CAPITOLO VIII

Il re di Francia si prepara alla spedizione contro Lodovico Sforza. I fiorentini sollecitati dal re di Francia e da Lodovico deliberano di non aderire né all’una né all’altra parte e di attendere alla riconquista di Pisa. Milizie francesi si raccolgono in Asti e milizie veneziane a Brescia. Preparativi di difesa di Lodovico Sforza.

Le quali1 mentre che si sollecitano, crescevano continuamente i pericoli di Lodovico Sforza. Perché né la interposizione sua all’accordo aveva in parte alcuna placati gli animi de’ viniziani, costanti nel desiderio della sua distruzione, per l’odio e per la speranza del guadagno; né Massimiliano era così pronto alla guerra contro al re di Francia come era sollecito a dimandargli spesso danari, anzi, contro alle promesse molte volte fattegli, prolungò la tregua sua col re per tutto il mese d’agosto prossimo, e togliendogli in uno tempo medesimo la speranza che gli avesse a giovare più il soccorso suo di quello che gli avesse giovato la diversione2, unito con la lega de’ svevi3, roppe guerra a’ svizzeri, dichiaratigli ribelli dello imperio, per varie differenze4 che erano tra loro5: la quale6, continuata da ogni banda con grande impeto, ebbe vari progressi e grande uccisione dall’una parte e dall’altra; in modo che Lodovico era certo non potere più, in caso gli bisognasse, ottenere aiuto da lui se non terminasse prima questa guerra o con vittoria o con accordo; e nondimeno, promettendogli Massimiliano che mai converrebbe né col re di Francia né co’ svizzeri senza includervi lui, era costretto, per non se lo alienare, porgergli spesso nuovi danari. La quale occasione conoscendo il re di Francia, e quanto importasse l’avere congiunti seco i viniziani e il pontefice, disprezzati i conforti7 di molti, che lo consigliavano che, per essere re nuovo e poco abbondante di pecunia, differisse all’anno seguente la guerra contro al ducato di Milano, e sperando dovere ottenere in spazio di pochi mesi la vittoria e però non essergli necessaria quantità grande di danari, apertamente si preparava; porgendo secretamente, per tenere occupato Massimiliano, qualche somma di danari a’ svizzeri. E perciò il duca di Milano, vedendo manifestamente approssimarsi la guerra, si sforzava con grandissima diligenza e sollecitudine di non rimanere solo in tanti pericoli; perché e di trovare mezzo di concordia col re e di convenire più co’ viniziani totalmente si diffidava, né trovava ne’ re di Spagna, ricercati instantemente da lui, pensiero alcuno della sua salute. Però, tentando8 in un tempo medesimo gli animi di tutti gli altri, mandò Galeazzo Visconte a Massimiliano e a’ svizzeri per interporsi a ridurgli a concordia9; e sapendo che al pontefice non riusciva il pensiero del matrimonio di Ciarlotta per Cesare Borgia suo figliuolo, perché la fanciulla, o mossa dall’amore e dalla autorità paterna o vero confortatane occultamente dal re di Francia, benché esso dimostrasse di affaticarsi in coltrario, ricusava ostinatamente di volerlo per marito se insieme non si componevano le cose di Federigo suo padre, il quale offeriva al re di Francia tributo annuo e ampie condizioni, ebbe speranza Lodovico di alienarlo dalle cose oltramontane, e gli fece grandissima instanza di tirarlo in confederazione seco, nella quale prometteva che oltre al re Federigo entrerebbono i fiorentini : offerendo che da lui e dagli altri confederati gli sarebbe dato aiuto contro a’ vicari della Chiesa10, e donata quantità grande di danari per comprare qualche stato onorato per il figliuolo. Le quali offerte, benché da principio fussino udite simulatamente da Alessandro, si scoperseno presto vane; perché egli, sperando dalla compagnia del re11 di Francia premi molto maggiori che quegli era per conseguire se Italia di nuovo non si empieva di eserciti oltramontani, consentì che il figliuolo, escluso già del matrimonio di Ciarlotta, si congiugnesse con una figliuola di monsignore di Alibret12, il quale per essere del sangue reale e per la grandezza de’ suoi stati non era inferiore ad alcuno de’ signori di tutto il reame di Francia. Né cessò Lodovico, certificato ogni dì più della mala disposizione de’ viniziani, di stimolare secretamente contro a loro con uomini propri, concorrendo al medesimo il re Federigo, il principe de’ turchi, il quale già per se medesimo faceva potentissimi apparati; persuadendosi che assaltati da lui non darebbeno molestia allo stato di Milano. Ed essendogli note le preparazioni che facevano i fiorentini per espugnare Pisa, si sforzò, con offerire loro quello aiuto sapessino desiderare, di obligargli alla difesa sua con trecento uomini d’arme e dumila fanti, espugnata che avessino Pisa. E da altra parte, il re di Francia gli ricercava che gli promettessino di accomodarlo di cinquecento uomini d’arme per uno anno; obligandosi, acquistato che avesse lo stato di Milano, aiutargli per uno anno con mille lancie alle imprese loro, e promettendo non fare accordo alcuno con Lodovico se nel medesimo tempo non fussino reintegrati di Pisa e dell’altre terre, e che il pontefice e i viniziani prometterebbono difendergli se innanzi all’acquisto di Milano fussino molestati da alcuno.

Nelle quali contrarie dimande era ne’ fiorentini molta irresoluzione, così per la difficoltà della materia come per la divisione degli animi. Perché non ricercando Lodovico gli aiuti loro se non in caso che avessino ricuperato Pisa, era molto più presente e più certo il soccorso suo che quello che prometteva il re di Francia, riputato in quanto alle cose di Pisa di poco frutto; perché, per l’occasione di essere allora quella città abbandonata da ciascuno, erano voltati tutti i pensieri loro a conseguirla in quella state : e moveva oltre a questo non poco gli animi di molti la memoria che l’avergli ne’ loro pericoli aiutato Lodovico fusse stato cagione che ’l senato viniziano si fusse confederato col re di Francia alle offese sue; e molto più gli moveva il timore che per lo sdegno di essere negate le sue dimande non impedisse loro l’espugnare Pisa, il che con non molta difficoltà arebbe potuto fare. Ma in contrario, giudicandosi che egli non potesse resistere al re di Francia e a’ viniziani, pareva pericolosa deliberazione inimicarsi con uno re le cui armi si dubitava che dopo non molti mesi avessino a correre per tutta Italia; e la memoria de’ benefici ricevuti da Lodovico nella guerra contro a’ viniziani, per i quali diceva con verità avere avuta origine i suoi pericoli, era facilmente cancellata dalla memoria che per opera sua fusse prima proceduta la ribellione di Pisa, che egli, desideroso di insignorirsene, gli avesse sostentati e fatto sostentare da altri per molti mesi e perseguitato in quel tempo i fiorentini con molte ingiurie, in modo che maggiori erano state l’offese che i favori: a’ quali non era anche condisceso se non per non potere tollerare che i viniziani gli avessino tolto quello che già con la speranza e con l’ambizione riputava proprio ne’ concetti suoi. E veniva in considerazione che, dichiarandosi per Lodovico, il re potrebbe similmente, per mezzo del pontefice e de’ viniziani confederati suoi, impedire la recuperazione di Pisa. Però deliberorno in ultimo di non muoversi in favore né del re di Francia né del duca di Milano, e in questo mezzo fare la impresa di Pisa, alla quale pensavano bastare le forze proprie; e nondimeno, per non dare a Lodovico cagione di interromperla, usando seco le sue arti, tenerlo in più speranza potessino. E però, dopo avere differito molti dì a dargli risposta, mandorno uno segretario publico a fargli intendere che la intenzione della republica era, in quanto all’effetto, la medesima che la sua, ma essere qualche discrepanza nel modo : perché erano determinati, recuperato che avessino Pisa, di non gli mancare degli aiuti dimandati, ma conoscere molto pernicioso il farne seco espressa convenzione, perché non si potendo nelle città libere tali cose espedire13 senza consentimento di molti non potevano essere segrete, e palesandosi darebbeno occasione al re di Francia di fare che il pontefice e i viniziani soccorressino i pisani; donde la promessa sarebbe nociva a loro e a lui inutile, perché non espugnando Pisa non sarebbono obligati né potrebbono aiutarlo. Però giudicare che e’ bastasse la fede che si dava a parole col consentimento de’ cittadini principali, dall’autorità de’ quali tutte le deliberazioni publiche dependevano; né recusare per altra cagione il convenirne seco per scrittura; offerendo finalmente, per maggiore dichiarazione dell’animo loro14, che se da lui si dimostrasse qualche modo da potere15, fuggendo tanto danno, sodisfare al desiderio suo sarebbeno parati a eseguirlo. Per la quale risposta, benché acuta e piena di artificio, e perché non accettavano l’offerte degli aiuti suoi, conobbe Lodovico non potere avere speranza certa delle genti loro16 : accorgendosi che da ogni parte gli mancavano le speranze. Perché il soccorso promessogli continuamente dal re de’ romani era incerto molto per la varietà della natura sua e per lo impedimento della guerra co’ svizzeri; e se bene Federigo prometteva mandargli quattrocento uomini d’arme e mille cinquecento fanti sotto Prospero Colonna, dubitava non tanto della volontà, perché la difesa del ducato di Milano era anche a beneficio suo, quanto della impotenza e lentezza sua; ed Ercole da Esti suo suocero, ricercato di aiuto da lui, gli aveva, rimproverandogli quasi l’antica ingiuria che per opera sua fusse rimasto a’ viniziani il Pulesine di Rovigo, risposto dispiacergli l’essere impedito ad aiutarlo, perché essendo i confini de’ viniziani tanto vicini alle porte di Ferrara era necessitato attendere a guardare la casa propria.

Perdute adunque tutte le speranze che non dependevano da se medesimo, attendeva sollecitamente a fortificare Anon, Novara e Alessandria della Paglia, terre esposte a’ primi movimenti del re di Francia; con deliberazione d’opporre all’impeto suo Galeazzo da San Severino con la maggiore parte delle sue forze, e il resto sotto il marchese di Mantova opporre a’ viniziani: benché non molto poi, o per imprudenza o per avarizia o perché a’ consigli celesti non si possa resistere17, disordinò da sé proprio questo sussidio18. Perché, avendosi cominciato vanamente a persuadere che i viniziani, a’ quali Baiseth ottomanno avea per terra e per mare con apparato stupendo19 rotta la guerra, necessitati a difendere contro a tanto inimico le cose proprie, non l’avessino a molestare, e desiderando sodisfare a Galeazzo da San Severino, impaziente20 che ’l marchese lo precedesse di titolo, cominciò a muovergli difficoltà ricusando di pagargli certo residuo di stipendi vecchi e ricercando da lui giuramenti e cauzioni insolite dell’osservanza della fede; e benché poi, vedendo che i viniziani mandavano continuamente gente nel bresciano, per essere parati a muovere la guerra nel tempo medesimo che i franzesi la movessino, cercasse per mezzo del duca di Ferrara, suocero comune21, di riconciliarselo, le difficoltà non si risolverono sì presto che più presto non sopravenissino i pericoli. I quali apparivano ogni dì maggiori : perché nel Piemonte, ove il duca di Savoia si era di nuovo congiunto al re, passavano continuamente genti che si fermavano intorno ad Asti; e le speranze del duca sempre diminuivano perché il re Federico, o per impossibilità o per negligenza, tardava a mandare gli aiuti promessi e qualche speranza che gli restava che i fiorentini, espugnata che avessino Pisa, gli manderebbono in soccorso Pagolo Vitelli, della virtù22 del quale teneva tutta Italia grandissimo conto, fu dalla diligenza del re di Francia interrotta23; perché, con aspre parole e quasi minaccie usate agli oratori loro, ottenne che la republica secretamente gli promesse per scrittura di non dare al duca aiuto alcuno, senza ricevere di questo in ricompenso da sé24 promessa alcuna. Però Lodovico, lasciata a’ confini de’ viniziani sotto il conte di Gaiazzo leggiera difesa, mandò Galeazzo da San Severino di là dal fiume del Po, con mille seicento uomini d’arme mille cinquecento cavalli leggieri diecimila fanti italiani e cinquecento fanti tedeschi; ma più con intenzione di attendere alla difesa delle terre25 che di resistere nella campagna26, perché giudicava che l’allungare27 gli fusse utile per molte cagioni, e specialmente perché di dì in dì sperava la conclusione dell’accordo trattato in nome suo dal Visconte tra Massimiliano e le leghe de’ svizzeri, il quale subito che avesse avuto perfezione28 gli erano promessi aiuti potenti da lui, ma altrimenti non solo non ne poteva sperare ma gli era difficile il soldare fanti in quelle parti, perché i moti che vi erano grandissimi tiravano gli uomini del paese a quella guerra.

1. Le quali: si riferisce a provisioni (cfr. fine del cap. precedente).

2. la diversione: si allude al tentativo di distogliere il re dall’attaccarlo, intervenendo nella questione di Pisa a favore di Firenze.

3. La lega degli svevi era stata costituita nel 1488 tra principi cavalieri e città della Germania meridionale, allo scopo di confermare la pace generale promossa due anni prima da Massimiliano.

4. differenze: controversie.

5. Gli svizzeri non accettavano le conclusioni della dieta di Worms del 1495 né la pace generale che era stata proclamata l’anno dopo, non si sottomettevano al tribunale camerale generale e all’mposta, e non volevano concedere a Massimiliano di arruolare soldati nel loro territorio, diritto che invece avevano concesso al re di Francia.

6. la quale: si riferisce a guerra.

7. disprezzati i conforti: non tenendo nessun conto delle esortazioni.

8. tentando: sondando.

9. per interporsi a ridurgli a concordia: per mediare un accordo tra loro.

10. contro a’ vicari della Chiesa: contro coloro che, in qualità di vicari della Chiesa, dominavano di fatto alcuni territori, come Perugia, Bologna, ecc.

11. dalla compagnia del re: dall’alleanza col re.

12. Charlotte d’Albret, figlia di Alain d’Albret.

13. espedire: decidere ed eseguire.

14. per… loro: per chiarire meglio le loro intenzioni.

15. se da lui… potere: se lui indicasse un modo in cui fosse possibile.

16. conobbe… genti loro: Lodovico capì di non poter contare sulle loro armi.

17. perché… resistere: Cfr. Ricordi, C 138 (Op. I, p. 767).

18. disordinò… sussidio: fu proprio lui a rendere vano questo rimedio.

19. con apparato stupendo: con forze di inusitata potenza.

20. impaziente: che mal tollerava.

21. Federico Gonzaga aveva sposato Isabella e Lodovico Beatrice, entrambe figlie di Ercole d’Este.

22. della virtù: del valore.

23. interrotta: resa vana.

24. da sé: si riferisce al re di Francia.

25. delle terre: dei luoghi fortificati.

26. nella campagna: in campo aperto.

27. l’allungare: il procedere con lentezza dilazionando lo scontro col nemico.

28. il quale… perfezione: non appena concluso il quale.

CAPITOLO IX

Conquista di diverse terre del ducato di Milano da parte dei francesi. Lodovico Sforza incita i sudditi alla resistenza. La perdita di Alessandria. Pavia s’accorda coi francesi e i veneziani fanno scorrerie fino a Lodi. Tumulti in Milano. Lodovico si rifugia in Germania. Il re di Francia a Milano.

Né si fece da parte alcuna altro effetto di guerra che leggiere correrie, insino a tanto che ebbono passato i monti le genti destinate alla guerra, sotto Luigi di Lignì, Eberardo di Obignì e Gianiacopo da Triulzi: perché il re, se bene veniva a Lione spargendo fama di volere, quando così ricercasse il bisogno, passare in Italia, intendeva di governarla1 per mezzo de’ capitani. Ma unito che fu insieme tutto l’esercito de’ franzesi, nel quale furono mille seicento lancie cinquemila svizzeri quattromila fanti guasconi e quattromila d’altre parti di Francia, i capitani il terzodecimo dì di agosto posono il campo alla rocca di Arazzo posta in su la ripa del Tanaro; nella quale benché fussino cinquecento fanti la preseno in brevissimo spazio, dandosi causa di2 tanta prestezza allo impeto dell’artiglierie, ma non meno alla viltà de’ difensori. Presa la rocca di Arazzo, andorno a campo ad Anon3, castello in su la strada maestra tra Asti e Alessandria e in su la ripa del Tanaro opposita ad Arazzo, forte di sito, e che era stato per qualche mese innanzi molto fortificato dal duca di Milano; e benché il Sanseverino, che alloggiava appresso ad Alessandria in campagna, intesa la perdita di Arazzo, avesse desiderato mandarvi nuovi fanti e migliori, perché settecento che ve ne aveva messi prima erano di gente nuova e non esperta alla guerra, non potette metterlo a esecuzione perché i franzesi, per impedire che non4 vi andasse soccorso, aveano, di consentimento del marchese di Monferrato signore di quel luogo, messa gente nella terra di Filizano5 posta tra Alessandria e Anon. Però, non facendo quegli che erano in Anon migliore esperienza di quello che si aspettava6, i franzesi, battuto prima il borgo e poi la terra da quattro parti, la espugnorono in due dì; e dipoi espugnorono la fortezza, ammazzando tutti i fanti che vi erano rifuggiti7. Dal quale successo, più repentino di quello che si era creduto, spaventato il Sanseverino si ritirò con tutte le genti in Alessandria; scusando il suo timore col dire di avere fanteria inutile, e che i popoli dimostravano animo poco stabile nella divozione di Lodovico. Da che i franzesi tanto più inanimiti si accostorno a quattro miglia ad Alessandria, e nel tempo medesimo presono Valenza, dove erano molti soldati e artiglierie, per opera di Donato Raffagnino milanese, castellano, corrotto dalle promesse del Triulzio, dal quale introdotti per la fortezza nella terra8, presono e ammazzorono tutti i soldati, e tra questi restò prigione Ottaviano fratello naturale del Sanseverino; e fu cosa notabile che questo medesimo castellano aveva, venti anni innanzi, mancando di fede a madonna Bona e al piccolo duca Giovanni Galeazzo, dato a Lodovico Sforza una porta di Tortona, in quel medesimo dì che introdusse i franzesi in Valenza. E discorrendo9 dipoi per il paese10 come uno folgore, si arrendé loro senza difficoltà Basignano11, Voghiera12, Castelnuovo13 e Ponte Corone14, e il medesimo fece, pochi dì poi, la città e la rocca di Tortona; dalla quale si ritirò di là da Po, senza aspettare assalto alcuno, Antonmaria Palavicino che vi era a guardia.

L’avviso delle quali cose andato a Milano, Lodovico Sforza, vedendosi ridotto in tante angustie e che tanto impetuosamente andava in precipizio lo stato suo, perduto, come si fa nelle avversità sì subite, non meno l’animo che il consiglio, ricorreva a quegli rimedi a’ quali solendo ricorrere gli uomini nelle cose afflitte e quasi ridotte a ultima disperazione, fanno più presto palese a ciascuno la grandezza del pericolo che ne conseguitino15 frutto alcuno. Fece descrivere16 nella città di Milano tutti gli uomini abili a portare arme; e convocato il popolo, al quale era in odio grande il nome suo per molte esazioni che aveva fatte, lo liberò da una parte delle gravezze17, soggiugnendo con caldissime parole che se pareva che qualche volta fussino stati troppo aggravati, non l’attribuisseno gli uomini alla natura sua, né a cupidità che avesse mai avuto di accumulare tesoro; ma i tempi e i pericoli d’Italia, prima per la grandezza de’ viniziani dipoi per la passata del re Carlo, averlo costretto a fare questo, per potere tenere in pace e in sicurtà quello stato e potere resistere a chi volesse assaltarlo: avendo giudicato non potere fare maggiore beneficio alla patria e a’ popoli suoi che provedere non fussino molestati dalle guerre. E che questo fusse stato consiglio di inestimabile utilità averlo i frutti che se ne erano ricolti chiarissimamente dimostrato, perché tanti anni sotto il governo suo erano stati in somma pace e tranquillità, per la quale si era grandemente augumentata la magnificenza le ricchezze e lo splendore di quella città: di che fare fede manifestissima gli edifici le pompe18 e tanti ornamenti e la moltiplicazione quasi infinita dell’arti e degli abitatori, nelle quali cose la città e il ducato di Milano non solo non cedevano ma erano superiori a qualunque altra città e regione d’Italia. Ricordassinsi di essere stati governati da sé senza alcuna crudeltà, e con quanta mansuetudine e benignità avesse udito sempre ciascuno, e che solo tra tutti i prìncipi di quella età, senza perdonare a19 fatica o travaglio del corpo, aveva per se medesimo, ne’ dì deputati all’udienze publiche, amministrato a tutti giustizia sommaria e indifferente20. Ricordassinsi de’ meriti e della benivolenza del suo padre, che gli aveva governati più presto come figliuoli che come sudditi; e proponessinsi innanzi agli occhi quanto sarebbe acerbo lo imperio superbo e insolente de’ franzesi, i quali per la vicinità di quello stato al reame di Francia ne farebbono, se lo occupassino, come altre volte aveva di tutta Lombardia fatto quella nazione, sedia21 ferma e perpetua de’ popoli suoi, cacciatine gli antichi abitatori. Però pregargli che, alienando l’animo da i costumi barbari e inumani22, si disponessino a difendere insieme la patria e la propria salute. Né doversi dubitare che, se si sforzassino di sostenere per brevissimo tempo i primi pericoli, sarebbe facile il resistere, essendo i franzesi più impetuosi nello assaltare che costanti nel perseverare; e perché egli senza dilazione aspettava potenti aiuti dal re de’ romani, il quale, già composte le cose co’ svizzeri, si preparava per soccorrerlo in persona; e che erano in cammino le genti le quali il re di Napoli gli mandava con Prospero Colonna; e credere che il marchese di Mantova, essendo risolute seco tutte le difficoltà, fusse già con trecento uomini d’arme entrato nel cremonese : alle quali cose aggiugnendosi la prontezza e la fede del popolo suo si renderebbe sicurissimo degli inimici, quando bene oltre a quello esercito fusse congiunta insieme tutta la possanza di Francia. Le quali parole, udite con maggiore attenzione che frutto, non giovorono più che si giovassino l’armi opposte a’ franzesi.

Per il timore de’ quali, stimando manco il pericolo imminente da’ viniziani, che avevano mossa la guerra in Ghiaradadda e presa la terra di Caravaggio e le altre vicine a Adda, rivocò il conte di Gaiazzo con la più parte delle genti mandate a quella difesa, e le fece andare a Pavia, perché si unissino con Galeazzo per la difesa di Alessandria. Ma già da ogni banda si accelerava la sua ruina, perché il conte di Gaiazzo si era accordato prima secretamente col re di Francia; potendo più in lui lo sdegno che Galeazzo, fratello minore di età e minore eziandio nello esercizio militare, gli fusse anteposto nel capitanato dello esercito e in tutti gli onori e favori che la memoria di innumerabili benefìci ricevuti, egli e i fratelli, da Lodovico. Affermano alcuni che qualche mese innanzi era penetrato agli orecchi suoi avviso di questa fraude, in sul quale, stato alquanto tacito sopra di sé23, avere finalmente sospirando risposto a chi gliene aveva significato24, non potersi persuadere25 una tanta ingratitudine; e se pure era vero, non sapere finalmente come avere a provedervi, né di chi più si avesse a confidare poiché i più intrinsechi26 e più beneficati lo tradivano: affermando non riputare minore o manco perniciosa calamità privarsi per sospetto vano, della opera delle persone fedeli che, per incauta credulità, commettersi alla fede di quegli i quali meritavano di essere sospetti. Ma mentre che ’l conte di Gaiazzo fa il ponte su ’l Po per unirsi col fratello e artificiosamente ne manda in lungo l’esecuzione, mentre che fatto il ponte differisce di passare, essendo già l’esercito franzese stato due giorni intorno ad Alessandria e battendola con l’artiglierie, Galeazzo, con cui erano mille dugento uomini d’arme27 mille dugento cavalli leggieri e tremila fanti, la notte del terzo dì, non conferiti i suoi pensieri ad alcuno degli altri capitani eccetto che a Lucio Malvezzo, accompagnato da una parte de’ cavalli leggieri, fuggì occultamente di Alessandria, dimostrando, con grandissimo suo vituperio ma non con minore infamia della prudenza di Lodovico, a tutto il mondo quanta differenza sia da maneggiare uno corsiere e correre nelle giostre e ne’ torniamenti grosse lancie28, ne’ quali esercizi avanzava ogn’altro italiano, a essere capitano di uno esercito; e con quanto danno proprio si ingannano i prìncipi che, nel fare elezione delle persone alle quali commettono le faccende grandi, hanno più in considerazione il favore29 di chi eleggono che la virtù. Ma come la partita di Galeazzo fu nota per Alessandria, tutto il resto della gente cominciò tumultuosamente chi a fuggire chi ad ascondersi; con la quale occasione entratovi in sul fare del dì l’esercito franzese, non solo messe in preda i soldati che vi restavano ma con la licenza militare saccheggiò tutta la città. È fama che Galeazzo avea ricevuto lettere, scritte col nome e col suggello di Lodovico Sforza, che gli comandavano che per essere nato certo movimento in Milano si ritirasse là subito con tutte le genti; e alcuno dubitò poi che non fussino state fabricate falsamente dal conte di Gaiazzo, per facilitare con questa arte la vittoria de’ franzesi: le quali lettere Galeazzo era poi solito a mostrare per sua giustificazione, come se per quelle gli fusse stato commesso30, non che conducesse lo esercito salvo e in caso conoscesse poterlo fare, ma che temerariamente l’abbandonasse. Ma questo non è tanto certo quanto è certo a ciascuno che, se in Galeazzo fusse stato o consiglio di capitano o animo militare, arebbe potuto facilmente difendere Alessandria e la maggiore parte delle cose di là da Po, con le genti che aveva, anzi arebbe forse avuto qualche prospero successo: perché avendo, pochi dì innanzi, passato il fiume della Bornia31 una parte dello esercito franzese e, per essere sopravenute grosse pioggie, trovandosi rinchiusa tra i fiumi della Bornia e del Tanaro, non bastò l’animo a Galeazzo di assaltargli, se bene gli fusse significato che alcuni de’ suoi cavalli leggieri, usciti di Alessandria per il ponte che in sul Tanaro congiugne il borgo alla città e andati inverso di loro, avessino quasi messo in fuga la prima squadra.

La perdita di Alessandria spaventò tutto il resto del ducato di Milano, oppresso a ogn’ora da nuove calamità: perché e i franzesi passato Po erano andati a campo a Mortara, donde Pavia si era accordata con loro, e le genti de’ viniziani, presa la rocca di Caravaggio e passato in su uno ponte di barche il fiume di Adda, avevano corso insino a Lodi; e già quasi tutte l’altre terre tumultuavano. Né in Milano era minore confusione o terrore che altrove, perché tutta la città sollevata aveva preso l’armi : e con tanto poca riverenza verso il suo signore che, uscendo da lui del castello32, nel mezzo del dì, Antonio da Landriano generale suo tesoriere, fu nella strada publica, o per inimicizie particolari o per ordine di chi desiderava cose nuove, ammazzato. Per il qual caso, Lodovico entrato in gravissimo spavento della sua persona, e privato d’ogni speranza di resistere, deliberò, lasciando bene guardato il castello di Milano, di andarsene co’ figliuoli in Germania, per fuggire il pericolo presente e per sollecitare, secondo diceva, Massimiliano a venire a’ suoi favori33; il quale o aveva già conchiuso o aveva per ferma34 la concordia co’ svizzeri. Fatta questa deliberazione, fece subito partire i figliuoli accompagnati dal cardinale Ascanio, che pochi dì innanzi era venuto da Roma per soccorrere quanto poteva le cose del fratello, e dal cardinale di San Severino: e insieme con loro mandò il tesoro, diminuito molto da quello che soleva essere : perché è manifesto che otto anni innanzi, avendo Lodovico per ostentare la sua potenza mostratolo agli imbasciadori e a molti altri, si era trovato ascendere tra danari e vasi di argento e di oro, senza le gioie che erano molte, alla quantità di uno milione e mezzo di ducati; ma in questo tempo, secondo l’opinione degli uomini, passava di poco dugentomila. Partiti i figliuoli, deputò, benché ne fusse sconfortato35 da tutti i suoi, alla guardia del castello di Milano Bernardino da Corte pavese, che allora ne era castellano, antico allievo suo36, anteponendo la fede di costui a quella del37 fratello Ascanio che se gli era offerto di pigliarne la cura, e vi lasciò tremila fanti sotto capitani fidati, e provisione di vettovaglie di munizione e di danari bastante a difenderlo per molti mesi: e risoluto nelle cose di Genova fidarsi d’Agostino Adorno, allora governatore38, e di Giovanni suo fratello, a cui era congiunta in matrimonio una sorella de’ Sanseverini39, mandò loro i contrasegni40 del castelletto. A’ Buonromei gentiluomini di Milano restituì Anghiera41, Arona e altre terre in sul Lago Maggiore, che aveva loro occupate, e a Isabella di Aragona, moglie già del duca Giovan Galeazzo, fece a conto delle sue doti donazione del ducato di Bari e del principato di Rossano per trentamila ducati, ancora che ella non gli avesse voluto concedere il piccolo figliuolo di Giovan Galeazzo, il quale egli desiderava che co’ figliuoli suoi andasse in Germania. E poiché, ordinate queste cose, fu dimorato quanto gli parve potere dimorare sicuramente, reggendosi già la terra per se stessa, partì con molte lagrime, il secondo dì di settembre, per andare in Germania, accompagnato dal cardinale da Esti42 e da Galeazzo Sanseverino e, per assicurarsi il cammino, da Lucio Malvezzo e da non piccolo numero di uomini d’arme e di fanti. Né era appena uscito del castello che il conte di Gaiazzo, sforzandosi di coprire con qualche colore43 la sua perfidia, fattosegli incontro gli disse che, poiché egli abbandonava lo stato suo, pretendeva restare libero della condotta che aveva da lui, e potere prendere di sé qualunque partito gli piacesse; e immediate poi44 scoperse il nome e l’insegne di soldato del re di Francia, andando a’ soldi suoi con la medesima compagnia che aveva messa insieme e conservata co’ danari di Lodovico. Il quale da Como, dove lasciò la fortezza in potestà del popolo, se ne andò per il lago insino a Bellagio; e di poi smontato in terra passò da Bormio e per quegli luoghi dove già, nel tempo che era collocato in tanta gloria e felicità, aveva ricevuto Massimiliano, quando più presto come capitano suo e de’ viniziani che come re de’ romani passò in Italia. Fu perseguitato45 tra Como e Bormio dalle genti franzesi e dalla compagnia del conte di Gaiazzo; da’ quali luoghi, lasciata guardia nella fortezza di Tiranno46, che fu pochi dì poi occupata da’ grigioni, si indirizzò verso Spruch47, dove intendeva essere la persona di Cesare.

Dopo la partita di Lodovico i milanesi, mandati subitamente imbasciadori a’ capitani approssimatisi già con l’esercito a sei miglia alla città, consentirono di ricevergli liberamente48, riservando il capitolare alla venuta del re, dal quale, procedendo solamente con la misura dell’utilità propria, speravano immoderate grazie ed esenzioni; e il medesimo feceno senza dilazione tutte l’altre terre del ducato di Milano. Volle49 la città di Cremona, essendo circondata dalle genti de’ viniziani, lo imperio de’ quali abborriva, fare il medesimo; ma non volendo il re rompere la capitolazione fatta co’ viniziani, fu necessitata arrendersi a loro. Seguitò Genova la medesima inclinazione, facendo a gara il popolo gli Adorni e Gianluigi dal Fiesco di essere gli autori50 principali di darla al re. E perché contro a Lodovico si dimostrasse non solo una rovina sì repentina e sì grande, avendo in venti dì perduto sì nobile e sì potente stato, ma ancora tutti gli esempli di ingratitudine, il castellano di Milano, eletto da lui per il più confidato tra tutti i suoi, senza aspettare né uno colpo di artiglieria né alcuna specie di assalto, dette, il duodecimo dì dalla partita sua, al re di Francia il castello che era tenuto inespugnabile, ricevuta in premio di tanta perfidia quantità grande di danari la condotta di cento lancie51 provisione perpetua52 e molte altre grazie e privilegi, ma con tanta infamia e con tanto odio, eziandio appresso a’ franzesi, che, rifiutato da ognuno come di fiera pestifera e abominevole il suo commercio53, e schernito per tutto dove arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna e dalla coscienza (potentissimo e certissimo flagello di chi fa male), passò non molto poi per dolore all’altra vita. Parteciporno di questa infamia i capitani che con lui erano rimasti nel castello, e sopra gli altri Filippino dal Fiesco54, il quale, allievo del duca e lasciatovi da lui per55 molto fedele, in cambio di confortare il castellano a tenersi56, acciecato da grandissime promesse lo confortò al contrario, e insieme con Antonio Maria Palavicino, che interveniva in nome del re, trattò la dedizione57. Ma come il re ebbe a Lione le nuove di tanta vittoria, succeduta molto più presto di quello aveva sperato, passò subito con celerità grande a Milano; dove ricevuto con grandissima letizia concedé la esenzione di molti dazi : benché il popolo, intemperante ne’ desideri suoi, avendo fatto concetto58 di avere a essere esente in tutto, non rimanesse con molta sodisfazione. Fece molte donazioni di entrate a molti gentiluomini dello stato di Milano; tra’ quali riconoscendo i meriti di Gianiacopo da Triulzi, gli concedette Vigevano e molte altre cose.

1. governarla: oggetto è la guerra.

2. dandosi causa di: attribuendosi.

3. Castello d’Annone.

4. per impedire che non: per impedire che.

5. Felizzano.

6. non facendo… migliore esperienza di quello che s’aspettava: non dando di sé… prova migliore di quanto si prevedesse.

7. che vi erano rifuggiti: che vi si erano rifugiati.

8. per la fortezza nella terra: attraverso la fortezza nella città.

9. discorrendo: correndo.

10. per il paese: per il territorio.

11. Bassignana.

12. Voghera.

13. Castelnuovo Scrivia.

14. Pontecurone.

15. che ne conseguitino: che ottenerne. Soggetto è gli uomini.

16. descrivere: arruolare.

17. gravezze: tasse.

18. le pompe: il lusso.

19. senza perdonare a: senza risparmio di.

20. sommaria e indifferente: rapida e imparziale.

21. sedia: dimora.

22. alienando… inumani: opponendosi ai costumi barbari e inumani (dei francesi).

23. in sul quale… sopra di sé: udito il quale, dopo aver taciuto pensierosamente per un po’ di tempo.

24. gliene aveva significato: glielo aveva detto.

25. non potersi persuadere: non poter credere vera.

26. intrinsechi: intimi.

27. uomini d’arme: soldati a cavallo armati pesantemente.

28. correre… grosse lancie: partecipare a grandi giostre e tornei.

29. il favore: la celebrità, il prestigio.

30. commesso: ordinato.

31. Bormida.

32. uscendo da lui del castello: uscendo dal castello dove si trovava lui (Lodovico).

33. a’ suoi favori: in suo aiuto.

34. aveva per ferma: considerava sicura.

35. sconfortato: sconsigliato.

36. antico allievo suo: suo vecchio discepolo d’arte militare.

37. anteponendo… a quella del: fidandosi più di costui che del.

38. Era stato fatto vicario ducale di Genova da Lodovico Sforza nel 1488.

39. Eleonora di Roberto Sanseverino.

40. I contrassegni erano segni di riconoscimento (per lo più monete o medaglie spezzate) di cui una metà restava in mano del signore e l’altra veniva tenuta dal governatore.

41. Angera.

42. Ippolito d’Este.

43. colore: apparenza di legittimità.

44. immediate poi: subito dopo.

45. Fu perseguitato: fu inseguito.

46. Tirano.

47. Innsbruck.

48. liberamente: senza condizioni.

49. e: anche.

50. gli autori: i promotori.

51. la condotta di cento lancie: l’assunzione come condottiere di cento «lances garnies» (Cfr. I, XI, nota 4).

52. provisione perpetua: stipendio militare per tutta la vita.

53. il suo commercio: i rapporti con lui.

54. Fratello di Obietto e di Gian Luigi.

55. per: perché considerato.

56. a tenersi: a resistere.

57. la dedizione: la resa.

58. avendo fatto concetto: aspettandosi.

CAPITOLO X

I fiorentini padroni di tutto il contado di Pisa. I fiorenitni danno l’assalto alla città che si trova in grave pericolo d’esser presa, senonché Paolo Vitelli fa sospendere l’azione. Malattie fra le milizie fiorentine. Il Vitelli leva il campo di Pisa; fatto prigione e condotto a Firenze è decapitato. Capi principali di condanna del Vitelli.

Ma nel tempo medesimo che dal re di Francia si movevano l’armi contro al ducato di Milano, Pagolo Vitelli, raccolte le genti e le provisioni de’ fiorentini, per potere più facilmente attendere alla espugnazione di Pisa, pose il campo alla terra di Cascina; la quale, se bene fusse proveduta sufficientemente di difensori e delle altre cose necessarie, e similmente munita di fossi di ripari, ottenne, dappoi che furono piantate l’artiglierie, in ventisei ore: perché essendo cominciati a impaurire gli uomini della terra, per il progresso grande che per l’essere le mura deboli aveano fatto l’artiglierie, i soldati forestieri che vi erano dentro, prevenendogli1, si arrenderono, patteggiata solamente la salvezza delle persone e robe proprie, e lasciati loro e i commissari e soldati pisani in arbitrio libero de’ vincitori. Arrenderonsi dipoi, alla richiesta di uno trombetto2 solo, la terre edificata per la guardia della foce di Arno, e il bastione dello Stagno abbandonato da’ pisani, in modo che per i pisani non si teneva altro in tutto il contado che la fortezza della Verrucola e la piccola torre d’Asciano, non molestate dagli inimici per la incomodità d’avere, volendo espugnarle, a passare Arno, e perché, essendo contigue a Pisa, potevano facilmente essere soccorse, e perché non importava alla somma delle cose3 il perdervi tempo.

Rimaneva adunque sola l’espugnazione di Pisa, impresa, da coloro che discorrevano4 prudentemente, non reputata se non difficile per la fortezza della città e per il numero virtù e ostinazione degli uomini che vi erano dentro : perché se bene in Pisa non erano soldati forestieri, eccetto Gurlino da Ravenna5 e pochi altri, i quali, venutivi agli stipendi6 de’ viniziani, vi erano volontariamente rimasti dopo la partita delle loro genti, vi era copioso il numero de’ cittadini e de’ contadini, né minore di qualità che di quantità; perché per l’esperienza continua di cinque anni erano quasi tutti divenuti atti alla guerra, e con proposito sì ostinato di non ritornare sotto il dominio de’ fiorentini che arebbono riputata minore qualunque altra gravissima avversità. Non aveano le mura della città fossi innanzi a sé, ma [ erano] molto grosse e di pietra di antica struttura, talmente conglutinata7, per la proprietà delle calcine che si fanno in quel paese, che per la loro solidità resistendo più che comunemente non fanno l’altre muraglie alle artiglierie, davano, innanzi che le fussino gittate in terra, molto spazio, a coloro che erano dentro, di riparare. E nondimeno i fiorentini deliberorno d’assaltarla, confortati al medesimo da Pagolo Vitelli e da Rinuccio da Marciano, i quali davano speranza grande di espugnarla in quindici giorni. E perciò, avendo messi insieme diecimila fanti e molti cavalli, e fatti secondo la richiesta del capitano abbondantissimi provedimenti, egli, l’ultimo dì di luglio, vi pose il campo, non, come era ricordato8 da molti e come faceano instanza i fiorentini, da quella parte d’Arno che proibiva il soccorso che vi venisse di verso Lucca ma dall’altra parte del fiume, di riscontro alla fortezza di Stampace; o perché gli paresse facilitarsi assai la vittoria se espugnava quella fortezza, o per maggiore comodità delle vettovaglie che si conducevano dalle castella delle colline, o perché avesse avuto notizia che i pisani, non credendo che mai s’accampasse da quella parte, non v’aveano cominciato, come dall’altra parte facevano, riparo alcuno. Cominciossi a battere la rocca di Stampace e la muraglia, dalla mano destra e sinistra per lunghissimo tratto, con venti pezzi grossi d’artiglieria, cioè da Santo Antonio a Stampace e dipoi insino alla porta che si dice a mare, posta in sulla riva d’Arno. E per contrario i pisani, non intermettendo dì e notte di lavorare, e insieme con loro le donne non meno pertinaci e animose a questo che gli uomini, feciono in pochissimi dì all’opposito della muraglia che si batteva, un riparo di grossezza e altezza notabile e uno fosso molto profondo; non gli spaventando che mentre che lavoravano ne erano feriti e morti9 molti delle artiglierie, o per proprio colpo o per reverberazione10, la quale peste offendeva similmente i soldati del campo, percossi talmente dalle artiglierie di dentro, massime da una passavolante11 piantata in sulla torre di San Marco, che erano necessitati, per tutto il campo, o di alzare il terreno per ripararsi o alloggiare nelle fosse. Procedessi più dì con questi modi; e benché fusse già gittato in terra grande spazio di muraglia da Santo Antonio a Stampace, e ridotta quella fortezza in termini che il capitano sperava di potere senza molta difficoltà ottenerla, nondimeno per farsi la vittoria più facile si continuava a battere da Stampace insino alla porta a mare, scaramucciandosi in questo mezzo spesso tra la muraglia battuta e il riparo, tanto lontano dalle mura che Stampace restava tutta fuora del riparo : in una delle quali scaramucce fu ferito il conte Renuccio di uno archibuso. Ed era il consiglio12del capitano, come avesse occupata Stampace, piantare l’artiglierie in su quella e in sulla muraglia battuta, donde offendendosi per fianco tutta quella parte che difendevano i pisani, sperava quasi certa la vittoria; e nel tempo medesimo fare cadere verso il riparo, acciocché riempiendosi il fosso fusse più facile a’ soldati la salita, una alia13 di muro tra Stampace e il riparo, la quale, tagliata prima con gli scarpelli, si sosteneva co’ puntelli di legname. Da altra parte i pisani, che si governavano nella difesa secondo il consiglio di Gurlino, aveano fatte di verso Santo Antonio alcune case matte14 nel fosso per impedire agli inimici, in caso vi scendessino, il riempierlo, e distese su per i ripari verso Santo Antonio molte artiglierie, e alloggiati i fanti loro a piè del riparo, acciocché, riducendosi le cose allo stretto, si opponessino con le proprie persone agli inimici. Finalmente Paolo Vitelli, il decimo dì poi che si era accampato, non volendo differire più a pigliare Stampace, presentatavi la mattina in sull’alba la battaglia15, benché i soldati fussino offesi dalle artiglierie della cittadella vecchia, la prese più prestamente e con maggiore facilità che non aveva sperato, e con tanto spavento de’ pisani che abbandonati i ripari si mettevano per tutta la città in fuga; e molti, tra’ quali Piero Gambacorta cittadino nobile, con quaranta balestrieri a cavallo che militavano sotto lui, si fuggirono di Pisa; e se ne sarebbono fuggiti molti più se da’ magistrati non fusse stata fatta resistenza alle porte: in modo che è manifesto che se si procedeva innanzi si otteneva quella mattina la vittoria, con grandissima gloria del capitano; al quale sarebbe stato felicissimo quel dì che fu origine delle sue calamità. Perché, non conoscendo egli, secondo che poi si scusava, l’occasione che insperatamente se gli presentò, né avendo ordinato di dare quel dì la battaglia con tutto il campo16, né ad altro che a quella torre, non solo non mandò le genti ad assaltare il riparo, ove non arebbeno trovato resistenza, ma fece ritornare indietro la maggiore parte de’ fanti, che inteso l’acquisto di Stampace, desiderosi di saccheggiare la città, correvano tumultuosamente per entrarvi; e in quel tanto i pisani, volando la fama per la città che gli inimici non seguitavano la vittoria17, e concitati da’ pianti e dalle grida miserabili delle donne, che gli confortavano a eleggere più presto la morte che la conservazione della vita sotto il giogo de’ fiorentini, cominciarono a ritornare alla guardia de’ ripari. A’ quali essendo ritornato Gurlino, e considerando che dal rivellino18 che aveva Stampace verso la terra era una via che andava verso la porta a mare, la quale aveano prima ripiena di terra e di legname e fortificata verso il campo, ma non proveduto all’altra via verso Stampace, fece subito riparare e riempire da quel lato; e fatto uno terrato19, con artiglierie che tiravano per fianco, impediva l’entrare da quella parte. Acquistata Stampace, Paolo vi fece tirare in alto falconetti20 e passavolanti, i quali tiravano per tutta Pisa ma non offendevano i ripari, i quali,, benché fussino offesi dalle artiglierie piantate da basso, non però gli abbandonavano i pisani, e nel tempo medesimo si batteva la casa matta verso Santo Antonio e la porta a mare e le difese : né cessava Paolo Vitelli di sforzarsi di riempire il fosso con fascine, per facilitarsi il pigliare il riparo. Contro alle quali cose i pisani, in sussidio de’ quali erano la notte seguente stati mandati da Lucca trecento fanti, cresciuti di animo, gittavano fuochi lavorati21 nel fosso; e ponendo sommo studio di necessitare quegli del campo ad abbandonare la torre di Stampace, vi voltarono uno grandissimo passavolante detto il bufolo, a pochi colpi22 del quale ottennono che si levasse l’artiglieria piantata in alto: contro al quale benché Pagolo voltasse23 alcuni passavolanti, da’ quali fu sboccato24, non cessando però di trarre25, lacerò di maniera in più dì la torre che Pagolo fu alla fine costretto di levare l’artiglieria e abbandonarla. Né fu altro il successo del muro tagliato: perché, avendo similmente i pisani puntellato dalla parte di dentro per farlo cadere di verso il fosso, quando Pagolo volle farlo cadere stette immobile. Non privò questo caso il capitano della speranza di avere a ottenere finalmente la vittoria; la quale cercando, secondo la natura sua, di acquistare più sicuramente e con minore danno dell’esercito che si poteva, con tutto che in più luoghi fussino in terra già più di cinquecento braccia di muraglia, attendeva continuamente ad ampliare la batteria, a sforzarsi di riempiere i fossi della terra e a fortificare la torre di Stampace, per piantarvi di nuovo artiglieria e potere battere per fianco i ripari grandi che avevano fatto i pisani : sforzandosi, con tutta la perizia e arte sua, d’acquistare al continuo maggiore opportunità per dare più sicuramente la battaglia generale e ordinata. La quale, benché già avesse condotto le cose in grado che qualunque volta si desse sperasse molto la vittoria, differiva volentieri di dare, perché tanto più si diminuisse il danno dello esercito e si avesse maggiore certezza di ottenerla: con tutto che i commissari de’ fiorentini, a’ quali ogni minima dilazione era molestissima, e riscaldati con lettere e messi continui da Firenze, non cessasseno di stimolarlo che con l’accelerare prevenisse agl’impedimenti che a ogn’ora potrebbeno nascere. Il quale consiglio di Pagolo, forse più prudente e più secondo la disciplina militare, ebbe contraria la fortuna. Perché essendo il paese di Pisa, che è pieno di stagni e di paludi tra la marina vicina e la città, sottoposto in quella stagione dell’anno a pestiferi venti, e specialmente da quella parte onde era alloggiato il campo, sopravenneno in due dì nello esercito infinite infermità; per le quali, quando Pagolo volle dare la battaglia, che fu il vigesimo quarto dì di agosto, si accorse essere fatto inutile tanto numero di genti, ché quegli che erano sani non bastavano a darla : il quale disordine benché i fiorentini ed egli, oppresso come gli altri da infermità, si ingegnassino di ristorare col soldare nuovi fanti, nondimeno la influenza26 prevaleva talmente che era ogni dì molto maggiore la diminuzione che il supplemento. Però, disperato in ultimo di potere più conseguire la vittoria e dubitando di qualche danno, deliberò levare il campo; contradicendo molto i fiorentini, perché desideravano che, messa nella fortezza di Stampace sufficiente guardia, si fermasse con l’esercito appresso a Pisa. La qual cosa disprezzata da lui, perché la rocca di Stampace,. conquassata prima molto dalle artiglierie sue e poi da quelle de’ pisani, non si poteva difendere, abbandonatala, ridusse il quarto dì di settembre tutto il campo alla via della marina; e diffidandosi di potere condurre per terra l’artiglieria a Cascina, perché dalle pioggie erano soffocate27 le strade, la imbarcò alla foce d’Arno perché si conducesse a Livorno: ma mostrandosi in ogni cosa avversa la fortuna, se ne sommerse una parte, che fu non molto dipoi ricuperata da’ pisani, che nel tempo medesimo ripreseno la torre che è a guardia della foce. Per i quali accidenti si augumentò tanto la sinistra opinione che il popolo fiorentino aveva già conceputa di Pagolo che, pochi dì poi, chiamato in Cascina da’ commissari, sotto specie28 di ordinare la distribuzione delle genti alla stanze29, fu da loro, per comandamento del magistrato supremo della città, fatto prigione; donde mandato a Firenze e, la notte medesima che vi arrivò, esaminato aspramente con tormenti, fu il seguente dì per comandamento del medesimo magistrato decapitato30. E mancò poco che nel medesimo infortunio31 non incorresse insieme con lui il fratello, il quale i commissari mandorono in quello instante a pigliare: ma Vitellozzo, così ammalato come era di infermità contratta intorno a Pisa, mentre che simulando volere ubbidire esce del letto, mentre che mette tempo in mezzo per vestirsi, salito, per l’aiuto di alcuno de’ suoi che vi concorseno, in su uno cavallo, si rifuggì in Pisa, ricevuto con grandissima letizia da’ pisani.

Furono i capi principali della condannazione contro a Pagolo: che dalla volontà sua fusse proceduto il non acquistare Pisa, avendo avuto facoltà di pigliarla il dì che fu presa la rocca di Stampace; che per la medesima cagione avesse differito tanto il dare la battaglia; avere udito più volte uomini venuti a lui di Pisa, né mai comunicato co’ commissari le imbasciate loro; e levato da campo contro al comandamento publico, e abbandonata Stampace, avere invitato qualcuno degli altri condottieri a occupare in compagnia sua Cascina, Vico Pisano e l’artigliene, per potere ne’ pagamenti e nelle altre condizioni maneggiare come gli paresse i fiorentini: che in Casentino avesse tenuto pratiche occulte co’ Medici, e nel tempo medesimo trattato e quasi conchiuso di condursi co’ viniziani (benché per cominciare a servirgli subito che fusse finita la condotta sua co’ fiorentini, la quale era già quasi alla fine), il che non avere avuto perfezione perché i viniziani, fatto l’accordo do’ fiorentini, recusorono di condurlo; e che per queste cagioni avesse dato il salvo condotto al duca di Urbino e a Giuliano de’ Medici. Sopra le quali cose esaminato non confessò particolare alcuno che l’aggravasse; e nondimeno non fu esaminato più lungamente, perché per timore che il re di Francia, già venuto a Milano, non dimandasse la sua liberazione, fu accelerato il supplizio32. Né alcuni de’ suoi ministri, che dopo la morte sua furono con maggiore comodità esaminati, confessorono altro che essere in lui molto mala sodisfazione de’ fiorentini, per il favore dato in concorrenza sua al conte Renuccio, per la difficoltà di spedire le provisioni che dimandava e qualche volta le cose sue particolari, e per quello che volgarmente si parlava in Firenze in carico suo. Donde, benché in alcuni restasse opinione che e’ non fusse proceduto sinceramente, come se aspirasse a farsi signore di Pisa e a occupare qualche altra parte del dominio fiorentino, nel quale nutriva molte intelligenze33 e amicizie, nondimeno nella maggiore parte è stata opinione contraria, persuadendosi che egli desiderasse sommamente la espugnazione di Pisa, per l’interesse della gloria, primo capitale de’ capitani di guerra, che ottenendo quella impresa gli perveniva grandissima.

1. prevenendogli: oggetto è gli uomini della terra.

2. di uno trombetto: di un uomo dell’esercito addetto ai segnali di tromba.

3. non importava alla somma delle cose: non era rilevante per l’esito della guerra.

4. discorrevano: consideravano le cose.

5. Gurlino Tombesi da Ravenna, conestabile veneto.

6. agli stipendi: al servizio.

7. conglutinata: compatta.

8. come era ricordato: come veniva ammonito.

9. morti: uccisi.

10. o per proprio colpo o per reverberazione: colpiti direttamente o di rimbalzo.

11. Il passavolante era un pezzo di artiglieria più lungo e pesante degli altri che tirava palle di circa 2 kg.

12. il consiglio: il piano.

13. alia: ala.

14. case matte: postazioni di artiglieria coperte da muri.

15. presentatavi… la battaglia: presentato… l’esercito schierato in ordine di battaglia per invitare i nemici al combattimento.

16. né… campo: né avendo progettato di attaccare quel giorno con tutto l’esercito.

17. non seguitavano la vittoria: non mettevano a frutto il successo ottenuto, avanzando e proseguendo l’attacco per ottenere la vittoria definitiva.

18. Il rivellino era un’opera di fortificazione esterna (a due o quattro facce) posta davanti a un fronte di fortificazione.

19. terrato: terrapieno.

20. I falconetti erano piccole artiglierie che lanciavano palle di circa 700 grammi.

21. I fuochi lavorati erano proiettili costituiti da una mistura incendiaria a base di salnitro e di resine, che continuava a bruciare anche a contatto dell’acqua.

22. a pochi colpi: dopo pochi colpi.

23. voltasse: dirigesse.

24. fu sboccato: fu privato della bocca, cioè della parte estrema (soggetto è, ovviamente, il passavolante).

25. trarre: tirare.

26. la influenza: l’epidemia.

27. soffocate: sommerse.

28. sotto specie: col pretesto.

29. di… stanze: di organizzare la distribuzione dei soldati negli alloggiamenti.

30. 1° ottobre 1499.

31. nel medesimo infortunio: nella medesima disgrazia.

32. il supplizio: l’esecuzione della condanna.

33. nutriva molte intelligenze: aveva e coltivava molti rapporti.

CAPITOLO XI

Omaggi di prìncipi italiani al re di Francia in Milano. Patti conclusi non senza difficoltà tra il re di Francia e i fiorentini

Ma al re venuto a Milano erano concorsi, parte in persona parte per imbasciadori, dal re Federigo in fuori, tutti i potentati d’Italia; chi per congratularsi solamente della vittoria, chi per giustificare le imputazioni avute di essere stato più inclinato a Lodovico Sforza che a lui, chi per stabilire seco in futuro le cose sue; i quali tutti raccolse1 benignamente, e con tutti fece composizioni2 ma diverse secondo la diversità delle condizioni e secondo quello che poteva disegnare di profittarsene. Accettò in protezione il marchese di Mantova, al quale dette la condotta di cento lancie, l’ordine di San Michele e onorata provisione3 : accettò similmente in protezione il duca di Ferrara; l’uno e l’altro de’ quali era andato a lui personalmente, ma questo non senza spesa e difficoltà, perché, poi che ebbe consegnato a Lodovico Sforza il castelletto di Genova, era sempre stato tenuto d’animo alieno dalle cose franzesi: accettò oltre a questi in protezione, ma ricevuti danari da lui, Giovanni Bentivogli, che v’avea mandato Annibale suo figliuolo.

Ma con maggiore spesa e difficoltà si composeno le cose de’ fiorentini. A’ quali, dimenticati i meriti loro e quello che per seguitare l’amicizia franzese avevano patito a tempo del re passato, era avversa quasi tutta la corte, non si accettando le ragioni che, per non si provocare contro nelle cose di Pisa Lodovico Sforza, gli aveano necessitati a stare neutrali: perché ne’ petti de’ franzesi poteva ancora la impressione fatta quando il re Carlo concedè la libertà a’ pisani; anzi appresso a’ capitani e agli uomini militari era cresciuta l’affezione, per la fama ampliata per tutto che e’ fussino uomini valorosi nell’armi. Noceva oltre a questo a’ fiorentini l’autorità di Gianiacopo da Triulzio il quale, aspirando al dominio di Pisa, favoriva la causa de’ pisani, desiderosi di ricevere per signore lui e ogn’altro che avesse potuto difendergli da’ fiorentini. I quali erano lacerati4 medesimamente, per tutta la corte, della morte di Pagolo Vitelli, come se senza cagione avessino decapitato uno capitano di tanto valore e al quale la corona di Francia aveva obligazione, perché il fratello era stato ammazzato5 ed egli fatto prigione mentre che erano nel regno di Napoli agli stipendi del re Carlo. Ma potendo finalmente più nell’animo del re l’utilità propria che le cose vane, fu fatta composizione per la quale il re, ricevutigli in protezione, si obligò a difendergli contro a ciascuno con seicento lancie e quattromila fanti; e i fiorentini, reciprocamente, alla difesa degli stati suoi d’Italia con quattrocento uomini d’arme e tremila fanti: che il re fusse obligato servirgli, a loro richiesta, di6 quelle lancie e artiglierie bisognassino per la ricuperazione di Pisa e delle terre occupate da’ sanesi e da’ lucchesi, ma non già di quelle che tenevano i genovesi, e non essendogli richieste prima queste genti, fusse obligato, quando mandasse esercito alla impresa di Napoli, voltarle tutte o parte a questa espedizione; e che ricuperato che avessino Pisa, e non altrimenti, fussino tenuti dargli, per l’acquisto di Napoli, cinquecento uomini d’arme e cinquantamila ducati per pagarne cinquemila svizzeri per tre mesi; e che a lui restituissino trentaseimila ducati che aveva loro prestati Lodovico Sforza, defalcandone a dichiarazione di Gianiacopo da Triulzi quel che avessino pagato o speso per lui: conducessino per capitano generale delle loro genti il prefetto di Roma fratello del cardinale di San Piero a Vincola, a instanza del quale fu fatta questa dimanda.

1. raccolse: accolse.

2. composizioni: accordi.

3. onorata provisione: dignitoso stipendio.

4. lacerati: duramente criticati.

5. Camillo Vitelli era stato ucciso al Circello nel 1497.

6. servirgli… di: fornire loro.

CAPITOLO XII

Aiuti dati dal re di Francia al Valentino per rivendicare i diritti della Chiesa sulle terre di Romagna. Come la Chiesa istituita da principio meramente per l’amministrazione spirituale sia pervenuta agli stati e agli imperi mondani. Condizioni delle terre dì Romagna e inizi del’impresa del Valentino. Il Valentino ottiene Imola. Vicende della guerra fra i veneziani e i turchi.

Né dormiva in tanta opportunità, l’ambizione del pontefice; il quale instando per l’osservazione delle promesse, il re concedette contro a’ vicari di Romagna al duca Valentino, venuto con lui di Francia, trecento lancie sotto Ivo d’Allegri a spese proprie e quattromila svizzeri, ma questi a spese del pontefice, sotto il baglì di Digiuno. Per la dichiarazione1 della qual cosa, e di molt’altre succedute ne’ tempi seguenti, ricerca la materia che si faccia menzione che ragioni abbia la Chiesa sopra le terre di Romagna e sopra molte altre, le quali o ha in vari tempi possedute o ora possiede : e in che modo, instituita dal principio meramente per la amministrazione spirituale, sia pervenuta agli stati e agli imperi mondani; e similmente che si narri, come cosa connessa, che congiunzioni e contenzioni sieno state, per queste e altre cagioni, in diversi tempi tra i pontefici e gli imperadori.

I pontefici romani, de’ quali il primo fu l’apostolo Piero, fondata da Giesù Cristo l’autorità loro nelle cose spirituali, grandi di carità d’umiltà di pazienza di spirito e di miracoli furono ne’ loro princìpi non solo al tutto spogliati di potenza temporale ma, perseguitati da quella, stettono per molti anni oscuri e quasi incogniti; non si manifestando il nome loro per alcuna cosa più che per i supplici, i quali, insieme con quegli che gli seguivano, quasi quotidianamente sostenevano : perché se bene, per la moltitudine innumerabile e per le diverse nazioni e professioni che erano a Roma, fussino qualche volta poco attesi i progressi loro2, e alcuni degli imperadori non gli perseguitassino se non quanto pareva che l’azioni loro publiche non potessino essere con silenzio trapassate3, nondimeno alcuni altri, o per crudeltà o per l’amore agli dii propri, gli perseguitorono atrocemente, come introduttori di nuove superstizioni e distruttori della vera religione. Nel quale stato, chiarissimi per la volontaria povertà, per la santità della vita e per i martìri, continuorono insino a Silvestro pontefice4, a tempo del quale essendo venuto alla fede cristiana Costantino imperadore, mosso5 da’ costumi santissimi e da’ miracoli che in quegli che il nome di Cristo seguitavano continuamente si vedevano, rimasono i pontefici sicuri de’ pericoli ne’ quali erano stati circa a trecento anni, e liberi di esercitare publicamente il culto divino e i riti cristiani : onde per la riverenza de’ costumi loro, per i precetti santi che contiene in sé la nostra religione, e per la prontezza che è negli uomini a seguitare, o per ambizione, il più delle volte, o per timore, l’esempio del suo principe, cominciò ad ampliarsi per tutto maravigliosamente il nome cristiano, e insieme a diminuire la povertà de’ cherici. Perché Costantino avendo edificato a Roma la chiesa di San Giovanni in Laterano, la chiesa di San Piero in Vaticano, quella di San Paolo e molte altre in diversi luoghi, le dotò non solo di ricchi vasi e ornamenti ma ancora (perché si potessino conservare e rinnovare, e per le fabriche e sostentazione di quegli che vi esercitavano il culto divino) di possessioni e di altre entrate; e successivamente molti, ne’ tempi che seguitorono, persuadendosi con le elemosine e co’ legati alle chiese farsi facile l’acquisto del regno celeste, o fabricavano e dotavano altre chiese o alle già edificate dispensavano parte delle ricchezze loro. Anzi, o per legge o per inveterata consuetudine, seguitando l’esempio del Testamento vecchio, ciascuno, de’ frutti de’ beni propri, pagava alle chiese la decima parte: eccitandosi a queste cose gli uomini con grande ardore, perché da principio i cherici, da quello in fuora che era necessario per il moderatissimo vitto loro, tutto il rimanente, parte nelle fabriche e paramenti delle chiese parte in opere pietose e caritative, distribuivano. Né essendo entrata ancora ne’ petti loro la superbia e l’ambizione, era riconosciuto universalmente da’ cristiani per superiore di tutte le chiese e di tutta l’amministrazione spirituale il vescovo di Roma, come successore dello apostolo Piero, e perché quella città, per la sua antica degnità e grandezza, riteneva, come capo dell’altre, il nome e la maestà dello imperio, e perché da quella si era diffusa la fede cristiana nella maggiore parte della Europa, e perché Costantino, battezzato da Silvestro, tale autorità volentieri in lui e ne’ suoi successori avea riconosciuta. È fama, oltre a queste cose, che Costantino, costretto dagli accidenti delle provincie orientali a trasferire la sedia dello imperio nella città di Bisanzio, chiamata dal suo nome Costantinopoli, donò a’ pontefici il dominio di Roma e di molte altre città e regioni d’Italia : la quale fama, benché diligentemente nutricata da’ pontefici che succederono e per l’autorità loro creduta da molti, è dagli autori più probabili6 riprovata7, e molto più dalle cose stesse; perché è manifestissimo che allora, e lungo tempo dipoi, fu amministrata Roma e tutta Italia come suddita allo imperio, e dai magistrati deputati dagli imperadori. Né manca chi redarguisca8 (sì profonda è spesso nelle cose tanto antiche la oscurità) tutto quello che si dice di Costantino e di Silvestro9, affermando essi essere stati in diversi tempi. Ma niuno nega che la traslazione della sedia dello imperio a Costantinopoli fu la prima origine della potenza de’ pontefici, perché indebolendo in progresso di tempo l’autorità degli imperadori in Italia, per la continua assenza loro e per le difficoltà che ebbono nello Oriente, il popolo romano discostandosi dagli imperadori e però tanto più deferendo10 a’ pontefici, cominciò a prestare loro non subiezione ma spontaneamente uno certo ossequio: benché queste cose non si dimostrorono11 se non lentamente, per le inondazioni12 dei goti de’ vandali e di altre barbare nazioni che sopravennono in Italia; dalle quali presa e saccheggiata più volte Roma, era in quanto alle cose temporali oscuro e abietto13 il nome de’ pontefici, e piccolissima in Italia l’autorità degli imperadori, poiché con tanta ignominia la lasciavano in preda de’ barbari. Tra le quali nazioni, essendo stato l’impeto dell’altre quasi come uno torrente, continuò per settanta anni la potenza de’ goti14, gente di nome e di professione cristiana e uscita dalla prima origine sua delle parti di Dacia e di Tartaria. La quale essendo finalmente stata cacciata d’Italia dall’armi degli imperadori15, cominciò di nuovo Italia a governarsi per magistrati greci, de’ quali quello che era superiore a tutti, detto con greco vocabolo esarco, risedeva a Ravenna, città antichissima e allora molto ricca e molto frequente16 per la fertilità del paese17 e perché, dopo l’augumento grande che ebbe per l’armata18 potente tenuta continuamente da Cesare Augusto e da altri imperadori nel porto quasi congiuntogli, e che ora non apparisce, di Classe, era stata abitata da molti capitani, e poi per lungo tempo da Teodorico re de’ goti e da i suoi successori; i quali, avendo a sospetto la potenza degli imperadori, aveano eletta quella più tosto che Roma per sedia del regno loro, per l’opportunità del suo mare più propinquo a Costantinopoli: la quale opportunità, benché per contraria ragione, seguitando gli esarchi, fermatisi quivi, deputavano al governo di Roma e delle altre città d’Italia magistrati particolari, sotto titolo di duchi. Da questo ebbe origine il nome dello esarcato di Ravenna sotto il quale nome si comprendeva tutto quello che, non avendo duchi particolari, ubbidiva immediatamente allo esarco. Nel quale tempo i pontefici romani, privati in tutto di potenza temporale, e allentata, per la dissimilitudine19 de’ costumi loro già cominciati a trascorrere20, la reverenza spirituale, stavano quasi come subietti agli imperadori; senza la confermazione de’ quali o de’ loro esarchi, benché eletti dal clero e dal popolo romano, non ardivano di esercitare o di accettare il pontificato: anzi gli episcopi costantinopolitano e ravennate (perché comunemente la sedia della religione séguita la potenza dello imperio e delle armi) disputavano spesso della superiorità con l’episcopo romano. Ma si mutò non molto poi21 lo stato delle cose, perché i longobardi, gente ferocissima, entrati in Italia, occuporono la Gallia Cisalpina, la quale dallo imperio loro prese il nome di Lombardia, Ravenna con tutto l’esarcato e molte altre parti d’Italia; e si disteseno l’armi loro insino nella marca anconitana e a Spuleto e a Benevento, ne’ quali due luoghi creorono duchi particolari : non provedendo a queste cose, parte per la ignavia loro parte per le difficoltà che avevano in Asia, gli imperadori. Dagli aiuti de’ quali Roma abbandonata, né essendo più il magistrato degli esarchi in Italia, cominciò a reggersi co’ consigli e con l’autorità de’ pontefici. I quali, dopo molto tempo, essendo insieme co’ romani oppressati da’ longobardi, ricorsono finalmente agli aiuti di Pipino re di Francia; il quale, passato con potente esercito in Italia, avendovi i longobardi dominato già più di dugento anni, cacciatigli di una parte del loro imperio, donò22, come diventate sue per ragione23 di guerra, al pontefice e alla Chiesa romana non solo Urbino, Fano, Agobbio24 e molte terre vicine a Roma ma eziandio Ravenna col suo esarcato, sotto il quale dicono includersi tutto quello che si contiene da’ confini di Piacenza, contigui al territorio di Pavia, insino ad Arimini25, tra il fiume del Po il monte Apennino gli stagni, ovvero palude de’ viniziani, e il mare Adriatico, e di più Arimini insino al fiume della Foglia, detto allora Isauro. Ma dopo la morte di Pipino, molestando di nuovo i longobardi26 i pontefici e quel che era stato donato loro, Carlo suo figliuolo, quello che poi per le vittorie grandissime che ebbe fu meritamente cognominato27 magno, distrutto del tutto lo imperio loro28, confermò la donazione fatta alla Chiesa romana dal padre; e approvò l’essersi, mentre guerreggiava co’ longobardi, date al pontefice la marca di Ancona e il ducato di Spuleto, il quale comprendeva la città dell’Aquila e una parte dello Abruzzi. Affermansi queste cose per certe: alle quali aggiungono alcuni scrittori ecclesiastici Carlo avere donato alla Chiesa la Liguria insino al fiume del Varo29, ultimo confine d’Italia, Mantova e tutto quello che i Longobardi possedevano nel Friuli e in Istria; e il medesimo scrive alcuno altro, dell’isola di Corsica e di tutto il territorio che si contiene tra le città di Luni e di Parma. Per i quali meriti i re di Francia, celebrati ed esaltati da’ pontefici conseguitorono il titolo di re cristianissimi; e dipoi, l’anno ottocentesimo della nostra salute, Leone pontefice30 insieme col popolo romano, non con altra autorità il pontefice che come capo di quello popolo, elessono il medesimo Carlo per imperadore romano, separando eziandio nel nome questa parte dello imperio dagli imperadori che abitavano a Costantinopoli, come se Roma e le provincie occidentali, non difese da loro, a vessino bisogno di essere difese da proprio principe. Per la quale divisione non furno privati gli imperadori costantinopolitani né dell’isola di Sicilia né di quella parte d’Italia la quale, discorrendo31 da Napoli a Manfredonia, è terminata dal mare; perché erano state continuamente sotto quegli imperadori. Né si derogò per queste cose alla consuetudine che la elezione de’ pontefici fusse confermata dagli imperadori romani, in nome de’ quali si governava la città di Roma; anzi i pontefici nelle bolle ne’ privilegi e nelle concessioni loro esprimevano con queste parole formali il tempo della scrittura : «Imperante il tale imperadore signore nostro». Nella quale, non grave, o soggezione o dependenza continuorono insino a tanto che i successi delle cose32 non dettono loro animo a reggersi per se stessi. Ma essendo cominciata a indebolire la potenza degli imperadori, prima per le discordie nate tra i discendenti medesimi di Carlo magno, mentre che in loro risedeva la degnità imperiale e dipoi per l’essere stata trasportata ne’ prìncipi tedeschi, non potenti come erano stati, per la grandezza del regno di Francia, i successori di Carlo, i pontefici e il popolo romano, da’ magistrati del quale cominciò Roma, benché tumultuosamente, a governarsi, derogando in tutte le cose quanto potevano alla giurisdizione degli imperadori, statuirono per legge33 che non più la elezione de’ pontefici avesse a essere confermata da loro; il che per molti anni si osservò diversamente, secondo che per la variazione delle cose sorgeva o declinava più la potenza imperiale. La quale essendo accresciuta poiché lo imperio pervenne negli Ottoni di Sassonia34, Gregorio, medesimamente di Sassonia35, eletto pontefice per favore di Ottone terzo, che era presente, mosso dall’amore della propria nazione e sdegnato per le persecuzioni ricevute da’ romani, trasferì per suo decreto nella nazione germanica la facoltà di eleggere gli imperadori romani, in quella forma che insino alla età nostra si osserva; vietando agli eletti, per riservare a’ pontefici qualche preeminenza, di non usare il titolo di imperadori o di Augusti se prima non ricevevano da’ pontefici la corona dello imperio (donde è introdotto il venire a Roma a incoronarsi), e di non usare prima altro titolo che di re de’ romani e di Cesari. Ma mancati poi gli Ottoni, e diminuita la potenza degli imperadori perché lo imperio non si continuava ereditario in re grandi, Roma apertamente si sottrasse dalla obedienza loro, e molte città, quando imperava Corrado svevo36, si ribellorono; e i pontefici, attendendo ad ampliare la propria autorità, dominavano quasi Roma, benché spesso per la insolenza e per le discordie del popolo vi avessino molte difficoltà: il quale per reprimere avevano già, per favore di Enrico secondo imperadore che era a Roma37, trasferito per legge ne’ cardinali soli l’autorità di creare il pontefice. Alla grandezza de’ quali succedette nuovo augumento, perché avendo i normanni, de’ quali il primo fu Guglielmo cognominato Ferrabracchio, usurpata allo imperio costantinopolitano la Puglia e la Calavria38, Ruberto Guiscardo39, uno di essi, o per fortificarsi con questo colore di ragione40 o per essere più potente a difendersi contro a quegli imperadori o per altra cagione, restituito Benevento come di ragione ecclesiastica41, riconobbe il ducato di Puglia e di Calavria in feudo della Chiesa romana; il cui esempio seguitando Ruggieri42, uno de’ suoi successori, e avendo scacciato del ducato di Puglia e di Calavria Guglielmo della medesima famiglia43 e occupata poi la Sicilia, riconobbe, circa l’anno mille cento trenta, queste provincie in feudo dalla Chiesa sotto titolo di re44 di ambedue le Sicilie, l’una di là l’altra di qua dal Faro : non ricusando i pontefici di fomentare, per la ambizione e utilità propria, l’altrui usurpazione e violenza. Con le quali ragioni pretendendo sempre più oltre45 (come non mai si ferma la cupidità umana) cominciorono i pontefici a privare di quegli regni alcuni de’ re contumaci a’ loro comandamenti e a concedergli ad altri; nel quale modo pervennono in Enrico figliuolo di Federigo Barbarossa46 e da Enrico in Federico secondo suo figliuolo47, tutt’a tre successivamente imperadori romani.

Ma essendo Federigo diventato acerrimo persecutore della Chiesa, e suscitate a’ tempi suoi in Italia le fazioni guelfa e ghibellina, dell’una delle quali era capo il pontefice dell’altra lo imperadore, il pontefice, morto Federigo, concedette la investitura di questi regni a Carlo conte d’Angiò e di Provenza, del quale di sopra è stata fatta menzione48, con censo di oncie seimila d’oro per ciascuno anno, e con condizione che per l’avvenire alcuno di quegli re non potesse accettare lo imperio romano; la quale condizione è stata poi sempre specificata nelle investiture; benché il regno dell’isola di Sicilia, occupato dai re di Aragona49, si separò, dopo pochi anni, nel censo e nella recognizione del feudo50, dalla ubbidienza della Chiesa. Ha anche ottenuto la fama, benché non tanto certa quanto sono le cose precedenti, che molto prima la contessa Matelda51, principessa in Italia molto potente, donò alla Chiesa quella parte della Toscana la quale, terminata dal torrente di Pescia e dal castello di San Quirico52 nel contado di Siena da una parte, e dall’altra dal mare di sotto e dal fiume del Tevere, è oggi detta il patrimonio di San Piero; aggiungono altri che dalla medesima contessa fu donata alla Chiesa la città di Ferrara. Non sono certe queste ultime cose : ma è ancora più dubbio quello che è stato scritto da qualcuno, che Aritperto re de’ longobardi53, fiorendo il regno loro, gli donò l’Alpi Coccie, nelle quali dicono includersi Genova e tutto quello che si contiene da Genova insino a’ confini della Provenza; e che Liutprando, re della medesima nazione54, gli donò la Sabina, paese propinquo a Roma, Narni e Ancona con certe altre terre. Così variando lo stato delle cose, furono similmente varie le condizioni de’ pontefici con gli imperadori, perché, essendo stati perseguitati per molte età dagli imperadori e dipoi liberati, per la conversione di Costantino, da questo terrore, si riposorono, ma attendendo solamente alle cose spirituali, e poco meno che interamente sudditi, per molti anni, sotto l’ombra loro; vissono dipoi lunghissimo tempo in basso stato e separati totalmente dal commercio loro55, per la grandezza de’ longobardi in Italia. Ma dipoi, pervenuti per beneficio de’ re di Francia a potenza temporale, stettono congiuntissimi con gli imperadori e dependendo con allegro animo dalla loro autorità, mentre che la degnità imperiale si continuò ne’ discendenti di Carlo magno, e per la memoria de’ benefici dati e ricevuti e per rispetto della grandezza imperiale. La quale poi declinando, separatisi in tutto dalla amicizia loro, cominciorono a fare professione che la degnità pontificale avesse più tosto a ricevere che a dare le leggi alla imperiale : e perciò, avendo sopra tutte l’altre cose in orrore il ritornare nell’antica subiezione, e che essi non tentassino di riconoscere in Roma e altrove le antiche ragioni56 dello imperio, come alcuni di loro o di maggiore potenza o di spirito più elevato si sforzavano di fare, si opponevano scopertamente con le armi alla potenza loro; accompagnati da quegli tiranni che, sotto nome di prìncipi, e da quelle città che, vendicatesi in libertà57, non riconoscevano più l’autorità dello imperio. Da questo nacque che i pontefici, attribuendosi ogni dì più, e convertendo il terrore dell’armi spirituali alle cose temporali58, e interpretando che come vicari di Cristo in terra erano superiori agli imperadori, e che a loro in molti casi apparteneva la cura dello stato terreno, privavano alcuna volta gli imperadori della degnità imperiale, suscitando59 gli elettori a eleggere degli altri in luogo de’ privati60; e da altra parte gli imperadori o eleggevano o procuravano che si eleggessino nuovi pontefici. Da queste controversie nacque, essendo indebolito molto lo stato della Chiesa, né meno per la dimora della corte romana per settanta anni nella città di Avignone61, e per lo scisma che al ritorno de’ pontefici succedette in Italia62, che nelle città sottoposte alla Chiesa, e specialmente in quelle di Romagna, molti cittadini potenti occuporno nelle patrie proprie la tirannide; i quali i pontefici o perseguitavano o, non essendo potenti a opprimergli, le concedevano in feudo a quegli medesimi, o suscitando altri capi gli investivano63. Così cominciorono le città di Romagna ad avere signori particolari, sotto titolo, la maggiore parte, di vicari ecclesiastici. Così Ferrara, data dal pontefice in governo ad Azzo da Esti64, fu conceduta poi in titolo di vicariato, ed esaltata in progresso di tempo quella famiglia a titoli più illustri; così Bologna, occupata da Giovanni Visconte arcivescovo di Milano65, gli fu poi conceduta in vicariato dal pontefice: e per le medesime cagioni, in molte terre della marca di Ancona, del patrimonio di San Piero e della Umbria, ora detta il ducato, sorsono, o contro alla volontà o con consentimento quasi sforzato de’ pontefici, molti signori particolari. Le quali variazioni essendo similmente sopravenute in Lombardia alle città dello imperio, accadde talvolta che, secondo la varietà delle cose, i vicari di Romagna e di altre terre ecclesiastiche, allontanatisi apertamente dal nome della Chiesa, riconoscevano in feudo quelle città dagli imperadori; come, qualche volta, riconoscevano in feudo da’ pontefici quegli che occupavano, in Lombardia, Milano Mantova e altre terre imperiali. E in questi tempi Roma, benché ritenendo in nome il dominio della Chiesa, si reggeva quasi per se stessa. E ancora che, nel principio che i pontefici romani ritornorno di Avignone in Italia, fussino ubbiditi come signori, nondimeno poco poi i romani, creato il magistrato de’ banderesi66, ricaddono nella antica contumacia67; donde ritenendovi i pontefici piccolissima autorità cominciorono a non vi abitare, insino a tanto che i romani, impoveriti e caduti in gravissimi disordini per l’assenza della corte, e approssimandosi l’anno del mille quattrocento, nel quale speravano, se a Roma fusse il pontefice, dovervi essere per il giubileo grandissimo concorso di tutta la cristianità, supplicorono con umilissimi prieghi a Bonifazio pontefice68 che vi ritornasse, offerendo di levare via il magistrato de’ banderesi e di sottomettersi in tutto alla ubbidienza sua. Con le quali condizioni tornato a Roma, intenti i romani a’ guadagni di quello anno, preso assolutamente lo imperio della città, fortificò e messe la guardia in Castel Sant’Angelo : i successori del quale, insino a Eugenio69, benché v’avessino spesso molte difficoltà, nondimeno, fermato70 poi pienamente il dominio loro, i pontefici seguenti hanno senza alcuna controversia signoreggiata ad arbitrio suo quella città. Con questi fondamenti e con questi mezzi esaltati alla potenza terrena, deposta a poco a poco la memoria della salute dell’anime e de’ precetti divini, e voltati tutti i pensieri loro alla grandezza mondana, né usando più l’autorità spirituale se non per instrumento e ministerio della temporale, cominciorono a parere più tosto prìncipi secolari che pontefici. Cominciorono a essere le cure e i negozi loro non più la santità della vita, non più l’augumento della religione, non più lo zelo e la carità verso il prossimo, ma eserciti, ma guerre contro a’ cristiani, trattando71 co’ pensieri e con le mani sanguinose i sacrifici72, ma accumulazione di tesoro, nuove leggi nuove arti nuove insidie per raccorre da ogni parte danari; usare a questo fine senza rispetto l’armi spirituali, vendere a questo fine senza vergogna le cose sacre e le profane. Le ricchezze diffuse in loro e in tutta la corte seguitorono le pompe il lusso e i costumi inonesti, le libidini e i piaceri abominevoli73, nessuna cura a’ successori, nessuno pensiero della maestà perpetua del pontificato, ma, in luogo di questo, desiderio ambizioso e pestifero di esaltare non solamente a ricchezze immoderate ma a principati, a regni, i figliuoli i nipoti e congiunti loro; non distribuendo più le degnità e gli emolumenti negli uomini benemeriti e virtuosi, ma, quasi sempre, o vendendosi al prezzo maggiore o dissipandosi in persone opportune all’ambizione all’avarizia o alle vergognose voluttà. Per le quali operazioni perduta del tutto ne’ cuori degli uomini la riverenza pontificale, si sostenta nondimeno in parte l’autorità per il nome e per la maestà, tanto potente ed efficace, della religione, e aiutata molto dalla facoltà che hanno di gratificare a’ prìncipi grandi e a quegli che sono potenti appresso a loro, per mezzo delle degnità e delle altre concessioni ecclesiastiche. Donde, conoscendosi essere in sommo rispetto degli uomini, e che a chi piglia l’armi contro a loro risulta grave infamia e spesso opposizione di altri prìncipi e in ogni evento, piccolo guadagno, e che vincitori esercitano la vittoria ad arbitrio loro, vinti conseguiscono che condizione vogliono, e stimolandogli la cupidità di sollevare i congiunti suoi di gradi privati a principati, sono stati da molto tempo in qua spessissime volte lo instrumento di suscitare guerre e incendi nuovi in Italia.

Ma ritornando al principale proposito nostro, dal quale il dolore giustissimo del danno publico m’aveva, più ardentemente che non conviene alla legge dell’istoria, trasportato74, le città di Romagna, vessate come l’altre suddite alla Chiesa da questi accidenti, si reggevano, già molti anni, in quanto all’effetto, quasi come separate dal dominio ecclesiastico; perché alcuni de’ vicari non pagavano il censo debito in recognizione della superiorità75, altri lo pagavano con difficoltà e spesso fuora di tempo, ma tutti indistintamente senza licenza de’ pontefici si conducevano agli stipendi di altri prìncipi, non eccettuando di non essere tenuti a servirgli contro alla Chiesa, e ricevendo obligazione da loro di difendergli eziandio contro all’autorità e l’armi de’ pontefici : da’ quali erano ricevuti cupidamente, per potersi valere delle armi e delle opportunità degli stati loro, né meno per impedire che non si accrescesse la potenza de’ pontefici. Ma in questo tempo erano possedute da’ viniziani in Romagna le città di Ravenna e di Cervia, delle quali avevano molti anni innanzi76 spogliati quegli della famiglia da Polenta, divenuti prima, di cittadini privati di Ravenna, tiranni della loro patria e poi vicari; Faenza Furlì Imola e Rimini erano dominate da vicari particolari; Cesena, signoreggiata lungamente dalla famiglia de’ Malatesti77, morendo non molti anni innanzi78 senza figliuoli Domenico ultimo vicario di quella città, era ritornata sotto l’imperio della Chiesa. Perciò il pontefice, pretendendo che quelle città fussino per diverse cause devolute alla sedia apostolica e volere reintegrarla nelle sue antiche giurisdizioni, ma con intenzione veramente di attribuirle a Cesare suo figliuolo, avea convenuto col re di Francia che, acquistato che avesse il ducato di Milano, gli desse aiuto a ottenere solamente quelle che erano possedute da’ vicari, e oltre a queste la città di Peserò della quale era vicario Giovanni Sforza già suo genero; perché la grandezza de’ viniziani non permetteva che contro a loro si distendessino questi pensieri79: i quali né80 si distendevano, per allora, a quelle piccole terre che, contigue al fiume del Po, erano tenute dal duca di Ferrara. Ottenute adunque il Valentino le genti dal re, e aggiunte a quelle le genti della Chiesa, entrato in Romagna, ottenne subito la città d’Imola per accordo, negli ultimi dì dell’anno mille quattrocento novantanove.

Nel quale anno Italia, conquassata da tanti movimenti, aveva similmente sentite le armi de’ turchi; perché, avendo Baiseth ottomanno assaltato per mare con potente armata i luoghi che in Grecia tenevano i viniziani, mandò per terra seimila cavalli a predare la regione del Frioli; i quali81, trovato il paese non guardato né sospettando82 di tale accidente, corsono predando e ardendo insino a Liquenza83, e avendo fatto quantità innumerabile di prigioni, quando, ritornandosene, giunsono alla ripa del fiume del Tigliavento84, per camminare più espediti, riserbatasi quella parte quale stimorono potere condurre seco, ammazzorono crudelissimamente tutti gli altri. Né procedendo anche prosperatamente le cose in Grecia, Antonio Grimanno, capitano generale dell’armata opposta da’ viniziani alla armata del turco, accusato che non avesse usata l’occasione di vincere gli inimici che uscivano del porto della Sapienza85, e un’altra volta alla bocca del golfo di Lepanto, datogli il successore, fu citato a Vinegia, e commessa la cognizione86 al consiglio de’ pregati87; nel quale fu trattata molti mesi con grandissima espettazione, difendendolo da una parte l’autorità e grandezza sua, dall’altra perseguitandolo con molti argomenti e testimoni gli accusatori. Finalmente, parendo che fusse per prevalere la causa sua, o per l’autorità dell’uomo e moltitudine de’ parenti o perché in quello consiglio, nel quale intervengono molti uomini prudenti, non si considerassino tanto i romori88 publici e le calunnie non bene provate quanto si desiderasse di intendere maturamente89 la verità della cosa, fu questa cognizione per il magistrato degli avocadori del comune90 trasferita al giudicio del consiglio maggiore91 : dove, o cessando i favori o avendovi più luogo la leggerezza della moltitudine che la maturità senatoria, fu, non però prima che nell’anno seguente, alla fine rilegato a esilio perpetuo nell’isola di Ossaro.

1. Per la dichiarazione: per il chiarimento.

2. fussino… loro: si prestasse talvolta scarsa attenzione a ciò che facevano.

3. con silenzio trapassate: tacitamente tollerate.

4. Silvestro I, papa nel periodo costantiniano.

5. mosso: spinto.

6. più probabili: più attendibili. Si allude a Niccolò da Cusa e a Lorenzo Valla.

7. riprovata: contestata.

8. redarguisca: confuti.

9. La leggenda dei rapporti tra Silvestro e Costantino si trova negli Acta Silvestri, che risalgono probabilmente al v sec.

10. deferendo: conferendo autorità.

11. non si dimostrorono: non vennero in luce.

12. inondazioni: invasioni.

13. abietto: disprezzato.

14. Dal 489 al 550 circa.

15. Da Giustiniano tra il 536 e il 553.

16. frequente: popolosa.

17. del paese: del territorio.

18. l’armata: la flotta.

19. per la dissimilitudune: per la diversità, per il mutamento.

20. trascorrere: corrompersi.

21. Nel 568.

22. Nel 756. I territori erano l’Esarcato, i ducati di Spoleto e di Benevento e parte del ducato di Roma.

23. per ragione: per diritto.

24. Gubbio.

25. Rimini.

26. Sotto Desiderio (756-774).

27. cognominato: soprannominato.

28. Nel 774, con l’espugnazione di Pavia.

29. Il Var, che sbocca presso Nizza.

30. Leone III (795-816).

31. discorrendo: estendendosi.

32. i successi delle cose: gli eventi.

33. statuirono per legge: stabilirono con una legge. Si allude probabilmente a un decreto (attribuito ad Adriano III) secondo cui il papa, dopo essere stato eletto, poteva ricevere il titolo e quindi il potere anche senza la presenza dei messi imperiali, che rappresentavano il diritto dell’imperatore a confermare l’elezione.

34. Ottone I, Ottone II e Ottone III, che detennero successivamente l’autorità imperiale nella seconda metà del sec. x.

35. Gregorio V.

36. Corrado III (1093-1152).

37. Enrico II fu a Roma nel 1013 e nel 1021-22. In realtà fu il papa Nicola II nel 1059 a riservare ai soli vescovi sia l’elezione del pontefice che il governo della Chiesa durante la vacanza della sedia pontifìcia.

38. Dal 1041 in poi, cominciando da Melfi.

39. Nel 1059 Roberto, fratello di Guglielmo, si era dichiarato duca di Puglia e di Calabria per grazia di Dio e di San Pietro, si era impegnato a versare un censo annuo alla Chiesa e a porre sotto la giurisdizione di essa tutto il suo territorio.

40. colore di ragione: titolo giuridico.

41. di ragione ecclesiastica: appartenente per diritto alla Chiesa.

42. Ruggieri II (1130-64).

43. Guglielmo d’Altavilla, figlio di Roberto il Guiscardo.

44. Fu incoronato dal papa Anacleto II.

45. pretendendo sempre più oltre: avanzando pretese sempre maggiori.

46. Enrico IV di Hohenstaufen (1190-1197).

47. 1212-1260.

48. Cfr. I, IV.

49. Nel 1282, dopo la rivolta dei Vespri.

50. nella recognizione del feudo: nel riconoscimento del territorio come feudo della Chiesa.

51. Matilde di Canossa lasciò nel testamento i suoi beni alla Chiesa.

52. San Quirico d’Orcia.

53. 653-661.

54. 712-744.

55. separati… loro: senza avere alcun rapporto con loro.

56. e che essi… ragioni: e che essi tentassero di far valere su Roma e su altri luoghi gli antichi diritti.

57. vendicatesi in libertà: conquistata la libertà. Calco del latino se in libertatem vindicare.

58. convertendo… alle cose temporali: volgendo… a scopi terreni.

59. suscitando: sobillando.

60. de’ privati: di quelli che erano stati deposti da loro.

61. La residenza dei pontefici ad Avignone durò dal 1309 al 1376.

62. Lo scisma avignonese (1378-1409).

63. suscitando… gli investivano: facendo sorgere altri capi, concedevano loro l’investitura del feudo.

64. Azzo IV fu riconosciuto signore perpetuo di Ferrara nel 1208.

65. Giovanni di Matteo Visconti, divenuto nel 1352 vicario pontificio di Bologna.

66. Il magistrato dei Conservatori e Banderesi, che aveva assunto il potere in Roma nel 1383.

67. ricaddono nella antica contumacia: ritornarono alla primitiva disobbedienza.

68. Bonifacio IX (1389-1404).

69. Eugenio IV (1431-1447).

70. fermato: consolidato.

71. trattando: amministrando, maneggiando.

72. i sacrifici: i riti sacri. Si allude in particolare all’eucarestia.

73. Le ricchezze… abominevoli: le ricchezze… corte è oggetto di seguitorono, i cui soggetti sono le pompe… abominevoli, con quel che segue.

74. trasportato: allontanato.

75. debito… superiorità: dovuto come segno di riconoscimento della propria sudditanza alla Chiesa.

76. Nel 1441.

77. Cesena era stata concessa in vicariato da Urbano IV a Galeotto Malatesta nel 1379.

78. Nel 1465.

79. che… pensieri: che questi disegni si estendessero fino a contemplare una guerra contro di loro.

80. né: neanche.

81. i quali: si riferisce a cavalli.

82. sospettando: soggetto è il paese.

83. La Livenza.

84. Tagliamento.

85. Isola vicina alla parte occidentale del Peloponneso.

86. commessa la cognizione: affidato il giudizio.

87. Consiglio composto da 120 membri eletti dal Consiglio Maggiore, con attribuzioni analoghe a quelle dell’antico senato.

88. i romori: le voci.

89. maturamente: con ponderazione.

90. Gli avocadori del comune avevano il compito di appoggiare le parti pubbliche nei processi penali e civili, di sorvegliare l’operato della giustizia e di garantire l’osservanza della costituzione.

91. Il Consiglio maggiore era l’organo consultivo costituito da tutti coloro che erano abili ai magistrati.

CAPITOLO XIII

Il giubileo. Il Valentino prende Forlì. Ritorno del re in Francia: cause di malcontento in Milano. Lodovico Sforza riconquista il ducato e cerca con scarsa fortuna alleati ed aiuti. Lodovico Sforza ottiene Novara.

Ebbe movimenti così grandi l’anno mille quattrocento novantanove, ma non fu meno vario e memorabile l’anno mille cinquecento; nobile1 ancora per la remissione plenaria del giubileo. Il quale, instituito da principio da’ pontefici che si celebrasse, secondo l’esempió del Testamento vecchio, ogni cento anni, non per delettazione o per pompa2, come erano appresso a’ romani i giuochi secolari, ma per salute dell’anime (perché in esso, secondo la pietosa credenza del popolo cristiano, si aboliscono pienamente tutti i delitti a coloro che, riconoscendo con vera penitenza i falli commessi, visitano le chiese dedicate in Roma a’ prìncipi degli apostoli), fu poi instituito che si celebrasse ogni cinquanta anni, e in ultimo ridotto a venticinque anni; e nondimeno, per la memoria della sua prima origine, è celebrato con molto maggiore frequenza nell’anno centesimo che negli altri.

Nel principio di questo anno il Valentino ottenne senza resistenza la città di Furlì; perché quella madonna3, mandati i figliuoli e la roba più preziosa a Firenze, abbandonate l’altre cose le quali era impotente a sostenere, si ridusse solamente a difendere la cittadella e la rocca di Furlì, provedute copiosamente d’uomini e d’artiglierie. Ma essendo tra tanti difensori ripieni d’animo femminile ella sola di animo virile, furono presto, per la viltà de’ capitani che vi erano dentro, espugnate dal Valentino. Il quale, considerando più in lei il valore che il sesso, la mandò prigione a Roma, dove fu custodita in Castel Santo Angelo : benché passato di poco uno anno, per intercessione di Ivo di Allegri, ottenne la liberazione4.

Ottenuto che ebbe il Valentino Imola e Furlì, procedeva all’espedizione dell’altre terre5; ma l’interroppono nuovi accidenti che improvisamente sopravennono. Perché il re, poiché ebbe dato alle cose acquistate quello ordine che più gli parve opportuno, lasciatovi sufficiente presidio, e prorogata, con inclusione eziandio del ducato di Milano e di tutto quello teneva in Italia, per insino a maggio prossimo, la tregua col re de’ romani, se ne ritornò in Francia; ove condusse il piccolo figliuolo di Giovan Galeazzo, datogli imprudentemente dalla madre, il quale dedicò a vita monastica; e nel ducato di Milano lasciò governatore generale Gianiacopo da Triulzi, in cui per il valore e per i meriti suoi, e per l’inimicizia con Lodovico Sforza, sommamente confidava. Ma non rimase già fedele disposizione ne’ popoli di quello stato; parte perché a molti dispiacevano le maniere e i costumi de’ franzesi, parte perché nel re non avevano trovato quella liberalità, né ottenuta l’esenzione di tutti i dazi, come la moltitudine si era imprudentemente persuasa. E importava molto che a tutta la fazione ghibellina, potentissima nella città di Milano e nell’altre terre, era molto molesto che al governo fusse preposto Gianiacopo capo della fazione guelfa; la quale mala disposizione era molto accresciuta da lui, che di natura fazioso e di animo altiero e inquieto favoreggiava con l’autorità del magistrato6, molto più che non era conveniente, quegli della sua parte; e alienò, oltre a questo, molto da lui gli animi della plebe, che7 nella piazza del macello ammazzò8 di sua mano alcuni beccai, che con la temerità degli altri plebei, ricusando di pagare i dazi da’ quali non erano esenti, si opponevano con l’armi a’ ministri deputati alle esazioni delle entrate. Per le quali cagioni dalla maggiore parte della nobiltà e da tutta la plebe, cupidissima per sua natura di cose nuove, era desiderato il ritorno di Lodovico, e chiamato già con parole e voci non occulte il suo nome.

Il quale essendosi insieme col cardinale Ascanio presentato a Cesare, e con grande umanità veduti e raccolti9, avevano trovato in lui ottimo animo e dispiacere grandissimo delle loro calamità, promettendo a ogni ora di muoversi in persona con forze potenti alla recuperazione del loro stato, perché aveva composto in tutto la guerra co’ svizzeri: ma queste speranze, per la varietà10 della natura sua e per essere consueto a confondere l’uno con l’altro de’ suoi concetti mal fondati11, si scoprivano ogni dì più vane; anzi oppressato dalle sue solite necessità non cessava di richiedergli spesso di danari. Però Lodovico e Ascanio, non sperando più negli aiuti suoi ed essendo continuamente sollecitati da molti gentiluomini di Milano, soldati ottomila svizzeri e cinquecento uomini d’arme borgognoni, si risolverono di fare la impresa da loro medesimi. Il quale moto presentendo il Triulzio, ricercò subito il12 senato viniziano che accostasse le genti sue al fiume dell’Adda, e a Ivo d’Allegri significò13 essere necessario che, partendosi dal14 Valentino, ritornasse con le genti d’arme franzesi e co’ svizzeri con grandissima celerità a Milano; e per reprimere il primo impeto degli inimici mandò una parte delle genti a Como, non lo lasciando il sospetto che aveva del popolo milanese voltarvi tutte le forze sue. Ma la sollecitudine de’ fratelli Sforzeschi superò tutta la diligenza degli altri; perché, non aspettate tutte le genti che aveano soldate ma dato ordine che di mano in mano gli seguitassino, passorno con somma prestezza i monti, e saliti in sulle barche che erano nel lago di Como si accostorno a quella città: la quale, ritirandosi i franzesi per avere conosciuta la disposizione de’ comaschi, subito gli ricevette. La perdita di Como significata a Milano generò tale sollevazione nel popolo, e quasi in tutti i principali della fazione ghibellina, che già non si astenevano da tumultuare; in modo che il Triulzio, non vedendo alle cose del re rimedio alcuno, si ridusse15 subitamente nel castello, e la notte seguente, insieme con le genti d’arme che si erano ritirate nel barco16 che è contiguo al castello, se ne andò verso Noara, seguitandogli nel ritirarsi i popoli tumultuosamente insino al fiume del Tesino; e lasciate in Novara quattrocento lancie si fermò con l’altre a Mortara, pensando lui e gli altri capitani più a recuperare il ducato, venendo di Francia nuovo soccorso, che a difenderlo. Entrò dopo la partita de’ franzesi in Milano prima il cardinale Ascanio e di poi Lodovico; avendolo, dal castello in fuora, ricuperato con la medesima facilità con la quale l’aveano perduto, e dimostrandosi maggiore desiderio e letizia del popolo milanese nel suo ritorno che non si era dimostrato nella partita. La quale disposizione essendo similmente negli altri popoli, le città di Pavia e di Parma richiamorono senza dilazione il nome di Lodovico; e arebbono Lodi e Piacenza fatto il medesimo se le genti viniziane, venute prima in sul fiume di Adda, non vi fussino entrate subitamente. Alessandria e quasi tutte le terre di là da Po, essendo più lontane a Milano e più vicine ad Asti, città del re, non feceno mutazione, aspettando di consigliarsi più maturamente secondo i progressi delle cose.

Recuperato che ebbe Lodovico Milano non perdé tempo alcuno a soldare quantità grande di fanti italiani e quanti più uomini d’arme poteva avere, e a stimolare con prieghi con offerte e con varie speranze tutti quegli da’ quali sperava di essere aiutato in tanta necessità. Perciò mandò a Cesare, a significare il principio prospero, il cardinale di San Severino, supplicandolo che gli mandasse genti e artiglierie; e desiderando di non avere inimico il senato viniziano, ordinò che il cardinale Ascanio mandasse subito a Vinegia il vescovo di [Cremona]17, a offerire la volontà pronta del fratello ad accettare qualunque condizione sapessino desiderare: ma vanamente, perché il senato deliberò non si partire dalla confederazione che aveano col re. Ricusorono i genovesi, benché pregati instantemente da Lodovico, di ritornare sotto il dominio suo; né i fiorentini vollono udire la sua richiesta della restituzione de’ danari ricevuti in prestanza da lui. Solo il marchese di Mantova mandò in aiuto suo il fratello18 con certa quantità di gente d’arme, e vi concorsono i signori della Mirandola19 di Carpi20 e di Coreggio21, e i sanesi gli mandorono piccola somma di danari; sussidi quasi disprezzabili in tanti pericoli: come similmente furno di piccolo momento quegli di Filippo Rosso e de’ Vermineschi22, i padri de’ quali benché fussino stati spogliati da lui dell’antico dominio loro, i Rossi di San Secondo di Torchiara e di molte altre castella del parmigiano, quegli dal Verme della città di Bobio e d’altri luoghi circostanti nella montagna di Piacenza, nondimeno Filippo, partendosi senza licenza dagli stipendi veneti23, andò a recuperare le terre sue, e ottenutele si unì con l’esercito di Lodovico; il medesimo feceno quei dal Verme, per ricuperare l’uno e gli altri con questa occasione la grazia sua.

Ma Lodovico, avendo raccolti oltre a’ cavalli borgognoni mille cinquecento uomini d’arme e aggiunti a’ svizzeri moltissimi fanti italiani, lasciato il cardinale Ascanio a Milano all’assedio del castello, passato il Tesino e ottenuta per accordo la terra e la fortezza di Vigevano, pose il campo a Novara; eletta più tosto questa impresa che il tentare la oppugnazione24 di Mortara, o perché i franzesi si erano in Mortara molto fortificati o perché stimasse appartenere più alla riputazione e alla somma della guerra l’acquisto di Novara, città celebre e molto abbondante25, o perché, recuperata Novara, la penuria delle vettovaglie avesse a mettere in necessità i franzesi che erano a Mortara di abbandonarla, o per impedire che non venisse a Noara Ivo d’Allegri, ritornato di Romagna. Perché avendo, mentre che col duca Valentino andava alla impresa di Pesero, ricevuto gli avvisi del Triulzio, partitosi subitamente con tutta la cavalleria e co’ svizzeri, e intesa appresso a Parma la ribellione di Milano, seguitando con grandissima velocità il cammino, e convenuto co’ parmigiani e co’ piacentini di non gli offendere e che non si opponessino al passare suo, giunto a Tortona, incitato da’ guelfi di quella città ardenti di cupidità di vendicarsi de’ ghibellini, i quali ritornati alla divozione di Lodovico gli aveano cacciati, entratovi dentro la saccheggiò tutta; lamentandosi e chiamando26 invano i guelfi la fede sua che27, fedelissimi e servidori del re, fussino non altrimenti trattati che i perfidi inimici. Da Tortona si fermò in Alessandria, perché i svizzeri venuti seco, mossi o dal non essere pagati o da altra fraude, passorno nell’esercito del duca di Milano. Il quale, trovandosi più potente che gli inimici, accelerava con sommo studio di battere con l’artiglierie Novara, per espugnarla innanzi che i franzesi, i quali aspettavano soccorso dal re, fussino potenti a opporsegli in sulla campagna28: la quale cosa gli riuscì felicemente, perché i franzesi che erano in Novara, perduta la speranza del difendersi, convennono di dargli la città, avuta la fede da lui di potersene andare salvi con tutte le robe sue; la quale osservando costantemente, gli fece accompagnare insino a Vercelli, ancora che, per importare molto alla vittoria la uccisione di quelle genti, fusse confortato a romperla da molti, che allegavano che, se era lecito, secondo l’autorità e gli esempli d’uomini grandi, violare la fede per acquistare stato, doveva essere molto più lecito il violarla per conservarlo. Acquistata la terra di Novara si fermò alla espugnazione della fortezza; ma si crede che se andava verso Mortara, che29 le genti franzesi, non essendo molto concordi il Triulzio e Lignì, si sarebbono ritirate di là dal Po.

1. nobile: celebre.

2. pompa: ostentazione di magnificenza.

3. Caterina Riario Sforza.

4. Ma essendo… ottenne la liberazione: questo passo, presente nel cod. V, dove appare racchiuso tra linee, non compare né nel cod. VI né in alcuna delle edizioni precedenti a quella del Gherardi, dove si legge invece quest’altro brano, che il Gherardi, sulla base di una serie di elementi assai convincenti, ritiene attribuibile non all’autore, ma ad un intervento estraneo posteriore e probabilmente assai vicino al 1561, data della prima edizione: «Ella entrata nella cittadella, ed essendo d’animo virile e feroce proccurava, con molta sua gloria, la difesa di quella. Ma avendo il Valentino, tentato che ebbe invano di disporla ad arrendersi, cominciato a battere con numero grande d’artiglierie la muraglia della cittadella, e gittato in terra gran parte di quella, la quale tiratosi drieto il terreno del terrapieno, e avendo in gran parte ripiena la profondità del fosso, faceva facile la salita agli inimici. Onde i difensori persi d’animo, abbandonatala, cercarono di ritirarsi nella rocca; dove, fatta prima ogni forza di fermargli alla difesa, si ritirò la madonna, e fatto per il timore tumulto e confusione nell’entrare, sopragiunti da’ soldati del Valentino furono tagliati quasi tutti a pezzi; ed entrati alla mescolata con loro col medesimo impeto nella rocca, la presono, e ammazzarono tutti i difensori, eccetto alcuni pochi de’ primi, che colla madonna s’erano ritirati in una torre, i quali insieme con lei restarono prigioni. E il Valentino, considerando in lei più il valore che il sesso, la mandò prigione a Roma, dove fu custodita in Castel Sant’Agnolo: benché non molto poi, per intercessione d’Ivo d’Allegri, ottenne la liberazione».

5. all’espedizione dell’altre terre: ad andare contro le altre città.

6. con l’autorità del magistrato: approfittando del potere derivantegli dalla carica che ricopriva.

7. che: il fatto che.

8. ammazzò: soggetto è Gianiacopo.

9. raccolti: accolti.

10. per la varietà: per l’incostanza.

11. per esseremal fondati: perché aveva l’abitudine di scompigliare, sovrapponendoli e confondendoli tra di loro, i suoi progetti già privi in partenza di solido fondamento.

12. ricercò… il: chiese… al.

13. significò: comunicò.

14. partendosi dal: lasciando l’esercito del.

15. si ridusse: si ritirò.

16. barco: parco.

17. Vescovo di Cremona era lo stesso Ascanio Sforza. A Venezia fu mandato Galeotto della Rovere, suo sostituto.

18. Giovanni Gonzaga.

19. Gianfrancesco Pico.

20. Alberto Pio e Gilberto.

21. Gilberto e Borso da Correggio.

22. Federico dal Verme.

23. partendosi… veneti: lasciando di propria iniziativa ed arbitrariamente il servizio presso la repubblica di Venezia.

24. la oppugnazione: l’assalto.

25. celebre e molto abbondante: popolosa e molto ricca.

26. chiamando: invocando.

27. che: per il fatto che.

28. fussinocampagna: fossero in grado di affrontarlo in una battaglia campale.

29. che: è pleonastico.

CAPITOLO XIV

Solleciti preparativi del re di Francia per riprendere il ducato di Milano. Gli svizzeri al soldo di Lodovico Sforza s’accordano con quelli del re di Francia e consegnano Novara. Lodovico Sforza prigione dei francesi. Anche il card. Ascanio tradito da un parente ed amico cade prigione. Gli svizzeri occupano la terra di Bellinzona. Fine di Lodovico Sforza e giudizio dell’autore su dì lui. Il card. Ascanio nella torre di Borges.

Ma mentre che Lodovico attendeva sollecitamente a queste cose non era stata minore la diligenza e la sollecitudine del re. Il quale, come ebbe sentita la ribellione di Milano, ardente di sdegno e di vergogna, mandò subito in Italia la Tramoglia con secento lancie, mandò a soldare quantità grande di svizzeri; e perché con maggiore prestezza si provedesse alle cose necessarie, deputato il cardinale di Roano luogotenente suo di qua da’ monti, lo fece incontinente passare in Asti; di modo che, espedite1 queste cose con maravigliosa celerità, si trovorono al principio di aprile insieme in Italia mille cinquecento lancie diecimila fanti svizzeri e seimila de’ sudditi del re sotto la Tramoglia il Triulzio e Lignì. Le quali genti, unite insieme a Mortara, si appressorono a Novara, confidandosi non meno nella fraude che nelle forze; perché i capitani svizzeri che erano con Lodovico, benché nella espugnazione di Novara avessino dimostrata fede e virtù, si erano, per mezzo de’ capitani svizzeri che erano nell’esercito de’ franzesi, convenuti occultamente con loro : della qual cosa cominciando per alcune congetture Lodovico a sospettare, sollecitava che quattrocento cavalli e ottomila fanti che si ordinavano2 a Milano si unissino seco. Cominciorono a tumultuare in Novara i svizzeri, istigati da’ capitani, pigliando per occasione che ’l dì destinato al pagamento non si numeravano3 i danari per l’impotenza del duca : il quale, correndo subito al tumulto, con benignissime parole e con tali prieghi che generavano non mediocre compassione, donati ancora loro tutti i suoi argenti, gli fece stare pazienti ad aspettare che da Milano venissino i danari. Ma i capitani loro temerno che, se col duca si univano le genti che si preparavano a Milano, si impedisse il mettere a esecuzione il tradimento disegnato; e perciò l’esercito franzese, secondo l’ordine dato, messosi in arme, si accostò innanzi dì alle mura di Novara, attorniandone una gran parte, e mandati alcuni cavalli tra la città e il fiume del Tesino, per tôrre al duca e agli altri la facoltà di fuggirsi verso Milano. Il quale, sospettando ogn’ora più del suo male, volle uscire coll’esercito di Novara per combattere con gli inimici, avendo già mandati fuora i cavalli leggieri e i borgognoni a cominciare la battaglia; alla quale cosa gli fu apertamente contradetto da’ capitani de’ svizzeri, allegando che senza licenza de’ suoi signori non volevano venire alle mani co’ parenti e co’ fratelli propri e con gli altri della sua nazione : co’ quali poco dipoi mescolatisi, come se fussino di uno esercito medesimo, dissono volersi partire subito per andarsene alle loro case. Né potendo il duca, né co’ prieghi né con le lacrime né con infinite promesse, piegare la barbara perfidia, si raccomandò loro efficacemente che almeno conducessino lui in luogo sicuro; ma perché erano convenuti co’ capitani franzesi di partirsi e non menarlo seco, negato di concedergli la sua dimanda, consentirno si mescolasse tra essi in abito di uno de’ loro fanti, per stare alla fortuna, se non fusse riconosciuto, per salvarsi. La quale condizione accettata la lui per ultima necessità non fu sufficiente alla sua salute, perché, camminando essi in ordinanza per mezzo dell’esercito franzese, fu, per la diligente investigazione di coloro che erano preposti a questa cura, o insegnato4 dai medesimi svizzeri, riconosciuto, mentre che mescolato nello squadrone camminava a piede, vestito e armato come svizzero, e subitamente ritenuto per prigione : spettacolo sì miserabile che commosse le lagrime insino a molti degli inimici. Furono oltre a lui fatti prigioni Galeazzo da San Severino, e il Fracassa e Antonio Maria suoi fratelli, mescolati nell’abito medesimo tra’ svizzeri; e i soldati italiani svaligiati e presi, parte in Novara parte fuggendo verso il Tesino; perché i franzesi, per non irritare quelle nazioni, lasciorno partire a salvamento i cavalli borgognoni e i fanti teleschi.

Preso il duca e dissipato5 l’esercito, non vi essendo più alcuno ostacolo, e piena ogni cosa di fuga e di terrore, il cardinale Ascanio, il quale avea già inviate le genti raccolte a Milano verso il campo, sentita tanta rovina, si partì subito da Milano per ridursi in luogo sicuro, seguitandolo molti della nobiltà ghibellina che, essendosi scoperti immoderatamente per Lodovico, disperavano l’ottenere venia da’ franzesi. Ma essendo destinato che nelle calamità de’ due fratelli si mescolasse con la mala fortuna la fraude, si fermò la notte prossima6, per ricrearsi7 alquanto della fatica ricevuta per la celerità del camminare, a Rivolta8 nel piacentino, castello di Currado Lando gentiluomo di quella città, congiuntogli di parentado e di lunga amicizia; il quale, mutato l’animo con la fortuna, mandati subito a Piacenza a chiamare Carlo Orsino e Sonzino Benzone soldati de’ viniziani, lo dette loro nelle mani, e insieme Ermes Sforza fratello del duca Giovan Galeazzo morto, e una parte de’ gentiluomini venuti con lui; perché gli altri, con più utile consiglio9, non vi si essendo voluti fermare la notte, erano passati più avanti. Fu condotto subitamente Ascanio prigione a Vinegia; ma il re, stimando10 per la sicurtà del ducato di Milano quanto era conveniente l’averlo in sua potestà, ricercò senza indugio il senato viniziano, usando eziandio, come lo vedde stare sospeso, protesti e minaccie, che gliene11 desse, allegando appartenetegli per essere stato preso nel paese sottoposto a sé : la quale richiesta benché paresse molto acerba e indegnissima del nome viniziano, nondimeno per fuggire il furore dell’armi sue lo consentì, e insieme di12 tutti i milanesi che erano stati presi con lui. Anzi, essendosi fermati nelle terre di Ghiaradadda Batista Visconte e altri nobili milanesi fuggiti da Milano per la medesima cagione, e avendo ottenuto salvocondotto di potervi stare sicuri, con espressione nominatamente de’ franzesi13 furono per il medesimo timore necessitati a dargli in potestà del re: tanto in questo tempo potette più nel senato viniziano il terrore dell’armi de’ franzesi che il rispetto della degnità della republica.

Ma la città di Milano, abbandonata d’ogni speranza, mandò subito imbasciadori al cardinale di Roano a supplicare venia, il quale la ricevé in grazia e perdonò in nome del re la ribellione, ma componendogli a pagare14 trecentomila ducati; benché il re ne rimesse poi loro la maggiore parte : e col medesimo esempio perdonò Roano all’altre città che si erano ribellate, e le compose in danari15 secondo la possibilità e qualità loro. Così finita felicemente la impresa e licenziate le genti, i fanti di quattro cantoni de’ svizzeri che sono più vicini che gli altri alla terra di Bellinzone, posta nelle montagne, nel ritornare a casa l’occuporono furtivamente16. Il qual luogo il re arebbe potuto da principio riavere da loro con non molta quantità di danari; ma come17 spesso per sua natura perdeva, per risparmiare piccola quantità di danari, occasioni di cose grandi, ricusando di farlo, succederono poi tempi e accidenti che, molte volte, l’arebbe volentieri, pagandone grandissima quantità, ricomperato da loro: perché è passo molto importante a proibire a’ svizzeri lo scendere nello stato di Milano.

Fu Lodovico Sforza condotto a Lione, dove allora era il re, e introdotto in quella città in sul mezzodì, concorrendo infinita moltitudine a vedere uno principe, poco fa di tanta grandezza e maestà e per la sua felicità invidiato da molti, ora caduto in tanta miseria; donde, non ottenuta grazia di essere, come sommamente desiderava, intromesso18 al cospetto del re, fu dopo due dì menato nella torre di Locces19, nella quale stette circa dieci anni, e insino alla fine della vita, prigione: rinchiudendosi in una angusta carcere i piensieri e l’ambizione di colui che prima appena capivano i termini di tutta Italia20. Principe certamente eccellentissimo per eloquenza per ingegno e per molti ornamenti dell’animo e della natura, e degno di ottenere nome di mansueto e di clemente, se non avesse imbrattata questa laude la infamia per la morte del nipote; ma da altra parte di ingegno vano e pieno di pensieri inquieti e ambiziosi, e disprezzatore delle sue promesse e della sua fede; e tanto presumendo del sapere di se medesimo21 che, ricevendo somma molestia che e’ fusse celebrata la prudenza e il consiglio degli altri, si persuadesse di potere con la industria e arti sue volgere dovunque gli paresse i concetti22 di ciascuno.

Seguitollo non molto poi il cardinale Ascanio, il quale, ricevuto con maggiore umanità e onore, e visitato benignamente dal cardinale di Roano, fu mandato in carcere più onorata, perché fu messo nella torre di Borges23, stata prigione pochi anni innanzi del medesimo re che ora lo incarcerava: tanto è varia e miserabile la sorte umana, e tanto incerte a ognuno ne’ tempi futuri le proprie condizioni.

1. espedite: eseguite.

2. si ordinavano: si preparavano.

3. non si numeravano: non venivano pagati.

4. insegnato: indicato.

5. dissipato: disperso.

6. prossima: seguente.

7. ricrearsi: riposarsi.

8. Rivolta d’Adda.

9. consiglio: decisione.

10. stimando: valutando.

11. gliene: glielo.

12. insieme di: consentì anche di dargli.

13. con… franzesi: con espressa menzione di poter stare sicuri specificamente dai francesi.

14. componendogli a pagare: accordandosi con loro a condizione che pagassero.

15. le compose in denari: si accordò con loro dietro pagamento.

16. furtivamente: di sorpresa.

17. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

18. intromesso: ammesso.

19. Loches, in Turenna.

20. che primaItalia: che prima i confini di tutta Italia bastavano a stento a contenere.

21. e tantomedesimo: e che aveva una tale presunzione della propria saggezza.

22. concetti: piani, disegni.

23. Bourges.