Kona è roba più recente. A far partire tutto, in qualche modo, è stata la Maratona di New York. Era il novembre del 2007. C’ero, e mi sono pure emozionato.
Faceva freddo. Stavo seduto su una piccolissima tribuna, una trentina di metri prima del traguardo. Ci ero arrivato dopo un lungo giro, camminando, senza informarmi su cosa stesse succedendo in corsa, senza sapere come stava andando. Volevo solo godermi l’arrivo del mio amico, applaudirlo. Gli atleti sbucavano dalla mia sinistra, salendo da un tornante in mezzo a Central Park. Ho visto passare il vincitore e poi, a distanza di qualche minuto, il secondo e anche il terzo.
Credevo servisse molta pazienza. Invece di colpo, dalla curva, si è materializzata una volata spasmodica alla fine della quale Alex ha portato a casa il quarto posto. Si vedeva che non aveva più una goccia di energia, ma ciò che impressionava era la grinta con cui voleva disperatamente chiudere davanti al suo avversario. E se da un lato il finale, con quel risultato sorprendente, mi aveva un po’ commosso, dall’altro – forse per la prima volta dal vivo – avevo compreso la vera e grande lezione di Zanna. Provarci sempre, dare tutto. Come poi possa andare a finire è quasi un dettaglio.
Io, sfortunatamente, non ho vissuto da vicino l’avventura motoristica di Alex negli Stati Uniti, quando dava spettacolo in IndyCar a colpi di rimonte impossibili. Ma la grinta di quella volata a Central Park ce l’ho ancora davanti agli occhi.
Ma come? Hai visto uno che perde le gambe, si rimette in piedi, non perde il sorriso, torna a correre in auto vincendo e non hai ancora capito?
Be’, capire avevo già capito. Non era complicato. Però stare al volante era il suo mestiere e il talento non lo perdi con le gambe. Questa invece mi sembrava una lezione più universale. Non era nel suo territorio, affrontava qualcosa di sconosciuto. Eppure aveva tirato fuori tutto, anche qualcosa di più. Soprattutto il rapporto con l’ignoto, seppur sportivo, con le incertezze che accompagnano ogni debutto, in mano a lui si era ribaltato.
Invece di creare preoccupazione e insicurezza, il nuovo, il mai visto prima, aveva rappresentato da subito la benzina per non sprecare un’occasione. Si era tradotto in entusiasmo, voglia di fare, desiderio. “Questa cosa non l’ho mai provata, dev’essere una gran figata.” Il contrario di “Oddio, e adesso cosa succede? Sarò all’altezza?”. Una filosofia che alcuni hanno e altri no. Normalmente no. Dentro di me avevo preso nota.
Alla fine ho recuperato il numero di telefono di Podestà e l’ho chiamato. Era l’inizio di ottobre, alla maratona mancava un mese. «Sai Vittorio, mi piacerebbe provare l’handbike: è venuta fuori questa opportunità di correre a New York e volevo capire un po’ da dove partire, come si fa a comprare un mezzo giusto per me e così via.» Lui ha iniziato a fare tutto un pippotto. «Vedrai come ti piacerà, ne sono sicuro. Io amo tantissimo questo sport ma come tutte le discipline paralimpiche vive un po’ nell’ombra e tu ci puoi aiutare ad avere più visibilità. Ti divertirai un sacco» e via di questo passo, non si fermava più. «Sì Vittorio, interessantissimo, però non star lì a pistolare: mi serve una handbike!» «Ah, ok. Allora inizio a darmi da fare per trovarne una che ti consenta di sfruttare le tue caratteristiche. Bisogna partire dai talenti residui, i tuoi non sono uguali ai miei, ci vuole un mezzo diverso. Conosco un tizio che forse ne vende una, mi informo e ti faccio sapere. La troviamo e poi se ti serve pian piano ti do una mano, ti faccio vedere e ti prepari: abbiamo un anno di tempo.» Tutto questo in estrema sintesi, perché in realtà è durato un’ora di telefonata. «Vittoriooo, sto parlando della maratona che c’è tra un mese.» «No, sei matto! È impossibile!» Un altro… «Dai, non rompere. Devo solo arrivare in fondo, passo una bella giornata, mi diverto. Tra noi ce lo possiamo dire: fisicamente sono abbastanza allenato, sarà anche faticoso ma al traguardo ci arrivo.» «Be’ sì, messa così, effettivamente.» Sempre sintetizzando…
A quel punto ha trovato la bici. Di lì a dieci giorni avrei corso con la BMW a Monza. Nel weekend brianzolo il Barba, all’anagrafe Tiziano Val, un amico che mi segue da sempre e guida il motorhome – il camper che uso nelle gare automobilistiche –, ha raggiunto il tizio contattato da Podestà, nella Svizzera italiana, recuperando il mezzo che avevo acquistato e portandolo nel circuito. Proprio quel giorno, nel paddock, c’era il mio amico Paolo Barilla insieme a Franco Ballerini, commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo.
Franco, che da corridore aveva vinto due Parigi-Roubaix (la “sua” corsa), alla guida degli azzurri si era dimostrato un fenomeno portando a casa quattro Mondiali (con Cipollini, Bettini due volte e Ballan) e un oro olimpico (sempre con Bettini). Se n’è andato tragicamente e troppo presto mentre si stava dedicando a un’altra sua passione, i rally: il 7 febbraio 2010 faceva da navigatore ad Alessandro Ciardi, durante il Ronde di Larciano, quando i due sono finiti contro un muro e nonostante una corsa disperata all’ospedale di Pistoia non è stato possibile salvarlo.
Franco l’ho conosciuto quel giorno a Monza. L’handbike che avevo appena comprato era un oggetto di cui giustamente riteneva di sapere qualcosa ed è diventato subito argomento di conversazione.
Come prima cosa ho provato a fare un giretto nel paddock. Non ero molto comodo perché ero seduto un po’ alto e nel movimento delle leve sfregavo con le manopole sulle gambe. Si trattava di un mezzo per una persona con una paraplegia, che le gambe le aveva, e io per questo ci stavo seduto con le protesi.
Uno dei primi consigli che mi aveva dato Podestà era quello di toglierle, le protesi. Me lo avesse suggerito qualche anno prima avrei avuto qualche remora, ci avrei fatto una riflessione. Ma a quel punto mi sentivo come mi sento adesso: avevo superato, annullato, il timore di presentarmi agli altri con una menomazione così evidente. Anche oggi uscire di casa senza “le gambe” non mi mette totalmente a mio agio perché chi mi vede strabuzza un po’ gli occhi. Ma sono un personaggio pubblico e nove persone su dieci, tra quelle che incontro, mi riconoscono ancora più facilmente se le gambe non le ho. Così non c’è imbarazzo, non cambiano strada perché non riescono a non soffermarsi proprio sull’amputazione.
E comunque togliendo le protesi risparmiavo anche sette, otto chili di peso e lì è emerso molto rapidamente il mio spirito competitivo…
Ballerini ha guardato il tutto con curiosità e poi mi ha detto: «Conosco una persona che produce questo tipo di biciclette, lo chiamo e chiedo una consulenza». Grazie a lui è partito un dialogo con un artigiano del veronese tra i primi costruttori di handbike in Italia, che però aveva un’esperienza limitata su mezzi da corsa con la posizione ideale per me, e dunque non era in grado di indicarmi come sfruttare i miei talenti residui. Da noi ancora oggi nessuno sa darti vere indicazioni a riguardo.
Nelle gare di handbike la categoria di appartenenza è vincolata al livello di disabilità; ma se per quattro delle cinque classi previste la scelta tecnica è una sola, ovvero pedalare sdraiati, nel mio caso – la categoria H5 – è consentito assumere una posizione inginocchiata contribuendo alla spinta delle braccia col movimento del corpo. Ecco, trovare la giusta altezza da terra in relazione al movimento centrale delle leve, la distanza dalle stesse e delle stesse tra loro, nonché la lunghezza delle leve: è un gioco di equilibri efficace una volta trovato, ma estremamente difficile da identificare e che varia molto da atleta ad atleta. Ciò che ho scoperto è arrivato attraverso un percorso molto personale ma, allora, non immaginavo nemmeno lontanamente quanto grasso ci fosse in fondo al barile lavorando sulle scelte tecniche. Tra l’altro, sdraiarsi consente agli atleti con una lesione spinale di sfruttare la forza delle braccia beneficiando di una aerodinamica decisamente migliore, ma se puoi muovere i muscoli del tronco, pur generando maggiore resistenza all’aria, il busto eretto e inclinato in avanti consente di produrre valori di potenza molto più alti, che quasi sempre superano lo “spreco” aerodinamico.
Seduto, come su quella prima handbike che ho utilizzato, non sei né una cosa né l’altra. Porti a casa il peggio di entrambe. All’epoca non ne avevo idea, ma è la posizione nella quale iniziavano tutti.
Ad ogni modo, giorni dopo sono andato a Verona. Non si finisce mai di imparare e allora non ne capivo proprio niente, neppure di ciclismo in generale. Non sapevo nulla di ruote, di telai, di tutto. Loro ci hanno messo il massimo dell’impegno per darmi una bici curata a livello di componenti, cambio e così via.
Ho portato a casa la mia handbike migliorata e il giorno seguente ero già in officina da Ravaglia, nella sede del team con cui correvo in auto nel Mondiale Turismo, per fare qualche adattamento.
Ho trovato il modo per stare seduto bene fissandomi senza protesi, mi sono creato una specie di guscio usando il materiale con cui si costruiscono i sedili delle monoposto da corsa, e ho cercato di rivestirlo per guadagnare qualcosa in aerodinamica. Ho lavorato un paio di giorni e una sera, sentendomi a posto, ho caricato tutto sulla mia auto e sono andato a Occhiobello, dove una strada corre sull’argine del Po.
La distanza classica di una maratona è di 42,19 chilometri. Io sono partito, ne ho fatti 21 e mezzo poi mi sono girato e sono tornato indietro. Chiaramente cronometrandomi. E arrivando stravolto perché non avevo fatto riscaldamento, niente. Un ignùrant.
Ci ho messo tipo un’ora e quaranta minuti ed ero davvero soddisfatto. “Socc’mel, son competitivo” mi dicevo andando verso casa. E l’ho comunicato subito a Barilla e Ballerini. La sera seguente ci sono tornato e così via per una settimana intera. Ma dopo aver fatto registrare un sensibile miglioramento, sette giorni più tardi ho iniziato a calare. Andavo più piano e non capivo il perché.
Nel frattempo avevo iniziato uno scambio telefonico pressoché infinito con il povero Podestà, cui assassinavo le balle, e lui ha realizzato al volo che nella vita non mi ero mai veramente allenato ma mi ero solo stancato. Oggi capisco anch’io quant’è vero. Lo chiamavo per dirgli: “Ho fatto questo e quell’altro e alla fine è venuto fuori ’sto tempo”, e lui amorevolmente cercava di spiegarmi: «Alex, non puoi andare ogni giorno a fare questa fatica. Non è partendo e cronometrandosi che si lavora». Ma io non capivo, anche se il calo delle prestazioni dopo una settimana mi aveva un po’ preoccupato. «Eh, per forza» aveva commentato lui. Ma io niente, testone, avanti con la mia routine. Per fortuna prima della maratona la Firestone, l’azienda costruttrice di pneumatici con cui avevo vinto tanto negli Stati Uniti, mi aveva invitato a Las Vegas e intanto la Barilla spediva la mia bici in America. Così mi sono dovuto fermare per una settimana e questa è stata la mia salvezza: quando sono arrivato a New York avevo in qualche modo recuperato le forze…
Guardando la handbike, molto prima di discutere di posizione, una delle domande che fanno tutti riguarda le leve: con le braccia si azionano insieme, in sincrono, e non si muovono come i pedali di una normale bicicletta. Spingendo in alternato, mi avevano detto, e avendo il movimento piazzato sulla forcella, non riusciresti a controllare bene tutto e andresti via “sbisciolando” come un serpente. Invece la pedalata in sincrono risulta più efficace.
A me questo non convinceva. In più tutti continuavano a dirmi: “Guarda non c’è modo, va fatta così”. E quando sento: “Si può fare solo così” a me girano subito i maroni. Ma spiegami, boia d’un mondo.
Insomma, mi ero messo a ragionare e, prima ancora di partire per New York, avevo iniziato a immaginare un mezzo che fosse basculante. “Se invece del movimento sulla forcella facessi un telaio che appoggia sull’assale posteriore e per sterzare faccio così e in quest’altro modo.”
Comunque, in una delle telefonate con Podestà ho confessato la mia idea. «No guarda, lascia stare» mi ha risposto. «E perché?» «No, lascia stare. La tua pensata non è malvagia, potenzialmente può anche funzionare. E c’è un atleta che corre con una bici fatta come dici tu. Ma è un cretino perché lui è fortissimo, uno dei migliori di tutti, ha vinto anche un Mondiale, ma non capisce che se usasse una bici normale andrebbe molto più forte.» Lì era finita la conversazione sul tema.
Quando sono arrivato a New York chi ho trovato iscritto alla gara? Il cretino! E cosa ha fatto? Ha vinto rifilando un quarto d’ora a tutti! Era Alejandro Albor, di chiare origini messicane naturalizzato statunitense, amputato bilaterale come me.
Al ritrovo l’avevo addocchiato subito, perché quando Vittorio mi aveva parlato di lui avevo cercato le sue foto su internet. E inquadrandolo, lì alla partenza della maratona, mi ero sentito intelligente. Ma tutto questo strideva con ciò che mi diceva Podestà. Comunque, al pronti via Albor se n’è andato e non l’abbiamo più visto.
Appena atterrato avevo fatto una provetta a Central Park, un avanti e indietro in cui sembravo molto convinto di quello che stavo facendo mentre in realtà non ci capivo una mazza. Ma è stata un’esperienza unica. Mi sono svegliato alle 4 perché, prima dell’alba, ti devi presentare a Times Square per montare sui bus che ti portano da Manhattan a Staten Island. Mezzi molto semplici, con rampe posticce di legno che ti consentono di salire. C’è gente che si porta anche la carrozzina, io ero andato solo con la handbike. Quando sei sul pianale legano la tua bici alle altre e via. Mia moglie invece era già alle prese con un bel muffin e un caffè, tranquilla perché a quell’ora la città era quasi deserta. Io la sera prima, in hotel, mi ero fatto fare un piatto di pasta che avevo messo via e, poco prima di arrivare a destinazione, ho aperto il mio pacchetto e iniziato a mangiare. Alle 5 e mezzo del mattino. Sul bus mi guardavano tutti come un marziano, ma la mia colazione è stata quella. Ero molto agitato.
Oggi paradossalmente, anche se mi gioco molto di più in termini agonistici, sono più calmo. Conosco la materia, la vivo in modo più distaccato.
Lì era l’ignoto. Ma mi sono sentito ragazzino, ho provato le stesse sensazioni delle prime gare con i kart. Affrontavo qualcosa di nuovo, con quella tensione che si ingigantiva perché non conoscevo niente di ciò che andavo a fare. Ma è una resina che non indurisce se non c’è il catalizzatore, che in questo caso è il desiderio. Se lo fai perché sei obbligato, o perché te lo hanno chiesto, non c’è ragione per farsi prendere dall’ansia. Io invece ho affrontato quella corsa, chissà perché, come se fosse stata la più importante della mia vita. Ho ritrovato delle emozioni che nell’automobilismo, per ovvie ragioni, si erano modificate. Non erano scomparse, erano diverse, una gara in auto l’ho fatta tante di quelle volte. Lì invece ero nervoso.
Ciò che mi appassiona, la mia filosofia, è il tentativo di affrontare al massimo ogni corsa, provare a vincere ancor più che riuscirci indipendentemente dal valore della posta in gioco. Che sia un GP di F.1 o una sfida a calciobalilla con gli amici. Ma l’emozione di un esordio è sempre imbattibile proprio perché non sai cosa ti aspetta. Era solo quello. Anche se, col senno di poi, qualcuno potrebbe vederci l’inizio di ciò che è stato.
Io non immaginavo in quel momento né Londra né Rio né i Mondiali e tutto il resto. Pensavo solo a quell’attimo. E mi è piaciuto molto. Lo mostrava anche la voglia di condividere le mie emozioni: avevo rotto le scatole a tutti nei giorni precedenti, ne parlavo un sacco, nel tragitto avevo chiamato Podestà in Italia restando al telefono dieci minuti prima di mangiarmi la pasta…
A Staten Island ti scaricano e aspetti. Ho cercato un’area dove scaldarmi un pochino, faceva molto freddo a quell’ora. C’era un tendone che ospitava un sacco di gente, ho provato a entrare ma con la handbike non si riusciva. Così ho solo chiesto a una signorina dell’organizzazione se mi passava un tè caldo e, mentre stavo lì, ho conosciuto un ragazzo italiano – Mirco Bressanelli – che sembrava più esperto di me. Ovvio che lo fosse, non ci voleva un granché. Mentre lui gentilmente raccontava qualcosa e mi dava qualche consiglio, dentro di me pensavo: “La mia gara sarà con lui, se riesco a stargli attaccato non è male”. Credo avesse già corso a New York e ascoltandolo mi sembrava uno dei favoriti.
Al via gli handbiker erano ben più di un centinaio, un numero che mi sembrava impressionante ma poi ho scoperto che l’unico abbastanza forte alla partenza era Albor. L’ho avvicinato e abbiamo scambiato due parole. «Nice bike», bella bici gli ho detto. «Thank you.» Lo guardavo incuriosito. E, pur sapendo della disapprovazione di Podestà, anche un po’ invidioso.
Poi è arrivata l’ora di partire e lì chi prima si presenta alla linea del via meglio alloggia. La gara, sul ponte di Verrazzano, scatta subito in salita e la pendenza tira abbastanza, per cui s’è fatta subito selezione, il gruppo si è allungato e con mia grande sorpresa ero lì, viaggiavo benino. Davanti erano in cinque o sei, a inseguire altrettanti, e tra questi anch’io.
Ero affaticato, davo l’anima, ma avevo capito che anche gli altri ce la stavano mettendo tutta. Abbiamo riassorbito due o tre tizi che ci precedevano e, a un certo punto, ho affiancato un tal Keane West; girandomi ho visto che non c’era più nessuno. Abbiamo trascorso insieme praticamente tutta la gara, l’italiano che avevo conosciuto non sapevo dove fosse e non ero nemmeno conscio di dove fossi io.
Alla fine, all’interno di Central Park, abbiamo tirato una lunga volata, sono riuscito a star davanti a West e ho finito quarto.
Albor ci ha dato quasi sedici minuti, Bressanelli è arrivato undicesimo e io ho finito “sderenato” ma molto galvanizzato. Anche perché il giorno dopo agli occhi della gente comune la mia sembrava un’impresa: avevo deciso di correre un mese prima e pronti via ero arrivato quarto. Ci credevo un po’ anch’io, guardando i titoli dei giornali che per me parlavano già di Giochi paralimpici nel 2008.
Ero finito nel tranello di considerare quello di New York l’appuntamento più prestigioso: in realtà di prestigioso c’è il contenitore ma l’organizzazione privilegia storicamente la quantità degli iscritti per incoraggiare la pratica, e un modo per farlo è lasciare fuori gli atleti più forti.
Io però credevo d’aver sfidato e battuto molti degli handbiker al vertice della categoria e se da un lato mi stimolava il fatto di essere andato subito bene, dall’altro quello di essere arrivato già a un certo livello, o almeno credere di esserci arrivato, mi toglieva un po’ di gusto. Se la prima corsa è questa, figurarsi quando mi sistemo con la bici giusta.
A margine di ogni considerazione però una cosa m’era rimasta in testa: altro che cretino! Albor aveva dimostrato che la mia teoria era giusta: quel mezzo che nella mia testa assomigliava molto a quello che lui utilizzava da tempo era “la strada”. È un passaggio cruciale. Perché poi sono rientrato nella mia routine. Ho corso a Macao con la BMW, ho passato le mie belle vacanze di Natale e forse, senza lo stimolo di sporcarmi un po’ le mani in un progetto elaborato con l’aiuto di alcuni amici, be’, non so se quella per la handbike sarebbe diventata una grande passione.
Oggi è alimentata da qualcosa di diverso, su tutto il desiderio e il timore di confrontarmi con atleti veri e fortissimi, ma allora la prospettiva che si era svelata ai miei occhi era un’altra. Serviva qualcosa per tenerla viva e, anche se non lo sapevo ancora, questo qualcosa sarebbe stata la Lupella. Cos’è la Lupella? Tempo al tempo.
Quando ho rimesso le mani sulla handbike il sugo era quello di costruirmi tutto. Allora, come passatempo, ho iniziato a disegnare pezzi sulla carta millimetrata. Di tanto in tanto mi confrontavo con Podestà. E pian pianino i discorsi tecnici hanno aperto la porta all’amicizia: come succede sempre, condividere passioni comuni porta le persone ad allacciare legami più profondi. Anche se non era affatto d’accordo con le mie convinzioni, starmi a sentire ed esprimere la sua opinione ha stimolato pure lui. Insomma, Vittorio non rimaneva al telefono per educazione ma lo faceva appassionandosi allo scambio. Tutte le conversazioni con lui hanno tenuto in vita questa avventura, non sono sicuro che se non ci fossero state sarebbe esplosa la stessa passione. Anche perché in quel momento mi dicevo solo: “Le gare vere sono quelle in auto, però la handbike è un bell’allenamento”.
Avevo riscoperto la gioia di sentire la gocciolina di sudore che mi scendeva dalla fronte. Era uno sport di resistenza praticabile anche senza gambe, forse solo il kayak o il nuoto te lo permettono. A me mancava moltissimo l’idea di cacciarmi addosso una tuta consumata, alla Rocky Balboa, e andare a correre con la nebbiolina serale della Pianura Padana come mi succedeva da giovane. Ora questo piacere l’avevo ritrovato. E farlo su un mezzo costruito con le mie idee e le mie mani rendeva tutto molto più intrigante.