È un po’ troppo definirlo un privilegio. Nessuno, a precisa domanda, risponderebbe che “sì, vorrei provare a perdere le gambe per andare alla scoperta di come ci si sente e di quante risorse riesco a tirar fuori da me stesso”. Sarebbe una stupidaggine vederla come un’opportunità e, soprattutto, sarebbe una irrispettosa provocazione verso chi ha vissuto una malattia, un incidente, un evento drammatico con conseguenze pesanti e irreversibili. Ma in qualche modo, ovviamente senza volerlo, chi finisce per trovarsi disabile deve fare i conti con una vita diversa e, in fondo in fondo al barile, con un grande arricchimento. Se vuole, se psicologicamente sta bene, se è in grado di cogliere ciò che di utile e importante può sempre arrivare.
Parlare è facilissimo, lo sappiamo, vivere certe situazioni molto meno. Ma il pietismo spesso è ipocrita. Per rispetto o per estrema correttezza, nemmeno richieste, si evita di andare oltre la superficie senza capire così che di fronte agli ostacoli alcuni scoprono risorse che non pensavano neanche esistessero e diventano migliori, più forti, più completi. Umanamente e sì, fisicamente.
Chi fa sport poi, come nel caso di Alex, entra in contatto con altre persone che hanno gli stessi obiettivi e le stesse oggettive difficoltà ma magari modi diversi di affrontarle, percorsi nuovi per arrivare a risolverle. Ti sfidano, sono comunque competitivi e non ti perdonano niente, non fanno sconti. Come è nello spirito migliore dello sport. Ma hanno qualcosa da insegnare. Quasi sempre senza scorciatoie e senza alibi, perché la gara è soprattutto con se stessi.
Una chiave importante questa: se la partita è personale, interna alla propria anima e misurata sui propri limiti, è sicuramente più pura. Di conseguenza il piacere, se così vogliamo definirlo, è quello di non cercare solo la vittoria e dunque di non mettere in fila troppe scuse quando non arriva.
Un contrasto, a voler ben vedere, rispetto a uno sport come l’automobilismo che, per il solo fatto di svolgersi con un mezzo meccanico, offre mille appigli per scaricare le colpe, per sospettare, per deviare dalle proprie responsabilità. È facile – se va male – buttarla sul motore, le gomme, l’assetto sbagliato, il rivale che ti ha fatto uscire, volendo ce n’è sempre una. E ci sono cascati tutti, dai campioni del mondo all’ultimo dei qualificati su una griglia di partenza.
Qua no. Non succede e non può succedere. Rendersene conto giorno dopo giorno è un piccolo viaggio etico, se vogliamo. Dunque, e torniamo all’inizio del discorso, un piccolo privilegio personale.
Fisicamente, ho provato due vite. Quella da disabile è stata ed è una continua scoperta. Nei miei confronti, certo. Ma anche rispetto ad altri nella mia stessa situazione. Con il tempo ho capito che lo stato mentale di chi supera un trauma, perché in questi casi di ciò si tratta, è molto forte. E chi arriva a praticare sport paralimpico ad alto livello ne è dotato, senza se e senza ma, non ci sono dubbi. È tutta gente che ha dentro una spinta speciale e che è psicologicamente risolta, perché non puoi andare a fare sport al vertice se ti è rimasto indietro qualcosa dal punto di vista mentale. Esistono casi, soprattutto di ragazzi giovani, che si dedicano agli sport paralimpici come via di fuga, perché non hanno ancora accettato ciò che è successo. E anche se partono con ottime prestazioni e buoni risultati a un certo punto si ritrovano a fare i conti con questo pensiero sempre piantato nella loro testa. E si bloccano. Non è facile.
Comunque, tornando a quanto dicevo nel capitolo precedente, molte storie di chi ho conosciuto correndo con la handbike sono davvero potenti. Forse anche per la competitività del ciclismo paralimpico. Ci sono discipline che, a ogni edizione dei Giochi, vedono prestazioni sempre più paurose, record che cadono per manciate di secondi. La nostra invece è sempre sul filo, segno che il livello è altissimo ed equilibrato. Ecco, in questo mondo che io frequento da meno di dieci anni ho scoperto storie che mi hanno affascinato, colpito, stupito. Che mi hanno fatto imparare tanto. A dimostrazione che ciò che ho fatto o che faccio tutti i giorni non è in fondo niente di eccezionale.
Di alcuni esempi abbiamo già parlato. La storia di Chicco Villa, uno che ha tanto da darti. Lo stesso Podestà, così determinato e proiettato in avanti. Vittorio, mentre affrontava la rieducazione a Sondalo dopo il suo incidente e l’operazione, ha avuto la forza per far rompere un fidanzamento, portare via Barbara che lavorava lì e sposarla. Cioè: in una situazione che per i più è disperata lui pensava alla gnocca… Non si può dire? Vabbè, pensava all’amore e al futuro, via.
E poi c’è Francesca Porcellato. Ecco, lei è un’altra persona speciale. Aveva vinto tanto a livello paralimpico praticando atletica e sci, poi si è buttata sul ciclismo. Si allenava già con la handbike, la aiutava per le sue discipline precedenti, ma a un certo punto ci si è messa seriamente e allora ha vinto diverse medaglie d’oro ai Mondiali e due bronzi a Rio. Una fuoriclasse, in sostanza.
Da dove arrivava con una forza simile? Ero molto incuriosito e allora, nei tempi morti dei nostri ritiri, l’ho fatta parlare. Francesca è una bellissima ragazza. Ogni tanto, per scherzare, la prendo in giro e le dico che per lo sport ha un solo difetto: le tette troppo grosse, un ostacolo per andar forte… Lo dico sempre anche a suo marito Dino, che se la ride parecchio.
Quando aveva diciotto mesi è stata investita da un camion che stava facendo manovra nel giardino di casa e da allora è paraplegica. Non ricorda di aver camminato nella vita. Da piccola non aveva una carrozzina. Per ovviare alla sua lesione spinale le avevano creato una specie di girello, con un’imbragatura per le gambe e per il busto, con cui si muoveva. Un macchinario scomodo, rumoroso, difficile. Che creava una barriera di ostilità, soprattutto a scuola, dove i bambini, per ignoranza più che per cattiveria, arrivarono addirittura a picchiarla. Quel giorno Francesca tornò a casa piangendo e sfogandosi. Sua madre, che in casa parlava sempre di lei come persona e mai come disabile, le disse che l’unica soluzione era affrontare quei bambini, uno a uno, e spiegare che non era certo lei a volere quella struttura tanto faticosa e brutta. Così fece, a sei anni: li convinse uno alla volta. E fu talmente persuasiva che diventarono suoi sostenitori al punto da eleggerla capoclasse. E si batté poi perché venisse concesso anche a lei di prendere parte a tutte le attività, compresa la distribuzione del materiale scolastico nelle varie classi, come facevano i compagni.
Lottò davvero contro ogni limite, dovendo superare sfide tremende per una bambina tanto piccola. Una recita di canto in chiesa, ad esempio. La suora non voleva farla partecipare perché non la credeva capace di sostenere la salita per arrivarci. Francesca si oppose, provò, capì che poteva farcela e impose la sua presenza. Solo che la suora all’ultimo momento spostò l’ingresso, lo piazzò dove c’erano scale inaffrontabili. Lei ci provò ugualmente ma proprio a pochi metri dall’ingresso, dopo uno sforzo immane, quella specie di girello finì in pezzi. Venne sgridata e sculacciata. Un’umiliazione spaventosa che giurò in quel momento non avrebbe mai più accettato. Si disse che nessuno le avrebbe puntato ancora un dito contro, nella vita, stabilendo che cosa poteva o non poteva fare.
La grande svolta arrivò quando fu ricoverata in ospedale per un’operazione. Vide dei ragazzi, con handicap anche molto pesanti, che utilizzavano una carrozzina. Appena poteva la rubava. E successe in più di un’occasione che li lasciasse chiusi in un bagno, letteralmente appoggiati da qualche parte, mentre lei se ne andava in giro velocissima con il mezzo che gli aveva sottratto. Facendosi sgridare ma scoprendo un altro mondo.
Con la carrozzina è iniziata una nuova vita. E quando ha preso la strada dello sport ha prodotto meraviglie. La Porcellato è stata protagonista in dieci Olimpiadi (sette estive e tre invernali) conquistando ben tredici medaglie (tre ori). In lei c’è una determinazione enorme, come e più di quella che esiste negli atleti normodotati. Ha qualcosa dentro, che ho scoperto anche in altri sportivi paralimpici: è ciò che mi ha mosso quando mi sono svegliato a Berlino dopo l’incidente e il coma. Una determinazione e una voglia uniche, che tra l’altro ti impediscono di fare troppo il furbo. Perché il gusto è provare ad affrontare quel percorso. Non è solo vincere, il vincere viene dopo.
Io non ho mai pensato che Sanchez si dopasse, ho pensato invece che fosse un atleta straordinario. Mi sono detto che dovevo diventarlo anch’io, mi sono chiesto se ne avevo la voglia, mi ci sono dedicato con tutte le forze che avevo e alla fine ci sono riuscito. Non ho provato nemmeno per un attimo a lamentarmi usando la cultura del sospetto perché la mia forza, come quella degli altri paralimpici, è un’altra. Nel mondo dei normodotati non è sempre così. Figurarsi in uno sport a motore come il mio. Tanto che nel momento in cui sono tornato a vincere con la BMW nel Mondiale Turismo si sono verificati episodi che l’hanno dimostrato.
Dopo l’incidente, è successo che altri piloti – anche forti – mi guardassero con sospetto quando riuscivo a produrre buone prestazioni. Un atteggiamento dettato non dalla perfidia ma spesso dall’ignoranza: il limite è molto sottile.
Io ho affrontato un percorso davvero complicato per essere competitivo nel WTCC (World Touring Car Championship), il Mondiale Turismo, in cui avevo scelto di gareggiare. Non sono ripartito dalle gare ACI, dal tricolore, da sfide più semplici. Ho deciso di misurarmi con un campionato del mondo cui partecipavano case ufficiali con piloti ufficiali, il meglio degli specialisti di quel tipo di corse. Ero sicuro di esserne all’altezza, altrimenti non mi sarei nemmeno presentato in circuito.
Non ho mai creduto in vita mia di essere il pilota migliore del mondo. Sono sempre stato convinto di essere veloce e di risultare vincente avendo a disposizione un mezzo che me lo permettesse. E francamente ci sono riuscito, la mia carriera era lì a dimostrarlo.
Perciò il mio obiettivo, quando sono tornato in pista, non era strappare uno scontato applauso retorico. E l’ho centrato. È arrivato un momento in cui se mi qualificavo decimo mi chiedevano: “Come mai solo decimo?”, a dimostrazione del livello di competitività raggiunto. Ma anche se eravamo riusciti a minimizzare il mio problema, con le varie soluzioni tecniche adottate, qualche ostacolo oggettivo rimaneva. Tant’è vero che prima della gara di Istanbul, nel 2007, mi era capitato di fare due chiacchiere sul tema con uno degli ingegneri della Federazione addetti alla Balance of Performance, che serviva a mettere ordine tra auto di natura molto differente impegnate nello stesso campionato – una BMW che nasce già come macchina sportiva è diversa in partenza da una Seat che è più una vettura per famiglie. Quindi venivano apportati dei piccoli correttivi in corso d’opera, soprattutto sui pesi minimi, in base ai risultati delle gare. Nel tempo, peraltro, la faccenda era anche un po’ degenerata e le squadre la utilizzavano in modo tattico nascondendo a volte le prestazioni. Sia come sia, al tecnico in questione avevo detto: «Anch’io sono un po’ una bestia a se stante, no?». Rispose che era d’accordo, l’osservazione fu considerata ufficialmente e prima della corsa di Istanbul mi furono concessi 5 chili in meno sul peso complessivo della macchina. Che era sui 1200 chili in totale, per cui non avrebbe fatto una gran differenza, ma a livello di principio aveva un senso.
Bene. Appena arrivato nel paddock, lì in Turchia, trovai Gabriele Tarquini con cui nacque una vivace discussione. Tarquini è un pilota italiano che ha corso anche in F.1 e che nella categoria Turismo ha trovato una seconda carriera, ricca di successi. Lui in quel momento gareggiava con la Seat ed era uno dei miei rivali in campionato. Si fermò e mi disse che secondo lui, avendo io annullato tutti i miei handicap, non avevo diritto allo “sconto” di 5 kg e che avrebbe spinto la sua squadra a fare reclamo. Non mi trovò molto d’accordo: gli risposi che, avendo vinto qualcosa in tutti i campionati cui avevo preso parte in passato, non sarebbe stato illogico vedermi lottare anche qui per il titolo e invece, in alcuni anni ormai di Mondiale Turismo, ero riuscito a stare davanti solo in sporadiche occasioni, quando il tipo di pista o un assetto particolare mi permettevano di superare i problemi che mi condizionavano palesemente. Lui continuò a sostenere la sua tesi e la discussione finì in modo garbato, ma ognuno rimase fermo sulle proprie posizioni.
Il giorno seguente in prova andai molto forte, non conquistai la pole position solo perché si mise a piovere quando avevo montato la gomma nuova. E la domenica vinsi la gara da dominatore, staccando tutti in modo perentorio. Non capitava spesso in quella serie ma non era impossibile. Cosa successe allora? Che quando la mia auto venne portata in parco chiuso dopo la corsa, per le verifiche, venne chiesto ai miei meccanici di smontare il motore perché sarebbe andato in Federazione a Parigi per un controllo completo. Cioè, qualcuno pensava che avessi vinto grazie a un motore irregolare. E la teoria del sospetto era così forte che anche «Autosprint» pubblicò un articolo che parlava di risultato sub judice e aggiungendo a fianco l’ipotetica classifica in caso di mia squalifica. Per dire del clima che si era creato.
Mentre succedeva tutto questo incontrai di nuovo Tarquini che esordì dicendo: «In questa categoria abbiamo visto raramente una vittoria come la tua di oggi. Io non ci credo che uno come te, con i problemi che ha, riesca a dominare così. E quindi ho consigliato alla mia squadra di fare reclamo per verificare il motore». Mi incazzai, spiegandogli in modo piuttosto perentorio la contraddizione nelle sue parole e nei suoi pensieri. Non puoi dire il venerdì che togliermi 5 chili è una sciocchezza perché ho risolto i miei problemi fisici e due giorni dopo non riconoscermi il diritto di aver corso come un fuoriclasse.
Nella vita l’avevo già fatto. Ero lo stesso che nel 1997 a Cleveland aveva vinto rimontando dall’ultimo posto, che l’anno dopo aveva trionfato a Long Beach da doppiato, che aveva conquistato due titoli IndyCar di fila. E non posso vincere una gara Turismo dando cinque secondi di distacco agli altri? Naturalmente il motore controllato a Parigi era regolarissimo, perché il volante lo so ancora girare come si deve…
È solo un piccolo racconto, un dettaglio. Che innesca un discorso più ampio. Da un lato correre da disabile è un grande privilegio ma dall’altro rappresenta un limite – episodio turco a parte, la mia condizione si ripercuoteva in modo indiretto su meccanici e tecnici. Scendi in pista, vai veloce, gran pacche sulle spalle: sei un fenomeno. Scendi in pista, prendi un secondo di distacco: sei un fenomeno, perché “oh, è senza gambe”.
Infatti una delle mie grandi soddisfazioni è stata partecipare alla 24 Ore di Spa nel 2015. È un appuntamento classico per vetture Turismo, molto impegnativo e molto combattutto. La BMW mi ha chiesto di correrla insieme a due piloti non solo normodotati, ma molto molto veloci. Nei test pregara abbiamo preso un secondo e mezzo di distacco dai migliori. Però i tecnici non sono venuti da me a dire “sei stato bravo, hai fatto quello che potevi”, ma “scusa amico, ti abbiamo dato un’auto un po’ di merda”. Perché i miei compagni di avventura, Timo Glock e Bruno Spengler, erano andati esattamente come ero andato io. Per la prima volta dall’incidente in cui ho perso le gambe non mi sono sentito normale come pilota in senso etico ma in senso pratico: ed è stata una grandissima soddisfazione.
Per preparare quella 24 Ore, dopo nove mesi di inattività, ho preso il volante a Adria il giorno dopo che aveva girato Spengler. Lui aveva avuto dei problemi tecnici, va riconosciuto. Ma quella mattina sono salito in auto e gli ho rifilato un secondo. Poi è toccato a Timo Glock. Il quale racconta – in un film prodotto dalla Casa tedesca su quell’avventura – che dopo la prima serie di giri lui, pilota professionista impegnato tutto l’anno, ha guardato il cruscotto e realizzato di aver preso un secondo di distacco da uno senza gambe. E di come poi alla fine, dai e dai, cercando i millesimi a ogni curva, sia riuscito a fare lo stesso tempo. Il mio, quello di uno che comunque aveva quarantanove anni e da nove mesi non toccava un volante. «Allora ho capito perché viene fuori tutta quella forza nella sua nuova avventura sportiva» ha concluso. Poi sul ritmo gara, quando abbiamo corso la 24 Ore a Spa, un decimo o due al giro glielo concedevo: ci sta, sono due piloti fortissimi.
Ma quello che cercavo io, quello che desiderava il mio ego, era un confronto senza alibi. E trovarlo mi ha fatto stare bene.