Chiariamo subito. Io non sono Zanardi, ci mancherebbe, sono quell’altro. Insomma, quello che ogni tanto scrive con lui. E ciò che state leggendo adesso è nato qualche mese fa. Un giorno, erano i primi di febbraio, sono uscito dal lavoro per prendere un treno diretto a Padova. Andavo a casa di Alessandro. Volevamo stare in compagnia: mangiare insieme, vedere alcuni amici, giocare a biliardo. E parlare di questo libro, io soprattutto. Anche l’altra volta era andata così, mi era toccato insistere un po’ però conoscevo bene il percorso da seguire. Stavolta le idee erano più confuse. Le due ore e mezza di viaggio mi avrebbero aiutato.
La Stazione Centrale di Milano è stata rinnovata tra il 2005 e il 2010. Quella vecchia l’ho conosciuta bene tanti anni fa, da studente pendolare. Ora è diversa. Piena di angoli, scale, salite, discese. Sbucando dalla metropolitana, quel tardo pomeriggio, col pensiero ci sono cascato in pieno, succede no? Metafora facile: Zanardi di scale – su e giù – ne ha fatte tante da non poterle contare. Poi è successo che dal gradino più basso di tutti – arrivare a un passo dalla morte e, una volta ripreso per i capelli, ritrovarsi senza gambe (in sostanza l’evento drammatico che tutti conosciamo e che lui per brevità chiama serenamente “la pugnetta che è successa a me”…) – la salita non si è più fermata.
Io e Sandrino abbiamo scritto un libro insieme nel 2003. La sua storia fino a quel momento. Ha avuto successo. L’hanno pubblicato anche in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti. A tutt’oggi ne vado ancora orgoglioso, permettetemelo. Però son passati più di tredici anni, che nella vita di uno che ne combina quante lui sono un secolo. E a me era tornata la voglia di raccontare. Se poi significava anche stare insieme e divertirsi… be’, è vero e anche giusto. Ma raccontare cosa? Come, soprattutto?
Quella storia finiva con la frase: “E adesso, sotto con il resto”. Da parte mia era un modo come si deve (e un filo paraculo) di chiudere quattrocento pagine. D’altronde ciò che avevo contribuito a far conoscere rappresentava un viaggio di per sé così potente, così clamoroso nella sua parabola, così perfettamente hollywoodiano, che non potevo immaginare niente di più intenso. Non era mancanza di fede nell’uomo, mettetevi nei miei panni. Era fare i conti senza l’oste. Un oste costruito a suo modo.
Il fatto è che per lui quella frase significava quello che voleva dire. Letteralmente. “Sotto con il resto.” Zanardi, contrariamente a quanto potevo pensare io, aveva già voltato pagina. Le vittorie, le coppe, i riconoscimenti, le foto dei trionfi appese al muro di casa, le pacche sulle spalle per essersi rimesso in piedi, l’esempio per gli altri e tutte quelle cose lì.
Sì vabbè, tutto bello, grazie, sono lusingato. Ma adesso cosa succede? Io devo fare della strada e limiti non ne vedo. Ho solo cambiato binario in corsa, il treno cammina che è un piacere. Anzi, mi sembra che da questa parte ci sia un bel po’ di spazio e di futuro da riempire. “Guarda, questo non si può fare, è impossibile” è una frase contro cui Alex ha combattuto sempre, fin dalle prime corse al volante. Che si trattasse di un sorpasso o di un’ambizione più grande. Figurarsi a quasi quarant’anni. Dunque il resto c’è stato. E che resto.
Perciò sarebbe stato un errore ripartire dai tredici giri che andò a correre al Lausitzring, in Germania, nel 2003. Quelli che mancavano per concludere la gara che stava conducendo da protagonista quando arrivò l’incidente, due anni prima. Roba simbolica a livelli inauditi. Che però da lui, alla vigilia, era stata vissuta così: «Ma che esorcizzare ed esorcizzare, non facciamola troppo romantica. Andiamo a finire i tredici giri che mancano e amen». Ricominciare da quel momento e proseguire anno per anno non aveva un gran senso. Anche perché, contrariamente a quell’altra volta, dal 2003 la vita di Sandrén (e così tutti i modi in cui lo posso chiamare per nome li ho tirati fuori…) ha viaggiato abbondantemente sotto i riflettori. Come ricordavo prima, sapevo benissimo come impostare l’altro libro. Anche se già allora lui veniva visto come un misto tra Padre Pio e Raffaella Carrà. Dentro di sé, forse, non sapeva bene se riempire l’intera faccenda di battute o di miracoli… Invece abbiamo raccontato la sua semplice storia. E chi l’ha letta ci ha trovato Zanardi, nient’altro. Restandone colpito.
Un ragazzo di provincia, come tantissimi di noi, che ci riconosciamo nell’infanzia e nell’adolescenza passate senza inventarsi niente di clamoroso se non lo stare al mondo, crescere e provare a capire come tira il vento intanto che si diventa grandi. Mai capo branco e mai nemmeno scatenato, protagonista indiscusso. Messo subito a dura prova, tanto per cominciare, perché perdere una sorella in un incidente d’auto quando hai dodici anni fa male. Un bambino vivace e un giovane normale, si può dire, in mezzo al gruppo, senza passioni straordinarie. Ma attento, questo sì. Attento alle leggi della strada, attento a quello che può insegnare un padre a parole o anche solo muovendo le mani per lavorare, attento a chi lo circonda.
Poi un giorno succede di imbattersi in un kart, quasi per caso, e lì la prospettiva cambia completamente. Quel mezzo meccanico all’inizio quasi sconosciuto, quel pezzo di ferro con un motore e quattro ruote tutto da capire, diventa di colpo una ragione di vita. E l’attesa, l’incapacità di vedere oltre il quotidiano, il bighellonare, scompaiono. Come se all’improvviso si alzasse la nebbia e uno vedesse più chiara la strada davanti a sé. È fatta! Si fa per dire… Prima di arrivare in cima, in uno sport così selettivo come l’automobilismo, c’è bisogno di scalare montagne gigantesche. Invece in qualche modo è davvero fatta, perché la parte più difficile è sempre scoprire la direzione. Allora il kart diventa il pensiero fisso, che ti fa alzare la mattina con il sorriso e ti fa accettare i sacrifici o le rinunce più grosse. È un viaggio lungo ma dolcissimo, rivisto adesso, da adulti consapevoli. Affrontato in compagnia di un padre – Dino, detto “Grezzo-man” per dei modi non esattamente raffinati – con cui discuti e litighi spesso, con cui altrettanto spesso ridi, che quando serve c’è sempre. E che semina, senza volere e senza pretese, lezioni di vita che vengono a galla ancora oggi, anche se non c’è più da troppo tempo. Con la presenza rassicurante e discreta di una madre, Anna, che sa come volerti bene. Con amici un po’ matti ma sinceri. Quelli che, in fondo, abbiamo avuto tutti.
In F.1, dal 1950 a oggi, sono arrivati a correre, prendendo il via di una gara iridata, ottanta piloti italiani. In sessantasette stagioni. Chi sale su un kart da ragazzino, e sono moltitudini, sa che le probabilità di disputare un gran premio sono infinitesime. Valesse “uno su mille ce la fa”, come cantava Gianni Morandi, sarebbe già grasso che cola…
Alex è partito un giorno di agosto del 1980, ed era meraviglioso solo il divertirsi con gli amici. Poi il gioco è diventato più serio, perché per strada si è scoperto che aveva talento e determinazione. Così, un passo alla volta, sono arrivate le gare di alto livello, i titoli italiani e internazionali con il kart. I primi scontri con i rivali, anche un certo Michael Schumacher. I segnali di un orgoglio e una voglia non comuni. E la dignità, che quella se non ce l’hai non te la insegna proprio nessuno. Per dire: non si lascia il team che domina, con cui hai vinto tanto, perché ti nascondono le gomme buone che invece danno a un tuo compagno di squadra. C’è chi manda giù, c’è chi prova timidamente a discuterne, c’è chi si stanca di essere trattato con arroganza. E sbattendo la porta lui mica si mette d’accordo per gareggiare con il diretto concorrente, troppo facile. Se ne va dal costruttore di kart che tutti prendono per il culo perché è sempre nelle retrovie. E nel giro di una settimana, proprio con quello, conquista il titolo italiano.
Della forza di Zanardi c’era già tutto allora, in quei giorni? Io me lo sono domandato, pensando all’eroismo che gli attribuiscono oggi. Forse adesso, anche se sembra una bestemmia, è più semplice. Avere i coglioni da adolescente o poco più di fronte agli adulti che possono decidere il tuo destino, lì sì che è difficile.
Dopo il kart deve arrivare la F.3, è quello il percorso. Alessandro non è ricco, suo padre è idraulico e la mamma fa qualche lavoretto in casa per arrotondare. L’automobilismo è uno sport molto costoso, servono soldi. Potrebbe anche finire tutto lì, non c’è niente di automatico su questa scala. C’è un signore però, padre di un suo avversario sui kart, che lo ha osservato, che vede lontano, che crede in questo ragazzino diventato ormai ventenne e gli dice di non preoccuparsi. Cesare Papis era il papà di Max, che sarebbe arrivato a sua volta in F.1 e avrebbe avuto la sua fortuna professionale negli Stati Uniti dove vive tuttora. Cesare ha aiutato Alex a salire uno dei gradini, di quelli alti. In F.3 Zanardi si fa le ossa, cresce, il terzo anno vince molto. Pole position a Montecarlo, successo in Coppa Europa, titolo italiano sfiorato. Ah, l’anno prima conosce sua moglie Daniela. Non esattamente un dettaglio.
Si sale ancora. Siamo alla F.3000, anticamera della F.1. E qui esplode in tutto il suo talento: velocissimo, grintoso, vincente, con una Reynard arriva a giocarsi il titolo all’ultima gara ma, più importante ancora, gli mette gli occhi addosso mezza F.1. Potrebbe esordire nel GP d’Italia, a Monza, ma alla vigilia uno dei tipici casini del circus dei motori a colpi di minacce e carte bollate – che vede coinvolti Flavio Briatore, Eddie Jordan, la Benetton, Schumacher e altri ancora – gli impedisce di correre. Lo fa due settimane dopo, nel GP di Spagna, al volante di una Jordan.
Uno su mille (e ben di più, come sappiamo) ce la fa. Chiude nono. Con le regole di oggi sarebbe andato a punti. Aveva chiesto a suo padre che se ne stesse alla larga, per evitare che lo distraesse. Magari rimanere a Bologna, ecco. E secondo voi Dino poteva? Poteva non vedere suo figlio correre in F.1, dopo averlo accompagnato da quel primo giorno del 1980 a Vado, sull’Appennino bolognese, fino a Hong-Kong e in Australia facendogli da meccanico sul kart? See… Finita la corsa, dopo la bandiera a scacchi del Montmeló, durante il giro d’onore, Alex si accorge che c’è un omone aggrappato a un palo delle recinzioni a metà circuito che lo saluta ed esulta. È Dino, è suo padre, quello che non doveva esserci. Ancora adesso, a pensarci, a me viene un groppo in gola.
La F.1 è una brutta bestia. I soldi non sono mai abbastanza. Jordan ne ha bisogno, non lo può confermare. Tyrrell lo prenderebbe, firmano anche un contratto, ma arriva qualcuno con la valigia piena di dollari e… ciao anche qua. Finisce a fare il collaudatore della Benetton, in fondo Briatore una mano gliel’ha data. Corre anche qualche gara con la Minardi. Poi ci sono due anni altalenanti con una Lotus in crisi finanziaria e tecnica. Team storico, una volta. Adesso poco più che comprimario. Stagioni grame, anche un terrificante incidente a Spa che poteva essere fatale. Stagioni che non lasciano traccia sugli albi d’oro ma provocano molti danni all’autostima. Il 1995 è il nulla, l’inattività, è il pensiero che si insinua e suggerisce che forse è il caso di cercarsi un lavoro, che non si può stare a casa a far niente. Ad aspettare telefonate che non arrivano, occasioni che non ci sono. Ci si dimentica alla svelta di tutti i sorpassi, delle vittorie, della velocità, è un mondo così.
Ma, a essere sinceri, è anche un mondo dalle tante opportunità. Basta cambiare angolazione… o continente. Uno dei titolari della Reynard, con cui era stato un fulmine in F.3000, gli procura un paio di appuntamenti negli Stati Uniti. La categoria è la IndyCar, o Formula Cart come si chiamava allora. Dalla F.1 c’era già arrivato Nigel Mansell, e altri dopo di lui. Chip Ganassi è un personaggio fuori dal comune, adesso a capo di un vero e proprio impero delle corse e allora in procinto di spiccare il volo con il suo team. Ingaggia Alex scommettendo su di lui anche se in America non era certo conosciuto. Invece la combinazione tra Zanardi, l’altro pilota Jimmy Vasser e il capo tecnico Morris Nunn produce una striscia di successi spaventosa. Alex sfiora il titolo già alla prima stagione, che peraltro va al suo compagno, ma lascia il timbro sull’annata vincendo l’ultima gara con un sorpasso impossibile all’ultimo giro al “Cavatappi” di Laguna Seca, in California, che entra nella storia.
Da lì conquista due campionati, uno in fila all’altro, regalando imprese che lo trasformano in un idolo assoluto. Corse vinte grazie a rimonte strepitose, altre dominate con padronanza assoluta, sorpassi riusciti dove nessuno immaginava si potessero tentare, simpatia che tracima con tifosi e addetti ai lavori, un livello di popolarità straordinario. Di quelli, per dire, che finisci in tv da David Letterman e sulle scatole dei cereali per la colazione (che negli Stati Uniti significa aver raggiunto l’Olimpo dei famosi, quelli veri).
È il 1998 e la F.1 rivuole Zanardi disperatamente. La vita è davvero curiosa. Lui sceglie la Williams, un team che ha vinto quattro degli ultimi sette Mondiali. Ma sbaglia. Primo perché la squadra inglese è in parabola discendente. Secondo perché forse lui non ha più il sacro fuoco che una situazione del genere richiederebbe. Gli è nato un figlio, Niccolò. A casa si sta così bene…
La rivincita su quel mondo assaggiato in passato solo nelle retrovie non arriva. Ha un contratto di tre anni: dopo il primo, lui e la Williams si salutano. Adesso a casa ci può stare, ma non è il modo in cui deve finire una carriera così. Ha solo trentatré anni, in fondo. E uno spirito competitivo inciso profondamente nel suo Dna. Qual è il mondo che gli ha regalato gloria e divertimento? L’America! Perciò, dopo un anno di stop, si torna in IndyCar. Ma non con Ganassi. Con Morris Nunn, che nel frattempo ha messo su una squadra tutta sua. È il 2001. La vettura non è competitiva, c’è da lavorare duro per portarla in alto. Ne vien fuori una stagione con poche soddisfazioni. Quando sta per arrivare quella più grande, un successo al Lausitzring, ecco una sbandata sull’olio all’uscita della corsia box, il testacoda che lo porta in mezzo al tracciato quando stanno arrivando le altre auto a più di 300 chilometri orari. Alex Tagliani, un canadese, lo prende in pieno. Fine della corsa. La sua.
Lo portano via in elicottero che non ha più le gambe ma, peggio ancora, ha perso quasi tutto il sangue che serve a un corpo umano per funzionare. La scelta che devono affrontare i medici è tra l’ospedale di Dresda e quello di Berlino. Uno in particolare, Steve Olvey, ha di fronte a sé una responsabilità di quelle che non vorresti mai cadessero sulle tue spalle. Prende una decisione che ha poco a che fare con il protocollo ma molto più con il giuramento di Ippocrate, quello di ogni dottore: lottare strenuamente per salvare una vita anche quando la scienza sembra non concedere possibilità. Olvey sceglie Berlino e questo fa parte del miracolo. Alex arriva in sala operatoria più morto che vivo, lo salvano e supera otto arresti cardiaci, tre giorni di coma, sedici operazioni in anestesia totale. Il resto è conosciuto. La reazione inattesa, senza piangersi addosso. La rieducazione, il ritorno alla vita di tutti i giorni e poi quei tredici giri al Lausitzring. Che chiudevano il libro, più o meno.
Questa, riassunta nel modo più veloce possibile, è la storia semplice di Alessandro Zanardi da Castel Maggiore, provincia di Bologna, fino al 2003. Quella che ha stupito, perché ancor prima dell’incidente c’era tanto. Di bello, di divertente, di emozionante. È lui. È lo Zanardi di ieri, ma è lui. Oggi, su queste pagine, chi legge deve trovarci sempre Zanardi. Ma stavolta è una sfida più complicata. Lo conoscono già in tanti. È diventato un simbolo, uno cui si crede ciecamente appena apre bocca. Se ne rende conto, se ne preoccupa anche un po’.
«Io dopo l’incidente ho sorpreso tutti. Perché mi metto nei panni dell’uomo della strada che mi vedeva come un semidio, l’eroe automobilistico dei due mondi che conquista l’America, poi torna in F.1, gira con l’aereo privato, ha successo, apre lo champagne sul podio, fa la bella vita. Poi capita quello che è capitato e lo stesso uomo della strada, anche inconsciamente, pensa: “Va là, vediamo adesso come te la cavi, Zanardi…”. È una debolezza facile, molto umana. Un attimo dopo uno realizza e gli prende l’angoscia. Ma c’è un momento in cui accade. Dunque, mi aspettavano al varco. E io ho sorpreso tutti, perché ho risposto trasformando la tragedia nella mia opportunità di vita forse più grande: oggi essere senza gambe è il mio strumento di lavoro. Sembra un paradosso ma è così. Ho guadagnato ancor più affetto, mi basta dire una boiata e diventa una frase solenne: su internet c’è una pagina con le frasi celebri di Alex Zanardi. Non è normale. Sono stato ospite a un convegno di scout e ho detto una roba così per dire, per sintetizzare, “la vita è come una tazzina di caffè, ci puoi mettere lo zucchero che vuoi ma se non giri il cucchiaino non diventa dolce, a star fermi non succede niente”. Be’, han fatto un casino, si son gasati, hanno fatto le tazzine di caffè con la frase scritta sopra, l’hanno riprodotta dappertutto, mancano giusto le magliette…»
Perché oggi, per come la vedo io, Zanardi è questo. E allora avevo dei dubbi, volevo capire che strada prendere. Come evitare che ne uscisse un guru dalla ricetta facile. O un monumentale bagno di retorica che lui per primo non avrebbe sopportato. La prima volta ero andato avanti come un treno, anche per farglielo fare quel libro. Che manco voleva e del quale invece adesso si porta dietro solo ricordi bellissimi. Tant’è vero che ne è nata un’amicizia molto più grande di ogni lavoro fatto insieme.
Stavolta è diverso. Perché questo fenomeno, nonostante avesse già vissuto un’Olimpiade da protagonista, ha deciso di continuare a giocare, di non tirarsi indietro. Invece di organizzare un viaggio a Rio come commentatore televisivo, si è rimesso al lavoro conscio che a cinquant’anni le carte del suo mazzo non potevano essere le stesse di quattro anni prima. Perché, come dice lui, l’importante è provarci. E anche riuscirci, visto come è finita in Brasile…
Ma a breve inizierà qualche altra avventura grossa. E allora cosa dobbiamo fare? Andiamo avanti a botte di biografie ogni tanto per stare in pari? Aggiorniamo a vita? No, non si può. Ma è vero che è accaduto tanto, in questi anni. Tanta roba, come si dice adesso. Cosa meritava di essere raccontato? Gli episodi divertenti, la vita di tutti i giorni, i successi sportivi, i suoi pensieri, anche gli errori perché ne ha fatti, eccome. È umano pure lui. Allora ho pensato che l’idea migliore fosse cercare di capire i suoi pensieri, come ha vissuto questa nuova vita, un’avventura differente. E rifare un po’ di strada insieme.
Fargli raccontare ciò che conosciamo già tutti sarebbe stato facile ma scontato, una di quelle partite in cui si esce dal campo avendo sudato poco. Si faceva presto a scrivere dei successi, di ciò che ha fatto in questi anni. Roba da evitare a tutti i costi. La beatificazione però non era prevista, anzi. Serviva un po’ più di fatica, serviva frugare nei ricordi e nei pensieri per capire come è arrivato lì, cosa c’è di profondo dietro a un risultato, come si costruisce in modo semplice qualcosa che una volta fatto sembra un mezzo prodigio. Questa era la sfida affascinante da affrontare. Ho già sbagliato anni fa, con l’ormai famoso “sotto con il resto”. Per me significava “punto”. Per lui “a capo”, metafora ideale di quel che voleva andarsi a cercare nella nuova vita. Andiamo a capo, dunque.