CAPITOLO I
Lodi generali al senato veneziano ed al duca di Milano per aver essi liberato l’ltalia dai francesi. Lodovico Sforza mantiene fede solo ad alcune delle condizioni di pace. Fa spogliare delle scritture riguardanti i patti conclusi con Carlo VIII l’oratore fiorentino. Ambizione de’ veneziani e dello Sforza al dominio di Pisa. Restituzione della terra e delle fortezze di Livorno ai fiorentini. Entraghes malgrado le lettere del re non consegna Pisa ai fiorentini ed impedisce che essi se ne impadroniscano.
La ritornata poco onorata del re di Francia di dà da’ monti, benché proceduta più da imprudenza o da disordini che da debolezza di forze o da timore, lasciò negli animi degli uomini speranza non mediocre che Italia, percossa da infortunio tanto grave, avesse presto a rimanere del tutto libera dallo imperio insolente de’ franzesi; onde risonavano per tutto le laudi del senato viniziano e del duca di Milano che, prese l’armi, con savia e animosa deliberazione, avessino vietato che sì preclara parte del mondo non cadesse in servitù di forestieri : i quali1 se, acciecati dalle cupidità particolari, non avessino, eziandio con danno e infamia propria, corrotto il bene universale, non si dubita che Italia, reintegrata co’ consigli e le forze loro nel pristino splendore, sarebbe stata per molti anni sicura dall’impeto delle nazioni oltramontane. Ma l’ambizione, la quale non permesse che alcuno di loro stesse contento a’ termini debiti, fu cagione di rimettere presto Italia in nuove turbazioni, e che non si godesse il frutto della vittoria che ebbono poi contro all’esercito franzese, che era rimasto nel regno di Napoli; la quale vittoria la negligenza e i consigli imprudenti del re lasciorono loro facilmente conseguire, essendo il soccorso disegnato da lui, quando si partì d’Italia, restato vano, perché né le provisioni dell’armata2 né gli aiuti promessi da’ fiorentini ebbono effetto.
Non era Lodovico Sforza condisceso con sincera fede alla pace con Carlo, perché ricordandosi, come è natura di chi offende, delle ingiurie che gli avea fatte si persuadeva non potere più sicuramente commettersi3 alla sua fede, ma il desiderio di ricuperare Novara e di liberare dalla guerra lo stato proprio l’avevano indotto a promettere quello che non aveva in animo di osservare. Né si dubitò che alla pace fatta con questa simulazione fusse intervenuto il consentimento del senato viniziano, desideroso d’alleggerirsi senza infamia sua della spesa smisurata la quale per la loro republica4 si sosteneva intorno a Novara. E nondimeno Lodovico, per non si partire5 subito così impudentemente, ma con qualche colore6, dalla capitolazione, adempié quello che e’ non poteva negare che fusse in arbitrio suo: dette gli statichi7, fece liberare i prigioni pagando del suo proprio le taglie loro, restituì i legni presi a Rapalle, rimosse di Pisa il Fracassa, il quale non poteva dissimulare che fusse stipendiario suo; e infra ’l mese convenuto ne’ capitoli, consegnò il castelletto di Genova al duca di Ferrara, che andò in persona a riceverlo. Ma da altra parte lasciò in Pisa Luzio Malvezzo con non piccolo numero di gente, come soldato de’ genovesi; permesse che andassino nel regno di Napoli due caracche8 che a Genova s’erano armate per Ferdinando, scusandosi che9, per averle egli10 soldate innanzi si conchiudesse la pace, non si consentiva a Genova il negargliene11; impedì occultamente che i genovesi gli12 dessino gli ostaggi; e, quello che fu di maggiore momento13 alla perdita delle castella di Napoli, poi che ’l re ebbe finito d’armare le quattro navi, ed egli proveduto alle due alle quali era tenuto, operò che i genovesi dimostrando timore ricusassino ch’elle si armassino di soldati del re, se prima non ricevevano da lui sufficiente sicurtà14 di non se le appropriare, né di tentare con esse di mutare il governo di Genova : delle quali cavillazioni facendo il re per uomini propri querela a Lodovico, ora rispondeva avere promesso di dare le navi ma non obligatosi che le si potessino fornire di gente franzese, ora che il dominio che aveva di Genova non era assoluto, ma limitato con tali condizioni che in potestà sua non era il costringergli a fare tutto quello che gli paresse, e specialmente le cose che essi pretendessino15 essere pericolose allo stato e alla città propria; le quali escusazioni per corroborare più, operò che il pontefice comandasse a’ genovesi e a lui, sotto pena delle censure, che non lasciassino cavare di Genova legni di alcuna sorte al re di Francia. Onde restò vano questo soccorso, aspettato con sommo desiderio da’ franzesi che erano nel reame di Napoli. Come similmente restorono vani i danari e gli aiuti promessi da’ fiorentini. Perché dopo l’accordo fatto a Turino essendo partito subito con tutte le espedizioni16 necessarie Guidantonio Vespucci, uno degli oratori che erano intervenuti a conchiuderlo, e passando senza sospetto per il ducato di Milano perché la republica fiorentina non si era dichiarata inimica di alcuno, fu per commissione del duca ritenuto17 in Alessandria, toltegli tutte le scritture18, ed egli condotto a Milano; dove intesa la capitolazione e le promesse de’ fiorentini, fu deliberato da’ viniziani e dal duca essere bene di non lasciare perire i pisani, i quali, subito che il re di Francia era partito da Pisa, avevano per nuovi imbasciadori raccomandate a Vinegia e a Milano le cose loro: movendosi amendue, con consenso del pontefice e degli oratori degli altri confederati, sotto pretesto di impedire i danari e le genti che i fiorentini doveano, riavendo Pisa e l’altre terre, mandare nel regno di Napoli : e perché, essendo congiunti al re di Francia, potrebbono, diventati più potenti per la recuperazione di quella città e liberatisi da quello impedimento, nuocere in molti modi alla salute d’Italia.
Ma si movevano principalmente per la cupidità d’insignorirsi di Pisa; alla quale preda, disegnata molto prima da Lodovico, incominciavano medesimamente a volgere gli occhi i viniziani, come quegli che19, per essere dissoluta l’antica unione degli altri potentati e indebolita una parte di coloro che solevano opporsegli, abbracciavano già co’ pensieri e con le speranze la monarchia d’Italia: alla quale cosa pareva che fusse molto opportuno il possedere Pisa, per cominciare con la comodità del porto suo20, il quale si giudicava che difficilmente potessino, non avendo Pisa, conservarsi lungo tempo i fiorentini, a distendersi nel mare di sotto21, e per fermare con la comodità della città un piede di non piccola importanza in Toscana22. Nondimeno erano stati più pronti gli aiuti del duca di Milano; il quale, intrattenendosi nel tempo medesimo con varie pratiche co’ fiorentini, aveva ordinato che Fracassa, sotto colore di faccende private, perché avea possessioni in quello contado, andasse a Pisa, e che i genovesi vi mandassino di nuovo fanti: attendendo in questo mezzo i viniziani a confortare i pisani con promesse di mandare loro aiuto, per il che avevano mandato a Genova uno secretario a soldare fanti e a confortare i genovesi a non abbandonare i pisani; ma il mandargli a Pisa eseguivano lentamente, perché, mentre che il re era in Italia, non giudicavano essere da fare molto fondamento in quelle cose.
E da altra parte i fiorentini, intese le nuove convenzioni fatte dagli oratori loro col re a Turino, avevano augumentato l’esercito loro, per potere, subito che arrivassino l’espedizioni regie, costrignere pisani a ricevergli: le quali mentre ritardano, per l’arrestamento fatto del loro imbasciadore, preso il castello di Palaia, poseno il campo a Vico Pisano. L’oppugnazione del qual castello riuscì vana : parte perché i capitani, o con cattivo consiglio o perché giudicassino non avere gente sufficiente a porre il campo dalla parte di verso Pisa, massime avendovi i pisani fatto uno bastione in luogo rilevato assai vicino alla terra, s’accamporono dalla banda di sotto verso Bientina, luogo poco opportuno a nuocere a Vico, e dove stando restava aperto il cammino da Pisa e da Cascina agli assediati; parte perché Pagolo Vitelli con la compagnia sua e de’ fratelli, ricevuti tremila ducati da’ pisani, v’entrò alla difesa, dicendo avere lettere dal re e comandamento dal generale di Linguadoca23, fratello del cardinale di San Malò, il quale infermo era rimasto a Pietrasanta, di difendere, insino che altro non gli fusse ordinato, Pisa e il suo contado: ed era certamente cosa maravigliosa24 che in uno tempo medesimo i pisani fussino difesi dalle genti del re di Francia e aiutati similmente da quelle del duca di Milano e nutriti di speranze da’ viniziani, con tutto che e quel senato e il duca fussino in manifesta guerra col re. Per il soccorso delle genti de’ Vitelli si difese facilmente Vico Pisano, e con danno non piccolo del campo de’ fiorentini, il quale alloggiava in luogo sì scoperto che era molto offeso dall’artiglierie state condotte in Vico da’ pisani; in modo che, dopo esservi dimorato molti dì, fu necessario che i capitani disonoratamente se ne levassino. Ma essendo arrivate poi l’espedizioni25 regie, le quali duplicate erano state mandate occultamente per diverse vie, furno subito restituite a’ fiorentini la terra e le fortezze di Livorno e del porto, da Saliente26 luogotenente di monsignore di Beumonte27, al quale il re l’aveva date a guardia; e monsignore di Lilla28, deputato commissario a ricevere da’ fiorentini la ratificazione dell’accordo fatto a Turino e a fare eseguire la restituzione, cominciò a trattare con Entraghes29, castellano della cittadella di Pisa e delle rocche di Pietrasanta e di Mutrone, per stabilire seco il dì e il modo del consegnarle.
Ma Entraghes, indotto o dalla medesima inclinazione che ebbono in Pisa tutti i franzesi o da secrete commissioni che avesse da Lignì, sotto ’l cui nome e come dependente da lui era, quando il re partì da Pisa, stato proposto a questa guardia, o stimolato dall’amore portava a una fanciulla figliuola di Luca del Lante cittadino pisano, perché non è credibile lo movessino solamente i danari, de’ quali poteva sperare di ricevere maggiore quantità da’ fiorentini, cominciò a interporre varie difficoltà; ora dando interpretazione fuora del vero senso alle patenti regie30, ora affermando d’avere avuto da principio comandamento di non le restituire se non riceveva contrasegni occulti da Lignì : sopra le quali cose essendosi disputato qualche dì, fu necessario a’ fiorentini fare nuova instanza col re, il quale ancora era a Vercelli, che facesse provisione a questo disordine, nato con tanta offesa della degnità e utilità propria. Dimostrò il re molestia grande della disubbidienza d’Entraghes, però non senza indegnazione comandò a Lignì che lo costrignesse a ubbidire; con intenzione di mandare, con questo ordine e con nuove patenti, e con lettere efficaci del duca d’Orliens del quale esso era suddito, un uomo d’autorità: ma potendo più la pertinacia di Lignì e i favori suoi che il poco consiglio del re, fu prolungata l’espedizione per qualche dì31, e alla fine mandato con essa non un uomo d’autorità ma Lanciaimpugno privato gentiluomo; col quale andò Cammillo Vitelli, per condurre nel reame di Napoli, con parte de’ danari che avevano a sborsare i fiorentini, le genti sue, le quali, subito che arrivorono le patenti regie, s’erano unite con l’esercito loro. Non partorì questa espedizione frutto maggiore che avesse partorito la prima, benché ’l castellano avesse già ricevuto dumila ducati da’ fiorentini per sostentare, insino alla risposta del re, i fanti che erano alla guardia della cittadella, e che a Cammillo fussino stati pagati tremila ducati perché aveva impedito che, altrimenti, le lettere regie si presentassino32. Perché il castellano, il quale, secondo che si credé, aveva ricevute per altra via occultamente da Lignì commissioni contrarie, dopo cavillazone di molti dì, giudicando che i fiorentini, per essere in Pisa oltre agli uomini della terra e del contado mille fanti forestieri, non fussino bastanti a sforzare il borgo di San Marco, congiunto alla porta fiorentina contigua alla cittadella, alla fronte del quale aveano prima, di suo consentimento, lavorato uno bastione molto grande, e così potersi da sé conseguire l’efietto medesimo senza privarsi di tutte l’escusazioni appresso al re, fece intendere a’ commissari fiorentini che si presentassino con l’esercito alla porta predetta, il che non potevano fare se non espugnavano il borgo, perché se i pisani non volessino mettergli dentro d’accordo, gli sforzerebbe ad abbandonarla, essendo sottoposta quella porta allertigliene della cittadella, in modo che contro alla volontà di chi v’era dentro non si poteva difendere. Però andativi con grande apparato, e con grande ardire e accesa disposizione di tutto il campo33, che alloggiava a San Rimedio34 luogo vicino al borgo, assaltorono con tale valore da tre bande il bastione, della disposizione del quale e de’ ripari aveano informazione da Pagolo Vitelli, che molto presto messono in fuga quegli che lo difendevano; e seguitandogli entrorono alla mescolata con essi nel borgo, per un ponte levatoio che si congiugneva col bastione, ammazzando e facendo prigioni molti di loro. Né è dubbio che col medesimo impeto e senza avere aiuto dalla cittadella arebbono nel tempo medesimo, per la porta dove già erano entrati alcuni de’ loro uomini d’arme, acquistata Pisa, perché i pisani messi in fuga niuna resistenza faceano; ma il castellano, vedendo le cose riuscire a fine contrario di quello che aveva disegnato, cominciò a tirare con l’artigliene alle genti de’ fiorentini : dal quale improviso accidente sbigottiti i commissari e i condottieri35, essendo già dall’artiglierie stati morti e feriti molti soldati, tra’ quali Pagolo Vitelli ferito in una gamba, disperati di potere con l’opposizione della cittadella pigliare in quel dì Pisa, fatto sonare a raccolta, feciono ritirare le genti, restando in potestà loro il borgo acquistato, benché fra pochi giorni fussino necessitati di abbandonarlo, perché battuti continuamente dall’artiglierie della cittadella danno grandissimo vi ricevevano; e si ritirorno verso Cascina, attendendo che provisioni facesse più il re36 contro a sì manifesta contumacia37 de’ suoi medesimi.
1. i quali: si riferisce al senato viniziano e al duca di Milano.
2. Cfr. II, XII.
3. commettersi: affidarsi.
4. per la loro republica: da parte della loro repubblica.
5. per non si partire: per non venir meno.
6. colore: pretesto.
7. statichi: ostaggi.
8. Le caracche erano grosse navi a vela armate di cannoni.
9. scusandosi che: adducendo come scusa il fatto che.
10. egli: Ferdinando.
11. non si consentiva a Genova il negargliene: a Genova non era lecito negargliele.
12. gli: a Carlo VIII.
13. di maggiore momento: più determinante.
14. sicurtà: garanzia.
15. pretendessino: sostenessero.
16. espedizioni: documenti e credenziali.
17. ritenuto: arrestato.
18. tutte le scritture: tutti i documenti.
19. come quegli che: costrutto latineggiante (cfr. quippe qui).
20. Porto pisano, l’antico porto di Pisa.
21. nel mare di sotto: nella costa a sud di Pisa.
22. per fermare… in Toscana: per stabilire, approfittando del vantaggio derivante dal possesso della città, il loro dominio in un luogo che, non essendo di piccola importanza, avrebbe potuto permettere loro una ulteriore espansione in Toscana.
23. Pierre Briconnet, generale delle finanze di Linguadoca e di Francia.
24. meravigliosa: singolare.
25. l’ espedizioni: i dispacci.
26. Louis de Salient.
27. Jean de Polignac, signore di Beaumont e Randan.
28. Jean du Mas (o Dumas), signore de l’Isle, Bannegon e Yvoy, consigliere e ciambellano di Carlo VIII e capitano di Pontorson.
29. Robert de Balzac, signore di Rioumartin e d’Entragues, consigliere e ciambellano del re.
30. alle patenti regie: alle lettere contenenti le istruzioni del re.
31. fu… dì: l’invio fu rimandato di alcuni giorni.
32. perché… si presentassino: perché aveva impedito che le lettere regie non fossero affatto presentate.
33. tutto il campo: tutto l’esercito.
34. Sant’Ermete (detto anche San Remedio).
35. i commissari e i condottieri: i rappresentanti della repubblica ed i capitani.
36. attendendo… re: aspettando nuovi prevvedimenti del re.
37. contumacia: disobbedienza.
Difficoltà create a’ fiorentini da’ potentati della lega. Lotta di fazioni in Perugia e nell’Umbria. Vani tentativi di Piero de’ Medici per avere aiuti sufficienti ad entrare in Firenze. Verginio Orsino passa al soldo del re di Francia.
Le quali1 mentre che s’aspettano, non mancavano da altre parti a’ fiorentini nuovi e pericolosi travagli, suscitati principalmente da’ potentati della lega. I quali, a fine di interrompere2 l’acquisto di Pisa e di costrignergli a separarsi dalla confederazione del3 re di Francia, confortorono Piero de’ Medici che con l’aiuto di Verginio Orsino, il quale fuggito del campo de’ franzesi il dì del fatto d’arme del Taro era tornato a Bracciano, tentasse di ritornare in Firenze; cosa facile a persuadere all’uno e all’altro, perché a Verginio era molto a proposito, in qualunque evento fusse per avere questo conato4, racorre co’ danari d’altri i suoi antichi soldati e partigiani e rimettersi in sulla riputazione dell’armi5; e a Piero, secondo il costume de’ fuorusciti, non mancavano varie speranze, per gli amici che aveva in Firenze, ove anche intendeva dispiacere a molti de’ nobili il governo popolare, e per gli aderenti e seguaci assai che per la inveterata grandezza della famiglia sua avea in tutto il dominio fiorentino. Credettesi che questo disegno avesse avuto origine a Milano, perché Verginio quando fuggì da’ franzesi era andato subito a visitare il duca, ma si stabilì poi in Roma, ove fu trattato molti dì appresso al pontefice dall’oratore veneto e dal cardinale Ascanio, il quale procedeva per commissione di Lodovico suo fratello. E furono i fondamenti e le speranze di questa impresa che, oltre alle genti che metterebbe insieme Verginio de’ suoi antichi soldati, e con diecimila ducati i quali Piero de’ Medici aveva raccolti del suo proprio e dagli amici, Giovanni Bentivoglio, soldato de’ viniziani e del duca di Milano, rompesse nel tempo medesimo la guerra da’ confini di Bologna, e che Caterina Sforza, i figliuoli della quale erano agli stipendi del duca di Milano, desse dalle città di Imola e di Furlì, che confinano co’ fiorentini qualche molestia; e si promettevano non vanamente avere disposti al desiderio loro i sanesi, accesi dall’odio inveterato contro a’ fiorentini e dalla cupidità di conservarsi Montepulciano, la quale terra non si confidavano di potere sostenere da loro medesimi. Perché, avendo pochi mesi innanzi, con le forze proprie e con le genti del signore di Piombino6 e di Giovanni Savello soldati comunemente dal duca di Milano e da essi, tentato d’insignorirsi del passo della palude delle Chiane7, il quale da quella banda era confine tra i fiorentini e loro per lungo tratto, e a questo effetto cominciato a lavorare appresso al ponte a Valiano uno bastione, per battere8 una torre de’ fiorentini posta in sulla punta9 del ponte di verso Montepulciano, era riuscito tutto il contrario; perché i fiorentini, commossi dal pericolo della perdita di questo ponte, che gli privava della facoltà di molestare Montepulciano, e dava adito agli inimici d’entrare né territori di Cortona e d’Arezzo e degli altri luoghi che dall’altra parte della Chiana appartengono al dominio loro, mandatovi potente soccorso sforzorono il bastione cominciato da’ sanesi, e per stabilirsi totalmente il passo fabricorno appresso al ponte, ma di là dalla Chiana, un bastione capacissimo d’alloggiarvi molta gente : con l’opportunità del quale, scorrendo insino alle porte di Montepulciano, infestavano medesimamente tutte le terre che i sanesi tenevano da quella parte. E a questo successo s’era aggiunto che, poco poi che fu passato il re di Francia, avevano rotto appresso a Montepulciano le genti de’ sanesi e fatto prigione Giovanni Savello loro capitano. Speravano inoltre Verginio e Piero de’ Medici d’ottenere ricetto e qualche comodità10 da’ perugini : non solo perché i Baglioni, i quali con l’armi e col seguito de’ partigiani dominavano quasi quella città, erano congiunti a Verginio, seguitando ciascuno di loro il nome della fazione guelfa, e perché con Lorenzo padre di Piero, e poi con Piero mentre era in Firenze, avevano tenuto strettissima amicizia e stati favoriti sempre contro a’ movimenti degl’inimici, ma ancora perché, essendo sottoposti alla Chiesa, benché più nelle dimostrazioni che negli effetti, si credeva che in questo che non apparteneva principalmente allo stato loro avessino a cedere alla volontà del pontefice, aggiugnendovisi massimamente l’autorità de’ viniziani e del duca di Milano.
Partiti adunque con queste speranze Verginio e Piero de’ Medici di terra di Roma, persuadendosi che i fiorentini, divisi tra loro medesimi e assaltati col nome de’ confederati da tutti i vicini, potessino con fatica resistere, poi che ebbono soggiornato qualche dì tra Terni e Todi e in quelle circostanze11, dove Verginio attendendo ad abbassare per tutto la fazione ghibellina traeva da’ guelfi danari e aiuto di genti, si pose a campo in favore de’ perugini a Gualdo12, terra posseduta dalla comunità di Fuligno ma venduta prima per seimila ducati dal pontefice a’ perugini, accesi non tanto dal desiderio di possederla quanto dalla contenzione delle parti13, per le quali tutte le terre circostanti si trovavano allora in grandissimi movimenti. Perché pochi dì innanzi gli Oddi, fuorusciti di Perugia e capi della parte avversa a’ Baglioni, aiutati da quegli di Fuligno di Ascesi14 e d’altri luoghi vicini che seguitavano la parte ghibellina, erano entrati in Corciano, luogo forte vicino a Perugia a cinque miglia, con trecento cavalli e cinquecento fanti; per il quale accidente essendo sollevato tutto il paese, perché Spoleto Camerino e gli altri luoghi guelfi erano favorevoli a’ Baglioni, gli Oddi pochi dì dopo entrorono una notte furtivamente in Perugia, e con tanto spavento de’ Baglioni che già perduta la speranza del difendersi cominciavano a mettersi in fuga: e nondimeno perderono, per uno inopinato e minimo caso, quella vittoria che non poteva torre più loro la possanza degl’inimici. Perché essendo già pervenuti senza ostacolo a una delle bocche della piazza principale, e volendo uno di loro, che a questo effetto aveva portato una scure, spezzare una catena, la quale secondo l’uso delle città faziose attraversava la strada, impedito a distendere le braccia da’ suoi medesimi che calcati gli erano intorno, gridò con alta voce : — addietro, addietro — acciocché allargandosi gli dessino facoltà di adoperarsi; la quale voce, replicata di mano in mano da chi lo seguitava e intesa dagli altri come incitamento a fuggire, mésse senza altro scontro o impedimento in fuga tutta la gente, non sapendo alcuno da chi cacciati o per quale cagione si fuggissino: dal quale disordine preso animo e rimessisi insieme gli avversari, ammazzatine nella fuga molti di loro, e preso Troilo Savello, il quale per la medesima affezione della parte era stato mandato in aiuto degli Oddi dal cardinale Savello, seguitorno gli altri insino a Corciano, e lo recuperorno con l’impeto medesimo; né saziati per la morte di quegli che erano stati uccisi nel fuggire ne impiccorono in Perugia molti degli altri, con la crudeltà che tra loro medesimi usano i parziali15. Da’ quali tumulti essendo nate molte uccisioni nelle terre vicine per conto delle parti, sollecite ne’ tempi sospetti a sollevarsi, o per sete d’ammazzare gl’inimici o per paura di non essere prevenuti da loro, i perugini concitati contro a’ fulignati avevano mandato il campo a Gualdo; dove avendo data la battaglia invano, diffidatisi di poterlo ottenere con le loro forze, accettorono gli aiuti di Verginio, il quale si offerse loro acciocché al nome della guerra e delle prede concorressino più facilmente i soldati. E nondimeno, stimolati da lui e da Piero de’ Medici di aiutare scopertamente la impresa loro, o almeno di concedere qualche pezzo d’artiglieria e il ricetto per le genti loro a Castiglione del Lago, che confina col territorio di Cortona, e comodità di vettovaglie per l’esercito, non consentivano alcuna di queste dimande, ancora che delle cose medesime facesse instanza grandissima in nome del duca di Milano il cardinale Ascanio, e il pontefice con brevi veementi e minatori lo comandasse; perché essendo stati, dopo l’occupazione di Corciano, aiutati da’ fiorentini con qualche somma di danari, i quali di più avevano a Guido e a Ridolfo principali della casa de’ Baglioni costituita annua provisione16, e condotto a’ suoi stipendi Giampagolo figliuolo di Ridolfo, si erano ristretti17 con loro: alieni oltre a questo dalla congiunzione del pontefice, perché temevano che il favore suo fusse inclinato agli avversari, o che per occasione delle loro divisioni aspirasse a rimettere in tutto quella città sotto l’ubbidienza della Chiesa.
Nel quale tempo Pagolo Orsino, che con sessanta uomini d’arme della compagnia vecchia di Verginio era stato molti dì a Montepulciano e dipoi trasferitosi a Castello della Pieve18, teneva per ordine di Piero de’ Medici trattato19 nella città di Cortona; con intenzione di metterlo a effetto come le genti di Verginio, il numero e la bontà delle quali non corrispondeva a’ primi disegni, s’accostassino : nella quale dilazione essendosi scoperto il trattato che si teneva, per mezzo d’uno sbandito20 di bassa condizione, cominciorono a mancare parte de’ loro fondamenti, e da altra parte a dimostrarsi maggiori ostacoli. Perché i fiorentini, solleciti a provedere a’ pericoli, lasciati nel contado di Pisa trecento uomini d’arme e dumila fanti, avevano mandati ad alloggiare presso a Cortona dugento uomini d’arme e mille fanti sotto il governo del conte Rinuccio da Marciano loro condottiere; e perché le genti de’ sanesi non potessino unirsi con Verginio, come tra loro si era trattato, avevano mandato al Poggio Imperiale che è a’ confini del sanese, sotto il governo di Guidobaldo da Montefeltro duca d’Urbino, condotto21 poco innanzi da loro, trecento uomini d’arme e mille cinquecento fanti, e aggiuntivi molti de’ fuorusciti di Siena per tenere quella città in maggiore terrore. Ma Verginio, poiché ebbe dato più battaglie a Gualdo, dove fu ferito d’un archibuso Carlo figliuolo suo naturale, ricevuti, come si credette, in secreto danari da’ fulignati, ne levò il campo senza menzione alcuna22 dello interesse de’ perugini; e andò ad alloggiare alle Tavernelle e dipoi al Panicale nel contado di Perugia, facendo nuova instanza che si dichiarassino contro a’ fiorentini : il che non solo gli fu negato, anzi, per la mala sodisfazione che avevano delle cose di Gualdo, costretto quasi con minaccie a uscirsi del territorio loro. Però essendo prima Piero ed egli andati con quattrocento cavalli all’Orsaia23 villa propinqua a Cortona, sperando che in quella città, la quale per non essere danneggiata da’ soldati non aveva voluto ricevere dentro le genti d’arme de’ fiorentini, si facesse qualche movimento, poiché veddeno ogni cosa quieta passorono le Chiane, con trecento uomini d’arme e tremila fanti, ma la più parte gente male in ordine per essere stati raccolti con pochi danari; e si ridusseno nel sanese presso a Montepulciano, tra Chianciano, Torrita e Asinalunga24: dove soprastettono25 molti dì senza fare fazione alcuna26, eccetto che qualche preda e correrie, perché le genti de’ fiorentini, passate le Chiane al ponte a Valiano, si erano messe all’opposito nel Monte a Sansovino e negli altri luoghi circostanti. Né da Bologna, secondo la intenzione27 che era stata loro data, si faceva movimento alcuno; perché il Bentivoglio, determinato di non si implicare per gli interessi d’altri in guerra con una republica potente e vicina, ancoraché consentisse farsi molte dimostrazioni da Giuliano de’ Medici, il quale venuto a Bologna cercava di sollevare gli amici che essi erano soliti di avere nelle montagne del bolognese, non volle muovere l’armi, non ostante gli stimoli de’ collegati, interponendo varie dilazioni e allegando varie scuse. Anzi tra i collegati medesimi non era totalmente la medesima volontà: perché al duca di Milano era grato che i fiorentini avessino travagli tali che gli rendessino manco potenti alle cose di Pisa; ma non gli sarebbe stato grato che Piero de’ Medici, offeso da lui sì gravemente, ritornasse in Firenze, se bene egli, per dimostrare di volere per l’avvenire dependere del tutto dalla sua autorità, avesse mandato a Milano il cardinale suo fratello28, e i viniziani non volevano abbracciare soli questa guerra : aggiugnendosi oltre a questo l’essere intenti, il duca e loro, alle provisioni per cacciare i franzesi del reame di Napoli. Perciò mancando a Piero e a Verginio non solo le speranze le quali s’avevano proposte ma ancora i danari per sostentare le genti, diminuiti assai di fanti e di cavalli, si ritirorono al Bagno a Rapolano29 nel contado di Chiusi, città suddita a’ sanesi. Dove fra pochi dì, tirando Verginio il suo fato30, arrivorono Cammillo Vitelli c monsignore di Gemel31 mandati dal re di Francia per condurlo a’ soldi suoi e menarlo nel reame di Napoli; dove il re, intesa l’alienazione de’ Colonnesi, desiderava di servirsene : il quale partito32, non ostante la contradizione di molti de’ suoi, che lo consigliavano o che si conducesse co’ confederati, che ne lo ricercavano con grande instanza, o che ritornasse al servigio aragonese, fu accettato da lui; o perché sperasse di ricuperare più facilmente con questo mezzo i contadi di Albi e di Tagliacozzo, o perché, ricordandosi delle cose intervenute nella perdita del regno e vedendo essere grande appresso a Ferdinando l’autorità de’ Colonnesi suoi avversari, si diffidasse di potere più ritornare seco nell’antica fede e grandezza, o pure lo movesse, secondo che affermava egli, la mala sodisfazione che aveva de’ prìncipi confederati per avergli mancato delle promesse fattegli al favore di Piero de’ Medici. Fu adunque condotto con secento uomini d’arme per lui e per gli altri di casa Orsina, ma nondimeno con obligo di mandare Carlo suo figliuolo in Francia per sicurtà33 del re (questi sono i frutti di chi ha già fatta sospetta la fede propria); e ricevuti i danari, attendeva a prepararsi per andare insieme co’ Vitelli nel regno.
1. Le quali: si riferisce a provisioni (cfr. fine del capitolo precedente).
2. interrompere: ostacolare.
3. del: col.
4. in… conato: qualunque potesse essere l’esito di questo tentativo.
5. rimettersi in sulla reputazione dell’armi: riconquistare il prestigio di capitano.
6. Iacopo d’Appiano.
7. La Chiana, che allora aveva un corso paludoso.
8. battere: colpire.
9. in sulla punta: all’estremità.
10. comodità: aiuto.
11. in quelle circostanze: in quei dintorni.
12. Gualdo Cattaneo.
13. dalla contenzione delle parti: dalla lotta dei partiti.
14. Assisi.
15. i parziali: gli uomini di parte.
16. costituita annua provisione: assegnato uno stipendio annuale.
17. ristretti: alleati.
18. Città della Pieve.
19. teneva… trattato: complottava.
20. uno sbandito: un esiliato.
21. condotto: assunto come capitano.
22. senza menzione alcuna: senza darsi alcun pensiero.
23. Probabilmente Ossaia.
24. Sinalonga.
25. soprastettono: si fermarono.
26. senza fare fazione alcuna: senza combattere mai con i nemici.
27. la intenzione: la promessa.
28. Giovanni de’ Medici.
29. L’attuale Rapolano Terme.
30. tirando Verginio il suo fato: fato è soggetto, Verginio oggetto. Tirando ha il significato di trascinando.
31. Antoine de Gemel.
32. il quale partito: la quale decisione.
33. sicurtà: garanzia.
CAPITOLO III
Nuove vicende della lotta tra francesi ed aragonesi nel reame di Napoli. La fortuna francese declina in Calabria. Carlo VIII consuma in divertimenti il tempo a Lione. Ricusa proposte fatte avanzare da’ veneziani per decidere le cose del reame di Napoli.
Dove1, e innanzi alla perdita delle castella e poi, si era con vari accidenti, in vari luoghi, continuamente travagliato e travagliava. Perché avendo da principio fatta testa2 Ferdinando nel piano di Sarni, i franzesi ritiratisi da Pié di Grotta si erano fermati a Nocera, vicini agli inimici a quattro miglia; dove essendo le forze dell’uno e l’altro esercito assai del pari consumavano il tempo inutilmente a scaramucciare, non facendosi cosa alcuna memorabile : eccetto che, essendo stati condotti con trattato doppio3 per entrare nel castello di Gifone4, vicino alla terra di Sanseverino5, circa a settecento cavalli e fanti di Ferdinando, vi rimasono quasi tutti o morti o prigioni; ma essendo sopravenute in aiuto di Ferdinando le genti del pontefice, i franzesi diventati inferiori si discostorono da Nocera: onde quella terra insieme con la sua fortezza fu presa da Ferdinando, con uccisione grande de’ seguaci de’ franzesi. Aveva in questo tempo Mompensieri atteso a provedere le genti, uscite seco di Castelnuovo, di cavalli e d’altre cose necessarie alla guerra; le quali riordinate, unito con gli altri venne ad Ariano6, terra molto abbondante di vettovaglie : e Ferdinando da altra parte, essendo meno potente degli inimici, si fermò a Montefoscoli7; per temporeggiarsi, senza tentare la fortuna, insino a tanto che da’ confederati avesse maggiore soccorso. Prese Mompensieri la terra e dipoi la fortezza di San Severino, e arebbe fatti senza dubbio maggiori progressi se non l’avesse impedito la difficoltà de’ danari; perché non essendogliene mandati di Francia, né avendo facoltà di cavarne del regno, e perciò non potendo pagare i soldati, e stando per questa cagione l’esercito malcontento e massimamente i svizzeri, non faceva effetti8 pari alle forze che avea. Consumoronsi con queste azioni, per l’uno e l’altro esercito, circa a tre mesi. Nel quale tempo e nella Puglia guerreggiava con gli aiuti del paese don Federico, con cui era don Cesare d’Aragona9, essendogli oppositi i baroni e i popoli che seguitavano la parte franzese; e nell’Abruzzi Graziano di Guerra, molestato dal conte di Popoli e da altri baroni aderenti a Ferdinando, si difendeva con valore grande; e il prefetto di Roma10, che dal re aveva la condotta di dugento uomini d’arme, molestava dagli stati suoi le terre di Montecasino e il paese circostante. Ma più importanti erano le cose della Calavria, dove era declinata alquanto la prosperità de’ franzesi, essendo ammalato Obignì di lunga infermità, la quale gli interroppe il corso della vittoria. Con tutto che quasi tutta la Calavria e il Principato11 fussino a divozione del re di Francia, Consalvo, rimesse insieme le genti spagnuole e i paesani amici degli aragonesi, i quali per l’acquisto di Napoli erano augumentati, aveva prese alcune terre, e manteneva vivo in quella provincia il nome di Ferdinando : dove per i franzesi erano le medesime difficoltà, per mancamento di danari, che nello esercito12. Nondimeno essendosi ribellata da loro la città di Cosenza, la recuperorno e saccheggiorno. Né in tante necessità e pericoli de’ suoi provisione alcuna di Francia compariva: perché il re, fermatosi a Lione, attendeva a giostre a torniamenti e a piaceri, deposti i pensieri delle guerre; affermando sempre di volere di nuovo attendere alle cose d’Italia ma non ne dimostrando co’ fatti memoria alcuna. E nondimeno, avendogli riportato Argentone da Vinegia che il senato viniziano aveva risposto non pretendere d’avere inimicizia seco, non avendo pigliate l’armi se non dopo l’occupazione di Novara, né per altro che per la difesa del duca di Milano loro collegato, e però giudicare essere superfluo il riconfermare l’amicizia antica con nuova pace, e che da altra parte gli aveva fatto offerire per terze persone di indurre Ferdinando a dargli di presente qualche somma di danari e costituirgli censo13 di cinquantamila ducati l’anno, lasciandogli per sicurtà in mano Taranto per certo tempo, il re, come se avesse il soccorso preparato e potente, ricusò di prestarvi orecchi : con tutto che, oltre alle difficoltà d’Italia, non fusse a’ confini della Francia senza molestia; perché Ferdinando re di Spagna, venuto personalmente a Perpignano, aveva fatto correre delle sue genti in Linguadoca, facendo prede e danni assai e continuando con dimostrazione di maggiore moto14; ed era morto nuovamente15 il delfino di Francia, unico figliuolo del re16 : tutte cose da farlo più facilmente, se in lui fusse stata capacità di determinarsi alla pace o alla guerra, inclinare a qualche concordia.
1. Dove: nel regno di Napoli. Cfr. fine del cap. precedente.
2. avendo… fatta testa: avendo… riunito i suoi soldati per opporre resistenza.
3. con trattato doppio: con duplice tradimento.
4. Giffoni-Sei Casali.
5. Feudo nei dintorni di Salerno.
6. Ariano Irpino.
7. Montefusco.
8. non faceva effetti: non otteneva risultati.
9. Fratello naturale di Federico, mandato da lui in Abruzzo come luogotenente generale.
10. Giovanni della Rovere, duca di Sora.
11. Il Principato comprendeva le attuali province di Avellino e Benevento e parte delle province di Salerno e Potenza.
12. dove… nello esercito: dove (cioè in Calabria) i francesi avevano, per scarsezza di danari, la stessa difficoltà dell’esercito (nemico).
13. costituirgli censo: pagargli un tributo di vassallaggio.
14. con dimostrazione di maggiore moto: dando a vedere di voler continuare l’attacco ed intensificarlo.
15. nuovamente: recentemente.
16. Il delfino Charles-Orland mori ad Amboise il 6 dicembre 1495.
Intimazione del re di Francia al castellano di Pisa d’osservare gli ordini suoi riguardo alla consegna della fortezza. Il castellano consegna la fortezza a’ pisani. I pisani distruggono la fortezza e si rivolgono al re de’ romani e a diversi stati d’Italia per aiuti. I pisani si pongono sotto la protezione de’ veneziani. Il senato li riceve in protezione. Esaltazione in Milano della sapienza e dell’ingegno di Lodovico Sforza. Per opera di questo le fortezze di Serezana e Serezanello son consegnate a’ genovesi anziché a’ fiorentini.
Nella fine di questo anno si terminorono le cose della cittadella di Pisa. Perché il re, intesa la ostinazione del castellano, vi aveva ultimamente mandato, con comandamenti minatori e aspri non solo a lui ma a tutti i franzesi che vi erano dentro, Gemel, e non molto poi Bonò1 cognato del castellano, acciocché dimostratagli per persona confidente la facoltà che aveva di cancellare con l’ubbidienza gli errori commessi, e da altra parte i pregiudizi2 ne’ quali incorrerebbe perseverando nella disubbidienza, si disponesse più facilmente a eseguire i comandamenti del re; e nondimeno egli, continuando nella contumacia medesima3, disprezzò le parole di Gemel: il quale vi soprasedé pochissimi dì, per la commissione che aveva dal re d’andare con Cammillo Vitelli e Verginio. Né la venuta di Bonò, il quale ritardò molti dì perché per ordine del duca di Milano fu ritenuto a Serezana4, rimosse il castellano dalla sua ostinazione; anzi tirato Bonò nella sentenza sua5, si convenne6 co’ pisani, interponendosi tra loro Luzio Malvezzi in nome del duca: per virtù della quale convenzione consegnò a’ pisani, il primo dì dell’anno mille quattrocento novantasei, la cittadella di Pisa, ricevuti da loro per sé dodicimila ducati e ottomila per distribuire a’ soldati che vi erano dentro; de’ quali danari, non essendo i pisani potenti a pagargli, n’ebbono quattromila da’ viniziani quattromila da i genovesi e lucchesi e quattromila dal duca di Milano : il quale nel tempo medesimo, governandosi con le sue arti, benché poco credute, trattava simulatamente di ristrignersi co’ fiorentini in ferma amicizia e intelligenza7, ed era già restato d’accordo con gli oratori loro delle condizioni. Non pareva per ragione alcuna verisimile che né Lignì né Entraghes né alcuno altro avessino usata tanta trasgressione senza volontà del re, essendo massime in non piccolo detrimento suo; perché la città di Pisa, se bene Entraghes avesse capitolato che restasse suddita della corona di Francia, rimaneva manifestamente a divozione de’ confederati, e per non avere effetto la restituzione si privavano i franzesi che erano nel regno di Napoli del soccorso molto necessario delle genti e de’ danari promessi nella capitolazione di Turino. E nondimeno i fiorentini, i quali con somma diligenza osservorono i progressi8 di tutte queste cose, ancoraché da principio molto ne dubitassino, restorono finalmente in credenza9 che tutto fusse proceduto contro alla volontà del re : cosa da parere incredibile a ciascuno che non sapesse quale fusse la sua natura e le condizioni dello ingegno10 e de’ costumi suoi, e la piccola autorità che egli riteneva co’ suoi medesimi, e quanto si ardisca contro a uno principe che sia diventato contennendo11.
I pisani, entrati nella cittadella, la distrusseno subito popolarmente12 insino da’ fondamenti; e conoscendo di non avere forze sufficienti a difendersi per se stessi, mandorono in un tempo medesimo imbasciadori al papa al re de’ romani a’ viniziani al duca di Milano a’ genovesi a’ sanesi e a’ lucchesi, dimandando soccorso da tutti, ma con maggiore instanza da’ viniziani e dal duca di Milano ; nel quale aveano avuto prima inclinazione di trasferire liberamente13 il dominio di quella città, parendo loro d’essere costretti di non avere per fine principale tanto la conservazione della libertà quanto il fuggire la necessità di ritornare in potestà de’ fiorentini, e sperando in lui più che in alcuno altro, per avergli incitati alla rebellione, per la vicinità, e perché, non avendo dagli altri collegati riportato altro che speranze, avevano ottenuti da lui pronti sussidi. Ma il duca, benché ne ardesse di desiderio, era stato sospeso ad accettarla per non sdegnare gli altri confederati, nel consiglio de’ quali si erano cominciate a trattare le cose de’ pisani come causa comune; ora confortandogli a differire ora proponendo che la dedizione14 si facesse più tosto palesemente in nome de’ Sanseverini, per iscoprirla effettualmente per sé quando giudicasse il tempo opportuno: pure, partito che fu d’Italia il re di Francia, parendogli alleggerito il bisogno che aveva de’ collegati, deliberò d’accettarla. Ma era ne’ pisani cominciata a raffreddarsi questa inclinazione, per la speranza grande che già aveano di essere aiutati dal senato viniziano; ed era anche dimostrato loro da altri potere più facilmente conservarsi con l’aiuto di molti che restrignendosi a uno solo, e proposta con questo modo maggiore speranza di mantenere la libertà : le quali considerazioni potendo più poiché ebbono ottenuta la cittadella, si sforzavano di aiutarsi co’ favori di ciascuno. Alla quale intenzione era molto opportuna la disposizione degli stati d’Italia : perché i genovesi per odio de’ fiorentini, i sanesi e i lucchesi per odio e per timore, erano per porgergli sempre qualche sussidio, e per farlo più ordinatamente trattavano di convenirsi con obligazioni determinate a questo effetto; e i viniziani e il duca di Milano, per la cupidità di insignorirsene, non erano per comportare che e’ ritornassino sotto il dominio fiorentino; e giovava loro appresso al pontefice e gli oratori de’ re di Spagna il desiderio della bassezza de’ fiorentini, come troppo inclinati alle cose franzesi. Però uditi in ciascuno luogo benignamente, e ottenuta da Cesare per privilegio la confermazione della libertà, riportorono da Vinegia e da Milano quelle medesime promesse di conservargli in libertà che avevano prima, di comune consentimento, fatte loro, per aiutargli a liberarsi da’ franzesi; e il pontefice, in nome e di consenso di tutti i potentati della lega, gli confortò, per un breve15, al medesimo, promettendo che da tutti sarebbono difesi potentemente: ma il soccorso efficace fu da’ viniziani e dal duca di Milano, questo augumentandovi le genti che prima v’aveva, quegli mandandovene non piccola quanità. Nella quale cosa se avessino tutt’a due continuato, non arebbono avuto i pisani necessità di aderire più all’uno che all’altro di loro, donde si sarebbe forse più facilmente conservata la concordia comune. Ma accadde presto che il duca, alienissimo sempre dallo spendere e inclinato da natura a procedere con simulazioni e con arte, né parendogli che per allora potesse pervenire in lui il dominio di Pisa, cominciando a somministrare parcamente le cose che dimandavano i pisani, dette loro occasione di inclinare più l’animo a’ viniziani, i quali senza risparmio alcuno gli provedevano. Onde procedette che, non molti mesi poi che i franzesi avevano lasciata la cittadella, il senato viniziano, pregatone con somma instanza da’ pisani, deliberò di accettare la città di Pisa in protezione, più tosto confortandonegli16 che dimostrando essergli molesto Lodovico Sforza, ma senza comunicarne con gli altri confederati, benché da principio gli avessino confortati a mandarvi gente : i quali, ne’ tempi seguenti, allegorono essere restati disobligati dalla promessa fatta a’ pisani d’aiutargli, poi che senza consenso loro avevano convenuto particolarmente co’ viniziani.
È certissimo che né il desiderio di conservare ad altri la libertà, la quale nella propria patria tanto amano, né il rispetto della salute comune, come allora e dappoi con magnifiche parole predicorono, ma la cupidità sola di acquistare il dominio di Pisa, fu cagione che i viniziani facessino questa deliberazione; per la quale non dubitavano dovere in breve tempo adempiere il desiderio loro con volontà de’ pisani medesimi, i quali eleggerebbono volentieri di stare sotto l’imperio veneto per assicurarsi in perpetuo di non avere a ritornare nella servitù de’ fiorentini. E nondimeno questa cosa fu più volte disputata nel senato lungamente, ritardandosi la inclinazione quasi comune per l’autorità di alcuni senatori de’ più vecchi e di maggiore riputazione, che molto efficacemente contradicevano; affermando che ’l farsi propria la difesa di Pisa era cosa piena di molte difficoltà, per essere quella città distante molto per terra da’ loro confini e molto più distante per mare, non potendo essi andarvi se non per ricetti17 e porti di altri, e con lunga circuizione18 di tutti a due i mari da’ quali è cinta Italia; e però non si potere senza gravissime spese difendere dalle molestie continue de’ fiorentini. Essere verissimo che quello acquisto sarebbe molto opportuno allo imperio veneto, ma doversi prima considerare le difficoltà del conservarlo, e molto più le condizioni de’ tempi presenti e che effetti potesse partorire questa deliberazione: perché essendo tutta Italia naturalmente sospettosa della grandezza loro, non potrebbe se non estremamente dispiacere a tutti uno augumento tale, il che facilmente partorirebbe maggiori e più pericolosi accidenti che molti per avventura non pensavano; ingannandosi non mediocremente coloro che si persuadevano che gli altri potentati avessino oziosamente a comportare che allo imperio veneto, formidabile a tutti gli italiani, si aggiugnesse l’opportunità sì grande del dominio di Pisa; i quali19 se bene non erano potenti come per il passato a vietarlo con le forze proprie, avevano da altra parte, poi che agli oltramontani era stata insegnata la strada del passare in Italia, maggiore occasione di opporsi loro col ricorrere agli aiuti forestieri; a’ quali non essere dubbio che prontamente ricorrerebbono e per odio e per timore, essendo vizio comune degli uomini volere più tosto servire agli strani20 che cedere a’ suoi medesimi. E come potersi credere che ’l duca di Milano, solito a permettere tanto di sé21 ora alla cupidità e alla speranza ora al timore, e movendolo al presente non meno lo sdegno che l’emulazione che ne’ viniziani si trasferisse quella preda che avea con tante arti procurata per sé, non fusse più presto per conturbare22 di nuovo Italia che sopportare che Pisa fusse occupata da loro? E benché con le parole e consigli suoi dimostrasse altrimenti, potersi molto agevolmente comprendere non essere questa la verità del cuore suo ma insidie, e per fini non sinceri artificiosi consigli23: in compagnia del quale essere prudenza il sostentare quella città, se non per altro, per interrompere che i pisani non24 si dessino a lui; ma farsi propria questa causa e tirare addosso a sé tanta invidia25 e tanto peso non essere savio consiglio. Doversi considerare quanto fussino contrari questi pensieri dall’opere nelle quali si erano affaticati tanti mesi, e continuamente s’affaticavano; perché non altre cagioni avere mosso quel senato a pigliare l’armi, con tante spese e pericoli, che ’l desiderio d’assicurare sé e tutta Italia da’ barbari: a che avendo con sì gloriosi successi dato principio, e nondimeno essendo appena il re di Francia ripassato di là da’ monti, e tenendosi ancora per cui26 con uno esercito potente la maggior parte del regno di Napoli, che imprudenza che infamia sarebbe, quando era il tempo di stabilire la libertà e la sicurtà d’Italia, spargere semi di nuovi travagli! che potrebbeno facilitare al re di Francia il ritornarvi, o al re de’ romani l’entrarvi, che27 forse, come era noto a ciascuno, non avea, per quello che pretendeva contro allo stato loro28, maggiore e più ardente desiderio di questo. Non essere la republica veneta in grado che fusse costretta ad abbracciare consigli pericolosi o farsi incontro alle occasioni immature, anzi niuno in Italia potere più aspettare l’opportunità de’ tempi e la maturità delle occasioni. Perché le deliberazioni precipitose o dubbie convenivano a chi aveva difficili o sinistre condizioni, o a chi stimolato dalla ambizione e dalla cupidità di fare illustre il nome suo temeva non gli mancasse il tempo, non a quella republica, che collocata in tanta potenza degnità e autorità era temuta e invidiata da tutto ’l resto d’Italia, e la quale essendo a rispetto de’ re e degli altri prìncipi quasi immortale e perpetua, ed essendo sempre il medesimo nome del senato viniziano, non aveva cagione di affrettare innanzi al tempo le sue deliberazioni; e appartenere più alla sapienza e gravità di quel senato, considerando, come era proprio degli uomini veramente prudenti, i pericoli che si ascondevano sotto queste speranze e cupidità, e più i fini che i princìpi delle cose, rifiutati i consigli29 temerari, astenersi, così nell’occasione di Pisa come nell’altre che s’offerivano, da spaventare e irritare gli animi degli altri, almeno insino a tanto che Italia fusse meglio assicurata da’ pericoli e sospetti degli oltramontani; e avvertire sopratutto di30 non dare causa che di nuovo vi entrassino, perché l’esperienza aveva dimostrato, in pochissimi mesi, che tutta Italia quando non era oppressa da nazioni straniere seguitava quasi sempre l’autorità del senato viniziano, ma quando erano barbari in Italia, in cambio di essere seguitato e temuto dagli altri, bisognava che insieme con gli altri temesse le forze forestiere.
Queste e simili ragioni erano, oltre alla cupidità del numero maggiore, superate ancora dalle persuasioni di Agostino Barbarico doge di quella citta31, la cui autorità era divenuta sì grande che, eccedendo la riverenza de’ dogi passati32, meritava più tosto nome di potenza che di autorità; perché, oltre all’essere stato con felici successi33 in quella degnità34 molti anni e l’avere molte preclare doti e ornamenti, aveva, procedendo artificiosamente, conseguito che molti senatori che volentieri si opponevano a quegli che, per la fama d’essere prudenti per la lunga esperienza e per l’avere ottenute le degnità supreme, erano nella republica di maggiore estimazione, congiuntisi a lui, seguitavano comunemente, più tosto a uso di setta35 che con gravità o integrità senatoria, i suoi consigli. Il quale, cupidissimo di lasciare, con l’ampliazione dello imperio, chiarissima la memoria del suo nome, né terminando36 l’appetito della gloria l’essersi sotto il suo principato l’isola di Cipri, mancati i re della famiglia Lusignana37, aggiunta al dominio viniziano38, era molto inclinato che si accettasse qualunque occasione di accrescere il loro stato. Però, opponendosi a coloro che nella causa pisana consigliavano il contrario, dimostrava con efficacissime parole quanto fusse utile e opportuno a quel senato l’acquistare Pisa, e quanto importante il reprimere con questo mezzo l’audacia de’ fiorentini; per opera de’ quali aveano, nella morte di Filippo Maria Visconte, perduta l’occasione di insignorirsi del ducato di Milano, e che per la prontezza39 de’ danari aveano, nella guerra di Ferrara e nelle altre imprese, nociuto più loro che alcun altro de’ potentati maggiori. Ricordava quanto rare fussino sì belle occasioni, con quanta infamia si perdessino, e quanto pungenti stimoli di penitenza40 seguitassino41 chi non l’abbracciava; non essere le condizioni d’Italia tali che gli altri potentati potessino per se stessi opporsegli42; e manco essere da temere che per questa o indegnazione o timore ricorressino al re di Francia, perché né il duca di Milano che l’aveva tanto ingiuriato ardirebbe mai di confidarsene, né muovere l’animo del pontefice questi pensieri, né potere più il re di Napoli, quando bene avesse ricuperato il regno suo, udire il nome franzese. Né l’entrare loro in Pisa, benché molesto agli altri, essere accidente sì impetuoso, né tanto propinquo il pericolo, che per questo s’avessino gli altri potentati a precipitare a’ rimedi che s’usano nell’ultime disperazioni; perché nelle infermità lente non si accelerano43 le medicine pericolose, pensando gli uomini non dovere mancare tempo a usarle: e se in questa debolezza e disunione degli altri d’Italia essi per timidità44 rifiutassino tanta occasione, aspettarsi vanamente di poterlo fare con maggiore sicurtà quando gli altri potentati fussino ritornati nel pristino vigore e assicurati dal timore degli oltramontani. Doversi, per rimedio del troppo timore, considerare che l’azioni mondane erano sottoposte tutte a molti pericoli, ma conoscere gli uomini savi che non sempre viene innanzi45 tutto quello di male che può accadere, perché, per beneficio o della fortuna o del caso, molti pericoli diventano vani, molti sfuggirsene con la prudenza e con la industria; e perciò non doversi confondere, come molti poco consideratori della proprietà de’ nomi e della sostanza delle cose affermano, la timidità con la prudenza, né riputare savi coloro che, presupponendo per certi tutti i pericoli che sono dubbi e però temendo di tutti, regolano, come se tutti avessino certamente a succedere, le loro deliberazioni. Anzi non potersi in maniera alcuna chiamare prudenti o savi coloro che temono del futuro più che non si debbe. Convenirsi molto più questo nome e questa laude agli uomini animosi, imperocché conoscendo e considerando i pericoli, e per questo differenti da’ temerari che non gli conoscono e non gli considerano, discorrono46 nondimeno quanto spesso gli uomini, ora per caso ora per virtù, si liberano da molte difficoltà : dunque, nel deliberare, non chiamando meno in consiglio la speranza che la viltà, né presupponendo per certi gli eventi incerti, non così facilmente come quegli altri l’occasioni utili e onorate rifiutano47. Però, proponendosi innanzi agli occhi la debolezza e la disunione degli altri italiani, la potenza e la fortuna grande della republica viniziana, la magnanimità e gli esempli gloriosi de’ padri loro, accettassino con franco animo la protezione de’ pisani48, per la quale perverrebbe loro effettualmente la signoria di quella città, uno senza dubbio degli scaglioni49 opportunissimi a salire alla monarchia di tutta Italia.
Ricevette adunque il senato per publico decreto in protezione i pisani50, promettendo espressamente di difendere la loro libertà. La quale deliberazione non fu da principio considerata dal duca di Milano quanto sarebbe stato conveniente, perché non essendo escluso per questo di potervi tenere delle sue genti gli era grato avere compagni allo spendere, e disegnando per avarizia diminuire del numero de’ soldati che vi teneva non riputava alieno dal beneficio suo che Pisa, in uno tempo medesimo, fusse cagione di spese gravi a’ viniziani e a’ fiorentini; persuadendosi oltre a ciò che i pisani, per la grandezza e per la vicinità dello stato suo e per la memoria dell’opere fatte da lui per la loro liberazione, gli fussino tanto dediti che avessino sempre a preporlo a tutti gli altri. Accresceva questi disegni e speranze fallaci la persuasione, nella quale poco ricordandosi della varietà delle cose umane si nutriva da se stesso, d’avere quasi sotto i piedi la fortuna, della quale affermava publicamente essere figliuolo : tanto era invanito de’ prosperi successi, ed enfiato che per opera e per i consigli suoi fusse passato il re di Francia in Italia, attribuendo a sé l’essere suto privato Piero de’ Medici, poco ossequente alla sua volontà, dello stato di Firenze, la ribellione de’ pisani da’ fiorentini, e l’essere stati cacciati del regno di Napoli gli Aragonesi suoi inimici; e che poi, avendo mutata sentenza, fusse per i consigli e autorità sua proceduta la congiunzione di tanti potentati contro a Carlo, la ritornata di Ferdinando nel regno di Napoli, e la partita del re di Francia d’Italia con condizioni indegne di tanta grandezza; e che insino nel capitano che aveva in custodia la cittadella di Pisa avesse potuto più la sua o industria o autorità che la volontà e i comandamenti del proprio re. Con le quali regole misurando il futuro, e giudicando la prudenza e lo ingegno di tutti gli altri essere molto inferiore alla prudenza e ingegno suo, si prometteva d’avere a indirizzare sempre ad arbitrio suo le cose d’Italia e di potere con la sua industria circonvenire51 ciascuno: la quale vana impressione non dissimulandosi né per lui né per i suoi, né con parole né con dimostrazioni, anzi essendogli grato che così fusse creduto e detto da tutti, risonava Milano il dì e la notte di voci vane, e si celebrava per ciascuno, con versi latini e volgari e con publiche orazioni e adulazioni, la sapienza ammirabile di Lodovico Sforza, dalla quale dependeva la pace e la guerra d’Italia; esaltando insino al cielo il nome suo e il cognome52 del Moro: il quale cognome, impostogli insino da gioventù, perché era di colore bruno e per l’opinione che già si divulgava dalla sua astuzia, ritenne53 volentieri mentre durò lo imperio suo.
Né fu minore l’autorità del Moro nelle altre fortezze de’ fiorentini che fusse stata in quella di Pisa, parendo che ad arbitrio suo si governassino in Italia non meno gli inimici che gli amici. Perché se bene il re udite le querele gravissime fattegli dagli imbasciadori de’ fiorentini se ne fusse commosso gravemente, e perché almanco fussino restituite loro l’altre avesse mandato, con nuove commissioni e con lettere di Lignì, Ruberto di Veste suo cameriere54, nondimeno, non essendo appresso agli altri in maggiore prezzo55 l’autorità sua che ella fusse appresso a se medesimo, fu tanta l’audacia di Lignì, il quale a molti affermava non procedere così senza volontà del re, che per le commissioni sue, aggiunte alla mala volontà de’ castellani, furono poco stimati i comandamenti regi. Però il bastardo di Bienna56, il quale per ordine e sotto nome di Lignì teneva la guardia di Serezana, poiché ebbe condottevi le genti e i commissari de’ fiorentini per riceverne la possessione, la consegnò per prezzo di venticinquemila ducati a’ genovesi; e il medesimo fece, ricevuta certa somma di danari, il castellano di Serezanello: essendone stato autore e mezzano il Moro. Il quale, opposto a’ fiorentini, benché sotto nome de’ genovesi, il Fracassa con cento cavalli e quattrocento fanti, impedì che e’ non57 ricuperassino tutte le altre terre che avevano perdute in Lunigiana; delle quali, con l’occasione delle genti mandate per ricevere Serezana, avevano recuperato una parte. E poco dipoi Entraghes, sotto la custodia del quale erano anche le fortezze di Pietrasanta e di Mutrone58, e in cui mano era similmente venuta Librafatta59, ritenutasi questa, la quale non molti mesi poi concedette a’ pisani, vendé quelle per ventiseimila ducati a’ lucchesi, come precisamente ordinò il duca di Milano: il quale aveva prima desiderato che le conseguissino i genovesi, ma mutata poi sentenza elesse gratificarne i lucchesi, acciocché avessino cagione d’aiutare più prontamente i pisani, e per congiugnersegli più mediante questo beneficio. Le quali cose significate60 in Francia, con tutto che ’l re se ne dimostrasse alterato con Lignì e facesse sbandire Entraghes di tutto il reame, nondimeno ritornando Bonò, che oltre a essere stato partecipe de’ danari de’ pisani61 aveva trattato in Genova la vendita di Serezana, furono accettate le sue giustificazioni; e raccolto gratamente62 uno imbasciadore de’ pisani, mandato insieme con lui a persuadere di volere essere sudditi fedeli della corona di Francia, e a prestare il giuramento della fedeltà : benché non molto poi, apparendo vane le sue commissioni63, fusse licenziato. Né a Lignì fu imposta altra pena che, per segno di escluderlo dal favore regio, toltagli la facoltà di dormire, secondo che era consueto, nella camera del re, alla quale fu presto restituito; rimanendo in contumacia64 solamente, benché per non molto lungo tempo, Entraghes : potendo in queste cose, oltre alla natura del re e gli altri mezzi e favori, la persuasione, non falsa, che i fiorentini fussino necessitati a non si separare da lui; perché essendo manifesta per tutto la cupidità de’ viniziani e del duca di Milano, si teneva per certo che e’ non arebbono consentito che essi fussino reintegrati di Pisa, quando bene avessino acconsentito di collegarsi con loro alla difesa d’Italia. Alla quale cosa cercavano di indurgli cogli spaventi e co’ minacci, non tentando però per allora altro contro a loro, ma bastandogli, con le genti che avevano messe in Pisa, mantenere viva quella città e non gli lasciare perdere interamente il contado.
1. Forse si tratta di Jean (o Jeannet) d’Arbouville, signore di Arbouville e di Buneau.
2. pregiudicii: danni.
3. nella contumacia medesima: nella medesima disobbedienza.
4. Sarzana.
5. tirato Bonò nella sentenza sua: convinto Bonò delle sue posizioni. Forma latineggiante (cfr. in suam sententiam trahere).
6. si convenne: si accordò.
7. intelligenza: intesa.
8. i progressi: l’andamento.
9. restorono finalmente in credenza: rimasero alla fine convinti.
10. le condizioni dello ingegno: la qualità del carattere.
11. contennendo: disprezzabile. Cfr. il latino contemnendus.
12. popolarmente: a furor di popolo.
13. liberamente: di propria iniziativa.
14. la dedizione: la consegna del dominio della città.
15. breve: lettera.
16. più tosto confortandonegli: più esortandoli (i pisani) a farlo.
17. ricetti: scali.
18. circuizione: giro.
19. i quali: si riferisce a gli altri potentati.
20. strani: estranei, stranieri.
21. a permettere tanto di sé: ad abbandonarsi tanto.
22. non fusse più presto per conturbare: non avrebbe piuttosto sconvolto.
23. per fini… consigli: per scopi sleali suggerimenti astuti.
24. interrompere che… non: impedire che.
25. invidia: ostilità.
26. per cui: per lui (si riferisce al re di Francia).
27. che: si riferisce al re de’ romani.
28. per… stato loro: per i diritti che accampava sul loro territorio. Massimiliano rivendicava all’impero Padova, Vicenza, Verona, Rovereto, il Trevigiano, il Friuli e l’Istria.
29. i consigli: le decisioni.
30. avvertire… di: fare attenzione… a.
31. Dal 1486 al 1501.
32. eccedendo… passati: andando al di là del rispetto e del prestigio di cui avevano goduto i dogi precedenti.
33. con felici successi: con fortunati risultati.
34. degnità: carica.
35. a uso di setta: come partigiani.
36. terminando: saziando.
37. I Lusignano d’Oltremare, che avevano il titolo di re di Gerusalemme.
38. Nel 1488.
39. prontezza: disponibilità.
40. penitenza: pentimento.
41. seguitassino: perseguitassero, tormentassero.
42. per se stessi opporsegli: soltanto con le proprie forze opporsi a loro.
43. non si accelerano: non si anticipano.
44. per timidità: per timore.
45. viene innanzi: si verifica.
46. discorrono: considerano.
47. Doversi… rifiutano: tutto questo brano è ottenuto dalla fusione di alcuni Ricordi: C 96 (Op. I, pp. 755-56), C 116 (Op. I, pp. 761-62), C 194 (Op. I p.785)
48. accettassino… de’ pisani: accettassero coraggiosamente di prendere sotto la propria protezione i pisani.
49. scaglioni: gradini.
50. Marzo 1496.
51. circonvenire: ingannare.
52. cognome: soprannome.
53. ritenne: conservò.
54. Robert de Vests, ciambellano di Carlo VIII.
55. prezzo: stima.
56. Antoine de Luxembourg, signore di Luxemont, detto il bastardo di Roussy, figlio di Antoine de Luxembourg, conte di Brienne e di Roussy.
57. impedì che… non: impedi che.
58. Motrone.
59. Ripafratta.
60. significate: riferite.
61. essere… pisani: aver ricevuto danaro dai pisani.
62. raccolto gratamente: accolto bene.
63. apparendo vane le sue commissioni: rivelandosi inutili e prive di fondamento le istruzioni che aveva ricevuto.
64. in contumacia: in disgrazia (presso il re).
CAPITOLO V
Ferdinando d’Aragona minacciato dalla venuta di nuove truppe nemiche. Aiuti de’ veneziani e degli altri confederati a Ferdinando. Nuove vicende della guerra. Equilibrio delle forze avversarie.
Perché il pericolo del regno di Napoli da ogn’altra cura gli divertiva1: atteso che Verginio, raccolti al Bagno a Rapolano e poi nel perugino, dove dimorò qualche giorno, molti soldati, andava con gli altri della casa Orsina verso lo Abruzzi; e al medesimo cammino andavano con la compagnia loro Cammillo e Pagolo Vitelli. A’ quali denegando di dare vettovaglie il castello di Montelione2 fu da loro messo a sacco; da che spaventate l’altre terre della Chiesa donde avevano a passare, non si ritenendo per i gravi comandamenti fatti in contrario dal pontefice, concedevano loro per tutto alloggiamento e vettovaglie. Per il che, e molto più perché si affermava che di Francia veniva per mare nuovo soccorso, parendo che le cose franzesi3 fussino per ricevere nel reame di Napoli grande augumento4, né potendo Ferdinando, il quale era senza danari e con molte difficoltà, sostenere senza maggiori aiuti tanto peso, fu costretto di pensare per la difesa sua a nuovi rimedi.
Non avevano gli altri potentati da principio compreso Ferdinando nella loro confederazione; e ancora che, da poi che ebbe ricuperato Napoli, i re di Spagna avessino fatto instanza che e’ vi fusse ammesso, i viniziani l’avevano recusato, persuadendosi le sue necessità essere mezzo atto al disegno che già facevano che in potestà loro pervenisse una parte di quel reame. Però Ferdinando, privato d’ogn’altra speranza, perché di Spagna non aspettava nuovi sussidi né volevano gli altri collegati sottomettersi a tanta spesa, convenne col senato viniziano, promettendo l’osservanza per ciascuna delle parti il pontefice e gli oratori de’ re di Spagna in nome de’ suoi re, che i viniziani mandassino nel regno in soccorso suo il marchese di Mantova loro capitano, con settecento uomini d’arme cinquecento cavalli leggieri e tremila fanti e vi mantenessino l’armata di mare la quale allora vi avevano, ma con patto di potere rivocare questi sussidi ogni volta che per difesa propria n’avessino di bisogno; e gli prestassino per le necessità presenti quindicimila ducati : e, perché fussino assicurati di recuperare le spese farebbono, che Ferdinando consegnasse loro Otranto, Brindisi e Trani, e consentisse ritenessino Monopoli e Pulignano che avevano ancora in mano, ma con condizione di dovergli restituire quando ne fussino rimborsati; ma non potessino allegare che, o per conto della guerra o della guardia o delle fortificazioni che vi facessino, passassino la somma di dugentomila ducati. I quali porti, per essere nel mare di sopra, e perciò molto opportuni a Vinegia, accrescevano assai la loro grandezza : la quale, non avendo più chi se gli opponesse, né essendo uditi più, dopo la protezione accettata de’ pisani, i consigli di coloro che arebbono voluto che a’ venti che sì prosperi si dimostravano le vele più lentamente si spiegassino, cominciava a distendersi per tutte le parti d’Italia; perché, oltre alle cose del regno di Napoli e di Toscana, avevano di nuovo condotto Astore signore di Faenza e accettata la protezione del suo stato, il quale era molto accomodato5 a tenere in timore i fiorentini, la città di Bologna e tutto il resto di Romagna. A questi aiuti particolari de’ viniziani si aggiugnevano altri aiuti de’ confederati, perché il pontefice i viniziani e il duca di Milano mandavano in soccorso di Ferdinando alcune altre genti d’arme, soldate comunemente; benché il duca, non partitosi ancora in tutto dalla simulazione di non contrafare6 allo accordo di Vercelli, non ostante che per consiglio suo si indirizzasse la maggiore parte di queste cose, ricusando che nelle condotte o in altre apparenze si usasse il nome suo, si era convenuto di pagare occultamente ciascuno mese per il soccorso del reame diecimila ducati.
L’andata degli Orsini e de’ Vitelli fermò le cose dello7 Abruzzi, le quali erano in manifesto movimento contro a’ franzesi, essendosi già ribellato Teramo e Civita di Chieti8, e dubitandosi che l’Aquila, città principale di quella regione, non facesse il medesimo; la quale avendo eglino confermata nella divozione franzese, e avendo recuperato per accordo Teramo e saccheggiata Giulianuova, quasi tutto l’Abruzzi seguitava il nome de’ franzesi: in modo che le cose di Ferdinando parevano per tutto il regno in manifesta declinazione. Perché la Calavria quasi tutta era in potestà di Obignì, con tutto che la sua lunga infermità, per la quale s’era fermato in Ghiarace9, desse comodità a Consalvo di tenere, con le genti spagnuole e con le forze di alcuni signori del paese, accesa la guerra in quella provincia; Gaeta con molte terre circostanti ubbidiva a’ franzesi; il prefetto di Roma con la compagnia sua e con le forze del suo stato, recuperate le castella di Montecasino, infestava Terra di Lavoro10 da quella banda; e Mompensieri, con tutto che molto lo impedisse a usare le forze sue il mancamento de’ danari, costrigneva Ferdinando a rinchiudersi ne’ luoghi forti, oppressato dalla medesima necessità di danari e di molte altre provisioni, ma fondato interamente in sulla speranza del soccorso viniziano: il quale, perché la convenzione tra loro era stata fatta poco innanzi, non poteva essere così presto come sarebbe stato di bisogno. Tentò Mompensieri di occupare per trattato11 Benevento, ma Ferdinando avutone sospetto vi entrò subitamente con le sue genti. Accostoronsi i franzesi a Benevento, alloggiando al ponte a Finocchio, e avendo preso Fenezano12, Apice e molte terre circostanti. Ne’ quali luoghi mancando loro le vettovaglie, e approssimandosi il tempo di riscuotere la dogana delle pecore della Puglia13, entrata delle più importanti del reame di Napoli, perché era solita ascendere ciascuno anno a ottantamila ducati, che tutti si riscotevano nello spazio quasi di uno mese, Mompensieri, per privare gli inimici di questa comodità e non meno per l’estremo bisogno delle sue genti, si voltò al cammino di Puglia, della quale regione una parte si teneva per sé un’altra ne tenevano gli inimici; né molto dietro a lui Ferdinando, intento a impedire più presto14, con qualche arte o diligenza, i progressi degli inimici che a combattere, insino a tanto che i soccorsi suoi non arrivassino. Nel quale tempo giunse a Gaeta un’armata franzese di quindici legni grossi e sette minori, in sulla quale si erano imbarcati a Savona ottocento fanti tedeschi condotti delle terre del duca di Ghelleri15, e quelli svizzeri e guasconi che prima il re aveva ordinato che fussino portati in sulle navi grosse che si doveano armare a Genova; alla quale armata l’armata di Ferdinando, che era sopra a Gaeta per impedire che non vi entrassino vettovaglie, essendo per mancamento di danari male proveduta delle cose necessarie, avea dato luogo16 : in modo che, essendo entrata nel porto sicuramente, i fanti posti in terra presono Itri e altre terre circostanti, e fatte per il paese molte prede speravano di ottenere Sessa, per opera di Giovambatista Caracciolo che prometteva di mettergli occultamente dentro; ma don Federigo, il quale essendosi ridotto con le genti che lo seguivano intorno a Taranto era poi stato mandato da Ferdinando al governo di Napoli, avutane notizia, entratovi subito, fece prigioni il vescovo17 e certi altri consci del trattato.
Ma in Puglia, ove era ridotta la somma18 della guerra, procedevano le cose con varia fortuna; perché l’uno e l’altro esercito, distribuitosi per l’asprezza del tempo per le terre19, né alcuno in una sola, per la incapacità20 d’esse, ma in più, attendeva con correrie e cavalcate grosse a predare i bestiami, usando più tosto industria e celerità che virtù d’arme. In Foggia si era fermato Ferdinando con parte delle sue genti, messe le altre parte in Troia e parte in Nocera21: ove intendendo che, tra San Severo, nella quale terra alloggiava con trecento uomini d’arme Verginio Orsino, venuto a unirsi con Mompensieri, e la terra di Porcina22 ove era Mariano Savello con cento uomini d’arme, si era ridotta quantità quasi infinita di pecore e di altre bestie, si mosse con secento uomini d’arme ottocento cavalli leggieri e mille cinquecento fanti, e arrivato, all’alba del dì, innanzi a San Severo, fermatosi quivi con gli uomini d’arme per resistere a Verginio se si movesse, fece correre i cavalli leggieri, che allargandosi per tutto il paese predorno circa sessantamila bestie; ed essendo uscito fuora della Porcina Mariano Savello a molestargli lo costrinsono a ritirarsi, perduti trenta uomini d’arme. Questo danno e la vergogna ricevuta fu cagione che Mompensieri, raccolte tutte le sue genti, andò verso Foggia per recuperare la preda e l’onore perduto : dove, succedendogli più23 di quello che da principio aveva disegnato, scontrò tra Nocera e Troia ottocento fanti tedeschi, venuti prima per mare a’ soldi di Ferdinando, i quali partitisi da Troia, dove era il loro alloggiamento, andavano, più per propria temerità che per comandamento del re, e contro al consiglio di Fabrizio Colonna che alloggiava medesimamente a Troia, per unirsi a Foggia con Ferdinando; i quali, non potendo salvarsi né con la fuga né con l’armi, né volendo arrendersi, furono combattendo tutti ammazzati, non lasciata perciò la vittoria senza sangue agli inimici. Presentossi poi Mompensieri con l’esercito ordinato a combattere innanzi a Foggia, ma non lasciando Ferdinando uscire fuori altri che i cavalli leggieri, andorono ad alloggiare al bosco della Incoronata; dove stati due dì con difficoltà di vettovaglie, e riavuta la maggiore parte delle bestie predate, di nuovo tornorno innanzi a Foggia, e alloggiati quivi una notte ritornorno il dì prossimo a San Severo, non avendo condotta tutta la preda riavuta perché nel ritornarsene ne fu tolta loro una parte da’ cavalli leggieri di Ferdinando. Così, disperdendosi le bestie, cavò l’una parte e l’altra delle entrate della dogana piccolissima utilità.
Andorno pochi dì poi i franzesi, cacciati dalla penuria delle vettovaglie, a Campobasso che si teneva per loro, dal quale luogo presono per forza la Coglionessa o vero Grigonisa24, terra vicina, dove da’ svizzeri, contro alla volontà de’ capitani, fu usata crudeltà tale che se bene si empiesse il paese di spavento alienò da loro gli animi di molti: e Ferdinando, attendendo a difendere il meglio poteva le cose sue e aspettando la venuta del marchese di Mantova, riordinava intanto le genti, con sedicimila ducati che gli aveva mandati il pontefice e con quegli che aveva potuti raccorre da sé. Nel qual tempo si unirono con Mompensieri i svizzeri, e gli altri fanti che erano venuti per mare a Gaeta; e da altra parte il marchese di Mantua, entrato nel regno e venuto a Capua per la via di San Germano, avendo per il cammino prese, parte per forza parte per accordo, molte terre benché di piccola importanza, si unì, circa il principio di giugno, col re a Nocera; dove don Cesare d’Aragona condusse le genti che erano state intorno a Taranto. Così ridotte in luoghi vicini quasi tutte le forze de’ franzesi e di Ferdinando, superiori le franzesi di fanti l’italiane di cavalli, pareva molto dubbio l’evento delle cose, non si potendo discernere a quale delle due parti fusse per inclinare la vittoria.
1. gli divertiva: li distoglieva. Si riferisce al duca di Milano e ai veneziani. Cfr. fine del cap. precedente.
2. Forse Monteleone di Orvieto.
3. le cose franzesi: la posizione dei francesi.
4. augumento: vantaggio.
5. accomodato: utile.
6. contrafare: contravvenire.
7. fermò le cose dello: rafforzò la situazione (dei francesi) in.
8. Chieti.
9. Gerace.
10. Terra di Lavoro era la denominazione del territorio compreso tra il Volturno e i Campi Flegrei, corrispondente all’attuale provincia di Caserta.
11. per trattato: con un complotto.
12. Forse Ferrazzano (o Ferenzano), a sud di Campobasso.
13. La dogana di Puglia era una tassa pagata dai pastori che si spostavano con il gregge dall’Abruzzo in Puglia per passarvi l’inverno.
14. più presto: piuttosto.
15. Karel van Egmond, duca di Gelderland.
16. avea dato luogo: aveva lasciato libero il passo.
17. Giovanni Furacrapa.
18. la somma: la parte più importante.
19. per le terre: per le città fortificate.
20. per la incapacità: per la scarsa capienza.
21. L’attuale Lucera.
22. Apricena.
23. succedendogli più: avendo maggiore successo.
24. Guglionisi (o Coglionesi).
CAPITOLO VI
Carlo VIII, anche per sollecitazioni di altri, torna a pensare alle cose d’Italia. Deliberazioni del consiglio regio e preparativi per una nuova spedizione in Italia. Timori e azione politica di Lodovico Sforza. Indugi frapposti alla spedizione dal cardinale di San Malò. Scarsi aiuti mandati da Carlo in Italia.
Nella quale incertitudine mentre che si sta, il re di Francia, da altra parte, trattava delle provisioni di soccorrere i suoi1. Perché, come ebbe intesa la perdita delle castella di Napoli, e che per non essere state restituite le fortezze a’ fiorentini mancavano alle sue genti i danari e i soccorsi loro, svegliato dalla negligenza con la quale pareva fusse ritornato in Francia, cominciò di nuovo a voltare l’animo alle cose d’Italia; e per essere più espedito2 da tutto quello che lo potesse ritenere3, e per potere, dimostrandosi grato de’ benefici ricevuti ne’ suoi pericoli, ricorrere di nuovo più confidentemente all’aiuto celeste, andò in poste4 a Torsi5 e poi a Parigi per sodisfare a’ voti fatti da sé, il dì della giornata di Fornuovo, a san Martino e a san Dionigi; donde ritornato con la medesima diligenza a Lione, si riscaldava ogni dì più in questo pensiero: al quale era per se stesso inclinatissimo, attribuendosi a grandissima gloria l’avere acquistato un reame tale, e primo di tutti i re di Frnacia dopo molti secoli avere personalmente rinnovata in Italia la memoria dell’armi e delle vittorie franzesi; e persuadendosi che le difficoltà le quali aveva avute nel ritornare da Napoli fussino procedute più da’ disordini suoi che dalla potenza o dalla virtù degl’italiani, il nome de’ quali non era più, nelle cose della guerra, appresso a’ franzesi in alcuna estimazione. E l’accendevano ancora gli stimoli degli oratori de’ fiorentini, del cardinale di San Piero in Vincola e di Gian Iacopo da Triulzi, ritornato per questa cagione alla corte; in compagnia de’ quali facevano la medesima instanza Vitellozzo e Carlo Orsino e dipoi il conte di Montorio6, mandato per il medesimo effetto da’ baroni che seguitavano le parti franzesi nel regno di Napoli; e ultimatamente vi andò da Gaeta per mare il siniscalco di Belcari, il quale dimostrava speranza grande di vittoria in caso che senza più dilazione si mandasse il soccorso e, per contrario, che le cose di quel reame essendo abbandonate non potevano sostenersi lungamente; e oltre a questi una parte de’ signori grandi, stati prima alieni dalle imprese d’Italia, confortavano il medesimo, per la ingominia che del lasciare perdere l’acquisto fatto risultava alla corona di Francia e molto più per il danno che tanta nobiltà franzese si perdesse nel reame di Napoli. Né si raffrenavano questi concetti7 per i movimenti i quali si dimostravano per i re di Spagna dalla parte di Perpignano, perché essendo apparati maggiori in nome che in fatti, e le forze di quegli re più potenti alla difesa de’ regni propri che all’offesa de’ regni d’altri, si giudicava sufficiente rimedio l’avere mandate a Nerbona e nell’altre terre che sono alle frontiere di Spagna molte genti d’arme, non senza compagnia sufficiente di svizzeri.
Però convocati dal re nel consiglio tutti i signori e tutte le persone notabili che si trovavano nella corte, fu deliberato che con più celerità che si potesse tornasse in Asti il Triulzio con titolo di luogotenente regio e con lui ottocento lancie dumila svizzeri e dumila guasconi, e che poco dopo lui passasse i monti con altre genti il duca di Orliens, e finalmente con tutte l’altre provisioni la persona del re; il quale passando potente, non si dubitava che aderirebbono alla volontà sua gli stati del duca di Savoia e de’ marchesi di Monferrato e di Saluzzo, opportuni molto a fare la guerra contro al ducato di Milano; e che, dal cantone di Berna infuora, il quale aveva promesso al duca di Milano di non lo offendere, tutti i cantoni de’ svizzeri andrebbono agli stipendi suoi8 con grandissima prontezza. Le quali deliberazioni procederono con maggiore consentimento per l’ardore del re; il quale, innanzi che entrasse nel consiglio, avea pregato strettamente9 il duca di Borbone che con efficaci parole dimostrasse essere necessario il fare potentissimamente la guerra, e poi nel consiglio, ribattuto con la medesima caldezza l’ammiraglio10, il quale seguitato da pochi aveva, non tanto contradicendo direttamente quanto proponendo molte difficoltà, cercato di intepidire per indiretto gli animi degli altri : e affermava il re palesemente che in potestà sua non era di fare altra deliberazione, perché la volontà di Dio lo costrigneva a ritornare in Italia personalmente. Fu deliberato nel medesimo consiglio che trenta navi, tra le quali una caracca11 grossissima detta la Normanda e un’altra caracca grossa della religione di Rodi12, passassino dalla costa del mare Oceano ne’ porti di Provenza, dove si armassino trenta tra galee sottili e galeoni, per mettere con sì grossa armata nel reame di Napoli soccorso grandissimo di gente di vettovaglie di munizioni e di danari; e nondimeno che, non aspettando che questa fusse in ordine, si mandasse subito qualche navile carico di gente e di vettovaglie. Oltre a tutte le quali cose fu ordinato che a Milano andasse Rigault maestro di casa del re13 : perché il duca, benché non avesse dato le due caracche né permesso l’armarsi per il re a Genova, e restituito solamente i legni presi a Rapalle ma non le dodici galee state tenute nel porto di Genova, si era sforzato di scusarsi con la inubbidienza de’ genovesi, e tenuto continuamente con varie pratiche uomini suoi appresso al re; al quale aveva di nuovo14 mandato Antonio Maria Palavicino15, affermando che era disposto a osservare l’accordo fatto, dimandando gli fusse prorogato il tempo di pagare al duca d’Orliens i cinquantamila ducati promessi in quella concordia16. Dalle quali arti benché riportasse piccolo frutto, essendo notissima al re la mente sua, sì per l’altre azioni sì perché, per lettere e istruzioni sue che erano state intercette, era venuto a luce essere da lui stimolati continuamente il re de’ romani e i re di Spagna a muovere la guerra di Francia, nondimeno, sperandosi che forse il timore lo indurrebbe a quello da che era aliena la volontà, fu commesso a Rigault che, non disputando della inosservanza passata, gli significasse in potestà sua essere di cancellare la memoria dell’offese cominciando a osservare, rendendo le galee concedendo le caracche e permettendo l’armare a Genova; e gli soggiugnesse la deliberazione della passata del re, la quale sarebbe con gravissimo suo danno se, mentre gli era offerta la facoltà, non ritornasse a quella amicizia la quale il re si persuadeva che egli più tosto per sospetti vani che per altra cagione avesse imprudentemente disprezzata.
Già la fama degli apparati che si facevano, trapassata in Italia, aveva dato molta alterazione17 a’ collegati; e sopra tutti Lodovico Sforza, essendo il primo esposto all’impeto degl’inimici, si ritrovava in grandissima ansietà, inteso massime che, dopo la partita di Rigault dalla corte, il re con parole e dimostrazioni18 molto brusche aveva licenziato tutti gli agenti suoi. Per il che, rivoltandosi nella mente la grandezza del pericolo, e che tutti i travagli della guerra si riducevano nel suo stato, si sarebbe facilmente accomodato alle richieste del re se non l’avesse ritenuto il sospetto, per la coscienza dell’offese fattegli, per le quali era generata da ogni parte tale diffidenza, che e’ fusse più difficile trovare mezzo di sicurtà per ciascuno che convenire negli articoli delle differenze19; perché togliendosi alla sicurezza dell’uno quel che si consentisse per assicurare l’altro, niuno voleva rimettere nella fede di altri quel che l’altro recusava di rimettere nella sua. Così stringendolo la necessità a prendere quel consiglio che gli era più molesto, per cercare almeno d’allungare20 i pericoli, continuò con Rigault l’arti medesime che aveva usate insino allora; affermando molto efficacemente che farebbe ubbidire i genovesi ogni volta che il re desse nella città di Avignone sicurtà sufficiente per la restituzione delle navi, e che ciascuna delle parti promettesse, dando ostaggi per l’osservanza, che cose nuove in pregiudicio21 dell’altra non si tentassino: la quale pratica, continuata molti dì, ebbe finalmente, per varie cavillazioni e difficoltà che si interponevano, l’effetto medesimo che avevano avuto l’altre. Ma Lodovico non consumando questo tempo inutilmente mandò, mentre pendevano questi ragionamenti22, uomini al re de’ romani per indurlo a passare in Italia con l’aiuto suo e de’ viniziani; e a Vinegia mandò imbasciadori a ricercargli che per provedere al pericolo comune concorressino a questa spesa, e che mandassino verso Alessandria i sussidi che fussino necessari per opporsi a’ franzesi: il che da loro fu offerto di fare prontissimamente. Ma non mostrorno già la medesima facilità nella23 passata del re de’ romani, poco amico alla loro republica, rispetto a quello possedevano in terra ferma appartenente allo imperio e alla casa di Austria24; né si contentavano che a spese comuni si conducesse25 in Italia un esercito che in tutto dependesse da Lodovico: nondimeno, continuando Lodovico di farne instanza perché, oltre all’altre ragioni che lo movevano, le forze sole de’ viniziani nello stato di Milano gli erano sospette, dubitando quel senato che egli, il quale sapevano essere grandemente impaurito, non si precipitasse a riconciliarsi col re di Francia, prestò finalmente il suo consentimento, e mandò per la cagione medesima a Cesare imbasciadori. Temevano ancora i viniziani e il duca che I fiorentini, come il re avesse passato i monti, non26 facessino nella riviera di Genova qualche movimento; però ricercorono Giovanni Bentivogli che con trecento uomini d’arme co’ quali era condotto da’ confederati, assaltasse27 da’ confini di Bologna i fiorentini, promettendogli che nel tempo medesimo sarebbono molestati da’ sanesi e dalle genti che erano in Pisa, e offerendogli di obligarsi, in caso che occupasse la città di Pistoia, a conservarvelo : di che benché il Bentivoglio desse loro speranza, nondimeno, avendone l’animo molto lontano, e temendo non poco della venuta de’ franzesi, mandò occultamente al re a scusarsi delle cose passate per la necessità del sito nel quale è posta Bologna, e a offerire di volere dependere da lui, e di astenersi per rispetto suo da molestare i fiorentini.
Ma non bastava la volontà del re, benché ardentissima, a mettere a esecuzione le cose deliberate, con tutto che l’onore proprio e i pericoli del regno di Napoli ricercassino prestissima espedizione28, perché il cardinale di San Malò, in cui mano era oltre al maneggio delle pecunie la somma di tutto il governo, benché apertamente non contradicesse, differiva tanto, con allungare i pagamenti necessari, tutte l’espedizioni che provisione alcuna a effetto non si conduceva; mosso, o per parergli migliore mezzo a perpetuare la sua grandezza, non facendo spesa alcuna che non appartenesse o all’utilità presente o a’ piaceri del re, non avere cagione di proporre29 ogni dì difficoltà di cose e necessità di danari, o perché, come molti dubitavano, corrotto da premi e da speranze, avesse secreta intelligenza30 o col pontefice o col duca di Milano : né a questo rimediavano i conforti31 e i comandamenti del re, pieni qualche volta di sdegno e di parole ingiuriose, perché conoscendo quale fusse la sua natura gli sodisfaceva con promesse contrarie agli effetti. E così, cominciata a ritardarsi per opera sua la esecuzione delle cose disegnate, si turborono quasi in tutto per uno accidente inaspettato che sopravenne. Imperocché alla fine del mese di maggio il re, quando ciascuno aspettava che non molto poi si movesse per passare in Italia, deliberò di andare a Parigi: allegando che, secondo il costume degli antichi re, voleva innanzi si partisse di Francia pigliare licenza con le cerimonie consuete da san Dionigi e, nel passare da Torsi, da san Martino; e che avendo disposto di passare in Italia abbondantissimo di danari, per non si ridurre nelle necessità nelle quali era stato l’anno dinanzi,, bisognava che inducesse l’altre città di Francia ad accomodarlo di danari con l’esempio della città di Parigi, dalla quale non otterrebbe essere accomodato se non vi andasse personalmente; e che approssimandosi in là, farebbe più sollecite a cavalcare le genti d’arme che si movevano di Normandia e di Piccardia : affermando che innanzi alla partita sua spedirebbe il duca d’Orliens, e che in termine di un mese sarebbe ritornato a Lione. Ma si credette che la più vera e principale cagione fusse l’essere egli innamorato in camera della reina32, la quale poco avanti era andata a Torsi con la sua corte. Né potettono i consigli de’ suoi né gli stretti prieghi, e quasi lagrime, degl’italiani rimuoverlo da questa deliberazione; i quali gli dimostravano quanto fusse dannoso il perdere il tempo opportuno alla guerra, massime in tanta necessità de’ suoi nel regno napoletano, e quanto fusse perniciosa la fama che volerebbe per Italia che e’ si fusse allontanato quando doveva approssimarsi: variarsi per ogni piccolo accidente, per ogni leggiero romore, la riputazione delle imprese; ed essere molto diffìcile il ricuperarla quando è cominciata a declinare, quando bene si facessino poi effetti33 molto maggiori di quegli che gli uomini prima si erano promessi. I quali ricordi disprezzando34, ed essendo soprastato35 un mese di più a Lione, si mosse a quel cammino, non avendo espedito altrimenti36 il duca d’Orliens ma solo mandato in Asti con non molta gente il Triulzio, non tanto per le preparazioni della guerra quanto per stabilire nella sua divozione37 Filippo monsignore38, succeduto nuovamente, per la morte del piccolo duca suo nipote, nella ducea di Savoia. Né si fece, innanzi alla partita sua, per le cose del regno altra provisione che di mandare con vettovaglie sei navi a Gaeta, dando speranza che presto le seguiterebbe l’armata grossa39; e di provedere per mezzo di mercatanti a Firenze, benché tardi, quarantamila ducati per fargli pagare a Mompensieri : perché i svizzeri e i tedeschi avevano protestato che, non essendo pagati innanzi alla fine di giugno, passerebbono nel campo degli inimici. Rimasono a Lione il duca d’Orliens, il cardinale di San Malò e tutto il consiglio, con commissione di accelerare le provisioni: alle quali se il cardinale era proceduto lentamente in presenza del re, procedeva molto più lentamente essendo assente.
1. trattava… i suoi: provvedeva a soccorrere il suo esercito.
2. espedito: libero.
3. ritenere: ostacolare.
4. in poste: in gran fretta.
5. Tours.
6. Non è chiaro se si parli di Giovanni Antonio Carafa conte di Montorio o di Francesco Zurlo conte di Montuoro.
7. concetti: progetti.
8. andrebbono agli stipendi suoi: accetterebbero di essere assunti da lui.
9. strettamente: caldamente.
10. Louis Malet de Graville.
11. La caracca era una grossa nave a vela armata di cannoni.
12. della religione di Rodi: dell’ordine dei cavalieri di Rodi.
13. Rigaut d’Oreille, barone di Villeneuve e maggiordomo di Carlo VIII.
14. di nuovo: poco prima.
15. Condottiere dell’esercito di Lodovico Sforza.
16. in quella concordia: in quell’accordo.
17. alterazione: apprensione.
18. dimostrazioni: atteggiamenti.
19. che fusse… differenze: che era più difficile trovare il modo di dare a ciascuno dei due la sicurezza di potersi fidare dell’altro di quanto lo fosse accordarsi sui singoli motivi di controversia.
20. allungare: procrastinare.
21. in pregiudicio: a danno.
22. mentre pendevano questi ragionamenti: mentre erano in corso queste trattative.
23. nella: riguardo alla.
24. Padova, Vicenza, Verona, Rovereto, il Trevigiano, il Friuli e l’Istria.
25. né si contentavano che… si conducesse: né erano disposti ad accettare che… si assoldasse.
26. Temevano… che… non: temevano… che.
27. ricercorono… che… assaltasse: chiesero a… di… assalire.
28. ricercassino prestissima espedizione: richiedessero rapidissimi provvedimenti.
29. non avere cagione di proporre: non avere motivo di far presente.
30. intelligenza: intesa.
31. i conforti: le esortazioni.
32. innamorato in camera della reina: innamorato di una damigella della regina.
33. si facessino… effetti: si ottenessero… risultati.
34. disprezzando: non prendendo in considerazione.
35. essendo soprastato: avendo indugiato.
36. non avendo espedito altrimenti: senza nemmeno aver mandato.
37. stabilire nella sua divozione: confermare nella disposizione favorevole a lui.
38. Filippo di Savoia, duca di Bresse, diventato nel 1496 duca di Savoia.
39. l’armata grossa: il grosso della flotta.
Nuove vicende della guerra nel reame di Napoli. Declina di nuovo la fortuna de’ francesi. Vittoria di Consalvo in Calabria. Resa di Atella. Continui progressi degli aragonesi. Morte di Ferdinando e successione di Federico. Continuano gli indugi nella spedizione francese in Italia.
Ma non potevano le cose del reame di Napoli aspettare la tardità di questi rimedi, essendo ridotta la guerra in termine1, per gli eserciti congregati da ogni banda e per molte difficoltà che da tutt’a due le parti si scoprivano, che era necessario che senza più dilazione si terminasse la guerra. Aveva Ferdinando, poiché ebbe unite seco le genti viniziane, presa la terra di Castelfranco2; dove si unirno seco con dugento uomini d’arme Giovanni Sforza signore di Pesero e Giovanni da Gonzaga fratello del marchese di Mantova condottieri de’ confederati, in modo che in tutto erano nel campo suo mille dugento uomini d’arme mille cinquecento cavalli leggieri e quattromila fanti; e i franzesi nel tempo medesimo si erano accampati a Circello, propinquo a dieci miglia a Benevento. Appresso a’ quali accostatosi Ferdinando a quattro miglia, si pose a campo a Frangete di Monteforte3; il quale luogo perché era bene proveduto4 non presono al primo assalto. Levoronsi i franzesi da Circello per soccorrerlo ma non arrivorono a tempo, essendosi per timore del secondo assalto arrenduti, lasciata la terra a discrezione5, i fanti tedeschi che lo guardavano : la qual cosa parendo avversa a’ franzesi sarebbe stata cagione della loro felicità se, o per imprudenza o per mala fortuna, non avessino perduta tanta occasione. Perché (così confessa quasi ciascuno) arebbeno quel dì facilmente rotto l’esercito inimico: perché, occupata la maggiore parte nel sacco di Frangete, non attendeva a’ comandamenti de’ capitani; i quali, vedendo che già tra i franzesi e l’alloggiamento loro non era in mezzo altro che una valle, si sforzavano con grandissima diligenza di mettergli insieme. Conobbe Mompensieri sì grande occasione, conobbela Verginio Orsino; de’ quali l’uno comandava, l’altro, dimostrando la vittoria certa, pieno di lagrime pregava, che non tardassino a passare la valle mentre che nell’alloggiamento italiano era piena ogni cosa di confusione e di tumulto, mentre che i soldati, attendendo parte a rubare parte a portare via le cose rubate, non udivano l’imperio de’ capitani. Ma Persì, uno de’ principali, dopo Mompensieri, dell’esercito, mosso o da leggierezza giovenile o, come più si credette, da invidia della sua gloria, allegando il disavvantaggio del passare la valle salendo sotto i piedi quasi degli inimici, e il sito forte del loro alloggiamento, e confortando scopertamente i soldati a non combattere, impedì così salutifero consiglio; e si crede che istigati da lui, i svizzeri e i tedeschi, domandando danari, tumultuorono. Però Mompensieri, costretto a ritirarsi, ritornò intorno a Circelle; ove dandosi il dì seguente la battaglia, Camillo Vitelli, mentre che allato alle mura fa egregiamente l’ufficio di capitano e di soldato, percosso nella testa da un sasso terminò la vita sua: per il quale caso i franzesi, non espugnato Circelle, ne levorono il campo e se ne andorno verso Arriano; disposti nondimeno i capitani a tentare, se n’avessino avuta occasione, la fortuna della giornata6. Al quale consiglio7 era in tutto contrario il consiglio dell’esercito aragonese; stando massime fermi, specialmente i proveditori viniziani, in questa sentenza perché, sapendo che gli inimici cominciavano a patire di vettovaglie e che erano senza danari, e vedendosi procedere in lungo i soccorsi di Francia, speravano che giornalmente avessino a crescere i sinistri e le incomodità loro, e che in altre parti del regno avessino medesimamente ad avere maggiori molestie, perché nello Abruzzi, dove nuovamente8 Annibale figliuolo naturale del signore di Camerino, andato volontariamente a servire Ferdinando con quattrocento cavalli a spese proprie, avea rotto il marchese di Bitonto9, si aspettava con trecento uomini d’arme il duca di Urbino, condotto di nuovo da’ collegati: la fortuna de’ quali e le condizioni maggiori10 egli seguitando, aveva abbandonato la condotta de’ fiorentini, alla quale era obligato ancora per più di uno anno, scusandosi che per essere feudatario della Chiesa non poteva non ubbidire a’ comandamenti del pontefice. Però, andando Graziano di Guerra per opporsegli, assaltato nel piano di Sermona11 dal conte di Celano12 e dal conte di Popoli con trecento cavalli e con tremila fanti paesani, gli messe in fuga.
Ma con la perdita della occasione del vincere intorno a Frangete era cominciata a declinare manifestamente la fortuna de’ franzesi, concorrendo in uno tempo medesimo quasi infinite difficoltà; inopia estrema di danari carestia di vettovaglie odio de’ popoli discordia de’ capitani disubbidienza de’ soldati e la partita di molti dal campo, parte per necessità parte per volontà, perché né del reame aveano avuto facoltà di cavare se non pochi danari, né di Francia erano stati di quantità alcuna proveduti, essendo stata troppo tarda la provisione de’ quarantamila ducati mandati a Firenze; di maniera non potevano, per questo e per la vicinità di molte terre sostentate dalla propinquità degli inimici, fare i provedimenti necessari per avere le vettovaglie; e l’esercito era pieno di disordini, essendo indeboliti gli animi de’ soldati, e i svizzeri e i tedeschi dimandando ogni dì tumultuosamente di essere pagati, e nocendo molto a tutte le deliberazioni la contradizione13 continua di Persi a Mompensieri. Costrinse la necessità il principe di Bisignano a partirsi con le sue genti, per andare alla guardia del proprio stato, per timore delle genti di Consalvo; e molti de’ soldati del paese alla giornata si sfilavano14, perché oltre al non avere ricevuti mai danari erano maltrattati da’ franzesi e da’ svizzeri nella divisione delle prede e nella distribuzione delle vettovaglie. Per le quali difficoltà, e sopratutto per la strettezza del vivere, era l’esercito franzese necessitato ritirarsi a poco a poco di uno luogo in uno altro, il che diminuiva grandemente la riputazione sua appresso a’ popoli; e benché gli inimici gli andassino continuamente seguitando non perciò speravano d’avere facoltà di combattere, come sopratutto Mompensieri e Verginio desideravano, perché per non essere sforzati a combattere alloggiavano sempre in luoghi forti e ove non potessino essere impedite le sue comodità. Co’ quali15andando a unirsi Filippo Rosso16 condottiere de’ viniziani, con la sua compagnia di cento uomini d’arme, era stato rotto17 dalle genti del prefetto di Roma. Finalmente, essendo i franzesi alloggiati sotto Montecalvoli18 e Casalarbore19 presso ad Arriano, Ferdinando, accostatosi loro per tanto spazio quanto è il tiro di una balestra ma alloggiando sempre in sito forte, gli ridusse in necessità grande di vettovaglie, e gli privò medesimamente dell’uso dell’acqua. Donde deliberati di andarsene in Puglia, dove speravano avere comodità di vettovaglie, e temendo, nella propinquità degl’inimici, delle difficoltà che facilmente sopravengono agli eserciti che si ritirano, levatisi tacitamente al principio della notte, camminorono, innanzi si fermassino, venticinque miglia. Seguitògli la mattina Ferdinando, ma disperandosi di potere aggiugnergli si accampò a Giesualdo; la quale terra, avendo già sostenuto quattordici mesi l’assedio di… famosissimo capitano, fu da lui espugnata in uno giorno solo: cosa che ingannò molto i franzesi, perché avendo deliberato di fermarsi in Venosa, terra forte di sito e molto abbondante di vettovaglie, la credenza che ebbono che Ferdinando non così presto pigliasse Giesualdo fu cagione che perdessino tempo in Atella, la quale terra aveano presa e la saccheggiavano; onde innanzi partissino, sopragiunti da Ferdinando, che preso Giesualdo accelerò il cammino, benché battessino20 una parte de’ suoi trascorsa innanzi al campo21, non potendo ridursi22 a Venosa vicina a otto miglia, si fermarono in Atella, con intenzione di aspettare se da parte alcuna venisse soccorso, e sperando, per la vicinità di Venosa e di molte altre terre circostanti che si tenevano per loro, poterne ricevere comodità di vettovaglie. Accampovvisi subito Ferdinando, intento tutto a impedirle loro, poiché vedeva presente la speranza di ottenere la vittoria senza pericolo e senza sangue, e perciò attendendo a fare all’intorno molte tagliate23 e a insignorirsi delle terre vicine. Ma le difficoltà de’ franzesi gli rendevano ogni dì le cose più facili. Perché i fanti tedeschi, non avendo, poi che furono levati del suo paese24, ricevuto pagamento se non per due mesi, ed essendo passati tutti i termini invano aspettati, se n’andorono nel campo di Ferdinando; onde crescendo a lui la facoltà di infestare più gli inimici e di più distendervisi25, vi si conducevano più diffìcilmente le vettovaglie che venivano da Venosa e dall’altre terre circostanti. Né in Atella era tanto da vivere che bastasse a sostentare molti dì i franzesi, perché vi era piccola quantità di grano; e avendo gli aragonesi rovinato uno molino, il quale era in sul fiume che corre propinquo alle mura, pativano anche di macinato26: non si alleggerendo le incomodità presenti per la speranza del futuro; poi che da parte alcuna non appariva segno di soccorso.
Ma l’avversità che sopravenne in Calavria messe in ultima ruina le cose loro. Perché avendo Consalvo, per l’occasione della infermità lunga di Obignì per la quale molti de’ suoi erano andati all’esercito di Mompensieri, preso più terre27 in quella provincia, si era ultimamente, con gli spagnuoli e con molti soldati del paese, fermato a Castrovillole28, dove avendo notizia che a Laino erano il conte di Meleto29 e Alberigo da San Severino e molti altri baroni con numero di gente quasi pari, e che ingrossando continuamente, disegnavano, come fussino più potenti, d’andare ad assaltarlo, deliberò di prevenire, sperando di opprimergli incauti30 per la sicurtà che avevano dal sito del loro alloggiamento, perché il castello di Laino è posto in sul fiume [Sapri] che divide la Calavria dal Principato, e il borgo è dall’altra parte del fiume; nel quale alloggiando erano guardati31 dal castello contro a chi venisse ad assaltargli per il cammino diritto, e tra Laino e Castrovillole erano Murano32 e alcun’altre terre del principe di Bisignano che si tenevano per loro. Ma Consalvo, con diverso consiglio33, partì con tutta la sua gente da Castrovillole poco innanzi alla notte, e uscendo della strada diritta prese il cammino largo34, ancora che molto più lungo e difficile perché s’avevano a passare alcune montagne, e condotto in sul fiume avviò la fanteria alla via del ponte che è tra ’l castello di Laino e il borgo; il qual ponte, per la medesima sicurtà35, era guardato negligentemente: egli con la cavalleria, passato il fiume a guazzo36 due miglia più alto, arrivò innanzi dì al borgo, e trovato gli inimici senza scolte e senza guardia gli ruppe in uno momento, pigliando undici baroni e quasi tutta la gente37, perché fuggendo inverso il castello percotevano38 nella fanteria che aveva già occupato il passo del ponte. Da questa onorata opera, la quale fu la prima delle vittorie che ebbe Consalvo nel regno di Napoli, ricuperate alcune altre terre di Calavria, e augumentate le forze, andò con seimila uomini a unirsi col campo39 che era intorno ad Atella; al quale erano arrivati, pochi dì innanzi, cento uomini d’arme del duca di Candia40 soldato de’ confederati, perché egli col resto della compagnia era rimasto in terra di Roma.
Per la venuta di Consalvo si strinse più l’assedio, perché Atella fu circondata da tre parti, ponendosi da una le genti aragonesi dall’altra le viniziane e dalla terza le spagnuole; donde s’impedivano le vettovaglie che vi venivano, correndo massime per tutto gli stradiotti41 de’ viniziani, i quali presono molti franzesi che ne conducevano da Venosa; né avevano più quegli di dentro facoltà di andare al saccomanno42 se non a ore straordinarie e con grosse scorte: il che anche fu tolto del tutto loro, perché essendo uscito in sul mezzo dì Paolo Vitelli con cento uomini d’arme, tirato dal marchese di Mantova in uno aguato, ne perdé parte. Così perdute tutte le comodità, si ridussono in ultimo in tanta strettezza che non potevano, eziandio con le scorte, usare per i cavalli l’acqua del fiume, e dentro mancava l’acqua necessaria alle persone; in modo che, vinti da tanti mali e abbandonati d’ogni speranza, avendo già sopportato l’assedio trentadue dì, necessitati ad arrendersi, impetrato salvocondotto, mandorono Persì, Bartolomeo d’Alviano e uno de’ capitani svizzeri a parlare a Ferdinando, col quale venneno in queste convenzioni: che l’offese si levassino tra le parti per trenta dì, non potendo nel detto tempo partirsi d’Atella alcuno degli assediati; a’ quali fusse dì per dì conceduta dagli aragonesi la vettovaglia necessaria: fusse lecito a Mompensieri significare43 al suo re l’accordo fatto, e non avendo soccorso fra trenta dì, lasciasse Atella e tutto quello che nel regno di Napoli era in sua potestà, con tutte l’artiglierie che v’erano dentro, salve le persone e le robe de’ soldati; con le quali fusse libero a ciascuno di andarsene, o per terra o per mare, in Francia; e agli Orsini e agli altri soldati italiani, di ritornarsene con le sue genti dove volessino fuora del regno : che a’ baroni e agli altri che avevano seguitata la parte del re di Francia fusse, in caso che andassino fra quindici dì a Ferdinando, rimessa ogni pena e restituito tutto quello possedevano quando si principiò la guerra. Il quale termine poi che fu passato, Mompensieri con tutti i franzesi e con molti svizzeri e gli Orsini furno condotti a Castello a mare di Stabbia: disputandosi se Mompensieri, come luogotenente generale del re e superiore a tutti gli altri, fusse obligato a fare restituire, come allegava Ferdinando, tutto quello che nel reame di Napoli si possedeva in nome del re di Francia; perché Mompensieri pretendeva non essere tenuto se non a quello che era in potestà sua di restituire, e che l’autorità sua non si distendeva a comandare a’ capitani e a’ castellani, che nella Calavria nell’Abruzzi a Gaeta, e in molte altre terre e fortezze, l’aveano ricevute in custodia dal re e non da lui. Sopra che poi che si fu disputato alcuni dì, furono condotti a Baia, simulando Ferdinando di volergli lasciare partire : dove, sotto colore44 che ancora non fussino a ordine45 i legni per imbarcargli, furno sopratenuti46 tanto, che sparsi tra Baia e Pozzuolo, per la mala aria e per molte incomodità, cominciorno a infermarsi : talmente che e Mompensieri morì, e del resto della sua gente, che erano più di cinquemila uomini, ne mancorno tanti che appena se ne condusseno cinquecento salvi in Francia. Verginio e Paolo Orsini, a requisizione47 del pontefice già deliberato di torre gli stati a quella famiglia, furono rinchiusi in Castello dell’Uovo, e le loro genti, guidate da Giangiordano figliuolo di Verginio e da Bartolomeo d’Alviano, furono per ordine del medesimo svaligiate nell’Abruzzi dal duca d’Urbino; e Giangiordano e l’Alviano, i quali prima per comandamento di Ferdinando, lasciate le genti nel cammino, erano ritornati a Napoli, furno incarcerati; benché l’Alviano, o per industria sua o per secreto consentimento di Ferdinando, da cui era stato molto amato, ebbe facoltà di fuggirsi.
Dopo la vittoria di Atella Ferdinando, dividendo per la recuperazione del resto del regno l’esercito in varie parti, mandò a campo48 a Gaeta don Federico e Prospero Colonna; e nell’Abruzzi, ove già l’Aquila era ritornata alla divozione aragonese, Fabrizio Colonna: egli, presa per forza la rocca di Sanseverino, e fatto per terrore degli altri decapitare il castellano e il figliuolo, andò a campo a Salerno; ove il principe di Bisignano, andato a parlargli, accordò49 per sé per il principe di Salerno per il conte di Capaccio e per alcuni altri baroni, con condizione di possedere i loro stati ma che Ferdinando, per sua sicurtà, tenesse per certo tempo le fortezze : il quale accordo fatto, andorno a Napoli. Né fu nello Abruzzi fatta molta difesa, perché Graziano di Guerra, che vi era con ottocento cavalli, non avendo più facoltà di difendersi, si ridusse50 a Gaeta. In Calavria, della quale la maggiore parte si teneva per i franzesi, ritornò Consalvo; dove benché da Obignì fusse fatta qualche resistenza, nondimeno, ultimamente ridotto in Groppoli51, ed essendo perdute Manfredonia e Cosenza, stata prima saccheggiata da’ franzesi, privato d’ogni speranza, consentì di lasciare tutta la Calavria, e gli fu conceduto il ritornarsene per terra in Francia. Certo è che molte di queste cose procederono per la negligenza e imprudenza de’ franzesi: perché Manfredonia, ancora che fusse forte e posta in paese abbondante da potersi facilmente provedere di vettovaglie, e che ’l re v’avesse lasciato al governo Gabriello da Montefalcone52, avuto da lui in concetto d’uomo valoroso, nondimeno dopo breve assedio fu costretto53 ad arrendersi per la fame; altri, potendosi difendere, si arrenderono o per la viltà o per l’animo debole a sostenere le incomodità degli assedi; alcuni castellani, trovate le rocche bene provedute, avevano nel principio vendute le vettovaglie, in modo che presentandosi gli inimici erano necessitati ad arrendersi subito. Dalle quali cose perdé, nel reame di Napoli, il ncme franzese quella riputazione che gli aveva data la virtù di colui che lasciato da Giovanni d’Angiò a guardia di Castel dell’Uovo, lo tenne dopo la vittoria di Ferdinando molti anni, insino a tanto che l’essere consumati del tutto gli alimenti lo costrinse ad arrendersi.
Così non mancando quasi altro alla recuperazione di tutto il regno che Taranto e Gaeta e alcune terre tenute da Carlo de Sanguine54, e il monte di Santo Angelo, donde don Giuliano dell’Oreno55 infestava con somma laude i paesi circostanti, Ferdinando, collocato in somma gloria e in speranza grande di avere a essere pari alla grandezza de’ suoi maggiori, andato a Somma, terra posta nelle radici del monte Vesevo, dove era la reina sua moglie, o per le fatiche passate o per disordini nuovi infermò sì gravemente che, portato già quasi senza speranza di salute a Napoli, finì fra pochi dì56 la vita sua, non finito l’anno dalla morte d’Alfonso suo padre : lasciato, per la vittoria acquistata, e per la nobiltà dell’animo e per molte virtù regie le quali in lui non mediocremente risplendevano, non solo in tutto il suo regno ma eziandio per tutta Italia, grandissima opinione del suo valore. Morì senza figliuoli, e però gli succediate don Federigo suo zio, avendo quel reame veduto in tre anni cinque re. Al quale.57, venuto subito dopo l’assedio di Gaeta, la reina vecchia sua matrigna58 consegnò Castelnuovo; benché per molti si dubitasse non lo volesse ritenere per Ferdinando re di Spagna, suo fratello. Nel quale accidente si dimostrò egregia verso Federigo non solo la volontà del popolo di Napoli ma eziandio de’ prìncipi di Salerno e di Bisignano e del conte di Capaccio; i quali in Napoli furono i primi che chiamorono il nome suo e, allo scendere suo di nave, i primi che, fattisigli incontro, lo salutorno come re: contenti molto più di lui che del re morto, per la mansuetudine del suo ingegno59, e perché già era nata non piccola suspizione che Ferdinando avesse in animo, come prima60 fussino stabilite meglio le cose sue, di perseguitare ardentemente tutti coloro che in modo alcuno si fussino dimostrati fautori de’ franzesi. Donde Federigo, per riconciliarsegli interamente, restituì a tutti liberamente61 le loro fortezze.
Ma non riscaldorono già questi disordini, succeduti con tanta ignominia e tanto danno, né l’animo né gli apparati del re di Francia. Il quale, non si sapendo sviluppare62 da’ piaceri, soprastette63 quattro mesi a ritornare a Lione; e benché da lui fusse molto spesso in questo tempo fatta instanza a’ suoi che erano rimasti a Lione che si sollecitassino le provisioni marittime e terrestri, e che già il duca d’Orliens si fusse preparato a partirsi, nondimeno, per le medesime arti del cardinale di San Malò, le genti d’arme, espedite tardi de’ pagamenti64, camminavano verso Italia lentamente, e l’armata, che s’aveva a unire a Marsilia, sì oziosamente si ordinava che i collegati ebbono tempo di mandare, prima a Villafranca, porto amplissimo appresso a Nizza, dipoi insino alle Pomiche65 di Marsilia, un’armata, la quale a spese comuni avevano unita in Genova, per impedire che legni franzesi non andassino nel reame, e alla tardità causata principalmente dal cardinale di San Malò si dubitava non si aggiugnasse qualche cagione più occulta, nutrita con molta diligenza e arte nel petto del re da quegli i quali, per varie cagioni, si sforzavano di rimuovere l’animo suo dalle cose d’Italia. Perché si sospettava che per se medesimo avesse dispiacere della grandezza del duca d’Orliens, al quale per la vittoria sarebbe pervenuto il ducato di Milano66; e gli era oltre a questo persuaso non essere sicuro il partirsi di Francia se prima non facesse qualche composizione co’ re di Spagna : i quali, dimostrando desiderio di riconciliarsi seco, gli avevano mandato imbasciadori a proporre tregua e altri modi di concordia. Consigliavanlo ancora molti cha aspettasse il parto propinquo della reina, perché non conveniva alla prudenza sua, né all’amore che e’ doveva portare a’ popoli suoi, esporre la persona propria a tanti pericoli se prima non avesse un figliuolo al quale appartenesse tanta successione : ragione che diventò più potente per il parto della reina, perché fra pochi dì morì il figliuolo maschio che di lei era nato. Così, parte per la negligenza e poco consiglio del re, parte per le difficoltà artificiosamente interposte da altri, si differirno tanto le provisioni che ne seguitò la distruzione delle sue genti con la perdita totale del regno di Napoli : e sarebbe succeduto il medesimo de’ confederati suoi d’Italia se per se stessi67 non avessino costantemente difese le cose proprie.
1. in termine: in condizioni.
2. Castelfranco in Miscano.
3. Fragneto Monforte.
4. proveduto: difeso.
5. lasciata… a discrezione: consegnata… senza condizioni.
6. della giornata: della battaglia.
7. consiglio: proposito.
8. nuovamente: poco tempo prima.
9. Giovanni Francesco Acquaviva.
10. condizioni maggiori: offerte più vantaggiose.
11. Sulmona.
12. Ruggero Accrocciamuro.
13. la contradizione: l’opposizione.
14. alla giornata si sfilavano: ogni giorno disertavano.
15. co’ quali: si riferisce a gli inimici.
16. Filippo dei Rossi di San Secondo di Torchiara, conte di Berceto.
17. rotto: messo in fuga.
18. Montecalvo Irpino.
19. Casalbore.
20. battessino: colpissero.
21. trascorsa innanzi al campo: spintasi davanti all’esercito.
22. ridursi: ritirarsi.
23. Le tagliate erano opere di difesa costituite da un fosso e da un parapetto di terra e alberi tagliati.
24. poi che furono levati del suo paese: da quando erano stati arruolati e condotti via dal loro paese.
25. e di più distendervisi: e di occupare e tenere sotto il proprio controllo una maggiore estensione di territorio.
26. pativano anche di macinato: scarseggiavano anche di farina.
27. terre: città fortificate.
28. Castrovillari.
29. Iacopo Sanseverino conte di Mileto.
30. opprimergli incauti: assalirli e sconfiggerli quando non pensavano ancora a difendersi.
31. guardati: protetti.
32. Morano Calabra.
33. con diverso consiglio: con decisione inattesa.
34. prese il cammino largo: fece un percorso indiretto e distanziato rispetto al punto in cui si trovavano i nemici.
35. per la medesima sicurtà: sempre a causa della posizione sicura (di cui si è detto sopra).
36. a guazzo: a guado.
37. la gente: i soldati.
38. percotevano: andavano ad urtare.
39. col campo: coll’esercito.
40. Giovanni Borgia, figlio di Alessandro VI, che aveva ereditato il titolo dal fratello Pedro Luigi.
41. stradiotti: cavalleggeri di origine greca o dalmata.
42. facoltà di andare al saccomanno: possibilità di andare a rifornirsi di viveri.
43. significare: comunicare.
44. sotto colore: col pretesto.
45. a ordine: pronti.
46. sopratenuti: trattenuti.
47. a requisizione: su richiesta.
48. a campo: ad accamparsi.
49. accordò: concluse un accordo.
50. si ridusse: si ritirò.
51. Agropoli.
52. Gabriel de Montfaucon.
53. fu costretto: il soggetto è Gabriello da Montefalcone.
54. Carlo di Sangro, principe di Sansevero e capo del partito angioino.
55. Antoine de Ville, signore di Domjulien in Lorena, fatto da Carlo VIII duca di Monte Sant’Angelo.
56. fra pochi dì: pochi giorni dopo.
57. Al quale: si riferisce a Federigo.
58. Giovanna d’Aragona.
59. del suo ingegno: della sua indole.
60. come prima: appena.
61. liberamente: di propria iniziativa e senza condizioni.
62. sviluppare: distaccare.
63. soprastette: aspettò.
64. espedite tardi de’ pagamenti: pagate in ritardo.
65. Pomègues: isola.
66. Il contratto di matrimonio tra Valentina Visconti e Louis d’Orléans stabiliva che, nel caso si estinguesse la discendenza maschile dei Visconti, il diritto ereditario al ducato di Milano sarebbe passato agli Orléans.
67. per se stessi: da soli, con le proprie forze.