LIBRO PRIMO
Proposito e fine dell’opera. Prosperità d’Italia intorno al 1490. La politica di Lorenzo de’ Medici ed il desiderio di pace de’ principi italiani. La confederazione de’ principi e l’ambizione de’ veneziani.
Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra1 in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri prìncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla2: materia, per la varietà e grandezza loro3, molto memorabile e piena di atrocissimi accidenti; avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità con quali sogliono i miseri mortali, ora per l’ira giusta d’Iddio ora dalla empietà e sceleratezze degli altri uomini, essere vessati. Dalla cognizione de’ quali casi, tanto vari e tanto gravi, potrà ciascuno, e per sé proprio e per bene publico, prendere molti salutiferi documenti4: onde5 per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane6; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’ popoli, i consigli male misurati7 di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.
Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora più liete e più felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono più di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtù e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni sue più fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti prìncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose publiche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva8.
Nella quale felicità, acquistata con varie occasioni, la conservavano molte cagioni: ma trall’altre, di consentimento comune, si attribuiva laude non piccola alla industria e virtù di Lorenzo de’ Medici, cittadino tanto eminente sopra ’l grado privato nella città di Firenze che per consiglio suo si reggevano le cose di quella republica, potente più per l’opportunità del sito, per gli ingegni degli uomini e per la prontezza de’ danari9, che per grandezza di dominio. E anvendosi egli nuovamente congiunto con parentado, e ridotto a prestare fede non mediocre a’ consigli suoi Innocenzo ottavo pontefice romano10, era per tutta Italia grande il suo nome, grande nelle deliberazioni delle cose comuni l’autorità. E conoscendo che alla republica fiorentina e a sé proprio sarebbe molto pericoloso se alcuno de’ maggiori potentati ampliasse più la sua potenza, procurava con ogni studio che le cose d’Italia in modo bilanciate si mantenessino che più in una che in un’altra parte non pendessino : il che, senza la conservazione della pace e senza vegghiare con somma diligenza ogni accidente benché minimo, succedere non poteva11. Concorreva nella medesima inclinazione della quiete comune Ferdinando di Aragona re di Napoli, principe certamente prudentissimo e di grandissima estimazione; con tutto che molte volte per l’addietro avesse dimostrato pensieri ambiziosi e alieni da’ consigli della pace, e in questo tempo fusse molto stimolato da Alfonso duca di Calavria suo primogenito, il quale malvolentieri tollerava che Giovan Galeazzo Sforza duca di Milano, suo genero12, maggiore già di venti anni, benché di intelletto incapacissimo, ritenendo solamente il nome ducale, fusse depresso e soffocato da Lodovico Sforza suo zio13 : il quale, avendo più di dieci anni prima14, per la imprudenza e impudichi costumi della madre madonna Bona15, presa la tutela di lui, e con questa occasione ridotte a poco a poco in potestà propria le fortezze, le genti d’arme, il tesoro e tutti i fondamenti dello stato, perseverava nel governo; né come tutore o governatore, ma, dal titolo di duca di Milano in fuora, con tutte le dimostrazioni e azioni da principe. E nondimeno Ferdinando, avendo più innanzi agli occhi l’utilità presente che l’antica inclinazione o la indegnazione del figliuolo, benché giusta, desiderava che Italia non si alterasse; o perché, avendo provato pochi anni prima, con gravissi mo pericolo, l’odio contro a sé de’ baroni e de’ popoli suoi16, e sapendo l’affezione che per la memoria delle cose passate17 molti de’ sudditi avevano al nome della casa di Francia, dubitasse che le discordie italiane non dessino occasione a’ franzesi di assaltare il reame di Napoli; o perché, per fare contrapeso alla potenza de’ viniziani, formidabile18 allora a tutta Italia, conoscesse essere necessaria l’unione sua con gli altri, e specialmente con gli stati di Milano e di Firenze. Né a Lodovico Sforza, benché di spirito inquieto e ambizioso, poteva piacere altra deliberazione, soprastando non manco a quegli che dominavano a Milano che agli altri il pericolo dal senato viniziano, e perché gli era più facile conservare nella tranquillità della pace che nelle molestie della guerra l’autorità usurpata. E se bene gli fussino sospetti sempre i pensieri di Ferdinando e di Alfonso d’Aragona, nondimeno, essendogli nota la disposizione di Lorenzo de’ Medici alla pace e insieme il timore che egli medesimamente aveva della grandezza loro, e persuadendosi che, per la diversità degli animi19 e antichi odii tra Ferdinando e i viniziani20, fusse vano il temere che tra loro si facesse fondata congiunzione21, si riputava assai sicuro che gli Aragonesi non sarebbono accompagnati da altri a tentare contro a lui quello che soli non erano bastanti a ottenere.
Essendo adunque in Ferdinando, Lodovico e Lorenzo, parte per i medesimi parte per diversi rispetti, la medesima intenzione alla pace, si continuava facilmente una confederazione contratta in nome di Ferdinando re di Napoli, di Giovan Galeazzo duca di Milano e della republica fiorentina, per difensione de’ loro stati; la quale, cominciata molti anni innanzi22 e dipoi interrotta per vari accidenti, era stata nell’anno mille quattrocento ottanta, aderendovi quasi tutti i minori potentati d’Italia, rinnovata per venticinque anni: avendo per fine principalmente di ncn lasciare diventare più potenti i viniziani; i quali, maggiori senza dubbio di ciascuno de’ confederati ma molto minori di tutti insieme, procedevano con consigli separati da’ consigli comuni, e aspettando di crescere della23 altrui disunione e travagli, stavano attenti e preparati a valersi di ogni accidente che potesse aprire loro la via allo imperio di tutta Italia al quale che aspirassino si era in diversi tempi conosciuto molto chiaramente; e specialmente quando, presa occasione dalla morte di Filippo Maria Visconte duca di Milano24, tantorono, sotto colore25 di difendere la libertà del popolo milanese, di farsi signori di quello stato; e più frescamente26 quando, con guerra manifesta27, di occupare il ducato di Ferrara si sforzorono28. Raffrenava facilmente questa confederazione la cupidità del senato viniziano, ma non congiugneva già i collegati in amicizia sincera e fedele: conciossiacosaché, pieni tra se medesimi di emulazione e di gelosia, non cessavano di osservare assiduamente gli andamenti l’uno dell’altro, sconciandosi scambievolmente tutti i disegni29 per i quali a qualunque di essi accrescere si potesse o imperio o riputazione: il che non rendeva manco stabile la pace, anzi destava in tutti maggiore prontezza a procurare di spegnere sollecitamente tutte quelle faville che origine di nuovo incendio essere potessino.
1. alla memoria nostra: ai tempi nostri. Calco del latino «memoria nostra». Cfr. ad esempio CESARE, De bello gallico, 2, 4, 7.
2. dappoi… perturbarla: dall’invasione di Carlo VIII (1494).
3. per la varietà e grandezza loro: per la loro moltitudine e importanza (loro si riferisce a cose).
4. documenti: insegnamenti.
5. onde: si riferisce a cognizione de’ quali casi.
6. a quanta instabilità… le cose umane: la frase riecheggia un motivo ricorrente nei Ricordi; cfr. in particolare C 161 (Op. I, p. 665).
7. i consigli male misurati: le decisioni mal ponderate.
8. Per questa immagine positiva dell’Italia prima dell’invasione francese, cfr. anche Considerazioni XII (Op. I, pp. 629-30).
9. prontezza de’ danari: disponibilità di danaro.
10. Nel 1487 Maddalena, figlia di Lorenzo, aveva sposato Franceschetto Cibo, figlio di Giovan Battista Cibo, divenuto papa nel 1484 col nome di Innocenzo VIII.
11. Per questo giudizio positivo sulla politica italiana dell’equilibrio cfr. Storie fiorentine (Op. I, pp. 117-18).
12. Giovan Galeazzo Sforza aveva sposato nel 1489 Isabella, figlia di Alfonso d’Aragona.
13. Lodovico Sforza era fratello di Galeazzo Maria Sforza, padre di Giovan Galeazzo.
14. Nel 1481.
15. Bona di Savoia, moglie di Galeazzo Maria, alla morte di questi era diventata reggente del ducato di Milano, coadiuvata da Francesco Simonetta. Entrambi furono decapitati nel 1481.
16. Nel 1485, quando esplose contro Ferdinando la congiura dei baroni, fomentata e favorita da Innocenza VIII.
17. delle cose passate: della dominazione angioina, su cui G. si diffonde più avanti (cfr. I, IV).
18. formidabile: temibile.
19. per la diversità degli animi: per le contrastanti intenzioni politiche.
20. Si allude ad una serie di episodi in cui i due stati si erano trovati in contrasto: possesso di Cipro (1473), opposizione di Venezia a Federico di Ferdinando d’Aragona aspirante al ducato di Milano (1477), conquista di Otranto da parte dei Turchi, molto probabilmente spinti da Venezia (1480), chiamata del duca di Lorena contro Ferdinando (1483).
21. fondata congiunzione: solida alleanza.
22. Nel 1455.
23. crescere della: trarre vantaggio dalla.
24. Nel 1447.
25. sotto colore: col pretesto.
26. frescamente: recentemente.
27. con guerra manifesta: con guerra aperta, ossia con le armi e non con intrighi politici, come nel caso precedente.
28. L’episodio è degli anni 1482-84.
29. sconciandosi… tutti i disegni: guastandosi… tutti i progetti.
CAPITOLO II
Morte di Lorenzo de’ Medici. Morte di papa Innocenzo VIII ed elezione di Alessandro VI. La politica amichevole di Piero de’ Medici verso Ferdinando d’Aragona ed i primi timori di Lodovico Sforza.
Tale era lo stato delle cose, tali erano i fondamenti della tranquillità d’Italia, disposti e contrapesati in modo che non solo di alterazione presente non si temeva ma né si poteva facilmente congetturare da quali consigli o per quali casi o con quali armi s’avesse a muovere tanta quiete. Quando, nel mese di aprile dell’anno mille quattrocento novantadue, sopravenne la morte di Lorenzo de’ Medici; morte acerba a lui per l’età, perché morì non finiti ancora quarantaquattro anni; acerba alla patria, la quale, per la riputazione e prudenza sua e per lo ingegno attissimo a tutte le cose onorate e eccellenti, fioriva maravigliosamente di ricchezze e di tutti quegli beni e ornamenti da’ quali suole essere nelle cose umane la lunga pace accompagnata1. Ma e2 fu morte incomodissima al resto d’Italia, così per l’altre operazioni le quali da lui, per la sicurtà comune, continuamente si facevano, come perché era mezzo a moderare e quasi uno freno ne’ dispareri e ne’ sospetti i quali, per diverse cagioni, tra Ferdinando e Lodovico Sforza, prìncipi di ambizione e di potenza quasi pari, spesse volte nascevano3.
La morte di Lorenzo, preparandosi già ogni dì più le cose alle future calamità, seguitò, pochi mesi poi, la morte del pontefice4; la vita del quale, inutile al publico bene per altro, era almeno utile per questo, che avendo deposte presto l’armi mosse infelicemente5, per gli stimoli di molti baroni del regno di Napoli, nel principio del suo pontificato, contro a Ferdinando, e voltato poi totalmente l’animo a oziosi diletti, non aveva più, né per sé né per i suoi, pensieri accesi a cose che la felicità d’Italia turbare potessino. A Innocenzio succedette Roderigo Borgia, di patria valenziano, una delle città regie6 di Spagna, antico cardinale7, e de’ maggiori della corte di Roma, ma assunto al pontificato per le discordie che erano tra i cardinali Ascanio Sforza8 e Giuliano di san Piero a Vincola9, ma molto più perché, con esempio nuovo in quella età, comperò palesemente, parte con danari parte con promesse degli uffici e benefici suoi, che erano amplissimi, molti voti di cardinali : i quali, disprezzatori dell’evangelico ammaestramento10, non si vergognorono di vendere la facoltà di trafficare col nome della autorità celeste i sacri tesori, nella più eccelsa parte del tempio. Indusse a contrattazione tanto abominevole molti di loro il cardinale Ascanio, ma non già più con le persuasioni e co’ prieghi che non lo esempio; perché corrotto dall’appetito infinito delle ricchezze, pattuì da lui per sé11, per prezzo di tanta sceleratezza, la vicecancelleria, ufficio principale della corte romana, chiese, castella e il palagio suo di Roma, pieno di mobili di grandissima valuta. Ma non fuggì, per ciò, né poi il giudicio divino né allora l’infamia e odio giusto degli uomini, ripieni per questa elezione di spavento e di orrore, per essere stata celebrata con arti sì brutte; e non meno perché la natura e le condizioni della persona eletta erano conosciute in gran parte da molti : e, tra gli altri, è manifesto che il re di Napoli, benché in publico il dolore conceputo dissimulasse, significò12 alla reina sua moglie con lacrime, dalle quali era solito astenersi eziandio nella morte de’ figliuoli, essere creato uno pontefice che sarebbe perniciosissimo a Italia e a tutta la republica cristiana : pronostico veramente non indegno della prudenza di Ferdinando. Perché in Alessandro sesto (così volle essere chiamato il nuovo pontefice) fu solerzia e sagacità singolare, consiglio eccellente, efficacia a persuadere maravigliosa, e a tutte le faccende gravi sollecitudine e destrezza incredibile; ma erano queste virtù avanzate di grande intervallo da’ vizi: costumi oscenissimi, non sincerità non vergogna non verità non fede non religione, avarizia insaziabile, ambizione immoderata, crudeltà più che barbara e ardentissima cupidità di esaltare13 in qualunque modo i figliuoli i quali erano molti14; e tra questi qualcuno, acciocché a eseguire i pravi consigli non mancassino pravi instrumenti, non meno detestabile in parte alcuna del padre.
Tanta variazione feciono per la morte di Innocenzio ottavo le cose della chiesa. Ma variazione di importanza non minore aveano fatta, per la morte di Lorenzo de’ Medici, le cose di Firenze; ove senza contradizione15 alcuna era succeduto, nella grandezza del padre, Piero maggiore di tre figliuoli, ancora molto giovane16, ma né per l’età né per l’altre sue qualità atto a reggere peso sì grave, né capace di procedere con quella moderazione con la quale procedendo, e dentro e fuori, il padre, e sapendosi prudentemente temporeggiare tra’ prìncipi collegati, aveva, vivendo, le publiche e le private condizioni amplificate, e, morendo, lasciata in ciascuno costante opinione che per opera sua principalmente si fusse la pace d’Italia conservata. Perché non prima entrato17 Piero nella amministrazione della republica che, con consiglio direttamente contrario a’ consigli paterni né comunicato co’ cittadini principali18; senza i quali le cose gravi deliberare non si solevano, mosso dalle persuasioni di Verginio Orsino19 parente suo (erano la madre e la moglie di Piero nate della famiglia Orsina20), si ristrinse talmente21 con Ferdinando e con Alfonso, da’ quali Verginio dependeva22, che ebbe Lodovico Sforza causa giusta di temere che qualunque volta gli Aragonesi volcssino nuoccrgli arebbono per l’autorità di Piero de’ Medici congiunte seco le forze della republica fiorentina. Questa intelligenza23, seme e origine di tutti i mali, se bene da principio fusse trattata e stabilita molto segretamente, cominciò quasi incontinente, benché per oscure congetture, a essere sospetta a Lodovico, principe vigilantissimo e di ingegno molto acuto. Perché dovendosi, secondo la consuetudine inveterata di tutta la cristianità, mandare imbasciadori a adorare, come vicario di Cristo in terra, e a offerire di ubbidire il nuovo pontefice, aveva Lodovico Sforza, del quale fu proprio ingegnarsi di parere, con invenzioni non pensate da altri, superiore di prudenza a ciascuno, consigliato che tutti gli imbasciadori de’ collegati entrassino in uno dì medesimo insieme in Roma, presentassinsi tutti insieme nel concistorio publico innanzi al pontefice, e che uno di essi orasse in nome comune, perché da questo, con grandissimo accrescimento della riputazione di tutti, a tutta Italia si dimostrerebbe essere tra loro non solo benivolenza e confederazione, ma più tosto tanta congiunzione che e’ paressino quasi un principe e un corpo medesimo. Manifestarsi24, non solamente col discorso delle ragioni25 ma non meno con fresco esempio, l’utilità di questo consiglio; perché, secondo che si era creduto, il pontefice ultimamente morto, preso argomento della26 disunione de’ collegati dall’avergli con separati consigli e in tempi diversi prestato l’ubbidienza, era stato più pronto ad assaltare il regno di Napoli27. Approvò facilmente Ferdinando il parere di Lodovico; approvoronlo per l’autorità dell’uno e dell’altro i fiorentini, non contradicendo ne’ consigli publici Piero de’ Medici, benché privatamente gli fusse molestissimo, perché, essendo uno degli oratori eletti in nome della republica e avendo deliberato di fare illustre la sua legazione con apparato molto superbo e quasi regio, si accorgeva che, entrando in Roma e presentandosi al pontefice insieme con gli altri imbasciadori de’ collegati, non poteva in tanta moltitudine apparire agli occhi degli uomini lo splendore della pompa sua: la quale vanità giovenile fu confermata dagli ambiziosi conforti di Gentile vescovo aretino28, uno medesimamente degli eletti imbasciadori; perché aspettandosi a lui, per la degnità episcopale e per la professione la quale negli studi che si chiamano d’umanità fatta avea, l’orare in nome de’ fiorentini, si doleva incredibilmente di perdere, per questo modo insolito e inaspettato, l’occasione di ostentare la sua eloquenza in cospetto sì onorato e sì solenne. E però Piero, stimolato parte dalla leggierezza propria parte dall’ambizione di altri, ma non volendo che a notizia di Lodovico Sforza pervenisse che da sé si contradicesse al consiglio proposto da lui, richiese il re che, dimostrando d’avere dappoi considerato che senza molta confusione non si potrebbeno eseguire questi atti comunemente, confortasse che ciascuno, seguitando gli esempli passati, procedesse da se medesimo: nella quale domanda il re, desideroso di compiacergli, ma non tanto che totalmente ne dispiacesse a Lodovico, gli sodisfece più dell’effetto che del modo; conciossiacosaché e’ non celò che non per altra cagione si partiva da quel che prima avea consentito che per l’instanza fatta da Piero de’ Medici. Dimostrò di questa subita variazione maggiore molestia Lodovico che per se stessa non meritava l’importanza della cosa, lamentandosi gravemente che, essendo già nota al pontefice e a tutta la corte di Roma la prima deliberazione e chi ne fusse stato autore, ora studiosamente29 si ritrattasse, per diminuire la sua reputazione. Ma gli dispiacque molto più che, per questo minimo e quasi non considerabile accidente, cominciò a comprendere che Piero de’ Medici avesse occultamente intelligenza con Ferdinando: il che, per le cose che seguitorono, venne a luce ogni dì più chiaramente30.
1. Per la situazione di Firenze negli ultimi anni di vita di Lorenzo cfr. Storie fiorentine (Op. I, pp. 98-106), dove il discorso, molto più esteso e basato essenzialmente su di una prospettiva municipalistica, presenta una valutazione parzialmente diversa di quegli anni ed un atteggiamento più critico nei confronti di Lorenzo de’ Medici.
2. e: anche.
3. «A questo punto s’inseriva nel manoscritto, e fu poi cassato, verisimilmente dallo stesso autore, il seguente passo: “ Da che molti, forse non inettamente, seguitando quel che di Crasso tra Pompeio e Cesare dissono gli antichi, l’assomigliavano a quello stretto il quale, congiungendo il Peloponneso, oggi detto la Morea, al resto della Grecia, impedisce che l’onde de’ mari Ionio e Egeo tumultuosamente insieme non si mescolino ”» (nota del Panigada).
4. La morte di Lorenzo… la morte del pontefice: la morte di Lorenzo è oggetto di seguitò, il cui soggetto è la morte del pontefice. Innocenzo VIII mori il 25 giugno 1492.
5. infelicemente: con esito infelice.
6. una delle città regie: l’apposizione si riferisce, secondo una costruzione ad sensum della frase, a Valenza, che entro l’organizzazione aragonese della Spagna era capitale di un regno parzialmente autonomo.
7. antico cardinale: cardinale da lungo tempo. Il Borgia era stato fatto cardinale nel 1458 da Callisto III, suo zio.
8. Fratello maggiore di Ludovico il Moro.
9. Giuliano della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincoli.
10. Cfr. Matteo 21, 12-13; Luca 19, 45-46; Marco 11, 15-17. Sull’elezione simoniaca di Alessandro VI cfr. Storie fiorentine (Op. I, p. III), dove il discorso è molto più breve, data la prospettiva strettamente fiorentina dell’opera.
11. pattuì da lui per sé: si accordò con lui (col Borgia) per ottenere. Costrutto latineggiante.
12. significò: disse.
13. esaltare: rendere potenti.
14. Pare che fossero sei; Cesare, Giovanni, Giuffré, Lucrezia, Pedro Luigi e Girolama.
15. contradizione: opposizione.
16. Aveva 20 anni, essendo nato nel 1472.
17. non prima entrato: era appena entrato.
18. cittadini principali: i membri del consiglio dei Settanta, composto di cittadini filomedicei e istituito da Lorenzo nel 1480.
19. Gentile Virginio di Napoleone Orsini, capitano.
20. La madre di Piero era Clarice di Giacomo Orsini e sua moglie era Alfonsina di Roberto Orsini.
21. si ristrinse talmente: intrecciò rapporti talmente stretti.
22. in quanto capitano.
23. intelligenza: intesa.
24. Manifestarsi: continua, con passaggio al costrutto infinitivo, il discorso indiretto del periodo precedente.
25. col discorso delle ragioni: col ragionamento, cioè attraverso la considerazione razionale delle cose, e non in base all’esperienza.
26. preso argomento della: avendo avuto la prova della, avendo intuito la.
27. Ai tempi della congiura dei baroni (1485).
28. Gentile Becchi, umanista di Urbino, che fu al servizio dei Medici prima come precettore e poi come diplomatico.
29. studiosamente: volutamente.
30. Per tutto l’episodio della legazione a pontefice cfr. Storie fiorentine (Op. I, pp. III-12), dove il discorso è molto meno articolato e sottile: è «messer Gentile» che semplicemente «persuase» Piero, e Lodovico si duole soprattutto per l’apparato troppo sontuoso della legazione fiorentina. Mentre nell’opera giovanile l’episodio diplomatico è posto in primo piano come un fatto di per sé importante, qui invece la sua importanza è data dal presentarsi come l’indizio di una situazione politica che insospettisce Ludovico.
CAPITOLO III
La vendita dei castelli di Franceschetto Cibo nel Lazio a Verginio Orsino. L’indignazione del pontefice e gli incitamenti di Lodovico Sforza. Questi cerca distogliere dall’amicizia per Ferdinando d’Aragona Piero de’ Medici. Confederazione di Lodovico co’ veneziani e col pontefice. Suoi pensieri di maggiormente assicurarsi con armi straniere.
Possedeva l’Anguillara, Cervetri e alcun’altre piccole castella vicine a Roma Franceschetto Cibo genovese, figliuolo naturale di Innocenzio pontefice, il quale andato, dopo la morte del padre, sotto l’ombra1 di Piero de’ Medici fratello di Maddalena sua moglie, a abitare in Firenze, non prima arrivò in quella città che, interponendosene Piero, vendé quelle castella per quarantamila ducati a Verginio Orsino: cosa consultata principalmente con Ferdinando, il quale gli prestò occultamente la maggiore parte de’ danari, persuadendosi che a benefìcio proprio risultasse quanto più la grandezza di Verginio, soldato, aderente e parente suo2, intorno a Roma si distendesse. Perché il re, considerando la potenza de’ pontefici essere instrumento molto opportuno a turbare il regno di Napoli, antico feudo della chiesa romana3, e il quale confina per lunghissimo spazio col dominio ecclesiastico, e ricordandosi delle controversie le quali il padre e egli aveano molte volte avute con loro4, e essere sempre parata la materia di nuove contenzioni5, per le giurisdizioni de’ confini, per conto de’ censi6, per le collazioni de’ beneficii7, per il ricorso de’ baroni8, e per molte altre differenze9 che spesso nascono tra gli stati vicini né meno spesso tra il feudatario e il signore del feudo, ebbe sempre per uno de’ saldi fondamenti della sicurtà sua che da sé dependessino o tutti o parte de’ baroni più potenti del territorio romano: cosa che in questo tempo più prontamente10 facea, perché si credea11 che appresso al pontefice avesse a essere grande l’autorità di Lodovico Sforza, per mezzo del cardinale Ascanio suo fratello. Né lo moveva forse meno, come molti credettono, il timore che in Alessandro non12 fusse ereditaria la cupidità e l’odio di Calisto terzo pontefice, suo zio; il quale, per desiderio immoderato della grandezza di Pietro Borgia suo nipote13, arebbe, subito che fu morto Alfonso padre di Ferdinando14, se la morte non si iusse interposta a' consigli suoi15, mosse l'armi per spogliarlo del regno di Napoli, ricaduto, secondo affermava, alla chiesa; non si ricordando (tanto poco può spesso negli uomini la memoria de' benefici ricevuti16) che per opera di Alfonso, ne' cui regni era nato e cui ministro lungo tempo era stato, aveva ottenuto l'altre dignità ecclesiastiche e aiuto non piccolo a conseguire il pontificato. Ma è certamente cosa verissima che non sempre gli uomini savi discernono o giudicano perfettamente: bisogna che spesso si dimostrino segni della debolezza dello intelletto umano17. Il re, benché riputato principe di prudenza grande, non considerò quanto meritasse di essere ripresa18 quella deliberazione, la quale, non avendo in qualunque caso altra speranza che di leggierissima utilità, poteva partorire da altra parte danni gravissimi. Imperocché la vendita di queste piccole castella incitò a cose nuove gli animi di coloro a' quali o apparteneva19 o sarcbbc stato utile attendere alla conservazione della concordia comune. Perché il pontefice, pretendendo che, per la alienazione20 fatta senza saputa sua, fussino, secondo la disposizione delle leggi, alla sedia apostolica devolute21, e parendogli offesa non mediocremente l'autorità pontificale, considerando oltre a questo quali fussino i fini di Ferdinando, empié tutta Italia di querele contro a lui, contro a Piero de' Medici e contro a Verginio; affermando che, per quanto si distendesse il potere suo, opera alcuna opportuna a ritenere22 la degnità e le ragioni23 di quella sedia non pretermetterebbe24. Ma non manco se ne commosse25 Lodovico Sforza, al quale erano sempre sospette l'azioni di Ferdinando; perché, essendosi vanamente persuaso, il pontefice co' consigli di Ascanio e suoi aversi a reggere, gli pareva perdita propria ciò che si diminuisse della grandezza d'Alessandro. Ma soprattutto gli accresceva la molestia il non si potere più dubitare che gli Aragonesi e Piero de' Medici, poi che in opere tali procedevano unitamente, non avessino contratta insieme strettissima congiunzione26; i disegni de' quali, come pericolosi alle cose sue, per interrompere27, e per tirare a sé tanto più con questa occasione l'animo del pontefice, lo incitò quanto più gli fu possibile alla conservazione della propria degnità, ricordandogli che si proponesse innanzi agli occhi28 non tanto quello che di presente si trattava quanto quello che importava29 l'essere stata, ne' primi dì del suo pontificato, disprezzata così apertamente da' suoi medesimi vassalli la maestà di tanto grado. Non crcdesse che la cupidità di Verginio o l'importanza delle castella, non che altra cagione30 avesse mosso Ferdinando, ma il volere, con ingiurie che da principio paressino piccole, tentare31 la sua pazienza e il suo animo: dopo le quali, se queste32 gli fussino comportate33, ardirebbe di tentare alla giornata34 cose maggiori. Non essere l'ambizione sua diversa da quella degli altri re napoletani, inimici perpetui della chiesa romana; per ciò avere moltissime volte quegli re perseguitati con l'armi i pontefici, occupato più volte Roma35. Non avere questo medesimo re mandato due volte contro a due pontefici gli eserciti, con la persona del figliuolo, insino alle mure romane?36 h o n avere quasi sempre esercitato inimicizie aperte co' suoi antecessori? Irritarlo di presente contro a lui non solo l'esempio degli altri re, non solo la ciipidità sila natiirale del dominare, ma di più il desiderio della vendetta per la memoria delle offese ricevute da Calisto suo zio. Avvertisse37 diligentemente a queste cose, e considerasse che, tollerando con pazienza le prime ingiurie, onorato solamente con cerimonie e nomi vani, sarebbe effettualmente dispregiato da ciascuno e darebbe animo a più pericolosi disegni; ma risentendosene, conserverebbe agevolmente la pristina maestà e grandezza, e la vera venerazione dovuta da tutto il mondo a' pontefici romani. Aggiunse alle persuasioni offerte efficacissime ma più efficaci fatti, perché gli prestò prontissimamente quarantamila ducati, e condusse seco, a spese comuni ma perché stessino fermi dove paresse al pontefice, trecento uomini d'arme : e nondimeno, desideroso di fuggire la necessiti di entrare in nuovi travagli, confortò38 Ferdinando che disponesse Verginio a mitigare con qualche onesto modo l'animo del pcntefice, accennandogli che altrimenti gravissimi scandoli da questo lieve principio nascere potrebbono. Ma più liberamente e con maggiore efficacia39 ammunì molte volte Piero de' Medici che, considerando quanto fusse stato opportuno a conservare la pace d'Italia che Lorenzo suo padre fusse proceduto come uomo di mezzo40 e amico comune tra Ferdinando e lui, volesse più tosto seguitare l'esempio domestico, avendo massime a pigliare l'imitazione da persona stata di tanto valore, che, credendo a consigli nuovi41, dare a altri cagione, anzi più tosto necessità, di fare deliberazioni le quali alla fine avessino a essere perniciose a ciascuno; e che si ricordasse quanto la lunga amicizia tra la casa Sforzesca e quella de' Medici42 veesse dato all'una e all'altra sicurtà e riputazione, e quante offese e ingiurie avesse fatte la casa di Aragona al padre e a' maggiori suoi alla republica fiorentina43, e quante volte Ferdinando, e prima Alfonso suo padre, avessino tentato di occupare, ora con armi ora con insidie, il dominio di Toscana44.
Ma nocevano più che giovavano questi conforti e ammunizioni, perché Ferdinando, stimando essergli indegno il cedere a Lodovico e a Ascanio, dagli stimoli de’ quali si persuadeva che la indegnazione del pontefice procedesse45, e spronato da Alfonso suo figliuolo, confortò secretamente Verginio che non ritardasse a ricevere, per virtù del contratto, la possessione delle castella, promettendo difenderlo da qualunque molestia gli fusse fatta; e da altra parte, governandosi con le naturali sue arti, proponeva col pontefice diversi modi di composizione46, confortando nondimeno Verginio occultamente a non consentire se non a quegli per i quali, sodisfacendo al pontefice con qualche somma di danari, avesse a ritenersi47 le castella. Onde Verginio, preso animo, ricusò poi più volte di quegli partiti48 i quali Ferdinando, per non irritare tanto il pontefice, faceva instanza che egli accettasse. Nelle quali pratiche vedendosi che Piero de’ Medici perseverava di seguitare l’autorità del re, e essere vana ogni diligenza che per rimuovernelo si facesse, Lodovico Sforza, considerando seco medesimo quanto importasse che dagli inimici suoi dipendesse quella città, il temperamento49 della quale soleva essere il fondamento principale della sua sicurtà, e perciò parendogli che gli soprastessino molti pericoli, deliberò alla salute propria con nuovi rimedii provedere; conciossiaché gli fusse notissimo il desiderio ardente che avevano gli Aragonesi che e’ fusse rimosso dal governo50 del nipote: il quale desiderio benché Ferdinando, pieno in tutte le azioni di incredibile simulazione e dissimulazione, si fusse sforzato di coprire, nondimeno Alfonso, uomo di natura molto aperta, non si era mai astenuto di lamentarsi palesemente della oppressione del genero, dicendo, con maggiore libertà che prudenza, parole ingiuriose e piene di minaccie. Sapeva oltre a questo Lodovico che Isabella moglie di Giovan Galeazzo, giovane di virile spirito, non cessava di stimolare continuamente il padre e l’avolo che, se non gli moveva la infamia di tanta indegnità del marito e di lei, gli movesse almanco il pericolo della vita al quale erano esposti, insieme co’ propri figliuoli. Ma quel che più angustiava l’animo suo era il considerare essere sommamente esoso il suo nome a tutti i popoli del ducato di Milano, sì per molte insolite esazioni di danari che avea fatte come per la compassione che ciascheduno aveva di Giovan Galeazzo legittimo signore; e benché egli si sforzasse di fare sospetti gli Aragonesi di cupidità di insignorirsi di quello stato, come se essi pretendessino appartenersi a loro per le antiche ragioni del testamento di Filippo Maria Visconte, il quale aveva instituito erede Alfonso padre di Ferdinando51, e che per facilitare questo disegno cercassino di privare il nipote del suo governo, nondimeno non conseguitava con queste arti la moderazione dell’odio conceputo, né che universalmente non si considerasse a quali sceleratezze soglia condurre gli uomini la sete pestifera del dominare52. Però, poi che lungamente s’ebbe rivolto nella mente lo stato delle cose e i pericoli imminenti, posposti tutti gli altri pensieri, indirizzò del tutto l’animo a cercare nuovi appoggi e congiunzioni; e a questo dimostrandogli grande opportunità lo sdegno del pontefice contro a Ferdinando e il desiderio che si credeva che avesse il senato viniziano che si scompigliasse quella confederazione per la quale era stata fatta molti anni opposizione a’ disegni suoi, propose all’uno e all’altro di loro di fare insieme, per benefìcio comune, nuova confederazione. Ma nel pontefice prevaleva allo sdegno e a qualunque altro affetto la cupidità sfrenata della esaltazione de’ figliuoli, i quali amando ardentemente, primo di tutti i pontefici che per velare in qualche parte la infamia loro solevano chiamargli nipoti, gli chiamava e mostrava a tutto il mondo come figliuoli; né se gli presentando per ancora opportunità di dare per altra via principio allo intento suo, faceva instanza di ottenere per moglie di uno di loro una delle figliuole naturali di Alfonso, con dote di qualche stato ricco nel regno napoletano: dalla quale speranza insino non restò escluso prestò più gli orecchi che l’animo alla confederazione proposta da Lodovico; e se in questo desiderio gli fusse stato corrisposto non si sarebbe, per avventura53, la pace d’Italia così presto perturbata. Ma benché Ferdinando non ne fusse alieno, nondimeno Alfonso, il quale aborriva l’ambizione e il fasto de’ pontefici recusò sempre di consentirvi; e perciò, non dimostrando che dispiacesse loro il matrimonio ma mettendo difficoltà nella qualità dello stato dotale54, non sodisfacevano ad Alessandro: per il che egli alterato si risolvé di seguitare i consigli di Lodovico, incitandolo la cupidità e lo sdegno e in qualche parte il timore; perché agli stipendi di Ferdinando era non solo Verginio Orsino, il quale, per gli eccessivi favori che aveva da’ fiorentini e da lui e per il seguito della fazione guelfa55, era allora molto potente in tutto il dominio ecclesiastico, ma ancora Prospero e Fabrizio principali della famiglia de’ Colonnesi56, e il cardinale di san Piero in Vincola, cardinale di somma estimazione, ritiratosi nella rocca d’Ostia, tenuta da lui come da vescovo ostiense, per sospetto che il pontefice non insidiasse alla sua vita, era di inimicissimo di Ferdinando, contro al quale aveva già concitato prima Sisto pontefice suo zio57 e poi Innocenzio, amicissimo diventato. Ma non fu già pronto come si credeva il senato viniziano a questa confederazione; perché, se bene gli fusse molto grata la disunione degli altri, lo ritardavano la infedeltà del pontefice, sospetta già ogni dì più a ciascuno, e la memoria delle leghe fatte da loro con Sisto e con Innocenzio suoi prossimi antecessori, perché dall’una ricevettono molestie assai senza comodo alcuno58, e Sisto, quando più ardeva la guerra contro al duca di Ferrara, alla quale prima gli aveva concitati, mutata sentenza, procedé con l’armi spirituali, e pigliò l’armi temporali insieme col resto d’Italia contro a loro59. Ma superando tutte le difficoltà appresso al senato, e privatamente con molti de’ senatori, la industria e la diligenza di Lodovico, si contrasse finalmente, del mese di aprile l’anno mille quattrocento novantatré, tra il pontefice, il senato veneto e Giovan Galeazzo duca di Milano (espedivansi60 in nome suo tutte le deliberazioni di quello stato) nuova confederazione a difensione comune e a conservazione nominatamente61 del governo di Lodovico; con patto che i viniziani e il duca di Milano fussino tenuti a mandare subito a Roma, per sicurtà dello stato ecclesiastico e del pontefice, dugento uomini d’arme per ciascuno, e a aiutarlo con questi, e se bisogno fusse con maggiori forze, all’acquisto delle castella occupate da Verginio.
Sollevorno questi nuovi consigli non mediocremente gli animi di tutta Italia, poiché il duca di Milano rimaneva separato da quella lega, la quale più di dodici anni aveva mantenuta la sicurtà comune, imperocché in essa espressamente si proibiva che alcuno de’ confederati facesse nuova collegazione senza consentimento degli altri: e perciò, vedendosi rotta con ineguale divisione quella unione in cui consisteva la bilancia delle cose, e ripieni di sospetto e di sdegno gli animi de’ prìncipi, che si poteva altro che credere che in detrimento comune avessino a nascere frutti conformi a questi semi? Però il duca di Calavria e Piero de’ Medici, giudicando essere più sicuro alle cose loro il prevenire che l’essere prevenuti, udirono con grande inclinazione Prospero e Fabrizio Colonna, i quali, confortati occultamente al medesimo dal cardinale di san Piero a Vincola, offerivano di occupare all’improviso Roma con le genti d’arme delle compagnie loro e con gli uomini della fazione ghibellina, in caso che gli seguitassino le forze degli Orsini e che il duca si accostasse prima in luogo che, fra tre dì poi che e’ fussino entrati, potesse soccorrergli. Ma Ferdinando, desideroso non di irritare più, ma di mitigare l’animo del pontefice e di ricorreggere quel che insino a quel dì imprudentemente si era fatto, rifiutati totalmente questi consigli, i quali giudicava partorirebbono non sicurtà ma travagli e pericoli molto maggiori, deliberò di fare ogni opera, non più simulatamente ma con tutto il cuore, per comporre la differenza delle castella; persuadendosi che, levata quella cagione di tanta alterazione, avesse con piccola fatica, anzi quasi per se stessa, Italia nello stato di prima a ritornarsi. Ma non sempre per il rimuovere delle cagioni si rimuovono gli effetti i quali da quelle hanno avuto la prima origine. Perché, come spesso accade che le deliberazioni fatte per timore paiono, a chi teme, inferiori al pericolo, non si confidava Lodovico d’avere trovato rimedio bastante alla sicurtà sua; ma dubitando, per i fini del pontefice e del senato viniziano diversi da’ suoi, non potere fare lungo tempo fondamento nella confederazione fatta con loro, e che per ciò le cose sue potessino per vari casi ridursi in molte difficoltà, applicò i pensieri suoi più a medicare dalle radici il primo male che innanzi agli occhi se gli presentava, che a quegli che di poi ne potessino risultare; né si ricordando quanto sia pernicioso l’usare medicina più potente che non comporti la natura della infermità e la complessione dello infermo, e come se l’entrare in maggiori pericoli fusse rimedio unico a’ presenti pericoli, deliberò, per assicurarsi con le armi forestiere, poi che e nelle forze proprie e nelle amicizie italiane non confidava, di tentare ogni cosa per muovere Carlo ottavo re di Francia ad assaltare il regno di Napoli, il quale per l’antiche ragioni degli Angioini appartenersegli pretendeva.
1. sotto l’ombra: sotto la protezione.
2. Il figlio di Virginio, Giangiordano, aveva sposato una figlia naturale di Ferdinando.
3. Dal 1059, quando Roberto il Guiscardo, nominato duca di Puglia e di Calabria, entrò in rapporto di vassallaggio col papa Niccolò II.
4. con loro: con i pontefici.
5. sempre parata la materia di nuove contenzioni: sempre pronte le occasioni di nuove controversie.
6. censi: il tributo che il re di Napoli, in quanto vassallo della Chiesa, doveva al papa.
7. collazioni de’ beneficii: il diritto di conferire gli uffici ecclesiastici e i relativi redditi.
8. il ricorso de’ baroni: la possibilità che i baroni avevano di ricorrere al papa contro il re.
9. differenze: controversie.
10. più prontamente: con maggiore risolutezza.
11. si credea: propenderei a considerarla una forma riflessiva, ma non è escluso che il si possa avere invece valore impersonale.
12. il timore che… non: il timore che. Costruzione latineggiante.
13. Fratello di Alessandro VI e capitano delle milizie pontificie.
14. Alfonso morì il 27 giugno 1458.
15. non si fosse interposta a’ consigli suoi: non gli avesse impedito di realizzare i suoi progetti. Callisto III morì il 6 agosto 1458.
16. tanto… ricevuti: È un pensiero ampiamente sviluppato nei Ricordi, cfr. C 24 (Op. I, p. 734).
17. Ma… umano: anche questo pensiero trova riscontro nei Ricordi, cfr. C 23 (Op. I, p. 734) e C 108 (Op. I, p. 759).
18. ripresa: biasimata.
19. apparteneva: spettava.
20. alienazione: cessione del diritto di proprietà.
21. fussino… devolute: il soggetto è castella.
22. ritenere: conservare.
23. ragioni: diritti.
24. pretermetterebbe: tralascerebbe.
25. se ne commosse: se ne risentì.
26. congiunzione: alleanza.
27. interrompere: ostacolare.
28. ricordandogli che si proponesse innanzi agli occhi:ammonendolo a ben considerare. Il sintagma «si proponesse innanzi agli occhi» è un calco del latino «ante oculos proponere».
29. importava: comportava, significava (sia come indizio di una situazione presente, sia come preannunzio di possibili conseguenze).
30. non che altra cagione: né che un altro motivo.
31. tentare: mettere alla prova.
32. Queste: si riferisce a ingiurie.
33. comportate: tollerate.
34. alla giornata: ogni giorno.
35. In particolare Ladislao (1404, 1408, 1413).
36. Durante la guerra di Ferrara (1482) e al tempo della congiura dei baroni (1485).
37. Avvertisse: facesse attenzione.
38. confortò: esortò.
39. più liberamente e con maggiore efficacia: più esplicitamente e con maggior forza.
40. uomo di mezzo: uomo neutrale.
41. credendo a consigli nuovi: seguendo indicazioni diverse.
42. L’alleanza tra Firenze e Milano datava dal 1450.
43. Durante la guerra per la successione nel ducato di Milano Alfonso aveva fatto bandire i mercanti fiorentini da Venezia e da Napoli; poi nel 1478 Ferdinando era stato tra i principali promotori della congiura dei Pazzi.
44. Gli Aragonesi avevano più volte tentato di penetrare in Toscana seguendo la costa e sfruttando l’ostilità di Siena contro Firenze (1448, 1452, 1478), e nel 1481 Alfonso duca di Calabria si era insediato in Siena e in una parte del Chianti.
45. procedesse: derivasse. «A questo punto si aggiungeva, e fu poi cassato, verisimilmente dallo stesso autore, il seguente passo: “ come, secondo il costume degli uomini, erano in quella tranquillità soliti a trattare le cose leggieri con la medesima contenzione di animo con la quale ne’ tempi difficili le più gravi trattate arebbono ”» (nota del Panigada).
46. composizione: accordo.
47. avesse a ritenersi: potesse conservare in sua mano.
48. partiti: proposte.
49. temperamento: azione moderatrice.
50. dal governo: dalla tutela.
51. È molto probabile che questo testamento, sulla cui esistenza non ci sono prove, fosse un’invenzione degli oppositori degli Sforza.
52. a quali sceleratezze… del dominare: è qui riecheggiato uno dei più noti Ricordi, cfr. C 32 (Op. I, p. 737).
53. per avventura: forse.
54. nella qualità dello stato dotale: riguardo a quale avrebbe dovuto essere lo stato da portare in dote.
55. Ormai, perdutesi le originarie distinzioni tra guelfi e ghibellini, si trattava soltanto del partito favorevole agli Orsini.
56. Prospero di Antonio e Fabrizio di Odoardo Colonna. I Colonnesi, originariamente ghibellini e quindi contrapposti agli Orsini, godevano anch’essi di notevole prestigio entro il territorio pontificio.
57. Francesco della Rovere, papa col nome di Sisto IV dal 1471 al 1484.
58. Innocenzo VIII, al tempo della congiura dei baroni, aveva promesso a Venezia, in cambio dell’aiuto militare, alcuni porti pugliesi, che Venezia - dato l’esito negativo della congiura - non aveva mai ottenuto.
59. In quell’occasione Sisto, dopo essere stato alleato di Venezia, aveva improvvisamente concluso la pace con gli avversari, e per di più, aveva colpito Venezia con l’interdetto.
60. Espcdivansi: si faccvano.
61. nominatamente: esplicitamente.
CAPITOLO IV
Il reame di Napoli fino a Ferdinando ed i diritti di successione della casa d’Angiò. Ambizione di Carlo VIII sul reame e sollecitazioni di Lodovico Sforza. Disposizione contraria all’impresa de’ grandi del regno di Francia. Patti conclusi fra Carlo VIII e Lodovico Sforza. Considerazioni dell’autore.
Il reame di Napoli, detto assurdamente nelle investiture e bolle della chiesa romana, della quale è feudo antichissimo, il regno di Sicilia di qua dal Faro, fu, come occupato ingiustamente1 da Manfredi, figliuolo naturale di Federigo secondo imperadore, conceduto in feudo insieme con l’isola della Sicilia, sotto titolo delle Due Sicilie, l’una di qua l’altra di là dal Faro, insino nell’anno mille dugento sessantaquattro, da Urbano quarto pontefice romano a Carlo conte di Provenza e di Angiò, fratello di quello Lodovico re di Francia2 che, chiaro per la potenza ma più chiaro per la santità della vita, meritò di essere ascritto dopo la morte nel numero de’ santi. Il quale avendo con !a possanza dell’armi3 ottenuto effettualmente quello di che gli era stato conferito il titolo con l’autorità della giustizia, si continuò dopo la morte sua il regno di Napoli in Carlo suo figliuolo, chiamato dagli italiani, per distinguerlo dal padre, Carlo secondo4; e dopo lui in Ruberto suo nipote5. Ma essendo dipoi, per la morte di Ruberto senza figliuoli maschi, succeduta Giovanna figliuola di Carlo duca di Calavria6, il quale giovane era morto innanzi al padre, cominciò presto a essere dispregiata, non meno per l’infamia de’ costumi che per la imbecillità7 del sesso, l’autorità della nuova reina. Da che essendo nate in progresso di tempo varie discordie e guerre, non però tra altri che tra i discendenti medesimi di Carlo primo, nati di diversi figliuoli di Carlo secondo, Giovanna, disperando di potersi altrimenti difendere, adottò per figliuolo Lodovico duca di Angiò, fratello di Carlo quinto re di Francia, quello a cui, per avere, con fare piccola esperienza della fortuna8, ottenuto molte vittorie9, dettono i franzesi il sopranome di saggio. Il quale Lodovico, passato in Italia con potentissimo esercito, essendo prima stata violentemente morta Giovanna e trasferito il regno di Carlo chiamato di Durazzo10, discendente similmente di Carlo primo, morì di febbre in Puglia 11, quando era già quasi in possessione della vittoria : in modo che agli Angioini non pervenne di questa adozione altro che la contea di Provenza, stata posseduta continuamente da’ discendenti di Carlo primo. Ebbe nondimeno da questo l’origine il diritto, col quale poi e Lodovico d’Angiò figliuolo del primo Lodovico12 e in altro tempo il nipote del medesimo nome13, stimolati da’ pontefici quando erano discordi con quegli re, assaltorono spesso, benché con poca fortuna, il regno di Napoli. Ma a Carlo di Durazzo era succeduto Ladislao suo figliuolo14; il quale essendo mancato, l’anno mille quattrocento quattordici, senza figliuoli, pervenne la corona a Giovanna seconda, sua sorella15, nome infelice a quel reame e non meno all’una e all’altra di loro, non differenti né di imprudenza né di lascivia di costumi. Perché, mettendo Giovanna il governo del regno nelle mani di quelle persone nelle mani delle quali metteva impudicamente il corpo suo, si ridusse presto in tante difficoltà che, vessata dal terzo Lodovico con l’aiuto di Martino quinto pontefice16, fu finalmente costretta, per ultimo sussidio, a adottare per figliuolo Alfonso re di Aragona e di Sicilia17 : ma venuta non molto poi con lui in contenzione, annullata sotto titolo di ingratitudine l’adozione, adottò per figliuolo e chiamò in soccorso suo il medesimo Lodovico per la guerra del quale era stata necessitata di fare la prima adozione; e cacciato con l’armi Alfonso di tutto il regno, lo conservò mentre visse pacificamente, e morendo senza figliuoli instituì erede (come fu fama) Renato duca d’Angiò e conte di Provenza, fratello di Lodovico figliuolo suo adottivo, morto per avventura l’anno medesimo18. Ma dispiacendo a molti de’ baroni del regno la successione di Renato, essendosi divulgato che ’l testamento era stato falsamente fabricato dai napoletani, fu da una parte de’ baroni e de’ popoli chiamato Alfonso. Da questo ebbono origine le guerre tra Alfonso e Renato, le quali molti anni afflissono sì nobile regno, fatte da loro più con le forze del reame medesimo che con le proprie; da questo, per le volontà contrarie, sorsono le fazioni, non ancora al dì d’oggi al tutto spente, degli aragonesi e angioini; variando eziandio nel corso del tempo i titoli e i colori della ragione19, perché i pontefici, seguitando più le sue cupidità o le necessità de’ tempi che la giustizia, le investiture diversamente20 concederono. Ma essendo delle guerre tra Alfonso e Renato rimasto vincitore Alfonso21, principe di maggiore potenza e valore, e morendo poi senza figliuoli legittimi, non fatta memoria di Giovanni suo fratello e successore ne’ regni di Sicilia e di Aragona22, lasciò per testamento il regno di Napoli, come acquistato da sé e però non appartenente alla corona di Aragona, a Ferdinando figliuolo suo naturale23. Il quale, se bene quasi incontinente dopo la morte del padre fu assaltato, con le spalle24 de’ principali baroni del regno, da Giovanni figliuolo di Renato25, nondimeno con la felicità26 e virtù sua non solamente si difese, ma afflisse27 in modo gli avversari che mai più in vita di Renato, il quale sopravisse più anni al figliuolo, ebbe né da contendere con gli Angioini né da temerne. Morì finalmente Renato28, e non avendo figliuoli maschi fece erede in tutti gli stati e ragioni sue Carlo figliuolo del fratello29, il quale morendo poco di poi senza figliuoli30 lasciò per testamento la sua eredità a Luigi undecimo re di Francia; a cui non solo ricadde come a supremo signore il ducato di Angiò, nel quale, perché è membro della corona, non succedono le femmine, ma con tutto che ’l duca dell’Oreno, nato di una figliuola di Renato31, asserisse appartenersi a sé la successione degli altri stati, entrò in possessione della Provenza ; e poteva, per vigore del testamento medesimo, pretendere essergli applicate le ragioni che gli Angioini avevano al reame di Napoli: le quali essendo, per la sua morte, continuate in Carlo ottavo suo figliuolo, incominciò Ferdinando re di Napoli ad avere potentissimo avversario, e si presentò grandissima opportunità a chiunque di offenderlo desiderava. Perché il regno di Francia era in quel tempo più florido d’uomini, di gloria d’arme, di potenza, di ricchezze e di autorità intra gli altri regni, che forse dopo Carlo magno fusse mai stato; essendosi ampliato novellamente in ciascuna di quelle tre parti nelle quali, appresso agli antichi, si divideva tutta la Gallia32. Conciossiaché, non più che quaranta anni innanzi a questo tempo, sotto Carlo settimo, re per molte vittorie ottenute con gravissimi pericoli chiamato benavventurato33, si fussino ridotte sotto quello imperio la Normandia34 e il ducato di Ghienna35, provincie possedute prima dagli inghilesi; e negli ultimi anni di Luigi undecimo la contea di Provenza, il ducato di Borgogna e quasi tutta la Piccardia36; e dipoi aggiunto, per nuovo matrimonio, alla potenza di Carlo ottavo il ducato di Brettagna37. Né mancava nell’animo di Carlo inclinazione a cercare d’acquistare con l’armi il regno di Napoli, come giustamente appartenente a sé, cominciata per un certo istinto quasi naturale insino da puerizia e nutrita da’ conforti di alcuni che gli erano molto accetti; i quali empiendolo di pensieri vani gli proponevano questa essere occasione di avanzare38 la gloria de’ suoi predecessori, perché, acquistato il reame di Napoli, gli sarebbe agevole il vincere lo imperio de’ turchi. Le quali cose, essendo già note a molti, dettono speranza a Lodovico Sforza di potere facilmente persuadergli il suo desiderio39 ; confidandosi oltre a questo non poco nella introduzione che aveva40 nella corte di Francia il nome sforzesco, perché ed egli sempre e prima Galeazzo suo fratello aveano, con molte dimostrazioni e offici41, continuata l’amicizia cominciata da Francesco Sforza loro padre : il quale, avendo, trenta anni innanzi42, ricevuto in feudo da Luigi undecimo, l’animo del quale re aborrì sempre le cose d’Italia, la città di Savona e le ragioni43 che e’ pretendeva avere in Genova, dominata già dal suo padre44, non era giammai da altra parte mancato a lui ne’ suoi pericoli né di consiglio né di aiuto. E nondimeno Lodovico, parendogli pericoloso l’essere solo a suscitare movimento sì grande, e per trattare la cosa in Francia con maggiore credito e autorità, cercò, prima, di persuadere il medesimo al pontefice non meno con gli stimoli dell’ambizione che dello sdegno; dimostrandogli che, o per favore de’ prìncipi italiani o per mezzo dell’armi loro, non poteva né di vendicarsi contro a Ferdinando né di acquistare stati onorati per i figliuoli avere speranza alcuna. E avendolo trovato pronto, o per cupidità di cose nuove o per ottenere dagli Aragonesi, per mezzo del timore, quel che di concedergli spontaneamente recusavano, mandorono secretissimamente in Francia uomini confidati45 a tentare46 l’animo del re e di coloro che erano intimi ne’ consigli suoi : i quali non se ne mostrando alieni, Lodovico, dirizzatosi in tutto a questo disegno, vi mandò, benché spargendo nome d’altre cagioni, scopertamente imbasciadore Carlo da Barbiano conte di Belgioioso. Il quale, poi che per qualche dì, e con Carlo in privata udienza e separatamente con tutti i principali, ebbe fatto diligenza di persuadergli, introdotto finalmente un giorno nel consiglio reale, presente il re, dove oltre a’ ministri regi intervennono tutti i signori e molti prelati e nobili della corte, parlò, secondo si dice, in questa sentenza47 :
— Se alcuno, per qual si voglia cagione, avesse, cristianissimo re, sospetta la sincerità dell’animo e della fede con la quale Lodovico Sforza, offerendovi eziandio comodità48 di danari e aiuto delle sue genti, vi conforta a muovere l’armi per acquistare il reame di Napoli, rimoverà facilmente da sé questa male fondata suspicione se si ridurrà in memoria49 l’antica divozione avuta in ogni tempo da lui, da Galeazzo suo fratello e prima da Francesco suo padre, a Luigi undecimo padre vostro, e poi continuamente al vostro gloriosissimo nome; e molto più se e’ considererà di questa impresa potere risultare a Lodovico gravissimi danni senza speranza di alcuna utilità, e a voi tutto il contrario; al quale50 uno regno bellissimo della vittoria perverrebbe, con grandissima gloria e opportunità51 di cose maggiori, ma a lui non altro che una giustissima vendetta contro alle insidie e ingiurie degli Aragonesi: e da altra parte, se tentata non riuscisse, non per questo diventerebbe minore la vostra grandezza. Ma chi non sa che Lodovico, fattosi esoso a molti e divenuto in dispregio di ciascuno, non arebbe in caso tale rimedio alcuno a’ suoi pericoli? E però, come può essere sospetto il consiglio di colui che ha, in qualunque evento, le condizioni tanto ineguali e con tanto disavvantaggio dalle vostre? Benché le ragioni che vi invitano a fare così onorata espedizione sono tanto chiare e potenti per se stesse che non ammettono alcuna dubitazione, concorrendo amplissimamente tutti i fondamenti i quali nel deliberare l’imprese principalmente considerare si debbono: la giustizia della causa, la facilità del vincere, il frutto grandissimo della vittoria. Perché a tutto il mondo è notissimo quanto siano efficaci52 sopra il reame di Napoli le ragioni della casa d’Angiò, della quale voi siete legittimo erede, e quanto sia giusta la successione che questa corona pretende a’ discendenti di Carlo; il quale, primo del sangue reale di Francia, ottenne, con l’autorità de’ pontefici romani e con la virtù dell’armi proprie, quel reame. Ma non è già minore la facilità a conquistarlo che la giustizia. Perché chi è quello che non sappia quanto sia inferiore di forze e di autorità il re di Napoli al primo e più potente re di tutti i cristiani? quanto sia grande e terribile per tutto il mondo il nome de’ franzesi? e di quanto spavento siano l’armi vostre a tutte le nazioni? Non assaltorono giammai il reame di Napoli i piccoli duchi d’Angiò che non lo riducessino in gravissimo pericolo. È fresca la memoria che Giovanni figliuolo di Renato aveva in mano la vittoria53 contro al presente Ferdinando, se non glien’avesse tolta Pio pontefice54, e molto più Francesco Sforza, che si mosse, come ognuno sa, per ubbidire a Luigi undecimo vostro padre55. Che faranno adunque ora l’armi e l’autorità di tanto re, essendo massime cresciute le opportunità e diminuite le difficoltà che ebbono Renato e Giovanni, poi che sono uniti con voi i prìncipi di quegli stati che impedirono la loro vittoria, e che possono con somma facilità offendere il regno di Napoli ? il papa per terra, per la vicinità dello stato ecclesiastico; il duca di Milano, per l’opportunità di Genova, a assaltarlo per mare. Né sarà in Italia chi vi si opponga; perché i viniziani non vorranno esporsi a spese e a pericoli, né privarsi della amicizia che lungo tempo co’ re di Francia hanno tenuta, per conservare Ferdinando inimicissimo del nome loro; e i fiorentini non è credibile che si partino dalla divozione naturale che hanno alla casa di Francia, e se pure volessino opporsi, di che momento saranno contro a tanta possanza? Quante volte ha, contro alla volontà di tutta Italia, passate l’Alpi questa bellicosissima nazione, e nondimeno, con inestimabile gloria e felicità, riportatone tante vittorie e trionfi! E quando fu mai il reame di Francia più felice, più glorioso, più potente che ora? e quando mai gli fu sì facile l’avere pace stabile con tutti i vicini? le quali cose se per l’addietro concorse fussino, sarebbe stato pronto, per avventura56, il padre vostro a questa medesima espedizione. Né sono manco accresciute agli inimici le difficoltà che a voi l’opportunità, perché è ancora potente in quel reame la parte angioina, sono gagliarde le dipendenze57 di tanti prìncipi e gentiluomini scacciati iniquamente pochissimi anni sono58, e perché sono state sì aspre le ingiurie fatte in ogni tempo da Ferdinando a’ baroni e a’ popoli, a quegli ancora della fazione aragonese. Tanto è grande la sua infedeltà, tanto immoderata l’avarizia59, tanto orribili e sì spessi60 gli esempli della crudeltà sua e di Alfonso suo primogenito, che è notissimo che tutto il regno, concitato da odio incredibile contro a loro e nel quale è verde la memoria della liberalità, della bontà, della magnanimità, dell’umanità, della giustizia de’ re franzesi, si leverà61 con allegrezza smisurata alla fama della vostra venuta; in modo che la deliberazione sola del fare la impresa basterà a farvi vittorioso. Perché come i vostri eserciti aranno passati i monti, come l’armata marittima sarà congregata nel porto di Genova, Ferdinando e i figliuoli, spaventati dalla coscienza delle loro sceleratezze, penseranno più a fuggirsi che a difendersi. Così con somma facilità arete recuperato al sangue vostro uno regno, che, se bene non è da agguagliare alla grandezza di Francia, è pure regno amplissimo e ricchissimo, ma da apprezzare molto più per il profitto e per i comodi infiniti che ne perverranno a questo reame: i quali racconterei tutti, se non fusse notorio che maggiori fini ha la generosità franzese, che più degni e più alti pensieri sono quegli di sì magnanimo, di sì glorioso re, diritti62 non allo interesse proprio ma all’universale grandezza di tutta la republica cristiana. E a questo che maggiore opportunità? che più ampia occasione? quale sito più comodo, più atto a fare la guerra contro agli inimici della nostra religione? Non è più largo, come ognuno sa, in qualche luogo, che settanta miglia il mare che è tra il regno di Napoli e la Grecia: dalla quale provincia, oppressata e lacerata da’ turchi, e che non desidera altro che vedere le bandiere de’ cristiani, quanto è facile l’entrare nelle viscere di quella nazione! percuotere Costantinopoli, sedia e capo di quello imperio! E a chi appartiene più che a voi, potentissimo re, volgere l’animo e i pensieri a questa santa impresa? per la potenza maravigliosa che Iddio v’ha data, per il cognome cristianissimo che voi avete, per l’esempio de’ vostri gloriosi predecessori; i quali usciti tante volte armati di questo regno, ora per liberare la chiesa d’Iddio oppressa da’ tiranni63 ora per assaltare gli infedeli64 ora per recuperare il sepolcro santissimo di Cristo, hanno esaltato insino al cielo il nome e la maestà de’ re di Francia. Con questi consigli, con queste arti, con queste azioni, con questi fini, diventò magno e imperadore di Roma quello gloriosissimo Carlo; il cui nome come voi ottenete65, così vi si presenta l’occasione d’acquistare la gloria e il cognome66. Ma perché consumo io più tempo in queste ragioni? come se non sia più conveniente e più secondo l’ordine della natura il rispetto del conservare che dell’acquistare! Perché chi non sa di quanta infamia vi sarebbe, invitandovi massime sì grandi occasioni, il tollerare più che Ferdinando vi occupi uno regno tale? stato posseduto per continua successione poco manco di dugento anni da’ re del vostro sangue, e il quale è manifesto giuridicamente aspettarsi a voi? Chi non sa quanto appartenga67 alla degnità vostra il recuperarlo? quanto pietoso il liberare quegli popoli che adorano il glorioso nome vostro, che di ragione68 sono vostri sudditi, dalla tirannide acerbissima de’ catelani69 ? È adunque l’impresa giustissima, è facilissima, è necessaria. È non meno gloriosa e santa, e per se stessa e perché vi apre la strada alle imprese degne di uno cristianissimo re di Francia: alle quali non solo gli uomini, ma Dio è quello, o magnanimo re, che tanto apertamente vi chiama, Dio è quello che vi mena, con sì grandi e sì manifeste occasioni, proponendovi, innanzi al principiarla, somma felicità. Imperocché quale maggiore felicità può avere principe alcuno che le deliberazioni dalle quali risulta la gloria e la grandezza propria siano accompagnate da circostanze e conseguenze tali che apparisca che elle si faccino non meno per beneficio e per salute universale, e molto più per l’esaltazione di tutta la republica cristiana ?70 —
Esordio del libro I della Storia d’Italia
nel codice su cui Guicciardini la fece trascrivere per l’ultima volta
(Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana, cod. Ashb. 166, fol. II
Non fu udita con allegro animo questa proposta da’ signori grandi di Francia, e specialmente da coloro che per nobiltà e opinione di prudenza erano di maggiore autorità; i quali giudicavano non potere essere altro che guerra piena di molte difficoltà e pericoli, avendosi a condurre gli eserciti in paese forestiero e tanto lontano dal regno di Francia, e contro a inimici molto stimati e potenti. Perché grandissima era per tutto la fama della prudenza di Ferdinando, né minore quella del valore di Alfonso nella scienza militare; e si credeva che, avendo regnato Ferdinando trenta anni e spogliati e distrutti in vari tempi tanti baroni, avesse accumulato molto tesoro. Consideravano il re essere poco capace a sostenere da sé solo un pondo sì grave; e, nel maneggio delle guerre e degli stati, debole il consiglio71 e l’esperienza di coloro che avevano fede appresso a lui più per favore che per ragione72. Aggiugnersi la carestia di danari, de’ quali si stimava avesse a bisognarne grandissima quantità; e doversi ridurre nella memoria ciascuno l’astuzie e gli artifìci degli italiani, e rendersi certo che non solo agli altri ma né73 a Lodovico Sforza, notato non che altro74 in Italia di poca fede, potesse piacere che in potestà di uno re di Francia fusse il reame di Napoli. Onde e il vincere sarebbe difficile, e più difficile il conservare le cose vinte. Però Luigi padre di Carlo, principe che aveva sempre seguitato più la sostanza che l’apparenza delle cose, non avere mai accettato le speranze propostegli d’Italia, né tenuto conto delle ragioni pervenutegli del75 regno di Napoli, ma sempre affermato che il mandare eserciti di là da’ monti non era altro che cercare di comperare molestie e pericoli, con infinito tesoro e sangue del reame di Francia. Essere, volendo procedere a questa espedizione, innanzi a ogni cosa necessario comporre le controversie co’ re vicini : perché con Ferdinando re di Spagna76 cagioni di discordie e di sospetti non mancavano77, e con Massimiliano re de’ romani e con Filippo arciduca d’Austria suo figliuolo erano molte non solo emulazioni ma ingiurie78, gli animi de’ quali non si potrebbono riconciliare senza concedere a essi cose dannosissime alla corona di Francia, e non di meno si riconcilierebbono più con le dimostrazioni che con gli effetti: perché quale accordo basterebbe a assicurare che, sopravenendo all’esercito regio qualche difficoltà in Italia, non assaltassino il regno di Francia? né doversi sperare che in Enrico settimo re di Inghilterra non avesse forza maggiore l’odio naturale degli inghilesi contro a’ franzesi che la pace fatta con lui pochi mesi avanti79, perché era manifesto avervelo tirato, più che altra causa, il non corrispondere gli apparati del re de’ romani alle promesse con le quali l’avea indotto a porre il campo intorno a Bologna80. Queste e altre simili ragioni si allegavano da’ signori grandi, parte tra loro medesimi parte col re, a dissuadere la nuova guerra: tra i quali la detestava81, più efficacemente che alcun altro, Iacopo Gravilla82, ammiraglio di Francia, uomo al quale la fama inveterata in tutto il regno di essere savio conservava l’autorità, benché gli fusse alquanto stata diminuita la grandezza83. E nondimeno si porgeva in contrario con grande avidità l’orecchio da Carlo: il quale, giovane d’anni ventidue, e per natura poco intelligente delle azioni umane, era traportato da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato più tosto in leggiera volontà84 e quasi impeto che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria inclinazione o per l’esempio e ammonizioni paterne, poca fede a’ signori e a’ nobili del regno, poi che era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone sua sorella85, né udendo più i consigli dell’ammiraglio e degli altri i quali erano stati grandi in quel governo, si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati quasi tutti a servigio della persona sua; de’ quali quegli di più favore veementemente ne lo confortavano, parte, come86 sono venali spesso i consigli87 de’ prìncipi, corrotti da’ doni e da promesse fatte dallo imbasciadore di Lodovico, che non lasciò indietro diligenza o arte alcuna per farsi propizii quegli che erano di momento a questa deliberazione, parte mossi dalle speranze propostesi, chi d’acquistare stati nel regno di Napoli chi di ottenere dal pontefice degnità e entrate ecclesiastiche. Capo di tutti questi era Stefano di Vers, di nazione di Linguadoca, di basso legnaggio, ma nutrito molti anni nella camera del re, e da lui fatto siniscalco di Belcari88. A costui aderiva Guglielmo Brissonetto89; il quale, di mercatante diventato prima generale di Francia90 e poi vescovo di San Malò, non solo era preposto all’amministrazione delle entrate regie, che in Francia dicono sopra le finanze, ma unito con Stefano, e per sua opera, aveva già grandissima introduzione in tutte le faccende importanti, benché di governare cose di stato avesse piccolo intendimento. Aggiugnevansi gli stimoli di Antonello da San Severino principe di Salerno91, e di Bernardino della medesima famiglia principe di Bisignano92, e di molti altri baroni sbanditi del reame di Napoli; i quali, ricorsi più anni prima in Francia, avevano continuamente incitato Carlo a questa impresa, allegando la pessima disposizione, più presto disperazione, di tutto il regno, e le dipendenze e il seguito grande che avere in quello si promettevano. Stette in questa varietà di pareri sospesa molti giorni la deliberazione, essendo non solo dubbio agli altri quello che s’avesse a determinare ma incerto e incostante l’animo di Carlo; perché, ora stimolandolo la cupidità della gloria e dello imperio ora raffrenandolo il timore, era talvolta irresoluto, talvolta si volgeva al contrario di quello che pareva che prima avesse determinato. Pure ultimamente, prevalendo la sua pristina inclinazione e il fato infelicissimo d’Italia a ogni contradizione, rifiutati del tutto i consigli quieti, fu fatta, ma senza saputa di altri che del vescovo di San Malò e del siniscalco di Belcari, convenzione con lo imbasciadore di Lodovico. Della quale stettono più mesi occulte le condizioni, ma la somma93 fu che, passando Carlo in Italia o mandando esercito per l’acquisto di Napoli, il duca di Milano fusse tenuto a dargli il passo per il suo stato, a mandare con le sue genti cinquecento uomini d’arme pagati, permettergli che a Genova armasse quanti legni volesse, e a prestargli, innanzi partisse di Francia, dugentomila ducati; e da altra parte il re si obligò alla difesa del ducato di Milano contro a ciascuno, con particolare menzione di conservare l’autorità di Lodovico, e a tenere ferme in Asti, città del duca di Orliens94, durante la guerra, dugento lancie, perché fussino preste a’ bisogni di quello stato: e o allora o non molto dipoi, per una scritta95 sottoscritta di propria mano, promesse, ottenuto che avesse il reame di Napoli, concedere a Lodovico il principato di Taranto.
Non è certo opera perduta o senza premio il considerare la varietà de’ tempi e delle cose del mondo. Francesco Sforza padre di Lodovico, principe di rara prudenza e valore, inimico degli Aragonesi per gravissime offese ricevute da Alfonso padre di Ferdinando96, e amico antico degli Angioini, nondimeno, quando Giovanni figliuolo di Renato, l’anno mille quattrocento cinquantasette, assaltò il regno di Napoli, aiutò con tanta prontezza Ferdinando che da lui fu principalmente riconosciuta la vittoria; mosso non da altro che da parergli troppo pericoloso al ducato suo di Milano che di uno stato così potente in Italia i franzesi tanto vicini si insignorissino : la quale ragione aveva prima indotto Filippo Maria Visconte che, abbandonati gli Angioini favoriti insino a quel dì da lui, liberasse Alfonso suo inimico; il quale, preso da’ genovesi in una battaglia navale presso a Gaeta97, gli era stato condotto, con tutta la nobiltà de’ regni suoi98, prigione a Milano. Da altra parte Luigi padre di Carlo, stimolato spesse volte da molti, e con non leggiere occasioni, alle cose di Napoli, e chiamato instantemente da’ genovesi al dominio della loro patria stata posseduta da Carlo suo padre, aveva sempre recusato di mescolarsi99 in Italia, come cosa piena di spese e difficoltà e all’ultimo perniciosa al regno di Francia. Ora, variate l’opinioni degli uomini ma non già forse variate le ragioni delle cose, e Lodovico chiamava i franzesi di qua da’ monti, non temendo da uno potentissimo re di Francia, se in mano sua fusse il regno di Napoli, di quello pericolo che il padre suo, valorosissimo nell’armi, aveva temuto se l’avesse acquistato uno piccolo conte di Provenza; e Carlo ardeva di desiderio di fare guerre in Italia, preponendo la temerità di uomini bassi e inesperti al consiglio del padre suo, re di lunga esperienza e prudente. Certo è che Lodovico fu medesimamente confortato a tanta deliberazione da Ercole da Esti duca di Ferrara, suo suocero100 ; il quale, ardendo di desiderio di recuperare il Polesine di Rovigo, paese contiguo e molto importante alla sicurtà di Ferrara, statogli occupato da’ viniziani, nella guerra dieci anni innanzi avuta con loro, conosceva essere unica via di poterlo ricuperare che Italia tutta si turbasse con grandissimi movimenti. Ma e101 fu creduto da molti che Ercole, benché col genero simulasse benivolenza grandissima, nondimeno in secreto l’odiasse estremamente, perché, essendo in quella guerra tutto ’l resto d’Italia che aveva prese l’armi per lui molto superiore a’ viniziani, Lodovico, il quale già governava lo stato di Milano, mosso da’ propri interessi, costrinse gli altri a fare la pace102, con condizione che a’ viniziani rimanesse quel Pulesine; e però, che Ercole, non potendo con l’armi vendicarsi di tanta ingiuria, cercasse vendicarsi col dargli pestifero consiglio.
1. ingiustamente: illegalmente, cioè senza l’investitura pontificia.
2. Luigi IX (1226-1270).
3. Nella battaglia di Benevento (1266).
4. 1285-1309.
5. 1309-1343.
6. 1343-1381.
7. imbecillità: debolezza.
8. con fare piccola esperienza della fortuna: correndo pochi rischi.
9. Aveva fatto abbandonare agli Inglesi Poitou, Saintonge e la Bretagna.
10. Carlo III di Angiò-Durazzo (1381-83).
11. A Bisceglie il 30 settembre 1384.
12. Luigi II, che in seguito ad una spedizione nel napoletano riuscì a tenerne una parte tra il 1390 e il 1399.
13. Luigi III.
14. 1390-1414.
15. 1416-1435.
16. 1417-1431.
17. Alfonso V d’Aragona (1396-1458).
18. 1434.
19. i titoli e i colori della ragione: le motivazioni ed i pretesti giuridici.
20. diversamente: ora agli uni ora agli altri.
21. 1442.
22. Giovanni II (1458-1479).
23. 1458.
24. con le spalle: con l’appoggio.
25. Tra il 1459 e il 1462.
26. felicità: fortuna.
27. alffisse: sconfisse.
28. 10 luglio 1480.
29. Carlo, figlio di Luigi III e conte del Maine.
30. 1481.
31. René de Vaudémont duca di Lorena, figlio di Iolande de Vaudémont, figlia del re Renato.
32. Belgica, Celtica e Aquitania.
33. Durante il regno di Carlo VII la Francia si era liberata dagli Inglesi.
34. 1449-50.
35. 1449-53.
36. 1477.
37. Nel 1491, in seguito al matrimonio con Anna di Bretagna.
38. avanzare: superare.
39. persuadergli il suo desiderio: persuaderlo a fare ciò che egli (Ludovico) desiderava.
40. introduzione che aveva: favore di cui godeva.
41. officii: servigi.
42. Nel 1463.
43. le ragioni: i diritti.
44. Carlo VII aveva dominato Genova dal 1458 al 1461.
45. confidati: fidati.
46. tentare: sondare.
47. in questa sentenza: così, in questo tenore (cfr. il latino «in hanc sententiam loqui»).
48. comodità: disponibilità.
49. si ridurrà in memoria: si ricorderà (cfr. il latino «in memoriam reducere»).
50. al quale: si riferisce a voi.
51. opportunità: occasione.
52. efficaci: valide.
53. Nel 1460, dopo la vittoria di Sarno.
54. Pio II (1458-64).
55. Luigi XI prima di diventare re era in contrasto col padre Carlo VII e si era alleato con Francesco Sforza.
56. per avventura: forse.
57. dipendenze: clientele.
58. Nel 1486, dopo la repressione della congiura dei baroni.
59. avarizia: avidità.
60. spessi: numerosi e frequenti.
61. si leverà: insorgerà.
62. diritti: diretti.
63. Si allude alla guerra di Carlo Magno contro i Longobardi.
64. Si allude alle imprese contro gli arabi di Spagna.
65. ottenete: possedete.
66. cognome: soprannome.
67. appartenga: sia confacente.
68. di ragione: di diritto.
69. catelani: aragonesi. Aragona era il nome della confederazione catalanoaragonese.
70. È qui riecheggiato uno dei Ricordi, cfr. C 142 (Op. I, p. 769).
71. consiglio: avvedutezza, prudenza.
72. che avevano… per ragione: che godevano della sua fiducia più per simpatia che perché ne fossero degni.
73. né: nemmeno.
74. notato non che altro: tacciato persino.
75. pervenutegli: acquisite per eredità.
76. Ferdinando re di Spagna era figlio di Giovanni, fratello di Alfonso, e quindi cugino di Ferdinando re di Napoli.
77. A causa della Navarra, Cerdagna e Rossiglione, territori di confine che Ferdinando rivendicava a sé.
78. non solo emulazioni ma ingiurie: non solo rivalità ma anche offese. Le prime concernevano il ducato di Borgogna, eredità materna di Filippo d’Austria; le seconde il mancato matrimonio di Carlo VIII con la promessa sposa Margherita, figlia di Massimiliano, che Carlo VIII aveva rinviata al padre, per sposare Anna di Bretagna, a sua volta promessa a Massimiliano. Su questo episodio cfr. più avanti (I, v).
79. Il trattato di Etaples (3 novembre 1492).
80. Boulogne, assediata nell’ottobre 1492 da Enrico VIII, che si era alleato con Massimiliano per impedire a Carlo VIII di occupare la Bretagna.
81. la detestava: le si opponeva.
82. Louis Malet de Graville.
83. grandezza: potenza.
84. leggiera volontà: velleità.
85. Anna di Borbone era stata reggente dal 1483 al 1491.
86. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.
87. consigli: consiglieri.
88. Etienne de Vesc, siniscalco di Beaucaire e di Nîmes.
89. Guillaume Briçonnet.
90. generale di Francia: ricevitore generale delle finanze.
91. Antonello Sanseverino, figlio di Roberto Sanseverino principe di Salerno, che era stato uno dei principali autori della congiura dei baroni.
92. Bernardino dei Sanseverino, figlio di Girolamo Sanseverino conte di Tricarico, anche lui bandito dopo la congiura dei baroni.
93. la somma: il punto principale, la sostanza.
94. Luigi d’Orléans, cugino di Carlo VIII; il futuro Luigi XII.
95. per una scritta: con un documento.
96. Durante la guerra per la successione nel Milanese Alfonso aveva proposto la propria candidatura e si era messo alla testa della coalizione contro Francesco Sforza.
97. A Ponza (1435).
98. con tutta la nobilità de’ regni suoi: con tutti i nobili del suo regno.
99. mescolarsi: ingerirsi, intervenire.
100. Ludovico aveva sposato Beatrice, figlia di Ercole I.
101. e: anche.
102. Ludovico Sforza fu il principale promotore della pace di Bagnolo (7 agosto 1484).
CAPITOLO V
Pubbliche dichiarazioni di fiduciosa sicurezza e segrete preoccupazioni di Ferdinando d’Aragona. Sua azione per allontanare da sé il pericolo e per riconciliarsi col pontefice e con Lodovico Sforza. Il re di Francia compone le sue divergenze co’ re di Spagna, col re de’ romani e con l’arciduca d’Austria. L’investitura di Lodovico Sforza a duca di Milano. Ambasciata di Perone di Baccie al pontefice, al senato veneziano ed a’ fiorentini. Piero de’ Medici di fronte alle richieste del re di Francia. Comincia a vacillare la congiunzione fra il pontefice e Ferdinando d’Aragona.
Ma essendo già incominciata, benché da principio con autori1 incerti, a risonare in Italia la fama di quello che oltre a’ monti si trattava, si destorono vari pensieri e discorsi nelle menti degli uomini: perché a molti, i quali la potenza del regno di Francia, la prontezza di quella nazione a nuovi movimenti e le divisioni degli italiani consideravano, pareva cosa di grandissimo momento2; altri, per la età e per le qualità del re, e per la negligenza propria a’ franzesi e per gli impedimenti che hanno le grandi imprese, giudicavano questo essere più tosto impeto giovenile che fondato consiglio3, il quale, poi che fusse alquanto ribollito, avesse leggiermente a risolversi4. Né Ferdinando, contro al quale tali cose si macchinavano, dimostrava d’averne molto timore, allegando essere impresa durissima: perché, se e’ pensassino assaltarlo per mare, troverebbono lui proveduto d’armata sufficiente a combattere con loro in alto mare, i porti bene fortificati e tutti in sua potestà, né essere nel regno barone alcuno che gli potesse ricevere come era stato ricevuto Giovanni d’Angiò dal principe di Rossano5 e da altri grandi; l’espedizione per terra essere incomoda, sospetta a molti e lontana, avendosi a passare prima per la lunghezza di tutta Italia, di maniera che ciascuno degli altri arebbe causa particolarmente di temerne, e forse più di tutti Lodovico Sforza, benché, volendo dimostrare che fusse proprio di altri il pericolo comune, simulasse il contrario, perché, per la vicinità dello stato di Milano alla Francia, aveva il re maggiore facoltà e verisimilmente maggiore cupidità di occuparlo. E essendogli il duca di Milano congiuntissimo di sangue6, come potere almeno assicurarsi Lodovico che il re non avesse in animo liberarlo dalla sua oppressione ? avendo massime pochi anni innanzi affermato palesemente che non comporterebbe che Giovan Galeazzo suo cugino fusse conculcato sì indegnamente. Non avere tale condizione le cose aragonesi7 che la speranza della debolezza loro dovesse dare a’ franzesi ardire d’assaltarle, essendo egli bene ordinato8 di molta e fiorita9 gente d’arme, abbondante di bellicosi cavalli, di munizioni, di artiglierie e di tutte le provisioni necessarie alla guerra, e con tanta copia di danari che senza incomodità potrebbe quanto gli fusse necessario augumentarle; e oltre a molti peritissimi capitani preposto al governo degli eserciti e armi sue il duca di Calavria suo primogenito, capitano di fama grande e di virtù non minore, e esperimentato per molti anni in tutte le guerre d’Italia. Aggiugnersi alle forze proprie gli aiuti pronti de’ suoi medesimi10, perché non essere da dubitare gli mancasse il soccorso del re di Spagna, suo cugino e fratello della moglie11, sì per il vincolo doppio del parentado come perché gli sarebbe sospetta la vicinità de’ franzesi alla Sicilia. Queste cose si dicevano da Ferdinando publicamente, magnificando la sua potenza e estenuando12 quanto poteva le forze e l’opportunità13 degli avversarii; ma, come14 era re di singolare prudenza e di esperienza grandissima, intrinsecamente gravissimi pensieri lo tormentavano, avendo fissa nell’animo la memoria de’ travagli avuti, nel principio del regno suo, da questa nazione. Considerava profondamente dovere avere la guerra con inimici bellicosissimi e potentissimi, e molto superiori a sé di cavalleria, di peditato15, d’armate marittime, di artiglierie, di danari e d’uomini ardentissimi a esporsi a ogni pericolo per la gloria e grandezza del proprio re; a sé, per contrario, sospetta ogni cosa, pieno il regno quasi tutto o di odio grande contro al nome aragonese o di inclinazione non mediocre a’ rebelli suoi16, del resto la maggiore parte cupida per l’ordinario di nuovi re, e nella quale avesse a potere più la fortuna che la fede, ed essere maggiore la riputazione che il nervo17 delle sue cose; non bastare i danari accumulati alle spese necessarie per la difesa, e empiendosi per la guerra ogni cosa di ribellione e di tumulti annichilarsi in uno momento l’entrate18. Avere in Italia molti inimici, niuna amicizia stabile e fidata; perché chi non era stato offeso, in qualche tempo, o dalle armi o dalle arti sue? Né di Spagna, secondo l’esempio del passato e le condizioni di quel regno, potere aspettare altri aiuti a’ suoi pericoli che larghissime promesse e fama grandissima di apparati ma effetti piccolissimi e tardissimi. Accrescevangli il timore molte predizioni infelici19 alla casa sua, venutegli a notizia in diversi tempi, parte per scritture antiche ritrovate di nuovo20 parte per parole d’uomini, incerti spesso del presente ma che si arrogano certezza del futuro 21, cose nella prosperità credute poco, come cominciano a apparire l’avversità credute troppo. Angustiato da queste considerazioni, e presentandosegli maggiore senza comparazione la paura che le speranze, conobbe non essere altro rimedio a tanti pericoli che o il rimuovere, quanto più presto si poteva, con qualche concordia22, la mente del re di Francia da questi pensieri o levargli parte de’ fondamenti23 che lo incitavano alla guerra. Perciò, avendo in Francia imbasciadori, mandativi per trattare lo sposalizio di Ciarlotta figliuola di don Federigo suo secondo genito24 col re di Scozia25, il quale, per essere la fanciulla nata di una sorella della madre di Carlo26 e allevata nella sua corte, si maneggiava da lui, dette loro sopra le cose occorrenti27 nuove commissioni; e vi deputò, oltre a questi, Cammillo Pandone28, statovi altre volte per lui : affine che, tentando privatamente29 i principali con premi e offerte grandi, e proponendo al re, quando altrimenti non si potesse mitigarlo, condizione di censo e altre sommissioni30, si sforzasse di ottenere da lui la pace. Né solo interpose tutta la diligenza e autorità sua per comporre la differenza delle castella comperate da Verginio Orsino, la cui durezza si lamentava essere stata causa di tutti i disordini, ma ricominciò col pontefice le pratiche del parentado trattato prima tra loro31. Ma il principale suo studio e diligenza si indirizzò a mitigare e ad assicurare l’animo di Lodovico Sforza, autore e motore di tutto il male, persuadendosi che a così pericoloso consiglio più il timore che altra cagione lo conducesse. E però, anteponendo la sicurtà propria allo interesse della nipote e alla salute del figliuolo nato di lei, gli offerse, per diversi mezzi, di riferirsi in tutto alla sua volontà, delle cose di32 Giovan Galeazzo e del ducato di Milano : non attendendo al33 parere d’Alfonso, il quale, pigliando animo dalla timidità naturale di Lodovico, né si ricordando che alle deliberazioni precipitose si conduce non meno agevolmente il timido per la disperazione che si conduca il temerario per la inconsiderazione34, giudicava che l’aspreggiarlo35 con spaventi e con minaccie fusse mezzo opportuno a farlo ritirare da questi nuovi consigli. Composesi finalmente, dopo varie difficoltà, procedute più da Verginio che dal pontefice, la differenza36 delle castella; intervenendo alla composizione37 don Federigo, mandato a questo effetto dal padre a Roma: convennono che Verginio le ritenesse, ma pagando al pontefice tanta quantità di danari per quanti l’aveva prima comperate da Franceschetto Cibo. Conchiusesi insieme lo sposalizio38 di madama Sances figliuola naturale di Alfonso in don Giuffré figliuolo minore del pontefice39, inabili tutt’a due per l’età alla consumazione del matrimonio: le condizioni furono che don Giuffré andasse fra pochi mesi a stare a Napoli, ricevesse in dote il principato di Squillaci con entrata di ducati diecimila l’anno, e fusse condotto con cento uomini d’arme agli stipendi di Ferdinando: donde si confermò l’opinione, avuta da molti, che quel che aveva trattato in Francia il pontefice fusse stato trattato principalmente per indurre col timore gli Aragonesi a queste convenzioni. Tentò di più Ferdinando di confederarsi con lui a difesa comune; ma interponendo il pontefice molte difficoltà, non ottenne altro che una promessa occultissima 40, per breve41, di aiutarlo a difendere il regno di Napoli, in caso che Ferdinando promettesse a lui di fare il medesimo dello stato della Chiesa. Le quali cose espedite42, si partirono, licenziate dal papa, del dominio ecclesiastico le genti d’arme che i viniziani e il duca di Milano gli aveano mandate in aiuto. Né cominciò Ferdinando con minore speranza di felice successo a trattare con Lodovico Sforza, il quale con arte grandissima, ora mostrandosi malcontento della inclinazione del re di Francia alle cose d’Italia come pericolosa a tutti gli italiani, ora scusandosi per la necessità la quale, per il feudo di Genova43 e per la confederazione antica con la casa di Francia, l’aveva costretto a udire le richieste fattegli, secondo diceva, da quel re, ora promettendo, qualche volta a Ferdinando qualche volta separatamente al pontefice e a Piero de’ Medici, di affaticarsi quanto potesse per raffreddare l’ardore di Carlo, si sforzava di tenergli addormentati in questa speranza, acciocché, innanzi che le cose di Francia fussino bene ordinate e stabilite, contro a lui qualche movimento non si facesse : e gli era creduto più facilmente perché la deliberazione di fare passare il re di Francia in Italia era giudicata sì mal sicura ancora per lui, che non pareva possibile che finalmente non se n’avesse, considerato il pericolo, a ritirare.
Consumossi tutta la state in queste pratiche, procedendo Lodovico in modo che, senza dare ombra al re di Francia, né Ferdinando né il pontefice né i fiorentini delle sue promesse si disperavano né totalmente vi confidavano. Ma in questo tempo si gittavano in Francia sollecitamente i fondamenti della nuova espedizione, alla quale, contro al consiglio di quasi tutti i signori, era ogni dì maggiore l’ardore del re: il quale, per essere più espedito44, compose le differenze che aveva con Ferdinando e con Isabella, re e reina di Spagna, prìncipi in quello tempo molto celebrati e gloriosi per la fama della prudenza loro, per avere ridotti di grandissime turbolenze in somma tranquillità e ubbidienza i regni suoi, e per avere nuovamente, con guerra continuata dieci anni, recuperato al nome di Cristo il reame di Granata45, stato posseduto da’ mori di Affrica poco manco di ottocento anni; per la quale vittoria conseguirono dal pontefice, con grande applauso di tutti i cristiani, il cognome di re cattolici. Fu espresso in questa capitolazione46, fermata molto solennemente e con giuramenti prestati in publico dall’una parte e dall’altra ne’ templi sacri, che Ferdinando e Isabella (reggevasi la Spagna in nome comune) né direttamente né indirettamente gli Aragonesi aiutassino, parentado nuovo con loro non contraessino, né in modo alcuno per difesa di Napoli a Carlo si opponessino; le quali obligazioni egli per ottenere, cominciando dalla perdita certa per speranza di guadagno incerto47, restituì senza alcuno pagamento Perpignano con tutta la contea di Rossiglione, impegnata molti anni innanzi a Luigi suo padre da Giovanni re di Aragona padre di Ferdinando48 : cosa molestissima a tutto il regno di Francia, perché quella contea, situata alle radici de’ monti Pirenei e però, secondo l’antica divisione, parte della Gallia, impediva agli spagnuoli l’entrare in Francia da quella parte. Fece per la medesima cagione Carlo pace con Massimiliano re de’ romani e con Filippo arciduca d’Austria suo figliuolo49, i quali avevano seco gravissime cagioni, antiche e nuove, di inimicizia, cominciate perché Luigi suo padre, per l’occasione della morte di Carlo duca di Borgogna e conte di Fiandra e di molti altri paesi circostanti, aveva occupato il ducato di Borgogna, il contado di Artois e molte altre terre possedute da lui. Donde essendo nate gravi guerre tra Luigi e Maria figliuola unica di Carlo, la quale poco dopo la morte del padre si era maritata a Massimiliano, era ultimamente, essendo già morta Maria e succeduto nell’eredità materna Filippo figliuolo comune di Massimiliano e di lei, fattasi, più per volontà de’ popoli di Fiandra che di Massimiliano, concordia tra loro50, per stabilimento della quale a Carlo figliuolo di Luigi fu Margherita sorella di Filippo sposata e, benché fusse di età minore, condotta in Francia: dove poi che fu stata più anni, Carlo repudiatala, tolse per moglie Anna, alla quale, per la morte di Francesco suo padre senza figliuoli maschi, apparteneva il ducato di Brettagna; con doppia ingiuria di Massimiliano, privato in uno tempo medesimo del matrimonio della figliuola e del proprio, perché prima per mezzo di suoi procuratori aveva sposato Anna. E nondimeno, impotente a sostentare da se stesso la guerra, ricominciata per cagione di questa ingiuria, né volendo i popoli di Fiandra, i quali, per essere Filippo pupillo51, con consiglio e autorità propria si reggevano52, stare in guerra col regno di Francia; e vedendo posate l’armi contro a’ franzesi da’ re di Spagna e di Inghilterra, consentì alla pace: per la quale Carlo restituì a Filippo Margherita sua sorella, ritenuta insino a quel dì in Francia, e insieme le terre del contado di Artois, riservandosi le fortezze ma con obligazione di restiturle alla fine di quattro anni; al quale tempo Filippo, divenuto di età maggiore, poteva validamente confermare l’accordo fatto. Le quali terre, nella pace fatta dal re Luigi, erano state concordemente riconosciute come per dote di Margherita predetta.
Stabilissi, per53 esser renduta al regno di Francia la pace da tutti i vicini, la deliberazione della guerra di Napoli per l’anno prossimo; e che in questo mezzo54 tutte le provisioni necessarie si preparassino, sollecitate continuamente da Lodovico Sforza. Il quale (come55 i pensieri degli uomini di grado in grado si distendono), non pensando più solo a assicurarsi nel governo ma sollevato a più alti pensieri, aveva nell’animo, con l’occasione de’ travagli degli Aragonesi, trasferire in tutto in sé il ducato di Milano: e per dare qualche colore56 di giustizia a tanta ingiustizia, e fermare con maggiori fondamenti le cose sue a57 tutti i casi che potessino intervenire, maritò Bianca Maria sorella di Giovan Galeazzo e sua nipote a Massimiliano, succeduto nuovamente58 per la morte di Federico suo padre nello imperio romano; promettendogli in dote in certi tempi59 quattrocentomila ducati in pecunia numerata60, e in gioie e in altri apparati61 ducati quarantamila. E da altro canto Massimiliano, seguitando in questo matrimonio più i danari che il vincolo della affinità, si obligò di concedere a Lodovico, in pregiudicio di62 Giovan Galeazzo nuovo cognato, l’investitura del ducato di Milano, per sé, per i figliuoli e per i discendenti suoi; come se quello stato, dopo la morte di Filippo Maria Visconte, fusse di legittimo duca sempre vacato: promettendo di consegnargli, al tempo dell’ultimo pagamento, i privilegi, spediti in forma amplissima63.
I Visconti, gentiluomini di Milano, nelle parzialità64 sanguinosissime che ebbe Italia de’ ghibellini e de’ guelfi, cacciati finalmente i guelfi, diventorno (è questo quasi sempre il fine delle discordie civili), di capi di una parte di Milano, padroni di tutta la città65, nella quale grandezza avendo continuato molti anni, cercorono, secondo il progresso comune66 delle tirannidi (perché quello che era usurpazione paresse ragione), di corroborare prima con legittimi colori67 e dipoi di illustrare con amplissimi titoli68 la loro fortuna. Però, ottenuto dagli imperadori, de’ quali Italia cominciava già a conoscere più il nome che la possanza, prima il titolo di capitani poi di vicari imperiali69, all’ultimo Giovan Galeazzo, il quale, per avere ricevuto la contea di Virtus da Giovanni re di Francia suo suocero70, si chiamava il conte di Virtù, ottenne da Vincislao re de’ romani, per sé e per la sua stirpe71 mascolina, la degnità di duca di Milano72; nella quale gli succederono, l’uno dopo l’altro, Giovan Maria73 e Filippo Maria74 suoi figliuoli. Ma finita la linea mascolina per la morte di Filippo, benché egli avesse nel testamento suo instituito erede Alfonso re d’Aragona e di Napoli, mosso dall’amicizia grandissima la quale, per la liberazione sua75, aveva contratta seco, e molto più perché il ducato di Milano, difeso da principe sì potente, non fusse occupato da’ viniziani, i quali già manifestamente v’aspiravano, nondimanco Francesco Sforza, capitano in quella età valorosissimo né minore nell’arte della pace che della guerra, aiutato da molte occasioni che allora concorsono, e non meno dall’avere stimato più il regnare che l’osservanza della fede76, occupò con l’armi quel ducato come appartenente a Bianca Maria sua moglie, figliuola naturale di Filippo; ed è fama che e’ potette ottenerne poi, con non molta quantità di danari, l’investitura da Federigo imperatore, ma che, confidando di potere con le medesime arti conservarlo con le quali l’aveva guadagnato, la dispregiò77. Così senza investitura continuò Galeazzo suo figliuolo, e continuava Giovan Galeazzo suo nipote: onde Lodovico, in uno medesimo tempo scelerato contro al nipote vivo e ingiurioso contro alla memoria del padre e del fratello morti, affermando non essere stato alcuno di essi legittimo duca di Milano, se ne fece come di stato devoluto allo imperio investire da Massimiliano78, intitolandosi per questa ragione non settimo ma quarto duca di Milano. Benché queste cose alla notizia di pochi, mentre visse il nipote, trapassorono79. Soleva oltre a questo dire, seguitando l’esempio di Ciro fratello minore di Artoserse re di Persia80, e confermandolo con l’autorità di molti giurisconsulti, che precedeva Galeazzo suo fratello, non per l’età ma per essere stato il primo figliuolo che fusse nato al padre comune poi che era diventato duca di Milano81 : la quale ragione insieme con la prima, benché taciuto l’esempio di Ciro, fu espressa ne’ privilegi imperiali; a’ quali, per velare, benché con colore ridicolo, la cupidità di Lodovico, fu in lettere separate aggiunto non essere consuetudine del sacro imperio concedere alcuno stato a chi l’avesse prima con l’autorità di altri tenuto, e perciò essere stati da Massimiliano disprezzati i prieghi fatti da Lodovico per ottenere l’investitura per Giovan Galeazzo, che aveva prima dal popolo di Milano quel ducato riconosciuto82. Il parentado fatto da Lodovico accrebbe la speranza a Ferdinando che e’ s’avesse a alienare dalla amicizia del re di Francia, giudicando che l’essersi aderito83 e il somministrare a uno emulo, e per tante cagioni inimico, quantità così grande di danari, fusse per generare84 diffidenza tra loro, e che Lodovico, preso animo da questa nuova congiunzione, avesse più arditamente a discostarsene85: la quale speranza Lodovico nutriva86 con grandissimo artificio, e nondimeno (tanta era la sagacità e destrezza sua) sapeva in uno tempo medesimo dare parole87 a Ferdinando e agli altri d’Italia, e bene intrattenersi88 col re de’ romani e con quello di Francia. Sperava similmente Ferdinando che al senato viniziano, al quale aveva mandato imbasciadori, avesse a essere molesto che in Italia, dove tenevano il primo luogo di potenza e di autorità, entrasse uno principe tanto maggiore di loro: né conforti e speranze da’ re di Spagna gli mancavano, i quali soccorso potente gli promettevano, in caso che con le persuasioni e con l’autorità non potessino questa impresa interrompere.
Da altra parte si sforzava il re di Francia, poiché aveva rimosso gl’impedimenti di là da’ monti, rimuovere le difficoltà e gli ostacoli che potessino essergli fatti di qua. Però mandò Perone di Baccie89, uomo non imperito delle cose d’Italia, dove era stato sotto Giovanni d’Angiò; il quale, significata al pontefice, al senato viniziano e a’ fiorentini, la deliberazione fatta dal re di Francia per recuperare il regno di Napoli, fece instanza con tutti che si congiugnessino con lui; ma non riportò altro che speranze e risposte generali, perché, essendo la guerra non prima che per l’anno prossimo disegnata, ricusava ciascuno di scoprire tanto innanzi la sua intenzione. Ricercò medesimamente il re gli oratori90 de’ fiorentini, mandati prima a lui, con consentimento di Ferdinando, per escusarsi della imputazione si dava91 loro di essere inclinati agli Aragonesi, che gli fusse promesso passo e vettovaglia nel territorio loro all’esercito suo, con pagamento conveniente, e di mandare con esso cento uomini d’arme, i quali diceva chiedere per segno che la republica fiorentina seguitasse la sua amicizia : e benché gli fusse dimostrato non potersi senza grave pericolo fare tale dichiarazione92 se prima l’esercito suo non era passato in Italia, e affermato che di quella città si poteva in ogni caso promettere quanto conveniva alla osservanza e devozione che sempre alla corona di Francia portata aveva, nondimeno erano con impeto franzese stretti93 a prometterlo, minacciando altrimenti di privargli del commercio che la nazione fiorentina aveva grandissimo di mercatanzie in quel reame : i quali consigli, come poi si manifestò, nascevano da Lodovico Sforza, guida allora e indirizzatore di tutto quello che per loro94 con gli italiani si praticava. Affaticossi Piero de’ Medici di persuadere a Ferdinando queste dimande importare sì poco alla somma della guerra95, che e’ potrebbe giovargli più che la republica e egli si conservassino in fede con Carlo, per la quale96 arebbono forse opportunità di essere mezzo a qualche composizione. Allegava, oltre a questo, il carico grandissimo e l’odio il quale contro a sé si conciterebbe in Firenze se i mercatanti fiorentini fussino cacciati di Francia; e convenire alla buona fede, fondamento principale delle confederazioni, che ciascuno de’ confederati tollerasse pazientemente qualche incomodità perché l’altro non incorresse in danni molto maggiori. Ma Ferdinando, il quale considerava quanto si diminuirebbe della riputazione e sicurtà sua se i fiorentini si separassino da lui, non accettava queste ragioni, ma si lamentò gravissimamente che la costanza e la fede di Piero cominciassino così presto a non corrispondere a quel che di lui s’avea promesso; donde Piero, determinato di conservarsi innanzi a ogni cosa l’amicizia aragonese, fece allungare97 con varie arti la risposta da’ franzesi instantemente dimandata, rimettendosi98in ultimo che per nuovi oratori si farebbe intendere l’intenzione della republica.
Nella fine di quest’anno cominciò la congiunzione fatta tra il pontefice e Ferdinando a vacillare: o perché il pontefice aspirasse, con introdurre nuove difficoltà, a ottenere da lui cose maggiori o perché si persuadesse di muoverlo con questo modo a ridurre il cardinale di San Piero a Vincola all’ubbidienza sua; il quale egli, offerendo per sicurtà la fede del collegio de’ cardinali, di Ferdinando e de’ viniziani, desiderava sommamente che andasse a Roma, essendogli sospetta molto la sua assenza, per la importanza della rocca d’Ostia (perché intorno a Roma teneva Ronciglione e Grottaferrata), per molte dependenze99 e autorità grande che aveva nella corte, e finalmente per la natura sua desiderosa di cose nuove e l’animo pertinace a correre prima ogni pericolo che allentare uno punto solo delle sue deliberazioni. Scusavasi efficacissimamente Ferdinando di non potere piegare a questo il Vincola, insospettito tanto che qualunque sicurtà gli pareva inferiore al pericolo; e si lamentava della sua mala fortuna col pontefice, che sempre attribuisse a lui quel che veramente procedeva da altri; così avere creduto che Verginio per i conforti e co’ danari suoi avesse comperato le castella, e nondimeno la compera essere stata fatta senza sua partecipazione, ma essere bene egli stato quello che aveva disposto Verginio all’accordo, e che a questo effetto l’aveva accomodato de’ denari che si pagorono in ricompensa delle castella. Le quali scuse mentre che ’l pontefice non accetta, anzi con acerbe e quasi minatorie parole si lamenta100 di Ferdinando, pareva che nella reconciliazione fatta tra loro non si potesse fare stabile fondamento.
1. con autori: da fonti.
2. momento: importanza.
3. fondato consiglio: ponderata decisione.
4. risolversi: andare in fumo, svanire.
5. Marino di Marzano, principe di Rossano e duca di Sessa, capo del partito filoangioino, aveva chiamato a Napoli Giovanni di Calabria (1459-62), (cfr. cap. IV).
6. Carlo VIII e Giangaleazzo erano cugini diretti, perché figli rispettivamente di Carlotta e di Bona, entrambe figlie di Ludovico I di Savoia.
7. le cose aragonesi: lo stato aragonese (in senso politico e territoriale).
8. ordinato: fornito.
9. fiorita: valorosa.
10. de’ suoi medesimi: dei suoi parenti.
11. La moglie di Ferdinando era Giovanna d’Aragona, sorella di Ferdinando di Spagna, il quale era anche cugino di Ferdinando di Napoli.
12. estenuando: minimizzando.
13. l’opportunità: il vantaggio.
14. come: ha valore causale.
15. peditato: fanteria.
16. a’ rebelli suoi: ai baroni scacciati dal regno e rifugiatisi in Francia dopo la repressione della congiura (1486).
17. nervo: forza.
18. l’entrate: i danari provenienti allo stato dalle tasse di vario genere imposte ai sudditi.
19. infelici: infauste.
20. di nuovo: recentemente.
21. incerti… futuro: per questo pensiero cfr. Ricordi (C 207, in Op. I, p. 789).
22. concordia: accordo.
23. fondamenti: motivi.
24. Federico, principe di Altamura e poi re di Napoli.
25. Giacomo IV (1473-1513).
26. Anna, figlia di Amedeo I di Savoia e in realtà non sorella ma nipote di Carlotta di Savoia, madre di Cariotta di Savoia, madre di Carlo VIII.
27. le cose occorrenti: le questioni che si presentavano.
28. Camillo Pandone fu mandato in Francia all’inizio del 1494 ma non fu ricevuto da Carlo VIII.
29. tentando privatamente: sondando (e anche cercando di corrompere) personalmente.
30. condizione di censo e altre sommissioni: un accomodamento dietro versamento di un tributo e altri atti di sottomissione.
31. Cfr. cap. III.
32. di riferirsi in tutto alla sua volontà, delle cose di: di accettare incondizionatamente le sue decisioni per quanto riguardava.
33. non attendendo al: non tenendo conto del.
34. alle deliberazioni… inconsiderazione: per questa osservazione cfr. Ricordi: B 90 (Op. I, p. 819), C 95 e C 96 (Op. I, p. 755).
35. aspreggiarlo: tormentarlo.
36. differenza: controversia.
37. composizione: accordo.
38. sposalizio:accordo per il matrimonio, fidanzamento.
39. agosto 1493.
40. occultissima: segretissima.
41. per breve: con un breve, cioè con una semplice lettera pontificia e non con un documento di carattere formalmente ufficiale.
42. espedite: concluse.
43. per il feudo di Genova: per il fatto che, tramite il possesso di Genova, feudo francese, era vassallo del re di Francia.
44. espedito: libero.
45. 2 gennaio 1492.
46. Il trattato di Barcellona (19 gennaio 1493).
47. Questo pensiero, in cui è implicito il giudizio negativo sull’operato di Carlo VIII, ha un riscontro nei Ricordi, cfr. C 23 (Op. I, p. 734).
48. Nel 1462, con il trattato di Olite, Giovanni II d’Aragona aveva consegnato a Luigi XI le contee del Rossiglione e della Cerdagna, come garanzia in cambio di un esercito fornitogli per sottomettere i sudditi ribelli e del prestito di 200.000 scudi.
49. Col trattato di Senlis (3 maggio 1493).
50. Col trattato di Arras (1482).
51. pupillo: minorenne.
52. Le città della Fiandra godevano di larghe autonomie politiche e amministrative.
53. per: ha valore causale.
54. mezzo: intervallo di tempo.
55. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.
56. colore: apparenza.
57. a: per, in vista di.
58. nuovamente: poco tempo prima (agosto 1493).
59. in certi tempi: a scadenze precise.
60. pecunia numerata: denaro contante.
61. apparati: ornamenti.
62. in pregiudicio di: a danno di.
63. i privilegi, spediti in forma amplissima: il documento dell’investitura, redatto in termini favorevolissimi.
64. parzialità: lotte di parte.
65. Nella prima metà del sec. XIV.
66. secondo il progresso comune: conformemente a quello che è generalmente lo sviluppo.
67. legittimi colori: apparenze di legalità.
68. amplissimi titoli: prestigiosi riconoscimenti legali.
69. Il titolo fu concesso dall’imperatore Adolfo a Matteo Visconti nel 1294.
70. Giovan Galeazzo Visconti (1378-1402) aveva sposato Isabella figlia di Giovanni II.
71. stirpe: discendenza.
72. la degnità di duca di Milano: il titolo di duca di Milano (nel 1395).
73. 1402-1412.
74. 1412-1447.
75. Cfr. cap. IV.
76. Francesco Sforza si era accordato con i Veneziani e si era fatto signore di Milano.
77. la dispregiò: non la prese in considerazione.
78. 3 settembre 1494.
79. alla notizia… trapassarono: giunsero… a conoscenza.
80. Ciro il giovane, che tentò invano di spodestare Artaserse, suo fratello maggiore.
81. Francesco Sforza aveva preso il potere nel 1450. Galeazzo Maria, padre di Giangaleazzo, era nato nel 1444; Lodovico era nato nel 1451.
82. che aveva… riconosciuto: che il popolo di Milano aveva prima riconosciuto come duca legittimo.
83. aderito: alleato.
84. fusse per generare: avrebbe generato. Sintagma latineggiante, corrispondente alla traduzione letterale del participio futuro.
85. discostarsene: dal re di Francia.
86. nutriva: teneva desta e fomentava.
87. dare parole: ingannare. Espressione latineggiante (dare verba).
88. bene intrattenersi: avere buoni rapporti.
89. Perrone dei Baschi.
90. Ricercò… gli oratori: chiese… agli oratori.
91. imputazione si dava: imputazione che si dava.
92. fare tale dichiarazione: prendere pubblicamente tale posizione (a favore dei Francesi).
93. stretti: sforzati.
94. per loro: da parte loro (dei Francesi).
95. importare sì poco alla somma della guerra: essere così poco determinanti per l’esito della guerra.
96. per la quale: si riferisce a fede.
97. allungare: procrastinare.
98. rimettendosi: rispondendosi (da parte degli oratori).
99. dependenze: aderenze, clientele.
100. mentre… non accetta… si lamenta: il passaggio al presente retto da mentre è un calco palese dell’uso latino del dum.
Il re di Francia allontana dal regno gli oratori di Ferdinando d’Ara gona. Morte di Ferdinando. Giudizio dell’autore sul re. Confederazione fra il pontefice e Alfonso d’Aragona. Tentativi di riconciliazione di Alfonso con Lodovico Sforza e contegno di questo. Sollecitazioni degli ambasciatori del re di Francia per ottenere da’ fiorentini assicurazione d’alleanza o, almeno, di benevoli aiuti all’esercito francese. Richiesta al pontefice d’investitura di Carlo VIII a re di Napoli. Risposta del pontefice. Risposta del governo di Firenze agli oratori del re di Francia. Sdegno del re contro Piero. Neutralità di Venezia.
Incominciò in tale disposizione degli animi, e in tale confusione delle cose tanto inclinate a nuove perturbazioni, l’anno mille quattrocento novantaquattro (io piglio il principio secondo l’uso romano1), anno infelicissimo a Italia, e in verità anno principio degli anni miserabili, perché aperse la porta a innumerabili e orribili calamità, delle quali si può dire che per diversi accidenti abbia di poi partecipato una parte grande del mondo. Nel principio di questo anno, Carlo, alienissimo dalla concordia con Ferdinando, comandò agli oratori suoi che, come oratori di re inimico, si partissino subito del reame di Francia; e quasi ne’ medesimi dì morì per uno catarro repentino Ferdinando, soprafatto più da’ dispiaceri dell’animo che dall’età. Fu re di celebrata industria2 e prudenza, con la quale, accompagnata da prospera fortuna, si conservò il regno, acquistato nuovamente3 dal padre, contro a molte difficoltà che nel principio del regnare se gli scopersono, e lo condusse a maggiore grandezza chc forse molti anni innanzi l’avesse posseduto re alcuno4. Buono re, se avesse continuato di regnare con l’arti medesime con le quali aveva principiato; ma in progresso di tempo, o presi nuovi costumi per non avere saputo, come quasi tutti i prìncipi, resistere alla violenza della dominazione5 o, come fu creduto quasi da tutti, scoperti i naturali, i quali prima con grande artificio aveva coperti6, notato7 di poca fede e di tanta crudeltà che i suoi medesimi degna più presto di nome di immanità8 la giudicavano. La morte di Ferdinando si tenne per certo che9 nocesse alle cose comuni; perché, oltre che arebbe tentato qualunque rimedio atto a impedire la passata de’ franzesi, non si dubita che più difficile sarebbe stato fare che Lodovico Sforza della natura altiera e poco moderata d’Alfonso s’assicurasse10 che disporlo a rinnovare l’amicizia con Ferdinando, sapendo che ne’ tempi precedenti era stato spesso inclinato, per non avere cagione di controversie con lo stato di Milano, a piegarsi alla sua volontà. E trall’altre cose è manifesto che, quando Isabella figliuola d’Alfonso. andò a congiugnersi col marito, Lodovico, come la vide, innamorato di lei, desiderò di ottenerla per moglie dal padre; e a questo effetto operò, così fu allora creduto per tutta Italia, con incantamenti e con malie, che Giovan Galeazzo fu per molti mesi impotente alla consumazione del matrimonio. Alla qual cosa Ferdinando arebbe acconsentito, ma Alfonso repugnò; donde Lodovico, escluso di questa speranza, presa altra moglie e avutine figliuoli, voltò tutti i pensieri a trasferire in quegli il ducato di Milano. Scrivono oltre a questo alcuni che Ferdinando, parato11 a tollerare qualunque incomodo e indegnità per fuggire la guerra imminente, aveva deliberato, come prima12 lo permettesse la benignità della stagione, andare in sulle galee sottili per mare a Genova, c di quivi per terra a Milano, per sodisfare a Lodovico in tutto quello desiderasse, e limonarne a Napoli la nipote; sperando che, oltre agli effetti delle cose, questa publica confessione di riconoscere in tutto da lui la salute avesse a mitigare l’animo suo : perché era noto quanto egli con sfrenata ambizione ardesse di desiderio di parere l’àrbitro e quasi l’oracolo di tutta Italia.
Ma Alfonso, subito morto il padre, mandò quattro oratori al pontefice; il quale, facendo segni di essere alla prima inclinazione dell’amicizia franzese ritornato, aveva ne’ medesimi dì, per una bolla sottoscritta dal collegio de’ cardinali, promesso, a requisizione13 del re di Francia, al vescovo di San Malò la degnità del cardinalato e condotto a’ stipendi comuni col duca di Milano Prospero Colonna, soldato prima del re, e alcuni altri condottieri di gente d’arme: e nondimeno si rendé facile alla concordia, per le condizioni grandi le quali Alfonso, desiderosissimo di assicurarsi di lui e d’obligarlo alla sua difesa, gli propose. Convennono adunque palesemente che tra loro fusse confederazione a difesa degli stati, con determinato numero di gente per ciascuno; concedesse il pontefice a Alfonso l’investitura del regno, con la diminuzione del censo ottenuta per Ferdinando, durante solo la vita sua, dagli altri pontefici, e mandasse uno legato apostolico a incoronarlo; creasse cardinale Lodovico figliuolo di Don Enrico fratello naturale d’Alfonso, il quale fu poi chiamato il cardinale d’Aragona; pagasse il re incontinente al pontefice ducati trentamila; desse al duca di Candia14 stati nel regno d’entrata di dodicimila ducati l’anno e il primo de’ sette uffici principali15 che vacasse; conducesselo per tutta la vita del pontefice a’ soldi suoi16 con trecento uomini d’arme, co’ quali fusse tenuto servire parimente l’uno e l’altro di loro; a don Giuffré, che quasi per pegno della fede paterna andasse a abitare appresso al suocero, concedesse, oltre alle cose promesse nella prima convenzione, il protonotariato, uno medesimamente de’ sette uffici; e entrate di benefici del regno a Cesare Borgia figliuolo del pontefice, promosso poco innanzi dal padre al cardinalato17, avendo, per rimuovere lo impedimento di essere spurio, a’ quali non era solito concedersi tale degnità, fatto con falsi testimoni provare che era figliuolo legittimo di altri. Promesse di più Verginio Orsino, il quale col mandato regio intervenne a questa capitolazione, che ’l re aiuterebbe il pontefice a ricuperare la rocca d’Ostia, in caso che il cardinale di San Piero a Vincola di andare a Roma ricusasse, la quale promessa il re affermava essere stata fatta senza suo consentimento o saputa; e giudicando che in tempo tanto pericoloso fusse molto dannoso l’alienarsi quello cardinale, potente nelle cose di Genova, le quali stimolato da lui disegnava tentare18, e perché forse in agitazione sì grave s’arebbe a trattare di concili o di materie pregiudiciali19 alla sedia apostolica, interpose grandissima diligenza per accordarlo col pontefice: al quale non sodisfacendo in questa cosa condizione alcuna se il Vincola non ritornava a Roma, e essendo il cardinale ostinatissimo a non commettere mai la vita propria alla fede20, tali erano le parole sue, di catelani, restò vana la fatica e il desiderio d’Alfonso. Perché il cardinale, poi che ebbe simulatamente dato speranza quasi certa di accettare le condizioni che si trattavano, si partì all’improvviso una notte21, in su uno brigantino armato, da Ostia, lasciata bene guardata quella rocca; e soprastato22 pochi dì a Savona e poi in Avignone, della quale città era legato, andò finalmente a Lione, dove poco innanzi si era trasferito Carlo, per fare con più comodità e maggiore riputazione le provisioni per la guerra, alla quale già publicava volere andare in persona; e da lui ricevuto con grandissima festa e onore, si congiunse con gli altri che la turbazione d’Italia procuravano.
Né mancava Alfonso, essendogli diventato buon maestro il timore, di continuare con Lodovico Sforza quel che era stato cominciato dal padre, offerendogli le medesime sodisfazioni; il quale egli23, secondo il costume suo, si ingegnava di pascere con varie speranze, ma dimostrando24 essere costretto a procedere con grandissima destrezza e considerazione acciocché la guerra disegnata contro ad altri non avesse principio contro a lui. Ma da altra parte non cessava di sollecitare in Francia le preparazioni; e per farlo con maggiore efficacia e stabilire meglio tutti i particolari di quel che s’avesse a ordinare, e acciocché non si ritardasse poi l’esecuzione delle cose deliberate, vi mandò, dando voce25 fusse chiamato dal re, Galeazzo da San Severino marito di una sua figliuola naturale26, il quale era di grandissima fede27 e favore appresso a lui.
Per i consigli di Lodovico, mandò Carlo al pontefice quattro oratori, con commissione che nel passare per Firenze facessino instanza per la dichiarazione di quella republica28: Eberardo di Ubignì capitano di nazione scozzese29, il generale di Francia30, il presidente del parlamento di Provenza31 e il medesimo Perone di Baccie che l’anno precedente v’avea mandato. I quali, secondo la loro istruzione ordinata32 principalmente a Milano, narrorono nell’uno luogo e nell’altro le ragioni le quali il re di Francia, come successore della casa di Angiò e per essere mancata la linea di Carlo primo, pretendeva al reame di Napoli, e la deliberazione di passare l’anno medesimo personalmente in Italia, non per occupare cosa alcuna appartenente ad altri ma solo per ottenere quello che giustamente se gli aspettava; benché per ultimo fine non avesse tanto il regno di Napoli quanto il potere poi volgere l’armi contro a’ turchi, per accrescimento e esaltazione del nome cristiano. Esposono a Firenze quanto il re si confidava di quella città, stata riedificata da Carlo magno e favorita sempre dai re suoi progenitori, e frescamente da Luigi suo padre, nella guerra la quale, sì ingiustamente, fu fatta loro da Sisto pontefice, da Ferdinando prossimamente33 morto e da Alfonso presente re34. Ridusseno alla memoria i comodi grandissimi i quali, per il commercio delle mercatanzie, nella nazione fiorentina del35 reame di Francia pervenivano, dove era bene veduta e carezzata non altrimenti che se fusse del sangue franzese; col quale esempio, del regno di Napoli, quando fusse signoreggiato da lui, i medesimi benefici e utilità sperare potevano: così come dagli Aragonesi giammai altro che danni e ingiurie ricevute non avevano: ricercando volessino fare qualche segno di essere congiunti seco a questa impresa; e quando pure per qualche giusta causa impediti fussino, concedessino almanco passo e vettovaglia per il dominio loro, a spese dell’esercito franzese. Queste cose trattorono con la republica. A Piero de’ Medici privatamente ricordorono molti benefici e onori fatti da Luigi undecimo al padre e a’ maggiori suoi : avere ne’ tempi difficili fatto molte dimostrazioni per conservazione della grandezza d’essi, onorato, in testimonio di benivolenza, le insegne loro con le insegne proprie della casa di Francia36; e da altro canto Ferdinando, non contento d’avergli apertamente perseguitati con l’armi, essersi sceleratamente mescolato nelle congiure civili, nelle quali era stato ammazzato Giuliano suo zio e ferito gravemente Lorenzo suo padre37. Al pontefice, ricordato gli antichi meriti e la continua divozione della casa di Francia verso la sedia apostolica, delle quali cose erano piene tutte le memorie antiche e moderne, la contumacia e spesse inubbidienze degli Aragonesi, domandorono la investitura del regno di Napoli nella persona di Carlo, come giuridicamente dovutagli; proponendo molte speranze38 e facendo molte offerte quando fusse propizio a questa impresa, la quale non meno per le persuasioni e autorità sua che per altra cagione era stata deliberata. Alla quale domanda rispose il pontefice che, essendo la investitura di quello reame conceduta da tanti suoi antecessori successivamente a tre re della casa di Aragona, perché nella investitura fatta a Ferdinando nominatamente si comprendeva Alfonso, non era conveniente concederla a Carlo, insino a tanto che per via di giustizia non fusse dichiarato che egli avesse migliori ragioni39; alle quali la investitura fatta a Alfonso pregiudicato non avere, perché, per questa considerazione, vi era stato specificato che ella s’intendesse senza pregiudicio di persona. Ricordò il regno di Napoli essere di dominio diretto della sedia apostolica, l’autorità della quale non si persuadeva che il re, contro allo instituto40 de’ suoi maggiori, che sempre ne erano stati precipui difensori, volesse violare, come violerebbe assaltandolo di fatto. Convenire più alla sua degnità e bontà, pretendendovi ragione, cercarla per via della giustizia, la quale, come signore del feudo e solo giudice di questa causa, si offeriva parato ad amministrargli; né dovere uno re cristianissimo ricercare altro da uno pontefice romano, l’ufficio del quale era proibire, non fomentare, le violenze e le guerre tra i prìncipi cristiani. Dimostrò, quando bene volesse fare altrimenti, molte difficoltà e pericoli, per la vicinità di Alfonso e de’ fiorentini, l’unione de’ quali seguitava tutta la Toscana, e per la dependenza dal re di tanti baroni, gli stati de’ quali insino in sulle porte di Roma si distendevano; e si sforzò nondimeno di non tagliare loro interamente la speranza, con tutto che in se medesimo di non partire dalla41 confederazione fatta con Alfonso determinato avesse.
A Firenze era grande la inclinazione inverso la casa di Francia, per il commercio di tanti fiorentini in quello reame, per l’opinione inveterata, benché falsa, che Carlo magno avesse riedificata quella città, distrutta da Totila re de’ goti; per la congiunzione grandissima avuta per lunghissimo tempo da’ maggiori loro, come da guelfi, con Carlo primo re di Napoli42 e con molti de’ suoi discendenti, protettori della parte guelfa in Italia; per la memoria delle guerre che prima Alfonso vecchio e dipoi, l’anno mille quattrocento settantotto, Ferdinando, mandatovi in persona Alfonso suo figliuolo, aveva fatte a quella città43: per le quali cagioni tutto ’l popolo desiderava che ’l passo si concedesse. Ma non meno lo desideravano i cittadini più savi e di maggiore autorità nella republica, i quali essere somma imprudenza riputavano il tirare nel dominio fiorentino, per le differenze44 di altri, una guerra di tanto pericolo, opponendosi a uno esercito potentissimo e alla persona del re di Francia; il quale entrava in Italia co’ favori dello stato di Milano e, se non consentendo, almanco non contradicendo il senato viniziano. Confermavano il consiglio loro con l’autorità di Cosimo de’ Medici, stato stimato nell’età sua uno de’ più savi uomini d’Italia; il quale nella guerra tra Giovanni d’Angiò e Ferdinando, benché a Ferdinando aderissino il pontefice e il duca di Milano, aveva sempre consigliato che quella città non si opponesse a Giovanni. Riducevano in memoria l’esempio di Lorenzo padre di Piero, il quale in ogni romore45 della ritornata degli Angioini aveva sempre avuto il medesimo parere; le parole usate spesso da lui, spaventato dalla potenza de’ franzesi poi che questo re medesimo aveva ottenuto la Brettagna: apparecchiarsi grandissimi mali agli italiani se il re di Francia conoscesse le forze proprie. Ma Piero de’ Medici, misurando più le cose con la volontà che con la prudenza e prestando troppa fede a se stesso, e persuadendosi che questo moto s’avesse a risolvere più tosto in romori che in effetti, confortato al medesimo da qualcuno de’ ministri suoi corrotto, secondo si disse, da’ doni di Alfonso, deliberò pertinacemente di continuare nell’amicizia aragonese : il che bisognava che, per la grandezza sua46, tutti gli altri cittadini finalmente acconsentissino. Ho autori47 da non disprezzare che Piero, non contento della autorità la quale aveva il padre ottenuta nella republica, benché tale che secondo la disposizione sua i magistrati si creavano, da’ quali le cose di maggiore momento non senza il parere suo si deliberavano, aspirasse a più assoluta potestà e a titolo di principe; non misurando saviamente le condizioni della città, la quale, essendo allora potente e molto ricca, e nutrita, già per più secoli, con apparenza di republica, e i cittadini maggiori soliti a partecipare nel governo più presto simili a compagni che a sudditi, non pareva che senza violenza grande avesse a tollerare tanta e sì subita mutazione: e perciò, che Piero, conoscendo che a sostentare questa sua cupidità bisognavano estraordinari fondamenti, era, per farsi uno appoggio potente alla conservazione del nuovo principato, immoderatamente ristrettosi con gli Aragonesi e determinato di correre con loro la medesima fortuna. E accadde per avventura che, pochi dì innanzi che gli oratori franzesi arrivassino in Firenze, erano venute a luce alcune pratiche, le quali Lorenzo e Giovanni de’ Medici, giovani ricchissimi e congiuntissimi a Piero di sangue48, alienatisi, per cause che ebbono origine giovenile, da lui, avevano, per mezzo di Cosimo Rucellai fratello cugino di Piero49, tenute con Lodovico Sforza, e per introduzione sua col re di Francia, le quali tendevano direttamente contro alla grandezza di Piero; per il che, ritenuti da’ magistrati50, furono con leggierissima punizione rilegati nelle loro ville, perché la maturità de’ cittadini, benché non senza molta difficoltà, indusse Piero a consentire che contro al sangue proprio non si usasse il giudicio severo delle leggi: ma avendolo certificato51 questo accidente che Lodovico Sforza era intento a procurare la sua ruina, stimò essere tanto più necessitato a perseverare nella prima deliberazione. Fu adunque risposto agli oratori con ornate e reverenti parole ma senza la conclusione desiderata da loro, dimostrando da una parte la naturale divozione de’ fiorentini alla casa di Francia e il desiderio immenso di sodisfare a così glorioso re, dall’altra gli impedimenti: perché niuna cosa era più indegna de’ prìncipi e delle republiche che non osservare la fede promessa, la quale senza maculare espressamente non potevano consentire alle sue dimande; conciossiacosaché ancora non fusse finita la confederazione la quale, per l’autorità del re Luigi suo padre, era stata fatta con Ferdinando, con patto che dopo la morte sua si distendesse ad Alfonso, e con espressa condizione di essere non solo obligati alla difesa del regno di Napoli ma a proibire il passo per il territorio loro a chi andasse a offenderlo. Ricevere somma molestia di non potere deliberare altrimenti, ma sperare che ’l re, sapientissimo e giustissimo, conosciuta la loro ottima disposizione, attribuirebbe quel che non si prometteva agli impedimenti, tanto giusti. Da questa risposta sdegnato, il re fece partire subito di Francia gl’imbasciadori de’ fiorentini e scacciò da Lione, secondo il consiglio di Lodovico Sforza, non gli altri mercatanti ma i ministri52 solo del banco di Piero de’ Medici, acciocché a Firenze si interpretasse lui riconoscere questa ingiuria dalla particolarità di Piero53 non dalla universalità de’ cittadini.
Così dividendosi tutti gli altri potentati italiani, quali in favore del re di Francia quali in contrario, soli i vinziani deliberavano, standosi neutrali, aspettare oziosamente l’esito di queste cose; o perché non fusse loro molesto che Italia si perturbasse, sperando per le guerre lunghe degli altri potersi ampliare l’imperio veneto, o perché, non temendo per la grandezza loro dovere essere facilmente preda del vincitore, giudicassino imprudente consiglio il fare proprie senza evidente necessità le guerre d’altri : benché e Ferdinando non cessasse continuamente di stimolargli e che il re di Francia, l’anno dinanzi e in questo tempo medesimo, v’avesse mandato imbasciadori, i quali avevano esposto che tra la casa di Francia e quella republica non era stata altro che amicizia e benivolenza e da ogni banda amorevoli e benigni uffici, dove fusse stata l’occasione; la quale disposizione il re desideroso di augumentare, pregava quello sapientissimo senato che all’impresa sua volesse dare consiglio e favore. Alla quale esposizione avevano prudentemente e brevemente risposto : quel re cristianissimo essere re di tanta sapienza e avere appresso a sé tanto grave e maturo consiglio, che troppo presumerebbe di se medesimo chiunque ardisse consigliarlo; soggiugnendo che al senato viniziano sarebbono gratissime tutte le sue prosperità, per l’osservanza avuta sempre a quella corona: e perciò essergli molestissimo di non potere co’ fatti corrispondere alla prontezza dell’animo, perché per il sospetto nel quale gli teneva continuamente il gran turco, che aveva cupidità e opportunità grandissima di offendergli, la necessità gli costrigneva a tenere sempre guardate con grandissima spesa tante isole e tante terre marittime vicine a lui, e ad astenersi sopratutto da implicarsi in guerre con altri.
1. Dal 1° gennaio. Mentre invece nell’uso fiorentino (adottato nelle Storie fiorentine) l’anno cominciava il 25 marzo.
2. industria: ingegno, abilità.
3. nuovamente: recentemente.
4. che forse… re alcuno: di quella a cui forse da molto tempo nessun re l’avesse condotto.
5. per non avere saputo… dominazione: cfr. Ricordi, C 32 (Op. I, p. 737).
6. scoperti… coperti: cfr. Ricordi, C 163 (Op. I, p. 775).
7. notato: tacciato, biasimato.
8. immanità: disumanità.
9. Il che regge la proposizione dichiarativa il cui soggetto è la morte di Ferdinando.
10. s’assicurasse: si fidasse.
11. parato: pronto, disposto.
12. come prima: appena.
13. a requisizione: su richiesta.
14. Pedro Luigi Borgia, figlio di Alessandro, che aveva ottenuto per lui il ducato di Candia da Ferdinando.
15. I sette uffici principali del regno di Napoli erano: conestabile, giustiziere, ammiraglio, camerlengo, protonotario, cancelliere, siniscalco.
16. conducesselo… a’ soldi suoi: lo assumesse… al proprio servizio come capitano.
17. Cesare Borgia, arcivescovo di Valenza e figlio del papa, era stato fatto cardinale dal padre nel settembre 1493.
18. potente nelle cose di Genova, le quali… disegnava tentare: influente nella città di Genova, che… aveva in progetto di attaccare.
19. pregiudiciali: pericolose.
20. non commettere… alla fede: non affidare… alle garanzie.
21. Tra il 23 e il 24 aprile.
22. soprastato: fermatosi.
23. il quale egli: egli (Lodovico) è soggetto; il quale (Alfonso) è oggetto.
24. dimostrando: fingendo di.
25. dando voce: dicendo.
26. Bianca.
27. era di grandissima fede: godeva di grandissima fiducia.
28. per la dichiarazione di quella republica: perché Firenze si dichiarasse alleata di Carlo VIII.
29. Berold (o Bérauld) Stuart, signore di Aubigny.
30. Denis de Bidant, ricevitore generale delle finanze della Languedoil.
31. Jean Mathéron de Salignac, presidente dei conti di Provenza.
32. ordinata: stabilita.
33. prossimamente: recentemente.
34. Luigi XI aveva minacciato di richiamare i prelati francesi e di convocare un concilio se il papa non avesse ritirato l’interdetto con cui aveva colpito Firenze nel giugno 1478.
35. del: dal.
36. Nel 1465 Luigi XI aveva concesso a Piero di Cosimo de’ Medici di inserire nello stemma della famiglia tre gigli di Francia.
37. Nel 1478 (congiura dei Pazzi).
38. proponendo molte speranze: prospettando molti vantaggi per il futuro.
39. migliori ragioni: maggiori diritti.
40. instituto: uso.
41. non partire dalla: non rompere la.
42. Firenze (guelfa) aveva sostenuto Carlo d’Angiò contro gli Hohenstaufen e i ghibellini.
43. Cfr. cap. III, nota 44.
44. differenze: discordie.
45. in ogni romore: ogni volta che si diffondeva la voce.
46. per la grandezza sua: data l’autorità che gli derivava dal suo potere.
47. autori: fonti.
48. Lorenzo e Giovanni, figli di Pierfrancesco il Vecchio de’ Medici, si erano, contro Piero, messi a capo della fazione filofrancese, e perciò erano stati condannati al confino.
49. Cosimo Rucellai, essendo figlio di Nannina de’ Medici sorella di Lorenzo, era cugino in primo grado di Piero.
50. ritenuti da’ magistrati: imprigionati e sottoposti a processo dalle apposite magistrature.
51. certificato: convinto.
52. ministri: amministratori.
53. dalla particolarità di Piero: da Piero personalmente.