CAPITOLO VII

I preparativi del re di Francia per la spedizione contro il reame di Napoli e quelli di Alfonso per la difesa del reame. Aperte manifestazioni d’inimicizia di Alfonso verso Lodovico Sforza. Piani di guerra e progetti di Alfonso. Il papa, con l’aiuto di Alfonso, prende la rocca di Ostia, tenuta dalle genti del card. della Rovere. Lodovico Sforza, affermando al papa e a Piero de’ Medici la sua inclinazione alla pace, li rende indecisi negli aiuti ad Alfonso. Accordi per la comune difesa fra il pontefice e il re di Napoli. Condotta e propositi de’ Colonnesi.

Ma molto più che le orazioni degli imbasciadori e le risposte fatte loro importavano le preparazioni marittime e terrestri le quali già per tutto, si facevano. Perché Carlo aveva mandato Pietro di Orfé1, suo grande scudiere, a Genova, la quale città il duca di Milano, con le spalle2 della fazione Adorna3 e di Giovan Luigi dal Fiesco4, signoreggiava, a mettere in ordine una potente armata di navi grosse e di galee sottili; e faceva oltre a questo armare altri legni ne’ porti di Villafranca e di Marsilia : onde era divulgato nella sua corte disegnarsi da lui di entrare nel reame di Napoli per mare, come già contro a Ferdinando aveva fatto Giovanni figliuolo di Renato. E in Francia benché molti credessino che, per l’incapacità del re e per le piccole condizioni di quegli che ne lo confortavano e per la carestia de’ danari, avessino finalmente5 questi apparati a diventare vani; nondimeno per l’ardore del re, il quale nuovamente, con consiglio de’ suoi più intimi, aveva assunto il titolo di re di Jerusalem e delle due Sicilie (era questo allora il titolo de’ re napoletani), si attendeva ferventemente alle provisioni della guerra, raccogliendo danari, riordinando le genti d’arme e ristrignendo i consigli6 con Galeazzo da San Severino, nel petto del quale tutti i segreti e tutte le deliberazioni di Lodovico Sforza si rinchiudevano. E da altra parte Alfonso, il quale non aveva mai pretermesso7 di prepararsi per terra e per mare, giudicando non essere più tempo a lasciarsi ingannare dalle speranze date da Lodovico e dovere più giovare lo spaventarlo e il molestarlo che l’affaticarsi per assicurarlo e mitigarlo, comandò all’oratore milanese che si partisse da Napoli, richiamò quello che per lui risedeva a Milano, e fece prendere la possessione8 e sequestrare l’entrate del ducato di Bari, stato posseduto da Lodovico molti anni per donazione fattagli da Ferdinando9. Né contento a queste più presto dimostrazioni di aperta inimicizia che offese, voltò tutto l’animo ad alienare dal duca di Milano la città di Genova; cosa nelle agitazioni presenti di grandissima importanza, perché per la mutazione di quella città si acquistava grandissima facilità di perturbare contro a Lodovico il governo di Milano, e il re di Francia si privava della opportunità di molestare per mare il regno di Napoli. Però, convenutosi10 secretamente con Pagolo Fregoso cardinale, che era già stato doge di Genova11, e il quale era seguitato da molti della medesima famiglia, e con Obietto dal Fiesco12, capi tutt’a due di seguito grande in quella città e nelle sue riviere, e con alcuni degli Adorni tutti per diverse cagioni fuorusciti di Genova, deliberò di tentare con armata potente di rimettergli dentro, solito a dire che con le prevenzioni e con le diversioni si vincevano le guerre. Deliberò medesimamente di andare con valido esercito personalmente in Romagna, per passare subito nel territorio di Parma; dove, chiamando il nome di Giovan Galeazzo e alzando le sue bandiere, sperava che i popoli del ducato di Milano contro a Lodovico tumultuassino. E quando bene in queste cose trovasse difficoltà, giudicava essere utilissimo che la guerra si incominciasse in luogo lontano dal suo reame; stimando alla somma del tutto13 importare assai che i franzesi fussino sopragiunti in Lombardia dalla vernata, come quello che14, esperimentato solamente nelle guerre d’Italia, nelle quali, gli eserciti, aspettando la maturità dell’erbe per nutrimento de’ cavalli, non solevano uscire alla campagna prima che alla fine del mese di aprile, presupponeva che, per fuggire l’asprezza di quella stagione, sarebbono necessitati fermarsi nel paese amico insino alla primavera; e sperava che in questa dilazione potesse facilmente nascere qualche occasione alla sua salute. Mandò ancora imbasciadori in Costantinopoli, a dimandare aiuto, come in pericolo comune, a Baiseto ottomano principe de’ turchi15, per quello che della intenzione di Carlo di passare in Grecia, vinto che avesse lui, si divulgava; il quale pericolo sapeva non essere da Baiseto disprezzato, perché, per la memoria delle espedizioni fatte ne’ tempi passati in Asia contro agli infedeli dalla nazione franzese, non era piccolo il timore che i turchi avevano delle armi loro.

Le quali cose mentre che da ogni parte si sollecitano, il papa mandò le genti sue a Ostia, sotto il governo di Niccola Orsino conte di Pitigliano16, porgendogli aiuto Alfonso per terra e per mare; e avendo presa senza difficoltà la terra e cominciato a percuotere con l’artiglierie la rocca, il castellano, per interposizione di Fabrizio Colonna e consentendo Giovanni della Rovere prefetto di Roma fratello del cardinale di San Piero in Vincola, dopo non molti dì la dette, con patto che il pontefice non perseguitasse, né con le censure né con l’armi, il cardinale né il prefetto, se non gli fussino date da loro nuove cagioni; e a Fabrizio, in cui mano il cardinale aveva lasciato Grottaferrata, fu permesso che, pagando al papa diecimila ducati, continuasse di possederla con le medesime ragioni17.

Ma Lodovico Sforza, al quale il cardinale aveva, quando passò da Savona, manifestato quel che occultamente, per consiglio e mezzo suo, trattava Alfonso co’ fuorusciti di Genova, dimostrato a Carlo quanto grande impedimento ne risulterebbe a’ disegni suoi, lo indusse a ordinare di mandare a Genova dumila svizzeri e a fare passare subito in Italia trecento lancie, acciocché sotto il governo di Obignì, il quale, ritornato da Roma, si era per comandamento del re fermato a Milano, fussino pronte e ad assicurare18 la Lombardia e a passare più avanti se la necessità o l’occasione lo ricercassino; congiugnendosi con loro cinquecento uomini d’arme italiani, condotti nel tempo medesimo agli stipendi del re sotto Giovanfrancesco da San Saverino conte di Gaiazzo19, Galeotto Pico conte della Mirandola20 e Ridolfo da Gonzaga21, e cinquecento altri i quali era obligato a dargli il duca di Milano. E nondimeno Lodovico, non pretermettendo le solite arti, non cessava di confermare al pontefice e a Piero de’ Medici la disposizione sua alla quiete e sicurtà d’Italia, dando ora una speranza ora un’altra che presto dimostrazione evidente n’apparirebbe, Non può quasi essere che quello che molto efficacemente si affema non faccia qualche ambiguità, eziandio negli animi determinati a credere il contrario22: però, se bene alle promesse sue non fusse più prestata fede, non era perciò che per quelle in qualche parte non s’allentassino le imprese deliberate. Perché al pontefice e a Piero de’ Medici sarebbe sommamente piaciuto il tentare le cose di Genova, ma perché per questo lo stato di Milano direttamente si offendeva, il papa, richiesto da Alfonso delle galee e di unire seco in Romagna le sue genti, concedeva che le genti si unissino per la difesa comune in Romagna ma non già che passassino più avanti, e delle galee faceva difficoltà, allegando non essere ancora tempo a mettere Lodovico in tanta disperazione; i fiorentini, richiesti di dare ricetto e rinfrescamento all’armata regia nel porto di Livorno, stavano sospesi per il medesimo rispetto e perché, essendosi scusati dalle dimande23 fatte dal re di Francia sotto pretesto della confederazione fatta con Ferdinando, malvolentieri si disponevano, insino che la necessità gli costrignesse, a fare più oltre che per virtù di quella fussino tenuti.

Ma non comportando più le cose maggiore dilazione, finalmente l’armata, sotto don Federigo ammiraglio del mare, partì da Napoli; e Alfonso in persona raccolse l’esercito suo nell’Abruzzi per passare in Romagna. Ma gli parve necessario, innanzi procedesse più oltre, di essere a parlamento24 con pontefice, desideroso del medesimo, per stabilire tutto quello che fusse da fare per la salute comune : però, il terzodecimo dì di luglio,. si convennono insieme25 a Vicovaro terra di Verginio Orsino, dove dimorati tre dì si partirono molto concordi. Deliberossi in questo parlamento, per consiglio del pontefice, che la persona del re non passasse più avanti, ma che dello esercito suo, quale il re affermava essere poco manco di cento squadre d’uomini d’arme, contando venti uomini d’arme per squadra, e più di tremila tra balestrieri e cavalli leggieri, si fermasse seco una parte ne’ confini dell’Abruzzi, verso le Celle26 e Tagliacozzo, per sicurtà dello stato ecclesiastico e del suo; e che Verginio rimanesse in terra di Roma per fare contrapeso a’ Colonnesi, per il sospetto de’ quali stessino fermi in Roma dugento uomini d’arme del papa e una parte de’ cavalli leggieri del re; e che in Romagna andasse, con settanta squadre, col resto della cavalleria leggiera e con la maggiore parte delle genti ecclesiastiche, date solo per difesa, Ferdinando duca di Calavria (era questo il titolo de’ primogeniti de’ re di Napoli), giovane di alta speranza, menando seco, come moderatori della sua gioventù, Giovaniacopo da Triulzi27 governatore delle genti regie e il conte di Pitigliano, il quale dal soldo del papa era passato al soldo del re, capitani di esperienza e di riputazione: e pareva molto a proposito, avendosi a passare in Lombardia, la persona di Ferdinando, perché era congiunto di stretto e doppio parentado a Giovan Galeazzo, marito d’Isabella sua sorella e figliuolo di Galeazzo fratello di Ippolita, la quale era stata madre di Ferdinando28. Ma una delle più importanti cose che tra il pontefice e Alfonso si trattassino fu sopra i Colonnesi, perché per segni manifesti si comprendeva che aspiravano a nuovi consigli29 : imperocché, essendo stati Prospero e Fabrizio agli stipendi del re morto e da lui ottenuto stati e onorate condizioni, non solamente, morto lui, Prospero, dopo molte promesse fatte ad Alfonso di ricondursi seco, si era condotto, per opera del cardinale Ascanio, a comune col pontefice e col duca di Milano, ne’ voluto poi consentire che tutta la sua condotta nel pontefice, che ne lo ricercava, si riducesse30; ma Fabrizio, il quale aveva continuato negli stipendi di Alfonso, vedendo lo sdegno del papa e del re contro a Prospero, faceva difficoltà di andare col duca di Calavria in Romagna se prima con qualche modo conveniente non si stabilivano e assicuravano le cose di Prospero e di tutta la famiglia de’ Colonnesi. Questo era il colore31 delle loro difficoltà, ma in segreto, amendue tirati dall’amicizia che avevano grande con Ascanio32, il quale, partitosi pochi dì innanzi di Roma per sospetto del papa, si era ridotto33 nelle loro terre, e da speranza di maggiori premi, e molto più per dispiacere che ’l primo luogo34 con Alfonso e più ampia partecipazione delle sue prosperità fusse di Verginio Orsino, capo della fazione avversa, si erano condotti agli stipendi del re di Francia: il che per tenere occulto, insino a tanto giudicassino di potere sicuramente dichiararsi soldati suoi, simulando desiderio di convenire col pontefice e con Alfonso, i quali faceano instanza che Prospero, pigliando la medesima condotta da loro, perché altrimenti non potevano essere sicuri di lui, lasciasse i soldi del duca di Milano, trattavano continuamente con loro, ma per non conchiudere movevano ora una ora un’altra difficoltà nelle35 condizioni che erano proposte. Nella quale pratica era tra Alessandro e Alfonso diversità di volontà : perché Alessandro, desideroso di spogliargli delle castella le quali in terra di Roma possedevano, aveva cara l’occasione di assaltargli; e Alfonso, non avendo altro fine che di assicurarsi, non inclinava alla guerra se non per ultimo rimedio, ma non ardiva di opporsi alla sua cupidità. Però deliberorno di costrignergli con l’armi, e si stabilì con che forze e con che ordine36; ma fatta prima esperienza se fra pochi dì si potessino comporre le cose loro37.

1. Pierre d’Urfé, signore d’Urfé.

2. con le spalle: con l’appoggio.

3. della fazione Adorna: del partito degli Adorni.

4. Nel 1488 aveva consegnato Genova al duca di Milano, che lo aveva nominato ammiraglio e capitano generale della riva orientale.

5. finalmente: alla fine.

6. ristrignendo i consigli: consultandosi.

7. pretermesso: tralasciato.

8. prendere la possessione: occupare.

9. Nel 1479 Ludovico era stato investito del ducato di Bari da Ferdinando, il quale lo aveva donato a Francesco Sforza per l’aiuto avuto da lui durante la spedizione di Giovanni d’Angiò.

10. convenutosi: accordatosi.

11. Era stato deposto nel 1488 da Gian Luigi Fieschi (cfr. nota 4).

12. Fratello di Gian Luigi, aveva contribuito alla cacciata di Paolo Fregoso, ma poi aveva abbandonato Genova perché ostile al duca di Milano e agli Adorni.

13. alla somma del tutto: al risultato finale (della guerra).

14. come quello che: è un calco del latino quippe qui.

15. Bāyazī’d II (1481-1512), figlio e successore di Maometto II.

16. Nicola di Aldobrandino Orsini.

17. ragioni: diritti.

18. assicurare: difendere.

19. Figlio primogenito di Roberto Sanseverino e marchese di Valenza.

20. Figlio di Gian Francesco, fatto governatore di Parma da Ludovico Sforza.

21. Figlio minore di Ludovico marchese di Mantova e signore di Luzzara per investitura imperiale dal 1494.

22. Non può quasi essere… il contrario: cfr. Ricordi, C 156 (Op. I, p. 773).

23. essendosi scusati dalle dimande: avendo risposto negativamente alle richieste.

24. essere a parlamento: avere un colloquio.

25. si convennono insieme: s’incontrarono.

26. Forse Lecce nei Marsi.

27. Del ramo dei marchesi di Vigevano e conti di Musocco, figlio di Antonio signore di Codogno.

28. Alfonso aveva sposato Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza.

29. aspiravano a nuovi consigli: avevano intenzione di passare dall’altra parte.

30. nel pontefice… si riducesse: si unificasse… alle dipendenze del pontefice.

31. colore: pretesto.

32. Ascanio Sforza.

33. ridotto: rifugiato.

34. il primo luogo: il posto di maggiore prestigio.

35. nelle: sulle.

36. ordine: piano d’azione.

37. fatta… le cose loro: dopo aver prima tentato di risolvere entro pochi giorni con un accordo la controversia con loro.

CAPITOLO VIII

La spedizione dell’armata di Alfonso d’Aragona contro Genova: tentativi contro la riviera di levante e loro fallimento. La spedizione dell’esercito di Alfonso in Romagna e le prime difficoltà incontrate. Piero de’ Medici fa unire truppe soldate da’ fiorentini all’esercito aragonese. Azione del pontefice e di Alfonso presso il senato veneziano, presso i re di Spagna e presso Baiset. Nuovi intrighi di Lodovico Sforza.

Trattavansi queste e molte altre cose da ogni parte; ma finalmente dette principio alla guerra d’Italia l’andata di don Federigo alla impresa di Genova, con armata senza dubbio maggiore e meglio proveduta che già molti anni innanzi1 avesse corso per il mare Tirreno armata alcuna ; perché ebbe trentacinque galee sottili, diciotto navi e più altri legni minori, molte artiglierie, e tremila fanti da porre in terra. Per i quali apparati, e per avere seco i fuorusciti, si era mossa da Napoli con grande speranza della vittoria; ma la tardità della partita sua, causata dalle difficoltà che hanno comunemente i moti grandi2, e in qualche parte dalle speranze artificose date da Lodovico Sforza, e dipoi l’essere soprastata3, per soldare insino al numero di quattromila fanti, ne’ porti de’ sanesi, aveva fatto difficile quel che tentato un mese prima sarebbe stato molto facile. Perché avendo gli avversari avuto tempo di fare potente provisione4, era già entrato in Genova il baglì di Digiuno5 con dumila svizzeri soldati6 dal re di Francia, e già in ordine molte delle navi e delle galee le quali in quel porto si armavano; arrivatavi similmente una parte de’ legni armati a Marsilia, e Lodovico, non perdonando a7 spesa alcuna, v’avea mandato Guasparri da San Severino detto il Fracassa e Antonio Maria suo fratello8 con molti fanti; e per aiutarsi non meno della benivolenza de’ genovesi medesimi che delle forze forestiere, stabilito9, con doni con provisioni10 con danari con promesse e con vari premi l’animo di Giovan Luigi dal Fiesco fratello di Obietto, degli Adorni e di molti altri gentiluomini e popolari11, importanti a tenere ferma alla sua divozione quella città; e da altra parte chiamato a Milano, da Genova e dalle terre delle riviere12, molti seguaci de’ fuorusciti. A questi provedimenti, potenti per se stessi, aggiunse molto di riputazione e di fermezza13 la persona di Luigi duca di Orliens, il quale, ne’ medesimi dì che l’armata aragonese si scoperse nel mare di Genova, entrò per commissione del re di Francia in quella città, avendo prima parlato in Alessandria sopra le cose comuni con Lodovico Sforza; il quale (come14 sono piene di oscure tenebre le cose de’ mortali) l’aveva ricevuto lietamente e con grande onore, ma come pari, non sapendo quanto presto in potestà di lui avesse a essere costituito lo stato e la vita sua15. Queste cose furono cagione che gli aragonesi, che prima avevano disegnato di presentarsi con l’armata nel porto di Genova, sperando che i seguaci de’ fuorusciti facessino qualche sollevazione, mutato consiglio, deliberorno d’assaltare le riviere ; e dopo qualche varietà di opinione16, in quale riviera o di levante o di ponente fusse da cominciare, seguitato il parere di Obietto, che si prometteva molto degli uomini della riviera di levante, si dirizzorno alla terra di Portovenere; alla quale terra, perché da Genova vi erano stati mandati quattrocento fanti e gli animi degli abitatori confermati da Gianluigi dal Fiesco che era venuto alla Spezie, dettono più ore invano la battaglia 17, in modo che, perduta la speranza di espugnarla, si ritirorno nel porto di Livorno per rinfrescarsi18 di vettovaglie e accrescere il numero de’ fanti; perché intendendo le terre della riviera esser bene provedute, giudicavano necessarie forze maggiori. Dove don Federigo, avuta notizia l’armata franzese, inferiore alla sua di galee ma superiore di navi, prepararsi per uscire del porto di Genova, rimandò a Napoli le navi sue, per potere con la celerità delle galee più espeditamente dagl’inimici discostarsi, quando unite le navi e le galee andassino ad assaltarlo ; restandogli nondimeno la speranza di opprimergli19 se le galee dalle navi, o per caso o per volontà, si separassino.

Camminava in questo tempo medesimo con l’esercito terrestre il duca di Calavria verso Romagna, con intenzione di passare poi, secondo le prime deliberazioni, in Lombardia; ma per avere il transito libero né lasciarsi impedimenti alle spalle, era necessario congiugnersi20 lo stato di Bologna e le città d’Imola e di Furlì; perché Cesena, città suddita immediatamente al pontefice, e la città di Faenza suddita a Astore de’ Manfredi21, piccolo fanciullo, soldato e che si reggeva sotto la protezione de’ fiorentini, erano per dare spontaneamente tutte le comodità all’esercito aragonese. Dominava Furli e Imola, con titolo di vicario della Chiesa, Ottaviano figliuolo di Ieronimo da Riario22, ma sotto la tutela e il governo di Caterina Sforza sua madre23: con la quale avevano trattato, già più mesi, il pontefice e Alfonso di condurre Ottaviano a’ soldi comuni24, con obligazione che comprendesse gli stati suoi25 ; ma restava la cosa imperfetta26, parte per difficoltà interposte da lei per ottenere migliori condizioni, parte perché i fiorentini, persistendo nella prima deliberazione di non eccedere contro al re di Francia le obligazioni27 le quali avevano con Alfonso, non si risolvevano di concorrere28 a questa condotta, alla quale era necessario il consenso loro, perché il pontefice e il re ricusavano di sostenere soli questa spesa, e molto più perché Caterina negava di mettere in pericolo quelle città se insieme con gli altri i fiorentini alla difesa degli stati del figliuolo non si obligavano. Rimosse queste difficoltà il parlamento che ebbe Ferdinando, mentre che per la via della Marecchia29 conduce l’esercito in Romagna, con Piero de’ Medici, al Borgo a San Sepolcro, perché nel primo congresso30 gli offerse, per commissione d’Alfonso suo padre, che usasse e sé e quell’esercito a ogni intento suo, delle cose di31 Firenze di Siena e di Faenza; donde diventata ardente in Piero la prima caldezza32, ritornato a Firenze, volle, benché dissuadendolo i cittadini più savi, che si prestasse il consenso a quella condotta, perché con somma instanza n’era stato pregato da Ferdinando: la quale essendosi fatta a spese comuni del pontefice d’Alfonso e de’ fiorentini, si congiunsono, pochi dì poi, la città di Bologna, conducendo nel medesimo modo33 Giovanni Bentivogli34, sotto la cui autorità e arbitrio si governava; al quale promesse il pontefice, aggiugnendovisi la fede del re e di Piero de’ Medici, di creare cardinale Antonio Galeazzo suo figliuolo, allora protonotario apostolico35. Dettono queste condotte riputazione grande all’esercito di Ferdinando, ma molto maggiore l’arebbono data se con questi successi fusse entrato prima in Romagna; ma la tardità di muoversi del regno e la sollecitudine di Lodovico Sforza aveva fatto che non prima arrivò Ferdinando a Cesena che36 Obignì e il conte di Gaiazzo, governatore delle genti sforzesche, con parte dello esercito destinato a opporsi agli aragonesi essendo passati senza ostacolo per il bolognese, entrorono nel contado d’Imola. Perciò, interrotte a Ferdinando le prime speranze37 di passare in Lombardia, fu necessario fermare la guerra in Romagna: dove, seguitando l’altre città la parte aragonese, Ravenna e Cervia, città suddite a’ viniziani, non aderivano a alcuno; e quel piccolo paese il quale, contiguo al fiume del Po, teneva il duca di Ferrara non mancava di qualunque comodità alle genti franzesi e sforzesche.

Ma né per le difficoltà riscontrate nella impresa di Genova né per lo impedimento sopravenuto in Romagna la temerità di Piero de’ Medici si raffrenava. Il quale essendosi con secreta convenzione, fatta senza saputa della republica col pontefice e con Alfonso, obligato a opporsi scopertamente al re di Francia, non solo aveva consentito che l’armata napoletana avesse ricetto e rinfrescamento38 nel porto di Livorno e comodità di soldare fanti per tutto il dominio fiorentino, ma non potendo più contenersi dentro a termine alcuno, operò che Annibaie Bentivoglio figliuolo di Giovanni, il quale era soldato de’ fiorentini, con la compagnia sua, e la compagnia di Astore de’ Manfredi, si unissino con l’esercito di Ferdinando, subito che entrò nel contado di Furlì; al quale fece inoltre mandare mille fanti e artiglierie. Simile disposizione appariva continuamente nel pontefice : il quale, oltre alle provisioni dell’armi, non contento d’avere con uno breve esortato prima Carlo a non passare in Italia e a procedere per la via della giustizia e non con l’armi, gli comandò poi per un altro breve le cose medesime sotto pena delle censure ecclesiastiche; e per il vescovo di Calagorra nunzio suo in Vinegia39, dove al medesimo effetto erano gli oratori di Alfonso, e benché non con dimande così scoperte quelli de’ fiorentini, stimolò molto il senato viniziano che, per beneficio comune d’Italia, s’opponesse con l’armi al re di Francia, o almeno a Lodovico Sforza vivamente facesse intendere avere molestia di questa innovazione : ma il senato, facendo rispondere per il doge40 non essere ufficio di savio principe tirare la guerra nella casa propria per rimuoverla della casa di altri, non consentì di fare, né con dimostrazioni né con effetti, opera alcuna che potesse dispiacere a niuna delle parti. E perché il re di Spagna, ricercato instantemente dal pontefice e da Alfonso, prometteva di mandare la sua armata con molta gente in Sicilia, per soccorrere quando bisognasse il regno di Napoli, ma si scusava non potere essere sì presta per la difficoltà che aveva di danari; il pontefice, oltre a certa quantità mandatagli da Alfonso, consentì che e’ potesse convertire in quest’uso i danari riscossi con l’autorità della sedia apostolica, sotto nome della crociata41, in Ispagna, che spendere contro ad altri che contro agli inimici della fede cristiana non si potevano. A’ quali opprimere42 tanto alieno era il pensiero loro che Alfonso, oltre a altri uomini mandati prima al gran turco, vi mandò di nuovo Cammillo Pandone; con cui andò, mandato secretamente dal pontefice, Giorgio Bucciardo genovese43, che altre volte papa Innocenzio v’avea mandato : i quali, onorati da Baiseto eccessivamente e espediti44 quasi subito, riportorono promesse grandi di aiuti; le quali, benché confermate poco poi da uno imbasciadore mandato da Baiseto a Napoli, o per la distanza de’ luoghi o per essere difficile la confidenza tra i turchi e i cristiani, effetto alcuno non partorirono.

Nel quale tempo Alfonso e Piero de’ Medici, non essendo prosperi i successi dell’armi né per mare né per terra, si ingegnorono di ingannare Lodovico Sforza con l’astuzie e arti sue; ma non già con migliore evento della industria che delle forze45. È stata opinione di molti che a Lodovico, per la considerazione del pericolo proprio, fusse molesto che ’l re di Francia acquistasse il regno di Napoli, ma che il disegno suo fusse, poiché avesse fatto sé duca di Milano e fatto passare l’esercito franzese in Toscana, interporsi a qualche concordia46, per la quale, riconoscendosi Alfonso tributario della corona di Francia, con assicurare il re dell’osservanza47, e smembrate forse da’48 fiorentini le terre le quali tenevano nella Lunigiana49, il re se ne ritornasse in Francia : e così, restando sbattuti50 i fiorentini e diminuito il re di Napoli di forze e d’autorità, egli, diventato duca di Milano, avesse conseguito tanto che gli bastasse a essere sicuro, senza incorrere ne’ pericoli imminenti dalla vittoria de’ franzesi. Avere sperato che Carlo, sopravenendone massime la vernata, avesse a trovare qualche difficoltà la quale il corso della vittoria gli ritenesse51 ; e attesa52 la impazienza naturale de’ franzesi, l’essere il re male proveduto di danari, e la volontà di molti de’ suoi aliena da questa impresa, si potesse facilmente trovare mezzo di concordia. Quel che di tale cosa sia la verità, certo è che, se bene nel principio Lodovico si fusse per separare Piero de’ Medici dagli Aragonesi grandemente affaticato, cominciò poi occultissimamente a confortarlo a perseverare nella sua sentenza, promettendogli di operare o che ’l re di Francia non passerebbe o che, passando, ritornerebbe presto, e innanzi che avesse tentato cosa alcuna di qua da’ monti : né cessava, per mezzo dello oratore suo risedente in Firenze, fare seco spesso questa instanza, o perché così fusse veramente la sua intenzione o perché, determinato già alla rovina di Piero, desiderasse che e’ procedesse tant’oltre contro al re che non gli restasse luogo di reconciliazione. Deliberato adunque Piero, con saputa d’Alfonso, di fare noto questo andamento al re di Francia, chiamò uno dì a casa sua, sotto colore53 di essere indisposto della persona54, lo imbasciadore milanese, avendo prima ascoso quello del re, che era in Firenze, in luogo donde comodamente i ragionamenti loro udire potesse. Quivi Piero, ripetute con parole distese55 le persuasioni e le promesse di Lodovico, e che per l’autorità sua era stato pertinace a non consentire le dimande di Carlo, si lamentò gravemente che egli con tanta instanza sollecitasse la sua passata, conchiudendo che, poi che i fatti non corrispondevano alle parole, era necessitato a risolversi di non si ristrignere56 in tanto pericolo. Rispondeva il milanese non dovere Piero dubitare della fede di Lodovico, se non per altro perché almeno era similmente a lui pernicioso che Carlo pigliasse Napoli, confortandolo efficacemente a perseverare nella medesima sentenza, perché partendosene sarebbe cagione di ridurre se stesso e Italia tutta in servitù. Del quale ragionamento l’oratore franzese dette subito notizia al suo re, affermando che era tradito da Lodovico : e nondimeno non partorì questa astuzia l’effetto il quale il re Alfonso e Piero avevano sperato;. anzi, rivelato dai franzesi medesimi a Lodovico, rendé più ardente lo sdegno e l’odio conceputo prima contro a Piero, e la sollecitudine di stimolare il re di Francia che non consumasse più il tempo inutilmente.

1. che già molti anni innanzi: di quanto già da molti anni.

2. i moti grandi: i movimenti di grandi cose.

3. l’essere soprastata: l’aver indugiato.

4. potente provisione: efficaci provvedimenti.

5. Antoine de Baissay, bali di Digione.

6. soldati: assoldati.

7. non perdonando a: senza risparmiare.

8. Figli di Roberto Sanseverino.

9. stabilito: confermato.

10. provisioni: stipendi militari.

11. gentiluomini e popolari: esponenti dei patrizi e del partito popolare.

12. delle terre delle riviere: dalle città della costa.

13. di reputazione e di fermezza: prestigio e solidità.

14. come: ha valore causale modale, analogo a quello dell’ut latino.

15. quanto presto… vita sua: quanto presto sarebbero caduti in suo potere il proprio stato e la propria vita. Allude al momento in cui il duca d’Orléans, diventato re di Francia (Luigi XII) e conquistato il ducato di Milano, farà prigioniero Ludovico Sforza (cfr. IV, XIV).

16. varietà d’opinione: discussione.

17. dettono più ore invano la battaglia: l’assalirono per varie ore senza risultati.

18. rinfrescarsi: rifornirsi.

19. opprimergli: sconfiggerli.

20. congiugnersi: rendersi favorevoli.

21. Astorre III, figlio di Galeotto e di Francesca Bentivoglio.

22. Gerolamo Riario aveva avuto l’investitura di Forlì nel 1480 da Sisto IV.

23. Figlia di Galeazzo Maria Sforza e di Lucrezia Landriani.

24. condurre… a’ soldi comuni: assumere… tutti due insieme come capitano.

25. che comprendesse gli stati suoi: che la sua assunzione comportasse anche un rapporto di alleanza tra i territori dominati da lui ed il papa e Alfonso.

26. imperfetta: senza conclusione.

27. di non eccedere… le obligazioni: di non andare, negli atti ostili contro il re di Francia, al di là degli obblighi.

28. non si risolvevano di concorrere: non si decidevano a contribuire.

29. la via della Marecchia: la strada che porta dalla Romagna in Toscana seguendo il corso della Marecchia.

30. congresso: incontro.

31. delle cose di: per quanto concerneva gli stati di.

32. caldezza: impeto (a favore degli Aragonesi).

33. nel medesimo modo: alle stesse condizioni.

34. Figlio di Annibale e secondo signore di Bologna con questo nome.

35. Galeazzo, secondogenito di Giovanni, era stato fatto protonotario apostolico da Sisto IV nel 1483.

36. non prima arrivò… che: era appena arrivato… che.

37. interrotte… le prime speranze: cessate… sul nascere le speranze.

38. ricetto e rinfrescamento: rifugio e rifornimento.

39. Pedro de Aranda, vescovo di Calahorra.

40. per il doge: dal doge.

41. i danari riscossisotto nome della crociata: il contributo pubblico e volontario che i re spagnoli riscuotevano per finanziare le imprese contro i turchi.

42. A’ quali opprimere: Dall’opprimere i quali.

43. Giorgio Bucciardi, scrittore di lettere apostoliche.

44. espediti: ascoltati e rinviati con la risposta.

45. ma non già… delle forze: ma senza ottenere con l’astuzia risultati migliori di quelli che avessero ottenuto con la forza.

46. interporsi a qualche concordia: fare da intermediario per un accordo.

47. con assicurare il re dell’osservanza: dando al re garanzie dell’osservanza dei patti.

48. smembrate… da’: tolte… ai.

49. Le più importanti erano Fivizzano e Verrucola.

50. sbattuti: indeboliti.

51. ritenesse: frenasse, rallentasse.

52. attesa: data.

53. sotto colore: col pretesto.

54. indisposto della persona: malato.

55. con parole distese: particolareggiatamente.

56. non si ristrignere: non ridursi.

CAPITOLO IX

Paurosi prodigi e terrore in Italia per la venuta de’ francesi. Improvvisa incertezza del re di Francia per l’opposizione della corte alla spedizione in Italia. Incitamenti del cardinale di San Pietro in Vincoli. Il passaggio delle Alpi pel Monginevra e l’entrata in Asti di Carlo VIII. Suo ritratto fisico e morale.

E già non solo le preparazioni fatte per terra e per mare ma il consentimento de’ cieli e degli uomini pronunziavano1 a Italia le future calamità. Perché quegli che fanno professione d’avere, o per scienza o per afflatto divino, notizia delle cose future, affermavano con una voce medesima apparecchiarsi2 maggiori e più spesse3 mutazioni, accidenti più strani e più orrendi che già per molti secoli si fussino veduti in parte alcuna del mondo. Né con minore terrore degli uomini risonava per tutto la fama essere apparite, in varie parti d’Italia, cose aliene dall’uso della natura e de’ cieli. In Puglia, di notte, tre soli in mezzo ’l cielo ma nubiloso all’intorno e con orribili folgori e tuoni ; nel territorio di Arezzo, passati visibilmente molti dì per l’aria infiniti uomini armati in su grossissimi cavalli, e con terribile strepito di suoni di trombe e di tamburi; avere in molti luoghi d’Italia sudato manifestamente le immagini e le statue sacre; nati per tutto molti mostri d’uomini e d’altri animali; molte altre cose sopra l’ordine della natura essere accadute in diverse parti : onde di incredibile timore si riempievano i popoli, spaventati già prima per la fama della potenza de’ franzesi, della ferocia4 di quella nazione, con la quale5 (come erano piene l’istorie) aveva già corso e depredato quasi tutta Italia, saccheggiata e desolata6 con ferro e con fuoco la città di Roma7, soggiogato nell’Asia molte provincie8; né essere quasi parte alcuna del mondo che in diversi tempi non fusse stata percossa dall’armi loro. Dava solamente agli uomini ammirazione che in tanti prodigi non si dimostrasse la stella cometa, la quale gli antichi reputavano certissimo messaggiere della mutazione de’ regni e degli stati.

Ma a’ segni celesti, predizioni, pronostichi e prodigi accresceva ogni dì più la fede9 l’appropinquarsi degli effetti; perché Carlo, continuando nel suo proposito, era venuto a Vienna città del Dalfinato, non potendo rimuoverlo dal passare personalmente in Italia né i prieghi di tutto il regno né la carestia di danari, che era tale che e’ non ebbe modo a provedere a’ presenti bisogni se non con lo impegnare, per non molta quantità di danari, certe gioie prestategli dal duca di Savoia10, dalla marchesana di Monferrato11 e da altri signori della corte. Perché la pecunia che aveva raccolta prima, delle entrate di Francia, e quella che gli era stata prestata da Lodovico, n’aveva spesa parte nelle armate di mare, nelle quali si collocava da principio speranza grande della vittoria, parte, innanzi si movesse da Lione, n’aveva donata inconsideratamente a varie persone; né essendo allora i prìncipi pronti a estorquere12 danari da’ popoli, come dipoi, conculcando il rispetto di Dio e degli uomini, ha insegnato l’avarizia e le immoderate cupidità, non gli era facile l’accumularne di nuovo. Tanto piccoli furono gli ordini13 e i fondamenti di muovere una guerra così grave! guidandolo più la temerità e l’impeto che la prudenza e il consiglio. Ma come spesso accade che, quando si viene a dare principio all’esecuzione delle cose nuove, grandi e difficili, benché già deliberate, si rappresentano pure all’intelletto degli uomini le ragioni le quali si possono considerare in contrario14; essendo il re in procinto di partirsi, anzi camminando già verso i monti le genti d’arme, sorse uno grave mormorio per tutta la corte, mettendo in considerazione chi le difficoltà ordinarie di tanta impresa, chi il pericolo della infedeltà degli italiani, e sopra tutti gli altri di Lodovico Sforza, ricordando l’avviso venuto da Firenze delle sue fraudi (e per avventura15 tardavano ad arrivare certi danari che s’aspettavano da lui): in modo che non solo contradicevano audacemente (come interviene quando pare che ’l consiglio si confermi dall’evento delle cose16) quegli che avevano sempre dannata questa impresa; ma alcuni di coloro che ne erano stati principali confortatori, e tra gli altri il vescovo di San Malò, cominciorno non mediocremente a vacillare : e ultimatamente, pervenuto agli orecchi del re questo romore, fece movimento tale in tutta la corte e nella mente sua medesima, e tale inclinazione di non procedere più oltre, che subito comandò che le genti si fermassino; e perciò molti signori i quali già erano in cammino, publicandosi17 essere deliberato che più non si passasse in Italia, se ne ritornorono alla corte. E andava (come si crede) innanzi facilmente questa mutazione, se ’l cardinale di San Piero a Vincola, fatale instrumento, e allora e prima e poi, de’ mali d’Italia, non avesse con l’autorità e veemenza sua riscaldato gli spiriti quasi addiacciati, e ridirizzato18 l’animo del re alla deliberazione di prima; riducendogli non solo in memoria le ragioni le quali a sì gloriosa espedizione eccitato l’aveano, ma proponendogli innanzi agli occhi con gravissimi stimoli la infamia la quale per tutto il mondo dalla leggiera mutazione di così onorato consiglio19 gli perverrebbe. E per che cagione avere adunque, con la restituzione delle terre del contado d’Artois, indebolito da quella parte le frontiere del regno suo? per che cagione, con tanto dispiacere non meno della nobiltà che de’ popoli, avere aperto al re di Spagna, dandogli la contea di Rossiglione, una delle porte di Francia? Solere consentire simili cose gli altri re o per liberarsi da urgentissimi pericoli o per conseguirne grandissime utilità. Ma quale necessità, quale pericolo avere mosso lui? quale premio aspettarne ? quale frutto risultargliene se non l’avere comperato con carissimo prezzo una vergogna molto maggiore ? Che accidenti essere nati, che difficoltà sopravenute, che pericoli scopertisi, dopo l’avere publicato20 la impresa per tutto il mondo ? e non più tosto crescere manifestamente ognora la speranza della vittoria ? essendo già restati vani i fondamenti in su i quali gli inimici aveano posta tutta la speranza della difesa : perché e l’armata aragonese, rifuggita vituperosamente, dopo avere data invano la battaglia a Portovenere, nel porto di Livorno, non potere fare più frutto alcuno contro a Genova, difesa da tanti soldati e da armata più potente di quella; e l’esercito di terra, fermatosi in Romagna per la resistenza di piccolo numero di franzesi, non avere ardire di passare più innanzi. Che farebbono come corresse la fama per tutta Italia che il re con tanto esercito avesse passato i monti ? che tumulti si susciterebbono per tutto? In che sbigottimento si ridurrebbe il pontefice come dal proprio palagio vedesse l’armi de’ Colonnesi in sulle porte di Roma ? in che spavento Piero de’ Medici, avendo inimico il sangue suo medesimo21, la città devotissima del nome franzese e cupidissima di recuperare la libertà oppressa da lui? Non potere cosa alcuna ritenere l’impeto22 del re insino a’ confini del regno di Napoli, dove accostandosi sarebbono i medesimi tumulti c spaventi, né altro per tutto che o fuga o ribellione. Temere forse che avessino a mancargli i danari? i quali, come si sentisse lo strepito dell’armi sue, il tuono orribile di quelle impetuose artiglierie, gli sarebbono portati a gara da tutti gli italiani; e se pure alcuno si mettesse a resistere, le spoglie le prede le ricchezze de’ vinti gli nutrirebbono l’esercito : perché in Italia, assuefatta per molti anni più alle immagini delle guerre che alle guerre vere, non era nervo da23 sostenere il furore franzese. Però quale timore quale confusione quali sogni quali ombre vane essere entrate nel petto suo? Dove essere perduta sì presto la sua magnanimità ? dove quella ferocia con la quale, quattro dì prima, si vantava di vincere tutta Italia unita insieme? Considerasse non essere più in potestà propria i consigli suoi24 ; troppo oltre essere andate le cose, per l’alienazione delle terre25, per gl’imbasciadori uditi mandati e scacciati26, per tante spese fatte, per tanti apparati, per la publicazione fatta per tutto, per essere già condotta la sua persona quasi in sull’Alpe. Strignerlo la necessità, quando bene la impresa fusse pericolosissima, a seguitarla; poi che tra al gloria e l’infamia, tra il vituperio e i trionfi, tra l’essere o il più stimato re o il più dispregiato di tutto il mondo, non gli restava più mezzo alcuno. Che dunque dovere fare a una vittoria, a uno trionfo già preparato e manifesto?

Queste cose, dette in sostanza dal cardinale ma, secondo la sua natura, più con sensi27 efficaci e con gesti impetuosi e accesi che con ornato di parole, commossono tanto l’animo del re che, non uditi più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori e capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone28, al quale commesse29 in luogo suo l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio30 e pochi altri deputati al governo e alla guardia delle provincie più importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole a passare che quella del Monsanese31, e per la quale passò anticamente ma con incredibile difficoltà Annibale cartaginese, entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocento novantaquattro, conducendo seco in Italia i semi di innumerabili calamità, di orribilissimi accidenti, evariazione di quasi tutte le cose: perché dalla passata sua non solo ebbono principio mutazioni di stati, sovversioni di regni, desolazioni di paesi, eccidi di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità insino a quel dì non conosciute; e si disordinorono di maniera gli instrumenti della quiete e concordia italiana che, non si essendo mai poi potuta riordinare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere e eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla32. E per maggiore infelicità, acciocché per il valore del vincitore non si diminuisseno le nostre vergogne, quello per la venuta del quale si causorno tanti mali, se bene dotato sì amplamente de’ beni della fortuna, spogliato di quasi tutte le doti della natura e dell’animo.

Perché certo è che Carlo, insino da puerizia, fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo, di aspetto, se tu gli levi il vigore e la degnità degli occhi, bruttissimo, e l’altre membra proporzionate in modo che e’ pareva quasi più simile a mostro che a uomo : né solo senza alcuna notizia delle buone arti ma appena gli furno cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido di imperare ma abile più a ogn’altra cosa, perché aggirato sempre da’ suoi non riteneva con loro né maestà né autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva povero di prudenza e di giudicio. Già, se alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsicamente33, era più lontana dalla virtù che dal vizio. Inclinazione alla gloria ma più presto con impeto che con consiglio, liberalità ma inconsiderata e senza misura o distinzione, immutabile talvolta nelle deliberazioni ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà meritava più convenientemente nome di freddezza e di remissione di animo34.

1. pronunziavano: preannunciavano.

2. apparecchiarsi: prepararsi.

3. spesse: numerose.

4. ferocia: violenza e valore militare.

5. con la quale: si riferisce a ferocia.

6. desolata: rovinata.

7. Si riferisce agli attacchi dei Galli durante il periodo repubblicano.

8. durante le crociate.

9. fede: credibilità.

10. Carlo II.

11. Maria, reggente per il figlio Guglielmo II.

12. estorquere: estorcere.

13. ordini: provvedimenti.

14. Ma… in contrario: cfr. Ricordi C 156 (Op. I, p. 773).

15. per avventura: per caso.

16. come… delle cose: come avviene quando pare che il parere trovi conferma nei fatti.

17. publicandosi: spargendosi la voce.

18. ridirizzato: riportato.

19. dalla leggiera mutazione di così onorato consiglio: dall’aver cambiato con leggerezza una decisione così onorevole.

20. dopo l’avere publicato: dopo aver annunciato pubblicamente.

21. Cfr. cap. VI.

22. ritenere l’impeto: fermare l’avanzata.

23. nervo da: forza capace di.

24. non essere più in potestà propria i consigli suoi: non poter più tornare sulle proprie decisioni.

25. l’alienazione delle terre: i territori ceduti (alla Spagna e al re dei romani), cfr. cap. V.

26. Cfr. cap. VI.

27. sensi: frasi, espressioni.

28. Pierre de Beaujeu, duca di Bourbon e di Auvergne, pari e conestabile di Francia. Era stato reggente quando Carlo VIII era minorenne.

29. commesse: affidò.

30. Louis Malet de Graville.

31. Moncenisio.

32. perché dalla passata sua… devastarla: per questo giudizio sul significato dell’invasione francese cfr. Stovie fioventine (Op. I, pp. 117-18).

33. risguardata intrinsicamente: osservata in profondità.

34. remissione di animo: debolezza di carattere. Calco del latino remissio animi.

CAPITOLO X

L’armata aragonese di nuovo contro Genova. Sconfitta di Obietto dal Fiesco a Rapallo. Rinuncia di don Federigo d’Aragona ad ogni altra impresa d’importanza contro le riviere.

Ma il dì medesimo che il re arrivò nella città di Asti, cominciando a dimostrarsigli con lietissimo augurio la benignità della fortuna, gli sopravvennono da Genova desideratissime novelle. Perché don Federigo, poiché ritiratosi da Portovenere nel porto di Livorno ebbe rinfrescata l’armata1 e soldato nuovi fanti, ritornato nella medesima riviera, pose in terra Obietto dal Fiesco con tremila fanti; il quale, occupata senza difficoltà la terra di Rapalle, distante da Genova venti miglia, cominciò a infestare il paese circostante; il quale principio non essendo di piccola importanza, perché nelle cose di quella città è, per la infezione delle parti, pericolosissimo ogni quantunque minimo movimento, non parve a quegli di dentro da comportare che per gli inimici si facesse maggiore progresso2. Però, lasciata una parte delle genti alla guardia della città, si mossono col resto, per terra, alla volta di Rapalle i fratelli Sanseverini3 e Giovanni Adorno, fratello di Agostino governatore di Genova4, co’ fanti italiani, e il duca di Orliens con mille svizzeri in sulla armata di mare nella quale erano diciotto galee, sei galeoni e nove navi grosse; i quali, unitisi tutti presso a Rapalle, assaltorono con impeto grande gli inimici che avevano fatto testa al ponte5 che è tra ’l borgo di Rapalle e uno stretto piano il quale si distende insino al mare. Combatteva per gli aragonesi oltre alle forze proprie il vantaggio del sito, per l’asprezza del quale più che per altra munizione6 sono forti i luoghi del paese; e perciò il principio dell’assalto non si dimostrava felice per gli inimici, e già i svizzeri, essendo in luogo inabile a spiegare la loro ordinanza, cominciavano quasi a ritirarsi: ma concorrevano tumultuosamente da ogni banda molti paesani seguaci degli Adorni, i quali tra quegli sassi e monti asprissimi sono attissimi a combattere; e essendo oltre a questo nel tempo medesimo infestati7 gli aragonesi per fianco dall’artiglierie dell’armata franzese, accostatasi al lito quanto poteva, cominciorono a sostenere difficilmente l’impressione8 degli inimici ; e essendo già spuntati9 dal ponte, sopragiunsono avvisi a Obietto, in favore del quale i suoi partigiani non si erano mossi, appropinquarsi Gianluigi dal Fiesco con molti fanti: per il che, dubitando di non essere assaltati dalle spalle, si messono in fuga, e Obietto il primo, secondo l’uso dei fuorusciti, per la via della montagna; restando, parte nel combattere parte nel fuggire, morti di loro più di cento uomini, uccisione senza dubbio non piccola secondo le10 maniere del guerreggiare le quali a quello tempo in Italia si esercitavano. Furono medesimamente fatti molti prigioni, tra i quali Giulio Orsino11, che, soldato del re, avea con quaranta uomini d’arme e alcuni balestrieri a cavallo seguitata l’armata, e Fregosino figliuolo del cardinale Fregoso12 e Orlandino della medesima famiglia13. Assicurò al tutto questa vittoria le cose di Genova : perché don Federigo, il quale, subito che ebbe posti i fanti in terra, si era, per non essere costretto a combattere nel golfo di Rapalle con l’armata inimica, allargato14 in alto mare, disperandosi di potere fare per allora più frutto alcuno, ritirò un’altra volta l’armata nel porto di Livorno: e benché quivi di nuovi fanti si provedesse, e disegni vari avesse di assaltare qualche altro luogo delle riviere, nondimeno, come per i princìpi avversi delle imprese si perde e l’animo e la riputazione15, non tentò più cosa alcuna di momento16, lasciando giusta cagione a Lodovico Sforza di gloriarsi che aveva con la industria e consigli suoi scherniti gli avversari, perché non altro avere salvato le cose di Genova che la tardità della mossa loro, procurata con l’arti sue e con le speranze vane che aveva date.

1. rinfrescata l’armata: rifornita la flotta.

2. che per gli nimici si facesse maggiore progresso: che i nemici avanzassero ancora.

3. Caspare, Anton Maria e Caleazzo Sanseverino.

4. Agostino Adorno, fatto da Lodovico governatore di Genova nel 1488, veniva aiutato dal fratello Giovanni nel settore militare.

5. avevano fatto testa al ponte: si erano riuniti per opporre resistenza sul ponte.

6. munizione: fortificazione.

7. infestati: attaccati.

8. l’impressione: la pressione.

9. spuntati: respinti.

10. secondo le: relativamente alle.

11. Figlio di Lorenzo e duca di Ascoli.

12. Figlio del cardinale Paolo Fregoso. Aveva sposato Chiara, figlia di Francesco Sforza.

13. Figlio di Gian Galeazzo Fregoso, cugino del cardinale Paolo.

14. allavgato: spinto.

15. come… viputazione: cfr. Ricordi, C 127 (Op. I, p. 764).

16. momento: importanza.

CAPITOLO XI

L’esercito di Carlo VIII. Perfezione delle artiglierie francesi. Altre ragioni che rendevano formidabile l’esercito francese. Diversità fra le milizie italiane e l’esercito di Carlo.

Ma a Carlo era andato subito in Asti Lodovico Sforza e Beatrice sua moglie, con grandissima pompa e onoratissima compagnia di molte donne nobili e di forma1 eccellente del ducato di Milano, e insieme Ercole duca di Ferrara: dove trattandosi delle cose comuni, fu deliberato che il più presto che si poteva si movesse l’esercito. E acciocché questo più sollecitamente si facesse, Lodovico, che non mediocremente temeva che sopravenendo i tempi aspri2 non si fermassino per quella vernata nelle terre del ducato di Milano, prestò di nuovo danari al re, il quale n’aveva necessità non mediocre: e nondimeno, scoprendosegli quel male che i nostri chiamano vaiuolo, soggiornò in Asti circa a uno mese, distribuito l’esercito in quella città e nelle terre circostanti. Il numero del quale, per quel che io ritraggo, nella diversità di molti3, per più vero, fu, oltre ai dugento gentiluomini della guardia del re, computati i svizzeri i quali prima col baglì di Digiuno erano andati a Genova, e quella gente che sotto Obignì militava in Romagna, uomini d’arme mille secento, de’ quali ciascuno ha secondo l’uso franzese due arcieri, in modo che sei cavalli sotto ogni lancia (questo nome hanno i loro uomini d’arme) si comprendono4, seimila fanti svizzeri; seimila fanti del regno suo, de’ quali la metà erano della provincia di Guascogna, dotata meglio, secondo il giudicio de’ franzesi, di fanti atti alla guerra che alcuna altra parte di Francia: e per unirsi con questo esercito erano state condotte per mare a Genova quantità grande di artiglierie da battere le muraglie e da usare in campagna, ma di tale sorte che giammai aveva veduto Italia le simiglianti.

Questa peste, trovata5 molti anni innanzi in Germania fu condotta la prima volta in Italia da’ viniziani, nella guerra che circa l’anno della salute mille trecent’ottanta ebbono i genovesi con loro6; nella quale i viniziani, vinti nel mare e afflitti7 per la perdita di Chioggia, ricevevano8 qualunque condizione avesse voluta il vincitore se a tanto preclara9 occasione non fusse mancato moderato consiglio. Il nome delle maggiori10 era bombarde, le quali, sparsa dipoi questa invenzione per tutta Italia, si adoperavano nelle oppugnazioni delle terre11 ; alcune di ferro alcune di bronzo, ma grossissime in modo che per la macchina grande e per la imperizia degli uomini e attitudine mala degli instrumenti12, tardissimamente e con grandissima difficoltà si conducevano, piantavansi alle terre co’ medesimi impedimenti, e piantate, era dall’uno colpo all’altro tanto intervallo che con piccolissimo frutto, a comparazione di quello che seguitò da poi, molto tempo consumavano; donde i difensori de’ luoghi oppugnati avevano spazio di potere oziosamente13 fare di dentro ripari e fortificazioni : e nondimeno, per la violenza del salnitro col quale si fa la polvere, datogli il fuoco, volavano con sì orribile tuono e impeto stupendo14 per l’aria le palle, che questo instrumento faceva, eziandio innanzi che avesse maggiore perfezione, ridicoli tutti gli instrumenti i quali nella oppugnazione delle terre avevano, con tanta fama di Archimede e degli altri inventori, usati gli antichi. Ma i franzesi, fabricando pezzi molto più espediti15 né l’altro che di bronzo, i quali chiamavano cannoni, e usando palle di ferro, dove prima di pietra e senza comparazione più grosse e di peso gravissimo s’usavano, gli conducevano in sulle carrette, tirate non da buoi, come in Italia si costumava, ma da cavalli, con agilità tale d’uomini e di instrumenti deputati a questo servigio che quasi sempre al pari degli eserciti camminavano, e condotte alle muraglie erano piantate con prestezza incredibile; e interponendosi dall’un colpo all’altro piccolissimo intervallo di tempo, sì spesso e con impeto sì veemente percotevano che quello che prima in Italia fare in molti giorni si soleva, da loro in pochissime ore si faceva : usando ancora questo più tosto diabolico che umano instrumento non meno alla campagna che a combattere le terre16, e co’ medesimi cannoni e con altri pezzi minori, ma fabricati e condotti, secondo la loro proporzione17, con la medesima destrezza e celerità.

Facevano tali artiglierie molto formidabile18 a tutta Italia l’eserei to di Carlo; formidabile, oltre a questo, non per il numero ma per il valore de’ soldati. Perché essendo le genti d’arme quasi tutte di sudditi del re, e non di plebe ma di gentiluomini, i quali non meramente ad arbitrio de’ capitani si mettevano o rimovevano, e pagate non da loro ma da i ministri regi aveano le compagnie non solo i numeri interi19 ma la gente fiorita e bene in ordine20 di cavalli e d’armi, non essendo per la povertà impotenti a provedersene, e facendo ciascuno a gara di servire meglio, così per lo istinto dell’onore, il quale nutrisce ne’ petti degli uomini l’essere nati nobilmente, come perché dell’opere valorose potevano sperare premi, e fuora della milizia e nella milizia, ordinata in modo che per più gradi si saliva insino al capitanato. I medesimi stimoli avevano i capitani, quasi tutti baroni e signori o almanco di sangue molto nobile, e quasi tutti sudditi del regno di Francia; i quali, terminata la quantità della sua compagnia21, perché, secondo il costume di quel reame, a niuno si dava condotta più di cento lancie22, non avevano altro intento che meritare laude appresso al suo re, donde non aveano luogo tra loro né la instabilità di mutare padrone, o per ambizione o per avarizia23, né le concorrenze con gli altri capitani per avanzargli con maggiore condotta24. Cose tutte contrarie nella milizia italiana, dove molti degli uomini d’arme, o contadini o plebei, e sudditi a altro principe, e in tutto dipendenti dai capitani co’ quali convenivano dello stipendio25, e in arbitrio de’ quali era mettergli26 e pagargli, non aveano, né per natura né per accidente, stimolo estraordinario al bene servire; e i capitani, rarissime volte sudditi di chi gli conduceva27 e che spesso aveano interessi e fini diversi28, pieni tra loro di emulazione e di odii, né avendo prefisso termine alle condotte29 e interamente padroni delle compagnie, né tenevano il numero de’ soldati che erano loro pagati, né contenti delle condizioni oneste mettevano in ogni occasione ingorde taglie a’ padroni; e instabili al medesimo servigio passavano spesso a nuovi stipendi30, sforzandogli qualche volta l’ambizione o l’avarizia o altri interessi a essere non solo instabili ma infedeli. Né si vedeva minore diversità tra i fanti italiani e quegli che erano con Carlo : perché gl’italiani non combattevano in squadrone fermo e ordinato ma sparsi per la campagna, ritirandosi il più delle volte a i vantaggi degli argini e de’ fossi; ma i svizzeri, nazione bellicosissima, e la quale con lunga milizia e con molte preclarissime vittorie aveva rinnovata la fama antica della ferocia31, si presentavano a combattere con schiere squadre32, ordinate e distinte a certo numero per fila, né uscendo mai della sua ordinanza33 si opponevano agli inimici a modo di un muro, stabili e quasi invitti, dove combattessino in luogo largo da potere distendere il loro squadrone : e con la medesima disciplina e ordinanza, benché non con la medesima virtù, combattevano i fanti franzesi e guasconi.

1. forma: bellezza.

2. i tempi aspri: la stagione fredda.

3. nella diversità di molti: tra le indicazioni diverse di molte fonti.

4. La «lance garnie» comprendeva sei o sette uomini a cavallo: l’uomo d’armi, due o tre arcieri, uno scudiero, un paggio e un valletto.

5. trovata: inventata.

6. La guerra per la supremazia sui mercati orientali (1377-81).

7. afflitti: danneggiati.

8. ricevevano: avrebbero accettato.

9. preclara: splendida.

10. delle maggiori: si riferisce ad artiglierie.

11. nelle oppugnazioni delle terre: negli assedi delle città fortificate.

12. attitudine mala degli instrumenti: cattivo funzionamento delle macchine.

13. oziosamente: tranquillamente.

14. impeto stupendo: velocità sconcertante.

15. espediti: leggeri.

16. non meno alla campagna che a combattere le terre: non meno in battaglia campale che negli assedi.

17. secondo la loro proporzione: in rapporto alla loro grandezza.

18. formidabile: spaventoso.

19. i numeri interi: una quantità di uomini corrispondente a quella prevista e pagata, contrariamente a quanto avveniva di solito.

20. la gente fiorita e bene in ordine: i combattenti valorosi e ben forniti.

21. terminata la quantità della sua compagnia: una volta arruolato il numero di uomini previsto.

22. S’intende «lances garnies», cfr. nota 4.

23. avarizia: avidità.

24. per avanzargli con maggiore condotta: per superarli arruolando più uomini o facendosi pagare di più.

25. convenivano dello stipendio: si accordavano sulla paga.

26. mettergli: arruolarli.

27. conduceva: assumeva al proprio servizio.

28. diversi: contrastanti con quelli di chi li aveva assunti al proprio servizio.

29. prefisso termine alle condotte: un limite prestabilito al numero di uomini che dovevano guidare.

30. a nuovi stipendi: al servizio di un altro.

31. ferocia: ardimento e valore.

32. squadre: squadrate.

33. della sua ordinanza: dal proprio posto.

CAPITOLO XII

I Colonnesi, occupata la rocca di Ostia, si dichiarano apertamente per il re di Francia. Scarsa fortuna dell’esercito aragonese in Romagna.

Ma mentre che ’l re impedito dalla infermità si stava in Asti, nacque nel paese di Roma nuovo tumulto; perché i Colonnesi, i quali, benché Alfonso avesse accettate tutte le dimande immoderate che avevano fatte, si erano, subito che Obignì fu entrato con le genti franzesi in Romagna, deposta la simulazione, dichiarati soldati del re di Francia, occuporno la rocca d’Ostia, per trattato1 tenuto da alcuni fanti spagnuoli che v’erano a guardia. Costrinse questo caso il pontefice a querelarsi della ingiuria franzese con tutti i prìncipi cristiani, e specialmente co’ re di Spagna e col senato viniziano, al quale, benché invano, domandò aiuto, per l’obligo della confederazione contratta l’anno precedente insieme; e voltatosi con animo costante alle provisioni della guerra, citati2 Prospero e Fabrizio, a’ quali fece poi spianare le case che avevano in Roma, e unite le genti sue e parte di quelle d’Alfonso sotto Verginio, in sul fiume del Teverone appresso a Tivoli, le mandò in sulle terre de’ Colonnesi, i quali non avevano altre genti che dugento uomini d’arme e mille fanti. Ma dubitando poi il pontefice che l’armata franzese, la quale era fama dovere andare da Genova al soccorso d’Ostia, non3 avesse ricetto a Nettunno, porto de’ Colonnesi, Alfonso, raccolte a Terracina tutte le genti che il pontefice ed egli avevano in quelle parti, vi pose il campo4, sperando di espugnarlo agevolmente; ma difendendolo i Colonnesi francamente5, e essendo passata senza opposizione nelle terre loro la compagnia di Cammillo Vitelli da Città di Castello6 e de’ fratelli7, soldati di nuovo8 dal re di Francia, il pontefice richiamò a Roma parte delle sue genti che erano in Romagna con Ferdinando.

Le cose del quale non continuavano di procedere con quella prosperità la quale pareva che si fusse dimostrata da principio. Perché arrivato a Villafranca tra Furlì e Faenza, e di quivi prendendo il cammino per la strada maestra verso Imola, l’esercito inimico, che era alloggiato appresso a Villafranca, essendo inferiore di forze, si ritirò tra la selva di Lugo e Colombara presso al fossato del Genivolo, alloggiamento per natura molto forte, luogo d’Ercole da Esti, del9 dominio del quale aveva le vettovaglie; onde tolta a Ferdinando, per la fortezza del sito, la facoltà d’assaltargli senza gravissimo pericolo, partito da Imola, andò ad alloggiare a Toscanella appresso a Castel San Piero nel territorio bolognese; perché desiderando di combattere, cercava, con la dimostrazione10 di andare verso Bologna, mettere gli inimici, per non gli lasciare libero l’andare innanzi, in necessità di condursi in alloggiamenti non tanto forti : ma essi dopo qualche dì, approssimatisi a Imola, si fermorono in sul fiume del Santerno tra Lugo e Santa Agata, avendo alle spalle il fiume del Po, e in alloggiamento molto fortificato. Alloggiò Ferdinando, il dì seguente, vicino a loro a sei miglia, in sul fiume medesimo appresso a Mordano e Bubano, e l’altro dì con l’esercito ordinato in battaglia si presentò vicino a uno miglio; ma poi che per spazio di qualche ora gli ebbe aspettati indarno nella pianura, comodissima per la sua larghezza a combattere, essendo di manifesto pericolo l’assaltargli a quello alloggiamento, andò ad alloggiare a Barbiano villa di Cotignuola, non più verso la montagna, come insino ad allora aveva fatto, ma per fianco agli inimici; avendo sempre il medesimo intento di costrignergli, se avesse potuto, a uscire degli alloggiamenti così forti. Era paruto che insino a questo dì le cose del duca di Calavria fussino procedute con maggiore riputazione, perché e gli inimici avevano apertamente ricusato il combattere, difendendosi più con la fortezza degli alloggiamenti che con la virtù dell’armi, e in qualche riscontro11 fatto tra i cavalli leggieri erano più tosto gli aragonesi rimasti superiori; ma essendo poi continuamente augumentato l’esercito franzese e sforzesco, per il sopravenire delle genti che dal principio erano restate indietro, cominciò a variarsi lo stato della guerra. Perché il duca, raffrenato l’ardore suo dai consigli de’ capitani che gli erano appresso, per non si commettere12 se non con vantaggio alla fortuna, si ritirò a Santa Agata, terra del duca di Ferrara; dove, essendo diminuito di fanti e in mezzo delle terre ferraresi, e partita già quella parte delle genti d’arme della Chiesa la quale aveva rivocata il pontefice, attendeva a fortificarsi; ma soprasedutovi pochi dì, avuta notizia aspettarsi di nuovo nel campo degl’inimici dugento lancie e mille fanti svizzeri, mandati dal re di Francia subito che e’ fu arrivato in Asti, si ritirò nella cerca13 di Faenza, luogo tralle mura di quella città e uno fosso, il quale lontano circa uno miglio della terra e circondandola tutta rende quel sito molto forte; per la ritirata del quale14 gli inimici venneno nell’alloggiamento, abbandonato da lui, di Santa Agata. Dimostrossi certamente animoso l’uno esercito e l’altro quando vedde l’inimico inferiore, ma quando le cose erano quasi pareggiate, ciascuno fuggiva il tentare la fortuna; perché (quel che rarissime volte accade, che uno medesimo consiglio piaccia a due eserciti inimici) pareva a’ franzesi e agli sforzeschi ottenere l’intento per il quale si erano mossi di Lombardia se impedivano che gli aragonesi non passassino più innanzi, e il re Alfonso, riputando acquisto non piccolo che i progressi degli inimici insino alla vernata si ritardassino, aveva commesso15 espressamente al figliuolo e ordinato a Gianiacopo da Triulzi e al conte di Pitigliano che non mettessino senza grande occasione in potestà della fortuna il regno di Napoli, che era perduto se quell’esercito si perdeva.

1. per trattato: con un complotto.

2. citati: chiamati a rendere conto del proprio operato.

3. dubitando… che… non: sospettando… che. Costrutto latineggiante (cfr. dubito quin).

4. vi pose il campo: vi si accampò con l’esercito.

5. francamente: valorosamente.

6. Figlio di Niccolò, fatto da Carlo VIII duca di Gravina.

7. Vitellozzo, Giulio, Paolo e Giovanni.

8. di nuovo: recentemente.

9. del: dal.

10. con la dimostrazione: fingendo.

11. riscontro: scontro.

12. si commettere: affidarsi.

13. cerca: cerchia.

14. del quale: del duca di Calabria.

15.aveva commesso: aveva dato istruzione.

CAPITOLO XIII

Visita di Carlo VIII a Giovan Galeazzo Sforza infermo nel castello di Pavia. Notizia a Carlo giunto a Piacenza della morte di Giovan Galeazzo. Lodovico Sforza assume i titoli e le insegne del ducato di Milano. Sospetti e voci intorno alla morte di Giovan Galeazzo. Il re di Francia dopo nuove incertezze delibera di continuare l’impresa.

Ma non bastavano questi rimedi alla sua salute, perché Carlo non ritenendo l’impeto suo né la stagione del tempo1 né alcun’altra difficoltà, subito che ebbe recuperata la sanità, mosse l’esercito. Giaceva nel castello di Pavia, oppresso di gravissima infermità, Giovan Galeazzo duca di Milano suo fratello cugino (erano il re e egli nati di due sorelle figliuole di Lodovico secondo duca di Savoia2); il quale il re, passando per quella città e alloggiato nel medesimo castello, andò benignissimamente a visitare. Le parole furono generali per la presenza di Lodovico, dimostrando molestia del suo male, e confortandolo a attendere con buona speranza alla recuperazione della salute; ma l’affetto dell’animo3 non fu senza grande compassione così del re come di tutti coloro che erano con lui, tenendo ciascuno per certo la vita dello infelice giovane dovere, per le insidie del zio, essere brevissima. E si accrebbe molto più per la presenza di Isabella sua moglie; la quale, ansia4 non solo della salute del marito e di un piccolo figliuolo che aveva da lui, ma mestissima oltre a questo per il pericolo del padre e degli altri suoi, si gittò molto miserabilmente, nel cospetto di tutti, a’ piedi del re raccomandandogli con infinite lacrime il padre e la casa sua di Aragona : alla quale il re, benché mosso dall’età e dalla forma5 dimostrasse averne compassione, nondimeno, non si potendo per cagione così leggiera fermare un movimento sì grande, rispose che essendo condotta la impresa tanto innanzi era necessitato a continuarla.

Da Pavia andò il re a Piacenza, dove essendosi fermato sopravenne la morte di Giovan Galeazzo, per la quale Lodovico che l’avea seguito ritornò con grandissima celerità a Milano. Dove da’ principali del consiglio ducale, subornati da lui, fu proposto che, per la grandezza di quello stato e per i tempi difficili i quali in Italia si preparavano, sarebbe cosa molto perniciosa che il figliuolo di Giovan Galeazzo di età d’anni cinque succedesse al padre, ma essere necessario avere uno duca che fusse grande di prudenza e d’autorità; e però doversi, dispensando6, per la salute publica e per la necessità, alla disposizione della legge, come permettono le leggi medesime, costrignere Lodovico a consentire che in sé si trasferisse per beneficio universale la degnità del ducato, peso gravissimo in tempi tali : col quale colore7, cedendo l’onestà all’ambizione, benché simulasse fare qualche resistenza, assunse la mattina seguente i titoli e le insegne del ducato di Milano; protestato8 prima segretamente riceverle come appartenenti a sé per l’investitura del re de’ romani.

Fu publicato da molti la morte di Giovan Galeazzo essere proceduta da coito immoderato, nondimeno si credette universalmente per tutta Italia che e’ fusse morto non per infermità naturale né per incontinenza, ma di veleno ; e Teodoro da Pavia, uno de’ medici regi9, il quale era presente quando Carlo lo visitò, affermò averne veduto segni manifestissimi. Né fu alcuno che dubitasse che se era stato veleno non gli fusse stato dato per opera del zio, come quello che10, non contento di essere con assoluta autorità governatore del ducato di Milano e avido, secondo l’appetito comune degli uomini grandi, di farsi più illustre co’ titoli e con gli onori, e molto più per giudicare che alla sicurtà sua e alla successione de’ figliuoli fusse necessaria la morte del principe legittimo, avesse voluto trasferire e stabilire in sé la potestà e il nome ducale; dalla quale cupidità fusse a così scelerata opera stata sforzata la sua natura, mansueta per l’ordinario e aborrente dal sangue. E fu creduto quasi da tutti questa essere stata sua intenzione insino quando cominciò a trattare che i franzesi passassino in Italia, parendogli opportunissima occasione di metterla a effetto in tempo nel quale, per essere il re di Francia con tanto esercito in quello stato, avesse a mancare a ciascuno l’animo di risentirsi di tanta sceleratezza. Credettono altri questo essere stato nuovo pensiero, nato per timore che ’l re come11 sono subiti i consigli12 de’ franzesi, non procedesse precipitosamente a liberare Giovan Galeazzo da tanta soggezione, movendolo o il parentado e la compassione della età o il parergli più sicuro per sé che quello stato fusse nella potestà del cugino che di Lodovico; la fede del quale non mancavano persone grandi appresso a lui che continuamente si sforzassino fargli sospetta. Ma l’avere Lodovico procurata l’anno precedente l’investitura, e fatto poco innanzi alla morte del nipote espedirne sollecitamente i privilegi imperiali, arguisce più presto13 deliberazione premeditata e in tutto volontaria che subita e quasi spinta dal pericolo presente.

Soprastette alcuni dì Carlo in Piacenza non senza inclinazione di ritornarsene di là da’ monti, perché la carestia de’ danari e il non si scoprire per Italia cosa alcuna nuova in suo favore lo rendevano dubbio del successo; e non meno il sospetto conceputo del nuovo duca, del quale era fama, che se bene quando partì da lui gli avesse promesso di ritornare, che più non ritornerebbe. Né è fuora del verisimile che, essendo quasi incognita appresso agli oltramontani la sceleratezza di usare contro agli uomini i veleni, frequente in molte parti d’Italia, Carlo e tutta la corte, oltre al sospettare della fede, avesse in orrore il nome suo; anzi si riputasse gravemente ingiurato che Lodovico, per potere fare senza pericolo una opera così abominevole, avesse la sua venuta in Italia procurata. Deliberossi pure finalmente l’andare innanzi, come continuamente sollecitava Lodovico, promettendo di ritornare al re fra pochi giorni ; perché e il soprasedere del re in Lombardia, né meno il ritornarsene precipitosamente in Francia, era del tutto contrario alla sua intenzione.

1. del tempo: dell’anno.

2. Carlotta, madre di Carlo VIII, e Bona, madre di Giangaleazzo.

3. l’affetto dell’animo: il sentimento. Calco del latino affectio animi.

4. ansia: ansiosa (cfr. il latino anxius).

5. forma: bellezza.

6. dispensando: derogando.

7. colore: pretesto.

8. protestato: avendo dichiarato.

9. Teodoro Guarnieri, al servizio di Carlo VIII.

10. come quello che: cfr. il latino quippe qui.

11. come: ha valore causale.

12. subiti i consigli: improvvise le decisioni.

13. arguisce più presto: denota più.

CAPITOLO XIV

Incitamenti di Lorenzo e di Giovanni de’ Medici a Carlo VIII perché s’accosti a Firenze. Aumenta lo sdegno di Carlo contro Piero de’ Medici. L’esercito francese passa l’Apennino. Gli svizzeri di Carlo prendono Fivizzano compiendo stragi. Le fortezze di Serezana e di Serezanello. Malumore in Firenze contro Piero de’ Medici. Questi consegna fortezze de’ fiorentini a Carlo. L’esercito aragonese si ritira dalla Romagna e la flotta dal porto di Livorno.

Al re, il dì medesimo che si mosse da Piacenza, venneno Lorenzo e Giovanni de’ Medici; i quali, fuggiti occultamente delle loro ville, facevano instanza che ’l re si accostasse a Firenze, promettendo molto della volontà del popolo fiorentino inverso la casa di Francia, e non meno dell’odio contro a Piero de’ Medici. Contro al quale era, per nuove cagioni, augumentato non poco lo sdegno del re: perché avendo mandato da Asti uno imbasciadore a Firenze a proporre molte offerte se gli consentivano il passo e in futuro si astenevano dall’aiutare Alfonso, e in caso perseverassino nella prima deliberazione, molte minaccie; e avendogli, per fare maggiore terrore, commesso che se subito non si determinavano si partisse; gli era stato, cercando scusa del differire, risposto che, per essere i cittadini principali del governo, come in quella stagione è costume de’ fiorenti, alle loro ville, non potevano dargli risposta certa così subito, ma che per uno imbasciadore proprio farebbono presto intendere al re la mente loro.

Non era mai stato nel consiglio reale messo in disputazione che fusse più tosto da dirizzarsi con l’esercito per il cammino il quale, per la Toscana e per il territorio di Roma, conduce diritto a Napoli che per quello che per la Romagna e per la Marca, passato il fiume del Tronto, entra nell’Abruzzi; non perché non confidassino di cacciare le genti aragonesi, le quali con difficoltà resistevano a Obignì, ma perché pareva cosa indegna della grandezza di tanto re e della gloria delle armi sue, essendosi il pontefice e i fiorentini dichiarati contro a lui, dare causa agli uomini di pensare che egli sfuggisse quel cammino perché si diffidasse di sforzargli; e perché si stimava pericoloso il fare la guerra nel reame di Napoli lasciandosi alle spalle inimica la Toscana e lo stato ecclesiastico: e si deliberò di passare l’Appennino più tosto per la montagna di Parma, come Lodovico Sforza, desideroso di insignorirsi di Pisa, aveva insino in Asti consigliato, che per il cammino diritto di Bologna. Però l’antiguardia, della quale era capitano Giliberto monsignore di Mompensieri della famiglia di Borbone, del sangue de’ re di Francia1, seguitandola il re col resto dell’esercito passò a Pontriemoli, terra appartenente al ducato di Milano posta al pié dello Apennino in sul fiume della Magra; il quale fiume divide il paese di Genova, chiamato anticamente Liguria, dalla Toscana. Da Pontriemoli entrò Mompensieri nel paese della Lunigiana, della quale una parte ubbidiva a’ fiorentini, alcune castella erano de’ genovesi, il resto de’ marchesi Malespini; i quali, sotto la protezione chi del duca di Milano chi de’ fiorentini chi de’ genovesi, i loro piccoli stati mantenevano. Unironsi seco in quegli confini i svizzeri che erano stati alla difesa di Genova e l’artiglierie venute per mare a Genova e dipoi alla Spezie; e accostatosi a Fivizano, castello de’ fiorentini, dove gli condusse Gabriello Malaspina marchese di Fosdinuovo loro raccomandato2, lo presono per forza e saccheggiorno, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose3.

Facevano i fiorentini la resistenza principale in Serezana4, piccola città stata da loro molto fortificata; ma non l’avevano proveduta contro a inimico così potente come sarebbe stato necessario, perché non v’avevano messo capitano di guerra d’autorità né molti soldati, e quegli già ripieni di viltà per la fama sola dello approssimarsi l’esercito franzese: e nondimeno non si riputava di facile espugnazione, massimamente la fortezza; e molto più Serezanello5, rocca molto munita, edificata in sul monte sopra Serezana. Né poteva dimorare l’esercito in questi luoghi molti dì, perché quel paese sterile e stretto, rinchiuso tra ’l mare e il monte, non bastava a nutrire tanta moltitudine; né potendo venirvi vettovaglie se non di luoghi lontani, non potevano essere a tempo al bisogno presente. Da che parea che le cose del re potessino facilmente ridursi in non piccole angustie; perché se bene non gli potesse essere vietato che lasciatasi indietro la terra o la fortezza di Serezana e Serezanello, assaltasse Pisa, o per il contado di Lucca, la quale città per mezzo del duca di Milano aveva occultamente deliberato di riceverlo, entrasse in altra parte del dominio fiorentino, nondimeno malvolentieri si riduceva a questa deliberazione, parendogli che se non espugnava la prima terra che se gli era opposta si diminuisse tanto della sua riputazione che tutti gli altri piglierebbono facilmente animo a fare il medesimo. Ma era desinato che, o per beneficio della fortuna o per ordinazione di altra più alta potestà (se però queste scuse meritano le imprudenze e le colpe degli uomini), a tale impedimento sopravenisse rimedio subito6 : imperocché in Piero de’ Medici non fu né maggiore animo né maggiore costanza nelle avversità che fusse stata o moderazione o prudenza nelle prosperità.

Era continuamente moltiplicato il dispiacere che la città di Firenze aveva da principio ricevuto dall’opposizione che si faceva al re, non tanto per essere stati di nuovo sbandeggiati7 i mercatanti fiorentini di tutto il reame di Francia quando per il timore della potenza de’ franzesi, cresciuto eccessivamente come si intese l’esercito avere cominciato a passare l’Apennino, e dipoi la crudeltà usata nella occupazione di Fivizano. E però da ciascuno era palesemente detestata8 la temerità di Piero de’ Medici, che senza necessità e credendo più a sé medesimo e al consiglio di ministri temerari e arroganti ne’ tempi, della pace, inutili ne’ tempi pericolosi, che a’ cittadini amici paterni, da’ quali era stato saviamente consigliato, avesse con tanta inconsiderazione provocato l’armi d’un re di Francia, potentissimo e aiutato dal duca di Milano; essendo massime egli imperito delle cose della guerra, e Pisa, città d’animo inimico, non fortificata e poco proveduta di soldati e di munizioni e così tutto il resto del dominio fiorentino mal preparato a difendersi da tanto impeto, né si dimostrando9 degli aragonesi, per i quali s’erano esposti a tanto pericolo, altro che ’l duca di Calavria, impegnato con le sue genti in Romagna per la opposizione solo di una piccola parte10 dell’esercito franzese; e perciò la patria loro, abbandonata da ognuno, restare in odio smisurato e in preda manifesta di chi aveva con tanta instanza cercato di non avere necessità di nuocere loro. Questa disposizione, già quasi di tutta la città, era accesa da molti cittadini nobili a’ quali sommamente dispiaceva il governo presente, e che una famiglia sola s’avesse arrogato la potestà di tutta la republica; e questi, augumentando il timore di coloro che da se stessi temevano e dando ardire a coloro che cose nuove desideravano, avevano in modo sollevato gli animi del popolo che già cominciava molto a temersi che la città facesse tumultuazione; incitando ancora più gli uomini la superbia e il procedere immoderato di Piero, discostatosi in molte cose dai costumi civili e dalla mansuetudine de’ suoi maggiori : donde quasi insino da puerizia era stato sempre odioso all’univeristà de’ cittadini, e in modo che è certissimo che il padre Lorenzo, contemplando11 la sua natura, si era spesso lamentato con gli amici più intimi che l’imprudenza e arroganza del figliuolo partorirebbe la ruina della sua casa. Spaventato adunque Piero dal pericolo il quale prima aveva temerariamente disprezzato, mancandogli i sussidi promessi dal pontefice e da Alfonso, occupati per la perdita d’Ostia, per l’oppugnazione di Nettunno e per il timore dell’armata franzese, si risolvé precipitosamente d’andare a cercare dagl’inimici quella salute la quale più non sperava dagli amici; seguitando, come pareva a lui, l’esempio del padre, il quale, essendo l’anno mille quattrocento settantanove, per la guerra fatta a’ fiorentini da Sisto pontefice e da Ferdinando re di Napoli, ridotto in gravissimo pericolo, andato a Napoli a Ferdinando, ne riportò a Firenze la pace publica e la sicurtà privata12. Ma è senza dubbio molto pericoloso il governarsi con gli esempli se non concorrono, non solo in generale ma in tutti i particolari, le medesime ragioni, se le cose non sono regolate con la medesima prudenza, e se, oltre a tutti gli altri fondamenti, non v’ha la parte sua la medesima fortuna13. Con questa determinazione partito da Firenze, ebbe, innanzi che arrivasse al re, avviso che i cavalli di Pagolo Orsino e trecento fanti mandati da’ fiorentini per entrare in Serezana erano stati rotti14 da alcuni cavalli de’ franzesi corsi di qua dalla Magra, e restati la maggiore parte o morti o prigioni. Aspettò a Pietrasanta il salvocondotto regio, dove andorno per condurlo sicuro il vescovo di San Malò e alcun’altri signori della corte; dai quali accompagnato entrò in Serezana il dì medesimo che il re col resto dell’esercito si unì con l’antiguardia, la quale accampata a Serezanello batteva quella rocca, ma non con tale progresso che avessino speranza di espugnarla. Introdotto innanzi al re, e da lui raccolto benignamente più con la fronte che con l’animo, mitigò non poco della sua indegnazione col consentire a tutte le sue dimande, che furono alte e immoderate : che le fortezze di Pietrasanta e di Serezana e Serezanello, terre che da quella parte erano come chiave del dominio fiorentino, e le fortezze di Pisa e del porto di Livorno, membri importantissimi del loro stato, si deponessino in mano del re; il quale per uno scritto di mano propria s’obligasse a restituirle come prima15 avesse acquistato il regno di Napoli: procurasse Piero che i fiorentini gli prestassino dugentomila ducati, e gli ricevesse il re in confederazione e sotto la sua protezione : delle quali cose, promesse con semplici parole, si differisse a espedirne le scritture16 in Firenze, per la quale città il re intendeva di passare. Ma non si differì già la consegnazione delle fortezze, perché Piero gli fece subito consegnare quelle di Serezana di pietrasanta e di Serezanello, e pochi dì poi fu per ordine suo fatto il medesimo di quelle di Pisa e di Livorno; maravigliandosi grandemente tutti i franzesi che Piero così facilmente avesse consentito a cose di tanta importanza, perché il re senza dubbio arebbe convenuto con molto minori condizioni. Né pare in questo luogo da pretermettere17 quel che argutamente rispose a Piero de’ Medici Lodovico Sforza, che arrivò il dì seguente all’esercito : perché scusandosi Piero che, essendo andatogli incontro per onorarlo, l’avere Lodovico fallito la strada era stato cagione che la sua andata fusse stata vana, rispose molto prontamente:—Vero è che uno di noi ha fallito la strada, ma sarete forse voi stato quello. — Quasi rimproverandogli che per non avere prestata fede a’ consigli suoi fusse caduto in tante difficoltà e pericoli. Benché i successi18 seguenti dimostrorno avere fallito il cammino diritto ciascuno di loro, ma con maggiore infamia e infelicità di colui il quale, collocato in maggiore grandezza, faceva professione di essere con la prudenza sua la guida di tutti gli altri19.

La deliberazione di Piero non solo assicurò il re delle cose della Toscana ma gli rimosse del tutto gli ostacoli della Romagna, dove già declinavano molto gli aragonesi. Perché (come è difficile a chi appena difende se stesso dagli imminenti pericoli provedere nel tempo medesimo a’ pericoli degli altri), mentre che Ferdinando sta sicuro nel forte alloggiamento della cerca di Faenza, gli inimici ritornati nel contado d’Imola, poiché con parte dell’esercito ebbono assaltato il castello di Bubano, ma invano, perché per il piccolo circuito bastava poca gente a difenderlo, e per la bassezza del luogo il paese era inondato dall’acque, preseno per forza il castello di Mordano, con tutto che assai forte e proveduto copiosamente di soldati per difenderlo; ma fu tale l’impeto dell’artiglierie, tale la ferocia20 dell’assalto de’ franzesi che, benché nel passare i fossi pieni di acqua non pochi d’essi v’annegassino, quegli di dentro non potettono resistere : contro a’ quali talmente in ogni età, in ogni sesso, incrudelirono che empierono tutta la Romagna di grandissimo terrore. Per il quale caso Caterina Sforza disperata d’avere soccorso s’accordò, per fuggire il pericolo presente, co’ franzesi, promettendo all’esercito loro ogni comodità degli stati sottoposti al figliuolo. Donde Ferdinando, insospettito della volontà de’ faventini e parendogli pericoloso stare in mezzo d’Imola e di Furlì, tanto più essendogli già nota l’andata di Piero de’ Medici a Serezana, si ritirò alle mura di Cesena, dimostrando tanto timore che per non passare appresso a Furlì condusse l’esercito per i poggi, via più lunga e difficile, accanto a Castrocaro castello de’ fiorentini; e pochi dì poi, come ebbe inteso l’accordo fatto da Piero de’ Medici, per il quale partirono da lui le genti de’ fiorentini, si dirizzò al cammino di Roma. E nel tempo medesimo don Federigo, partito del porto di Livorno, si ritirò con l’armata verso il regno di Napoli; dove cominciavano a essere necessarie ad Alfonso per la difesa propria quelle armi le quali aveva mandate con tanta speranza ad assaltare gli stati d’altri, procedendo non meno infelicemente in quelle parti le cose sue. Perché, non gli succedendo la oppugnazione21 tentata di Nettunno, avea ridotto22 l’esercito a Terracina, e l’armata franzese, della quale erano capitani il principe di Salerno e monsignore di Serenon23, si era scoperta sopra Ostia : benché, publicando di non volere offendere lo stato della Chiesa, non poneva gente in terra né faceva segno alcuno di inimicizia col pontefice, con tutto che ’l re avesse pochi dì innanzi recusato di udire Francesco Piccoluomini cardinale di Siena24 mandatogli legato da lui.

1. Gilbert de Bourbon, conte di Montpensier, cugino di Carlo VIII.

2. raccomandato: la raccomandazione era un rapporto di semisudditanza, per cui, in cambio della dedizione spontanea, il raccomandato godeva di particolari privilegi e protezioni.

3. cosa nuova… sanguinose: cfr. Storie fiorentine (Op. I, pp. 117-18).

4. Sarzana.

5. Sarzanello.

6. subito: improvviso.

7. di nuovo sbandeggiati: recentemente banditi.

8. detestata: biasimata.

9. si dimostrando: facendosi avanti.

10. per la opposizione solo di una piccola parte: credo sia da intendere: per opporsi solo ad una piccola parte.

11. contemplando: considerando.

12. Nel 1479.

13. Ma è senza dubbio… la medesima fortuna: cfr. Ricovdi, C 110 (Op. I, p. 759) e C 117 (Op. I, p. 762).

14. rotti: messi in fuga.

15. come prima: non appena.

16. a espedirne le scritture: a redigere l’accordo scritto.

17. pretermettere: tralasciare. in tante difficoltà e pericoli. Benché i successi18 seguenti dimostrorno avere fallito il cammino diritto ciascuno di loro, ma con maggiore infamia e infelicità di colui il quale, collocato in maggiore grandezza, faceva professione di essere con la prudenza sua la guida di tutti gli altri19.

18. successi: avvenimenti.

19. Allusione alla fine di Lodovico, per cui cfr. IV, XIV.

20. ferocia: violenza.

21. non gli succedendo l’oppugnazione : non riuscendogli l’assalto.

22. ridotto: ritirato.

23. Louis de Villeneuve, signore di Serenon.

24. Il futuro Pio III.

CAPITOLO XV

Più vivo sdegno de’ fiorentini contro Piero de’ Medici per i patti conclusi col re di Francia. Lodovico Sforza ottiene l’investitura di Genova. Si impedisce a Piero de’ Medici di entrare nel palazzo della signoria. Tumulto del popolo e fuga di Piero da Firenze. La precedente potenza della casa de’ Medici in Firenze. I pisani si rivendicano in libertà col consenso di Carlo VIII. Contrari consigli del cardinale di San Piero in Vincoli ai pisani.

Ma pervenuta a Firenze la notizia delle convenzioni fatte da Piero de’ Medici, con tanta diminuzione del dominio loro e con sì grave e ignominiosa ferita della republica, si concitò in tutta la città ardentissima indegnazione; commovendogli oltre a tanta perdita l’avere Piero, con esempio nuovo né mai usato da’ suoi maggiori, alienato, senza consiglio de’ cittadini, senza decreto de’ magistrati, una parte tanto notabile del dominio fiorentino : perciò e le querele erano acerbissime contro a lui e per tutto si udivano voci di cittadini che stimolavano l’un l’altro a recuperare la libertà; non avendo ardire quegli che con la volontà aderivano a Piero di opporsi, né con le parole né con le forze, a tanta inclinazione. Ma non avendo facoltà di difendere Pisa e Livorno, se bene non si confidassino di rimuovere il re dalla volontà d’avere quelle fortezze, nondimeno, per separare i consigli1 della republica da’ consigli di Piero e perché almeno non fusse riconosciuto dal privato2 quel che al publico apparteneva, gli mandorno subito molti imbasciadori, di quegli che erano malcontenti della grandezza de’ Medici : e perciò Piero, conoscendo questo essere principio di mutazione dello stato, per provedere alle cose sue innanzi nascesse maggiore disordine, si partì dal re, sotto colore di andare a dare perfezione a3 quello gli aveva promesso. Nel quale tempo e Carlo partì da Serezana per andare a Pisa, e Lodovico Sforza, ottenuto, con pagare certa quantità di danari, che la investitura di Genova, conceduta dal re pochi anni innanzi a Giovan Galeazzo per lui e per i discendenti, si traferisse in sé e ne’ discendenti suoi, se ne ritornò a Milano; ma con l’animo turbato contro a Carlo, per avere negato di lasciare a guardia sua4, secondo diceva essergli stato promesso Pietrasanta e Serezana: le quali terre, per farsi scala alla ardentissima cupidità che aveva di Pisa, domandava, come tolte ingiustamente, pochissimi anzi innanzi, da’ fiorentini a’ genovesi5.

Ritornato Piero de’ Medici a Firenze trovò la maggiore parte de’ magistrati alienata da lui e sospesi gli animi degli amici di più momento6, perché contro al consiglio loro aveva tutte le cose imprudentemente governate; e il popolo in tanta sollevazione che volendo egli il dì seguente, che fu il dì nono di novembre, entrare nel palagio nel quale risedeva la signoria, magistrato sommo della republica, gli fu proibito da alcuni magistrati che armati guardavano la porta, de’ quali fu il principale Jacopo de’ Nerli, giovane nobile e ricco. Il che divulgato per la città, il popolo subito tumultuosamente pigliò l’armi concitato con maggiore impeto perché Paolo Orsini co’ suoi uomini d’arme, chiamato da Piero, s’approssimava : donde egli, che già alle sue case ritornato era, perduto d’animo e di consiglio7 e inteso che la signoria l’aveva dichiarato rebelle, si fuggì con grandissima celerità di Firenze, seguitandolo Giovanni cardinale della Chiesa romana8 e Giuliano9 suoi fratelli, a’ quali similmente furono imposte le pene ordinate10 contro a i rebelli; e se ne andò a Bologna. Ove Giovanni Bentivogli, desiderando in altrui quel vigore di animo il quale non rappresentò11 poi nelle sue avversità, mordacemente nel primo congresso lo riprese che, in pregiudicio non solo proprio ma non meno per rispetto dell’esempio di tutti quegli che opprimevano la libertà dello loro patrie, avesse così vilmente e senza la morte di uno uomo solo abbandonata tanta grandezza. In questo modo, per la temerità di uno giovane, cadde per allora la famiglia de’ Medici di quella potenza la quale, sotto nome e con dimostrazioni quasi civili12, aveva, sessanta anni continui, ottenuta in Firenze: cominciata in Cosimo suo bisavolo, cittadino di singolare prudenza e di ricchezze inestimabili e però celebratissimo per tutte le parti della Europa, e molto più perché con ammirabile magnificenza e con animo veramente regio, avendo più rispetto alla eternità del nome suo che alla comodità de’ discendenti, spese più di quattrocentomila ducati in fabriche di chiese di monasteri e d’altri superbissimi edifici, non solo nella patria ma in molte parti del mondo; del quale Lorenzo nipote, grande di ingegno e di eccellente consiglio, né di generosità dell’animo minore dell’avolo, e nel governo della republica di più assoluta autorità, benché inferiore assai di ricchezze e di vita molto più breve, fu in grande estimazione per tutta Italia e appresso a molti prìncipi forestieri, la quale dopo la morte si convertì in memoria molto chiara, parendo che insieme con la sua vita la concordia e la felicità d’Italia fussino mancate.

Ma il dì medesimo nel quale si mutò lo stato di Firenze, essendo Carlo nella città di Pisa, i pisani ricorsono a lui popolarmente a domandare la libertà, querelandosi gravemente delle ingiurie le quali dicevano ricevere da’ fiorentini; e affermandogli alcuni de’ suoi, che erano presenti, essere domanda giusta perché i fiorentini gli dominavano acerbamente, il re, non considerando quello che importasse questa richiesta e che era contraria alle cose trattate in Serezana, rispose subito essere contento: alla quale risposta il popolo pisano, pigliate l’armi e gittate per terra de’ luoghi publici le insegne de’ fiorentini, si vendicò cupidissimamente in libertà13. E nondimeno il re, contrario a se medesimo14 né sapendo che cose si concedesse15, volle che vi restassino gli ufficiali de’ fiorentini a esercitare la solita giurisdizione; e da altra parte lasciò la cittadella vecchia in mano de’ pisani, ritenendo per sé la nuova che era di importanza molto maggiore. Potette apparire in questi accidenti di Pisa e di Firenze quel che è confermato per proverbio comune, che gli uomini, quando si approssimano i loro infortuni, perdono principalmente la prudenza, con la quale arebbono potuto impedire le cose destinate: perché e i fiorentini sospettosissimi in ogni tempo della fede de’ pisani, aspettando una guerra di tanto pericolo, non chiamorono a Firenze i cittadini principali di Pisa come per assicurarsene solevano fare, di numero grande16, in ogni leggiero accidente; né Piero de’ Medici, appropinquandosi tante difficoltà, armò di fanti forestieri la piazza e il palagio publico, come in sospetti molto minori si era fatto molte altre volte: le quali provisioni arebbono fatto impedimento grande a queste mutazioni. Ma in quanto alle cose di Pisa, è manifesto che a’ pisani, inimicissimi per natura del nome fiorentino, dette animo principalmente a questo moto l’autorità di Lodovico Sforza, il quale aveva tenuto prima pratiche occulte a questo effetto con alcuni cittadini pisani sbanditi per delitti privati; e il dì medesimo Galeazzo da San Severino, il quale da lui era stato lasciato appresso al re, concitò il popolo a questa tumultuazione, mediante la quale Lodovico si persuadeva17 il dominio di Pisa avergli presto a pervenire, non sapendo tale cosa dovere, dopo non molto tempo, essere cagione di tutte le sue miserie. Ma è medesimamente manifesto che, comunicando la notte dinanzi alcuni pisani quel che avevano nell’animo di fare al cardinale di San Piero in Vincola, egli, il quale insino a quel dì non era forse mai stato autore di quieti consigli, gli confortò con gravi parole che considerassino non solamente la superficie e i principi delle cose ma più intrinsecamente quel che potessino in processo di tempo partorire. Essere desiderabile e preziosa cosa la libertà, e tale che meriti di sottomettersi a ogni pericolo quando, almeno in qualche parte, s’ha speranza verisimile di sostentarla. Ma Pisa, città spogliata di popolo e di ricchezze, non avere facoltà di difendersi dalla potenza de’ fiorentini; e essere fallace consiglio il promettersi che l’autorità del re di Francia avesse a conservargli; perché quando bene non potessino più in lui18 i danari de’ fiorentini, come verisimilmente potrebbono, atteso massime le cose trattate a Serezana, non avere sempre i franzesi a stare in Italia, perché per gli esempi de’ tempi passati si poteva facilmente giudicare il futuro; e essere grande imprudenza l’obbligarsi a un pericolo perpetuo sotto fondamenti non perpetui, e per speranze incertissime pigliare con inimici tanto più potenti la guerra certa, nella quale non si potevano promettere gli aiuti d’altri perché dependevano dall’altrui volontà e, quel che era più, da accidenti molto vari; e quando bene gli ottenessino, non per questo fuggirebbono ma sarebbono più gravi le calamità della guerra, vessandogli nel tempo medesimo i soldati degli inimici e aggravandogli i soldati degli amici, tanto più acerbe a tollerare quanto conoscerebbono non combattere per la libertà propria ma per l’imperio alieno, permutando servitù a servitù; perché niuno principe vorrebbe implicarsi, se non per dominargli, ne’ travagli e nelle spese d’una guerra, la quale, per le ricchezze e per la vicinità de’ fiorentini, che mentre che avessino spirito19 non cesserebbono mai di molestargli, sostenere se non con grandissime difficoltà non si potrebbe.

1. i consigli: le deliberazioni.

2. non fusse riconosciuto dal privato: non fosse reputato come ceduto da un privato cittadino.

3. sotto colore di andare a dare perfezione: col pretesto di andare ad eseguire.

4. lasciare a guardia sua: lasciare sotto la sua custodia.

5. Sarzana e Sarzanello erano state vendute da Ludovico Fregoso a Piero de’ Medici nel 1468; poi sotto Lorenzo de’ medici erano state definitivamente conquistate con le armi contro i Genovesi nel 1488.

6. di più momento: di maggiore prestigio.

7. d’animo e di consiglio: di coraggio e di senno.

8. Il futuro Leone X.

9. Il futuro duca di Némours.

10. ordinate: stabilite dalle leggi.

11. desiderando… non rappresentò: rimproverando ad altri la mancanza di quel coraggio che egli non dimostrò.

12. dimostrazioni quasi civili: apparenze quasi private.

13. si vendicò… in libertà: riconquistò… la libertà. Calco del latino se in libertatem vindicare.

14. contrario a se medesimo: in contrasto con le sue stesse decisioni.

15. né sapendo che cose si concedesse: e senza rendersi conto di ciò che stava facendo.

16. di numero grande: in numero grande.

17. si persuadeva: era convinto.

18. non potessino più in lui: non avessero più il potere di influire su di lui.

19. spirito: vita.

CAPITOLO XVI

Carlo VIII in marcia vero Firenze si ferma a Signa con intenzioni ostili. Precauzioni de’ fiorentini e nascosti preparativi di difesa. Entrata di Carlo in Firenze. Eccessive esigenze di Carlo ed eccitazione degli animi de’ fiorentini. Piero de’ Medici, invitato da Carlo, si consiglia co’ veneziani che lo confortano a non muoversi da Venezia. Sdegnose parole di Pier Capponi a Carlo e patti conclusi fra questo e i fiorentini.

Fermossi dipoi Carlo a Signa, luogo propinquo a Firenze a sette miglia, per aspettare, innanzi che entrasse in quella città, che alquanto fusse cessato il tumulto del popolo fiorentino, il quale non aveva deposte l’armi prese il dì che era stato cacciato Piero de’ Medici; e per dare tempo a Obignì, il quale, per entrare con maggiore spavento in Firenze, aveva mandato a chiamare, con ordine che lasciasse l’artigliene a Castrocaro e licenziasse dagli stipendi suoi i cinquecento uomini d’arme italiani che erano seco in Romagna e insieme le genti d’arme del duca di Milano, in modo che de’ soldati sforzeschi non lo seguitò altri che ’l conte di Gaiazzo con trecento cavalli leggieri: e per molti indizi si comprendeva essere il pensiero del re di indurre i fiorentini col terrore delle armi a cedergli il dominio assoluto della città; né egli sapeva dissimularlo con gli imbasciadori medesimi i quali più volte andorno a Signa per risolvere seco il modo dello entrare in Firenze, e per dare perfezione alla concordia1 che si trattava. Non è dubbio che ’l re, per l’opposizione che gli era stata fatta, aveva contro al nome fiorentino grandissimo sdegno e odio conceputo; e ancora che e’ fusse manifesto non essere proceduta dalla volontà della republica, e che la città se ne fusse seco diligentissimamente giustificata nondimeno non ne restava con l’animo purgato2; indotto, come si crede, da molti de’ suoi, i quali giudicavano non dovere pretermettersi l’opportunità di insignorirsene, o mossi da avarizia3 non volevano perdere l’occasione di saccheggiare sì ricca città: e era vociferazione per tutto l’esercito che per l’esempio degli altri4 si dovesse abbruciare, poiché primi in Italia di opporsi alla potenza di Francia presunto avevano. Né mancava tra i principali del suo consiglio chi alla restituzione di5 Piero de’ Medici lo confortasse, e specialmente Filippo monsignore di Brescia, fratello del duca di Savoia6, indotto da amicizie private e da promesse; in modo che, o prevalendo la persuasione di questi, benché il vescovo di San Malò consigliasse il contrario, o sperando con questo terrore fare inclinare più i fiorentini alla sua volontà, o per avere occasione di prendere più facilmente in sul fatto quello partito che più gli piacesse, scrisse una lettera a Piero e gli fece scrivere da Filippo monsignore, confortandolo ad accostarsi a Firenze, perché per l’amicizia stata tra i padri loro e per il buono animo dimostratogli da lui nella consegnazione delle fortezze, era deliberato di reintegrarlo nella pristina autorità. Le quali lettere non lo trovorono, come il re aveva creduto, in Bologna, perché Piero, mosso dalla asprezza delle parole di Giovanni Bentivogli e dubitando non7 essere perseguitato dal duca di Milano e forse dal re di Francia, era per sua infelicità8 andato a Vinegia; dove gli furno mandate dal cardinale suo fratello, il quale era stato a Bologna.

In Firenze si dubitava molto della mente9 del re, ma non vedendo con quali forze o con quale speranza gli potessino resistere, avevano eletto per manco pericoloso il riceverlo nella città, sperando pure d’avere in qualche modo a placarlo; e nondimeno, per essere proveduti a ogni caso, avevano ordinato che molti cittadini si empiessino le case occultamente d’uomini del dominio fiorentino, e che i condottieri i quali militavano agli stipendi della republica entrassino, dissimulando la cagione, con molti de’ loro soldati in Firenze, e che ciascuno nella città e ne’ luoghi circostanti stesse attento per pigliare l’armi al suono della campana maggiore del publico palagio. Entrò dipoi il re con l’esercito, con grandissima pompa e apparato, fatto con sommo studio e magnificienza così dalla sua corte come dalla città; e entrò, in segno di vittoria, armato egli e il suo cavallo, con la lancia in sulla coscia : dove si ristrinse subito la pratica10 dell’accordo, ma con molte difficoltà. Perché, oltre al favore immoderato prestato da alcuni de’ suoi a Piero de’ Medici e le dimande intollerabili che si faceano di danari, Carlo scopertamente il dominio di Firenze dimandava, allegando che, per esservi entrato in quel modo armato, l’aveva, secondo gli ordini militari del regno di Francia, legittimamente guadagnato; dalla quale domanda benché finalmente si partisse, voleva nondimeno lasciare in Firenze certi imbasciadori di roba lunga, (così chiamano in Francia i dottori e le persone togate), con tale autorità che, secondo gli instituti franzesi, arebbe potuto pretendere essersegli attribuita in perpetuo non piccola giurisdizione; e pel contrario i fiorentini erano ostinatissimi a conservare intera, non ostante qualunque pericolo, la propria libertà : donde, trattando insieme con opinioni tanto diverse, si accendevano continuamente gli animi di ciascuna delle parti. E nondimeno niuno era pronto a terminare le differenze11 con l’armi, perché il popolo di Firenze, dato per lunga consuetudine alle mercatanzie e non agli esercizi militari, temeva grandemente, avendo intra le proprie mura uno potentissimo re con tanto esercito, pieno di nazioni incognite e feroci; e a’ franzesi faceva molto timore l’essere il popolo grandissimo e l’avere dimostrato, in quegli dì che fu mutato il governo, segni maggiori d’audacia che prima non sarebbe stato creduto, e la fama publica che, al suono della campana grossa, quantità d’uomini innumerabile di tutto il paese circostante concorresse. Nella quale comune paura levandosi spesso romori vani, ciascuna delle parti per sua sicurtà tumultuosamente pigliava l’armi, ma niuna assaltava l’altra o provocava.

Riuscì vano al re il fondamento di12 Piero de’ Medici, perché Piero, sospeso tra la speranza datagli e il timore di non essere dato in preda agli avversari, domandò sopra le lettere del re consiglio al senato viniziano. Niuna cosa è certamente più necessaria nelle deliberazioni ardue, niuna da altra parte più pericolosa, che ’l domandare consiglio; né è dubbio che manco è necessario agli uomini prudenti il consiglio che agli imprudenti; e nondimeno, che molto più utilità riportano i savi del consigliarsi. Perché chi è quello di prudenza tanto perfetta che consideri sempre e conosca ogni cosa da se stesso? e nelle ragioni contrarie discerna sempre la migliore parte? Ma che certezza ha chi domanda il consiglio d’essere fedelmente consigliato? Perché chi da’ il consiglio, se non è molto fedele o affezionato a chi ’l domanda, non solo mosso da notabile interesse ma per ogni suo piccolo comodo, per ogni leggiera sodisfazione, dirizza spesso il consiglio a quel fine che più gli torna a proposito o di che più si compiace; e essendo questi fini il più delle volte incogniti a chi cerca d’essere consigliato, non s’accorge, se non è prudente, della infedeltà del consiglio13. Così intervenne14 a Piero de’ Medici, perché i viniziani, giudicando che l’andata sua faciliterebbe a Carlo il ridurre le cose di Firenze a’ suoi disegni, il che per lo interesse proprio sarebbe stato loro molestissimo, e però consigliando più tosto se medesimi che Piero, effìcacissimamente lo confortorno a non si mettere in potestà del re, il quale da lui si teneva ingiuriato; e per dargli maggiore cagione di seguitare il consiglio loro gli offersono d’abbracciare le cose sue15 e di prestargli, quando il tempo lo comportasse, ogni favore a rimetterlo nella patria: né contenti di questo, per assicurarsi che allora di Vinegia non si partisse, gli posono, se è stato vero quel che poi si divulgò, segretissime guardie.

Ma in questo mezzo erano in Firenze da ogni parte esacerbati gli animi e quasi trascorsi a manifesta contenzione16, non volendo il re dall’ultime sue domande declinare17, né i fiorentini a somma di danari intollerabile obligarsi, né giurisdizione o preminenza alcuna nel loro stato consentirgli. Le quali difficoltà, quasi inesplicabili18 se non con l’armi, sviluppò19 la virtù di Piero Capponi, uno di quattro cittadini diputati a trattare col re, uomo di ingegno e d’animo grande, e in Firenze molto stimato per queste qualità, e per essere nato di famiglia onorata e disceso di persone che avevano potuto assai20 nella republica. Perché essendo un dì egli e i compagni suoi alla presenza del re, e leggendosi da uno secretario regio i capitoli immoderati i quali per ultimo per la parte sua21 si proponevano, egli con gesti impetuosi, tolta di mano del secretario quella scrittura la stracciò innanzi agli occhi del re, soggiugnendo con voce concitata : — Poiché si domandano cose sì disoneste, voi sonerete le vostre trombe e noi soneremo le nostre campane. — Volendo espressamente inferire che le differenze si deciderebbono con l’armi; e col medesimo impeto, andandogli dietro i compagni, si partì subito della camera. Certo è che le parole di questo cittadino, noto prima a Carlo e a tutta la corte perché pochi mesi innanzi era stato in Francia imbasciadore de’ fiorentini, messono in tutti tale spavento, non credendo massime che tanta audacia fusse in lui senza cagione, che richiamatolo, e lasciate le dimande alle quali si ricusava di consentire, si convennono insieme il re e i fiorentini in questa sentenza22: che rimesse tutte le, ingiurie precedenti, la città di Firenze fusse amica, confederata e in protezione perpetua della corona di Francia : che in mano del re, per sicurtà sua, rimanessino la città di Pisa, la terra di Livorno con tutte le loro fortezze : le quali fusse obligato a restituire senza alcuna spesa a’ fiorentini subito che avesse finito l’impresa del regno di Napoli, intendendosi finita ogni volta che23 avesse conquistata la città di Napoli o composto le cose con pace o con tregua di due anni o che per qualunque causa la persona sua d’Italia si partisse, e che i castellani giurassino di presente di restituirle ne’ casi sopradetti, e in questo mezzo il dominio, la giurisdizione, il governo, l’entrate delle terre fussino de’ fiorentini, secondo il solito; e che le cose medesime si facessino di Pietrasanta, di Serezana e di Serezanello, ma che, per pretendere i genovesi d’aver ragione in queste24, fusse lecito al re procurare di terminare le differenze loro o per concordia o per giustizia, ma che non l’avendo terminate nel soprascritto tempo, le restituisse a’ fiorentini: che ’l re potesse lasciare in Firenze due imbasciadori, senza intervento de’ quali, durante la detta impresa, non si trattasse cosa alcuna appartenente a25 quella : né potessino nel tempo medesimo eleggere senza sua partecipazione capitano generale delle genti loro: restituissinsi subito tutte l’altre terre tolte o ribellatesi da’ fiorentini, a’ quali fusse lecito recuperarle con l’armi in caso recusassino di ricevergli: donassino al re per sussidio della sua impresa ducati cinquantamila fra quindici dì, quarantamila per tutto marzo e trentamila per tutto giugno prossimi: fusse perdonato a’ pisani il delitto della ribellione e gli altri delitti commessi poi: liberassinsi Piero de’ Medici e i fratelli dal bando e dalla confiscazione, ma non potesse accostarsi Piero per cento miglia26 a i confini del dominio fiorentino, il che si faceva per privarlo della facoltà di stare a Roma, né i fratelli per cento miglia alla città di Firenze. Questi furono gli articoli più importanti della capitolazione tra il re e i fiorentini; la quale, oltre all’essere stipulata legittimamente, fu con grandissima cerimonia publicata nella chiesa maggiore intra gli offici divini; dove il re personalmente, a richiesta del quale fu fatto questo, e i magistrati della città, promessono l’osservanza con giuramento solenne, prestato in sull’altare principale, presente la corte e tutto il popolo fiorentino. E due dì poi partì Carlo di Firenze, dove era dimorato dieci dì, e andò a Siena; la quale città, confederata col re di Napoli e co’ fiorentini, aveva seguitato la loro autorità, insino a tanto che l’andata di Piero de’ Medici a Serezana gli costrinse a pensare da se stessi alla propria salute.

1. dare perfezione alla concordia: concludere l’accordo.

2. non ne restava con l’animo purgato: non aveva deposto il proprio rancore.

3. avarizia: avidità.

4. per l’esempio degli altri: per dare un esempio agli altri.

5. alla restituzione di: a rimettere al potere.

6. Filippo di Savoia, conte di Bresse e fratello di Amedeo IX.

7. dubitando non: temendo di.

8. infelicità: sfortuna.

9. della mente: delle intenzioni.

10. si ristrinse… la pratica: si aprirono … le trattative.

11. terminare le differenze: risolvere le controversie.

12. il fondamento di: l’aver fatto assegnamento su.

13. Ma che certezza… della infedeltà del consiglio: cfr. Ricordi, C 157 (Op. I p. 774) e C 201 (Op. I, p. 787).

14. intervenne: accadde.

15. abbracciare le cose sue: proteggerlo.

16. trascorsi a manifesta contenzione: trascesi a scontro aperto.

17. declinare: recedere.

18. inesplicabili: inestricabili.

19. sviluppò: districò.

20. avevano potuto assai: avevano avuto grande autorità.

21. per la parte sua: da parte sua.

22. si convennono… in questa sentenza: si accordarono… in questi termini.

23. ogni volta che: quando.

24. ragione in queste: diritti su di queste.

25. appartenente a: riguardante.

26. per cento miglia: a meno di cento miglia.

CAPITOLO XVII

Carlo VIII da Siena, di governo libero ma turbata dalle fazioni, s’incammina verso Roma. Timori del senato veneziano e del duca di Milano per i buoni successi di Carlo. Titubanze del pontefice mentre l’esercito francese s’avvicina a Roma. Sottili accordi fra gli Orsini e il re di Francia. Entrata di Carlo in Roma. Patti e riconciliazione fra il pontefice e Carlo.

La città di Siena, città popolosa e di territorio molto fertile, e la quale otteneva in Toscana, già lungo tempo, il primo luogo di potenza dopo i fiorentini, si governava per se medesima, ma in modo che conosceva più presto il nome della libertà che gli effetti, perché distratta1 in molte fazioni o membri2 di cittadini, chiamati appresso a loro ordini, ubbidiva a quella parte la quale secondo gli accidenti de’ tempi e i favori de’ potentati forestieri era più potente che l’altre; e allora vi prevaleva l’ordine del Monte de’ nove3. In Siena dimorato pochissimi dì, e lasciatavi gente a guardia, perché per essere quella città inclinata insino a’ tempi antichi allo divozione dello imperio gli era sospetta, si indirizzò al cammino di Roma; insolente più l’un dì che l’altro per i successi molto maggiori che non erano giammai state le speranze, e, essendo i tempi benigni e sereni assai più che non comportava la stagione, deliberato di continuare senza intermissione4 questa prosperità, terribile non solo agli inimici manifesti ma a quegli o che erano stati congiunti seco o i quali non l’avevano provocato in cosa alcuna. Perché, e il senato viniziano e il duca di Milano, impauriti di tanto successo, dubitando, massime per le fortezze ritenute de’ fiorentini e per la guardia lasciata in Siena, chc i pensieri suoi non terminassino nello acquisto di Napoli, incominciorno per ovviare al pericolo comune a trattare di fare insieme nuova confederazione ; e gli arebbono data più tosto perfezione5 se le cose di Roma avessino fatto quella resistenza che fu sperato da molti.

Perché la intenzione del duca di Calavria, col quale s’erano unite presso a Roma le genti del pontefice e Verginio Orsino col resto dell’esercito aragonese, fu di fermarsi a Viterbo, per impedire a Carlo il passare più innanzi; invitandolo6 oltre a molte cagioni l’opportunità del luogo, circondato dalle terre della Chiesa e propinquo agli stati degli Orsini. Ma tumultuando già tutto ’l paese di Roma, per le scorrerie che i Colonnesi facevano di là dal fiume del Tevere e per gl’impedimenti che per mezzo d’Ostia si davano alle vettovaglie, le quali solevano condursi a Roma per mare, non ebbe ardire di fermarvisi : dubitando oltre a questo della mente7 del pontefice, perché, insino quando intese la variazione di Piero de’ Medici, aveva cominciato a udire le domande franzesi, per le quali andò allora a Roma a parlargli il cardinale Ascanio, essendo andato prima per sicurtà sua il cardinale di Valenza8 a Marino, terra de’ Colonnesi ; e benché Ascanio si partisse senza certa risoluzione, perché nel petto d’Alessandro la diffidenza della mente di Carlo e il timore delle sue forze insieme combattevano, nondimeno come Carlo fu partito di Firenze si ritornò di nuovo a’ ragionamenti dell’accordo, per i quali il pontefice mandò a lui i vescovi di Concordia9 e di Terni10 e maestro Graziano11 suo confessore, trattando di comporre insieme le cose sue e quelle del re Alfonso12. Ma era diversa la intenzione di Carlo risoluto di non concordare se non col ponteficesolo: però mandò a lui monsignore della Tramoglia13 e … di Gannai presidente del parlamento di…14, e vi andorno per la medesima cagione il cardinale Ascanio e Prospero Colonna; i quali non prima arrivati che15 Alessandro, quale si fusse la causa, mutato proposito, messe subito il duca di Calavria con tutto l’esercito in Roma, e fatti ritenere Ascanio e Prospero gli fece custodire nella Mole d’Adriano detta già il Castello di Crescenzio, oggi Castello Sant’Angelo, dimandando loro la restituzione d’Ostia : nel quale tumulto furono dalle genti aragonesi fatti prigioni gli oratori franzesi, ma questi il pontefice fece subito liberare, né molti dì poi fece il medesimo d’Ascanio e di Prospero costrignendogli nondimeno a partirsi da Roma subitamente. Mandò dipoi al re, il quale si era fermato a Nepi, Federigo da San Severino cardinale16, cominciando a trattare solamente delle cose proprie; e nondimeno con l’animo molto ambiguo17, perché ora di fermarsi alla difesa di Roma deliberava, e però permetteva che Ferdinando e i capitani attendessino ne’ luoghi più deboli a fortificarla; ora parendogli cosa difficile il sostenerla, per essere le vettovaglie marittime da quegli che erano in Ostia interrotte e per il numero infinito di forestieri pieni di varie volontà e per la diversità delle fazioni tra i romani, inclinava a partirsi di Roma, e però aveva voluto che nel collegio ciascuno de’ cardinali gli promettesse per scrittura di mano propria di seguitarlo; ora spaventato dalle difficoltà e da’ pericoli imminenti a qualunque di queste deliberazioni, voltava l’animo all’accordo. Nelle quali ambiguità mentre che sta sospeso i franzesi correvano di qua dal Tevere tutto il paese, occupando ora una terra ora un’altra, perché non si trovava più luogo niuno che resistesse, niuno più che non cedesse all’impeto loro; seguitando l’esempio degli altri insino a18 quegli che avevano cagioni grandissime di opporsi, insino a Verginio Orsino, astretto19 con tanti vincoli di fede d’obligazione e d’onore alla casa d’Aragona, capitano generale dell’esercito regio, gran conestabile20 del regno di Napoli, congiunto a Alfonso con parentado molto stretto, perché a Gian Giordano suo figliuolo era maritata una figliuola naturale di Ferdinando re morto21, e che da loro aveva ricevuto stati nel reame e tanti favori. Dimenticatosi di tutte queste cose, né meno dimenticatosi che dagli interessi suoi le calamità aragonesi avevano avuto la prima origine, consentì, con ammirazione22 de’ franzesi non assueti a queste sottili distinzioni de’ soldati d’Italia, che restando agli stipendi del re di Napoli la sua persona, i figliuoli convenissino col re di Francia: obligandosi dargli, nello stato teneva23 nel dominio della Chiesa, ricetto passo e vettovaglie, e dipositare Campagnano e certe altre terre in mano del cardinale Gurgense24, che promettesse restituirle subito che25 l’esercito fusse uscito dal territorio romano : e nel medesimo modo convennono congiuntamente26 il conte di Pitigliano e gli altri della famiglia Orsina. Il quale accordo come fu fatto, Carlo andò da Nepi a Bracciano, terra principale di Verginio, e a Ostia mandò Luigi monsignore di Lignì27 e Ivo monsignore di Allegri28 con cinquecento lancie e con dumila svizzeri, acciocché passando il Tevere e uniti coi Colonnesi che correvano per tutto, si sforzassino d’entrare in Roma; i quali29 per mezzo de’ romani della fazione loro speravano a ogni modo di conseguirlo, con tutto che per i tempi diventati sinistri le difficoltà fussino accresciute.

Già Civitavecchia, Corneto e finalmente quasi tutto il territorio di Roma era ridotto alla divozione franzese; già tutta la corte, già tutto il popolo romano, in grandissima sollevazione e terrore, chiamavano ardentemente la concordia : però il pontefice, ridotto in pericolosissimo frangente e vedendo mancare continuamente i fondamenti del difendersi, non si riteneva30 per altro che per la memoria di essere stato de’ primi a incitare il re alle cose di Napoli, e dipoi, senza essergliene stata data cagione alcuna, avere con l’autorità co’ consigli e con l’armi fattagli pertinace resistenza; onde, meritamente dubitava dovere essere del medesimo valore la fede che e’ ricevesse dal re che quella che il re aveva ricevuta da lui. Accresceva il terrore il vedergli appresso con autorità non piccola il cardinale di San Piero in Vincola e molti altri cardinali inimici suoi; per le persuasioni de’ quali, per il nome cristianissimo de’ re di Francia, per la fama inveterata della religione di quella nazione, e per l’espettazione, che è sempre maggiore, di quegli che sono noti per nome solo, temeva che ’l re non voltasse l’animo a riformare, come già cominciava a divulgarsi, le cose della Chiesa : pensiero a lui sopra modo terribile, che si ricordava con quanta infamia fusse asceso al pontificato, e averlo continuamente amministrato con costumi e con arti non disformi da principio tanto brutto. Alleggerissi questo sospetto per la diligenza e efficaci promesse del re, il quale desiderando sopra ogni cosa accelerare l’andata sua al regno di Napoli, e però non pretermettendo31 opera alcuna per rimuoversi l’impedimento del pontefice, gli mandò di nuovo imbasciadori il siniscalco di Belcari, il marisciallo di Gies32 e il medesimo presidente di Gannai: i quali, sforzandosi di persuadergli non essere l’intenzione del re di mescolarsi in quello che apparteneva all’autorità pontificale né domandargli se non quanto fusse necessario alla sicurtà del passare innanzi, feciono instanza che e’ consentisse al re l’entrare in Roma; affermando questo essere sommamente desiderato da lui, non perché e’ non fusse in sua potestà l’entrarvi con l’armi ma per non essere necessitato di mancare a lui di quella riverenza la quale avevano a’ pontefici romani portata sempre i suoi maggiori; e che, subito che il re fusse entrato in Roma le differenze state tra loro si convertirebbono in sincerissima benivolenza e congiunzione. Dure condizioni parevano al pontefice spogliarsi innanzi a ogni cosa degli aiuti degli amici, e rimettendosi totalmente in potestà dello inimico riceverlo prima in Roma che stabilire seco le cose sue33; ma finalmente, giudicando che di tutti i pericoli questo fusse il minore, consentite queste dimande34, fece partire di Roma il duca di Calavria col suo esercito, ma ottenuto prima per lui salvocondotto da Carlo perché sicuramente potesse passare per tutto lo stato ecclesiastico. Ma Ferdinando, avendolo magnanimamente rifiutato, uscì di Roma per la porta di San Sebastiano, l’ultimo dì dell’anno mille quattrocento novantaquattro, nell’ora propria che per la porta di Santa Maria del popolo vi entrava con l’esercito franzese il re, armato, con la lancia in sulla coscia, come era entrato in Firenze; e nel tempo medesimo il pontefice, pieno di incredibile timore e ansietà, si era ritirato in Castel Sant’Angelo, non accompagnato da altri cardinali che da Batista Orsino e da Ulivieri Caraffa napoletano.

Ma il Vincola, Ascanio, i cardinali Colonnese35 e Savello36 e molt’altri non cessavano di fare instanza col re, che rimosso di quella sedia uno pontefice pieno di tanti vizi e abominevole a tutto ’l mondo se ne eleggesse un altro, dimostrandogli non essere meno glorioso al nome suo liberare dalla tirannide d’uno papa scelerato la Chiesa d’Iddio che fusse stato a Pipino e a Carlo magno suoi antecessori liberare i pontefici di santa vita dalle persecuzioni di coloro che ingustamente gli opprimevano. Ricordavangli questa deliberazione essere non manco necessaria per la sicurtà sua che desiderabile per la gloria: perché, come potrebbe mai confidarsi nelle promesse di Alessandro, uomo per natura pieno di fraude, insaziabile nelle cupidità, sfacciatissimo in .tutte le sue azioni e, come aveva dimostrato l’esperienza, di ardentissimo odio contro al nome franzese? né che ora si riconciliava spontaneamente ma sforzato dalla necessità e dal timore? Per i conforti de’ quali e perché il pontefice, nelle condizioni che si trattavano, recusava di concedere a Carlo Castel Sant’Angelo per assicurarlo di quello gli promettesse37, furono due volte cavate l’artiglierie del palagio di San Marco, nel quale Carlo alloggiava, per piantarle intorno al castello. Ma né il re aveva per sua natura inclinazione a offendere il pontefice, e nel consiglio suo più intimo potevano38 quegli i quali Alessandro con doni e con speranze s’aveva fatti benevoli. Però finalmente convennono: che tra ’l pontefice e il re fusse amicizia perpetua e confederazione per la difesa comune: che al re per sua sicurezza si dessino, per tenerle insino all’acquisto del reame di Napoli, le rocche di Civitavecchia, di Terracina e di Spuleto; benché questa non gli fu poi consegnata: non riconoscesse il pontefice offesa o ingiuria alcuna contro39 a’ cardinali, né contro a’ baroni sudditi della Chiesa, i quali aveano seguitato le parti del re : investisselo il pontefice del regno di Napoli concedessegli Gemin ottomanno fratello di Baiset40, il quale dopo la morte di Maumet padre comune41, perseguitato da Baiset (secondo la consuetudine efferata degli ottomanni, i quali stabiliscono la successione nel principato col sangue de’ fratelli e di tutti i più prossimi) e perciò rifuggito a Rodi e di quivi condotto in Francia, era finalmente stato messo in potestà di Innocenzio pontefice; donde Baiset, usando l’avarizia42 de’ vicari di Cristo per instrumento a tenere in pace lo imperio inimico alla fede cristiana, pagava ciascun anno, sotto nome delle spese che si facevano in alimentarlo e custodirlo, ducati quarantamila a’ pontefici, acciocché fussino manco pronti a liberarlo o a concederlo a altri prìncipi contro a sé. Fece instanza Carlo d’averlo per facilitarsi col mezzo suo l’impresa contro a’ turchi, la quale, enfiato da vane adulazioni de’ suoi, pensava, vinti che avesse gli aragonesi, di incominciare. E perché gli ultimi quarantamila ducati mandati dal turco erano stati tolti a Sinigaglia dal43 prefetto di Roma, che il pontefice e la pena e la restituzione di essi gli rimettesse44. A queste cose si aggiunse che ’l cardinale di Valenza seguitasse, come legato apostolico, tre mesi, il re, ma in verità per statico45 delle promesse paterne. Fermata la concordia il pontefice ritornò al palagio pontificale in Vaticano; e da poi, con la pompa e cerimonie consuete a ricevere i re grandi, ricevé il re nella chiesa di San Piero; il quale46, avendogli, secondo il costume antico, genuflesso baciati i piedi e dipoi ammesso a baciargli il volto, intervenne un altro giorno alla messa pontificale, sedendo il primo dopo il primo vescovo cardinale; e secondo il rito antico dette al papa, celebrante la messa, l’acqua alle mani. Delle quali cerimonie il pontefice, perché si conservassino nella memoria de’ posteri, fece fare pittura in una loggia del Castello di Santo Angelo47. Publicò di più a instanza sua cardinali48 il vescovo di San Malò e il vescovo di Umans della casa di Luzimborgo49, né omesse dimostrazione alcuna d’essersi seco sinceramente e fedelmente reconciliato.

1. distratta: lacerata.

2. membri: partiti.

3. Monti erano chiamati a Siena i partiti. Il Monte dei Nove era costituito dai membri e dagli aderenti delle nove famiglie mercantili che erano state al potere tra il 1287 e il 1355.

4. intermissione: interruzione.

5. gli arebbono data più tosto perfezione: l’avrebbero conclusa prima.

6. invitandolo: si riferisce al duca di Calavria.

7. della mente: delle intenzioni.

8. Cesare Borgia.

9. Lionello Chieregati.

10. Carlo Boccardini (in realtà vescovo di Narni).

11. Baldassarre Graziano di Villanova, carmelitano spagnolo.

12. trattandoAlfonso: negoziando per un accordo che riguardasse insieme se stesso e il re Alfonso.

13. Louis de la Tremolïle, conte di Guyines e di Benon, principe di Talmont e ciambellano di Carlo VIII.

14. Jean de Ganay, presidente del parlamento di Parigi.

15. non prima arrivati che: non appena arrivati.

16. Figlio di Roberto Sanseverino e cardinale di San Teodoro.

17. ambiguo: incerto.

18. insino a: perfino.

19. astretto: legato.

20. gran conestabile: capo delle forze militari.

21. Maria Cecilia d’Aragona.

22. ammirazione: meraviglia.

23. nello stato teneva: nello stato che possedeva.

24. Raymond Péraud, vescovo di Gurk.

25. subito che: appena.

26. convennono congiuntamente: si accordarono insieme.

27. Louis de Luxembourg, conte di Ligny.

28. Ives de Tourzel, signore di Alègre.

29. i quali: si riferisce a Colonnesi.

30. non si riteneva: non si tratteneva.

31. pretermettendo: tralasciando.

32. Pierre de Rohan-Guemenée, signore di Gié.

33. stabilire seco le cose sue: accordarsi (e quindi avere delle garanzie, mettersi al sicuro).

34. consentite queste dimande: accettate queste richieste.

35. Giovanni Colonna.

36. Giambattista Savelli.

37. per assicurarlo di quello gli promettesse: come garanzia dell’osservanza dei patti.

38. nel consiglio suo più intimo potevano: tra i suoi consiglieri più fidati avevano autorità.

39. non riconoscesse… contro: non procedesse, considerandosi offeso o ingiuriato, contro.

40. Zizim (o Gem), fratello minore di Bāyazī’d.

41. Maometto II.

42. avarizia: avidità.

43. tolti… dal: presi… al.

44. rimettesse: condonasse.

45. per statico: come ostaggio.

46. il quale: si riferisce a re.

47. Gli affreschi, del Pinturicchio, si trovavano in una torre costruita sul Ponte Sant’Angelo, distrutta poi da Urbano VIII.

48. Publicò… cardinali: nominò inoltre su sua richiesta cardinali.

49. Philippe de Luxembourg, vescovo di Mans.

CAPITOLO XVIII

Favore delle popolazioni del reame di Napoli per i francesi. Alfonso d’Aragona abbandona l’autorità di re a favore del figliuolo Ferdinando e fugge a Mazari in Sicilia. Ferocia dei francesi al Monte di San Giovanni.

Dimorò Carlo in Roma circa uno mese, non avendo per ciò cessato di mandare gente a’ confini del regno napoletano : nel quale già ogni cosa tumultuava in modo che l’Aquila e quasi tutto l’Abruzzi aveva, prima che ’l re partisse di Roma, alzate le sue bandiere, e Fabrizio Colonna aveva occupato i contadi d’Albi1 e di Tagliacozzo; né era molto più quieto il resto del reame. Perché subito che Ferdinando fu partito da Roma cominciorono i frutti dell’odio che i popoli portavano ad Alfonso ad apparire, aggiugnendosi la memoria di molte acerbità usate da Ferdinando suo padre; donde, esclamando2 con grandissimo ardore delle inquità de’ governi passati e della crudeltà e superbia d’Alfonso, il desiderio della venuta de’ franzesi palesemente dimostravano; in modo che le reliquie antiche della fazione angioina, benché congiunte con la memoria e col seguito di tanti baroni stati scacciati e incarcerati in vari tempi da Ferdinando, cose per sé di somma considerazione e potente instrumento ad alterare3, facevano in questo tempo, a comparazione dell’altre cagioni, piccolo momento4: tanto senza questi stimoli era concitata e ardente la disposizione di tutto il regno contro ad Alfonso. Il quale, intesa che ebbe la partita del figliuolo da Roma, entrò in tanto terrore che, dimenticatosi della fama e gloria grande la quale con lunga esperienza aveva acquistato in molte guerre d’Italia, e disperato di potere resistere a questa fatale tempesta, deliberò di abbandonare il regno, rinunziando5 il nome e l’autorità reale a Ferdinando, e avendo forse qualche speranza che rimosso con lui l’odio sì smisurato, e fatto re uno giovane di somma espettazione, il quale non aveva offeso alcuno e quanto a sé era in assai grazia appresso a ciascuno, allenterebbe per avventura6 ne’ sudditi il desiderio de’ franzesi: il quale consiglio, se forse anticipato arebbe fatto qualche frutto, differito a tempo che le cose non solo erano in veemente movimento ma già cominciate a precipitare, non bastava più a fermare tanta rovina. È fama eziandio (se però è lecito tali cose non del tutto disprezzare) che lo spirito di Ferdinando apparì tre volte in diverse notti a Jacopo primo cerusico della corte e che prima con mansuete parole dipoi con molte minaccie gli impose dicesse ad Alfonso, in suo nome, che non sperasse di potere resistere al re di Francia, perché era destinato che la progenie sua, travagliata da infiniti casi e privata finalmente di sì preclaro regno, si estinguesse. Esserne cagione molte enormità usate da loro, ma sopra tutte quella che, per le persuasioni fattegli da lui quando tornava da Pozzuolo, nella chiesa di San Lionardo in Chiaia appresso a Napoli aveva commessa : né avendo espresso altrimenti i particolari, stimorono gli uomini che Alfonso l’avesse in quel luogo persuaso a fare morire occultamente molti baroni, i quali lungo tempo erano stati incarcerati7. Quel che di questo sia la verità8, certo è che Alfonso, tormentato dalla coscienza propria, non trovando né dì né notte requie nell’animo, e rappresentandosegli nel sonno l’ombre di quegli signori morti, e il popolo per pigliare supplicio di lui tumultuosamente concitarsi, conferito quel che aveva deliberato solamente con la reina sua matrigna9, né voluto, a’ prieghi suoi, comunicarlo né col fratello né col figiuolo, né soprastare pure10 due o tre dì soli per finire l’anno intero del suo regno, si partì con quattro galee sottili cariche di molte robe preziose; dimostrando nel partire tanto spavento che pareva fusse già circondato da’ franzesi, e voltandosi paurosamente a ogni strepito come temendo che gli fussino congiurati contro il cielo e gli elementi; e si fuggì a Mazari11 terra in Sicilia, statagli prima donata da Ferdinando re di Spagna.

Ebbe il re di Francia, all’ora medesima che si partiva di Roma, avviso della sua fuga. Il quale12 come fu arrivato a Velletri, il cardinale di Valenza fuggì occultamente da lui: della quale cosa benché il padre facesse gravi querele, offerendo d’assicurare il re in qualunque modo volesse13, si credette fusse stato per suo comandamento, come quello che14 voleva fusse in sua facoltà l’osservare o no le convenzioni fatte con lui. Da Velletri andò l’antiguardia a Montefortino15, terra posta nella campagna della Chiesa e suddita a Iacopo Conte barone romano: il quale, condotto prima agli stipendi di Carlo, si era di poi, potendo più in lui l’odio de’ Colonnesi che l’onore proprio, condotto con Alfonso: il quale castello battuto dall’artiglierie, benché fortissimo di sito, presono i franzesi in pochissime ore, ammazzando tutti quegli che v’erano dentro eccetto tre suoi figliuoli con alcuni altri che rifuggiti nella fortezza, come veddono dirizzarvisi l’artiglierie, s’arrenderono prigioni. Andò dipoi l’esercito al Monte di San Giovanni16, terra del marchese di Pescara17, posta in su i confini del regno nella medesima campagna, la quale forte di sito e di munizione non era meno munita di difensori, perché vi erano dentro trecento fanti forestieri e cinquecento degli abitatori dispostissimi a ogni pericolo, in modo si giudicava non si dovesse espugnare se non in ispazio di molti dì. Ma i franzesi avendolo battuto con l’artiglierie poche ore, gli dettono, presente il re che vi era venuto da Veroli, con tanta ferocia la battaglia che, superate tutte le difficoltà, l’espugnorono per forza il dì medesimo: dove, per il furore loro naturale e per indurre con questo esempio gli altri a non ardire di resistere, commcssono grandissima uccisione; e dopo avervi esercitato ogn’altra specie di barbara ferità incrudelirono contro agli edifici col fuoco. Il quale modo di guerreggiare, non usato molti secoli in Italia, empié tutto il regno di grandissimo terrore, perché nelle vittorie, in qualunque modo acquistate, l’ultimo dove soleva procedere18 la crudeltà de’ vincitori era spogliare e poi liberare i soldati vinti, saccheggiare le terre prese per forza e fare prigioni gli abitatori perché pagassino le taglie, perdonando sempre alla vita19 degli uomini i quali non fussino stati ammazzati nello ardore del combattere.

1. Albe nei Marsi.

2. esclamando: lamentandosi.

3. potente instrumento ad alterare: efficace mezzo di sobillazione.

4. facevano… piccolo momento: avevano… scarso peso.

5. rinunziando: cedendo.

6. per avventura: forse.

7. Si tratterebbe dei baroni che parteciparono alla congiura del 1485.

8. Quel che di questo sia la verità: Sia questo vero o no.

9. Giovanna d’Aragona.

10. soprastare pure: indugiare nemmeno.

11. Mazzara del Vallo.

12. Il quale: si riferisce al re di Francia.

13. offerendo… volesse: offrendo al re in garanzia qualunque cosa volesse.

14. come quello che: forma latineggiante (cfr. quippe qui).

15. L’attuale Artena.

16. Monte San Giovanni Campano.

17. Alfonso d’Avalos.

18. l’ultimo cui soleva procedere: il massimo cui soleva giungere.

19. perdonando sempre alla vita: risparmiando sempre la vita.

CAPITOLO XIX

Le truppe aragonesi si ritirano a Capua. Gianiacopo da Triulzio, durante l’assenza di Ferdinando, stringe accordi per la resa con Carlo VIII. Parole di Ferdinando ai napoletani. Partenza di Ferdinando da Napoli. Verginio Orsini e il conte di Pitigliano fatti prigioni dai francesi. Entrata di Carlo in Napoli.

Questa fu quanta resistenza e fatica avesse il re di Francia nel conquisto d’un regno sì nobile e sì magnifico, nella difesa del quale non si dimostrò né virtù né animo né consiglio, non cupidità d’onore non potenza non fede. Perché il duca di Calavria, il quale dopo la partita da Roma si era ritirato in su i confini del reame, poiché richiamato a Napoli per la fuga del padre ebbe assunto, con le solennità ma non già con la pompa né con la letizia consuete, l’autorità e il titolo reale, raccolto l’esercito, nel quale erano cinquanta squadre di cavalli e seimila fanti di gente eletta e sotto capitani de’ più stimati d’Italia, si fermò a San Germano1 per proibire che gli inimici non2 passassino più innanzi, invitandolo l’opportunità del luogo, cinto da una parte di montagne alte e aspre, dall’altra di paese paludoso e pieno di acque, e a fronte il fiume del Garigliano (dicevanlo gli antichi Liri), benché in quel luogo non sì grosso che qualche volta non si guadi; donde per la strettezza del passo è detto meritamente San Germano essere una delle chiavi delle porte del regno di Napoli: e mandò similmente gente in sulla montagna vicina, alla guardia del passo di Cancelle3. Ma già l’esercito suo, incominciato a impaurire del nome solo de’ franzesi, non dimostrava più vigore alcuno, e i capitani, parte pensando a salvare se medesimi e gli stati propri, come quegli i quali4 della difesa del regno si diffidavano parte desiderosi di cose nuove, cominciavano a vacillare non meno di fede che di animo : né si stava senza timore, essendo il reame tutto in grandissima sollevazione, che alle spalle qualche pericoloso disordine non nascesse. Però soprafatto il consiglio5 dalla viltà, come espugnato il Monte di San Giovanni intesono avvicinarsi il marisciallo di Gies col quale erano trecento lancie e una parte de’ fanti, si levorno vituperosamente da San Germano, e con tanto timore che lasciorno abbandonati per il cammino otto pezzi di grossa artiglieria, e si ridussono in Capua : la quale città il nuovo re, confidandosi nell’amore de’ capuani verso la casa d’Aragona e nella fortezza del sito, per avere a fronte il fiume Volturno che è quivi molto profondo, sperava difendere; e nel tempo medesimo, non distraendo6 le sue forze in altri luoghi, tenere Napoli e Gaeta. Seguitavano dietro a lui di mano in mano i franzesi ma sparsi e disordinati, facendosi innanzi più tosto a uso di cammino che di guerra, andando ciascuno dove gli paresse dietro all’occasione di predare, senza ordine senza bandiere senza comandamento de’ capitani, e alloggiando il più delle volte una parte di loro, alla notte, ne’ luoghi donde la mattina erano diloggiati gli aragonesi.

Ma né a Capua si dimostrò maggiore virtù o fortuna. Perché, poi che Ferdinando v’ebbe alloggiato l’esercito, il quale dopo la ritirata da San Germano era molto diminuito di numero, inteso per lettere della reina essere in Napoli nata, per la perdita di San Germano, sollevazione tale che non vi andando lui si susciterebbe qualche tumulto, vi cavalcò con piccola compagnia, per rimediare con la presenza sua a questo pericolo; avendo promesso di ritornare a Capua il dì seguente. Ma Gianiacopo da Triulzi, al quale commesse la cura di quella città, aveva già occultamente chiesto al re di Francia uno araldo per avere facoltà di andare sicuro a lui; il quale come fu arrivato, il Triulzio con alcuni gentiluomini capuani andò a Calvi, dove il dì medesimo era entrato il re, non ostante che per molti altri della terra, disposti a osservare la fede a Ferdinando, con altiere parole contradetto gli fusse. A Calvi subito introdotto innanzi al re così armato come era andato parlò in nome de’ capuani e de’ soldati : che vedendo mancate le forze di difendersi a Ferdinando, al quale mentre vi era stata speranza alcuna avevano servito fedelmente, deliberavano di seguitare la fortuna sua quando fussino accettati con oneste condizioni; aggiugnendo che non si diffidava di condurre a lui la persona di Ferdinando, purché volesse riconoscerlo come sarebbe conveniente7. Alle quali cose il re rispose con gratissime parole accettando l’offerte de’ capuani e de’ soldati, e la venuta eziandio di Ferdinando, pure che e’ sapesse non avere a ritenere parte alcuna benché minima del reame di Napoli ma a ricevere stati e onori nel regno di Francia. È dubbio quel che inducesse a tanta trasgressione8 Gianiacopo da Triulzi, capitano valoroso e solito a fare professione d’onore. Affermava egli di essere andato con volontà di Ferdinando per tentare di comporre le cose sue col re di Francia, dalla quale speranza essendo del tutto escluso, e manifesto non si potere più difendere con l’armi il regno di Napoli, gli era paruto non solo lecito ma laudabile provedere in uno tempo medesimo alla salute de’ capuani e de’ soldati. Ma altrimenti sentirono gli uomini comunemente9, perché si credette averlo mosso il desiderare la vittoria del re di Francia, sperando che occupato il regno di Napoli avesse a volgere l’animo al ducato di Milano; nella quale città essendo egli nato di nobilissima famiglia, né gli parendo avere appresso a Lodovico Sforza, o per il favore immoderato de’ Sanseverini o per altro rispetto, luogo pari alle virtù e meriti suoi, si era totalmente alienato da lui: per la quale cagione molti avevano sospettato che prima, in Romagna, avesse confortato Ferdinando a procedere più cautamente che forse qualche volta non consigliavano l’occasioni.

Ma in Capua, già innanzi al ritorno del Triulzio, ogni cosa aveva fatto mutazione: andanto a sacco l’alloggiamento e i cavalli di Ferdinando, le genti d’armi cominciate a disperdersi in vari luoghi, e Verginio e il conte di Pitigliano con le compagnie loro ritiratisi a Nola, città posseduta dal conte per donazione degli Aragonesi, avendo prima mandato a chiedere per sé e per le genti salvocondotto da Carlo. Ritornava al termine promesso Ferdinando, avendo, col dare speranza della difesa di Capua, quietati secondo il tempo10 gli animi de’ napoletani, né sapendo quel che dopo la partita sua fusse accaduto. Era già vicino a due miglia quando, intendendosi il ritorno suo, tutto il popolo per non lo ricevere si levò in arme, mandatigli di consiglio comune incontro alcuni della nobiltà a significargli che non venisse più innanzi, perché la città, vedendosi abbandonata da lui, andato il Triulzio governatore delle sue genti al re di Francia, saccheggiato da’ soldati propri l’alloggiamento suo e i cavalli, partitisi Verginio e il conte di Pitigliano, dissoluto quasi tutto l’esercito, era stata necessitata per la salute propria di cedere al vincitore. Donde Ferdinando, poiché insino con le lacrime ebbe fatta invano instanza di essere ammesso, se ne ritornò a Napoli, certo che tutto ’l regno seguiterebbe l’esempio de’ capuani : dal quale mossa la città d’Aversa, posta tra Capua e Napoli, mandò subito imbasciadori a darsi a Carlo. E trattando questo medesimo già manifestamente i napoletani, deliberato l’infelice re di non repugnare11 all’impeto tanto repentino della fortuna, convocati in sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale, molti gentiluomini e popolari, usò con loro queste parole : — Io posso chiamare in testimonio Dio e tutti quegli a’ quali sono stati noti per il passato i concetti12 miei, che io mai per cagione alcuna tanto desiderai di pervenire alla corona quanto per dimostrare a tutto il mondo gli acerbi governi del padre e dell’avolo mio essermi sommamente dispiaciuti, e per riguadagnare con le buone opere quello amore del quale essi per le loro acerbità si erano privati. Non ha permesso l’infelicità della casa nostra che io possa ricorre questo frutto molto più onorato che l’essere re, perché il regnare depende spesso dalla fortuna ma l’essere re che si proponga per unico fine la salute e la felicità de’ popoli suoi depende solamente da se medesimo e dalla propria virtù. Sono le cose nostre ridotte in angustissimo luogo, e potremo più presto lamentarci noi d’avere perduto il reame per la infedeltà e poco valore de’ capitani e eserciti nostri che non potranno gloriarsi gl’inimici d’averlo acquistato per propria virtù ; e nondimeno non saremmo privi del tutto di speranza se ancora qualche poco di tempo ci sostenessimo, perché e da’ re di Spagna e da tutti i prìncipi d’Italia si prepara potente soccorso, essendosi aperti gli occhi di coloro i quali non avevano prima considerato lo incendio, il quale abbrucia il reame nostro, dovere, se non vi proveggono, aggiugnere13 similmente agli stati loro; e almeno a me non mancherebbe l’animo di terminare insieme il regno e la vita con quella gloria che si conviene a uno re giovane, disceso per sì lunga successione di tanti re, e all’espettazione che insino a ora avete tutti avuta di me. Ma perché queste cose non si possono tentare senza mettere la patria comune in gravissimi pericoli, sono più tosto contento di cedere alla fortuna, di tenere occulta la mia virtù, che per sforzarmi di non perdere il mio regno essere cagione di effetti contrari a quel fine per il quale avevo desiderato di essere re. Consiglio e conforto voi che mandiate a prendere accordo col re di Francia, e perché possiate farlo senza macula dell’onore vostro, v’assolvo liberamente dall’omaggio e dal giuramento che pochi dì sono mi faceste; e vi ricordo che con l’ubbidienza e con la prontezza del riceverlo14 vi sforziate di mitigare la superbia naturale de’ franzesi. Se i costumi barbari vi faranno venire in odio l’imperio loro e desiderare il ritorno mio io sarò in luogo da potere aiutare la vostra volontà, pronto a esporre sempre la propria vita per voi a ogni pericolo; ma se lo imperio loro vi riuscirà benigno, da me non riceverà giammai questa città né questo reame travaglio alcuno. Consolerannosi per il vostro bene le miserie mie, e molto più mi consolerà se io saprò che in voi resti qualche memoria che io, né primogenito regio né re, non ingiuriai mai persona15; che in me non si vidde mai segno alcuno di avarizia16, segno alcuno di crudeltà; che a me non hanno nociuto i miei peccati ma quegli de’ padri miei; che io sono deliberato di non essere mai cagione che, o per conservare il regno o per recuperarlo, abbia a patire alcuno di questo reame; che più mi dispiace il perdere la facoltà di emendare i falli del padre e dello avolo che il perdere l’autorità e lo stato reale. Benché esule e spogliato della patria e del regno mio, mi riputerò non al tutto infelice se in voi resterà memoria di queste cose, e una ferma credenza che io sarei stato re più presto simile ad Alfonso vecchio mio proavo che a Ferdinando e a questo ultimo Alfonso. —

Non potette essere che queste parole non fussino udite con molta compassione, anzi certo è, che a molti commmossono le lagrime; ma era tanto esoso in tutto il popolo e quasi in tutta la nobiltà il nome de’ due ultimi re, tanto il desiderio de’ franzesi, che per questo non si fermò in parte alcuna il tumulto, ma subito che17 esso fu ritirato nel castello, il popolo cominciò a saccheggiare le stalle sue, che erano in sulla piazza: la quale indegnità non potendo egli sopportare, accompagnato da pochi corse fuori con generosità grande a proibirlo; e potette tanto nella città già ribellata la maestà del nome reale che ciascuno, fermato l’impeto, si discostò dalle stalle. Ma ritornato nel castello, e facendo abbruciare e sommergere le navi le quali erano nel porto, poi che altrimenti non poteva privarne gl’inimici, incominciò per qualche segno a sospettare che i fanti tedeschi, che in numero cinquecento stavano alla guardia del castello, pensassino di farlo prigione : però con subito consiglio18 donò loro le robe che in quello si conservavano. Le quali mentre che attendono a dividere, egli, avendo prima liberati di carcere, eccetto il principe di Rossano e il conte di Popoli19, tutti i baroni avanzati20 alla crudeltà del padre e dell’avolo, uscito del castello per la porta del soccorso21, montò in sulle galee sottili che l’aspettavano nel porto, e con lui don Federigo e la reina vecchia, moglie già dell’avolo, con Giovanna sua figliuola; e seguitato da pochissimi de’ suoi navigò all’isola d’Ischia, detta dagli antichi Enaria, vicina a Napoli a trenta miglia : replicando spesso con alta voce, mentre che aveva innanzi agli occhi il prospetto di Napoli, il versetto del salmo del profeta che contiene essere vane le vigilie di coloro che custodiscono la città la quale da Dio non è custodita22. Ma non se gli rappresentando oramai altro che difficoltà, ebbe a fare in Ischia esperienza della sua virtù, e della ingratitudine e infedeltà che si scuopre contro a coloro i quali sono percossi dalla fortuna; perché non volendo il castellano della rocca riceverlo se non con uno compagno solo, egli come fu dentro se gli gittò addosso con tanto impeto che con la ferocia e con la memoria dell’autorità regia, spaventò in modo gli altri che in potestà sua ridusse subito il castellano e la rocca.

Per la partita di Ferdinando da Napoli ciascuno cedeva per tutto, come a uno impetuosissimo torrente, alla fama sola de’ vincitori, e con tanta viltà che dugento cavalli della compagnia di Lignì andati a Nola, dove con quattrocento uomini d’arme si erano ridotti Verginio e il conte di Pitigliano, gli feceno senza ostacolo alcuno prigioni; perché essi, parte confidandosi nel salvocondotto il quale avevano avviso da i suoi essere stato conceduto dal re, parte menati dal medesimo terrore dal quale erano menati tutti gli altri, senza contrasto s’arrenderono; donde furno condotti prigioni alla rocca di Mondracone, e messe in preda tutte le genti loro23.

Avevano in questo mezzo trovato Carlo in Aversa gl’imbasciadori napoletani mandati a dargli quella città. A’ quali avendo conceduto con somma liberalità molti privilegi e esenzioni entrò il dì seguente, che fu il vigesimo primo di febbraio24 in Napoli, ricevuto con tanto plauso e allegrezza d’ognuno che vanamente si tenterebbe di esprimerlo, concorrendo con esultazione incredibile ogni sesso ogni età ogni condizione ogni qualità ogni fazione d’uomini, come se fusse stato padre e primo fondatore di quella città; né manco degli altri, quegli che, o essi o i maggiori loro, erano stati esaltati o beneficati dalla casa d’Aragona. Con la quale celebrità andato a visitare la chiesa maggiore, fu dipoi, perché Castelnuovo si teneva per gl’inimici, condotto a alloggiare in Castelcapuano, già abitazione antica de’ re franzesi : avendo con maraviglioso corso di inaudita felicità, sopra l’esempio ancora di Giulio Cesare, prima vinto che veduto; e con tanta facilità che e’ non fusse necessario in questa espedizione né spiegare mai uno padiglione né rompere mai pure una lancia, e fussino tanto superflue molte delle sue provisioni che l’armata marittima, preparata con gravissima spesa, conquassata dalla violenza del mare e traportata nell’isola di Corsica, tardò tanto ad accostarsi a’ liti del reame che prima il re era già entrato in Napoli. Così per le discordie domestiche, per le quali era abbagliata la sapienza tanto famosa de’ nostri prìncipi, si alienò25, con sommo vituperio e derisione della milizia italiana e con gravissimo pericolo e ignominia di tutti, una preclara e potente parte d’Italia dallo imperio degli italiani allo imperio di gente oltramontana. Perché Ferdinando vecchio, se bene nato in Ispagna, nondimeno, perché insino dalla prima gioventù era stato, o re o figliuolo di re, continuamente in Italia, e perché non aveva principato in altra provincia, e i figliuoli e i nipoti, tutti nati e nutriti a Napoli, erano meritamente riputati italiani.

1. L’attuale Cassino.

2. per proibire che… non: per impedire… che.

3. Forse Cancello sul Volturno.

4. come quegli i quali: forma latineggiante (cfr. quippe qui).

5. consiglio: senno.

6. distraendo: disperdendo.

7. riconoscerlo come sarebbe conveniente: trattarlo col dovuto rispetto

8. tanta trasgressione: tanto tradimento.

9. Ma altrimenti sentirono gli uomini comunemente: Ma diverso fu generalmente il giudizio degli uomini.

10. secondo il tempo: per il momento.

11. repugnare: opporsi.

12. i concetti: i propositi.

13. aggiugnere: giungere.

14. riceverlo: accettarlo (l’accordo col re di Francia).

15. non ingiuriai mai persona: non feci mai torto a nessuno.

16. avarizia: avidità.

17. subito che: appena.

18. con subito consiglio: con rapida decisione.

19. Rossano Cantelmo.

20. avanzati: sopravvissuti.

21. per la porta del soccorso: dall’apposita uscita segreta d’emergenza.

22. Cfr. Ps. 126, I.

23. messe in preda tutte le genti loro: svaligiati tutti i loro soldati.

24. 1495.

25. si alienò: passò.