CAPITOLO VIII
Colloqui e accordi di Lodovico Sforza con Massimiliano Cesare. Massimiliano Cesare in Italia. Fedeltà de’ fiorentini ai francesi e consigli politici del Savonarola. Vicende della guerra de’ fiorentini per riconquistare Pisa. Morte di Piero Capponi. Maggiori aiuti de’ veneziani a Pisa e minore fiducia de’ pisani in Lodovico Sforza.
È detto di sopra1 che, per paura degli apparati franzesi, si era cominciato, più per sodisfazione di2 Lodovico Sforza che de’ vini ziani, a trattare di fare passare Massimiliano Cesare in Italia; col quale, mentre durava il medesimo timore, fu convenuto che i viniziani e Lodovico gli dessino per tre mesi ventimila ducati ciascuno mese perché menasse seco un certo numero di cavalli e di fanti. La quale convenzione come fu fatta, Lodovico, accompagnato dagli oratori de’ collegati, andò a Manzo3, luogo di là dalle Alpi a’ confini di Germania, ad abboccarsi seco; nel quale luogo avendo parlato lungamente ed essendosi il medesimo dì ritirato di qua dall’Alpi a Bormi4, terra del ducato di Milano, Cesare il dì seguente, sotto specie5 di andare cacciando, si trasferì nel luogo medesimo: ne’ quali colloqui di due dì avendo Cesare stabilito con loro il tempo e il modo del passare, se ne tornò in Germania per sollecitare l’esecuzione di quel che s’era deliberato. Ma raffreddando intanto il romore6 delle preparazioni franzesi, in modo che a questo effetto non pareva più necessario il farlo passare, Lodovico disegnò di servirsi, ad ambizione7, di quello che prima aveva procurato per propria sicurtà. Però continuando di sollecitarlo a passare, né volendo i viniziani concorrere a promettergli trentamila ducati, i quali dimandava oltre a’ primi sessantamila che gli erano stati promessi, si obligò egli a questa dimanda; tanto che finalmente passò Cesare in Italia, poco innanzi alla morte di Ferdinando : la quale intesa quando era già vicino a Milano, ebbe qualche pensiero di favorire che il regno di Napoli pervenisse in Giovanni figliuolo unico del re di Spagna, suo genero8; ma essendogli dimostrato da Lodovico che questo, essendo molesto a tutta Italia, disunirebbe i confederati e conseguentemente faciliterebbe i disegni del re di Francia, non solo se ne astenne ma favorì con lettere la successione di Federigo.
La passata sua in Italia fu con pochissimo numero di gente, dando voce che prestamente passerebbe insino alla somma la quale era obligato di menare9; e si fermò a Vigevano. Ove in presenza di Lodovico e del cardinale di Santa Croce10, mandatogli legato dal pontefice, e degli altri oratori de’ collegati, fu ragionato che andasse nel Piemonte, per pigliare Asti e separare dal re di Francia il duca di Savoia e il marchese di Monferrato: i quali, come membri dependenti dallo imperio, ricercò che andassino a parlare seco in qualche terra del Piemonte; ma essendo le forze sue da disprezzare né corrispondendo gli effetti all’autorità del nome imperiale, né alcuno di essi consentì di andare a lui, né dell’impresa d’Asti v’era speranza che avesse a succedere prosperamente11. Fece similmente instanza che andasse a lui il duca di Ferrara, il quale sotto nome di feudatario dello imperio possedeva le città di Modona e di Reggio, offerendogli per sicurtà sua la fede12 di Lodovico suo genero13, il quale14 ricusò di andarvi, allegando così convenire all’onore suo, per15 tenere ancora in diposito il castelletto di Genova16. Però Lodovico, il quale stimolato dalla sua antica cupidità e dal dispiacere che Pisa, tanto desiderata da sé, cadesse con pericolo di tutta Italia in potestà de’ viniziani desiderava sommamente di interrompere17 questa cosa, confortò Cesare che andasse a quella città; persuadendosi, con discorso pieno di fallacie, che i fiorentini, impotenti a resistere a lui e alle forze de’ collegati, si rimoverebbono per necessità dalla congiunzione del re di Francia, né potrebbono ricusare di dare arbitrio a Cesare che, se non per concordia almeno per via di giustizia, terminasse le differenze18 loro co’ pisani; e che in sua mano si deponesse Pisa con tutto il contado : alle quali cose egli sperava con l’autorità sua di fare consentire i pisani, e che i viniziani, concorrendovi massime la volontà di tutti gli altri confederati, non si opporrebbono a una conclusione la quale si dimostrava con tanto beneficio comune e onestissima19 per sua natura. Perché, essendo Pisa anticamente terra di imperio, pareva non appartenesse ad altri che a Cesare la cognizione delle ragioni di quegli che vi pretendevano20; e deposta Pisa in mano di Cesare, sperava Lodovico, con danari e con l’autorità che aveva con lui, che facilmente glien’avesse a concedere. Questo parere, proposto nel consiglio sotto colore21 che, poi che al presente cessavail timore della guerra [de’] franzesi, era da usare la venuta di Cesare per indurre i fiorentini a unirsi con gli altri confederati contro al re di Francia, piaceva a Cesare, malcontento che la venuta sua in Italia non partorisse effetto alcuno, e perché, avendo, per i concetti suoi vastissimi22, e non meno per i suoi disordini e smisurata prodigalità, sempre necessità di danari, sperava che Pisa avesse a essere instrumento di cavarne, o da’ fiorentini o da altri, grandissima quantità. Ma fu medesimamente approvato da tutti i confederati, come cosa molto utile alla sicurtà d’Italia; non contradicendo anche l’oratore veneto, perché quello senato se bene si accorgeva a che fine tendessino i pensieri di Lodovico si confidava facilmente d’interrompergli, e sperava che per l’andata di Cesare potesse facilmente acquistarsi a’ pisani23 il porto di Livorno, il quale unito a Pisa pareva che privasse d’ogni speranza i fiorentini di potere giammai più ricuperare quella città.
Avevano prima i collegati fatto molte volte instanza a’ fiorentini che s’unissino con loro e, nel tempo che più temevano della passata de’ franzesi, data speranza di obligarsi a operare talmente che Pisa ritornasse sotto il dominio loro; ma essendo sospetta a’ fiorentini la cupidità de’ viniziani e di Lodovico, né volendo leggiermente alienarsi dal24 re di Francia, non avevano udito con molta prontezza queste offerte. Movevagli inoltre la speranza d’avere, per la passata del re, a recuperare Pietrasanta e Serezana, le quali terre non potevano sperare di ottenere da’ confederati; e molto più perché, facendo giudicio più da’ meriti loro e da quello che tolleravano per il re che dalla sua natura o consuetudine, si persuadevano d’avere a conseguire, per mezzo della sua vittoria, non solo Pisa ma quasi tutto il resto di Toscana: nutriti in questa persuasione dalle parole di Ieronimo Savonarola, il quale continuamente prediceva molte felicità e ampliazioni di imperio, destinate dopo molti travagli a quella republica, e grandissimi mali che accadrebbono alla corte romana e a tutti gli altri potentati d’Italia; al quale25 benché non mancassino de’ contradittori, nondimeno dalla maggiore parte del popolo gli era prestata fede grande, e molti de’ principali cittadini, chi per bontà chi per ambizione chi per timore, gli aderivano. In modo che essendo i fiorentini disposti a continuare nell’amicizia del re di Francia, non pareva senza ragione che i confederati tentassino di ridurgli con la forza a quello da che con la volontà erano alieni; e si giudicava impresa non difficile, perché erano odiati da tutti i vicini, non potevano sperare aiuto dal re di Francia, conciossiacosaché avendo abbandonato la salute de’ suoi medesimi era credibile avesse a dimenticarsi quella degli altri, e le spese gravissime con la diminuzione dell’entrate, sopportate già tre anni, gli avevano talmente esausti26 che non si credeva potessino tollerare lunghi travagli.
Perché e questo anno medesimo avevano continuata sempre la guerra co’ pisani: nella quale erano stati vari gli accidenti, e memorabili più per la perizia dell’armi dimostrata in molte opere militari da ciascuna delle parti, e per l’ostinazione con la quale le cose si trattavano, che per la grandezza degli eserciti o per la qualità de’ luoghi intorno a’ quali si combatteva, che erano castella ignobili e in sé di piccolo momento27. Perché avendo le genti de’ fiorentini, poco poi che la cittadella fu data a’ pisani e innanzi che a Pisa sopravenissino gli aiuti de’ viniziani, preso il castello di Buti e accampatisi a Calci, e innanzi lo pigliassino, per assicurarsi delle vettovaglie, cominciato a fabricare un bastione in sul monte della Dolorosa28, furono i fanti che vi erano a guardia, per la negligenza loro, rotti dalle genti de’ pisani; e poco dipoi, essendo Francesco Secco con molti cavalli alloggiato nel borgo di Buti, acciocché le vettovaglie potessino andare sicuramente a Ercole Bentivogli, il quale con la fanteria de’ fiorentini era intorno alla piccola fortezza del monte della Verrucola, assaltato allo improviso da fanti usciti di Pisa, ed essendo in luogo difficile a adoperarsi i cavalli, ne perdé non piccola parte. Per i quali successi parendo più prospere le cose de’ pisani, e con speranza di procedere a maggiore prosperità perché già cominciavano ad arrivare gli aiuti de’ viniziani, Ercole Bentivoglio che alloggiava nel castello di Bientina, inteso che Giampaolo Manfrone condottiere de’ viniziani era con la prima parte delle genti loro arrivato a Vico Pisano, vicino a Bientina a due miglia, simulando timore, e ora uscendo in campagna ora, come si scoprivano le genti venete, ritirandosi in Bientina, poiché lo vedde ripieno d’audacia e di inconsiderazione, lo condusse con grande astuzia un giorno in un aguato, dove lo truppe con perdita della più parte de’ fanti e de’ cavalli, seguitandolo insino alle mura di Vico Pisano : ma perché la vittoria non fusse del tutto lieta, quando volleno ritirarsi, Francesco Secco, il quale quella mattina si era unito con Ercole, fu morto29 da uno archibuso. Sopravenneno poi l’altre genti de’ viniziani, tra’ quali erano ottocento stradiotti e con loro Giustiniano Morosino proveditore; per il che essendo i pisani molto superiori, Ercole Bentivoglio, peritissimo del sito del paese, non volendo mettersi in pericolo né abbandonare del tutto la campagna30, alloggiò in luogo fortissimo tra il castello di Pontadera e il fiume dell’Era, con l’opportunità del quale alloggiamento raffrenò assai l’impeto degli inimici: i quali in tutto questo tempo non presono altro che il castello di Buti, ottenendolo a discrezione31; e attendevano a predare tutto il paese co’ loro stradiotti32, de’ quali trecento che avevano fatta una cavalcata in Val d’Era furono rotti da genti mandate loro dietro da Ercole. Ed erano i fiorentini nel tempo medesimo infestati33 da’ sanesi; i quali, presa l’occasione de’ travagli che avevano nel contado di Pisa e stimolati da’ collegati, mandorono il signore di Piombino e Giovanni Savello a campo al bastione del ponte a Valiano; ma intendendo sopravenire il soccorso guidato da Renuccio da Marciano si ritirorono tumultuosamente, lasciatavi parte dell’artiglierie. Per il che i fiorentini, assicurate le cose da quella banda, voltorono Renuccio con le genti in quel di Pisa; in modo che, essendo quasi pareggiate le forze, si ridusse la guerra alle castella delle colline: le quali per essere affezionate a’ pisani, procedevano più tosto le cose con disavvantaggio de’ fiorentini. E accadde anche che i pisani, entrati per trattato34 nel castello di Ponte di Sacco35, svaligiorono una compagnia d’uomini d’arme e feceno prigione Lodovico da Marciano, benché per sospetto delle genti de’ fiorentini che erano vicine subito l’abbandonassino; e per impadronirsi meglio delle colline, importanti molto per le vettovaglie che di quivi a Pisa si conducevano e perché interrompevano a’ fiorentini il commercio del porto di Livorno, fortificorono la più parte di quelle castella; delle quali fu, per accidente estraordinario, nobilitato Soiano36, Perché, essendovi andato il campo de’ fiorentini con intenzione d’espugnarlo il dì medesimo, e però avendo fatto guastare tutti i paesi del fiume della Cascina e messo in sulla riva le genti d’arme in battaglia, acciocché gli inimici non potessino soccorrerlo, mentre che Piero Capponi, commissario de’ fiorentini, procura di fare piantare l’artiglieria, percosso da uno degli archibusi della terra37 nella testa, perdé la vita subitamente; fine, per la ignobilità38 del luogo e per la piccola importanza della cosa, non conveniente alla sua virtù. Donde39 il campo si levò senza tentare altro; essendo anche in questo tempo stati necessitati i fiorentini a mandare gente in Lunigiana, al soccorso della rocca della Verrucola40, molestata da’ marchesi Malaspini con l’aiuto de’ genovesi; donde facilmente gli scacciorono41.
Erano state per qualche mese potenti le forze de’ pisani, perché oltre agli uomini della terra e del contado, diventati già per lungo uso bellicosi, v’avevano i viniziani e il duca di Milano molti cavalli e fanti; benché assai più numero fussino quegli de’ viniziani. Cominciorono poi a diminuirsi, per non avere i debiti pagamenti, le genti tenutevi dal duca; e però i viniziani vi mandorono di nuovo cento uomini d’arme e sei galee sottili con provisione di frumenti, non perdonando a42 spesa alcuna necessaria alla sicurtà di quella città e opportuna a tirare a sé la benivolenza de’ pisani. I quali si alienavano ogni dì più con gli animi dalla divozione del duca di Milano, infastiditi e dalla strettezza sua allo spendere e provedergli e dalle sue variazioni; perché ora si dimostrava ardente nelle cose loro ora procedeva freddamente; talmente che, quasi insospettiti della sua volontà, attribuivano a lui che ’l Bentivoglio, secondo la commissione avuta da’ collegati, non fusse cavalcato a’ danni de’ fiorentini; massime che si sapeva essergli mancato da lui in grande parte dei pagamenti43, o per avarizia o perché gli fussino grate le molestie ma non la totale oppressione de’ fiorentini. Per le quali operazioni aveva gittato da se medesimo nelle cose di Pisa i fondamenti contrari alla propria intenzione, e al fine per il quale era autore44 che si deliberasse nel consiglio de’ collegati l’andata di Cesare a Pisa.
1. Cfr. cap. VI.
2. per sodisfazione di: per accontentare; quindi: su richiesta di.
3. Münster (o Müstair).
4. Bormio.
5. sotto specie: facendo mostra (cfr. il latino sub specie).
6. il romore: la fama.
7. ad ambizione: per fini ambiziosi.
8. Giovanni d’Aragona, principe delle Asturie ed erede di Ferdinando il Cattolico, aveva sposato Margherita d’Asburgo, figlia di Massimiliano.
9. dando voce… di menare: spargendo la voce che presto verrebbe in Italia un numero di soldati corrispondente alla differenza tra quello che conduceva e quello che secondo gli accordi aveva l’obbligo di condurre.
10. Bernardino Lopez de Carvajal, vescovo di Cartagena e cardinale di Santa Croce di Gerusalemme.
11. che avesse a succedere prosperamente: che potesse avere buona riuscita.
12. per sicurtà sua la fede: come garanzia (della sua incolumità e libertà) la parola.
13. Ludovico Sforza aveva sposato Beatrice, figlia di Ercole d’Este.
14. il quale: si riferisce al duca di Ferrara.
15. per: ha valore causale.
16. Cfr. III, I.
17. interrompere: impedire.
18. terminasse le differenze: ponesse fine alle controversie.
19. onestissima: onorevolissima.
20. non appartenesse… la cognizione delle ragioni di quegli che vi pretendevano: non spettasse… di giudicare la fondatezza dei diritti di coloro che avanzavano pretese su di essa.
21. sotto colore: col pretesto.
22. per i concetti suoi vastissimi: per le sue mire ambiziosissime.
23. potesse… acquistarsi a’ pisani: potesse… essere conquistato per i pisani.
24. leggiermente alienarsi dal: imprudentemente inimicarsi col.
25. al quale: si riferisce a Savonarola.
26. esausti: indeboliti.
27. castella ignobili e in sé di piccolo momento: villaggi oscuri e in se stessi di scarsa importanza strategica.
28. Pietra Dolorosa.
29. fu morto: fu ucciso.
30. abbandonare del tutto la campagna: smettere completamente di combattere ritirandosi nei luoghi fortificati.
31. a discrezione: senza condizioni.
32. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.
33. infestati: attaccati.
34. per trattato: con un complotto.
35. Ponsacco.
36. Soiana.
37. della terra: che sparavano dalla fortezza.
38. ignobilità: oscurità.
39. Donde: da Soiana.
40. Forse si tratta della rocca della Verrucola (o Verrucole) in Garfagnana.
41. gli scacciarono: soggetto sono i fiorentini.
42. non perdonando a: non risparmiando.
43. essergli mancato… de’ pagamenti: che non gli era stata corrisposta da lui (dal duca) gran parte dello stipendio.
44. autore: promotore.
CAPITOLO IX
Massimiliano Cesare chiede a’ fiorentini che sia a lui rimessa la questione con Pisa. I veneziani mandano nuove genti a Pisa. Risposta de’ fiorentini a Massimiliano Cesare. Colloquio de’ legati fiorentini col duca di Milano.
La quale1 poi che fu deliberata, Cesare mandò due imbasciadori a Firenze, a significare che alla impresa, quale aveva in animo di fare potentemente contro agl’infedeli, aveva giudicato necessario passare in Italia per pacificarla e assicurarla; e per questa cagione ricercava i fiorentini che si dichiarassino insieme con gli altri confederati alla difensione d’Italia, e quando pure avessino l’animo diverso da questo, che manifestassino la loro intenzione. Volere, per la cagione medesima e per quello che si apparteneva alla autorità imperiale, conoscere le differenze2 tra loro e i pisani; e però desiderare che insino a tanto fussino udite da lui le ragioni di tutti si sospendessino l’offese, come era certo che farebbono i pisani, a’ quali aveva comandato il medesimo; affermando con umane parole essere parato ad amministrare giustizia indifferentemente3. Alla quale esposizione, commendato4 con parole onorevoli il proposito di Cesare e dimostrato d’avere fede grandissima nella sua bontà, fu risposto che per imbasciadori, quali subito gli manderebbono, farebbono intendere particolarmente la mente loro5.
Ma in questo tempo i viniziani, per non lasciare a Cesare o al duca di Milano facoltà di occupare Pisa, vi mandorono di nuovo, con consentimento de’ pisani, Annibale Bentivoglio loro condottiere con cento cinquanta uomini d’arme, e poco poi nuovi stradiotti6 e mille fanti; significando7 al duca avervegli mandati perché la loro republica, amatrice delle città libere, voleva aiutare i pisani alla recuperazione del contado loro: con l’aiuto delle quali genti i pisani finirono di recuperare quasi tutte le castella delle colline. Per i quali benefici e per la prontezza de’ viniziani nelle dimande8 loro che erano molte, ora di gente ora di danari ora di vettovaglie e di munizioni, era la volontà de’ pisani diventata tanto conforme a quella de’ viniziani che, trasportata in essi quella confidenza e amore che e’ solevano avere nel9 duca di Milano, desideravano sommamente che quel senato continuasse nella difesa loro; e nondimeno sollecitavano la venuta di Cesare, sperando, con le genti che erano in Pisa e con quelle menava seco, avere facilmente a conseguire Livorno.
Da altra parte i fiorentini, che oltre all’altre difficoltà erano stretti in quel tempo da gravissima carestia, stavano con molto timore, vedendosi soli a resistere alla potenza di tanti prìncipi; perché in Italia non era alcuno che gli aiutasse, e per lettere degli oratori che avevano in Francia erano stati certificati10 che dal re, al quale avevano fatto grandissima instanza d’essere in tanti pericoli soccorsi almeno di qualche quantità di danari, non si poteva sperare sussidio alcuno. Solamente cessava loro11 la molestia di Piero de’ Medici, perché il consiglio12 de’ collegati fu di non usare in questo moto il nome e il favore suo, avendo per esperienza compreso che i fiorentini per questo timore diventavano più uniti alla conservazione della propria libertà. Né cessava Lodovico Sforza sotto specie d’essere geloso della13 salute loro e malcontento della grandezza de’ viniziani, di confortargli efficacemente a rimettersi in14 Cesare, dimostrando molti pericoli e spaventi15, e proponendo non restare altro modo a trarre di Pisa i viniziani; donde seguiterebbe subito la loro reintegrazione16, come cosa molto necessaria alla quiete d’Italia, e desiderata per questa cagione da’ re di Spagna e da tutti gli altri confederati. E nondimeno i fiorentini, né mossi dalla vanità di queste insidiose lusinghe né spaventati da tante difficoltà e pericoli, deliberorono di non fare con Cesare dichiarazione alcuna, né rimettere in suo arbitrio le ragioni loro17 se prima non erano restituiti alla possessione18 di Pisa; perché non confidavano né della volontà né della autorità sua, essendo noto che non avendo da se stesso né forze né danari procedeva come pareva al duca di Milano, né si vedendo ne’ viniziani disposizione o necessità di lasciare Pisa: però con franco animo attendevano a fortificare e provedere quanto potevano Livorno, e a ristrignere insieme19 tutte le genti loro nel contado di Pisa. E nondimeno, per non si dimostrare alieni dalla concordia e sforzarsi di mitigare l’animo di Cesare, gli mandorono imbasciadori, essendo egli già arrivato a Genova, per rispondere a quello che avevano esposto gli oratori suoi in Firenze: la commissione de’ quali fu di persuadergli non essere necessario di procedere ad alcuna dichiarazione, perché per la divozione che si portava al nome suo si poteva promettere della republica fiorentina tutto quello desiderasse; ricordare che al proposito santissimo che egli aveva di quietare Italia niuna cosa era più opportuna che il restituire subito Pisa a’ fiorentini, perché da questa radice nascevano tutte le loro deliberazioni che erano moleste a lui e a’ confederati, e perché Pisa era cagione che qualcun altro aspirasse allo imperio d’Italia e perciò procurasse di tenerla in continui travagli; con le quali parole, benché non si esprimesse altrimenti, erano significati i viniziani; né convenire alla sua giustizia che chi era stato spogliato violentemente fusse, contro alla disposizione delle leggi imperiali, astretto a fare compromesso delle sue ragioni20 se prima non era reintegrato nella sua possessione: conchindendo che, avendo da lui questo principio21, la republica fiorentina, non gli restando causa di desiderare altro che la pace con ciascuno, farebbe tutte quelle dichiarazioni che a lui paressino convenienti; e confidandosi pienamente della sua giustizia rimetterebbe in lui prontamente la cognizione delle sue ragioni22. La quale risposta non sodisfacendo a Cesare desideroso che innanzi a ogni cosa entrassino nella lega, ricevendo la parola da lui della reintegrazione alla possessione di Pisa infra uno termine conveniente23, non ebbono, dopo molte discussioni, da lui altra risposta se non che, in sul molo di Genova, quando già entrava in mare, rispose loro che dal legato del pontefice che era in Genova24 intenderebbono la sua volontà: dal quale rimessi25 al duca, che da Tortona, insino dove aveva accompagnato Cesare, era ritornato a Milano, andorono a quella città. E avendo già dimandata l’udienza, sopragiunseno commissioni da Firenze, dove si era saputo il progresso26 della loro legazione, che senza cercare altra risposta se ne tornassino alla patria : però venuti all’ora deputata innanzi al duca, convertirono la dimanda della risposta in significargli che27, ritornandosene a Firenze, non avevano ricusato d’allungare il cammino per fargli, innanzi che uscissino del suo stato, riverenza, come conveniva all’amicizia che teneva seco la loro republica.
Aveva il duca, presupponendo che avessino a dimandargli la riposta, per ostentare, come faceva spesso, la sua eloquenza e le sue arti e prendersi piacere dell’altrui calamità, convocato tutti gli oratori de’ collegati e tutto il suo consiglio; ma restando maravigliato e confuso di questa proposta28, né potendo celare il suo dispiacere, gli dimandò che risposta avessino avuta da Cesare. Alla quale dimanda, replicando essi che, secondo le leggi della loro rcpublica, non potevano con altro principe trattare le sue29 commissioni che con quello al quale erano destinati imbasciadori, rispose tutto turbato: — Dunque, se noi vi daremo la risposta per la quale sappiamo che Cesare v’ha rimesso a noi, non la vorrete udire? — Soggiunseno non essere vietato loro l’udire né potere vietare che altri non30 parlasse. Replicò : ·— Siamo contenti di darvela, ma non si può fare questo se non esponete a noi quello che esponeste a lui. — E replicando gli oratori non potere, per le medesime ragioni, ed essere superfluo, perché era necessario che Cesare avesse significata la loro proposta a quegli a’ quali aveva commesso che in nome suo facessino la risposta, non potendo egli né con parole né con gesti dissimulare lo sdegno, licenziò e gli oratori e tutti coloro che aveva congregati: ricevuta in sé parte di quella derisione che aveva voluta fare agli altri.
1. La quale: l’andata di Cesare a Pisa (cfr. fine del cap. prec.).
2. conoscere le differenze: giudicare le controversie.
3. indifferentemente: imparzialmente.
4. commendato: lodato.
5. la mente loro: le loro intenzioni.
6. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.
7. significando: comunicando.
8. nelle dimande: a soddisfare alle richieste.
9. nel: nei confronti del.
10. erano stati certificati: avevano avuto la certezza.
11. loro: per loro.
12. il consiglio: la decisione.
13. sotto specie di essere geloso della: fìngendo di avere a cuore la.
14. a rimettersi in: ad affidarsi alla decisione di.
15. dimostrando molti pericoli e spaventi: prospettando per il futuro (se ciò non avveniva) molti pericoli e cose spaventose.
16. la loro reintegrazione: la restituzione di Pisa a loro.
17. rimettere in suo arbitrio le ragioni loro: lasciar giudicare a lui sui loro diritti.
18. non erano restituiti alla possessione: non venivano rimessi in possesso.
19. ristrignere insieme: raccogliere.
20. astretto a fare compromesso delle sue ragioni: costretto ad affidare a un arbitro il giudizio sui propri diritti.
21. avendo da lui questo principio: se lui cominciava col fare questo (restituire Pisa ai Fiorentini).
22. la cognizione delle sue ragioni: il giudizio sui propri diritti.
23. infra uno termine conveniente: a scadenza ragionevole.
24. Bernardino de Carvajal, cardinale di Santa Croce.
25. rimessi:rinviati.
26. il progresso: l’andamento.
27. convertirono… che: invece di chiedergli la risposta, gli dissero che.
28. proposta: dichiarazione.
29. sue: si può riferire sia agli ambasciatori dei Fiorentini che a loro republica.
30. vietare che… non: vietare che.
CAPITOLO X
Felice sbarco a Livorno di granaglie per i fiorentini. Contraria fortuna di Massimiliano Cesare nel tentativo d’impadronirsi di Livorno. Massimiliano Cesare con pochissima dignità del nome imperiale abbandona la Toscana e l’Italia e si ritira in Germania. Lodovico Sforza ritira le sue genti da Pisa.
Cesare in questo mezzo, partito del porto di Genova con sei galee che i viniziani avevano nel mare di Pisa, e con molti legni de’ genovesi abbondanti d’artiglieria ma non d’uomini da combattere, perché non v’erano altro che mille fanti tedeschi, navigò insino al porto della Spezie e di quivi andò per terra a Pisa; ove raccolti cinquecento cavalli e mille altri fanti tedeschi che avevano fatto il cammino per terra, deliberò con queste genti e con quelle del duca di Milano e con parte delle viniziane andare a campo a Livorno, con intenzione di assaltarlo per terra e per mare, e che l’altre genti de’ viniziani andassino a Ponte di Sacco, acciocché il campo1 de’ fiorentini, che non era molto potente, non potesse o molestare i pisani o dare soccorso a Livorno. Ma niuna impresa spaventava i fiorentini meno che quella di Livorno, proveduto sufficientemente di gente e d’artiglierie, e ove aspettavano di dì in dì soccorso di Provenza; perché non molto prima, per accrescere le forze sue con la riputazione nella quale allora erano in Italia l’armi de’ franzesi, avevano con consentimento del re di Francia soldato monsignore di Albigion2, uno de’ suoi capitani con cento lancie e mille fanti tra svizzeri e guasconi, acciocché per mare passassino a Livorno, in su certe navi che per ordine loro erano state caricate di grani per sollevare la carestia che ne era per tutto il dominio fiorentino. La quale deliberazione, fatta con altri pensieri e ad altri fini che per difendersi da Cesare, se bene ebbe molte difficoltà, perché e Albigion con la sua compagnia già condotto alle navi ricusò d’entrare in mare e de’ fanti se ne imbarcorono solamente seicento, nondimeno fu tanto favorita dalla fortuna che né maggiore né più opportuna provisione si sarebbe potuta desiderare; conciossiacosaché, il dì medesimo che uno commissario pisano, mandato innanzi da Cesare con molti fanti e cavalli per fare ponti e spianare le vie per l’esercito che aveva a venire, si presentò a Livorno, i legni di Provenza, che erano cinque navi e alcuni galeoni, e con essi una nave grossa di Normandia, la quale il re mandava per rinfrescare Gaeta di vettovaglie e di gente, si scopersono sopra Livorno, co’ venti tanto prosperi che, non se gli opponendo l’armata di Cesare perché fu costretta dal tempo ad allargarsi3 sopra la Meloria (scoglio famoso, perché già appresso a quello furono in una battaglia navale4 afflitte in perpetuo5 da’ genovesi le forze de’ pisani), entrorono nel porto senza ricevere alcuno danno; eccetto che uno galeone carico di grano, separato dal resto dell’armata, fu preso dagl’inimici. Détte questo soccorso, sì opportuno, grande ardire a quegli che erano in Livorno, e confermò grandemente l’animo de’6 fiorentini, parendo loro che l’essere giunto così a tempo fusse segno che dove in favore loro mancassino le forze umane avesse a supplire l’aiuto divino : come molte volte in quegli dì, nel maggiore terrore degli altri, aveva, predicando al popolo, affermato il Savonarola.
Ma non cessò per questo il re de’ romani d’andare7 col campo a Livorno : dove mandati per terra cinquecento uomini d’arme e mille cavalli leggieri e quattromila fanti, egli andò in sulle galee insino alla bocca dello Stagno che è tra Pisa e Livorno, E avendo assegnata l’oppugnazione d’una parte della terra8 al conte di Gaiazzo, che era stato mandato con lui dal duca di Milano, e postosi egli dall’altra, benché il primo dì s’accampasse con molta difficoltà per la molestia grande datagli dall’artiglierie di Livorno, cominciò, come colui che9 desiderava, la prima cosa, insignorirsi del porto, accostate le genti innanzi dì dalla banda della Fontana10, a battere con molti cannoni il.Magnano11, il quale quegli di dentro avevano fortificato, e rovinato, come veddeno porre il campo da quella parte, il Palazzotto12 e la torre dal lato di mare13, come cosa da non potersi guardare e abile a fare perdere la torre nuova14; e nel medesimo tempo, per battere dalla parte di mare, aveva fatto appressare al porto l’armata15 sua, perché le navi franzesi, poiché ebbono poste in terra le genti e scaricato parte de’ grani, essendo finiti i noli loro, non ostante i prieghi fatti in contrario, si erano partite per ritornare in Provenza, e la normanda per seguitare il cammino suo verso Gaeta. L’oppugnazione16 fatta al Magnano, per combattere poi la terra eziandio per mare, riusciva di poco frutto, per esservi munito in modo17 che l’ariglierie poco offendevano, e quegli di dentro spesso uscivano fuora a scaramucciare. Ma era destinato che la speranza cominciata col favore de’ venti avesse col beneficio pure de’ venti la sua perfezione18; perché levatosi uno temporale gagliardo conquassò in modo l’armata che la nave grimalda genovese19, che aveva portata la persona di Cesare, combattuta lungamente da’ venti, andò a traverso20, dirimpetto alla rocca nuova21 di Livorno, con tutti gli uomini e artiglierie che vi erano sopra, e il medesimo feceno alla punta di verso Santo Iacopo22 due galee venete; e gli altri legni dispersi in vari luoghi patirno tanto che non furno più utili per la impresa presente : per il quale caso ricuperorono quegli di dentro il galeone, venuto prima in potestà degl’nimici.
Per il naufragio dell’armata ritornò Cesare a Pisa; dove, dopo molte consulte, diffidandosi per tutti23 di potere più pigliare Livorno, si deliberò di levarne il campo e fare la guerra da altra parte. Però Cesare andò a Vico Pisano, e fatto ordinare uno ponte sopra Arno tra Cascina e Vico e uno sopra il Cilecchio24, quando si credeva dovesse passare, partitosi all’improvviso se ne ritornò per terra verso Milano; non avendo fatto altro progresso25 in Toscana che avere saccheggiato, quattrocento cavalli de’ suoi, Borgheri26 castello ignobile27 nella Maremma di Pisa. Scusava questa subita partita per accrescersegli28 continuamente le difficoltà, non si sodisfacendo alle sue spesse dimande di nuovi danari, né consentendo i proveditori veneti che la maggiore parte delle genti loro uscisse più di Pisa per sospetto conceputo di lui, né gli avevano i viniziani pagato interamente la porzione de’ sessantamila ducati; onde, lodandosi molto del duca di Milano, si lamentava gravemente di loro. A Pavia, dove egli si trasferì, fu fatta nuova consulta; e benché avesse publicato29 volere tornarsene in Germania, consentiva di soprastare in Italia tutta la vernata con mille cavalli e dumila fanti, in caso che ogni mese se gli pagassino ventiduemila fiorini di Reno; della quale cosa mentre che s’aspetta risposta da Vinegia andò in Lomellina, nel tempo che era aspettato a Milano: essendogli, come ne’ tempi seguenti dimostrorno meglio i suoi progressi, fatale di non entrare in quella città. Di Lomellina, mutato consiglio, tornò a Cusago propinquo a sei miglia a Milano, donde inopinatamente, senza saputa del duca e degli oratori che vi erano, se n’andò a Como; e quivi inteso, mentre desinava, che il legato del papa, al quale aveva mandato a dire che non lo seguitasse, era arrivato, levatosi da mensa, andò a imbarcarsi con tanta celerità che appena il legato ebbe spazio di parlargli poche parole alla barca; al quale rispose essere necessitato di andare in Germania ma che prestamente ritornerebbe. E nondimeno, poiché per il lago di Como fu condotto a Bellasio30, avendo inteso che i viniziani consentivano a quello che si era trattato a Pavia, détte di nuovo speranza di ritornare a Milano; ma pochissimi giorni poi, procedendo con la sua naturale varietà31, lasciata una parte de’ suoi cavalli e de’ fanti, se ne andò in Germania: avendo, con pochissima degnità del nome imperiale, dimostrata la sua debolezza a Italia, che già lungo tempo non aveva veduti imperadori armati.
Per la partita sua Lodovico Sforza, disperato di potere più, se non venivano nuovi accidenti, tirare Pisa a sé né cavarla di mano de’ viniziani, ne levò tutte le genti sue, pigliando per parte di consolazione32 del suo dispiacere che i viniziani restassino soli implicati nella guerra co’ fiorentini; da che si persuadeva che la stracchezza dell’uno e dell’altro potesse col tempo porgergli qualche desiderata occasione. Per la partita delle quali genti i fiorentini, restati più potenti nel contado di Pisa che gli inimici, recuperorono tutte le castella delle colline; e perciò i viniziani, essendo costretti per impedire i loro progressi a fare nuove provisioni, aggiunsono a quelle che vi erano tante genti che in tutto v’aveano quattrocento uomini d’arme settecento cavalli leggieri e più di dumila fanti.
1. il campo: l’esercito.
2. Hugues d’Amboise, signore di Aubijoux.
3. allargarsi: prendere il largo.
4. Nel 1248.
5. afflitte in perpetuo: sconfitte definitivamente.
6. confermò grandemente l’animo de’: incoraggiò molto i.
7. non cessò… d’andare: non rinunciò… ad andare.
8. l’oppugnazione d’una parte della terra: l’assalto ad un lato della città.
9. come colui che: forma latineggiante (cfr. quippe qui).
10. Probabilmente la fonte della Bastia, costruita nel sec. XII.
11. La torre del Magnale (detta anche Torre Magna o Magnano), costruita nel sec. XII e ripristinata dai Fiorentini nella seconda metà del see. XV.
12. Era uno dei quattro edifici costruiti dalla repubblica pisana e destinati alla residenza dei consoli del mare.
13. Forse si tratta della torre detta Fraschetta.
14. La torre del Marzocco, costruita dai Fiorentini a difesa di Livorno.
15. l’armata: la flotta.
16. l’oppugnazione: l’assalto.
17. per esservi munito in modo: perché vi erano fortificazioni tali.
18. perfezione: compimento, realizzazione.
19. grimalda genovese: dei Grimaldi di Genova.
20. andò a traverso: affondò.
21. Si tratta della Quadratura dei Pisani, detta oggi Fortezza vecchia e costruita dai Pisani alla fine del see. XIV.
22. A est di Livorno, sulla costa.
23. per tutti: da parte di tutti.
24. Fosso di scolo che sbocca nell’Arno tra Vico Pisano e Calcinaia.
25. non avendo fatto altro progresso: non avendo ottenuto altro.
26. Bolgheri.
27. ignobile: oscuro.
28. scusava… per accrescergli: giustificava… allegando che gli si accrescevano.
29. avesse pubblicato: avesse dichiarato pubblicamente.
30. Bellagio.
31. varietà: incostanza.
32. pigliando… consolazione: considerando un compenso.
CAPITOLO XI
Resa di Taranto a’ veneziani. Il re di Francia progetta d’impadronirsi di Genova. Il pontefice dichiara confiscati gli stati degli Orsini. Guerra con gli Orsini e patti che la concludono. Presa di Ostia. Consalvo accolto trionfalmente in Roma e dal pontefice.
Risolveronsi in questo mezzo nel reame di Napoli quasi tutte le reliquie1 della guerra de’ franzesi : perché la città di Taranto con le fortezze, oppressata dalla fame, si arrendé a’ viniziani che l’avevano assediata con la loro armata2, i quali dopo averla ritenuta molti dì, ed essendo già nato sospetto che se la volessino appropriare, la restituirono finalmente a Federigo, instandone assai3 il pontefice e i re di spagna; ed essendosi inteso a Gaeta che la nave normanda, avendo combattuto sopra Porto Ercole con alcune navi de’ genovesi che aveva incontrate, seguitando dipoi il suo cammino, vinta dalla tempesta del mare era andata a traverso4, i franzesi che erano in quella città, alla quale il nuovo re era tornato a campo5, ancora che, secondo che era la fama, avessino provisione da sostenersi qualche mese, giudicando che alla fine il re loro non sarebbe più sollecito a soccorrergli che e’ fusse stato a soccorrere tanta nobiltà e tante terre6 che si tenevano per lui, accordorono con Federigo per mezzo di Obignì, il quale per alcune difficoltà nate nella consegnazione delle fortezze di Calavria non era ancora partito da Napoli, di lasciare la terra e la fortezza, avendo facoltà di andarne salvi per mare in Francia con tutte le robe loro.
Per il quale accordo essendo il re di Francia alleggierito de’ pensieri di soccorrere il reame, e da altra parte acceso dagli stimoli del danno e dell’infamia, deliberò di assaltare Genova, sperando nella parte7 che v’aveva Batistino Fregoso, stato già doge di quella città8, e nel seguito che aveva il cardinale di San Piero in Vincola in Savona sua patria e in quelle riviere; e pareva gli aggiugnesse opportunità9 l’essere in questo tempo discordi Gianluigi dal Fiesco e gli Adorni, e universalmente i genovesi malcontenti del duca di Milano per essere stato autore che10 nella vendita di Pietrasanta i lucchesi fussino stati preferiti a loro e perché, avendo poi promesso di farla ritornare nelle loro mani e usata a questo, per mitigare lo sdegno conceputo, l’autorità de’ viniziani, gli aveva pasciuti molti mesi di vane speranze. Il timore di questa deliberazione del re costrinse Lodovico, il quale per le cose di Pisa era quasi alienato da’ viniziani, a unirsi di nuovo con loro, e a mandare a Genova quegli cavalli e fanti tedeschi che Cesare aveva lasciati in Italia : a’ quali se non fusse sopravenuta questa necessità non sarebbe stata fatta alcuna provisione11.
Le quali cose mentre che si trattano, il pontefice, parendogli di avere opportunità grande d’occupare gli stati degli Orsini poiché i capi di quella famiglia erano ritenuti12 a Napoli, pronunziò13 nel concistorio, Verginio e gli altri, rebelli, e confiscò gli stati loro, per essere andati, contro a’ suoi comandamenti, agli stipendi de’ franzesi; il che fatto, assaltò, nel principio dell’anno mille quattrocento novantasette, le terre loro, avendo ordinato che i Colonnesi, da più luoghi dove confinano con gli Orsini, facessino il medesimo. Fu questa impresa confortata14 assai dal cardinale Ascanio per l’antica amicizia sua co’ Colonnesi e dissensione con gli Orsini, e consentita dal duca di Milano; ma molesta a’ viniziani i quali desideravano di farsi benevola quella famiglia; e nondimeno, non potendo con giustificazione alcuna impedire che il pontefice proseguisse le sue ragioni15, né essendo utile l’alienarselo in tempo tale, consentirono che il duca d’Urbino soldato comune andasse a unirsi con le genti della Chiesa, delle quali era capitano generale il duca di Candia e legato il cardinale di Luna pavese16, cardinale dependente in tutto da Ascanio. E il re Federigo vi mandò in aiuto suo Fabrizio Colonna. Questo esercito, poi che se gli furono arrendute Campagnano e l’Anguillara e molte altre castella, andò a campo a Trivignano17; la quale terra, difesasi per qualche dì francamente18, si dette a discrezione19: ma mentre si difendeva, Bartolomeo d’Alviano uscito di Bracciano roppe20, otto miglia appresso a Roma, quattrocento cavalli che conducevano artiglierie nel campo ecclesiastico: e un altro dì, essendo corso presso alla Croce a Montemari21, mancò poco che non pigliasse il cardinale di Valenza22, il quale, uscito di Roma a cacciare, fuggendo si salvò. Preso Trivignano, andò il campo23 all’Isola24, e battuta con l’artiglierie una parte della rocca la conseguì per accordo. E si ridusse finalmente tutta la guerra intorno a Bracciano; dove era collocata tutta la speranza della difesa degli Orsini, perché il luogo, prima forte, era stato bene munito e riparato, e fortificato il borgo, alla fronte del quale avevano fatto un bastione; e dentro, difensori a sufficienza sotto il governo dello Alviano : che, giovane ancora ma di ingegno feroce25 e di celerità incredibile, ed esercitato nelle armi, dava di sé quella speranza alla quale non furono nel tempo seguente inferiori le sue azioni. Né il pontefice cessava di accrescere ogni dì il suo esercito, al quale aveva di nuovo26 aggiunto ottocento fanti tedeschi, di quegli che avevano militato nel reame di Napoli. Combattessi per molti dì da ogni parte con grande contenzione27, avendo quegli di fuora piantate da più luoghi l’artigliene né mancando quegli di dentro di provedere e riparare per tutto con somma diligenza e franchezza28: furono nondimeno, dopo non molti dì, costretti ad abbandonare il borgo; il quale preso, gli ecclesiastici dettono un assalto feroce alla terra, ma benché avessino già poste le bandiere in sulle mura furono sforzati a ritirarsi con molto danno: nella quale battaglia fu ferito Antonello Savello. Dimostrorono quegli di dentro la medesima virtù in uno altro assalto, ributtando con maggiore danno gli inimici, de’ quali furono tra morti e feriti più di dugento; con laude grandissima dell’Alviano a cui s’attribuiva principalmente la gloria di questa difesa, perché e dentro era prontissimo a tutte le fazioni necessarie e fuori con spessi assalti teneva in quasi continua molestia, e di dì e di notte, l’esercito degli inimici. Accrebbe le laudi sue perché, avendo ordinato che certi cavalli leggieri corressino da Cervetri, che si teneva per gli Orsini, un dì insino in sul campo, uscito fuora per l’occasione di questo tumulto, messe in fuga i fanti che guardavano l’artiglieria, della quale condusse alcuni pezzi minori in Bracciano. E nondimeno, battuti e travagliati il dì e la notte, cominciavano a sostentarsi principalmente con la speranza del soccorso; perché Carlo Orsino e Vitellozzo, congiunto per il vincolo della fazione guelfa a gli Orsini, i quali, ricevuti danari dal re di Francia per riordinare le compagnie loro dissipate29 nel regno di Napoli, erano passati in Italia in su’ legni venuti di Provenza a Livorno, si preparavano per soccorrere a tanto pericolo. Però Carlo, andato a Soriano, attendeva a raccorre i soldati antichi e gli amici e partigiani degli Orsini; e Vitellozzo faceva a Città di Castello il medesimo de’ suoi soldati e de’ fanti del paese, i quali come ebbe uniti, con dugento uomini d’arme e mille ottocento fanti de’ suoi, e con artiglieria in sulle carrette, all’uso franzese, si congiunse a Soriano con Carlo. Per il che i capitani ecclesiastici, giudicando pericoloso, se e’ procedessino più innanzi, il trovarsi in mezzo tra loro e quegli che erano in Bracciano, e per non lasciare in preda tutto il paese circostante nel quale avevano già saccheggiate alcune castella, levato il campo da Bracciano e ridotte l’artiglierie grosse nell’Anguillara, si indirizzorono contro degli inimici; co’ quali incontratisi tra Soriano e Bassano30 combatterono insieme per più ore ferocemente, ma finalmente gli ecclesiastici, benché nel principio del combattere fusse preso da’ Colonnesi Franciotto Orsino, furono messi in fuga, tolti loro i carriaggi tolta l’artiglieria, e tra morti e presi più di cinquecento uomini; tra’ quali restorono prigioni il duca d’Urbino Giampiero da Gonzaga conte di Nugolara31, e molti altri uomini di condizione; e il duca di Candia, ferito leggiermente nel volto, e con lui il legato apostolico e Fabrizio Colonna, fuggendo, si salvorno in Ronciglione. Riportò la laude principale di questa vittoria Vitellozzo, perché la fanteria da Città di Castello, stata disciplinata innanzi da’ fratelli e da lui al modo delle ordinanze oltramontane, fu questo dì aiutata grandemente dall’industria32 sua; perché avendogli armati di lancie più lunghe circa un braccio di quello che era l’usanza comune, ebbono tanto vantaggio quando da lui furono condotte a urtarsi co’ fanti degl’inimici che, offendendo loro senza essere offesi, per la lunghezza delle lancie, gli messono in fuga facilmente; e con tanto maggiore onore quanto nella battaglia contraria33 erano ottocento fanti tedeschi, della quale nazione avevano i fanti italiani sempre, dopo la passata del re Carlo, avuto grandissimo terrore. Dopo questa vittoria cominciorono i vincitori a correre senza ostacolo per tutto il paese di qua dal Tevere, e dipoi passata una parte delle genti di là dal fiume sotto Monte Ritondo34, correvano per quella strada che sola era restata sicura. Per i quali pericoli il pontefice, soldando di nuovo molta gente, chiamò del regno di Napoli in soccorso suo Consalvo e Prospero Colonna. E nondimeno, pochi dì poi, interponendosi con grande studio35 gli oratori de’ viniziani per beneficio degli Orsini, e lo spagnuolo per timore che da questo principio non nascesse nelle cose della lega maggiore disordine, fu fatta pace; con inclinazione molto pronta così del pontefice, alienissimo per natura dallo spendere, come degli Orsini, i quali non avendo danari ed essendo abbandonati da ciascuno, conoscevano essere necessario che alla fine cedessino alla potenza del pontefice. La somma de’ patti fu : che agli Orsini fusse lecito continuare insino alla fine nella condotta del re di Francia36, nella quale era espresso che e’ non fussino tenuti a pigliare l’armi contro alla Chiesa: riavessino tutte le terre perdute in questa guerra ma pagando al pontefice cinquantamila ducati, trentamila subito che37 da Federigo fussino liberati Giangiordano e Pagolo Orsini, perché Verginio era pochi dì innanzi morto in Castel dell’Uovo, o di febbre o come alcuni credettono di veleno, e gli altri ventimila si pagassino infra otto mesi, ma depositando in mano de’ cardinali [Ascanio] e di Sanseverino l’Anguillara e Cervetri, per l’osservanza del pagamento: liberassinsi i prigioni fatti nella giornata di Soriano, eccetto il duca d’Urbino; della liberazione del quale, benché s’affaticassino gli oratori de’ collegati, il pontefice non fece instanza, perché sapeva gli Orsini non avere facoltà di provedere a’ danari, i quali si trattava pagassino, se non mediante la taglia38 di quel duca; la quale fu poco poi concordata in quarantamila ducati, e aggiuntovi che non prima fusse liberato che39 Pagolo Vitelli, il quale quando si arrendé Atella era restato prigione del marchese di Mantova, conseguisse senza pagare alcuna cosa la sua liberazione.
Espedito40 il pontefice poco onorevolmente della guerra degli Orsini, dati danari alle genti che conduceva Consalvo, e unite seco le sue, lo mandò all’impresa d’Ostia che si teneva ancora in nome del cardinale di San Piero in Vincola, dove appena furono piantate l’artigliene che il castellano si arrendé a Consalvo a discrezione41. Avuta Ostia, Consalvo quasi trionfante entrò in Roma, con cento uomini d’arme dugento cavalli leggieri e mille cinquecento fanti, tutti soldati spagnuoli, menandosi innanzi il castellano come prigione, il quale poco poi liberò; e incontrato da molti prelati, dalla famiglia del pontefice e da tutti i cardinali, concorrendo tutto il popolo e tutta la corte, cupidissimi di vedere un capitano il nome del quale risonava già chiarissimamente per tutta Italia, fu condotto al papa residente in concistorio; il quale, ricevutolo con grandissimo onore, gli donò la rosa42, solita a donarsi ogni anno da’ pontefici, in testimonianza del suo valore. Ritornò poi a unirsi col re Federigo : il quale, assaltato lo stato del prefetto di Roma, aveva preso tutte le terre che, tolte nell’acquisto del regno al marchese di Pescara, gli erano state donate dal re di Francia; e presa Sora e Arci43, ma non le rocche, era a campo a Rocca Guglielma, avendo per accordo conseguito lo stato del conte d’Uliveto44, già, innanzi vendesse quello ducato al prefetto, duca di Sora45. E nondimeno in queste prosperità non mancavano a Federigo molte molestie; non solo dagli amici, perché Consalvo teneva in nome de’ suoi re una parte della Calavria, ma eziandio dagli inimici riconciliati. Perché essendo stato una sera, uscendo di Castelnuovo di Napoli, ferito gravemente da uno certo greco il principe di Bisignano, entrò tanto terrore nel principe di Salerno clic questo non46 fusse stato fatto per ordine del re, in vendetta dell’offese passate, che subito, non dissimulando la causa del sospetto, se n’andò da Napoli a Salerno; e benché il re mandasse in potestà sua il greco, che era in carcere, per giustificarlo, che egli (come, era la verità) l’aveva. ferito per ingiuria ricevuta molti anni innanzi da lui nella persona della sua moglie, nondimeno, come nell’antiche e gravi inimicizie è difficile stabilire fedele reconciliazione, perché è impedita o dal sospetto o dalla cupidità della vendetta, non si potette mai più il principe disporre a fidarsi di lui. Il che dando speranza che nel regno si avessino a fare nuove sollevazioni, a’ franzesi, i quali ancora tenevano il mente di Sant’Angelo e alcuni altri luoghi forti, era cagione di fargli perseverare più costantemente al difendersi.
1. Risolveronsi… quasi tutte le reliquie: Si dissolse… quasi completamente ciò che ancora rimaneva.
2. armata: flotta.
3. instandone assai: poiché lo richiedevano con molta insistenza.
4. era andata a traverso: era affondata.
5. alla quale… era tornato a campo: presso la quale… era tornato ad accamparsi.
6. terre: città.
7. nella parte: nei seguaci di partito.
8. Dal 1478 al 1483.
9. opportunità: possibilità di successo.
10. per essere stato autore che: per aver preso posizione in modo da fare che.
11. non sarebbe stata fatta alcuna provisione: non sarebbe stato corrisposto alcun pagamento.
12. erano ritenuti: erano prigionieri (degli Aragonesi).
13. pronunciò: dichiarò.
14. confortata: sollecitata.
15. proseguisse le sue ragioni: cercasse di far valere i propri diritti.
16. Bernardino di Lunate, protonotario apostolico e cardinale di San Ciriaco.
17. Trevignano Romano.
18. francamente: coraggiosamente.
19. si dette a discrezione: si arrese senza condizioni.
20. roppe: mise in fuga.
21. L’oratorio della Santa Croce in Monte Mario, distrutto durante l’assedio del 1849.
22. Cesare Borgia.
23. il campo: l’esercito.
24. Isola Farnese.
25. d’ingegno feroce: di carattere ardito.
26. di nuovo: ultimamente.
27. contenzione: accanimento.
28. franchezza: coraggio.
29. dissipate: disperse.
30. Bassano in Teverina.
31. Giampiero di Francesco Gonzaga, conte di Novellara.
32. industria: ingegnosità, astuzia.
33. nella battaglia contraria: nel grosso dell’esercito nemico.
34. Monterotondo.
35. studio: impegno.
36. continuare… Francia: rimanere al servizio del re di Francia fino al termine previsto nell’accordo con cui erano stati assunti.
37. subito che: appena.
38. la taglia: il danaro del riscatto.
39. non… che: appena fosse liberato.
40. Espedito: liberato.
41. a discrezione: senza condizioni.
42. Una rosa d’oro che veniva ogni anno donata a un principe ritenuto degno di lode.
43. Arce.
44. Angilberto del Balzo, duca di Nardò e conte di Castro e Ugento.
45. Giovanni della Rovere, prefetto di Roma.
46. terrore… che… non: terrore… che.
CAPITOLO XII
Carlo VIII tratta la tregua co’ re di Spagna e manda milizie contro il territorio di Genova e contro il ducato di Milano, occupando alcune terre. Infelice esito dell’impresa e probabili cause dell’insuccesso. Patti della tregua fra il re di Francia e i re di Spagna. I francesi perdono in Italia quasi tutte le terre recentemente occupate. I fiorentini occupati nella riconquista di Pisa accettano malvolentieri la tregua.
Maggiori pericoli si dimostravano in questo tempo in Lombardia per i movimenti de’ franzesi, assicurati per allora da’ minacci degli spagnuoli, perché essendo stati tra loro più tosto leggieri assalti e dimostrazioni di guerra che alcuna cosa notabile, eccetto che da’ franzesi fu presa in brevissimo tempo e abbruciata la terra di Sals1, si era introdotta tra quei re pratica di concordia; e per dare maggiore facilità a trattarla, levate tra loro l’offese per due mesi. Per la quale occasione Carlo, potendo attendere più speditamente alle cose di Genova e di Savona, avendo mandato in Asti insino al numero di mille lancie e tremila svizzeri e numerco pari di guasconi, commesse2 al Triulzio, luogotenente suo in Italia, che aiutasse Batistino e il Vincola; disegnando oltre a questi mandare dietro con grosso esercito il duca d’Orliens a fare in nome proprio3 l’impresa del ducato di Milano: e per facilitare quella di Genova mandò a’ fiorentini Ottaviano Fregoso a ricercargli4 che nel tempo medesimo assaltassino la Lunigiana e la riviera di levante, e ordinò che Pol Batista Fregoso con sei galee turbasse la riviera di ponente.
Cominciò questo movimento con tanto terrore del duca di Milano, il quale da se stesso non era preparato abbastanza, né aveva ancora gli aiuti che gli avevano promessi i viniziani, che se fusse stato continuato co’ mezzi debiti arebbe partorito qualche effetto importante; e più facilmente nel ducato di Milano che a Genova, perché a Genova, essendosi per opera di Lodovico riconciliati Gianluigi dal Fiesco e gli Adorni, avevano soldati5 molti fanti e messa in ordine un’armata per mare6, a spese de’ viniziani e di Lodovico: con la quale si congiunseno sei galee mandate da Federigo, perché il pontefice, ritenendo7 il nome di confederato più ne’ consigli e nelle dimostrazioni che nelle opere, non volle in questi pericoli concorrere a spesa alcuna; né per terra né per mare. I progressi8 di questa espedizione furono che Batistino e con lui il Triulzio andorno a Novi, della quale terra Batistino, statone prima spogliato dal duca di Milano, riteneva la fortezza; per la venuta de’ quali il conte di Gaiazzo, che vi era a guardia con sessanta uomini d’arme dugento cavalli leggieri e cinquecento fanti, diffidandosi poterla difendere si ritirò a Serravalle. Per l’acquisto di Novi si augumentò non poco la riputazione de’ fuorusciti, perché oltre a essere terra capace di molta gente9 impedisce il transito da Milano a Genova; e per il sito nel quale è posta è molto opportuna a offendere10 i luoghi circostanti. Occupò dipoi Batistino altre terre vicine a Novi; e nel tempo medesimo il cardinale con dugento lancie e tremila fanti, presa Ventimiglia, s’accostò a Savona, ma non facendo quegli di dentro movimento alcuno, e inteso che Giovanni Adorno s’approssimava con molti fanti, si ritirò allo Altare, terra del marchese di Monferrato, distante otto miglia da Savona. Di maggiore momento fu il principio che si fece per il Triulzio11. Il quale, desideroso di dare occasione che la guerra si accendesse nel ducato di Milano, ancora che la commissione del re fusse che prima s’attendesse alle cose di Genova e di Savona, prese il Bosco12, castello importante nel contado d’Alessandria, sotto pretesto che, per sicurtà delle genti che erano andate nella riviera, fusse necessario impedire a quegli del duca di Milano la facoltà di condursi da Alessandria in quello di Genova13, e nondimeno, per non contrafare14 manifestamente al comandamento del re, non procedé più avanti, perdendo grandissima occasione; perché il paese circostante era tutto, per l’occupazione del Bosco, in grandissima sollevazione, altri per timore altri per cupidità di cose nuove15, non essendo per il duca da quella parte più di cinquecento uomini d’arme e seimila fanti, e cominciando Galeazzo Sanseverino, il quale era in Alessandria, [dove] medesimamente si ritirò il conte di Gaiazzo, a diffidarsi di poterla difendere senza maggiori forze: e già Lodovico, non manco timido16 in questa avversità che per natura fusse in tutte l’altre, ricercava il duca di Ferrara che s’interponesse tra il re di Francia e lui qualche concordia. Ma il soprasedere del Triulzio tra ’l Bosco e Novi dette tempo a Lodovico di provedersi, e a’ viniziani, i quali concorrendo prontissimamente alla sua difesa avevano prima mandato a Genova mille cinquecento fanti, di mandare in Alessandria molti uomini d’arme e cavalli leggieri; e ultimatamente commessono al conte di Pitigliano, capo delle loro genti, perché il marchese di Mantova si era rimosso dagli stipendi veneti17, che con la maggiore parte andasse in aiuto di quello stato. Così raffreddando le cose18 cominciate con grande speranza, Batistino, non fatto a Genova frutto alcuno, perché la città per le provisioni fatte stette quieta, ritornò a unirsi col Triulzio, allegando essere riusciti vani i disegni suoi perché da’ fiorentini non era stata assaltata la riviera di levante; i quali non avevano giudicato prudente consiglio lo implicarsi nella guerra se prima le cose de’ franzesi non si dimostravano più prospere e più potenti. Andò medesimamente il Vincola a unirsi col Triulzio, non avendo fatto altro che prese alcune terre del marchese del Finale19, perché si era scoperto alla difesa di Savona. Unite le genti franzesi feceno alcune scorrerie verso il Castellaccio20, terra vicina al Bosco, stata già fortificata da’ capitani del duca; e augumentandosi continuamente l’esercito de’ collegati che faceva la massa21 ad Alessandria, e per contrario cominciando a mancare a’ franzesi danari e vettovaglie, né essendo gli altri capitani bene pazienti a ubbidire al Triulzio, fu costretto, lasciata guardia in Novi e nel Bosco, a ritirarsi con l’esercito appresso ad Asti.
Credesi che a questa impresa nocesse, come si vede molte volte intervenire, la divisione fatta delle genti in più parti, e che se tutti si fussino nel principio dirizzati22 a Genova arebbono forse avuto migliore successo; perché, oltre alla inclinazione delle fazioni e lo sdegno nato per causa di Pietrasanta, parte de’ cavalli e de’ fanti tedeschi che il duca di Milano v’aveva mandati, soprastativi pochi dì, se ne erano tornati all’improviso in Germania. Può essere ancora che da quegli medesimi ministri da’ quali, l’anno dinanzi, era stata impedita la passata del re in Italia e il soccorso del regno di Napoli, fussino usate l’arti medesime di impedire la impresa presente con la difficoltà delle provisioni: e tanto più che era fama che ’l duca di Milano, il quale a’ sudditi suoi faceva gravi esazioni, donasse assai al duca di Borbone e ad altri di quegli che potevano appresso al re : la quale infamia si distendeva non meno al cardinale di San Malò. Ma come si sia, certo è che il duca d’ Orliens, destinato a passare in Asti e sollecitatone molto dal re, fece tutte le preparazioni necessarie a tale andata ma ritardò, o perché non confidasse nelle provisioni che si facevano o perché, come molti interpretavano, partisse malvolentieri del regno di Francia, essendo il re continuamente indisposto della persona, e in caso della sua morte senza figliuoli appartenendo a lui la successione della corona.
Ma il re, non gli essendo riuscita la speranza della mutazione di Genova e di Savona, ristrinse le pratiche23 cominciate co’ re di Spagna, ritardate per una sola difficoltà : che il re di Francia, desiderando di restare espedito alle24 imprese di qua da’ monti, recusava che nella tregua che si trattava si comprendessino le cose d’Italia; c i re di Spagna, dimostrando di non fare difficoltà di consentire alla sua volontà per altro che per rispetto del loro onore, facevano instaliza che vi si comprendessino, perché, essendo la intenzione comune fare la tregua perché con maggiore facilità si trattasse la pace, potrebbono con maggiore onestà25 partirsi dalla confederazione che avevano con gli italiani. Alla qual cosa, poiché furono andati dall’una parte all’altra più volte imbasciadori, prevalendo finalmente26, come quasi sempre, l’arti spagnuole, contrassono tregua per sé e per i sudditi e dependenti suoi, e per quegli ancora che qualunque d’essi nominasse; la quale tregua, cominciando tra loro il quinto dì di marzo ma tra i nominati cinquanta dì poi27, durasse per tutto il mese d’ottobre prossimo. Nominò ciascuno di essi quegli potentati e stati italiani che erano confederati e aderenti suoi, e i re di Spagna nominorno di più il re Federigo e i pisani. Convenneno oltre a questo di mandare a Mompolieri28 uomini propri29 per trattare la pace dove30 potessino intervenire gli oratori degli altri collegati; e in questa pratica davano i re di Spagna speranza di potere con qualche giustificata occasione31 congiugnersi col re di Francia contro agli italiani, proponendo, insino allora, partiti di dividersi il32 regno di Napoli. La quale tregua benché fatta senza partecipazione de’ collegati d’Italia fu nondimeno grata a tutti, specialmente al duca di Milano, desiderosissimo che la guerra si rimovesse del suo dominio.
Ma essendo restata libera in Italia la facoltà dell’offendersi33 insino al vigesimo quinto dì di aprile, il Triulzio e Batistino34, e con loro Serenon, ritornati con cinquemila uomini nella riviera di ponente, assoltorono la terra d’Albinga35, la quale benché avessino al primo assalto quasi tutta occupata, nondimeno disordinatisi nell’entrarvi ne furno cacciati da poco numero degli inimici. Entrorno dipoi nel marchesato del Finale per dare cagione all’esercito italiano d’andare a soccorrerlo, sperando d’avere occasione di condurgli alla giornata36, il che non succedendo37 non feceno più cosa di momento, essendo massime accresciuta la discordia de’ capitani e mancando ogni dì più, per la tregua fatta, i pagamenti. Nel qual tempo i collegati avevano, da Novi in fuora, recuperato le terre prima perdute; e Novi finalmente, con tutto che il conte di Gaiazzo andatovi a campo38 ne fusse stato ributtato, ottenneno per accordo: né restò, de’ luoghi acquistati, in potere de’ franzesi altro che alcune piccole terre prese nel marchesato del Finale. Ne’ quali travagli il duca di Savoia, infestato39 da tutte le parti con offerte grandi, e il marchese di Monferrato, il governo del quale40 era stato dal re de’ romani confermato in Costantino di Macedonia41, non si dichiarorono né per il re di Francia né per i confederati.
Non si era in questo anno fatta cosa di momento tra i fiorentini e i pisani, benché continuamente si proseguisse la guerra, se non che essendo andati i pisani, sotto Giampaolo Manfrone con quattrocento cavalli leggieri e con mille cinquecento fanti, per ricuperare il bastione fatto da loro al Ponte a Stagno, il quale avevano perduto quando Cesare si partì da Livorno, il conte Renuccio42 avutone notizia andò con molti cavalli a soccorrerlo, per la via di Livorno, non pensando i pisani dovere essere assaltati se non per la via del Pontadera; e avendogli sopragiunti che già combattevano il bastione, gli messe in fuga facilmente, pigliandone molti. Ma si posorono, per la tregua fatta, similmente l’armi tra loro; benché malvolentieri fusse accettata da’ fiorentini, perché giudicavano essere inutile alle cose loro il dare spazio a’ pisani di respirare, e perché, non ostante la tregua, per sospetto di Piero de’ Medici che continuamente qualche cosa macchinava, e per il timore delle genti viniziane che erano in Pisa, la necessità gli costrigneva a continuare le spese medesime.
1. Salses, nella zona pirenaica.
2. commesse: ordinò.
3. in nome proprio: a titolo personale.
4. ricercargli: chiedere loro.
5. avevano soldati: avevano assoldato.
6. messa in ordine un’armata per mare: allestita una flotta.
7. ritenendo: mantenendo.
8. I progressi: i risultati.
9. terra capace di molta gente: città in grado di contenere molti soldati.
10. molto opportuna a offendere: molto comoda per attaccare.
11. Di maggiore… per il Triulzio: più importante fu la prima azione compiuta dal Triulzio.
12. Bosco Marengo.
13. in quello di Genova: nel territorio di Genova.
14. contrafare: contravvenire.
15. per cupidità di cose nuove: per desiderio di rivolgimenti politici. Cfr. il latino rerum novarum cupiditas.
16. timido: timoroso.
17. si era rimosso dagli stipendi veneti: aveva lasciato il servizio presso la repubblica veneta.
18. raffreddando le cose: diminuendo il fervore e la prontezza nell’esecuzione delle cose.
19. Alfonso del Carretto.
20. Castellazzo Bormida.
21. faceva la massa: si raccoglieva.
22. dirizzati: diretti.
23. ristrinse le pratiche: intensificò le trattative.
24. espedito alle: libero per le.
25. onestà: onore.
26. finalmente: infine.
27. poi: dopo.
28. Montpellier.
29. uomini propri: ambasciatori o ministri.
30. dove: in un luogo in cui.
31. con qualche giustificata occasione: con qualche valido pretesto.
32. partiti di dividersi il: progetti di divisione del.
33. essendo restata libera… la facoltà dell’offendersi: essendo rimasta aperta… la guerra.
34. Battistino Fregoso.
35. Albenga.
36. condurgli alla giornata: costringerli alla battaglia. Si riferisce, ad sensum, all’esercito italiano.
37. non succedendo: non riuscendo.
38. andatovi a campo: andato ad accamparvisi con l’esercito.
39. infestato: sollecitato con insistenza.
40. il governo del quale: la cui tutela.
41. Costantino Arianiti Comneno.
42. Ranuccio da Marciano.
Il duca di Milano propone a’ collegati di cedere Pisa a’ fiorentini per staccarli dal re di Francia. Fallimento della proposta. Condizioni interne di Firenze. Vano tentativo di Piero de’ Medici di rientrare in Firenze. Turpitudini e tragedie nella famiglia del pontefice. La condanna de’ compromessi nel tentativo di Piero de’ Medici.
Così essendo per tutto fermate l’armi o già in procinto di fermarsi, il duca di Milano, benché ne’ prossimi pericoli avesse dimostrato grandissima sodisfazione del1 senato viniziano per i pronti aiuti ricevuti da quello, esaltando publicamente con magnifiche parole la virtù e la potenza veneta, e commendando2 la providenza3 di Giovan Galeazzo primo duca di Milano che avesse commesso alla fede di4 quello senato l’esecuzione del suo testamento, nondimeno non potendo tollerare che la preda di Pisa, levata e seguitata5 da lui con tanta fatica e con tante arti, restasse a loro, come appariva manifestamente avere a essere, e però tentando di conseguire col consiglio6 quello che non poteva ottenere con le forze, operò che ’l pontefice e gli oratori de’ re di Spagna, a’ quali tutti era molesta tanta grandezza de’ viniziani, proponessino che, per levare d’Italia ogni fondamento a’ franzesi e per ridurla7 tutta in concordia, sarebbe necessario indurre i fiorentini a entrare nella lega comune col reintegrargli di Pisa, poiché altrimenti indurre non vi si potevano; perché stando separati dagli altri non cessavano di stimolare il re di Francia a passare in Italia e, in caso passasse, potevano co’ danari e con le genti loro, essendo massime situati nel mezzo d’Italia, fare effetti8 di non piccola importanza. Ma questa proposta fu dall’oratore viniziano contradetta come molto perniciosa alla salute comune, allegando la inclinazione de’ fiorentini al re di Francia essere tale che, eziandio con questo beneficio, non era da confidarsi di loro se non davano sicurtà bastante di osservare quello promettessino, e in cose di tanto momento9 nessuna sicurtà bastare se non il deporre Livorno in mano de’ collegati : cosa proposta artificiosamente da lui, perché, sapendo che mai consentirebbono di deporre luogo sì importante allo stato loro, gli restasse facoltà maggiore di contradire; il che essendo dipoi succeduto come pensava, s’oppose con tale caldezza che, non avendo il pontefice e l’oratore del duca di Milano ardire di contradirgli per non gli alienare dalla loro congiunzione10, non si seguitò questo ragionamento; e si cominciò per il pontefice e i viniziani11 nuovo disegno per divertire12 con violenza i fiorentini dalla amicizia franzese : dando animo a chi pensava di offendergli le male condizioni di quella città, nella quale era tra’ cittadini non piccola divisione causata dalla forma del governo.
Perché quando fu fondata da principio l’autorità popolare13 non erano stati mescolati quegli temperamenti14 che, insieme con l’assicurare co’ modi debiti la libertà, impedissino che la republica non15 fusse disordinata dalla imperizia e dalla licenza della moltitudine. Però, essendo in minore prezzo i cittadini di maggiore condizione che non pareva conveniente16, e sospetta da altra parte al popolo la loro ambizione, e intervenendo spesso nelle deliberazioni importanti molti che n’erano poco capaci, e scambiandosi di due mesi in due mesi il supremo magistrato17 al quale si referiva la somma delle cose più ardue18, si governava la republica con molta confusione. Aggiugnevasi l’autorità grande del Savonarola, gli uditori del quale si erano ristretti quasi in tacita intelligenza19, ed essendo tra loro molti cittadini di onorate qualità, e prevalendo ancora di numero a quegli che erano di contraria opinione, pareva che i magistrati e gli onori publici si distrubuissino molto più ne’ suoi seguaci che negli altri; e per questo essendosi manifestamente divisa la città, l’una parte con l’altra ne’ consigli publici si urtava, non si curando gli uomini, come accade nelle città divise, di impedire il bene comune per sbattere la riputazione20 degli avversari. Faceva più pericolosi questi disordini, che21 oltre a’ lunghi travagli e gravi spese tollerate da quella città v’era quell’anno carestia grandissima, per il che si poteva presumere che la plebe affamata desiderasse cose nuove22.
La quale mala disposizione détte speranza a Piero de’ Medici, incitato oltre a queste occasioni da alcuni cittadini, di potere facilmente ottenere il desiderio suo23. Però ristretti i suoi consigli24 con Federigo cardinale di San Severino, antico amico suo, e con l’Alviano, e stimolato occultamente da’ viniziani, a’ quali pareva che per i travagli de’ fiorentini si stabilissino le cose di Pisa25, deliberò di tentare di entrare furtivamente in Firenze; massime poi che fu avvisato essere stato creato gonfaloniere di giustizia, che era capo del magistrato supremo26, Bernardo del Nero, uomo di gravità e d’autorità grande e stato lungamente amico paterno27 e suo, ed essere eletti al medesimo magistrato alcuni altri i quali, per le dependenze vecchie28, credeva che avessino inclinazione alla sua grandezza29. Assentì a questo disegno il pontefice, desideroso di separare i fiorentini dal re di Francia con le ingiurie poi che era stato impedito di separargli co’ benefici; né contradisse il duca di Milano, non gli parendo potere fare fondamento o intelligenza stabile con quella città per i disordini del presente governo, se bene da altra parte non gli piacesse il ritorno di Piero, sì per l’offese fattegli come perché dubitava non avesse a dipendere troppo dall’autorità de’ viniziani. Raccolti adunque Piero quanti danari potette da se medesimo e con l’aiuto degli amici, e si credette che qualche piccola quantità gli fusse somministrata da’ viniziani, andò a Siena, e dietro a lui l’Alviano con cavalli e con fanti, facendo il cammino sempre di notte e fuora di strada acciocché l’andata sua fusse occultissima a’ fiorentini. A Siena, per favore di Giacoppo e di Pandolfo Petrucci30, cittadini principali di quel governo e amici paterni e suoi, ebbe secretamente altre genti31; in modo che con seicento cavalli e quattrocento fanti eletti32 si partì, due dì poi che era cominciata la tregua, nella quale non si comprendevano i sanesi, verso Firenze, con speranza che, arrivandovi quasi improvviso in sul fare del dì, avesse facilmente o per disordine o per tumulto il quale sperava aversi a levare in suo favore, a entrarvi : il quale disegno non sarebbe forse riuscito vano se la fortuna non avesse supplito alla negligenza de’ suoi avversari. Perché essendo al principio della notte alloggiato alle Tavernelle, che sono alcune case in sulla strada maestra33 con pensiero di camminare la maggior parte della notte, una pioggia che sopravenne molto grande gli dette tale impedimento che e’ non potette presentarsi a Firenze se non molte ore poi che era levato il sole; il quale indugio dette tempo a quegli che facevano professione di essergli particolari inimici, perché la plebe e quasi tutto il resto de’ cittadini stava ad aspettare quietamente l’esito della cosa, di prendere l’armi con gli amici e seguaci loro, e ordinare che da’ magistrati fussino chiamati e ritenuti nel palagio publico i cittadini sospetti, e farsi forti34 alla porta che va a Siena35, alla quale, pregato da loro, andò medesimamente Pagolo Vitelli, che ritornando da Mantova era, per sorte36, la sera precedente, giunto in Firenze : di modo non si movendo cosa alcuna nella città, né Piero potente a sforzare la porta alla quale s’era accostato per un tiro d’arco, poi che vi fu dimorato quattro ore, temendo che con pericolo suo non sopravenissino le genti d’arme de’ fiorentini, le quali pensava, come era vero, che fussino state chiamate di quel di Pisa, se ne ritornò a Siena. Donde l’Alviano partitosi, e introdotto in Todi da’ guelfi, saccheggiò quasi tutte le case de’ ghibellini e ammazzò cinquantatré de’ primi di quella parte; il quale esempio seguitando Antonello Savello, entrato in Terni, e i Gatteschi37 col favore de’ Colonnesi entrati in Viterbo, feceno simiglianti mali nell’un luogo e nell’altro, e nel paese circostante contro a’ guelfi : non provedendo a tanti disordini dello stato ecclesiastico il pontefice, aborrente dallo spendere in cose simili, e perché, prendendo per sua natura piccola molestia delle calamità degli altri, non si turbava di quelle cose che gli offendevano l’onore pure che l’utilità o i piaceri non si impedissino.
Ma non potette già fuggire gli infortuni domestici, i quali perturbarono la casa con esempli tragici, e con libidini e crudeltà orribili, eziandio in ogni barbara regione. Perché avendo, insino da principio del suo pontificato, disegnato di volgere tutta la grandezza temporale al duca di Candia suo primogenito, il cardinale di Valenza il quale, d’animo totalmente alieno dalla professione sacerdotale, aspirava all’esercizio dell’armi, non potendo tollerare che questo luogo gli fusse occupato dal fratello, e impaziente oltre a questo che egli avesse più parte di lui nell’amore di madonna Lucrezia sorella comune, incitato dalla libidine e dalla ambizione (ministri potenti a ogni grande sceleratezza), lo fece, una notte che e’ cavalcava solo per Roma, ammazzare e poi gittare nel fiume del Tevere secretamente. Era medesimamente fama (se però è degna di credersi tanta enormità) che nell’amore di madonna Lucrezia concorressino non solamente i due fratelli ma eziandio il padre medesimo : il quale avendola, come fu fatto pontefice, levata dal primo marito38 come diventato inferiore, al suo grado, e maritatala a Giovanni Sforza signore di Pesero39, non comportando d’avere anche il marito per rivale, dissolvé il matrimonio già consumato; avendo fatto, innanzi a giudici delegati da lui, provare con false testimonianze, e dipoi confermare per sentenza, che Giovanni era per natura frigido e impotente al coito. Afflisse sopra modo il pontefice la morte del duca di Candia, ardente quanto mai fusse stato padre alcuno nell’amore de’ figliuoli, e non assuefatto a sentire i colpi della fortuna, perché è manifesto che dalla puerizia insino a quella età aveva avuto in tutte le cose felicissimi successi; e se ne commosse talmente che nel concistorio, poiché ebbe con grandissima commozione d’animo e con lacrime deplorata gravemente la sua miseria, e accusato molte delle proprie azioni e il modo del vivere che insino a quel dì aveva tenuto, affermò con molta efficacia volere governarsi in futuro con altri pensieri e con altri costumi: deputando alcuni del numero de’ cardinali40 a riformare seco i costumi e gli ordini della corte. Alla quale cosa avendo data opera qualche dì, e cominciando a manifestarsi l’autore della morte del figliuolo, la quale nel principio si era dubitato che non fusse proceduta per opera o del cardinale Ascanio o degli Orsini, deposta prima la buona intenzione e poi le lagrime, ritornò più sfrenatamente che mai a quegli pensieri e operazioni nelle quali insino a quel dì aveva consumato la sua età.
Nacqueno in questo tempo dal movimento fatto per Piero de’ Medici nuovi travagli in Firenze, perché poco dipoi venne a luce la intelligenza che egli v’aveva41, per il che furono incarcerati molti cittadini nobili e alcuni altri si fuggirono; e poiché legittimamente fu verificato l’ordine42 della congiura, furono condannati alla morte non solo Niccolò Ridolfi, Lorenzo Tornabuoni, Giannozzo Pucci e Giovanni Cambi, che l’avevano sollecitato a venire, e Lorenzo a questo effetto accomodatolo43 di danari, ma eziandio Bernardo del Nero, non imputato d’altro che d’avere saputa questa pratica e non l’avere rivelata: il quale errore, che per sé è punito in pena44 capitale dagli statuti fiorentini e dalla interpretazione data dalla maggiore parte de’ giurisconsulti alle leggi comuni, fece più grave in lui l’essere stato, quando Piero venne a Firenze, gonfaloniere, come se fusse stato maggiormente obligato a fare uffizio più di persona publica che di45 privata. Ma avendo i parenti de’ condannati appellato dalla sentenza al consiglio grande del popolo, per vigore d’una legge che s’era fatta quando fu ordinato46 il governo popolare, ristrettisi47 quegli che erano stati autori della condannazione, per sospetto che la compassione dell’età e della nobiltà e la moltitudine de’ parenti non mitigassino negli animi del popolo la severità del giudicio, ottenneno che in numero minore di cittadini si mettesse in consulta se era da permettere il proseguire l’appellazione o proibirlo; dove prevalendo l’autorità e il numero di quegli che dicevano essere cosa pericolosa e facile a generare sedizione, e che le leggi medesime concedevano che per fuggire i tumulti potessino essere le leggi in caso simile dispensate48, furono impetuosamente, e quasi per forza e con minaccie, costretti alcuni di quegli che sedevano nel supremo magistrato a consentire che, non ostante l’appello interposto, si facesse la notte medesima l’esecuzione: riscaldandosi a questo molto più che gli altri i fautori del Savonarola, non senza infamia sua che non avesse dissuaso, a quegli massime che lo seguivano, il violare49 una legge proposta, pochi anni innanzi, da lui come molto salutare e quasi necessaria alla conservazione della libertà.
1. benché… sodisfazione del: benché in occasione dei recenti pericoli avesse dichiarato di essere molto soddisfatto del.
2. commendando: lodando.
3. la providenza: la saggezza.
4. che avesse commesso alla fede di: che aveva affidato a.
5. levata e seguitata: stanata e inseguita.
6. col consiglio: con l’astuzia.
7. ridurla: riportarla.
8. fare effetti: provocare conseguenze.
9. di tanto momento: di tanta importanza.
10. per non gli alienare dalla loro congiunzione: per non farli uscire (i veneziani) dall’alleanza con loro.
11. per il pontefice e i viniziani: da parte del pontefice e dei veneziani.
12. divertire: allontanare.
13. l’autorità popolare: il governo popolare, basato sul Consiglio grande.
14. non erano stati mescolati quegli temperamenti: non vi erano state unite quelle istituzioni moderatrici.
15. impedissino che… non: impedissero che.
16. essendo in minore… conveniente: godendo i cittadini di condizione sociale più elevata di un prestigio minore di quanto paresse giusto.
17. Il gonfalonierato e, insieme, gli otto priori.
18. al quale… più ardue: a cui spettava valutare e decidere le questioni più difficili e importanti.
19. si erano… intelligenza: si erano quasi legati in tacita intesa.
20. per sbattere la riputazione: per sminuire il prestigio.
21. che: il fatto che (è soggetto).
22. desiderasse cose nuove: aspirasse a disordini e rivolgimenti politici.
23. ottenere il desiderio suo: realizzare ciò che desiderava.
24. ristretti i suoi consigli: consultatosi.
25. che per i travagli… le cose di Pisa: che le difficoltà dei Fiorentini fossero utili a rendere più stabile l’attuale situazione di Pisa (e quindi ad aumentare le loro possibilità d’impadronirsene).
26. gli otto priori.
27. paterno: del padre.
28. per le dependenze vecchie: per i vecchi rapporti di amicizia e di clientela (con i Medici).
29. avessino inclinazione alla sua grandezza: fossero favorevoli al suo ritorno al potere.
30. Erano signori di fatto in Siena dal 1487.
31. genti: soldati.
32. eletti: scelti.
33. Borgo di Tavernelle in Val d’Elsa.
34. farsi forti: andare in forze.
35. Porta Romana.
36. per sorte: per casuale coincidenza.
37. Potente famiglia ghibellina di Celleno e Viterbo.
38. Alfonso d’Aragona, duca di Bisceglie e figlio naturale di Alfonso II d’Aragona.
39. Nel 1492.
40. alcuni del numero de’ cardinali: alcuni cardinali.
41. la intelligenza che egli vi aveva: che era d’accordo con alcuni cittadini.
42. l’ordine: il disegno.
43. accomodatolo: che l’aveva fornito.
44. in pena: con la pena.
45. a fare uffizio più di… che di: ad agire più da… che da.
46. ordinato: istituito.
47. ristrettisi: consultatisi e accordatisi.
48. dispensate: derogate.
49. che non… il violare: per non aver dissuaso, soprattutto i suoi seguaci, dal violare.
CAPITOLO XIV
Federico d’Aragona ricupera altre terre. Conclusione della tregua fra i re di Spagna e Carlo VIII. Morte di Filippo duca di Savoia. Il duca di Ferrara consegna il castello di Genova a Lodovico Sforza. Continui dubbi e negligenza del re di Francia e conseguenze che ne derivano per le cose d’Italia. Si torna a discutere fra i collegati italiani dell’opportunità di cedere Pisa a Firenze. Obiezione e opposizione de’ veneziani.
In questo anno medesimo Federigo re di Napoli, ottenuta la investitura del regno dal pontefice e fatta solennemente la sua incoronazione, recuperò per accordo il monte di Santo Angelo, che era stato valorosamente difeso da don Giuliano dell’Oreno lasciatovi dal re di Francia, e Civita con alcune altre terre tenute da Carlo de Sanguine; e cacciato, finita che fu la tregua, totalmente del regno il prefetto di Roma, si voltò a fare il simile del principe di Salerno : il quale finalmente assediato nella rocca di Diano e abbandonato da tutti, ebbe facoltà di partirsi salvo con le sue robe; lasciata quella parte dello stato che ancora non aveva perduta in mano del principe di Bisignano, con condizione di darla a Federigo, subito che1 intendesse egli essere condotto salvo in Sinigaglia.
Nella fine di questo anno, essendo prima interrotta per le dimande2 immoderate de’ re di Spagna la dieta che da Mompolieri3 era stata trasferita a Nerbona, si ritornò tra quegli re a nuove pratiche; militando pure4 la medesima difficoltà, perché il re di Francia era determinato di non acconsentire più ad accordo alcuno nel quale si comprendesse Italia; e a’ re di Spagna pareva grave lasciargli libero il campo di soggiogarla e pure desideravano non avere guerra con lui di là da’ monti, guerra a loro di molta molestia e senza speranza di profitto. Finalmente si conchiuse tregua tra essi, per durare5 insino a tanto fusse disdetta e due mesi dappoi; né vi fu compreso alcuno de’ potentati d’Italia. A’ quali i re di Spagna significorono la tregua fatta, allegando avere così potuto farla senza saputa de’ collegati come era stato lecito al duca di Milano fare senza saputa loro la pace di Vercelli; e che, avendo rotto, quando fu fatta la lega, la guerra in Francia e continuatala molti mesi, né essendo stati pagati loro i danari promessi da’ confederati, ancora che avessino giusta cagione di non osservare più a chi gli aveva mancato6, avevano nondimeno molte volte fatto intendere che, volendo pagare loro cento cinquantamila ducati, che se gli dovevano per la guerra che avevano fatta, erano contenti accettargli per conto di quello farebbono in futuro, con deliberazione di entrare in Francia con potentissimo esercito; ma che non avendo i confederati corrisposto sopra queste dimande né alla fede né al7 beneficio comune, e vedendo che la lega fatta per la libertà d’Italia si convertiva in usurparla e opprimerla, conciossiaché i viniziani, non contenti che in sua potestà fussino pervenuti tanti porti del reame di Napoli, avevano senza ragione alcuna occupato Pisa, era paruto loro onesto, poiché gli altri disordinavano le cose comuni, provedere alle proprie con la tregua; ma fatta in modo che si potesse dire più presto ammunizione che volontà di partirsi dalla lega, perché era in potestà loro sempre di dissolverla disdicendola: come farebbono quando vedessino altra intenzione e altre provisioni ne’ potentati italiani al beneficio comune. E nondimeno non potetteno gustare quegli re interamente la dolcezza della quiete, per la morte di Giovanni principe di Spagna, unico figliuolo maschio di tutti e due8.
Morì in questi tempi medesimi, lasciato uno piccolo figliuolo Filippo duca di Savoia9; il quale dopo lunga sospensione pareva che finalmente avesse inclinato a’ collegati, che gli avevano promesso dare ciascuno anno ventimila ducati : e nondimeno la fede sua era sì dubbia appresso a tutti che ancora10 essi, in caso che il re di Francia facesse potente impresa, non si promettessino molto di lui.
Nella fine dell’anno medesimo il duca di Ferrara, passati già i due anni che aveva ricevuto in diposito il castello di Genova, lo restituì a Lodovico suo genero; avendo prima dimandato al re di Francia che secondo i capitoli di Vercelli gli restituisse la metà delle spese fatte in quella guardia. Le quali il re consentiva di pagare dandogli il duca di castelletto, come diceva essere tenuto per l’inosservanza del duca di Milano; a che rispondendo egli questa non essere liquidata11, e che a costituire il duca di Milano in contumacia sarebbe stata necessaria la interpellazione12, offeriva il re di deporle, acciocché innanzi al pagamento si vedesse di ragione se era tenuto a consegnargliene. Ma appresso a Ercole fu più potente la istanza fatta in contrario da’ viniziani e dal genero, movendolo non solo i prieghi e le lusinghe di Lodovico, che pochi dì innanzi aveva dato l’arcivescovado di Milano a Ippolito cardinale suo figliuolo13, ma molto più perché era pericoloso provocarsi la inimicizia di vicini tanto potenti, in tempo che quotidianamente diminuiva la speranza della passata de’ franzesi; e però, avendo richiamato della corte di Francia don Ferrando suo figliuolo, restituì a Lodovico il castelletto, sodisfatto prima da lui delle spese fatte nel guardarlo, eziandio per la porzione che toccava a pagare al re: donde i viniziani, per mostrarsegli obligati, condussono il medesimo don Ferrando agli stipendi loro14 con cento uomini d’arme.
La quale restituzione, fatta poco giustificatamente, benché alla riputazione del re in Italia importasse molto, nondimeno non dimostrò di risentirsene come sarebbe stato conveniente; anzi avendo mandato Ercole uno imbasciadore a lui a scusarsi che, per essere lo stato suo contiguo a’ viniziani e al duca di Milano che avevano mandato a denunziargli quasi la guerra, era stato costretto a ubbidire alla necessità, l’udì con la medesima negligenza che se avesse trattato di cose leggiere, come quello che, oltre al procedere quasi a caso in tutte le sue azioni, continuava nelle consuete angustie e difficoltà. Perché era in lui ardentissima come prima la inclinazione del passare in Italia, e aveva, più che avesse avuto mai, potentissime occasioni : la tregua fatta co’ re di Spagna, l’avere i svizzeri confermata seco di nuovo la confederazione e l’essere nate tra’ collegati molte cause di disunione; ma lo impediva con varie arti la maggior parte di quegli che erano intorno a lui, proponendogli, alcuni di loro, piaceri, alcuni confortandolo al fare la impresa ma con apparato sì potente per terra e per mare e con tanta provisione di danari che era necessario si interponesse lungo spazio di tempo, altri servendosi d’ogni difficoltà e occasione; né mancando il cardinale di San Malò di usare la solita lunghezza nelle espedizioni15 de’ danari : in modo che non solo il tempo di passare in Italia era più incerto che mai ma si lasciavano oltre a ciò cadere le cose già quasi condotte alla perfezione. Perché i fiorentini, stimolandolo continuamente a passare, erano convenuti seco, cominciata che fusse la guerra da lui, di muovere l’armi loro da altra parte, e a questo effetto concordati che Obignì con cento cinquanta lancie franzesi, cento pagate dal re e cinquanta pagate da loro, passasse per mare in Toscana per essere capo dello esercito loro; e il marchese di Mantova, stato rimosso disonorevolmente, quando vincitore ritornò del reame di Napoli, dagli stipendi de’ viniziani per sospetto che e’ trattasse di condursi col re di Francia, trattava ora veramente di ricevere soldo da lui16, e il nuovo duca di Savoia si era confermato nella aderenza sua17; prometteva il Bentivoglio, passato che e’ fusse in Italia, di seguitare l’autorità sua; e il pontefice, stando ambiguo del congiugnersi seco18 come continuamente si trattava, aveva determinato almeno di non se gli opporre. Ma la tardità e la negligenza usata dal re raffreddava gli animi di ciascuno, perché né in Italia per congregarsi in Asti passavano le genti secondo le promesse fatte da lui, non si dava espedizione alla condotta19 di Obignì, né mandava danari per pagare gli Orsini e Vitelli soldati suoi : cosa, avendosi a fare la guerra, molto importante. Donde essendo i Vitelli per condursi co’ viniziani, i fiorentini, non avuto tempo di avvisarnelo, gli condussono per uno anno a comune per il re e per loro; la qual cosa fu lodata da lui, ma né ratificò né provedde al pagamento per la sua porzione; anzi mandò Gemel a ricercargli che gli prestassino per la impresa cento cinquantamila ducati. Finalmente facendo, come spesso soleva, della volontà sua quella di altri, partitosi quasi allo improvviso da Lione, se ne andò a Torsi e poi ad Ambuosa, con le consuete promesse di ritornare presto a Lione. Per le quali cose mancando la speranza a tutti quegli che in Italia seguitavano la parte sua, Batistino Fregoso si riconciliò col duca di Milano.
Il quale, preso animo da questi progressi, scopriva ogni dì più la mala volontà che aveva per le cose di Pisa contro a’ viniziani; stimolando il pontefice e i re di Spagna a introdurre di nuovo, ma con maggiore efficacia, il ragionamento della restituzione di quella città. Per la quale pratica i fiorentini, così confortati da lui, mandorono, nel principio dell’anno mille quattrocento novantotto, a Roma uno imbasciadore, ma con commissione che procedesse con tale circospezione che il pontefice e gli altri potessino comprendere che in caso che Pisa fusse renduta loro si unirebbono con gli altri alla difesa d’Italia contro a’ franzesi, e nondimeno che il re di Francia, se l’effetto non seguisse, non avesse causa di prendere sospetto di loro. Continuossi questo ragionamento in Roma molti giorni, facendo instanza apertamente il pontefice e gli oratori de’ re di Spagna e del duca di Milano e quello del re di Napoli con lo imbasciadore viniziano, essere necessario per sicurtà comune unire con questo mezzo i fiorentini contro a’ franzesi, e dovere il suo senato consentirvi insieme con gli altri, acciocché, estirpate le radici di tutti gli scandoli, non restasse più alcuno in Italia che avesse cagione di chiamarvi gli oltramontani; l’unione della quale quando si impedisse per questo rispetto, si darebbe forse materia a gli altri di fare nuovi pensieri, da’ quali in pregiudicio di tutti nascerebbe qualche importante alterazione. Ma era al tutto diversa la deliberazione del senato viniziano. Il quale, pretendendo alla sua cupidità vari colori20, e accorgendosi da chi principalmente procedesse tanta instanza, rispondeva per mezzo del medesimo oratore lamentandosi gravissimamente, tale cosa non essere mossa dal rispetto del bene universale ma da maligna inclinazione che avea qualcuno de’ collegati contro a loro, perché essendo i fiorentini congiuntissimi d’animo a’ franzesi, e persuadendosi di avere per il ritorno loro in Italia a occupare la maggiore parte di Toscana, non era dubbio non bastare il reintegrargli di Pisa a rimuovergli da questa inclinazione, anzi essere cosa molto pericolosa il renderla loro, perché quanto più fussino potenti tanto più alla sicurtà d’Italia nocerebbono. Trattarsi in questa restituzione dell’onore e della fede di tutti ma principalmente della loro republica; perché avendo i confederati promesso tutti d’accordo a’ pisani d’aiutargli a difendere la libertà e dipoi, perché ciascuno degli altri spendeva malvolentieri per il bene publico, lasciato il peso a loro soli, né essi ricusato a questo effetto alcuna spesa o travaglio, essere con troppo loro disonore l’abbandonarla, e mancare della fede data, la quale se gli altri non stimavano, essi, soliti sempre a osservarla, non volevano in modo alcuno violare. Essere molestissimo al senato viniziano che, senza rispetto alcuno, fussino imputati dagli altri di quello che con consentimento comune avevano cominciato e per interesse comune avevano continuato, e che con tanta ingratitudine fussino lapidati delle buone opere21; né meritare questa retribuzione le spese intollerabili che avevano fatte in questa impresa e in tante altre, e tanti travagli e pericoli sostenuti da loro dappoi che era stata fatta la lega: le quali cose erano state di natura che e’ potevano arditamente dire che per opera loro si fusse salvata Italia, perché né in sul fiume del Taro si era combattuto con altre armi, né con altre armi recuperato il reame di Napoli, che con le loro. E quale esercito avere costretto Novara ad arrendersi? quale avere necessitato il re di Francia ad andarsene di là da’ monti? quali forze essersegli opposte nel Piemonte, qualunque volta avea fatto pruova di ritornare? Né si potere già negare che queste azioni non fussino principalmente procedute dal desiderio che avevano della salute d’Italia, perché né erano mai stati i primi esposti a’ pericoli, né per cagione loro nati disordini i quali fussino debitori di ricorreggere: perché né aveano chiamato il re di Francia in Italia né accompagnatolo poi che era stato condotto di qua da’ monti, né per risparmiare i danari propri lasciato cadere in pericolo le cose comuni; anzi essere stato spesse volte di bisogno che ’l senato veneto rimediasse a’ disordini nati per colpa d’altri in detrimento22 di tutti. Le quali opere se non erano conosciute o se sì presto erano poste in oblivione, non volere perciò, seguitando l’esempio poco scusabile degli altri, maculare né la fede né la degnità della loro republica; essendo massime congiunta nella23 conservazione della libertà de’ pisani la sicurtà e il beneficio di tutta Italia.
1. subito che: appena.
2. le dimande: le pretese.
3. Montpellier.
4. militando pure: sussistendo ancora.
5. per durare: che avrebbe dovuto durare.
6. di non osservare… mancato: di non mantenere più gli impegni con chi non li aveva mantenuti con loro.
7. non avendo… corrisposto sopra queste dimande né alla… né al: non avendo… soddisfatto a queste richieste come richiedevano sia la… che il.
8. 13 novembre 1497.
9. 7 novembre 1497.
10. ancora: anche.
11. liquidata: chiara, dimostrata.
12. a costituire… la interpellazione: per stabilire legalmente l’inosservanza del duca di Milano sarebbe stato necessario il processo.
13. Figlio di Ercole I e di Eleonora d’Aragona, fatto cardinale nel 1493.
14. condussono… agli stipendi loro: assunsero… al loro servizio come capitano.
15. nelle espedizioni: nell’invio.
16. di ricevere soldo da lui: di essere assunto da lui.
17. si era confermato nell’aderenza sua: aveva confermato la propria alleanza con lui.
18. stando ambiguo del congiugnersi seco: stando incerto se allearsi o no con lui.
19. non si dava espedizione alla condotta: non si concludeva l’assunzione.
20. pretendendo alla sua cupidità vari colori: coprendo la sua cupidigia con vari pretesti.
21. lapidati delle buone opere: accusati e maltrattati per le buone opere che avevano compiuto.
22. in detrimento: a danno.
23. congiunta nella: unita alla.
CAPITOLO XV
Morte di Carlo VIII e sue conseguenze. Decadenza dell’autorità del Savonarola in Firenze. Suo conflitto col pontefice. Suo supplizio.
Le quali cose mentre che con aperta disunione si trattano tra i collegati, nuovo accidente che sopravenne partorì effetti molto diversi da’ pensieri degli uomini; perché la notte innanzi all’ottavo dì di aprile morì il re Carlo in Ambuosa1, per accidente di gocciola, detto da’ fisici apoplessia, sopravenuto mentre stava a vedere giocare alla palla, tanto potente che nel medesimo luogo finì tra2 poche ore la vita, con la quale aveva con maggiore impeto che virtù turbato il mondo, ed era pericolo non lo turbasse di nuovo. Perché si credeva per molti che, per l’ardente disposizione che aveva di ritornare in Italia, arebbe pure una volta, o per propria cognizione3 o per suggestione di quegli che emulavano alla grandezza del cardinale di San Malò, rimosse le difficoltà che gli erano interposte : in modo che, se bene in Italia, secondo le sue variazioni, qualche volta augumentasse qualche volta diminuisse l’opinione della sua passata, non era però che non se ne stesse in continua sospensione; e perciò il pontefice, stimolato dalla cupidità d’esaltare i figliuoli, aveva già cominciato a trattare secretamente cose nuove con lui; e si divulgò poi, o vero o falso che fusse, che il duca di Milano, per non stare in continuo timore, aveva fatto il medesimo. Pervenne, perché Carlo morì senza figliuoli, il regno di Francia a Luigi duca di Orliens, più prossimo di sangue per linea mascolina che alcun altro4; al quale, come fu morto il re, concorse subito a Bles, dove allora era, la guardia reale e tutta la corte, e poi di mano in mano tutti i signori del regno, salutandolo e riconoscendolo per re: con tutto che per alcuno tacitamente si mormorasse che, secondo gli ordini antichi di quel reame, era diventato inabile alla degnità della corona, contro alla quale avea nella guerra di Brettagna pigliate l’armi5.
Ma il dì seguente a quello nel quale terminò la vita di Carlo, dì celebrato da’ cristiani per la solennità delle Palme, terminò in Firenze l’autorità del Savonarola. Il quale, essendo molto prima stato accusato al pontefice che scandalosamente predicasse contro a’ costumi del clero e della corte romana, che in Firenze nutrisse discordie, che la dottrina sua non fusse al tutto cattolica, era per questo stato chiamato con più brevi apostolici6 a Roma; il che avendo ricusato con allegare diverse escusazioni, era finalmente, l’anno precedente, stato dal pontefice separato con le censure dal consorzio della Chiesa. Per la quale sentenza poiché si fu astenuto per qualche mese dal predicare, arebbe, se si fusse astenuto più lungamente, ottenuta con non molta difficoltà l’assoluzione, perché il pontefice, tenendo per se stesso poco conto di lui, si era mosso a procedergli contro più per le suggestioni e stimoli degli avversari che per altra cagione: ma parendogli che dal silenzio7 declinasse così la sua riputazione, o si interrompesse8 il fine per il quale si moveva, come si era principalmente augumentato9 dalla veemenza del predicare, disprezzati i comandamenti del pontefice, ritornò di nuovo publicamente al medesimo uffizio; affermando le censure promulgate contro a lui, come contrarie alla divina volontà e come nocive al bene comune, essere ingiuste e invalide, e mordendo con grandissima veemenza il papa e tutta la corte. Da che essendo nata sollevazione grande, perché i suoi avversari, l’autorità de’ quali ogni dì nel popolo diventava maggiore, detestavano10 questa inubbidienza, riprendendo che11 per la sua temerità si alterasse l’animo del pontefice, in tempo massimamente che trattandosi da lui con gli altri collegati della restituzione di Pisa era conveniente fare ogni opera per confermarlo in questa inclinazione, e da altra parte lo difendevano i suoi fautori, allegando non doversi per i rispetti umani turbare le opere divine né consentire che sotto questi colori12 i pontefici cominciassino a intromettersi nelle cose della loro republica, si stette molti dì in questa contenzione: tanto che sdegnandosi maravigliosamente13 il pontefice, e fulminando con nuovi brevi e con minaccie di censure contro a tutta la città, fu finalmente comandatogli da’ magistrati che desistesse dal predicare; a’ quali avendo egli ubbidito, facevano nondimeno molti de’ suoi frati in diverse chiese il medesimo. Ma non essendo minore la divisione tra’ religiosi e tra’ laici, non cessavano i frati degli altri ordini di predicare ferventementre contro a lui; e proroppono alla fine in tanto ardore che uno de’ frati aderenti al Savonarola14 e uno de’ frati minori15 si convennono16 di entrare, in presenza di tutto il popolo, nel fuoco, acciocché salvandosi o abbruciando quello del Savonarola restasse certo ciascuno se egli era o profeta o ingannatore: imperocché prima aveva molte volte predicando affermato che per segno della verità delle sue predizioni otterrebbe, quando fusse di bisogno, grazia da Dio di passare senza lesione per mezzo del fuoco. E nondimeno, essendogli molesto che il ragionamento del farne di presente esperienza fusse stato mosso senza saputa sua, tentò con destrezza di interromperlo17, ma essendo la cosa per se stessa andata molto innanzi, e sollecitata da alcuni cittadini che desideravano che la città si liberasse da tanta molestia, fu necessario finalmente procedere più oltre. E però essendo, il dì deputato, venuti i due frati, accompagnandogli tutti i suoi religiosi, in sulla piazza che è innanzial palagio publico, ove era concorso non solo tutto il popolo fiorentino ma molti delle città vicine, pervenne a notizia de’ frati minori il Savonarola avere ordinato che il suo frate, quando entrava nel fuoco, portasse in mano il Sacramento; alla qual cosa cominciando a reclamare, e allegando che con questo modo si cercava di mettere in pericolo l’autorità della fede cristiana, la quale negli animi degli imperiti declinerebbe molto se quella ostia abbruciasse, e perseverando pure il Savonarola, che era presente, nella sua sentenza, nata tra loro discordia, non si procedette a farne esperienza : per la qual cosa declinò tanto del suo credito che ‘l dì seguente, nato a caso certo tumulto, gli avversari suoi, prese l’armi e aggiunta all’armi loro l’autorità del sommo magistrato, espugnato il monasterio di San Marco dove abitava, lo condusseno insieme con due de’ suoi frati nelle carceri publiche. Nel quale tumulto i parenti di coloro che l’anno passato erano stati decapitati ammazzorno Francesco Valori, cittadino molto grande e primo de’ fautori del Savonarola, perché l’autorità sua era sopra tutti gli altri stata cagione che e’ fussino stati privati della facoltà di ricorrere al giudicio del consiglio popolare. E dipoi esaminato18 con tormenti, benché non molto gravi, il Savonarola, e in sugli esamini19 publicato uno processo; il quale, rimovendo tutte le calunnie che gli erano state date, o di avarizia20 o di costumi inonesti o d’avere tenuto pratiche occulte con prìncipi, conteneva le cose predette da lui essere state predette non per rivelazione divina ma per opinione propria fondata in sulla dottrina e osservazione della scrittura sacra, né essersi mosso per fine maligno o per cupidità d’acquistare con questo mezzo grandezza ecclesiastica, ma bene avere desiderato che per opera sua si convocasse il concilio universale, nel quale si riformassino i costumi corrotti del clero, e lo stato della Chiesa di Dio, tanto trascorso21, si riducesse in più similitudine che fusse possibile a’ tempi che furono prossimi a’ tempi degli apostoli : la quale gloria, di dare perfezione a tanta e sì salutare opera, avere stimato molto più che ’l conseguire il pontificato, perché quello non poteva succedere se non per mezzo di eccellentissima dottrina e virtù, e di singolare riverenza che gli avessino tutti gli uomini, ma il pontificato ottenersi spesso o con male arti o per beneficio di fortuna. Sopra il quale processo, confermato da lui in presenza di molti religiosi, eziandio del suo ordine, ma con parole, se è vero quel che poi divulgorono i suoi seguaci, concise e da potere ricevere diverse interpretazioni, gli furono, per sentenza del generale di San Domenico22 e del vescovo Romolino23, che fu poi cardinale di Surrento, commissari deputati dal pontefice, insieme con gli altri due frati, aboliti24 con le cerimonie instituite dalla Chiesa romana gli ordini sacri, e lasciato in potestà della corte secolare; dalla quale furono impiccati e abbruciati25: concorrendo allo spettacolo della degradazione e del supplicio non minore moltitudine d’uomini che il dì destinato a fare l’esperimento di entrare nel fuoco fusse concorsa nel luogo medesimo, all’espettazione del miracolo promesso da lui. La quale morte, sopportata con animo costante ma senza esprimere parola alcuna che significasse o il delitto o la innocenza, non spense la varietà de’ giudici e delle passioni degli uomini; perché molti lo reputorono ingannatore, molti per contrario credettono o che la confessione che si publicò fusse stata falsamente fabricata o che nella complessione sua, molto delicata, avesse potuto più la forza de’ tormenti che la verità: scusando questa fragilità con l’esempio del principe degli apostoli, il quale, non incarcerato né astretto da’ tormenti o da forza alcuna estraordinaria ma a semplici parole di anclile e di servi, negò di essere discepolo di quello maestro nel quale aveva veduto tanti santi precetti e miracoli26.
1. Amboise.
2. tra: in.
3. per propria cognizione: decidendolo in base ad una personale valutazione della situazione.
4. Era nipote di Louis d’Orléans, fratello di Carlo VI e capo del ramo collaterale dei Valois-Orléans.
5. Cfr. IV, I.
6. brevi apostolici: lettere pontifìcie.
7. dal silenzio: col silenzio.
8. si interrompesse: venisse ostacolato.
9. si era… augumentato: aveva acquistato… prestigio.
10. detestavano: deploravano.
11. riprendendo che: accusandolo del fatto che.
12. sotto questi colori: con questi pretesti.
13. maravigliosamente: grandemente.
14. Fra’ Domenico da Pescia.
15. Fra’ Francesco di Puglia.
16. si convennono: si accordarono.
17. interromperlo: impedirlo.
18. esaminato: interrogato.
19. in sugli esamini: in base all’interrogatorio.
20. avarizia: avidità.
21. trascorso: degenerato.
22. Gioacchino Turriano.
23. Francesco Remolino, vescovo di Ilerda.
24. aboliti: tolti.
25. 23 maggio 1498.
26. Cfr. Matteo 26, Marco 14, Luca 22, Giovanni 18.