CAPITOLO I
Diritti del nuovo re di Francia al ducato di Milano e suo desiderio di rivendicarli. Disposizione d’animo de’ prìncipi e de’ governi italiani verso il nuovo re. I veneziani, il pontefice e i fiorentini mandano al re ambasciatori. Il re li accoglie lietamente ed inizia subito trattative con essi.
Liberò la morte di Carlo re di Francia Italia dal timore de’ pericoli imminenti dalla potenza de’ franzesi, perché non si credeva che Luigi duodecimo nuovo re avesse, nel principio del suo regno, a implicarsi in guerre di qua da’ monti. Ma non rimasono già gli animi degli uomini consideratori delle cose future liberi dal sospetto che il male differito non diventasse, in progresso di tempo, più importante e maggiore, essendo pervenuto a tanto imperio uno re maturo d’anni1 esperimentato in molte guerre ordinato nello spendere e, senza comparazione, più dependente da se stesso che non era stato l’antecessore; e al quale non solo appartenevano, come a re di Francia, le medesime ragioni2 al regno di Napoli ma ancora pretendeva che per ragioni proprie3 se gli appartenesse il ducato di Milano, per la successione di madama Valentina sua avola, la quale da Giovan Galeazzo Visconte suo padre, nanzi4 che di vicario imperiale ottenesse il titolo di duca di Milano5, era stata maritata a Luigi duca d’Orliens fratello di Carlo sesto re di Francia, aggiugnendo alla dote, che fu la città e contado d’Asti6 e quantità grandissima di danari, espressa convenzione che mancando in qualunque tempo la linea sua mascolina succedesse nel ducato di Milano Valentina o, morta lei, i discendenti più prossimi. La quale convenzione, per se stessa invalida, fu, se è vero quello che asseriscono i franzesi, vacante allora la sedia imperiale, confermata con l’autorità pontificale: perché i pontefici romani, fondandosi in sulle leggi fatte da loro medesimi, pretendono appartenersi a sé l’amministrazione dello imperio vacante. E però, essendo poi per la morte di Filippo Maria Visconte mancati i discendenti maschi di Giovan Galeazzo, cominciò Carlo duca di Orliens, figliuolo di Valentina, a predendere alla successione di quello ducato; al quale (come7 l’ambizione de’ prìncipi è pronta ad abbracciare ogni apparente colore8) pretendevano nel tempo medesimo Federigo imperadore9, come a stato che, estinta la linea nominata nella investitura fatta da Vincislao re de’ romani10 a Giovan Galeazzo, fusse ricaduto allo imperio, e Alfonso re di Aragona e di Napoli, stato instituito erede nel testamento di Filippo. Ma essendo state più potenti l’armi e la felicità11 di Francesco Sforza, il quale, per accompagnare l’armi con qualche apparenza di ragione, allegava dovere succedere Bianca sua moglie, figliuola unica ma naturale di Filippo, Carlo d’Orliens il quale, nelle guerre tra gl’inghilesi e i franzesi fatto prigione nella giornata di Dangicort12, era dimorato venticinque anni prigione in Inghilterra, non potette per la povertà e per la mala fortuna sua tentare da se medesimo di ottenerla, né da Luigi undecimo re di Francia, benché congiuntissimo di sangue, impetrare mai aiuto alcuno; perché quel re, essendo stato nel principio del suo regnare molto infestato13 da’ signori grandi del reame di Francia, i quali sotto titolo del bene publico gli congiurorno contro per interessi e sdegni privati14, riputò sempre che per la bassezza de’ potenti la sicurtà e la grandezza sua si confermasse. Per la quale ragione Luigi dOrliens figliuolo di Carlo non potette, con tutto che fusse suo genero15, impetrare da lui favore alcuno; e morto il suocero, non volendo tollerare che nel governo16 di Carlo ottavo, allora pupillo, gli fusse anteposta Anna duchessa di Borbone, sorella del re, suscitate con piccola fortuna in Francia cose nuove17, passò, con fortuna minore, in Brettagna; perché, congiunto a quegli che non volevano che Carlo, per mezzo del matrimonio di Anna, erede, per la morte di Francesco suo padre senza figliuoli maschi, di quel ducato, conseguisse la Brettagna, anzi aspirando occultamente al medesimo matrimonio, fu preso nella giornata che tra’ franzesi e i brettoni fu commessa18 appresso a Santo Albino in Brettagna19, e, condotto in Francia, stette incarcerato due anni : in modo che, mancandogli la facoltà e, poi che per grazia regia fu liberato di prigione20, gli aiuti di Carlo, non tentò quella impresa se non quando, per l’occasione di essere per commissione del re rimaso in Asti, entrò con poco successo in Novara. Ma diventato re di Francia, niuno desiderio ebbe più ardente che d’acquistare, come cosa ereditaria, il ducato di Milano : nel quale desiderio nutritosi insino da puerizia, vi si era acceso molto più perché, per le cose succedute a Novara e per le dimostrazioni insolenti21 che quando era in Asti gli erano state usate, aveva odio non mediocre contro a Lodovico Sforza. Però, pochi dì dopo la morte del re Carlo, con deliberazione stabilita nel suo consiglio, si intitolò non solamente re di Francia e, per rispetto del22 reame di Napoli, re di Ierusalem e dell’una e l’altra Sicilia, ma ancora duca di Milano; e per fare noto a ciascuno quale fusse la inclinazione sua alle cose d’Italia23 scrisse subito lettere congratulatorie della sua assunzione24 al pontefice a’ viniziani a’ fiorentini, e mandò uomini propri a dare speranza di nuove imprese, dimostrando espressamente d’avere nell’animo d’acquistare il ducato di Milano.
Alla quale cosa se gli presentava opportunità non piccola, avendo la morte di Carlo causate negli italiani inclinazioni molto diverse dalle passate : perché il pontefice, stimolato dagli interessi propri, i quali conosceva non potere saziare stando quieta Italia, desiderava che le cose di nuovo si turbassino; e i viniziani, cessato il timore che per le ingiurie fatte a Carlo avevano avuto di lui, non erano d’animo alieno da confidarsi del nuovo re. La quale disposizione era per augumentarsi25 ogni dì più, perché Lodovico Sforza, se bene conoscesse dovere avere più duro e più implacabile inimico, nutrendosi con la speranza con la quale si nutriva similmente Federigo d’Aragona che e’ non potesse così presto attendere alle cose di qua da’ monti, e impedito dallo sdegno presente a discernere il pericolo futuro, non era per astenersi da opporsi loro nelle cose di Pisa. Soli i fiorentini cominciavano a discostarsi con l’animo dell’amicizia franzese: perché se bene il nuovo re fusse stato prima loro fautore, ora, pervenuto alla corona, non aveva con essi vincolo alcuno, né per fede data né per benefici ricevuti, come aveva avuto l’antecessore, per le capitolazioni fatte in Firenze e in Asti, e per l’avere voluto più presto sottoporsi a molti affanni e pericoli che abbandonare la sua congiunzione26; e la discordia che continuamente cresceva tra i viniziani e il duca di Milano era cagione che, essendo cessato il timore avuto delle forze de’ collegati, e sperando più nel favore propinquo e certo di Lombardia che ne’ soccorsi lontani e incerti di Francia, avevano cagione di stimare manco quella amicizia.
Nella quale diversa disposizione degli animi furono medesimamente diversi gli andamenti27. Perché dal senato viniziano fu mandato subito a lui uno segretario che avevano appresso al duca di Savoia28, e per gittare con questi princìpi i fondamenti da stabilire seco quella amicizia che alla giornata29 ricercassino le occorrenze30comuni, furono eletti tre oratori che andassino a rallegrarsi della sua successione, e a scusare che quello che avevano fatto contro a Carlo non era proceduto da altro che da sospetto, nato poiché per molti segni compresono che, non contento al regno di Napoli, distendeva già i pensieri suoi all’occupazione di tutta Italia: e il pontefice, disposto di trasferire Cesare suo figliuolo dal cardinalato a grandezza secolare, alzato l’animo a maggiori pensieri e mandatigli subito imbasciadori, disegnò di vendergli le grazie spirituali, ricevendone per prezzo stati temporali; perché sapeva il re desiderare ardentemente di ripudiare Giovanna sua moglie, sterile e mostruosa e che quasi violentemente gli era stata data da Luigi undecimo, suo padre, né avere minore desiderio di pigliare per moglie Anna restata vedova per la morte del re passato, non tanto per le reliquie dell’antica inclinazione che insino innanzi alla giornata di Santo Albino era stata tra loro, quanto per conseguire con questo matrimonio il ducato di Brettagna, ducato grande e molto opportuno al reame di Francia; le quali cose ottenere senza l’autorità pontificale non si potevano: né i fiorentini mancorono di mandargli imbasciadori, per l’antico instituto31 di quella città con la corona di Francia, e per riconfermare seco i meriti loro e le obligazioni del re passato; sollecitati molto a questo medesimo dal duca di Milano, acciocché per mezzo loro si difficultassino le pratiche de’ viniziani, avendosi dall’una e dall’altra republica a trattare delle cose di Pisa, e perché acquistando fede o autorità alcuna potessino usarla, con qualche occasione, a trattare concordia tra lui e il re di Francia, il che egli sommamente desiderava. I quali tutti furono lietamente raccolti32 dal re, e dato subitamente principio a trattare con ciascuno: benché gli fusse fisso nell’animo di non muovere cosa alcuna in Italia se prima non avesse assicurato il regno di Francia, per mezzo di nuove congiunzioni co’ principi vicini.
1. Aveva 36 anni.
2. le medesime ragioni: i medesimi diritti.
3. per ragioni proprie: per diritti suoi personali.
4. nanzi: innanzi.
5. Il titolo di duca di Milano fu dato a Gian Galeazzo Visconti da Venceslao l’11 maggio 1395.
6. Cfr. I, IV, nota 94.
7. come: ha valore causale e modale, analogo a quello dell ’ut latino.
8. ogni apparente colore: ogni pretesto credibile.
9. Federico III d’Asburgo (1415-1493).
10. Venceslao IV (1361-1419).
11. la felicità: la fortuna.
12. nella giornata di Dangicort: nella battaglia di Azincourt (1415), vinta dagli inglesi.
13. infestato: tribolato.
14. Si allude all’opposizione al re capeggiata dai duchi di Borgogna e di Bretagna, allo scopo di sostituire a Luigi XI il fratello Carlo.
15. Luigi XI aveva dato in moglie a Luigi d’Orléans la figlia Giovanna.
16. nel governo: nella tutela.
17. suscitate… cose nuove: dopo aver provocato… disordini.
18. nella giornata che… fu commessa: nella battaglia che… fu combattuta (espressione in parte latineggiante: cfr. il latino committere proelium).
19. Saint-Aubin du Cormier (1488).
20. Nel 1491.
21. per le dimostrazioni insolenti: per il comportamento insolente (cfr. II, VI).
22. per rispetto del: in considerazione del.
23. quale fusse… d’Italia: quali fossero le sue intenzioni nei confronti degli stati italiani.
24. lettere congratulatorie della sua assunzione: lettere in cui partecipava la propria soddisfazione di essere diventato re.
25. era per augumentarsi: sarebbe aumentata.
26. la sua congiunzione: l’alleanza con lui.
27. gli andamenti: i comportamenti.
28. Giovan Pietro Stella.
29. alla giornata: di volta in volta.
30. le occorrenze: gli affari.
31. instituto: consuetudine.
32. raccolti: accolti.
Lodovico Sforza delibera d’aiutare con l’armi i fiorentini a ricuperare Pisa. Rotta de’ fiorentini nella valle di S. Regolo. Richieste d’aiuto a Lodovico Sforza. Lotta in terra di Roma tra Colonnesi ed Orsini e sua composizione. Lodovico Sforza aiuta scopertamente i fiorentini ed invano incita ad agire similmente il pontefice. Il duca di Milano s’adopera ad allontanare da’ pisani quanti li sostengono.
Ma era fatale che lo incendio di Pisa, stato suscitato e nutrito dal duca di Milano per appetito immoderato di dominare, avesse finalmente ad abbruciare l’autore. Perché egli, e per l’emulazione e per il pericolo che dalla troppa grandezza de’ viniziani vedeva soprastare a sé e agli altri d’Italia, non poteva pazientemente comportare1 che ’l frutto delle sue arti e fatiche fusse ricolto da loro; e avendo l’occasione della disposizione de’ fiorentini, ostinati a non cessare per qualunque accidente dalle offese de’ pisani2, e parendogli per la caduta di Savonarola, e per la morte di Francesco Valori, che aveva tenuto le parti contrarie a lui, potere più confidare di quella città che non aveva fatto per il passato, deliberò d’aiutare i fiorentini alla recuperazione di Pisa con l’armi, poiché le pratiche e l’autorità sua e degli altri non era stata bastante : persuadendosi vanamente o che, innanzi che dal re di Francia potesse essere fatto movimento alcuno, Pisa sarebbe, o per forza o per concordia, ridotta in potestà de’ fiorentini o veramente3 che il senato viniziano, ritenuto da quella prudenza che non aveva potuto in se medesimo4, non avesse mai, per sdegni e per cagioni anco importanti, a desiderare che con pericolo comune ritornassino l’armi franzesi in Italia, le quali si era tanto affaticato per cacciarne.
La quale imprudentissima deliberazione uno disordine che contro a’ fiorentini succedette nel contado di Pisa gli fece accelerare. Perché avendo avuto notizia le genti loro, che erano al Pontadera, che circa settecento cavalli e fanti usciti di Pisa ritornavano con una grossa preda, fatta nella Maremma di Volterra, andorono quasi tutti, guidati dal conte Renuccio e da Guglielmo de’ Pazzi commissario fiorentino, a tagliare loro la strada per ricuperarla; e avendogli riscontrati5 nella valle di Santo Regolo6 gli avevano messi in disordine e riavuta la maggiore parte della preda, quando sopragiunsono centocinquanta uomini d’arme, che per soccorrere i suoi erano partiti di Pisa poi che avevano inteso la mossa delle genti de’ fiorentini : i quali7, trovatigli stracchi e parte disordinati nel rubare, non potendo l’autorità del conte Renuccio ridurre i suoi uomini d’arme a fare testa8, dopo essere stata fatta da’ fanti qualche difesa, gli messono in fuga, morti molti fanti, presi molti de’ capi e la maggiore parte de’ cavalli; in modo che non senza difficoltà il commissario e il conte si salvorono in Santo Regolo, dando, come si fa nelle cose avverse, imputazione l’uno all’altro del disordine seguito. Afflisse questa rotta i fiorentini, i quali, per provedere subito al pericolo, né potendo armarsi sì presto d’altri soldati, ed essendo in mala riputazione e con la compagnia svaligiata il conte Renuccio, che era governatore generale delle genti loro, deliberorno di voltare a Pisa i Vitelli che erano nel contado d’Arezzo: ma furno necessitati concedere a Paolo il titolo di capitano generale del loro esercito. Costrinsegli ancora questo caso a ricercare con grande instanza aiuto dal duca di Milano : e tanto più che, subito dopo la rotta, avevano supplicato al re di Francia che, per rimuovere con le forze e con l’autorità i loro pericoli, mandasse trecento lancie in Toscana, ratificasse la condotta, fatta vivente Carlo, de’ Vitelli, provedendo per la porzione sua al pagamento, e confortasse viniziani ad astenersi da offendergli; delle quali cose, perché il re non voleva farsi odioso o sospetto a’ viniziani né muovere in Italia cosa alcuna se non quando volesse cominciare la guerra contro allo stato di Milano, avevano riportato parole grate senza effetti. Ma il duca non fu lento in questo bisogno, dubitando che i viniziani non pigliassino, con l’Occasione della vittoria, tanto campo che fusse poi troppo difficile a reprimergli : c però, data a’ fiorentini ferma intenzione9 di soccorrergli, volle prima risolvere con loro che provisioni fussino necessarie non solo a difendersi ma a condurre a fine l’impresa di Pisa.
Alla quale, perché per quell’anno non si temeva di moto alcuno del re di Francia, erano volti gli occhi di tutta Italia, quieta allora da ogni altra perturbazione : conciossiacosaché, se bene in terra di Roma si fussino prese l’armi tra i Colonnesi e gli Orsini, era la prudenza di loro medesimi stata presto superiore agli odii e alle inimicizie. L’origine fu che i Colonnesi e i Savelli, mossi dalla occupazione, fatta da Iacopo Conte10 di Torremattia, avevano assaltate le terre della famiglia de’ Conti; e da altra parte gli Orsini, per la congiunzione delle fazioni11, aveano prese l’armi in favore loro : di maniera che, essendosi occupate per l’una parte e per l’altra più castella, combatterono finalmente insieme con tutte le forze a piè di Monticelli12 nel contado di Tivoli; dove dopo lunga e valorosa battaglia, stimolandogli non meno la passione ardente delle parti che la gloria e l’interesse degli stati, gli Orsini, che aveano dumila fanti e ottocento cavalli, furono messi in fuga, perderono le bandiere e restò prigione Carlo Orsino; e dalla parte de’ Colonnesi fu ferito Antonello Savello assai chiaro condottiere, che ne morì pochi dì poi. Dopo il quale successo, il pontefice, mostrando essergli molesta la turbazione del paese propinquo a Roma, si interpose alla concordia13: la quale mentre che con non troppo buona fede si tratta da lui, secondo la sua duplicità, gli Orsini, raccolte nuove forze, andorono a campo a Palombara terra principale de’ Savelli; e si preparavano per andare a soccorrerla i Colonnesi, che dopo la vittoria avevano occupate molte·, castella de’ Conti. Ma accortasi l’una parte e l’altra che ’l pontefice, dando animo ora a’ Colonnesi ora agli Orsini, nutriva la guerra, per potere alla fine quando fussino consumati opprimergli tutti, si ridussono senza interposizione d’altri a parlamento insieme a Tivoli, dove il dì medesimo conchiusono l’accordo : per il quale fu liberato Carlo Orsino, restituite a ciascuno le terre tolte in questa contenzione, e la differenza14 de’ contadi d’Albi e di Tagliacozzo15 rimessa nel16 re Federigo, del quale erano soldati i Colonnesi.
Posato presto questo movimento, né mescolandosi altre armi in Italia che nel contado di Pisa, il duca di Milano, benché da principio avesse deliberato di non dare aiuto scopertamente a’ fiorentini ma sovvenirgli occultamente con danari, traportato ogni dì più dallo sdegno e dal dispiacere, né astenendosi da parole insolenti e minatorie contro a’ viniziani, determinò di dimostrarsi senza rispetto17. Però negò il passo alle genti loro, le quali per la via di Parma e di Pontriemoli andavano a Pisa, necessitandole a passare per il paese del duca di Ferrara, cammino più lungo e più difficile; operò che Cesare comandò a tutti gli oratori che erano appresso a lui, eccetto quello de’ re di Spagna, che si partissino, e che dopo pochi dì gli richiamò tutti eccetto il viniziano; mandò a’ fiorentini trecento balestrieri, e concorse con loro alla condotta di trecento uomini d’arme, parte sotto il signore di Piombino parte sotto Gian Paolo Baglione; e in più volte prestò loro più di trentamila ducati, offerendo continuamente, quando fusse di bisogno, maggiori aiuti. Fece oltre a queste cose instanza col pontefice che, ricercato da’ fiorentini, porgesse qualche sussidio. Il quale, dimostrando di conoscere che lo stabilirsi in Pisa i viniziani era pernicioso allo stato della Chiesa, promesse mandare loro cento uomini d’arme e tre galee sottili, le quali sotto il capitano Villamarina18 erano a’ soldi suoi, per impedire che per mare non19 entrassino in Pisa vettovaglie; nondimeno, poiché con varie scuse ebbe differito il mandargli, lo negò alla fine apertamente, perché ogni dì più, rimovendosi dagli altri pensieri, si risolveva a ristrignersi20 col re di Francia, sperando di conseguire per mezzo suo non premi mediocri e usitati ma il reame di Napoli : essendo spesso proprio degli uomini farsi facile con la voglia e con la speranza quello che con la ragione conoscono essere difficile. Ed era quasi fatale che in lui fussino origine a cose nuove le repulse de’ parentadi avute da’ re d’Aragona. Perché, innanzi che totalmente deliberasse di unirsi col re di Francia, aveva dimandato che al cardinale di Valenza, parato a rinunziare alla prima occasione al cardinalato, il re Federigo concedesse per moglie la figliuola21, e in dote il principato di Taranto; persuadendosi che se il figliuolo, grande d’ingegno e d’animo, si insignorisse di un membro tanto importante di quel reame, potesse facilmente, avendo in matrimonio una figliuola regia, avere occasione, con le forze e con le ragioni22 della Chiesa, di spogliare del regno il suocero, debole di forze ed esausto di danari, e dal quale erano alieni gli animi di molti de’ baroni. La qual cosa benché fusse caldamente favorita dal duca di Milano, dimostrando a Federigo, con ragioni efficaci e poi con parole aspre, per mezzo di Marchesino Stanga23, il quale mandò per questo a Roma e a Napoli imbasciadore, con quanto suo pericolo il pontefice, escluso di tale desiderio, precipiterebbe a congiugnersi col re di Francia, e ricordandogli quanta imprudenza e pusillanimità fusse, dove si trattava della salute del tutto, avere in considerazione la indegnità24 e non sapere sforzare se medesimo ad anteporre la conservazione dello stato alla propria volontà, nondimeno Federigo ricusò sempre ostinatamente: confessando25 che la alienazione del papa era per mettere in pericolo il suo reame, ma che conosceva anche che ’l dare la figliuola, col principato di Taranto, al cardinale di Valenza lo metteva in pericolo; e però de’ due pericoli volere più presto sottoporsi a quello nel quale si incorrerebbe più onorevolmente, e che non nascerebbe da alcuna sua azione. Donde il papa, avendo voltato in tutto l’animo a unirsi col re di Francia, e desiderando che il medesimo facessino i viniziani, s’astenne per non gli offendere da favorire con l’armi i fiorentini.
I quali, inanimiti per gli aiuti sì pronti del duca di Milano e per la fama della virtù di Paolo Vitelli, non erano per pretermettere26 cosa alcuna, se bene l’impresa fusse riputata difficile : perché, oltre al numero l’esperienza e l’animo27 de’ cittadini e contadini pisani, aveano in Pisa i viniziani quattrocento uomini d’arme e ottocento stradiotti28 e più di dumila fanti, ed erano disposti a mandarvi forze maggiori; non essendo manco pronti degli altri, per l’onore publico, a sostenere i pisani coloro che da principio avevano contradetto che si accettassino in protezione. La deliberazione fatta con consiglio comune di Lodovico Sforza e de’ fiorentini fu di augumentare talmente l’esercito che e’ fusse potente a espugnare le terre29 del contado di Pisa, e di fare ogni opera perché tutti i vicini desistessino da dare favore a’ pisani o da molestare, per ordine de’ viniziani, da altre parti i fiorentini. Però, avendo Lodovico, prima che deliberasse di scoprirsi, condotto con dugento uomini d’arme a comune co’ viniziani Giovanni Bentivogli, operò tanto che l’obligò, con lo stato di Bologna, a sé solo; e per confermarlo tanto più, i fiorentini condusono Alessandro suo figliuolo. E perché, se i viniziani, che avevano in protezione il signore di Faenza, facessino dalla parte di Romagna qualche insulto, vi trovassino resistenza, condussono i fiorentini con cento cinquanta uomini d’arme Ottaviano da Riario signore d’Imola e di Furlì, che si reggeva ad arbitrio di Caterina Sforza sua madre; la quale seguitava senza rispetto alcuno30 le parti di Lodovico e de’ fiorentini, mossa da più cagioni ma specialmente per essersi maritata occultamente a Giovanni de’ Medici31, il quale il duca di Milano, non contento del governo popolare, desiderava di fare, insieme col fratello, grande in Firenze. Procurò medesimamente Lodovico co’ lucchesi, co’ quali aveva grandissima autorità, che non favorissino più i pisani come sempre avevano fatto; il che se bene non osservorono in tutto, se ne astenneno assai per suo rispetto32. Restavano i genovesi e i sanesi, inimici antichi de’ fiorentini e tra’ quali militavano le cagioni delle controversie33, con questi per Montepulciano, con quegli per le cose di Lunigiana; e de’ sanesi era da temere che acciecati dall’odio non34 dessino, come in altri tempi molte volte con danno proprio avevano fatto, comodità a ciascuno di turbare, per il loro stato, i fiorentini35; e con tutto che a’ genovesi, per l’antiche inimicizie fusse molesto che i viniziani si confermassiano in Pisa, nondimeno (come in quella città suole essere piccola cura del beneficio publico) comportavano36 a’ pisani e a’ legni de’ viniziani il commercio37 dello loro riviere, per l’utilità che ne perveniva in molti privati, onde i pisani ricevevano grandissime comodità38: però, per consiglio di Lodovico, furono da’ fiorentini mandati a Genova e a Siena imbasciadori, per trattare per mezzo suo di comporre le controversie. Ma le pratiche co’ genovesi non partorirono frutto alcuno, perché domandavano la cessione libera delle ragioni di Serezana39, senza dare altro ricompenso che una semplice promessa di vietare a’ pisani le comodità del paese loro; e a’ fiorentini pareva la perdita sì certa e, a rispetto di questa, il guadagno sì piccolo e sì dubbio che ricusorono di comperare con questo prezzo la loro amicizia.
1. comportare: tollerare.
2. dalle offese de’ pisani: dalla guerra contro i pisani.
3. o veramente: oppure.
4. ritenuto… in se medesimo: frenato da quella prudenza che non aveva avuto alcun potere su se stesso.
5. riscontrati: incontrati.
6. A sud-est di Pisa.
7. i quali: si riferisce agli uomini d’arme provenienti da Pisa.
8. ridurre… a fare testa: riportare… in ordine di battaglia.
9. ferma intenzione: assicurazione.
10. Della famiglia romana dei Conti, alleati degli Orsini.
11. per la congiunzione delle fazioni: per solidarietà di partito.
12. Montecelio.
13. si interpose alla concordia: fece da intermediario per l’accordo.
14. la differenza: la controversia.
15. Erano feudi degli Orsini passati ai Colonna dopo l’invasione di Carlo VIII.
16. rimessa nel: affidata al giudizio del.
17. dimostrarsi senza rispetto: uscire allo scoperto senza alcun riguardo.
18. Bernaldo de Villamari (o Villamarin) governatore e capitano dei contadi di Rossiglione e Cerdagna.
19. impedire che… non: impedire che.
20. ristrignersi: allearsi.
21. Carlotta d’Aragona.
22. le ragioni: i diritti.
23. Cancelliere di Ludovico Sforza.
24. la indegnità: le origini oscure e la nascita illegittima.
25. confessando: ammettendo.
26. pretermettere: tralasciare.
27. l’animo: il coraggio.
28. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.
29. le terre: i luoghi fortificati.
30. senza rispetto alcuno: senza alcuna reticenza.
31. Giovanni di Pierfrancesco il Vecchio, detto il Popolano.
32. se ne astennono assai per suo rispetto: se ne astennero abbastanza per riguardo a lui.
33. militavano le cagioni delle controversie: erano ancora in piedi motivi di controversia.
34. temere che… non: temere che.
35. dessino… comodità a ciascuno di turbare, per il loro stato, i fiorentini: dessero… a chiunque la possibilità di disturbare i fiorentini attraverso il loro territorio.
36. comportavano: permettevano.
37. il commercio: la frequentazione.
38. ricevevano grandissime comodità: traevano grandissimi vantaggi.
39. la cessione… di Serezana: la cessione incondizionata dei diritti su Sarzana.
CAPITOLO III
I fiorentini riprendono più attivamente la guerra contro Pisa. Fallite trattative fra i fiorentini e i veneziani riguardo a Pisa. I veneziani tentano inutilmente d’avere l’appoggio di Siena. Siena s’accorda con Firenze. Vani tentativi delle milizie veneziane di passare dalla Romagna in Toscana.
Ma mentre che queste cose in vari luoghi si trattano, l’esercito fiorentino, potente più di cavalli che di fanti, uscì alla campagna1 sotto il nuovo capitano; e perciò i pisani, i quali dopo la vittoria di Santo Regolo avevano a piacimento loro scorso con gli stradiotti tutto il paese, si levorno da Ponte di Sacco2, dove ultimamente si erano accampati; e Paolo Vitelli, presa Calcinala, soprastando ad aspettare provisione di più fanti3, messe un di uno aguato presso a Cascina, dove si erano ridotte4 le genti viniziane, che, governate da Marco da Martinengo5, non avevano né ubbidienza né ordine, per il quale6ammazzò molti stradiotti e Giovanni Gradanico7 condottiere di genti d’arme, e fu fatto prigione Franco8 capo di stradiotti con cento cavalli. Per questo accidente le genti de’ veneziani, non si assicurando più di stare a Cascina, si ritirorono nel borgo di San Marco, aspettando che da Vinegia venissino nuove genti. Ma Paolo Vitelli, poiché fu proveduto di fanti, avendo fatto con le spianate9 segno di volere assaltare Cascina, e così credendo i pisani, passato all’improvviso il fiume d’Arno, pose il campo al castello di Buti; avendo prima mandato tremila fanti a occupare i poggi vicini, e condottevi con copia grande di guastatori l’artiglierie per la via del monte, con maravigliosa difficoltà per l’asprezza del cammino. Prese Buti per forza, il secondo dì poi che ebbe piantate l’artiglierie Fu eletta da Paolo questa impresa perché, giudicando che Pisa, nella quale era ostinazione inestimabile così nel popolo come ne’ contadini che vi si erano ridotti10 dentro, e che già tutti per il lungo uso erano diventati sufficienti nella guerra11, fusse impossibile a pigliare per forza, essendovi potenti gli aiuti de’ viniziani e la città per se stessa molto fcrte di muraglia, ebbe per migliore consiglio12 attendere a consumarla che a sforzarla e, trasferendo la guerra in quella parte del paese che è dalla mano destra del fiume d’Arno, cercare di pigliare quegli luoghi e farsi padrone di quegli siti da’ quali potesse essere impedito il soccorso che vi andasse per terra di13 paese forestiero; e però fatto, dopo l’espugnazione di Buti, uno bastione in sui monti che sono sopra a San Giovanni della Vena, andò a campo14 al bastione che presso a Vico Pisano avevano fatto i pisani, conducendovi con la medesima difficoltà l’artiglierie; e preso nel medesimo tempo tutto il Valdicalci e fatto sopra Vico, in luogo detto Pietradolorosa, un altro bastione per impedire che non15 vi entrasse soccorso alcuno, teneva oltre a questo assediata la fortezza della Verrucola. E perché i pisani, dubitando non16 fusse assaltata Librafatta e Valdiserchio, fussino manco arditi a discostarsi da Pisa, era il conte Renuccio fermatosi con altre genti in Valdinievole. E nondimeno, quattrocento fanti usciti di Pisa roppeno i fanti che negligentemente alloggiavano nella chiesa di San Michele per l’assedio della Verrucola. Ma Paolo, acquistato che ebbe il bastione, il quale si arrendé con facoltà di ridurre l’artiglierie a Vico Pisano, pose il campo a Vico Pisano, non da quella parte dove, quando egli vi era alla difesa, l’avevano posto i fiorentini ma di verso San Giovanni della Vena, donde si impediva il venirvi soccorso da Pisa; e avendo gittato in terra con l’artiglierie non piccola parte delle mura, quegli di dentro, disperandosi d’essere soccorsi, si arrenderono, salvo l’avere e le persone: spaventati da perseverare ostinatamente insino all’ultimo perché Paolo, quando espugnò Buti, aveva, per mettere terrore negli altri, fatto tagliare le mani a tre bombardieri tedeschi che vi erano dentro e usata la vittoria crudelmente. Preso Vico, ebbe subito occasione di un’altra prosperità. Perché le genti che erano in Pisa, sperando essere facile l’espugnare allo improvviso il bastione di Pietradolorosa, vi si presentorono innanzi giorno con dugento cavalli leggieri e molti fanti, ma trovandovi resistenza maggiore di quello che si erano persuasi, vi perderono più tempo che non avevano disegnato; in modo che essendosi, mentre davano l’assalto, scoperto Paolo in su quegli monti, il quale con una parte dell’esercito andava a soccorrerlo, ritirandosi verso Pisa scontrorno nella pianura verso Calci Vitellozzo, venuto in quello luogo con un’altra parte delle genti per impedire loro il ritorno : col quale mentre combatteno, sopravenendo Paolo, si messono in fuga, perduti molti cavalli e la maggiore parte de’ fanti.
Frontespizio dell’edizione originale della Storia d’Italia
(Firenze, Lorenzo Torrent ino, 1561).
Ma in questo mezzo i fiorentini, avendo qualche indizio dal duca di Ferrara e da altri che i viniziani avevano inclinazione alla concordia, ma che vi si indurrebbono più facilmente se, come pareva convenirsi alla degnità di tanta republica, si procedesse con loro con le dimostrazioni non come con eguali ma come con maggiori, mandorono, per tentare la loro disposizione17; imbasciadori a Vinegia Guidantonio Vespucci e Bernardo Rucellai, due de’ più onorati cittadini della loro republica: la qual cosa si erano astenuti di fare insino a questo tempo, parte per non offendere l’animo del re Carlo parte perché, mentre si conobbono impotenti a opprimere i pisani, avevano giudicato dovere essere inutili i prieghi non accompagnati né con la riputazione né con le forze; ma ora che l’armi loro erano potenti in campagna, e il duca di Milano scoperto totalmente contro a’ viniziani, non erano senza speranza d’avere a trovare qualche modo di onesta composizione18. Però gl’imbasciadori, ricevuti onoratamente, introdotti al doge e al collegio, poi che ebbono scusato il non vi essere andati prima imbasciadori, per diversi rispetti nati dalla qualità de’ tempi e da’ vari accidenti della loro città, dimandorono liberamente che si astenessino dalla difesa di Pisa; dimostrando confidarsi di ottenere questa dimanda, perché la republica fiorentina non aveva dato loro causa di offenderla, e perché avendo il senato viniziano avuto sempre fama di giustissimo non vedevano dovesse partirsi dalla giustizia, la quale, essendo la base e il fondamento di tutte le virtù, era conveniente che a ogni altro rispetto19 fusse anteposta. Alla quale proposta rispose il doge essere la verità che da’ fiorentini non avevano ricevuta in questi tempi ingiuria alcuna, né essere il senato entrato alla difesa di Pisa per desiderio di offendergli ma perché, avendo i fiorentini soli in Italia seguitata la parte franzese, il rispetto dell’utilità comune aveva indotto tutti i potenti della lega a dare la fede20 a’ pisani di aiutargli a difendere la libertà; e che se gli altri si dimenticavano della fede data non volevano essi, contro al costume della loro republica, imitargli in cosa tanto indegna: ma che se si proponesse qualche modo mediante il quale si conservasse a’ pisani la libertà, dimostrerebbeno a tutto il mondo che né cupidità particolare né rispetto alcuno dello interesse proprio era cagione di fargli perseverare nella difesa di Pisa. Disputossi poi per qualche dì quale potesse essere il modo da sodisfare all’una parte e all’altra; né volendo o i viniziani o gli oratori fiorentini proporne alcuno, furno contenti che lo imbasciadore de’ re di Spagna, che gli confortava alla concordia, si interponesse tra loro: il quale avendo proposto che i pisani ritornassino alla divozione de’ fiorentini non come sudditi ma per raccomandati21, e con quelle medesime capitolazioni che erano state concedute alla città di Pistoia22, come cosa media tra la servitù e la libertà, risposeno i viniziani non conoscere parte alcuna di libertà in una città nella quale le fortezze e l’amministrazione della giustizia fussino in potestà d’altri. Donde gli oratori fiorentini, non sperando di ottenere cosa alcuna, si partirono da Vinegia assai certi che i viniziani non abbandonerebbono se non per necessità la difesa di Pisa, dove continuamente mandavano gente.
Perché né da principio erano stati con molto timore dell’impresa de’ fiorentini, considerando che per non si essere cominciata al principio della primavera non potevano stare molto tempo in campagna, essendo il paese di Pisa per la bassezza sua molto sottoposto all’acque; e perché, avendo soldato di nuovo sotto il duca d’Urbino, al quale detteno il titolo di governatore, e sotto alcuni altri condottieri cinquecento uomini d’arme, e avendo diverse intelligenze23, avevano determinato, per divertire24 i fiorentini dall’offese de’ pisani25, di rompere la guerra in altro luogo; disegnando dipoi di fare muovere Piero de’ Medici: per conforto26 del quale soldorono con dugento uomini d’arme Carlo Orsino e Bartolomeo d’Alviano. Né furono senza speranza di indurre Giovanni Bentivogli a consentire che la guerra si rompesse a’ fiorentini dalla parte di Bologna. Perché il duca di Milano, sdegnato che nella condotta di Annibaie suo figliuolo gli avesse anteposti i viniziani, e ricordandosi, per questa offesa nuova, delle ingiurie vecchie ricevute, secondo diceva, da lui quando Ferdinando duca di Calavria passò in Romagna27, aveva tolto certe castella possedute per causa dotale da Alessandro suo figliuolo nel ducato di Milano; né si asteneva da aspreggiarlo con ogni dimostrazione28: ma avendo pure finalmente, per intercessione de’ fiorentini, restituite quelle castella, fu interrotto il disegno fatto di rompere la guerra da quella parte. Però si sforzorono i viniziani di disporre i sanesi a concedere che e’ movessino l’armi per il territorio loro; e dava speranza di ottenerlo, oltre all’ordinaria disposizione contro a’ fiorentini, la divisione che era in Siena tra’ cittadini. Perché avendosi Pandolfo Petrucci con lo ingegno e astuzia sua arrogata autorità grande, Niccolò Borghesi suo suocero e la famiglia de’ Belanti29, a’ quali era molesta la sua potenza, desideravano si concedesse il passo al duca d’Urbino e agli Orsini, i quali con quattrocento uomini d’arme dumila fanti e quattrocento stradiotti si erano fermati, per commissione de’ viniziani alla Fratta nel contado di Perugia; e allegavano che il fare tregua co’ fiorentini, come faceva instanza il duca di Milano e come confortava Pandolfo, non era altro che dare loro comodità di espedire30 le cose di Pisa, le quali spedite, sarebbono tanto più potenti a offendergli : però doversi, traendo frutto delle occasioni, come appartiene agli uomini prudenti, stare costanti in non fare con loro altro accordo che pace, ricevendo la cessione delle ragioni di31 Montepulciano; la quale cessione sapevano i fiorentini essere ostinati a non volere fare, donde di necessità si inferiva il consentire a’ viniziani, appresso a’ quali avendo essi occupato il primo luogo della grazia, speravano facilmente abbassare l’autorità di Pandolfo. Il quale, essendosi per i conforti del duca di Milano fatto autore della opinione contraria, non ebbe piccola difficoltà a sostenere il suo parere; perché nel popolo poteva naturalmente l’odio de’ fiorentini32, ed era molto apparente33 la persuasione di potere con questo terrore ottenere la cessione di Montepulciano : la quale cupidità accompagnata dall’odio aveva più forza che la considerazione, allegata da Pandolfo, de’ travagli che seguiterebbono la guerra accostandola alla casa propria, e de’ pericoli ne’ quali col tempo gli condurrebbe la grandezza de’ viniziani in Toscana. Di che diceva non essere necessario cercare gli esempli di altri : perché era fresca la memoria che l’essersi, l’anno mille quattrocento settantotto, aderiti a Ferdinando re di Napoli contro a’ fiorentini, gli conduceva totalmente in servitù se Ferdinando, per la occupazione che Maumeth ottomanno fece nel regno di Napoli della città di Otranto, non fusse stato costretto a rivocare la persona di Alfonso suo figliuolo e le sue genti da Siena34, senza che, per l’istorie loro potevano avere notizia che la medesima cupidità di offendere i fiorentini per mezzo del conte di Virtù35, e lo sdegno conceputo per conto del medesimo Montepulciano, era stato cagione che da se stessi gli avessino sottomessa la propria patria36. Le quali ragioni, benché vere, non essendo bastanti a reprimere l’ardore e gli affetti loro, non stava senza pericolo che dagli avversari suoi non si suscitasse qualche tumulto. Se non che egli, prevenendo, tirò allo improvviso in Siena molti amici suoi del contado, e operò che nel tempo medesimo i fiorentini mandorono al Poggio Imperiale trecento uomini d’arme e mille fanti; con la riputazione delle quali forze raffrenato l’ardire degli avversari, ottenne che si facesse tregua per cinque anni co’ fiorentini: i quali, preponendo il timore de’ pericoli presenti al rispetto della dignità, si obligorono a disfare una parte del ponte a Valiano e a fare gittare in terra il bastione tanto molesto a’ sanesi; concedendo oltre a questo che i sanesi, fra certo tempo, potessino edificare qualunque fortezza volessino tra il letto delle Chiane e la terra di Montepulciano. Per il quale accordo diventato maggiore37 Pandolfo, potè poco poi fare ammazzare il suocero, che troppo arditamente attraversava38 i suoi disegni ; e tolto via questo emulo e spaventati gli altri, confermarsi ogni dì più nella tirannide.
Privati per questa concordia i viniziani della speranza di divertire, per la via di Siena39, i fiorentini dalla impresa contro a’ pisani, né avendo potuto ottenere da’ perugini di muovere l’armi per il territorio loro, deliberarono di turbargli40 dalla parte di Romagna; sperando di occupare facilmente, col favore e aderenze vecchie che vi aveva Piero de’ Medici, i luoghi tenuti da loro nello Apennino. Però, ottenuto dal piccolo signore di Faenza il passo per la valle di Lamone, con una parte delle genti che avevano in Romagna, con le quali si congiunseno Piero e Giuliano de’ Medici, occuporono il borgo di Marradi posto in su lo Apennino, da quella parte che guarda verso Romagna; dove non ebbono resistenza perché Dionigi di Naldo, uomo della medesima valle, soldato41 con trecento fanti da’ fiorentini perché insieme co’ paesani lo difendesse, menò seco sì pochi fanti che non ebbe ardire di fermarvisi : e si accamparono alla rocca di Castiglione, che è in luogo eminente sopra al borgo predetto, sperando di ottenerla, se non per altro modo, per il mancamento che sapevano esservi di molte cose e specialmente d’acqua; e ottenendola rimaneva libera la facoltà di passare nel Mugello, paese vicino a Firenze. Ma alle piccole provisioni che vi erano dentro supplì la costanza del castellano, e al mancamento dell’acqua l’aiuto del cielo : perché una notte piovve tanto che, ripieni tutti i vasi e citerne42, restorono liberi da questa difficoltà; e in questo mezzo il conte Renuccio, col signore di Piombino e alcuni piccoli condottieri, accostatosi per la via di Mugello in luogo propinquo agli inimici, gli costrinse a ritirarsi quasi fuggendo, perché facendo fondamento nella prestezza non erano andati a quella impresa molto potenti43; e già il conte di Gaiazzo, mandato dal duca di Milano a Cotignuola con trecento uomini d’arme e mille fanti, e il Fracassa soldato del medesimo duca, che con cento uomini d’arme era a Furlì, si ordinavano44 per andare loro alle spalle. Però, volendo evitare questo pericolo, andorono a unirsi col duca d’Urbino, che si era partito del perugino, e con l’altre genti de’ viniziani, le quali tutte insieme erano alloggiate tra Ravenna e Furlì, con poca speranza di alcuno progresso; essendo, oltre alle forze de’ fiorentini, in Romagna cinquecento uomini d’arme cinquecento balestieri e mille fanti del duca di Milano, e importando molto l’ostacolo d’Imola e di Furlì.
1. alla campagna: in campo aperto.
2. Ponsacco.
3. soprastando… fanti: fermandosi ad aspettare un maggiore rifornimento di fanti.
4. ridotte: ritirate.
5. Capitano generale dei soldati veneti a Pisa dal 1498.
6. per il quale: si riferisce ad aguato.
7. Forse Giovanni Paolo Gradenigo (che però morì nel 1518).
8. Franco dal Borgo.
9. con le spianate: togliendo di mezzo tutti gli impedimenti e spianando la campagna per comodità dell’esercito.
10. ridotti: rifugiati.
11. sufficienti nella guerra: capaci di combattere.
12. ebbe per migliore consiglio: ritenne preferibile.
13. di: da.
14. andò a campo: andò ad accamparsi.
15. impedire che non: impedire che.
16. dubitando non: sospettando che.
17. per tentare la loro disposizione: per sondare le loro intenzioni.
18. onesta composizione: onorevole accordo.
19. rispetto: considerazione.
20. dare la fede: promettere.
21. per raccomandati: secondo il rapporto detto di raccomandazione, per cui il raccomandato si consegnava volontariamente e per questo motivo conservava alcune autonomie.
22. Pistoia si era consegnata a Firenze nel 1402.
23. intelligenze: intese.
24. per divertire: per distogliere.
25. dall’offese dei pisani: dalla guerra contro i pisani.
26. per conforto: dietro consiglio.
27. Cfr. I, VII.
28. aspreggiarlo con ogni dimostrazione: molestarlo con ogni atto.
29. Una delle famiglie del Monte dei Nove.
30. espedire: concludere.
31. delle ragioni di: dei diritti su.
32. l’odio dei fiorentini: l’odio contro i fiorentini.
33. apparente: attendibile e convincente, e quindi allettante.
34. Cfr. I, III.
35. Gian Galeazzo Visconti.
36. Nel 1399.
37. maggiore: più potente.
38. attraversava: ostacolava.
39. per la via di Siena: per mezzo di Siena, attraverso il territorio di Siena.
40. turbargli: disturbarli.
41. soldato: assunto.
42. citerne: cisterne.
43. molto potenti: in grandi forze.
44. si ordinavano: si preparavano.
CAPITOLO IV
Paolo Vitelli toglie nuove terre a’ pisani. Il marchese di Mantova passa dagli stipendi di Lodovico Sforza a quelli dei veneziani, e quindi sdegnato per la lentezza di questi ritorna col duca di Milano. L’Alviano occupa Bibbiena. I fiorentini per difendere il Casentino ritirano milizie dal contado di Pisa. I fiorentini riconquistano terre del Casentino. Maggiore stanchezza a Venezia per la guerra di Pisa e tentativi di accordi.
Ma in questo mezzo Pagolo Vitelli, poiché dopo lo acquisto di Vico Pisano ebbe, per mancamento delle provisioni necessarie, soggiornato qualche dì, continuando nella medesima intenzione di impedire a’ pisani la facilità del soccorso, si era indirizzato alla impresa di Librafatta1; e per accostarvisi da quella parte della terra che era più debole, e fuggire le molestie che potessino essere date allo esercito impedito da artiglierie e carriaggi, lasciata la via che per i monti scende nel piano di Pisa e quella che per il piano di Lucca gira alle radici del monte, fatta con moltitudine grande di guastatori una nuova via per i monti, ed espugnato per il cammino, il dì medesimo, il bastione di Montemaggiore fatto da’ pisani in sulla sommità del monte, scese sicurissimamente nel piano di Librafatta. Alla quale accostatosi il dì seguente, e necessitati facilmente ad arrendersi i fanti messi a guardia di Potito e Castelvecchio, due torri distanti l’una dopo l’altra per piccolo spazio da Librafatta, piantò dalla seconda torre e da altri luoghi l’artiglierie contro alla terra, bene proveduta e guardata perché vi erano dugento fanti de’ viniziani; da’ quali luoghi battendo la muraglia da alto e da basso, sperò il primo dì di espugnarla: ma essendo per avventura ruinato2 uno arco della muraglia, quello ruinando, la notte, alzò quattro braccia il riparo cominciatovi; in modo che Paolo, avendo tentato invano tre dì di salirvi con le scale, cominciò del successo non mediocremente a dubitare, ricevendo l’esercito molti danni da una artiglieria di dentro che tirava per una bombardiera bassa3. Ma fu la industria e virtù4 sua aiutata dal beneficio della fortuna, senza il favore della quale sono spesso fallaci i consigli de’ capitani; perché da uno colpo d’artiglieria di quelle del campo fu rotta quella bombarda e ammazzato uno de’ migliori bombardieri che fusse dentro, e passò la palla per tutta la terra5. Dal qual caso spaventati, perché per l’artiglieria piantata alla seconda torre difficilmente potevano affacciarsi, si arrenderono il quarto dì, e poco poi la rocca, aspettati pochi colpi d’artiglieria, fece il medesimo. Acquistata Librafatta, attese a fare alcuni bastioni in sui monti vicini; ma sopra tutti uno forte e capace di6 molti uomini sopra Santa Maria in Castello, chiamato, dal monte in sul quale fu posto, il bastione della Ventura, il quale scorreva tutto il paese circostante, e dove è fama esserne anticamente stato fabricato un altro da Castruccio lucchese, capitano nobilissimo7 de’ tempi suoi, acciocché, guardandosi questo e Librafatta, restassino impedite le comodità8 che, per la via di Lucca e di Pietrasanta, potessino andare a Pisa.
Ma non cessavano i viniziani di pensare a ogni rimedio per sollevare, ora per via di soccorso ora con diversione, quella città; della qual cosa potere fare accirebbono loro speranza le difficoltà che nacqueno tra il duca di Milano e il marchese di Mantova, condottosi di nuovo col duca. Il quale, per non privare del titolo di capitano generale delle sue genti Galeazzo da San Severino, maggiore appresso a lui per favore che per virtù9, aveva promesso al marchese di dargli infra tre mesi titolo di capitano suo generale, a comune10 o con Cesare o col pontefice o col re Federigo o co’ fiorentini : il che non avendo eseguito nel termine promesso, perché medesimamente a questo Galeazzo repugnava, e aggiugnendosi difficoltà per cagione de’ pagamenti, il marchese voltò l’animo a ritornare agii stipendi de’ viniziani, i quali trattavano di mandarlo con trecento uomini d’arme a soccorrere Pisa: il che presentendo Lodovico lo dichiarò, con consentimento di Galeazzo, capitano suo e di Cesare. Ma già il marchese andato a Vinegia, e dimostrata al senato grandissima confidenza11 di entrare in Pisa nonostante l’opposizione delle genti de’ fiorentini, si era ricondotto con loro12; e ricevuta parte de’ denari e ritornato a Mantova attendeva a mettersi in ordine, e sarebbe entrato presto in cammino se i viniziani avessino usata la medesima celerità nello espedirlo che avevano usata nel condurlo13: alla quale cosa cominciorno a procedere lentamente perché, essendo stata di nuovo data loro speranza di entrare, per mezzo di uno trattato14 tenuto da certi seguaci antichi de’ Medici, in Bibbiena, castello del Casentino, giudicavano che, per la difficoltà del passare a Pisa, fusse più utile attendere alla diversione che al soccorso. Dalla quale tardità il marchese sdegnato, di nuovo si ricondusse con Lodovico con trecento uomini d’arme e con cento cavalli leggieri, con titolo di capitano generale cesareo e suo; ritenendo a conto degli stipendi vecchi15 i danari avuti da loro.
Non era stata senza qualche sospetto de’ fiorentini16 la pratica di questo trattato, anzi, oltre a molte notizie avutene generalmente, ne avevano non molti dì innanzi ricevuto avviso più particolare da Bologna. Ma sono inutili i consigli17 diligenti e prudenti quando, l’esecuzione procede con negligenza e imprudenza. Il commissario, il quale per assicurarsi da questo pericolo subito vi mandorono, poi che ebbe ritenuti18 quegli de’ quali si aveva maggiore sospetto e che erano consci della cosa, prestata imprudentemente fede alle parole loro, gli rilasciò; e nell’altre azioni fu sì poco diligente che fece facile il disegno all’Alviano, deputato alla esecuzione di questo trattato. Perché avendo mandati innanzi alcuni cavalli19 in abito di viandanti, i quali, dopo avere cavalcato tutta la notte, giunti in sul fare del dì alla porta l’occuporono senza difficoltà, non avendo il commissario postavi guardia alcuna, né almeno proveduto che la si aprisse più tardi che non era consueto aprirsi ne’ tempi non sospetti, dietro a questi sopravenneno di mano in mano altri cavalli, che avevano per il cammino data voce di essere gente de’ Vitelli; e levatisi in loro favore i congiurati, si insignorirno presto di tutta la terra. E il medesimo dì vi arrivò l’Alviano, il quale, benché con poca gente, come per sua natura spingeva con incredibile celerità sempre innanzi le occasioni20, andò subito ad assaltare Poppi castello principale di tutta quella valle: ma trovatavi resistenza si fermò a occupare i luoghi vicini a Bibbiena, benché piccoli e di piccola importanza.
È il paese di Casentino, per mezzo del quale discorre il fiume d’Arno, paese stretto sterile e montuoso, situato a piè dell’ali21 dell’Appennino, cariche allora, per essere il principio della vernata, di neve, ma passo opportuno ad andare verso Firenze, se all’Alvianofusse succeduto felicemente22 l’assalto di Poppi, né meno opportuno a entrare nel contado di Arezzo e nel Valdarno, paesi che per essere pieni di grosse terre e castella erano molto importanti allo stato de’ fiorentini. I quali, non negligenti in tanto pericolo, fatta subito provisione in tutti i luoghi dove era di bisogno, oppressono uno trattato23 che si teneva in Arezzo; e stimando più che altro24 lo impedire che i viniziani non mandassino nel Casentino nuove genti, levato di quel di Pisa il conte Renuccio lo mandorono subito a occupare i passi dell’Apennino, tra Valdibagno e la Pieve a Santo Stefano: e nondimeno non potettono proibire che il duca d’Urbino, Carlo Orsino e altri condottieri non25 passassino; i quali, avendo in quella valle settecento uomini d’arme e seimila fanti e tra questi qualche numero di fanti tedeschi, occuporono da pochi luoghi in fuora tutto il Casentino, e di nuovo tentorono, ma invano, di pigliare Poppi. Però furono necessitati i fiorentini, secondo che era stato lo intento proprio de’ viniziani26, a volgervi del27 contado di Pisa Pagolo Vitelli con le sue genti, lasciando con guardia sufficiente le terre importanti e il bastione della Ventura: per la giunta28 del quale nel Casentino i capitani viniziani, che si erano mossi per accamparsi il dì medesimo intorno a Pratovecchio, si ritirorono.
Venuto Pagolo Vitelli nel Casentino e unitosi seco il Fracassa, mandato dal duca di Milano con cinquecento uomini d’arme e cinquecento fanti in favore de’ fiorentini, ridusse presto in molte difficoltà gli inimici, sparsi in molti luoghi per la strettezza29 degli alloggiamenti e perché, per lasciarsi aperta la strada dell’entrare e del l’uscire del Casentino, erano necessitati guardare i passi della Vernia30, di Chiusi, e di Montalone, luoghi alti in su l’alpi; e rinchiusi, in tempo asprissimo, in quella valle, non aveano speranza di fare più, né quivi né in altra parte, progresso alcuno: perché in Arezzo si era fermato con dugento uomini d’arme il conte Renuccio ; e nel Casentino, poiché non era riuscito da principio l’occupare Poppi, né faceva momento alcuno31 il nome de’ Medici avendo inimici gli uomini del paese, nel quale si possono difficilmente adoperare i cavalli, avevano innanzi alla venuta de’ Vitelli ricevuto già molti danni da’ paesani. E però, intesa la venuta loro e del Fracassa, rimandata di là dall’alpi una parte de’ carriaggi e dell’artiglierie, ristrinsono insieme32, quanto comportava33 la natura de’ luoghi, le genti loro. Contro a’ quali il Vitello deliberò servare la sua consuetudine, che era più tosto per ottenere più sicuramente la vittoria, non avere rispetto né a lunghezza di tempo né al pigliare molte fatiche, né volere, per risparmiare la spesa, procedere senza molte provisioni, che, per acquistare la gloria di vincere con facilità e acceleratamente, mettere in pericolo insieme col suo esercito l’evento della cosa34. Perciò fu nel Casentino il consiglio35 suo non andare subito a ferire36 i luoghi più forti ma sforzarsi di fare da principio abbandonare agli inimici i più deboli, e chiudere i passi dell’alpi e gli altri passi del paese con guardie con bastioni con tagliate di strade37 e altre fortificazioni, acciocché non potessino essere soccorsi da nuove forze né avessimo facoltà di aiutare da un luogo quegli che erano nell’altro; sperando, con questo procedere, avere occasione di opprimerne molti, e che ’l numero maggiore che era in Bibbiena, se non per altro, per le incomodità de’ cavalli e per mancamento di vettovaglie si consumerebbe38. Col quale consiglio avendo recuperato alcuni luoghi vicini a Bibbiena, poco importanti per se stessi ma opportuni alla intenzione con la quale aveva presupposto di vincere la guerra, e facendo ogni dì maggiore progresso, svaligiò molti uomini d’arme alloggiati in certe piccole terre vicine a Bibbiena : e per impedire il cammino alle genti de’ viniziani clic per soccorrere i suoi si congregavano di là dalle alpi, attese a occupare tutti i luoghi che sono attorno al monte della Vernia, e a fare tagliate a tutti i passi circostanti: di maniera che, crescendo continuamente le difficoltà degli inimici e la carestia del vivere, molti di loro alla sfilata si partivano39, i quali quasi sempre, per l’asprezza de’ passi, erano o da’ paesani o da’ soldati svaligiati.
Questi erano i progressi dell’armi tra i viniziani e i fiorentini : e in questo tempo medesimo, con tutto che gli imbasciadori fiorentini si fussino senza speranza alcuna di concordia partiti da Vinegia, nondimeno si teneva a Ferrara nuova pratica di composizione, proposta dal duca di Ferrara per opera de’ viniziani; perché già molti e di maggiore autorità di quel senato, stracchi dalla guerra che si sosteneva con gravi spese e con molte difficoltà e perduta la speranza di avere maggiori successi nel Casentino, desideravano liberarsi dalle molestie della difesa di Pisa, pure che si trovasse modo che con onesto colore potessino rimuoversene40.
1. Ripafratta.
2. ruinato: crollato.
3. per una bombardiera bassa: da una feritoia posta in corrispondenza di una bombarda e aperta nella parte bassa del muro.
4. la industria e virtù: l’ingegnosità e la capacità.
5. passò… per tutta la terra: attraversò tutta… la città.
6. capace di: in grado di contenere.
7. nobilissimo: famosissimo.
8. le comodità: gli aiuti.
9. maggiore… virtù: che godeva di maggior credito presso di lui più perché era stato favorito che per le sue effettive capacità.
10. a comune: alle dipendenze comuni.
11. confidenza: fiducia.
12. si era ricondotto con loro: era tornato al loro servizio.
13. se… nel condurlo: se i veneziani fossero stati nel mandarlo rapidi e pronti come erano stati nell’assumerlo.
14. trattato: complotto.
15. ritenendo… vecchi: trattenendo, considerandoli parte della paga per il servizio prestato in passato.
16. senza qualche sospetto de’ fiorentini: senza che i fiorentini ne sospettassero qualcosa.
17. i consigli: le decisioni.
18. ritenuti: imprigionati.
19. cavalli: uomini a cavallo.
20. spingeva… innanzi le occasioni: coglieva… con eccessiva rapidità e quasi prima che gli si presentassero le occasioni.
21. alpi: montagne.
22. fusse succeduto felicemente: avesse avuto buon esito.
23. oppressono uno trattato: soffocarono una congiura.
24. stimando più che altro: considerando più importante di tutto.
25. proibire che… non: impedire che.
26. secondo… de’ viniziani: assecondando appunto lo scopo che si erano prefissi i veneziani.
27. a volgervi del: a mandarvi dal.
28. per la giunta: per l’arrivo.
29. per la strettezza: per la scarsa capienza.
30. Verna.
31. né faceva momento alcuno: né aveva alcun effetto.
32. ristrinsono insieme: riunirono.
33. quanto comportava: compatibilmente con.
34. l’evento della cosa: il successo dell’impresa.
35. il consiglio: il piano.
36. a ferire: ad attaccare.
37. con tagliate di strade: interrompendo le strade con fossi e trincee di alberi tagliati.
38. si consumerebbe: scemerebbe.
39. alla sfilata si partivano: se ne andavano alla spicciolata.
40. che… rimuoversene: che potessero abbandonarla con un pretesto dignitoso.
CAPITOLO V
Accordi fra il pontefice e il re di Francia. Il re di Francia fa e conferma trattati coi re di Spagna, d’Inghilterra, con Cesare e coll’arciduca e cerca l’alleanza de’ veneziani e de’ fiorentini.
Ma mentre che in Italia sono per le cose di Pisa questi travagli, non cessava il nuovo re di Francia di andarsi ordinando1 per assaltare l’anno seguente lo stato di Milano, con speranza d’avere seco congiunti i viniziani; i quali, infiammati da odio incredibile contro al duca di Milano, trattavano strettamente2 col re. Ma più strettamente trattavano insieme il re e il pontefice. Il quale, escluso del parentado di Federigo, e continuando la3 medesima cupidità del regno di Napoli, voltato tutto l’animo alle speranze franzesi, cercava di ottenere da quel re per il cardinale di Valenza Ciarlotta figliuola di Federigo, che non ricevuto ancora marito continuava di nutrirsi4 nella corte di Francia. Di che avendogli data speranza il re, in arbitrio del quale pareva che fusse il maritarla, il cardinale entrato una mattina in concistorio supplicò al padre e agli altri cardinali che, atteso il non avere avuto mai l’animo inclinato alla professione sacerdotale, gli concedessino facoltà di lasciare la degnità5 e l’abito, per seguitare quello esercizio al quale era tirato da’ fati. E così, preso l’abito secolare, si preparava ad andare presto in Francia; avendo già il pontefice promesso al re la facoltà6 di fare con l’autorità apostolica il divorzio con la moglie, e il re da altra parte obligatosi ad aiutarlo, come prima7 avesse acquistato lo stato di Milano, a ridurre alla ubbidienza della sedia apostolica le città possedute da’ vicari di Romagna, e a pagargli di presente trentamila ducati, sotto colore8 di essere necessitato9 tenere per sua custodia maggiori forze, come se il congiugnersi col re fusse per muovere molti in Italia a cercare insidiosamente di opprimerlo: per esecuzione delle quali convenzioni, e il re cominciò a pagare i danari e il pontefice commesse10 la causa del divorzio al vescovo di Setta11 suo nunzio e a [ gli arcivescovi di Parigi12 e di Roano13]. Nel quale giudicio14, per15 suoi procuratori, contradiceva da principio la moglie del re; ma finalmente, avendo non meno a sospetto i giudici che la potenza dello avversario, si convenne con lui di cedere alla lite, ricevendo per sostentazione della sua vita la ducea di Berrì con trentamila franchi di entrata: e così, confermato il divorzio per sentenza de’ giudici, non si aspettava, per la dispensa e consumazione del nuovo matrimonio, altro che la venuta di Cesare Borgia; diventato già, di cardinale e di arcivescovo di Valenza, soldato e duca Valentino, perché il re gli aveva data la condotta di cento lancie16 e ventimila franchi di provisione17, e concedutogli, con titolo di duca, Valenza città del Dalfinato con ventimila franchi di entrata18. Il quale, imbarcatosi a Ostia in su’ navili mandatigli dal re, si condusse alla fine dell’anno alla corte, dove entrò con pompa e con fasto incredibile, ricevuto dal re onoratissimamente; e portò seco il cappello del cardinalato a Giorgio di Ambuosa arcivescovo di Roano, il quale, stato primo partecipe de’ pericoli e della mala fortuna del re, era appresso a lui di somma autorità. E nondimeno nel principio non era grato il procedere suo, perché, seguitando il consiglio paterno, negava d’avere portato seco la bolla della dispensa, sperando che il desiderio dell’ottenerla avesse a fare il re più facile a’ disegni suoi che non farebbe la memoria di averla ricevuta. Ma essendo al re rivelata secretissimamente dal vescovo di Setta la verità, egli, parendogli che in quanto a Dio bastasse l’essere stata espedita la bolla, senza più domandarla, consumò apertamente il matrimonio con la nuova moglie : il che fu causa che il duca Valentino, non potendo più ritenergli la bolla, e avendo poi risaputo essere stata manifestata questa cosa dal vescovo di Setta, lo fece in altro tempo morire occultamente di veleno.
Né era meno sollecito il re a quietarsi co’ principi vicini. Però fece pace co’ re di Spagna; i quali, deponendo i pensieri delle cose d’Italia, non solo richiamorono tutti gl’imbasciadori che vi tenevano, eccetto quello che risedeva appresso al pontefice, ma feceno ritornare Consalvo con tutte le genti loro in Ispagna, rilasciate a Federigo tutte le terre di Calavria che insino a quel dì aveva tenute. Maggiore difficoltà era nella concordia col re de’ romani, il quale, con l’occasione di alcune sollevazioni nate nel paese, era entrato nella Borgogna, aiutato a questo effetto di19 non piccola somma di danari dal duca di Milano, che si persuadeva o che la guerra di Cesare divertirebbe20 il re di Francia dalle imprese d’Italia o che, facendosi concordia tra loro, vi sarebbe compreso, come da Cesare aveva certissime promesse; ma dopo lunghe pratiche e agitazioni il re fece nuova pace con l’arciduca21 rendendogli le terre del contado di Artois, la qual cosa perché avesse effetto, in beneficio del figliuolo, consentì il re de’ romani di fare tregua con lui per più mesi, senza menzione del duca di Milano, col quale pareva in questo tempo sdegnato perché non aveva sempre sodisfatto alle domande sue infinite di danari. Aveva oltre a queste cose il re confermata la pace fatta dallo antecessore suo col re d’Inghilterra : e rifiutando tutte le pratiche che gli erano state proposte di ricevere a qualche composizione il duca di Milano22, che con grandissime offerte e usando grandissime corruttele si sforzava di indurvelo, cercava di congiugnere seco in uno tempo medesimo i viniziani e i fiorentini; e però faceva grandissima instanza che, levate l’offese contro a’ pisani, i viniziani dipositassino Pisa in sua mano, e perché i fiorentini vi consentissino offeriva secretamente di restituirla loro fra breve tempo. La quale pratica, piena di molte difficoltà e concorrendovi diversi fini e interessi, fu per molti mesi trattata variamente. Perché i fiorentini, essendo necessario che in tal caso si collegassino col re di Francia, e dubitando per la memoria delle promesse non osservate dal re Carlo che ’l medesimo non23 intervenisse24 al presente, non convenivano tra loro in uno medesimo parere; perché la città agitata tra l’ambizione de’ cittadini maggiori e la licenza del governo popolare, e accostatasi per la guerra di Pisa al duca di Milano, era intra se medesima divisa in modo che con difficoltà le cose di momento25 si deliberavano concordemente, avendo massime alcuni de’ principali cittadini desiderio della vittoria del re di Francia altri in contrario inclinando al duca di Milano: e i viniziani, quando bene fussino risolute tutte l’altre difficoltà dello accordarsi col re, erano deliberati di non consentire al diposito26, sperando che, e nel ristoro27 delle spese fatte per sostenere Pisa e nel lasciare la difesa di Pisa con minore suo disonore, arebbono migliori condizioni nella pratica che si teneva a Ferrara28; la quale da Lodovico Sforza era caldamente sollecitata, per timore che, conchiudendosi in Francia il diposito29, non si unissino col re amendue queste republiche e per la speranza che, componendosi questa controversia in Italia, i viniziani avessino a deporre i pensieri di offenderlo. Per il quale rispetto e al re di Francia dispiaceva la pratica di Ferrara e il pontefice, per trarre profitto degli affanni d’altri, cercava indirettamente di perturbarla; perché essendo appresso al re in tutte le cose d’Italia in grandissima autorità, sperava in qualche modo, se il diposito nel re andava innanzi30, avervi partecipazione.
1. di andarsi ordinando: di fare preparativi.
2. strettamente: intensamente.
3. continuando la: persistendo nella.
4. di nutrirsi: ad essese allevata.
5. la degnità: la carica.
6. la facoltà: la possibilità.
7. come prima: appena.
8. sotto colore: col pretesto.
9. di essere necessitato: soggetto è il pontefice.
10. commesse: affidò.
11. Hernando de Almeida, vescovo di Septen, in Africa.
12. Jean Simon de Champigny, consigliere di Carlo VIII.
13. Georges d’Amboise, arcivescovo di Rouen; era l’uomo di fiducia del re fin da quando era duca d’Orléans.
14. giudicio: processo.
15. per: per bocca dei.
16. S’intende «lances garnies». Cfr. I, XI, nota 4.
17. provisione: stipendio.
18. entrata: rendita.
19. di: con.
20. divertirebbe: distoglierebbe.
21. Filippo d’Asburgo.
22. di… Milano: di accordarsi in qualche modo col duca di Milano.
23. dubitando… che… non: sospettando… che.
24. intervenisse: accadesse.
25. di momento: importanti.
26. al diposito: a depositare Pisa nelle mani del re di Francia.
27. ristoro: risarcimento.
28. arebbono… a Ferrara: trarrebbero maggiori vantaggi dall’accordo che si trattava a Ferrara.
29. conchiudendosi in Francia il diposito: venendo Pisa consegnata in deposito al re di Francia.
30. andava innanzi: si realizzava.
CAPITOLO VI
Discussione a Venezia nel consiglio de’ pregati intorno all’invito d’alleanza del re di Francia contro Lodovico Sforza. Deliberazioni prese da’ veneziani. Conclusione della confederazione fra il re di Francia ed i veneziani.
Ma a Vinegia, in questo tempo medesimo, si consultava se, rimovenosi il re dalla dimanda del diposito1 alla quale aveano deliberato non consentire, dovessino collegarsi seco a offesa del duca di Milano, come egli con grandissima instanza ricercava, offerendo di consentire che, in premio della vittoria, conseguissino la città di Cremona e tutta la Ghiaradadda : la quale cosa benché da tutti fusse sommamente desiderata, nondimeno a molti pareva deliberazione di tanto momento, e tanto pericolosa allo stato loro la potenza del re di Francia in Italia, che nel consiglio de’ pregati2, che appresso a loro ottiene il luogo del senato, se ne facevano varie disputazioni. Nel quale essendo uno giorno convocati per farne l’ultima determinazione3 [Antonio Grimanno], uomo di grande autorità, parlò in questa sentenza4:
— Quando io considero, prestantissimi5 senatori, la grandezza de’ benefizi fatti a Lodovico Sforza dalla nostra republica, la quale in questi anni prossimi gli ha conservato tante volte lo stato, e per contrario quanta sia la ingratitudine usata da lui, e le ingiurie gravissime che ci ha fatte per costrignerci ad abbandonare la difesa di Pisa, alla quale prima ci aveva confortati e stimolati, non posso persuadermi che non si conosca per ciascuno6 essere necessario fare ogni opera possibile per vendicarcene. Perché quale infamia potrebbe essere maggiore che, tollerando pazientemente tante ingiurie, mostrarci a tutto il mondo dissimili dalla generosità de’ nostri maggiori?7 i quali, qualunque volta provocati da offese benché leggiere, non ricusorono mai di mettersi a pericolo per conservare la dignità del nome viniziano; e ragionevolmente, perché le deliberazioni delle republiche non ricercano rispetti abietti e privati8, né che tutte le cose si riferischino all’utilità, ma fini eccelsi e magnanimi per i quali si augumenti lo splendore loro e si conservi la riputazione, la quale nessuna cosa più spegne che il cadere nel concetto degli uomini di non avere9 animo o possanza di risentirsi delle ingiurie, né di essere pronto a vendicarsi: cosa sommamente necessaria, non tanto per il piacere della vendetta quanto perché la penitenza10 di chi ti ha offeso sia tale esempio agli altri che non ardischino provocarti11. Così viene in conseguenza congiunta la gloria con l’utilità, e le deliberazioni generose e magnanime riescono anche piene di comodità e di profitto12; così una molestia ne leva molte, e spesso una sola e breve fatica ti libera da molte e lunghissime. Benché se noi consideriamo lo stato delle cose d’Italia, la disposizione di molti prìncipi contro a noi, e le insidie le quali continuamente si ordinano per13 Lodovico Sforza, conosceremo che non manco la necessità presente che gli altri rispetti ci conduce a questa deliberazione. Perché egli, stimolato dalla sua naturale ambizione e dall’odio che ha contro a questo eccellentissimo senato, non vegghia non attende ad altro che a disporre14 gli animi di tutti gli italiani, che a concitarci contro il re de’ romani e la nazione tedesca : anzi già comincia per il medesimo effetto a tenere pratiche col turco. Già vedete per opera sua con quante difficoltà, e quasi senza speranza, si sostenga la difesa di Pisa e la guerra nel Casentino, la quale se si continua incorriamo in gravissimi disordini e pericoli, se si abbandona senza fare altro fondamento alle cose nostre15 è con tanta diminuzione di riputazione che si accresce troppo l’animo di chi ha volontà di opprimerci: e sapete quanto è più facile opprimere chi ha già cominciato a declinare che chi ancora si mantiene nel colmo della sua riputazione16. Delle quali cose apparirebbono chiarissimamente gli effetti, e si sentirebbe presto lo stato nostro essere pieno di tumulti e di strepiti di guerra, se il timore che noi non17 ci congiugniamo col re di Francia non tenesse sospeso Lodovico: timore che non può lungamente tenerlo sospeso. Perché chi è quello che non conosca che il re, escluso dalla speranza della nostra confederazione o si implicherà18 in imprese di là da’ monti o, vinto dalle arti di Lodovico dalle corruttele e mezzi potentissimi che ha nella sua corte, farà qualche composizione19 con lui ? Strigneci20 adunque a unirci col re di Francia la necessità di mantenere l’antica degnità e gloria nostra, ma molto più il pericolo imminente e gravissimo che non si può fuggire con altro modo. E in questo ci si dimostra molta propizia la fortuna, poiché ci fa ricercare da uno tanto re di quel che aremmo a ricercarlo noi21; offerendoci più oltre sì grandi e sì onorati premi della vittoria, per i quali può questo senato proporsi alla giornata22 grandissime speranze, fabricare ne’ suoi concetti grandissimi disegni23, ottenendosi massime con tanta facilità; perché chi dubita che da Lodovico Sforza non potrà essere a due potenze sì grandi e sì vicine fatta alcuna resistenza? Dalla quale deliberazione, se io non mi inganno, non debbe già rimuoverci il timore che la vicinità del re di Francia, acquistato che arà il ducato di Milano, ci diventi pericolosa e formidabile24. Perché chi considera bene conoscerà che molte cose che ora ci sono contrarie allora ci saranno favorevoli; conciossiaché uno augumento tale di quel re insospettirà gli animi di tutta Italia, irriterà il re de’ romani e la nazione germanica per la emulazione e per lo sdegno che sia occupato da lui uno membro sì nobile dello imperio; in modo che quegli che noi temiamo che ora non siano congiunti con Lodovico a offenderci desidereranno allora, per l’interesse proprio, di conservarci e di essere congiunti con noi; ed essendo grande per tutto la riputazione del nostro dominio, grande la fama delle nostre ricchezze, e maggiore l’opinione, confermata con sì spessi e illustri esempli, della nostra unione e costanza alla conservazione del nostro stato, non ardirà il re di Francia di assaltarci se non congiunto con molti, o almeno col re de’ romani : l’unione de’ quali è per molte cagioni sottoposta a tante difficoltà che è cosa vana il prenderne o speranza o timore. Né la pace che ora spera d’ottenere da’ prìncipi vicini di là da’ monti sarà perpetua, ma la invidia le inimicizie il timore del suo augumento desterà tutti quegli che hanno seco o odio o emulazione25. E è cosa notissima quanto i franzesi siano più pronti ad acquistare che prudenti a conservare, quanto per l’impeto e insolenza loro diventino presto esosi26 a’ sudditi. Però, acquistato che aranno Milano, aranno più tosto necessità di attendere a conservarlo che comodità di pensare a nuovi disegni; perché uno imperio nuovo non bene ordinato né prudentemente governato aggrava, più presto che e’ faccia più potente, chi l’acquista: di che quale esempio è più fresco e più illustre che l’esempio della vittoria del re passato? contro al quale si convertì in sommo odio il desiderio incredibile con che era stato ricevuto nel reame di Napoli. Non è adunque né sì certo né tale il pericolo, che ci può dopo qualche tempo pervenire della vittoria del re di Francia, che per fuggirlo abbiamo a volere stare in uno pericolo presente e di grandissimo momento27, e il rifiutare, per timore di pericoli futuri e incerti, sì ricca parte e sì opportuna del ducato di Milano non si potrebbe attribuire ad altro che a pusillanimità e abiezione di animo, vituperabile negli uomini privati non che in una republica più potente e più gloriosa che, dalla romana in fuora, sia stata giammai in parte alcuna del mondo. Sono rare e fallaci28 l’occasioni sì grandi, ed è prudenza e magnanimità, quando si offeriscono, l’accettarle e, per contrario, sommamente reprensibile il perderle; e la troppa curiosa sapienza29 e troppo consideratrice del futuro è spesso vituperabile, perché le cose del mondo sono sottoposte a tanti e sì vari accidenti che rare volte succede per l’avvenire quel che gli uomini eziandio savi si hanno immaginato avere a essere; e chi lascia il bene presente per timore del pericolo futuro, quando non sia pericolo molto certo e propinquo, si truova spesso, con dispiacere e infamia sua, avere perduto l’occasioni piene di utilità e di gloria, per paura di quegli pericoli che poi diventano vani30. Per le quali ragioni il parere mio sarebbe che si accettasse la confederazione contro al duca di Milano, perché ci arreca sicurtà presente, estimazione appresso a tutti i potentati, e acquisto tanto grande che altre volte cercheremmo, e con travagli e spese intollerabili, di poterlo ottenere, sì per la importanza sua come perché sarà l’adito e la porta di augumentare maravigliosamente la gloria e lo imperio di questa potentissima republica. —
Fu udito con grande attenzione e con gli orecchi molto favorevoli l’autore di questa sentenza31, e lodata da molti in lui la generosità dell’animo suo e lo amore verso la patria. Ma in contrario parlò [Marchionne Trivisano] :
— E’ non si può negare, sapientissimi senatori, che le ingiurie fatte da Lodovico Sforza alla nostra republica non32 sieno gravissime, e con grande offesa della nostra degnità; nondimeno, quanto le sono maggiori e quanto più ci commuovono tanto più è proprio ufficio della prudenza moderare lo sdegno giusto con la maturità del giudicio33 e con la considerazione dell’utilità e interesse publico, perché il temperare se medesimo34 e vincere la propria cupidità ha tanto più laude quanto è più raro il saperlo fare, e quanto sono più giuste le cagioni dalle quali è concitato lo sdegno e l’appetito degli uomini. Però appartiene a questo senato, il quale appresso a tutte le nazioni ha nome sì chiaro di sapienza, e che prossimamente ha fatto professione di liberatore35 d’Italia da’ franzesi, proporsi innanzi agli occhi36 la infamia che gli risulterà se ora sarà cagione di fargli ritornare; e molto più il pericolo che del continuo37 ci sarà imminente se il ducato di Milano perverrà in potere del re di Francia : il quale pericolo chi non considera da se stesso si riduca in memoria38 quanto terrore ci dette l’acquisto che fece, il re Carlo, di Napoli, dal quale non ci riputammo mai sicuri se non quando fummo congiurati contro a lui con quasi tutti i prìncipi cristiani. E nondimeno, che comparazione dall’uno pericolo all’altro! Perché quello re, privato di quasi tutte le virtù regie, era principe quasi ridicolo, e il regno di Napoli tanto lontano dalla Francia teneva in modo divulse39 le forze sue che quasi indeboliva più che accresceva la sua potenza, e quello acquisto, per il timore degli stati loro tanto contigui, gli faceva inimicissimi il papa e i re di Spagna; de’ quali ora l’uno si sa che ha diversi fini e che gli altri, infastiditi delle cose d’Italia, non sono per implicarvisi40 senza grandissima necessità : ma questo nuovo re, per la virtù propria, è molto più da temere che da sprezzare, e lo stato di Milano è tanto congiunto col reame di Francia che, per la comodità di soccorrerlo, non si potrà sperare di cacciarnelo se non commovendo41 tutto il mondo. E però noi, vicini a sì maravigliosa42 potenza, staremo nel tempo della pace in gravissima spesa e sospetto, e in tempo di guerra saremo tanto esposti alle offese sue che sarà difficillimo il difenderci. E certamente, io non udivo senza ammirazione43 che, chi ha parlato innanzi a me, da una parte non temeva di uno re di Francia signore del ducato di Milano, dall’altra si dimostrava in tanto spavento di Lodovico Sforza, prìncipe molto inferiore di forze a noi, e che con la timidità44 e avarizia ha messo sempre in grave pericolo le imprese sue. Spaventavanlo gli aiuti che arebbe da altri, come se fusse facile il fare, in tante diversità di animi e di volontà e in tanta varietà di condizioni, tale unione, o come se non fusse da temere molto più una potenza grande unita tutta insieme che la potenza di molti; la quale come ha i movimenti diversi così ha diverse e discordanti l’operazioni45. Confidava che in coloro i quali, per odio e per varie cagioni, desiderano la nostra declinazione si troverebbe quella prudenza da vincere gli sdegni e le cupidità che noi non troviamo in noi medesimi a raffrenare questi ambiziosi pensieri. Né io so perché debbiamo prometterci che nel re de’ romani e in quella nazione possa più46 l’emulazione e lo sdegno antico e nuovo contro al re di Francia, se acquisterà Milano, che l’odio inveterato che hanno contro a noi che tegniamo tante terre appartenenti alla casa d’Austria e allo imperio47; né so perché il re de’ romani si congiugnerà più volentieri con noi contro al re di Francia che con lui contro a noi: anzi è più verisimile l’unione de’ barbari, inimici eterni del nome italiano, e a una preda più facile; perché unito con lui potrà più sperare vittoria di noi48 che unito con noi non potrà sperare di lui49. Senza che, l’azioni sue nella lega passata, e quando venne in Italia, furono tali che io non so per che causa s’abbia tanto a desiderare di averlo congiunto seco. Hacci ingiuriato Lodovico gravissimamente, nessuno lo nega, ma non è prudenza mettere, per fare vendetta, le cose proprie in pericolo sì grave, né è vergogna aspettare a vendicarsi gli accidenti e l’occasioni che può aspettare una republica; anzi è molto vituperoso lasciarsi innanzi al tempo traportare dallo sdegno, e nelle cose degli stati è somma infamia quando la imprudenza è accompagnata dal danno. Non si dirà che queste ragioni ci muovino a una impresa sì temeraria, ma si giudicherà per ciascuno che noi siamo tirati dalla cupidità d’avere Cremona; però da ciascuno sarà desiderata50 la sapienza e la gravità51 antica di questo senato, ciascuno si maraviglierà che noi incorriamo in quella medesima temerità nella quale ci maravigliammo tanto noi che fusse incorso Lodovico Sforza, di avere condotto il re di Francia in Italia. L’acquisto è grande e opportuno a molte cose, ma considerisi se sia maggiore perdita l’avere uno re di Francia signore dello stato di Milano: considerisi quanto sia maggiore la nostra potenza e riputazione, o quando siamo i principali d’Italia o quando in Italia è uno principe tanto maggiore e tanto vicino a noi. Con Lodovico Sforza abbiamo altre volte avuto e discordia e concordia, così può tra noi e lui accadere ogni dì, e la difficoltà di Pisa non è tale che non si possa trovare qualche rimedio, né merita che per questo ci mettiamo in tanto precipizio; ma co’ franzesi vicini aremo sempre discordia perché regneranno sempre le medesime cagioni52: la diversità degli animi tra barbari e italiani, la superbia de’ franzesi, l’odio col quale i prìncipi perseguitano sempre, per natura, le republiche e la ambizione che hanno i più potenti di opprimere continuamente i meno potenti. E però non solo non mi invita l’acquisto di Cremona, anzi mi spaventa, perché arà tanto più occasione e stimoli a offenderci, e sarà tanto più concitato da’ milanesi che non potranno tollerare l’alienazione di Cremona da quello ducato; e la medesima cagione irriterà la nazione tedesca e il re de’ romani, perché medesimamente Cremona e la Ghiaradadda è membro delle giurisdizioni dello imperio. Non sarebbe almanco53 biasimata tanto la nostra ambizione, né cercheremmo con nuovi acquisti farci ogni dì nuovi inimici, e più sospetti a ciascuno: per il che bisognerà finalmente o che noi diventiamo superiori a tutti o che noi siamo battuti da tutti; e quale sia più per succedere è facile a considerare a chi non ha diletto di ingannarsi da se medesimo. La sapienza e la maturità di questo senato è stata conosciuta e predicata54 per tutta Italia e per tutto il mondo molte volte; non vogliate macularla con sì temeraria e sì pericolosa deliberazione. Lasciarsi traportare dagli sdegni contro all’utilità propria è leggerezza, stimare più i pericoli piccoli che i grandissimi è imprudenza; le quali due cose essendo alienissime dalla sapienza e gravità di questo senato, io non posso se non persuadermi che la conclusione che si farà55 sarà moderata e circospetta, secondo la vostra consuetudine. —
Non potette tanto questa sentenza, sostenuta da sì potenti ragioni e dalla autorità di molti che erano de’ principali e de’ più savi del senato, che non potesse molto più la sentenza contraria, concitata dall’odio e dalla cupidità del dominare, veementi autori56 di qualunque pericolosa deliberazione; perché era smisurato l’odio negli animi di ciascuno contro a Lodovico Sforza conceputo, né minore il desiderio di aggiugnere allo imperio veneto la città di Cremona col suo contado e con tutta la Ghiaradadda; aggiunta stimata assai, perché ciascuno anno se ne traevano di entrata almeno centomila ducati, e molto più per l’opportunità57; conciossiaché, abbracciando con questo augumento quasi tutto il fiume dell’Oglio, distendevano i loro confini insino in sul Po e ampliavangli per lungo spazio in sul fiume di Adda, e appressandosi a quindici miglia alla città di Milano e alquanto più alle città di Piacenza e di Parma, pareva loro quasi aprirsi la strada a occupare tutto il ducato di Milano, qualunque volta il re di Francia avesse o nuovi pensieri o potenti difficoltà di là da’ monti. Il che potere succedere, innanzi che passasse molto tempo,, dava speranza la natura de’ franzesi58, più atti ad acquistare che a mantenere; l’essere quasi perpetua la loro republica e nel regno di Francia accadere spesso, per la morte de’ re, variazione di pensieri e di governi; la difficoltà di conservarsi la benivolenza de’ sudditi, per la diversità del sangue e de’ costumi franzesi con gl’italiani. Però,, confermata col voto de’ più questa sentenza, commessono agli oratori loro che erano appresso al re che conchiudessino con le condizioni offerte questa confederazione, ogni volta che in essa delle cose di Pisa non si trattasse.
La quale eccezione turbò non mediocremente l’animo del re, perché sperava col mezzo del diposito unire alla impresa sua i viniziani e i fiorentini; e sapendo che già i viniziani erano inclinati a rimuoversi per accordo dalla difesa di Pisa, gli pareva conveniente che più presto dovessino farlo in modo che si accrescesse facilità alla vittoria dello stato di Milano, poiché aveva a ridondare a beneficio comune, che, per avere alquanto migliori condizioni nella concordia, essere cagione che i fiorentini restassino congiunti con Lodovico Sforza : per il mezzo del quale sapendo tenersi la pratica di Ferrara, aveva non piccola dubitazione che, conchiudendosi per sua opera, né i viniziani né i fiorentini alla fine fussino con lui. Però, parendogli poco prudente quella deliberazione per la quale restasse in dubbio dell’una e dell’altra republica, e sdegnato della diffidenza che si dimostrava di lui, si inclinò a fare più presto la pace, che continuamente si trattava, col re de’ romani, con condizione che all’uno fusse libero fare la guerra contro a Lodovico Sforza, all’altro il farla contro a’ viniziani. Fece adunque rispondere da’ deputati che trattavano in nome suo con gli oratori viniziani, non volere convenire con loro se insieme non si dava perfezione al59 diposito trattato di Pisa, e a quegli de’ fiorentini disse egli medesimo che stessino sicuri che non concorderebbe mai co’ viniziani in altra forma. Ma non lo lasciorono stare fermo in questo proposito il duca Valentino con gli altri agenti del pontefice, e il cardinale di San Piero a Vincola, Gianiacopo da Triulzi e tutti quegli italiani che per gli interessi propri lo incitavano alla guerra : i quali, con molte ed efficaci ragioni, gli persuaseno che, per la potenza de’ viniziani e per l’opportunità che avevano a offendere il ducato di Milano, non poteva essere più pernicioso consiglio che privarsi de’ loro aiuti per timore di non60 perdere quegli de’ fiorentini, i quali, per i travagli loro e perché erano lontani a61 quello stato, potevano essergli di poco profitto; e che questo facilmente causerebbe che Lodovico Sforza, rimovendosi, per riconciliarsi co’ viniziani, dal favore de’ fiorentini, il che era stato causa di tutte le discordie tra loro, si riunirebbe con essi. Donde che difficoltà fussino per nascere, essendo congiunti i viniziani e Lodovico, dimostrarsi, se non per altro, per la esperienza degli anni passati; perché se bene nella lega fatta contro a Carlo fusse concorso il nome di tanti re, nondimeno le forze solamente de’ viniziani e di Lodovico avergli tolto Novara, e difeso sempre contro a lui il ducato di Milano. Ricordavangli essere fallace e pericoloso consiglio il fare fondamento in su l’unione con Massimiliano, nel quale si erano, insino a quel dì, veduti i disegni assai maggiori che la facoltà o la prudenza del colorirgli62, e quando pure fusse per avere successi più prosperi che per l’addietro, doversi considerare quanto fusse a proposito l’augumento di uno inimico perpetuo e sì acerbo alla corona di Francia. Con le quali ragioni commosseno in modo il re che, mutata sentenza, consentì che senza parlare più delle cose di Pisa si conchiudesse la confederazione co’ viniziani: nella quale fu convenuto che nel tempo medesimo che egli assaltasse con potente esercito il ducato di Milano essi, da altra banda, facessino, di verso i63 loro confini, il medesimo; e che guadagnandosi per lui tutto il resto del ducato, Cremona con tutta la Ghiaradadda, eccettuata però la riva di Adda per quaranta braccia, si acquistasse a’ viniziani; e che acquistato che avesse il re il ducato di Milano, i viniziani fussino obligati, per certo tempo e con determinato numero di cavalli e di fanti, a difenderlo; e da altra parte il re fusse tenuto al medesimo per Cremona e quello possedevano in Lombardia e insino agli stagni viniziani64. La quale convenzione fu contratta con tanto segreto che a Lodovico Sforza stette occulto per più mesi se fusse fatta tra loro solo confederazione a difesa, come da principio era stato solennemente publicato nella corte di Francia e a Vinegia, o se pure vi fussino capitoli concernenti l’offesa sua; né il papa medesimo, che era tanto congiunto col re, potette se non tardi averne certezza.
1. Cfr. cap. precedente.
2. Il consiglio dei pregati era composto di 120 cittadini eletti dal Maggior Consiglio ed aveva compiti direttivi analoghi a quelli dell’antico senato romano.
3. per farne l’ultima determinazione: per prendere la decisione definitiva.
4. in questa sentenza: così. Cfr. il latino in hanc sententiam loqui.
5. prestantissimi: insigni. Cfr. il latino praestans.
6. che non si conosca per ciascuno: che ognuno non sappia.
7. dissimili… maggiori: ben lontani dalla generosità dei nostri antenati.
8. rispetti abietti e privati: considerazioni meschine e particolaristiche.
9. il cadere… non avere: l’essere considerati privi di.
10. penitenza: punizione.
11. vendicarsi… provocarti: cfr. Ricordi, C 74 (Op. I, pp. 749-50).
12. di comodità e di profitto: di vantaggi e di utilità.
13. si ordinano per: vengono tramate da.
14. a disporre: si sottintende «contro».
15. senza… nostre: senza assicurare altrimenti i nostri interessi.
16. quanto è più facile… riputazione: Cfr. Ricordi, C 72 (Op. I, p. 741) e C 144 (Op. I, p. 769).
17. il timore che… non: il timore che.
18. si implicherà: s’impegnerà.
19. composizione: accordo.
20. Strigneci: ci costringe.
21. ci fa ricercare… noi: fa sì che un re così potente ci chieda ciò che noi dovremmo chiedere a lui.
22. alla giornata: ogni giorno.
23. fabbricare… disegni: ideare grandissimi progetti.
24. formidabile: temibile.
25. emulazione: rivalità.
26. esosi: odiosi.
27. di grandissimo momento: di grandissima entità.
28. fallaci: fuggevoli.
29. la troppo curiosa sapienza: la saggezza eccessivamente scrupolosa.
30. le cose… vani: cfr. Ricordi, C 23 (Op. I, p. 734).
31. l’autore di questa sentenza: il sostenitore di questo parere.
32. E’ non si può negare… che… non: non si può negare… che.
33. con la maturità del giudicio: con la prudenza.
34. il temperare se medesimo: il moderarsi.
35. che… liberatore: che recentemente ha tenuto il ruolo di liberatore.
36. proporsi innanzi agli occhi: considerare e prevedere. Espressione latineggiante: cfr. ante oculos proponere.
37. del continuo: continuamente.
38. il quale… in memoria: e chi non vede da sé (immediatamente e senza bisogno di prove) questo pericolo si ricordi. L’ultima parte della frase è fortemente latineggiante (cfr. in memoriam reducere).
39. divulse: divise.
40. non sono per implicarvisi: non sono disposti ad implicarvisi.
41. commovendo: sconvolgendo.
42. maravigliosa: grande e temibile.
43. ammirazione: meraviglia.
44. timidità: viltà.
45. la quale… operazioni: la quale, avendo al suo interno spinte diverse, agisce in modo disunito e discorde.
46. in quella nazione possa: su quel popolo influisca.
47. Padova, Vicenza, Verona, Rovereto, il Trevigiano, il Friuli e l’Istria.
48. di noi: su di noi.
49. di lui: su di lui.
50. desiderata: rimpianta.
51. gravità: prudenza.
52. le medesime cagioni: gli stessi motivi di contrasto.
53. almanco: almeno.
54. predicata: esaltata.
55. la conclusione che si farà: la decisione che si prenderà.
56. veementi autori: potenti stimoli.
57. per l’opportunità: per il vantaggio costituito dalla sua posizione geografica.
58. Il che… franzesi: Il che… tempo è dipendente da dava speranza la natura, de’ franzesi.
59. non si dava perfezione al: non si concludeva il.
60. per timore di non: per timore di.
61. a: da.
62. colorirgli: realizzarli.
63. di verso i: dalla parte dei.
64. La palude di Comacchio.
CAPITOLO VII
Vicende della guerra fra veneziani e fiorentini nel Casentino. Ercole d’Este in Venezia si pronunzia sul compromesso fra veneziani e fiorentini riguardo a Pisa. Malcontento pel compromesso in Venezia e lamentele degli oratori pisani. Aggiunte al compromesso all’insaputa de’ fiorentini. Venezia delibera di ritirare le milizie da Pisa. A Pisa si delibera di tentare ogni cosa pur di non tornare soggetti a Firenze.
Fatta la lega co’ viniziani, il re, senza fare più menzione di Pisa, propose a’ fiorentini condizioni molto diverse dalle prime: per la quale cagione e per le molestie che riceveano da’ viniziani, erano tanto più necessitati ad accostarsi al duca di Milano, con gli aiuti del quale le cose loro prosperavano continuamente nel Casentino. Dove gli inimici, danneggiati spesso da’ soldati e da’ paesani, e combattendo con la difficoltà delle vettovaglie e specialmente di sostentare i cavalli, si erano ristretti in Bibbiena e in alcun’altre piccole terre; non intermettendo però la diligenza1 di tenere i passi dello Apennino, per avere aperta la via del soccorso e la facoltà, quando pure fussino necessitati, di abbandonare con minore danno il Casentino: però a guardia del passo di Montalone si era fermato Carlo Orsino con le sue genti d’arme e con cento fanti; e più basso, quello della Vernia si guardava dall’Alviano. E da altra parte Pagolo Vitelli, procedendo maturamente2 secondo il consueto suo, poiché gli ebbe ridotti in sì pochi luoghi, si sforzava di costrignergli a partirsi dal passo di Montalone, con intenzione di mettere poi in necessità di fare il medesimo coloro che guardavano il passo della Vernia; acciocché le genti viniziane, ristrette in Bibbiena sola e circondate per tutto dagl’inimici e da’ monti, o fussino vinte facilmente o si consumassino per loro medesime; essendo massime3 molto diminuite, perché, oltre a quegli che erano stati ora qua ora là svaligiati, se ne erano, per la incomodità delle vettovaglie e difficoltà di sicuri alloggiamenti, partiti in più volte più di mille cinquecento cavalli e moltissimi fanti : de’ quali, assaltati nel passare dell’alpi da’ paesani, la maggiore parte aveva ricevuto gravissimo danno. Costrinseno alla fine queste difficoltà Carlo Orsino ad abbandonare co’ suoi il passo di Montalone, non senza pericolo di essere rotti4, perché, sapendosi non potervi più dimorare, molti de’ soldati de’ fiorentini e degli uomini del paese, che stavano vigilanti a questa occasione, gli assaltorono nel cammino : ma essi, avendo già preso il vantaggio de’ passi5, benché perdessino parte de’ carriaggi, si difeseno, e con danno non piccolo di quegli che disordinatamente gli seguitavano. L’esempio di Carlo Orsino fu, per le medesime necessità, seguitato da quegli che erano alla Vernia e a Chiusi, che abbandonati que’ passi si ritirorono in Bibbiena, ova si fermorono il duca d’Urbino, l’Alviano, Astore Baglione, Piero Marcello proveditore viniziano e Giuliano de’ Medici; riservatisi per guardia di quella terra, che sola tenevano in Casentino, sessanta cavalli e settecento fanti. Né gli sostentava altro che la speranza del soccorso, il quale i viniziani preparavano giudicando che, in quanto alla conservazione dell’onore e molto più a farsi migliori le condizioni dell’accordo, importasse non poco il non abbandonare totalmente la impresa del Casentino: e però il conte di Pitigliano raccoglieva a Ravenna con gran prestezza le genti disegnate a soccorrerla, sollecitandolo le spesse querele del duca d’Urbino e degli altri; i quali significando6 cominciare a mancare loro le vettovaglie, protestavano essere ridotti a mancamento tale di vivere che bisognerebbe che per salvarsi facessino presto patti con gli inimici. E per contrario, arebbono desiderato il duca di Milano e i capitani che erano nel Casentino prevenire il soccorso con la espugnazione di Bibbiena, e però dimandavano che si aggiugnessino quattromila fanti a quegli che erano nel campo; ma repugnavano7 al desiderio loro molte difficoltà, perché in paese freddo e alpestre i tempi che erano asprissimi impedivano assai l’azioni militari, e i fiorentini non erano molto pronti a questa provisione, parte per essere molto stracchi per le gravi e lunghe spese fatte e che continuamente facevano, parte perché nella città, per altre cagioni poco concorde, si era scoperta nuova dissensione; essendo alcuni de’ cittadini fautori di Pagolo Vitelli, altri inclinati a esaltare il conte Renuccio, antico e fedele condottiere di quella republica e che aveva in Firenze parenti di autorità: il quale, caduto per l’avversità che ebbe a Santo Regolo della speranza del primo luogo8, malvolentieri tollerava vederlo trasferito a Pagolo; e trovandosi con la compagnia sua in Casentino, non era pronto a quelle imprese dalle quali potesse accrescersi la riputazione di chi arebbe desiderato deprimere. Diventavano maggiori queste difficoltà per la natura di Pagolo, vantaggioso9 ne’ pagamenti, difficile co’ commissari fiorentini, e che spesso nella deliberazione ed espedizione10 delle cose si arrogava più autorità che non parea conveniente. E, pure allora, avea senza saputa de’ commissari conceduto al duca d’Urbino, ammalato, salvocondotto di partisi sicuramente del Casentino; sotto la fidanza del quale salvocondotto si era partito oltre a lui Giuliano de’ Medici, con grave dispiacere de’ fiorentini, che si persuadevano che, se al duca si fusse difficultato11 il partirsi, che il desiderio di andare a ricuperare nello stato suo la sanità l’arebbe costretto a concordare di levare le genti di Bibbiena; e si dolevano similmente che a Giuliano, ribelle prima e che era venuto con l’armi contro alla patria, fusse stata fatta senza saputa loro tale abilità12. Toglievano queste cose fede in Firenze a’ consigli e alle dimande13 di Pagolo : e molto più che la guerra non procedeva con molta sua riputazione appresso al popolo, perché e qualche fazione importante era stata fatta più da’ paesani che da’ soldati e perché, per l’opinione grande che avevano del suo valore, si erano promessi molto prima la vittoria degli14 inimici; attribuendo, come è natura de’ popoli, a non volere quello che si doveva attribuire più presto a non potere, per l’asprezza de’ tempi e per il mancamento delle provisioni. E però, tardandosi di fare l’augumento de’ quattromila fanti, ebbe tempo il conte di Pitigliano di venire a Castello d’Elci15, castello del ducato d’Urbino vicino a’ confini de’ fiorentini, ove prima erano Carlo Orsino e Piero de’ Medici, e ove si faceva la massa di tutte le genti16 per passare l’Apennino; le quali si ordinavano, come più atte alla fortezza e alla penuria del paese, più copiose assai di fanteria che di uomini d’arme17, e questi più presto con leggiera che con grave armadura. Fu questo l’ultimo sforzo che feciono i viniziani per le cose del Casentino. Il quale18 per interrompere, Pagolo Vitelli, lasciato leggieri assedio intorno a Bibbiena e la guardia necessaria a’ passi opportuni, andò col resto delle genti alla Pieve a Santo Stefano, terra de’ fiorentini situata al piede dell’alpi, per opporsi agli inimici nello scendere di quelle. Ma il conte di Pitigliano, avendo innanzi a sé l’alpi cariche di neve, e a piè dell’alpi l’opposizione potente e la strettezza de’ passi, difficili, quando si ha ostacolo, non che altro ne’ tempi benigni, a superare, non ardì mai di tentare di passare; con tutto che con gravi querele ne fusse molto stimolato dal senato viniziano, più veemente, secondo diceva egli, a morderlo19 che sollecito a provederlo20: e se bene gli fussino proposti disegni di qualche diversione, e già in Valdibagno fusse data qualche molestia alle terre de’ fiorentini, non fece, per questo, momento21 alcuno.
Ma quanto più procedevano fredde l’opere della guerra tanto più riscaldavano le pratiche dello accordo, desiderato per diversi rispetti dall’una parte e dall’altra, ma non meno desiderato e sollecitato dal duca di Milano; il quale, spaventato per la lega fatta tra il re di Francia e i viniziani, sperava che, succedendo22 questa concordia, i viniziani desidererebbono manco la passata de’ franzesi, e persuadendosi di più23 che, sodisfatti in questo caso della volontà e opere sue, avessino, almeno in qualche parte, a mitigare l’indegnazione conceputa contro a sé. Però, interponendosi24 tra loro appresso a Ercole da Esti suo suocero, costrigneva i fiorentini a cedere a qualche desiderio de’ viniziani, non tanto con l’autorità, perché appresso a loro, accortisi del suo disegno, cominciava già a essere sospetta la sua interposizione, quanto con lo accennare che, non si facendo la concordia25, sarebbe necessitato, per il timore che aveva del re di Francia, rimuovere se non tutte almeno parte delle sue genti da’ loro favori26. Trattossi molti mesi questa cosa a Ferrara, e interponendosi varie difficoltà, fu ricercato Ercole da’ viniziani che per facilitare l’espedizione27 andasse personalmente a Vinegia: di che egli faceva qualche difficoltà, ma molto maggiore i fiorentini perché sapevano i viniziani desiderare che in Ercole si facesse compromesso28, dalla qual cosa essi erano molto alieni; ma fu tanta la instanza di Lodovico Sforza che finalmente Ercole si dispose ad andarvi, e i fiorentini a mandare insieme con lui Giovambatista Ridolfi e Pagol’Antonio Soderini, due de’ principali e de’ più prudenti cittadini della loro republica. A Vinegia fu la prima disputazione se Ercole avesse, con autorità d’arbitro, a finire la controversia o, come amico comune interponendosi tra le parti, a cercare di comporle, come insino allora si era proceduto a Ferrara e ridotti a non molta difficoltà gli29 articoli principali e più importanti. Questo desideravano i fiorentini, conoscendo che Ercole, in quello che avesse a dipendere dall’arbitrio suo, terrebbe più conto della grandezza de’ viniziani che di loro, e che riducendosi a pronunziare il lodo30 in Vinegia sarebbe necessitato tanto più ad avere loro maggiore rispetto, e quel che non facesse per se medesimo31 lo indurrebbe a fare il duca di Milano, poiché tanto desiderava che i viniziani conoscessino essere in questo negozio utili loro le sue operazioni; e se bene molte difficoltà fussino quasi risolute a Ferrara, pure, e nell’ultima loro perfezione32 e in molti particolari, non restava piccola la potestà dell’arbitro; senza che, compromettendosi in lui33, era in sua facoltà partirsi34 da quello che prima era stato trattato. Da altra parte i viniziani aveano deliberato, se non si faceva il compromesso, di non procedere più oltre: non tanto per promettersi più dello arbitrio che non si promettevano i fiorentini, quanto perché questa materia aveva tra loro medesimi molte difficoltà. Conciossiaché tutti, stracchi dalle spese gravissime con piccola speranza di frutto, desiderassino la concordia, ma i più giovani massime e i più feroci del senato non la volessino se a’ pisani non si conservava interamente la libertà, e se non rimaneva loro almeno quella parte del contado che e’ possedevano quando furono ricevuti in protezione; per la quale opinione allegavano molte ragioni, ma quella principalmente che, essendosi con publico decreto promesso allora a’ pisani di conservargli in libertà, non si poteva mancarne senza maculare sommamente lo splendore della republica : alcuni altri, rendendosi manco difficili35 nelle altre cose, erano immoderati nella quantità delle spese le quali ricercavano che, abbandonando Pisa, fussino loro rifatte da’ fiorentini. Ma in contrario era il parere di quasi tutti i senatori più savi e di maggiore autorità: i quali, stracchi di tante spese, e disperati totalmente della difesa di Bibbiena e di potere più senza grandissimo travaglio sostenere le cose di Pisa, per le difficoltà che avevano trovate e nel mandarvi soccorso e nel fare diversione36, essendo riuscita maggiore la resistenza de’ fiorentini che da principio non si erano persuasi, considerando oltre a questo che, benché la impresa contro al duca di Milano fusse giudicata dovere essere facile, nondimeno che, non essendo il re di Francia pacificato col re de’ romani e sottoposto a vari impedimenti che potevano sopravenirgli di dà da’ monti, potrebbe essere per molti casi ritardato a muovere la guerra e, quando pure la movesse, che nelle cose belliche possono nascere di dì in dì molte e inopinate difficoltà e pericoli, ma sopratutto spaventati dagli apparati grandi, terrestri e marittimi, che si diceva fare Baiseth ottomanno per assaltargli nella Grecia, si risolvevano essere necessario consentire più presto, poi che altrimenti non si poteva, che l’onestà cedesse in qualche parte all’utilità che, per mantenere pertinacemente la fede data, perseverare in tante molestie. E perché erano certi che con grandissima difficoltà sarebbeno consentite ne’ loro consigli37 quelle conclusioni alle quali, insino dal principio, conoscevano essere necessario declinare38, avevano prudentemente, quando si cominciò a trattare a Ferrara, procurato che dal consiglio de’ pregati fusse data amplissima autorità sopra le cose di Pisa e dello accordo co’ fiorentini al consiglio de’ dieci, nel quale consiglio, molto minore di numero, intervengono tutti gli uomini di più gravità e autorità, che erano la maggiore parte di quegli medesimi che desideravano questa concordia: e ora, condotta la pratica a Vinegia, non si confidando di disporre il consiglio de’ pregati a consentire agli articoli trattati a Ferrara, e conoscendo che il consentirgli da per sé39 il consiglio de’ dieci sarebbe di molto carico a chi vi intervenisse40, instavano che si facesse il compromesso, sperando che del giudicio che ne nascesse si risentirebbono più gli uomini contro all’arbitro che contro a loro, e che più facilmente avesse a essere ratificato quello che già fusse lodato41 che consentito quando si trattasse per via di concordia con la parte. Però, dopo disputa di qualche dì, minacciando il duca di Milano i fiorentini, che ricusavano di compromettere, di levare subito di Toscana tutte le genti sue, fu fatto il compromesso per otto dì, libero e assoluto, in Ercole duca di Ferrara. Il quale, dopo molta discussione, pronunziò, il sesto dì di aprile : che fra otto dì prossimi si levassino l’ofiese tra i viniziani e i fiorentini, e che il dì della festività prossima di santo Marco42 tutte le genti e aiuti di ciascuna delle parti si partissino e ritornassino agli stati propri e che i viniziani il dì medesimo levassino di Pisa e del suo contado tutte le genti che v’avevano, e abbandonassino Bibbiena e tutti gli altri luoghi che occupavano de’ fiorentini, i quali perdonassino agli uomini di Bibbiena i falli commessi; e che per ristoro delle spese fatte, quali affermavano i viniziani ascendere a ottocentomila ducati, fussino obligati i fiorentini a pagare loro, insino in dodici anni43, quindicimila ducati per anno: che a’ pisani fusse conceduta venia di tutti i delitti fatti, facoltà di esercitare per mare e per terra ogni qualità di arti e di mercatanzie: stessino in custodia loro le fortezze di Pisa e de’ luoghi che il dì del lodo dato possedevano, ma con patto che de’ pisani si eleggessino le guardie, o d’altronde, di persone44 non sospette a’ fiorentini, e fussino pagate delle entrate che caverebbono di Pisa i fiorentini, non accrescendo né il numero degli uomini né la spesa consueta a tenersi innanzi alla rebellione: rovinassinsi, se così paresse a’ pisani, tutte le fortezze del contado proprio di Pisa state ricuperate da’ fiorentini mentre che i viniziani avevano la loro protezione: che in Pisa le prime instanze de’ giudici civili fussino giudicate da uno podestà forestiere, eletto da’ pisani di luogo non sospetto a’ fiorentini; e il capitano eletto da’ fiorentini non conoscesse se non delle cause delle appellazioni45, né potesse procedere, in caso alcuno criminale dove si trattasse di sangue d’esilio o di confiscazione, senza il consiglio di uno assessore, eletto da Ercole o da’ suoi successori, di cinque dottori di legge che del dominio suo gli fussino proposti da’ pisani : restituissinsi a’ padroni i beni mobili e immobili occupati da ogni parte, intendendosi ciascuno assoluto da’ frutti presi46; e in tutte l’altre cose lasciate illese le ragioni de’ fiorentini in Pisa e nel suo territorio, e proibito a’ pisani che circa le fortezze e qualunque altra cosa non47 macchinassino contro alla republica fiorentina.
Publicato il lodo in Vinegia, si levorono per tutta la città e nella nobiltà, contro a Ercole e contro a’ principali che avevano maneggiato questa pratica, molte querele; biasimandosi per la maggiore parte che a’ pisani si mancasse, con grandissima infamia della repubblica, della fede promessa, e lamentandosi che delle spese fatte nella guerra non fusse stata avuta la considerazione conveniente. Le quali querele accendevano assai i loro48 oratori, che innanzi al lodo dato stati tenuti artificiosamente da’ viniziani in speranza che indubitatamente resterebbono con piena libertà, e che sarebbe aggiudicato loro non solo il resto del contado ma forse il porto di Livorno, si risentivano tanto più quanto più gli effetti riuscivano contrari a quello che si erano persuasi; lamentandosi che le promesse della conservazione della libertà fatte loro tante volte da quel senato, sotto la fede del quale avevano disprezzato l’amicizia di tutti gli altri potentati e rifiutato più volte condizioni molto migliori offerte da’ fiorentini, fussino sì indegnamente violate, né proveduto anche49 alla loro sicurtà se non con apparenze vane. Perché, come potevano essere sicuri che i fiorentini, rimettendo in Pisa i magistrati, e ritornandovi con la restituzione del commercio i mercatanti e sudditi loro, e da altra parte partendosene per andare alle proprie abitazioni e culture i contadini che erano stati membro grande della difesa di quella città, non pigliassino con qualche fraude il dominio assoluto? il che potrebbono fare con grandissima facilità, e massime restando in potere loro la guardia delle porte. E che sicurtà essere avere le fortezze in mano, se quegli che le guardavano avevano a essere pagati da’ fiorentini, né fusse lecito in tanto sospetto tenervi guardia maggiore di quella che soleva tenersi ne’ tempi tranquilli e sicuri? Essere medesimamente vana la perdonanza delle cose commesse, poi che si concedeva a’ fiorentini facoltà di distruggergli per via della ragione e de’ giudìci50, perché le mercatanzie e gli altri beni mobili tolti nel tempo della ribellione ascendevano a tanta valuta che non solo occuperebbeno le loro sostanze51 ma né sarebbeno sicure dalle carceri le persone. Le quali querele per estinguere, i principali del senato operorno che il dì seguente, benché fusse spirato il termine del compromesso, Ercole, il quale intesa tanta indegnazione di quasi tutta la città temeva di se medesimo, aggiugnesse al lodo dato, senza saputa degli oratori fiorentini, dichiarazione che sotto nome delle fortezze si intendessino le porte della città di Pisa e dell’altre terre che avevano le fortezze, per la guardia delle quali, e per i salari del podestà e dell’assessore, fusse assegnata a’ pisani certa parte delle entrate di Pisa; e che i luoghi non sospetti de’ quali si faceva menzione nel lodo52 fussino lo stato della Chiesa, di Mantova, di Ferrara e di Bologna, esclusine però gli stipendiari di altri53; e che alla restituzione de’ beni mobili fusse imposto perpetuo silenzio: fusse in potestà de’ pisani nominare l’assessore54, di qualunque luogo non sospetto: non procedesse il capitano55 in alcuna causa criminale benché minima senza l’assessore: fussino i pisani trattati bene da’ fiorentini, secondo l’uso delle altre città nobili d’Italia; né potessino essere poste loro nuove gravezze56. La quale dichiarazione non fu procurata perché i viniziani desiderassino che la fusse osservata ma per raffreddare l’ardore degli oratori pisani, e per giustificarsi nel consiglio de’ pregati che se non si era ottenuta la libertà de’ pisani si era almanco proveduto tanto alla sicurtà e bene essere loro che non si potrebbe dire fussino dati in preda o abbandonati. Nel quale consiglio, dopo molte dispute, prevalendo pure la considerazione delle condizioni de’ tempi e delle difficoltà del sostenere i pisani, e sopratutto il timore dell’armi del turco, fu deliberato che il lodo con espresso consentimento non si ratificasse ma, quel che è più efficace in tutte le cose, si mettesse a esecuzione co’ fatti, levando fra gli otto dì l’offese57 e rimovendo le genti di Toscana al tempo determinato, con intenzione di più non intromettersene: più tosto, per sospetto che Pisa non cadesse in potestà del duca di Milano, cominciavano molti del senato a desiderare che la ricuperassino i fiorentini.
Né in Firenze, inteso che fu il tenore del lodo dato, si dimostrò minore movimento di animi; aggravandosi di avere a rifare parte delle spese a chi gli aveva ingiustamente molestati, e molto più non parendo loro conseguire altro che il nome nudo del dominio, poiché le fortezze avevano a essere guardate per i pisani e che l’amministrazione della giustizia criminale, uno de’ membri58 principali alla conservazione degli stati, non aveva a essere libera de’ loro magistrati : nondimeno, sforzandogli a ratificare i medesimi protesti del duca di Milano che gli avevano indotti a compromettere, e sperando di avere in progresso di breve tempo, con la industria e con l’usare umanità a’ pisani, a ridurre le cose a migliore forma, ratificorno espressamente il lodo dato; ma non l’addizioni59, non ancora pervenute a notizia loro. Maggiore fu la indegnazione e l’ambiguità60 de’ pisani : i quali, concitati maravigliosamente contro al nome viniziano e insospettiti di maggiore fraude, subito che ebbono inteso quel che si conteneva nel lodo, rimossono le genti loro dalla guardia delle fortezze di Pisa e delle porte né vollono che più alloggiassino nella città, e stetteno in dubitazione grande molti dì se accettavano le condizioni del lodo o no; piegandogli da una parte il timore, poiché si vedevano abbandonati da tutti, da altra tenendogli fermi l’odio de’ fiorentini, e molto più la disperazione di avere a trovare perdono per la grandezza delle offese fatte e per essere stati cagione di infinite spese e danni loro, e di avergli messo più volte in pericolo della propria libertà. Nella quale ambiguità benché il duca di Milano gli confortasse a cedere, offerendo di essere mezzo co’ fiorentini a vantaggiare le condizioni del lodo, nondimeno, per tentare se in lui fusse più61 l’antica cupidità e disposti in tal caso a darsegli liberamente62, gli mandorono imbasciadori ; e finalmente, dopo lunghi pensieri e agitazioni, determinorono di tentare prima ogni cosa estrema che tornare sotto il dominio de’ fiorentini: e a questo furono occultamente confortati da’ genovesi da’ lucchesi e da Pandolfo Petrucci. Né stettono i fiorentini senza sospetto che ’l duca di Milano, benché la verità fusse in contrario, non gli avesse confortati al medesimo : tanto poco si aspetta sincerità o opere fedeli da chi è venuto in concetto degli uomini di essere solito a governarsi con duplicità e con artifici63. Ma a’ fiorentini, esclusi dalla speranza di ottenere Pisa per accordo, parve avere occasione opportuna di espugnare quella città; però, fatto ritornare nel contado di Pisa Pagolo Vitelli, sollecitavano con diligenza grande le provisioni64 richieste da lui.
1. non… diligenza: senza smettere però di aver cura.
2. maturamente: prudentemente.
3. si consumassino… massime: si logorassero da sole, tanto più che erano.
4. rotti: disfatti.
5. avendo… passi: avendo già raggiunto i passi e trovandosi quindi in posizione vantaggiosa.
6. significando: comunicando.
7. repugnavano: si opponevano.
8. primo luogo: la carica più alta nell’esercito (capitano generale).
9. vantaggioso: esigente ed ingordo.
10. espedizione: esecuzione.
11. si fusse difficultato: fosse stato reso difficile.
12. abilità: concessione.
13. ai consigli e alle dimande: alle proposte di piani d’azione e alle richieste conseguenti.
14. degli: sugli.
15. Casteldelci, in provincia di Pesaro.
16. si faceva la massa di tutte le genti: si raccoglievano tutti i soldati.
17. uomini d’arme: soldati a cavallo.
18. Il quale: si riferisce a sforzo.
19. morderlo: rimproverarlo.
20. provederlo: pagarlo.
21. momento: movimento.
22. succedendo: realizzandosi.
23. di più: inoltre.
24. interponendosi: facendo da intermediario.
25. la concordia: l’accordo.
26. rimuovere… da’ loro favori: allontanare… dal servizio che prestavano presso di loro.
27. espedizione: conclusione.
28. in Ercole si facesse compromesso: si affidasse all’arbitrato di Ercole la soluzione della controversia.
29. cercare di comporle… si era proceduto… e ridotti a non molta difficoltà gli: cercare di metterle d’accordo come… si era proceduto… e dopo aver eliminato le maggiori difficoltà dagli.
30. riducendosi a pronunziare il lodo: recandosi a pronunziare il giudizio arbitrale.
31. per se medesimo: di sua libera iniziativa.
32. nell’ultima loro perfezione: nella loro conclusione definitiva.
33. compromettendosi in lui: affidando al suo arbitrato la soluzione della controversia.
34. partirsi: allontanarsi.
35. manco difficili: meno rigidi.
36. nel fare diversione: nel tentare di distogliere il nemico dall’obbiettivo principale con altre azioni.
37. sarebbono consentite ne’ loro consigli: sarebbero state approvate nei loro organi collegiali.
38. declinare: cedere.
39. da per sé: da solo.
40. sarebbe… intervenisse: avrebbe arrecato grande impopolarità a chi ne faceva parte.
41. lodato: stabilito dalla sentenza dell’arbitro.
42. 25 aprile.
43. insino in dodici anni: per dodici anni.
44. che de’ pisani… persone: che le guardie delle fortezze, elette o tra i pisani o tra gente di altri luoghi, fossero persone.
45. non conoscesse… appellazioni: non esercitasse la propria competenza e non emettesse i propri giudizi se non nelle cause di appello.
46. ciascuno… presi: non dovendo nessuno essere punito per ciò che ne aveva ricavato né fare restituzioni in danaro.
47. proibito… che… non: proibito… che.
48. loro: dei pisani.
49. né… anche: e nemmeno.
50. per via della ragione e de’ giudici: con la legge e con i processi.
51. occuperebbono le loro sostanze: si sarebbero impadroniti delle loro sostanze.
52. Cfr. nota 44.
53. gli stipendiari di altri: coloro che ricevevano uno stipendio militare da altri stati.
54. L’assessore era il funzionario che assisteva e consigliava il podestà nell’esercizio delle sue mansioni.
55. Il capitano era il magistrato, in genere forestiero, incaricato di tutelare gli interessi economici e professionali del popolo.
56. gravezze: tasse.
57. levando… l’offese: ponendo fine entro otto giorni alle ostilità.
58. membri: elementi, fattori.
59. l’addizioni: le aggiunte (fatte in un secondo tempo dal duca di Ferrara).
60. ambiguità: incertezza.
61. più: ancora.
62. liberamente: spontaneamente e senza condizioni.
63. tanto poco… artifici: Cfr. Ricordi, C 104 e 105 (Op. I, pp. 757-58).
64. le provisioni: i provvedimenti.