sarei ancora una vecchia casa abbandonata e in sfacelo. Vorrei poter essere lo stesso per te, ma vedo che non è così.»
La guardò a lungo, poi si piegò su di lei, posandole un casto bacio sulla fronte.
«Cerca di stare bene, Claire.»
Non riuscì a dirle addio, ma neppure arrivederci. Le gambe gli pesavano cento chili l'una, quando si voltò e fece quel passo.
Tentennò ancora una volta. «Starò qualche altro giorno al Palace Hotel.»
Se ne andò, lasciandola lì ad osservare il vuoto.
***
John aveva descritto la tempesta che stava attraversando come del ghiaccio dentro di lei che l’aveva paralizzata. La realtà però era diversa. Seppure nel pieno caos che la sua mente stava cercando di sbrogliare, come la matassa di fili di una vecchia sarta che iniziava a perdere la vista, c’era un pensiero fisso che martellava e scavava, giorno e notte. Era diventata un’ossessione. Sapeva che non era buon segno, eppure non riusciva a distaccarsene, come aveva fatto con tutto il resto. Osserva distaccata i pezzi della sua vita, i pezzi di lei sparsi come dadi lanciati su un tavolino di legno grezzo. Li osserva senza sapere cosa farne.
Ma c’era un’ossessione, continua e insistente. Una sottile voce tremula che odiava, ma che non riusciva a zittire, che sussurrava Vai da lui
. Ancora e ancora. Era estenuante. Una sera le sembrò di impazzire. La voce insisteva e insisteva e lei non la sopportava più.
«Andare da lui non risolverà nulla. Non mi trasformerà in qualcosa di diverso, di umano. Non mi sento neanche più quello, ormai.»
Sentire le voci e parlare da sola non era un buon segno. Si osservò allo specchio del bagno. Era il fantasma di se stessa. I capelli scarmigliati e trascurati, sembravo afflosciarsi sulle sue spalle. Gli occhi lucidi e vacui. La pelle grigiastra e tirata sugli zigomi. Non si riconosceva. Non sapeva più chi era, chi era stata e chi sarebbe diventata. Ma il pensiero fisso che lui la mattina dopo sarebbe sparito per sempre dalla sua vita, non voleva proprio andare via. La tormentava.
Così, in un impulso che non sentiva da giorni, si infilò nella doccia borbottando. Era la prima volta che davvero si muoveva da quanto era successo… tutto quello che era successo.
Lo relegò in un angolo buio della sua testa e smise semplicemente di pensare. Agì e basta, insaponando i capelli e poi il resto del corpo in modo meticoloso. Si concentrò su quelle azioni routinarie, una alla volta, finché non si ritrovò fuori dalla clinica. Poteva uscire liberamente se avvisava il suo medico, cosa che aveva fatto.
Non aveva idea di cosa stesse facendo. Aveva messo il pilota automatico ed era arrivata davanti al suo albergo. Aveva chiesto al concierge. L’avevano guardata perplessi, ma avevano chiamato la sua camera, la numero 720. Si sentiva distaccata dal suo corpo. Era una spettatrice che osservava dall’esterno. Almeno finché non si aprirono le porte dell’ascensore e lui ne uscì correndo. Correva verso di lei, trafelato. Spaventato di non aver capito bene, di esser arrivato troppo tardi e che lei avesse già cambiato idea, che non volesse più vederlo. Si era letteralmente catapultato fuori dalla doccia, ed ora i capelli bagnati grondavano acqua, che scivolava sulla maglietta, rendendola aderente e quasi sconcia, così in contrasto con quella seria e ordinata hall di albergo. A lui non importava e neppure a lei. Si fissavano, occhi negli occhi. Assorbivano l’uno la presenza dell’altra. A Claire sembrò per un istante di tornare a respirare davvero, mentre lo osservava, con le gocce d’acqua che gli colavano sul viso e l’espressione concentrata su di lei. Johnathan aveva sempre avuto quella capacità, di guardare davvero. Sembrava sprizzare vita da ogni poro e lei, avida ed egoista, ne assorbì ogni istante. Ne voleva di più, sempre di più.
«Claire…»
Ma non voleva parlare. Non voleva dirgli quello provava. Non poteva, non lo sapeva neanche più lei. Non conosceva più se stessa. Tranne per una cosa. Lo voleva. Voleva stare con lui. Non voleva più
sentire gli echi delle urla di dolore che la sua anima lanciava nella sua testa, come in un salone vuoto e privo di mobili. Voleva sentire altro. Il suo sapore. Il suo profumo. Il tocco della sua pelle. Il piacere di quel tocco. Non lo lasciò parlare. Si avvicinò, in punta di piedi, e premette le labbra sulle sue. Era un bacio breve, ma colmo di cose che non poteva dire.
«Claire, che…»
«No. Non dire nulla.»
«Non è così che…»
«Johnathan. Non dire nulla.»
La veemenza delle sue parole lo ammutolì. Voleva sapere cosa stava succedendo. Perché avesse quella faccia spaventata, se era in pericolo, se aveva cambiato idea su di loro. C’era un’aria di fragilità e disperazione nei suoi occhi, come non l’aveva mai vista. Era l’anima messa a nudo. Ma Claire non gli chiedeva aiuto. Gli stava chiedendo altro. Lo baciò di nuovo, stavolta con più insistenza. Ci fu un attimo in cui John si chiese se fosse la scelta giusta. Poi Claire lo strinse così forte che si dimenticò ogni altro pensiero razionale. Non importava più se fosse sbagliato. Se avessero avuto solo quell’istante rubato, allora lo avrebbe colto. Aveva la vita per pentirsi delle sue scelte, e stare con Claire non era mai stato un errore. Si staccò da lei. Avevano attirato una dose di sguardi curiosi e sconcertati. Non che gli importasse.
«Vieni.»
Quasi la strattonò verso l’ascensore. Claire esultò per l’intensità con cui la guardava. Sembrava affamato. Ma anche lei lo era. Avvicinò una mano ai suoi capelli, per scostarglieli dal viso. Lui si spostò, scuotendo la testa.
«Se mi tocchi ora non arriveremo neppure alla camera.»
«Non mi importa.»
«Importa a me.»
Le loro voci erano un sussurro roco. Come se temessero di spezzare un incantesimo. Non dissero altro, mentre le prendeva la mano e attraversavano velocemente il corridoio del settimo piano. John si chiuse la porta alle spalle e si voltò a guardarla. Ma lei gli stava di nuovo infilando le dita nei capelli, tirandoli leggermente indietro. Il suo sguardo era strano, diverso. Sembrava stesse memorizzando i lineamenti del suo viso. Un momento era ancorata al presente, l’istante successivo si era persa. Non gli piaceva. Le afferrò la mano, la trascinò verso di sé. La baciò, come non aveva osato fare fino a quel momento. Lei così fragile e spezzata, nascondeva però una forza segreta. Fu quella con cui rispose al suo bacio, con una passione che lasciò libera per la prima volta. Una passione alimentata dalla disperazione: voleva sentire, sentire davvero. Voleva provare qualcosa che non fosse dolore, una volta tanto. E si fidava ciecamente di lui, che accolse il suo desiderio rispondendo con il suo, di pari ardore ed intensità. Lottarono quasi per la supremazia, i baci si accavallarono uno su l’altro, si strapparono di dosso i vestiti. Non capirono più nulla, persi nella contemplazione e nell’esplorazione del corpo dell’altro. Persi nelle sensazioni e non nei pensieri. John la strinse forte a sé, temendo di farle male, ma Claire rispondeva con altrettanta foga, incurante dei graffi sulla pelle, per le mani e per i denti che la afferravano e la stringevano, facendole vivere per la prima volta il presente, ancorandola alla realtà. John la guardava negli occhi, mentre entrava dentro di lei, mentre diventavano una cosa sola, mentre godevano insieme. Non lasciò mai i suoi occhi e Claire fu rapita. Seppe in quell’istante che un pezzo della sua anima gli sarebbe per sempre appartenuto, poi non pensò più a nulla.
Ci furono grandi sospiri e forse anche un sonnellino, prima che Claire sentì baci delicati lungo la schiena e la sua mano che risaliva piano dalle gambe, all’incavo del fianco e poi si stringeva sul seno.
Voltando appena la testa incontrò i suoi occhi scuri e un verso misto di sorpresa e disperazione le sfuggì. La guardava con una tale intensità da farle sentire quello sguardo fino alle ossa. Fecero l’amore ancora una volta e Claire si ritrovò a piangere silenziosamente tra le sue braccia. Perché ora sapeva cosa voleva dire essere amata da lui. Ora lo sapeva. E doveva lasciarlo andare. Perché lui merita una persona completa e lei non lo era. Non ancora, almeno.
Lui si addormentò poco dopo, tenendola così stretta che era sicura non sarebbe riuscita a districarsi più dalle sue braccia. Invece lentamente ci riuscì.
John era sveglio, in realtà. Le lasciò credere che stesse dormendo, perché non sopportava di vederla piangere. Forse era da codardi, ma sapeva che se le avesse parlato in quel momento, quelle poche ore rubate sarebbero state annientate dello stesso sguardo di ghiaccio che gli aveva rivolto in clinica giorni prima. Non poteva fare altro che lasciarla andare.
Così tenne gli occhi chiusi, mentre lei gli sfiorava la fronte con la punta delle dita. Li tenne chiusi mentre sentiva i suoi passi verso la porta. Affondò un pungo nel cuscino e tra le lenzuola che sapevano di loro due, mentre imprecava. Doveva lasciarla andare, anche se non voleva. Anche se sentiva quanto fosse contro natura la loro separazione. Doveva farlo, perché lei glielo aveva chiesto. Doveva trovare se stessa, prima di trovare loro due. Così la lasciò uscire silenziosamente dalla stanza.
***
Stava sognando di passeggiare sulla via degli Champs Elysee.
Ci andava sempre con Jackie, perché la sua amica amava guardare le vetrine chic e stare in mezzo alle persone. Amava la vita
brulicante di Parigi, i negozi pieni di costosi abiti, la moda parigina e i piccoli caffè sparpagliati a ogni angolo e lungo tutte le roues principali. Jackie amava la vita.
Claire si faceva trascinare in giro dal suo entusiasmo, generalmente indossando abiti modesti e con un sorriso accondiscendente sulle labbra. Era felice. O almeno credeva di esserlo. A un tratto Jackie le lasciò la mano e continuò a correre, lasciandola indietro. I colori sfumarono, i suoni rallentarono, fino ad assumere le cupe tonalità della musica da film horror. Il paesaggio iniziò a sciogliersi. Claire urlò ed urlò, fino a che una mano gentile non la riportò alla realtà.
«Signorina Severan. Stava urlando di nuovo.»
L'infermiera la guardava con empatica tristezza. La ringraziò flebile del bicchiere d'acqua che le stava porgendo.
Era l'ennesima volta che faceva quel sogno. Ne aveva fatti in diverse varianti. Quelli che la turbavano non erano neppure più quelli con Jackie, ma quelli con John. Con lui passeggiava per Covent Garden. Il più delle volte era lei a lasciare la sua mano e a scappare via. Poi c'erano quei sogni in cui rimaneva tremante in un angolo, con i pugni stretti sull'orlo delle coperte, ripetendo la frase: «Non è reale. È un sogno. Non è successo.»
In quei sogni John veniva ferito o torturato da diversi individui i cui volti cercava disperatamente di dimenticare senza riuscirci. Da quando erano cominciati gli incubi lei aveva ripreso a dipingere. Aveva ripreso in un certo senso a vivere, ma non lo avrebbe mai ammesso. Passava intere sedute con Joanna senza dire una parola. Le parole erano tranelli in cui non voleva più cadere. Anche i quadri, in realtà.
Non pensava avrebbe mai più preso in mano un pennello. Invece dopo decine e decine di notti in cui faceva lo stesso incubo con Jackie, si era ritrovata quasi per caso davanti a un foglio e una
matita. Aveva iniziato a fare il ritratto di Jackie. Poi il suo dipinto. Gli incubi si erano placati per un po'. Quando erano ritornati, il soggetto era John. O di nuovo Jackie. O Armand. Era una giostra di volti e situazioni terribili, che la lasciavano stremata. Una notte sognò John tra le sue braccia morto, per poi vederlo alzarsi ancora sanguinante e andarsene lontano da lei.
«Non ne ho il diritto. Non ho diritto a preoccuparmi per lui. Ecco perché se ne va tutte le volte.»
Aveva esordito così, alla seduta con Joanna. Quelle parole le erano sgorgate quasi dal nulla. Non sapeva proprio come erano uscite fuori. Guardò Joanna sorpresa. La psicologa le sorrise incoraggiante.
«Perché pensi di non averne il diritto?»
«Perché sono spezzata dentro. Non sono più integra. Non lo sarò mai più.»
Joanna ci mise mesi a dimostrarle che si sbagliava. Lunghissimi mesi di frustrazioni e angosce.
Mesi in cui non aveva parlato con Armand né con John. Mesi in cui aveva ignorato di proposito il fatto che suo padre fosse ancora vivo. Era stato un lentissimo processo di guarigione. Aveva capito alcune cose di se stessa, ma altre erano ancora un mistero. Dopo quei quattordici mesi, aveva imparato ad accettare il suo lato eccentrico e pazzo. Aveva capito che la fragilità non era solo una debolezza, ma che lei era in grado di trasformarla in caparbietà. Ora sapeva ciò che era stata, sapeva perché aveva fatto determinate scelte, che potesse considerare giuste o sbagliate non aveva importanza. Sapeva soprattutto sondare la sua mente e le sue emozioni, per anticipare possibili cadute. Non aveva dubbi che sarebbe nuovamente caduta nei meccanismi di dissociazione ed evitamento. Erano meccanismi che la sua testa conosceva bene e a cui era sempre tentata di tornare, come zona di comfort. Claire era
uscita più volte da quella zona di comfort, pur di smontare quei processi mentali. Ora sapeva riconoscerli e combatterli. Era stato faticoso, ma ce l'aveva fatta. Aveva dovuto riconnettersi con tutti i frammenti di sé, ma alla fine era riuscita a vedere un quadro. Non era tuttavia completo. Mancava quel tocco magico che gli artisti sanno essere ciò che rende un'opera meravigliosa. Era quel luccichio negli occhi di un soggetto ritratto, che sembrava far uscire l'immagine dalla tela. Era quell'effetto che rendeva un paesaggio marino reale, come se le onde del mare si muovessero davvero. Ci aveva impiegato diverso tempo ad ammettere a se stessa cosa fosse. Sapeva cosa le mancava, o meglio chi. E non era bastata l'autoconvinzione, la clinica psichiatrica e un tradimento di proporzioni bibliche da parte di suo padre, per riuscire a sradicare questa mancanza. Non sapeva neppure perché proprio lui. Perché proprio John?
Non avrebbe saputo dirlo. Il tempo che avevano passato insieme era così poco, che l'influenza che aveva su di lei non aveva quasi senso nel disegno generale della sua vita. Si era infatti chiesta spesso come fosse possibile, che lui le era penetrato così a fondo sotto la pelle. Ci aveva rimuginato e rimuginato, su quei pensieri. Li aveva cristallizzati in quadri, ritratti e dipinti. Ne aveva parlato con Joanna. Alla fine era giunta alla conclusione che per avere una risposta doveva rivederlo. Era consapevole che lui era andato avanti con la sua vita. Lei lo aveva allontanato una volta di troppo, in un modo così brutale che nessuno l'avrebbe mai potuta perdonare. L’aveva praticamente usato e poi gettato via, nel modo più vile.
Ma avrebbe dovuto fare un tentativo. Quattordici mesi e due giorni dopo che avevano catturato i Black Ghost, Claire prenotò un aereo per New York. Non aveva idea di come lo avrebbe ritrovato, ma aveva un numero di telefono. Forse era da spudorati usarlo, ma lo avrebbe fatto. Perché era un'artista a caccia della luce perfetta per
la sua nuova opera e niente, assolutamente nulla, l'avrebbe fermata.
***
Era il giorno più importante della sua vita e lui era sinceramente felice per la prima volta dopo molti anni. Accanto a lui c'erano le persone più importanti. La sua famiglia. La bellissima donna che stava per sposare. Il suo migliore amico, nonché testimone di nozze. Aveva faticato tantissimo per arrivare a quel giorno, ma alla fine ce l'aveva fatta.
Suonò il telefono. Sapeva che nessuno lo avrebbe chiamato quel giorno, quindi si sorprese. Stava armeggiando con il papillon nero sul suo abito bianco. Ignorò il cellulare per osservarsi con occhio critico. Si sorrise malizioso allo specchio. Non era male, come futuro sposo.
Il telefono smise di suonare, per poi riprendere qualche istante dopo. Sbuffò, innervosito. Chi accidenti lo chiamava il giorno del suo matrimonio? E perché diamine aveva lasciato il telefono acceso? Lo ignorò ancora, ma lo stalker persistette.
Esasperato, posò il cilindro che stava per indossare, per rispondere e chiudere definitivamente la telefonata molesta. Entrò nel frattempo il suo testimone di nozze.
Vedendolo con lo smartphone in mano alzò gli occhi al cielo.
«Sì?»
«Salve. Mi scusi se la disturbo, so che è molto impegnato.»
«Non sa quanto, signora. Sto per sposarmi, quindi se per cortesia si briga a dirmi chi è e cosa vuole, altrimenti le chiuderò il telefona in faccia senza alcun rimorso.»
Il suo migliore amico scoppiò a ridere, mentre la sua interlocutrice si prodigava in un centinaio di scuse. «Oh, mi scusi! Mi dispiace tantissimo! La richiamerò più tardi! No, cioè... Più tardi sarà
sicuramente impegnato. Io... Oddio, mi dispiace. Mi dispiace.»
Qualcosa nel suo tono di voce fece scattare un pulsante nella sua testa. Tornò immediatamente serio.
«Signora, mi potrebbe dire chi è per favore?»
«Ma certo, non solo la importuno in un giorno così importante, ma neppure mi identifico. Mi scusi, sono appena atterrata a New York e non pensavo al tempismo. Ah, sì. Sono Claire Severan.»
Il futuro sposo per poco non si lasciò cadere il telefono dalle mani. Vedendo la sua espressione sconvolta, il testimone si sentì in diritto di intervenire. Nulla doveva turbare quel giorno speciale. Gli sfilò dalle mani il cellulare e se lo portò all'orecchio. «Salve. Sono Johnathan Silver-Smith, il testimone dello sposo. Mi spiace, ma questa conversazione deve essere rimandata a data da destinarsi. Arrivederci.»
Stava per premere il pulsante rosso di chiusura, quando la voce dall'altra parte lo bloccò. «John.»
Il telefono gli scivolò davvero dalle mani. Lo afferrò al volo, mentre sentiva dall’altra parte: «Scusami se vi ho disturbati in un momento così. Io volevo solo dirti che sono a New York per il prossimo mese. E che se vorrai, mi troverai ogni giorno alle dodici a Central Park, vicino al Carosello. Scusami ancora e fai i miei più calorosi auguri all'agente Marlowe.»
Il segnale di chiusura di chiamata rimbombava nelle sue orecchie. Si guardarono con Jay.
«Vai.»
John lo sorprese. Scosse la testa, spegnendo il telefono e posandolo sul tavolo.
«No. Lei può aspettare. Oggi è il tuo giorno e io voglio poter dire di essere rimasto al tuo fianco per tutto il tempo, mentre facevi figure di merda per il troppo alcol.»
Jay rise, liberando la tensione che aveva allo stomaco da quando
aveva capito chi era l'interlocutore.
John gli sorrise di rimando. «E ora metti quel ridicolo cappello e andiamo.»
«Oh, ma zitto. Vorresti essere bello anche solo la metà di come sono io.»
«Direi proprio di no, damerino.»
«Tutta invidia, Smith. Tutta invidia.»
«Continua ripetertelo.»
Continuarono a battibeccare lungo tutto il tragitto, fino alla chiesa. Jay sapeva che una parte dei pensieri di John erano ora rivolti verso Claire Severan, ma non gli importava. Erano sempre rivolti a lei, che lui lo dicesse o meno. Ma sapere che era a New York aveva dato una certa luce ai suoi occhi, luce che anche gli altri notarono. Soprattutto Miriam. Ballarono un lento in modo decisamente formale, in quanto damigella e testimone.
«In un'altra vita questo sarebbe stato l'ultimo ballo da fidanzatini. Al prossimo saremmo stati noi due a volteggiare al centro della sala, come marito e moglie.»
John non le rispose. Non la guardava più con afflizione. C'era voluto del tempo perché Miriam accettasse anche solo la sua presenza nella stessa stanza con lei. Ma per il bene di Rachel e Jayden, avevano superato faticosamente l'amarezza e il ripianto. Lei lo teneva sulle spine, punzecchiandolo e lanciando frecciatine velenose. Si conoscevano da troppo tempo, sapeva esattamente quali punti toccare che gli davano ai nervi. Ovviamente lui era cambiato, quindi le lasciava campo libero. Non che Miriam volesse questo. Voleva che lui rispondesse. Voleva una scusa per aggredirlo, anche solo verbalmente. Quando aveva finalmente capito che lui le avrebbe permesso tutto, per il senso di colpa che lo divorava, aveva ridotto le battutine. Avevano ricominciato a comportarsi civilmente l'uno in presenza dell'altro. John aveva però smesso di guardarla
colpevole solo negli ultimi giorni, quando gli aveva tirato un cazzotto nello stomaco e lo aveva minacciato. Ora ballavano, come avevano fatto centinaia di volte, ma senza più l'intimità e l'affinità di un tempo.
«Allora, cosa è successo?»
«In che senso?»
«L'hai sentita vero? La tua dama del mistero.»
Lei era l'unica ad avere diritto di porgli quella domanda.
«Sì. È qui.»
Miriam non rispose. Poco prima che il valzer finisse, gli afferrò il braccio con più insistenza.
«Portala al Guggenheim.» John non sapeva cosa dire, ma lei continuò: «E passa dall'ufficio del personale. Ti presento il mio uomo.» Il valzer finì e Miriam lasciò sulla pista un John sorpreso, che si apriva ad un lento sorriso.
***
Ogni giorno alla stessa ora lei sarebbe stata lì.
Lo avrebbe aspettato, come lui aveva aspettato lei per tutto quel tempo, ancor prima che si conoscessero. Gli aveva detto un mese, ma sarebbe rimasta lì molto più a lungo.
Ogni giorno alla stessa ora lei sarebbe stata lì.
Avrebbe aspettato che lui trovasse abbastanza perdono dentro di sé per volerla rivedere. Si era preparata ad una lunga, logorante, battaglia. Non credeva che il giorno dopo, mentre osservava le persone passeggiare, potesse incontrare i suoi occhi scuri. La guardava, appoggiato a un albero, con le braccia conserte. Quando i loro occhi si incontrarono, si staccò dal tronco e venne verso di lei. Le si sedette vicino, senza dirle nulla. Toccava a lei parlare.
«Ciao.»
«Ciao.»
«Scusami se mi sono presentata così. Volevo... Vorrei...» Inspirò a fondo. «Vorrei chiederti scusa per essere scappata. Vorrei chiederti scusa per averti fatto aspettare. So che sei andato avanti con la tua vita. La mia presenza qui non vuole essere un'imposizione, ma avevo bisogno di dirti alcune cose.»
John ancora non parlava. La ascoltava con attenzione, mentre lei si guardava le dita intrecciate.
«Sono andata a trovare Armand. Abbiamo parlato a lungo. Elise invece non vuole vedermi. Dice che è colpa mia. Non posso darle torto, ma neppure ragione. Non ho scelto io questa vita così incasinata. Non ho scelto io che mio padre fosse un bastardo.» Fece una pausa per riprendere fiato. «Non sono ancora riuscita ad andare a trovarlo. Mi scrive in continuazione delle lettere, ma non sono ancora riuscita a leggerne nessuna. Non so se mai ci riuscirò. Non so se lo perdonerò mai.»
Rimase in silenzio ad osservare il parco. Sentì infine un tocco leggero sulle dita. Alzò lo sguardo verso di lui. Era venuta per quello sguardo, ma ancora non osava sperare.
«Non ho il diritto di dirti queste parole. Ma la mia psicologa dice che parlare, come dipingere, può essere catartico.» Fece una smorfia giocosa, per poi tornare seria. «John, volevo dirti grazie. Grazie per avermi protetto. Grazie per avermi salvato da me stessa. Grazie per aver amato questo involucro vuoto che ero diventata. Grazie per aver camminato con me su un traballante ponte di legno marcio e corde. Semplicemente, grazie.»
Le sfiorò il mento, per girarle il viso verso di lui. «Grazie a te, Claire. Grazie per essere tornata da me.»
Si chinò a baciarla, delicatamente. Era come un primo bacio. C'erano promesse, parole, baci futuri, quadri da dipingere, storie da raccontare. C'erano attimi d'amore, litigate furiose.
C'era tutta un'intera vita, in quel bacio.
Si staccarono lentamente. Si guardarono, sorridendo. Intrecciarono le dita e iniziarono a passeggiare per Central Park, raccontandosi il passato e immaginando il futuro. Insieme.