LIBRO SESTO

CAPITOLO I

Lamentele del re di Francia per la inosservanza depatti conclusi con Varciduca Filippo; politica ambigua de’ re di Spagna. Preparativi di guerra del re di Francia. Espugnazione di Castelnuovo da parte degli spagnuoli. Consalvo s’avvia verso Gaeta. Pietro Navarra prende Castel dell’ Uovo. Altre vicende della guerra.

Pervenute al re di Francia le novelle di tanto danno1, in tempo che più poteva in lui la speranza della pace che i pensieri della guerra, commosso gravissimamente per la perdita di uno reame tanto nobile, per la ruina degli eserciti suoi ne’ quali era tanta nobiltà e tanti uomini valorosi, per i pericoli ne’ quali rimanevano l’altre cose che in Italia possedeva, né meno per riputarsi grandissimo disonore di essere vinto da’ re di Spagna senza dubbio meno potenti di lui, e sdegnato sommamente di essere stato ingannato sotto la speranza della pace, deliberava di attendere con tutte le forze sue a recuperare l’onore e il regno perduto e vendicarsi con l’armi di tanta ingiuria. Ma innanzi procedesse più oltre si lamentò efficacissimamente con l’arciduca, che ancora non era partito da Bles, dimandandogli facesse quella provisione2 che era conveniente se voleva conservare la sua fede e il suo onore: il quale, essendo senza colpa, ricercava con grandissima instanza i suoceri del rimedio3, dolendosi sopra modo che queste cose fussino così succedute, con tanta sua infamia, nel cospetto di tutto il mondo. I quali4, innanzi alla vittoria, avevano con varie scuse differito di mandare la ratificazione della pace, allegando ora non trovarsi tutt’a due in uno luogo medesimo, come era necessario avendo a fare congiuntamente le espedizioni5, ora di essere occupati molto in altri negozi; come quegli che6 erano mal sodisfatti della pace, o perché il genero avesse trapassato le loro commissioni7 o perché, dopo la partita sua di Spagna, avessino conceputo maggiore speranza dello evento della guerra8, o perché fusse paruto loro molto strano ch’egli avesse convertita in se medesimo9 la parte loro del reame e senza avere certezza alcuna, per l’età tanto tenera degli sposi, che avesse ad avere effetto il matrimonio del figliuolo: e nondimeno non negando, anzi sempre dando speranza di ratificare ma differendo, si avevano riservato libero, più tempo potevano, il pigliare consiglio secondo i successi10 delle cose. Ma intesa la vittoria de’ suoi, deliberati di disprezzare la11 pace fatta, allungavano12 nondimeno il dichiarare13 all’arciduca la loro intenzione, perché quanto più tempo ne stesse ambiguo il re di Francia tanto tardasse a fare nuove provisioni per soccorrere Gaeta e l’altre terre che gli restavano. Ma stretti14 finalmente dal genero, determinato di non partire altrimenti da Bles, vi mandorono nuovi imbasciadori; i quali, dopo avere trattato qualche giorno, manifestorono finalmente non essere la intenzione de’ loro re di ratificare quella pace, la quale non era stata fatta in modo che fusse per loro né onorevole né sicura: anzi, venuti in controversia con l’arciduca, gli dicevano essersi i suoceri maravigliati assai che egli nelle condizioni della pace la volontà loro trapassata avesse; perché, benché per onore suo il mandato fusse stato libero e amplissimo, che egli si aveva a riferire alle istruzioni, che erano state limitate. Alle quali cose rispondeva Filippo non essere state manco libere le istruzioni che il mandato; anzi, avergli alla partita sua efficacemente detto, l’uno e l’altro de’ suoceri, che desideravano e volevano la pace per mezzo suo, e avergli giurato, in sul libro dello evangelio e in su l’immagine di Cristo crocifisso, che osserverebbono tutto quello che da lui si conchiudesse; e nondimeno non avere voluto usare sì ampia e sì libera facoltà se non con partecipazione de’ due uomini che seco mandati avevano. Proposeno gli oratori con le medesime arti nuove pratiche di concordia, mostrandosi inclinati a restituire il regno al re Federigo; ma conoscendosi essere cose non solo vane ma insidiose, perché tendevano ad alienare dal re di Francia l’animo di Filippo intento a conseguire quel reame per il figliuolo, il re proprio, in publica udienza, fece loro risposta, denegando volere prestare orecchi in modo alcuno a nuovi ragionamenti se prima non ratificavano la pace fatta e facevano segni che fussino dispiaciuti loro i disordini seguiti; aggiugnendo parergli cosa non solo maravigliosa15 ma detestanda16 e abominevole che quegli re, che tanto d’avere acquistato il titolo di cattolici si gloriavano, tenessino sì poco conto dell’onore proprio, della fede data, del giuramento e della religione, né avessino rispetto alcuno all’arciduca, principe di tanta grandezza nobiltà e virtù, e figliuolo ed erede loro: con la quale risposta avendo il dì medesimo fattigli partire dalla corte, si volse con tutto l’animo alle provisioni della guerra; disegnando farle maggiori, e per terra e per mare, che già gran tempo fa fussino state fatte per alcuno re di quel reame. Deliberò adunque di mandare grandissimo esercito e potentissima armata marittima nel regno di Napoli; e perché in questo mezzo non si perdesse Gaeta e le castella di Napoli, mandarvi con prestezza, per mare, soccorso di nuove genti e di tutte le cose necessarie; e per impedire che di Spagna non vi andasse soccorso, il che era stato causa di tutti i disordini, assaltare con due eserciti per terra il regno di Spagna, mandandone uno nel contado di Rossiglione, che è contiguo al mare Mediterraneo, l’altro verso Fonterabia e gli altri luoghi circostanti posti in sul mare Oceano; e con una armata marittima molestare, nel tempo medesimo, la costiera di Catalogna e di Valenza. Le quali espedizioni mentre che con grandissima sollecitudine si preparano, Consalvo, intento alla espugnazione delle castella di Napoli, piantò l’artiglierie contro a Castelnuovo alle radici del monte di San Martino, onde di luogo rilevato si batteva il muro della cittadella, la quale situata di verso il detto monte era di mura antiche fondate quasi sopra terra17; e nel tempo medesimo Pietro Navarra faceva una mina per ruinare le mura della cittadella; e similmente si battevano le mura del castello dalla Torre di San Vincenzio, stata presa pochi dì prima da Consalvo. Era allora Castelnuovo in forma diversa dalla presente, perché ora, levata via la cittadella, comincia dove erano le mura di quella un circuito nuovo di mura che si distende per la piazza del castello insino alla marina; il quale circuito, principiato da Federigo e alzato da lui insino al bastione, fabbricato di muraglia forte e bene fondata, è molto difficile a minare, per essere contraminato18 bene per tutto e perché la sommità dell’acqua è molto vicina alla superficie della terra. Ed era il disegno di Consalvo, presa che avesse la cittadella, accostandosi alla scarpa19 del muro del castello, sforzarsi di rovinarlo20 con nuove mine; ma dalla temerità o dalla mala fortuna de’ franzesi gli fu presentata maggiore occasione. Perché, poi che alla mina condotta alla sua perfezione fu fatto dare il fuoco da Pietro Navarra, aperse l’impeto della polvere il muro della cittadella; e nel tempo medesimo i fanti spagnuoli che stavano in battaglia21 aspettando questo, parte per la rottura del muro parte salendo con le scale da più bande, entrorono dentro: e da altra parte i franzesi, usciti del castello, per non gli lasciare fermare nella cittadella andorono incontro a loro: dalle forze de’ quali in poco tempo soprafatti, ritirandosi nel rivellino22, gli spagnuoli alla mescolata con loro vi entrorono dentro, e spingendosi col medesimo impeto alla via della porta, dove non era allora il nuovo torrione il quale fece poi fabbricare Consalvo, accrebbono ne’ franzesi, già inviliti, tanto il terrore che in meno d’una mezza ora, perduto al tutto l’animo, detteno il castello con le robe, delle quali vi era rifuggita quantità grandissima, e persone loro, a discrezione23: ove24 restò prigione il conte di Montorio e molti altri signori. E riuscì questo acquisto più opportuno25, perché il dì seguente arrivò per soccorrerlo, da Genova, una armata di sei navi grosse e di molti altri legni carichi di vettovaglie d’armi e di munizioni, e con dumila fanti. In su l’approssimarsi della quale, l’armata spagnuola che era nel porto di Napoli si ritirò a Ischia; dove, intesa che ebbe la perdita di Castelnuovo, la seguitò l’armata franzese: ma avendo la spagnuola, per non essere sforzata a combattere, affondato innanzi a sé certe barche, poiché s’ebbono tirato qualche colpo d’artiglieria, l’una andò a Gaeta, l’altra assicuratasi per la partita sua ritornò al molo di Napoli.

Espugnato Castelnuovo, Consalvo intento allo acquisto di tutto il reame, non aspettato l’esercito di Calavria, il quale per levarsi tutti gli impedimenti del venire innanzi26 s’era fermato a conquistare la valle d’Ariano27, mandò Prospero Colonna nello Abruzzi; ed egli, lasciato Pietro Navarra alla espugnazione di Castel dell’Uovo, si dirizzò col resto dello esercito a Gaeta: nella espugnazione della quale consisteva la perfezione della vittoria, perché la speranza e la disperazione de’ franzesi dependeva totalmente dalla salvazione o dalla perdita di quella città, forte, marittima, e che ha porto tanto capace e sì opportuno alle armate mandate da Genova e di Provenza. Né erano perciò i franzesi ristretti in Gaeta sola, ma oltre a’ luoghi circostanti che si tenevano per loro tenevano nello Abruzzi l’Aquila la Rocca d’Evandro28 e molte altre terre: e Luigi d’Ars, raccolti molti cavalli e fanti e fattosi forte29 col principe di Melfi in Venosa, molestava tutto il paese vicino; e Rossano30, Matalona31 e molte altre terre forti, che erano di baroni della parte angioina, si conservavano costantemente alla divozione del re di Francia.

Faceva in questo tempo Pietro Navarra certe barche coperte32, con le quali, accostatosi al muro di Castel dell’Uovo più sicuramente, fece la mina dalla parte che guarda Pizzifalcone, non s’accorgendo quegli che erano dentro dell’opera sua; per la quale, dato il fuoco, balzò con grande impeto in aria una parte del masso insieme con gli uomini che vi erano sopra; per il qual caso spaventati gli altri fu subito presa la fortezza, con tanta riputazione di Pietro Navarra e con tanto terrore degli uomini che (come sono più spaventevoli i modi nuovi dell’offese perché non sono ancora escogitati i modi delle difese)33 si credeva che alle sue mine muraglia o fortezza alcuna resistere più non potesse. Ed era certamente cosa molto orribile che con la forza della polvere d’artiglieria, messa nella cava o veramente nella mina, si gittassino in terra grandissime muraglie. La quale specie d’espugnazione era stata la prima volta usata in Italia da’ genovesi, co’ quali, secondo che affermano alcuni, militava per fante privato34 Pietro Navarra, quando l’anno mille quattrocento ottantasette s’accamporono alla rocca di Serezanello tenuta da’ fiorentini; ove con una cava fatta in simile modo aperseno parte della muraglia; ma non conquistando la rocca, per non essere la mina penetrata tanto sotto i fondamenti del muro quanto era necessario, non fu seguitato per allora l’esempio di questa cosa.

Ma approssimandosi Consalvo a Gaeta, Allegri, che aveva distribuito quattrocento lancie e quattromila fanti, di quegli che s’erano salvati della rotta, tra Gaeta, Fondi, Itri, Traietto e Rocca Guglielma, gli ritirò tutti in Gaeta; e vi entrorno insieme i prìncipi di Salerno e di Bisignano il duca di Traietto35 il conte di Consa36 e molti baroni del regno, che prima si erano uniti con lui. Dopo la ritirata de’ quali, Consalvo, insignoritosi di tutte quelle terre e della rocca di San Germano, alloggiò col campo nel borgo di Gaeta, col quale37, poco poi, avendo presa la valle d’Ariano, si unì l’esercito di Calavria; e piantate le artiglierie batté con impeto grande dalla parte del porto e dalla parte del monte detto volgarmente il Monte di Orlando, congiunto e supereminente38 alla città, e il quale, cinto dipoi di mura da lui, era stato allora con ripari e con bastioni di terra fortificato da’ franzesi: e avendo tentato invano, con due assalti non ordinati, di entrarvi, s’astenne finalmente di dare la battaglia ordinata, il dì che avevano determinato di darla, riputando la espugnazione difficile per il numero e virtù de’ difensori, e considerando che quando bene l’esercito suo fusse per forza entrato nel monte si riduceva in maggior pericolo, perché sarebbe stato esposto alle artiglierie piantate nel monasterio39 e altri luoghi rilevati che erano in sul monte. Continuava nondimeno di battere con l’artiglierie e molestare la terra: stretta similmente dalla parte del mare, perché innanzi al porto erano diciotto galee spagnuole, delle quali era capitano don Ramondo di Cardona40. Ma pochi dì poi arrivò una armata di sei caracche41 grosse genovesi sei altre navi e sette galee, carica di vettovaglie e di molti fanti, in sulla quale era il marchese di Saluzzo, mandato, per la morte del duca di Nemors, per nuovo viceré dal re di Francia, sollecito quanto era possibile alla conservazione di Gaeta, e perciò, parte in su questi legni parte in su altri che giunsono poco poi, vi mandò in pochi dì mille fanti corsi e tremila guasconi: per la venuta della quale armata l’armata spagnuola fu costretta a ritirarsi a Napoli; e Consalvo, disperando di potere farvi più frutto alcuno, ridusse le genti a Mola di Gaeta42 e al Castellone43, donde teneva Gaeta come assediata di largo assedio44, avendovi perduto, parte nello scaramucciare parte nel ritirarsi, molti uomini, tra’ quali fu ammazzato dall’artiglieria di dentro don Ugo di Cardona. Ma gli succedevano nel tempo medesimo prosperamente tutte le altre cose del regno: perché Prospero Colonna aveva preso la Rocca d’Evandro e l’Aquila, e tutte l’altre terre dello Abruzzi ridotte alla divozione spagnuola; e la Calavria quasi tutta la medesima ubbidienza seguitova, per l’accordo che nuovamente45 aveva fatto il conte di Capaccio con loro; né vi rimaneva altro che Rossano e Santa Severina, ove era assediato il principe di Rossano.

1. Le sconfitte di Seminara e di Cerignola e l’ingresso di Consalvo di Cordova a Napoli (Cfr. cap. prec.).

2. facesse quella provisione: prendesse quei provvedimenti.

3. ricercava… del remedio: chiedeva molto insistentemente ai suoceri di rimediare.

4. I quali: si riferisce a i suoceri.

5. fare… le espedizioni: redigere… i documenti.

6. come quegli che: espressione latineggiante (cfr. quippe qui).

7. avesse… commissioni: fosse andato al di là del mandato avuto da loro.

8. dello evento della guerra: sulla conclusione della guerra.

9. convertita in se medesimo: fatta passare sotto il suo governo (cfr. V, xv).

10. i successi: l’andamento.

11. disprezzare la: non tener conto della.

12. allungavano: procrastinavano.

13. dichiarare: chiarire.

14. stretti: messi alle strette.

15. maravigliosa: strana.

16. detestanda: degna di biasimo. Calco del gerundio latino.

17. fondate quasi sopra terra: le cui fondamenta erano quasi al livello del terreno.

18. contraminato: a sua volta minato in modo da ostacolare l’effetto delle mine nemiche.

19. alla scarpa: alla base.

20. rovinarlo: abbatterlo.

21. in battaglia: in ordine di combattimento.

22. Veniva chiamata rivellino l’opera di fortificazione posta davanti al fronte di fortificazioni.

23. a discrezione: senza condizioni.

24. ove: nella quale circostanza.

25. opportuno: utile.

26. per levarsiinnanzi: per eliminare tutti gli ostacoli all’avanzata.

27. Nell’attuale provincia di Avellino.

28. Nell’attuale provincia di Caserta.

29. fattosi forte: fortificatosi.

30. Nell’attuale provincia di Cosenza.

31. Maddaloni.

32. coperte: protette da una tettoia.

33. come… difese: cfr. Ricordi, C 64 (Op. I, p. 746).

34. per fante privato: come soldato semplice.

35. Onorato Caetani d’Aragona.

36. Luigi Gesualdo.

37. col quale: si riferisce a Consalvo.

38. supereminente: sovrastante.

39. Allude al monastero che allora si trovava accanto alla chiesa di San Francesco.

40. Ramon de Cardona, conte di Albento.

41. Le caracche erano grosse navi a vela armate di cannoni.

42. L’attuale Formia.

43. Borgo fortificato a ovest di Formia.

44. di largo assedio: di un assedio in cui le truppe si tenevano ad una distanza di sicurezza dagli assediati.

45. nuovamente: recentemente.

CAPITOLO II

Successi de’ fiorentini nella guerra contro Pisa. Trattative del Valentino coi pisani e sua ambizione al dominio della Toscana. Politica ambigua del pontefice e del Valentino verso il re di Francia. Aspirazione del pontefice e del Valentino agli stati di Giangiordano Orsini.

Nel qual tempo non erano l’altre parti d’Italia vacue totalmente di sospetti e di fatiche. Perché i fiorentini, insino innanzi alle percosse che i franzesi ebbono nel reame, temendo le forze e gl’inganni del pontefice e del Valentino, avevano oltre a essersi proveduti d’altre armi condotto a’ soldi loro e per governare tutte le loro genti, benché senza titolo, il bagli d’Occan1 capitano riputato nella guerra, con cinquanta lancie franzesi; persuadendosi che, per essere uomo del re di Francia e menando con volontà del re le cinquanta lancie che aveva da lui in condotta, quegli de’ quali temevano avessino a procedere con più rispetto, e che oltre a questo in ogni bisogno loro avessino a essere più pronti gli aiuti regi: alla giunta del quale, raccolte insieme tutte le genti, tagliorono la seconda volta le biade2 de’ pisani: non però per tutto il paese, perché l’entrare nel Valdiserchio non era senza pericolo, essendo quella valle situata tra monti e acque e in mezzo tra Lucca e Pisa. Espedito3 di dare il guasto, andò il campo a Vico Pisano, il quale si ottenne senza difficoltà: perché il baglì, minacciando cento fanti franzesi che v’erano dentro che e’ sarebbono puniti come inimici del re e promettendo loro il soldo di uno mese, fu operatore che se n’uscissino; per la partita de’ quali furono costretti quegli di Vico Pisano arrendersi liberamente4. Preso Vico, si circondò subito la Verrucola dove erano pochi difensori, perché non vi entrasse nuova gente; e condottevi di poi per quegli monti aspri con difficoltà grande l’artigliene, quegli di dentro aspettati pochi colpi s’arrenderono, salvo l’avere e le persone. È il sito del monte della Verrucola, nella sommità del quale era stata fabbricata una piccola fortezza, nelle guerre lunghe che si fanno nel contado di Pisa, di molta importanza; perché, vicino a Pisa a cinque miglia, non solo è opportuno a infestare il paese circostante, e insino in sulle porte di quella città, ma ancora a scoprire tutte le cavalcate e genti che n’escono; e il quale, in questa guerra, e da Paolo Vitelli e da altri era invano più volte stato tentato5. Ma la confidenza che i pisani aveano avuta che s’avesse a difendere Vico Pisano, senza l’acquisto del quale non potevano i fiorentini mettersi a campo alla Verrucola, era stata cagione che non l’aveano proveduta sufficientemente. Spaventò molto i pisani la perdita della Verrucola; e nondimeno, ancora che e’ ricevessino tanti danni, avessino pochissimi soldati forestieri mancamento di danari carestia di vettovaglie, non si piegavano a ritornare all’ubbidienza de’ fiorentini, mossi principalmente dalla disperazione di ottenere venia per la coscienza dell’offese gravissime fatte loro. La quale disposizione era necessario che conservassino, con grandissima diligenza e infinite arti, coloro che nel governo erano di maggiore autorità; perché pure a’ contadini, senza i quali non erano sufficienti a difendersi, pareva grave il perdere le sue ricolte: perciò attendevano a nutrirgli con varie speranze, e insieme quegli del popolo che vivevano più delle arti della pace che della guerra; con lettere finte e con diverse invenzioni mostrando (e le cose vere alle false mescolando, e ciò che in Italia di nuovo succedeva a proposito loro6 interpretando) che ora questo ora quell’altro principe in aiuto loro si moverebbono. Né erano però in queste estremità senza qualche aiuto e soccorso da’ genovesi e da’ lucchesi antichi inimici del nome fiorentino, e similmente da Pandolfo Petrucci poco grato de’ benefici ricevuti, ma, quello che importava più, erano eziandio nutriti, con qualche aiuto occulto ma con molto maggiori speranze, dal Valentino. Il quale, avendo lungamente avuto desiderio di insignorirsi di quella città, offertagli da’ pisani medesimi, ma astenutosene per non offendere l’animo del re di Francia, ora, preso ardire dalle avversità sue nel regno di Napoli, trattava, con consentimento paterno, con gli imbasciadori pisani, i quali per questo erano stati mandati a Roma, di accettarne il dominio, distendendo, oltre a questo, i pensieri suoi a occupare tutta Toscana, Della qual cosa benché i fiorentini e i sanesi avessino grandissima sospezione7, nondimeno, essendo impedito il bene universale dagli interessi particolari, non si tirava innanzi l’unione proposta dal re di Francia tra i fiorentini, bolognesi e sanesi; perché i fiorentini ricusavano di farla senza la restituzione di Montepulciano, come da principio era stato trattato e promesso, e Pandolfo Petrucci, avendone l’animo alieno benché le parole sonassino in contrario, allegava che il restituirlo gli conciterebbe tanto odio del popolo sanese che e’ sarebbe necessitato a partirsi di nuovo di quella città, e però essere più beneficio comune differire qualche poco per farlo con migliore occasione8 che, per restituirlo di presente, facilitare al Valentino l’occupare Siena; e così non negando ma prolungando si ingegnava che i fiorentini accettassino la speranza per effetto9: le quali scuse, rifiutate da essi, erano per opera di Francesco da Narni, fermatosi per comandamento del re in Siena, accettate e credute nella corte di Francia.

Ma non era l’intenzione del pontefice e di Valentino di mettere mano a queste imprese se non quanto dessino loro animo i progressi dell’esercito che si preparava dal re di Francia, e secondo che da essi fusse deliberato dell’aderirsi più all’uno re che all’altro: sopra che si facevano per essi in questo tempo vari pensieri, differendo quanto potevano il dichiarare la mente sua, non inclinata, se non quanto il timore fusse per costrignerli, al re di Francia, perché l’esperienza veduta nelle cose di Bologna e di Toscana gli privava di speranza di fare col favore suo maggiori acquisti. Perciò avevano cominciato, innanzi alla vittoria degli spagnuoli, ad alienarsi con la volontà ogni dì più da lui, e dopo la vittoria, preso maggiore animo, non avevano più il rispetto solito alla volontà e autorità sua; e ancora che avessino, subito dopo le rotte de’ franzesi, affermato di volere seguitare la parte del re di Francia e fatto dimostrazione di soldare genti per mandarle nel reame, nondimeno tirati dalla cupidità di nuovi acquisti, né potendo levare gli occhi né rimuovere l’animo dalla Toscana, ricercandogli il re che si dichiarassino apertamente per lui, rispondeva il pontefice con tale ambiguità che ogni dì diventava più sospetto, il figliuolo ed egli; la simulazione e dissimulazione de’ quali era tanto nota nella corte di Roma che n’era nato comune proverbio che ’l papa non faceva mai quello che diceva e il Valentino non diceva mai quello che faceva. Né era ancora finita la contenzione loro con Giangiordano. Perché se bene il Valentino, temendo la indegnazione del re, si fusse, quando ricevé il comandamento suo, astenuto da molestarlo, nondimeno il pontefice, dimostrandone dispiacenza grandissima, non avea mai cessato di fare instanza col re che o gli concedesse l’acquistare con l’armi tutti gli stati di Giangiordano o costrignesse lui a riceverne ricompenso, dimostrando muoverlo a questo non l’ambizione ma giustissimo timore della sua vicinità, perché, essendosi trovato nelle scritture del cardinale Orsino uno foglio bianco sottoscritto di mano propria di Giangiordano, arguiva che nelle cose trattate alla Magione avea avuto contro a sé la medesima volontà e intelligenza10 che gli altri Orsini. Nella qual cosa il re, avendo per fine più l’utilità che l’onestà, avea proceduto diversamente secondo la diversità de’ tempi, ora dimostrandosi favorevole come prima a Giangiordano ora inclinato a sodisfare in qualche modo al pontefice. Però, avendo Giangiordano ricusato di deporre Bracciano in mano dell’oratore franzese che risedeva a Roma, dimandò il re che questa controversia fusse rimessa in sé11 con patto che Giangiordano si trasferisse fra due mesi in Francia né si innovasse insino alla sua determinazione cosa alcuna; alla qual cosa acconsentì Giangiordano per necessità, perché avea sperato per i meriti paterni e suoi dovere essere in tutto liberato da questa molestia, e il pontefice più per timore che per altro, essendo stata fatta la domanda nel tempo che l’arciduca in nome de’ re di Spagna contrasse la pace. Ma mutata per la vittoria degli spagnuoli la condizione delle cose, il papa, vedendo il bisogno che il re aveva di lui, dimandava tutti gli stati suoi, offerendo quella ricompensa che fusse dichiarata12 dal re; il quale aveva, per la medesima cagione, indotto Giangiordano, benché malvolentieri, a consentirvi e a promettere di dargli, per sicurtà d’eseguire quel che il re dichiarasse, il figliuolo13: perché la intenzione sua era non dare questi stati al pontefice se nel tempo medesimo non si congiugneva nella guerra napoletana apertamente con lui. Ma avendo recusato quegli di Pitigliano, dove il figliuolo era, di darlo a monsignore di Trans14 oratore del re, il quale era andato a Portercole15 per riceverlo, Giangiordano medesimo, che era ritornato, andò a Portercole a offerire all’oratore la propria persona; il quale accettatolo, impudentemente lo fece mettere in su una nave; benché, subito che ’l re n’ebbe notizia, comandò fusse liberato.

1. Jacques de Silly, balì de Caen.

2. tagliorono… le biade: distrussero… il raccolto.

3. Espedito: finito.

4. liberamente: senza condizioni.

5. era… stato tentato: si era provato… a prenderlo con le armi.

6. a proposito loro: in senso favorevole a loro.

7. sospezione: sospetto.

8. con migliore occasione: in circostanze più favorevoli.

9. accettassino… effetto: si contentassero della promessa considerandola come già mantenuta.

10. intelligenza: intesa.

11. fusse rimessa in sé: fosse affidata al proprio arbitrato.

12. dichiarata: richiesta.

13. Napoleone Orsini.

14. Louis de Villeneuve, barone di Trans e signore di Serenon.

15. Porto Ercole, attualmente in provincia di Grosseto.

CAPITOLO III

Forze del re di Francia in Italia. Sospetti del re per la politica sempre ambigua del pontefice e del Valentino.

Acceleravano intanto le provisioni ordinate per usarle di qua e di là da’ monti. Perché in Ghienna erano andati, per rompere la guerra verso Fonterabia, monsignore di Alibret1 e il marisciallo di Gies con quattrocento lancie e cinquemila fanti tra svizzeri e guasconi; e nella Linguadoca, per muovere la guerra nella contea di Rossiglione, il marisciallo Ruis brettone2 con ottocento lancie e ottomila fanti, parte svizzeri parte franzesi; e nel tempo medesimo si moveva l’armata3 per infestare la costa di Catalogna e del regno di Valenza. E in Italia aveva espedito il re per capitano generale dell’esercito monsignore della Tramoglia, a cui allora per consentimento di tutti si dava il primo luogo, nell’armi, di tutto il reame di Francia; e aveva mandato il baglì di Digiuno a fare muovere ottomila svizzeri; e le genti d’arme e l’altre fanterie sollecitavano di camminare: non essendo però l’esercito tanto potente come da principio aveva disegnato, non perché fusse raffreddato l’ardore del re, né perché lo ritenesse o la impotenza o il desiderio di spendere meno, ma perché si conducesse nel regno di Napoli, come era giudicato molto utile, con maggiore celerità, e in parte perché Allegri, significandogli lo stato delle cose di là, aveva affermato essere più gagliarde le reliquie dello esercito che in fatto non erano e più ferme le terre e i baroni che ancora si tenevano a sua divozione, e perché aveva ricercato aiuto di gente da tutti quegli che in Italia gli aderivano; onde i fiorentini gli concederono il baglì d’Occan con le cinquanta lancie pagate da loro e cento cinquanta altri uomini d’arme, cento uomini d’arme per uno dettono il duca di Ferrara i bolognesi e il marchese di Mantova, il quale chiamato dal re v’andava in persona, e cento altri i sanesi. Le quali genti, aggiunte a ottocento lancie e cinquemila guasconi che conduceva in Italia la Tramoglia, e agli ottomila svizzeri che si aspettavano e a’ soldati che erano in Gaeta, facevano il numero di mille ottocento lancie tra franzesi e italiane, e di più di diciottomila fanti; oltre a’ quali si era mossa l’armata marittima molto potente, sotto monsignore di…4: di maniera che si confessava per ciascuno non essere memoria che alcuno re di Francia, computato le forze preparate per terra e per mare e di qua e di là da’ monti, avesse mai fatto più potente e maggiore preparazione.

Ma non era riputato sicuro che l’esercito regio passasse Roma se prima il re non era sicuro del pontefice e del Valentino, avendo causa giustissima di sospettarne per molte ragioni e per molti indizi, e perché per lettere intercette molto prima di Valentino e Consalvo si era compreso essere stato trattato tra loro che se Consalvo espugnava Gaeta, assicurato in caso tale delle cose del regno, passasse innanzi con l’esercito, occupasse Pisa il Valentino, e che uniti insieme Consalvo ed egli assaltassino la Toscana: e perciò il re, passato già l’esercito in Lombardia, faceva instanza grandissima che e’ dichiarassino per ultimo la mente loro5. I quali6 se bene udivano e trattavano con tutti, nondimeno giudicando essere il tempo comodo a fare mercatanzia de’ travagli degli altri, aveano maggiore inclinazione a congiugnersi con gli spagnuoli; ma gli riteneva7 il pericolo manifesto che l’esercito franzese non8 cominciasse ad assaltare gli stati loro, e così, che avessino a cominciare a sentire danni e molestie donde disegnavano di conseguire premi ed esaltazione: nella quale ambiguità9 permettevano che ciascuna delle parti soldasse scopertamente fanti in Roma, differendo il più potevano a dichiararsi. Ma essendo finalmente ricercatine strettamente10 dal re, offerivano che il Valentino si unirebbe con l’esercito suo con cinquecento uomini d’arme e dumila fanti, consentendogli il re non solamente le terre di Giangiordano ma eziandio l’acquisto di Siena; e nondimeno quando s’approssimavano alla conclusione variavano dalle11 cose trattate, introducendo nuove difficoltà, come quegli che12 per potere, secondo la loro consuetudine, pigliare consiglio dagli eventi delle cose, erano alieni dal dichiararsi. Però fu introdotta un’altra pratica, per la quale il pontefice, proponendo13 di non volere dichiararsi per alcuna delle parti per conservarsi padre comune, consentiva dare allo esercito franzese passo per il dominio della Chiesa, e prometteva durante la guerra nel regno di Napoli non molestare né i fiorentini né i sanesi né i bolognesi; le quali condizioni sarebbeno state finalmente, perché l’esercito passasse senza maggiore indugio nel reame, accettate dal re, ancora che conoscesse non esser questo partito né con onore né con sicurtà sua e di quegli che da lui in Italia dependevano: perché certezza alcuna non aveva che, se a’ suoi nel reame sinistro alcuno sopravenisse, che il pontefice e il Valentino non se gli scoprissino contro; ed era oltre a questo mal sicuro che, uscite che fussino le genti sue di terra di Roma, essi, tenuto poco conto della fede, non assaltassino la Toscana, la quale per la sua disunione e per gli aiuti dati al re restava debole e quasi disarmata. E che avessino a tentare o questa o altra impresa era verisimile, poiché d’avere a conseguire di tanta occasione guadagni immoderati presupposto s’aveano.

1. Alain le Grand, signore d’Albret.

2. Jean de Rieux, barone di Rieux e Rochefort, maresciallo di Bretagna.

3. l’armata: la flotta.

4. Philippe de Clèves e de la Marck, signore di Ravenstein.

5. dichiarassino… loro: chiarissero definitivamente le loro intenzioni.

6. I quali: si riferisce al papa e al Valentino.

7. gli riteneva: li tratteneva.

8. il pericolochenon: il pericolo… che.

9. ambiguità: incertezza.

10. strettamente: con insistenza.

11. variavano dalle: cambiavano idea sulle.

12. come quegli che: forma latineggiante (cfr. quippe qui).

13. proponendo: premettendo.

CAPITOLO IV

Morte del pontefice; malattia del Valentino; giubilo di Roma per la morte del pontefice. Il Valentino si riconcilia con i Colonnesi. Torbidi in Roma. Ritorno di signori spodestati in terre dello stato pontificio e del Valentino. Accordi del Valentino col re di Francia. Il conclave e l’eiezione di Pio III.

Ma ecco che nel colmo più alto delle maggiori speranze (come sono vani e fallici i pensieri degli uomini) il pontefice, da una vigna appresso a Vaticano, dove era andato a cenare per ricrearsi1 da’ caldi, è repentinamente portato per morto nel palazzo pontificale e incontinente dietro è portato per morto il figliuolo: e il dì seguente, che fu il decimo ottavo dì d’agosto, è portato morto secondo l’uso de’ pontefici nella chiesa di San Piero, nero enfiato e bruttissimo, segni manifestissimi di veleno; ma il Valentino, col vigore dell’età e per avere usato subito medicine potenti e appropriate al veleno, salvò la vita, rimanendo oppresso da lunga e grave infermità. Credettesi costantemente che questo accidente fusse proceduto da veleno; e si racconta, secondo la fama più comune, l’ordine2 della cosa in questo modo: che avendo il Valentino, destinato alla medesima cena, deliberato di avvelenare Adriano cardinale di Corneto3, nella vigna del quale doveano cenare (perché è cosa manifesta essere stata consuetudine frequente del padre e sua non solo di usare il veleno per vendicarsi contro agl’inimici o per assicurarsi de’ sospetti ma eziandio per scelerata cupidità di spogliare delle proprie facoltà le persone ricche, in cardinali e altri cortigiani, non avendo rispetto che da essi non avessino mai ricevuta offesa alcuna, come fu il cardinale molto ricco di Santo Angelo4, ma né anche che gli fussino amicissimi e congiuntissimi, e alcuni di loro, come furono i cardinali di Capua5 e di Modona6, stati utilissimi e fidatissimi ministri), narrasi adunque che avendo il Valentino mandati innanzi certi fiaschi di vino infetti di veleno, e avendogli fatti consegnare a un ministro7 non consapevole della cosa, con commissione che non gli desse ad alcuno, sopravenne per sorte il pontefice innanzi a l’ora della cena, e, vinto dalla sete e da’ caldi smisurati ch’erano, dimandò gli fusse dato da bere, ma perché non erano arrivate ancora di palazzo le provisioni8 per la cena, gli fu da quel ministro, che credeva riservarsi come vino più prezioso, dato da bere del vino che aveva mandato innanzi Valentino: il quale, sopragiugnendo mentre il padre beeva, si messe similmente a bere del medesimo vino. Concorse al corpo morto d’Alessandro in San Piero con incredibile allegrezza tutta Roma, non potendo saziarsi gli occhi d’alcuno di vedere spento un serpente che con la sua immoderata ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempli di orribile crudeltà di mostruosa libidine e di inaudita avarizia9, vendendo senza distinzione le cose sacre e le profane, aveva attossicato tutto il mondo; e nondimeno era stato esaltato, con rarissima e quasi perpetua prosperità, dalla prima gioventù insino all’ultimo dì della vita sua, desiderando sempre cose grandissime e ottenendo più di quello desiderava. Esempio potente a confondere l’arroganza di coloro i quali, presumendosi di scorgere con la debolezza degli occhi umani la profondità de’ giudici divini, affermano ciò che di prospero o di avverso avviene agli uomini procedere o da’ meriti o da’ demeriti loro: come se tutto dì non apparisse molti buoni essere vessati ingiustamente e molti di pravo animo essere esaltati indebitamente; o come se, altrimenti interpretando, si derogasse10 alla giustizia e alla potenza di Dio; la amplitudine della quale, non ristretta a’ termini brevi e presenti, in altro tempo e in altro luogo, con larga mano, con premi e con supplìci sempiterni, riconosce i giusti dagli ingiusti11.

Ma Valentino, ammalato gravemente in palazzo, ridusse12 intorno a sé tutte le sue genti; e avendo prima sempre pensato di fare, alla morte del palre, parte col terrore delle sue armi parte col favore de’ cardinali spagnuoli, che erano undici, eleggere uno pontefice ad arbitrio suo, aveva al presente molto maggiore difficoltà che prima non s’era immaginato a questo e a tutti gli altri disegni, per la sua pericolosissima infermità: per il che si querelava con grandissima indegnazione che, avendo pensato molte volte in altri tempi a tutti gli accidenti che nella morte del padre potessino sopravenire, e a tutti pensato i rimedi, non gli era mai caduto nella mente13 potere accadere che nel tempo medesimo avesse egli a essere impedito da sì pericolosa infermità. Però, bisognandogli accomodare i consigli suoi non a’ disegni fatti prima ma alla necessità sopravenuta, parendogli non potere sostenere in un tempo medesimo l’inimicizia de’ Colonnesi e degli Orsini e temendo non si unissino insieme contro a lui, si risolvé a fidarsi più presto di quegli i quali aveva offesi solamente nello stato che di quegli i quali aveva offesi nello stato e nel sangue; e per questo, riconciliatosi prestamente co’ Colonnesi e colla famiglia della Valle seguace della medesima fazione14, e invitandogli a tornare negli stati propri, restituì loro le fortezze, le quali con spesa grande erano state fortificate e ampliate da Alessandro. Ma non bastava questo né alla sicurtà sua né a quietare la città di Roma, ove ogni cosa era piena di sospetti e di tumulti. Perché Prospero Colonna era venutovi e tutta la parte colonnese avea prese l’armi; e Fabio Orsino, venuto alle case loro in Montegiordano, aveva con turba grande di partigiani degli Orsini abbruciati alcuni fondachi e case di mercatanti e cortigiani spagnuoli (contro al nome della quale nazione erano concitati gli animi quasi di ciascuno, per la memoria delle insolenze che avevano usate nel pontificato d’Alessandro), e sitibondo del sangue del Valentino congregava molti soldati forestieri, e sollecitava Bartolomeo d’Alviano, che allora era agli stipendi de’ veneziani, che venisse a vendicarsi, insieme con gli altri della famiglia loro, di tante ingiurie. Il Borgo e i Prati erano pieni di gente del Valentino; e i cardinali, giudicando non potere sicuramente congregarsi nel palazzo pontificale, si congregavano nel convento della chiesa della Minerva: nel qual luogo, fuora del costume antico, si cominciorono, ma più tardi che ’l consueto, a fare le esequie d’Alessandro. Temevasi della venuta di Consalvo a Roma, massimamente perché Prospero Colonna avea lasciato a Marino certo numero di soldati spagnuoli, e perché per la riconciliazione del Valentino co’ Colonnesi si era creduto che egli avesse convenuto di seguitare la parte spagnuola. Ma molto più si temeva che non15 vi venisse l’esercito franzese, proceduto insino a quel dì lentamente perché i consigli publici16 de’ svizzeri, spaventati per gl’infelici successi avuti da quella nazione nel regno di Napoli, erano stati molto sospesi innanzi concedessino a’ ministri del re che soldassino de’ fanti loro, e ricusando per la medesima cagione quasi tutti i capitani e fanti eletti di andarvi, erano stati soldati più tardamente e dipoi stati lenti del camminare. Ma per la morte del pontefice l’esercito, governato dal marchese di Mantova con titolo di luogotenente del re, e in compagnia sua, quanto all’effetto ma non in nome17, dal bagli di Occan e da Sandricort (perché la Tramoglia ammalato s’era fermato a Parma) non aspettati i svizzeri, s’era condotto nel territorio di Siena con intenzione di andare a Roma, perché così avea commesso il re, ed eziandio che andasse a Ostia l’armata di mare che era a Gaeta, per impedire (secondo dicevano) se Consalvo volesse andare18 con l’esercito a Roma per costrignere i cardinali a eleggere ad arbitrio suo il nuovo pontefice. Soggiornarono nondimeno qualche dì tra Buonconvento e Viterbo, perché avendo, per le turbolenze di Roma, i mercatanti fatto difficoltà d’accettare le lettere di cambio19 mandate di Francia, i svizzeri condotti in quel di Siena recusavano, se prima non erano pagati, passare più avanti.

Nel qual tempo non erano minori i tumulti nel territorio di Roma, e in molti altri luoghi dello stato della Chiesa e del Valentino. Perché gli Orsini e tutti i baroni romani ritornavano agli stati loro; i Vitelli erano tornati in Città di Castello; e Giampaolo Baglione aveva, sotto speranza d’un trattato20, assaltato Perugia, e benché messo in fuga dagl’inimici fusse stato costretto a partirsene, nondimeno tornatovi di nuovo con molta gente e con gli aiuti scoperti de’ fiorentini, datovi uno assalto gagliarlo, v’entrò dentro, non senza qualche uccisione degli inimici e de’ suoi. Aveva e21 la terra di Piombino pigliato l’armi, e benché i sanesi si sforzassino di occuparla vi ritornò, col favore de’ fiorentini, il vecchio signore22. Il medesimo facevano negli stati loro il duca d’Urbino, i signori di Pesero23, di Camerino24 e di Sinigaglia25. Solamente la Romagna, benché non stesse senza sospetto de’ viniziani, i quali a Ravenna molta gente riducevano26, stava quieta, e inclinata alla divozione del Valentino; avendo per esperienza conosciuto quanto fusse più stato tollerabile a quella regione il servire tutta insieme sotto un principe solo e potente che quando ciascuna di quelle città stava sotto un signore particolare, il quale né per la sua debolezza gli potesse difendere né per la povertà beneficar, più tosto, non gli bastando le sue piccole entrate a sostentarsi, fusse costretto a opprimergli. Ricordavansi ancora gli uomini che, per l’autorità e grandezza sua e per l’amministrazione sincera della giustizia, era stato tranquillo quel paese da’ tumulti delle parti, da’ quali prima soleva essere vessato continuamente con spesse uccisioni d’uomini. Con le quali opere s’avea fatti benevoli gli animi de’ popoli; e similmente co’ benefici fatti a molti di loro, distribuendo soldi nelle persone armigere27, uffici, per le terre sue e della Chiesa, nelle togate28, e aiutando le ecclesiastiche nelle cose beneficiali29 appresso al padre: onde né l’esempio degli altri, che tutti si ribellavano, né la memoria degli antichi signori gli alienava dal Valentino. Il quale benché fusse oppressato da tante difficoltà, pure e gli spagnuoli e i franzesi facevano instanza grande, con molte promesse e offerte, di congiugnerselo: perché oltre al valersi delle sue genti speravano di guadagnare i voti de’ cardinali spagnuoli per la futura elezione. Ma egli, benché per la reconciliazione fatta co’ Colonnesi si fusse creduto che si fusse aderito agli30 spagnuoli, nondimeno non l’avendo indotto a quella altro che il timore che non si unissino con gli Orsini, e allora, secondo affermava, dichiarato di non volere essere tenuto a cosa alcuna contro al re di Francia, deliberò di seguitare la parte sua; perché, e in Roma, ove aveva sì vicino l’esercito, e negli altri suoi stati, poteva più e nuocergli e giovargli che non potevano gli spagnuoli. Però, il primo dì di settembre, convenne31 col cardinale di San Severino e con monsignore di Trans oratore regio contraenti in nome del re32, promettendo le genti sue all’impresa di Napoli, e a ogn’altra impresa contro a ciascuno eccetto che contro alla Chiesa; e da altra parte gli agenti predetti obligorno il re alla sua protezione con tutti gli stati possedeva, e ad aiutarlo alla recuperazione di quegli che aveva perduti. Dette oltre a questo il Valentino speranza di voltare i voti della maggiore parte de’ cardinali spagnuoli al favore del cardinale di Roano; il quale, pieno di grandissima speranza d’avere a ottenere il pontificato con l’autorità co’ danari e con l’armi del suo re, subito dopo la morte del pontefice si era partito di Francia per venire a Roma, menando seco oltre al cardinale di Aragona33 il cardinale Ascanio; il quale, cavato due anni innanzi della torre di Borges, era poi stato intrattenuto onoratamente nella corte e carezzato molto da Roano, sperando che nella prima vacazione del pontificato gli avesse a giovare molto l’antica riputazione e l’amicizie e dependenze grandi che egli soleva avere nella corte romana: fondamenti non molto saldi, perché né il Valentino poteva disporre totalmente de’ cardinali spagnuoli, intenti più, secondo l’uso degli uomini, all’utilità propria che alla remunerazione de’ benefici ricevuti dal padre e da lui, e perché molti di loro, avendo rispetto a non offendere l’animo de’ suoi re, non sarebbono trascorsi a34 eleggere in pontefice35 uno cardinale franzese; né Ascanio, se avesse potuto, arebbe consentito che Roano conseguitasse il pontificato, a perpetua depressione ed estinzione d’ogni speranza che avanzava a sé e alla casa sua.

Non si era dato ancora principio alla elezione del nuovo pontefice; non solo per essersi cominciate a celebrare più tardi che ’l solito l’esequie del morto, innanzi alla fine delle quali, che durano nove dì, non entrano, secondo la consuetudine antica, i cardinali nel conclave, ma perché, per levare l’occasioni e i pericoli dello scisma in tanta confusione delle cose e in sì importante divisione de’ prìncipi, avevano i cardinali presenti consentito che si desse tempo a venire a’ cardinali assenti: i quali benché fussino venuti, teneva sospeso il collegio il sospetto che l’elezione non avesse a essere libera, rispetto alle genti36 del Valentino e perché l’esercito franzese, ridotto37 finalmente tutto tra Nepi e l’Isola e che voleva distendersi insino a Roma, recusava di passare il fiume del Tevere se prima non si creava il nuovo pontefice, o per timore che la parte avversa non isforzasse il collegio a eleggere a modo suo o perché il cardinale di Roano volesse così, per più sicurtà sua e per speranza di favorirsene al pontificato38. Le quali cose, dopo molte contenzioni, recusando il collegio di volere altrimenti entrare nel conclave, pigliorono forma39: perché il cardinale di Roano dette a tutto il collegio la fede sua che l’esercito franzese non passerebbe Nepi e l’Isola, e il Valentino consentì d’andarsene a Nepi e poi a Civita Castellana, mandati nel campo franzese dugento uomini d’arme e trecento cavalli leggieri sotto Lodovico dalla Mirandola e Alessandro da Triulzi; e il collegio, ordinati molti fanti per la guardia di Roma, dette autorità a tre prelati preposti alla custodia del conclave d’aprirlo se sentissino alcuno tumulto, acciò che, restando qualunque de’ cardinali libero d’andare dove gli paresse, ciascuno perdesse la speranza di sforzargli. Entrorno finalmente i cardinali nel conclave, trentotto in numero; ove la disunione, solita in altri tempi a partorire dilazione, fu causa che accelerando creassino fra pochi dì40 il nuovo pontefice. Perché, non concordi della persona che avessino a eleggere, per l’altre loro cupidità e principalmente per la contenzione che era tra i cardinali dependenti dal re di Francia e i cardinali spagnuoli o dependenti da’ re di Spagna, ma spaventati dal pericolo proprio, essendo le cose di Roma in tanti sospetti e tumulti, e dalla considerazione degli accidenti che, in tempi tanto difficili, sopravenire per la vacazione della sedia potevano, si inclinorono, consentendovi ancora41 il cardinale di Roano, al quale ogni dì più mancava la speranza di essere eletto, a eleggere in pontefice Francesco Piccoluomini cardinale di Siena; il quale, perché era vecchio e allora infermo, ciascuno presupponeva dovere in brevissimo tempo terminare i suoi dì: cardinale certamente di intera42 fama, e giudicato per l’altre sue condizioni non indegno di tanto grado. Il quale, per rinnovare la memoria di Pio secondo, suo zio43, e da cui era stato promosso alla degnità del cardinalato, assunse il nome di Pio terzo.

1. ricrearsi: ristorarsi.

2. l’ordine: lo svolgimento.

3. Adriano Castellesi da Corneto, cardinale di San Crisogono.

4. Giovanni Michiel, morto nella notte tra il 10 e l’11 aprile.

5. Giovanni Lopez, vescovo di Capua, cardinale di Santa Maria in Trastevere.

6. Giovanni Battista Ferrari, vescovo di Modena, cardinale di San Crisogono.

7. ministro: servitore.

8. le provisioni: le provviste, l’occorrente.

9. avarizia: avidità.

10. si derogasse: non si desse il debito riconoscimento.

11. Esempio potenteingiusti: cfr. Ricordi, C 92 (Op. I, p. 755).

12. ridusse: raccolse.

13. nonmente: non l’aveva mai sfiorato l’ipotesi di.

14. della medesima fazione: dello stesso partito.

15. si temeva che non: si temeva che.

16. i consigli publici: gli organi consultivi.

17. quantonome: di fatto, ma non ufficialmente.

18. per impedire… se Consalvo volesse andare: per impedire… a Consalvo, nel caso tentasse di farlo, di andare.

19. le lettere di cambio: le cambiali.

20. sotto speranza d’un trattato: sperando nel buon esito di un complotto.

21. e: anche.

22. Iacopo d’Appiano.

23. Giovanni Sforza.

24. I Varano.

25. Giovanna della Rovere.

26. molta gente riducevano: raccoglievano molti soldati.

27. soldi… armigere: stipendi ai militari.

28. uffici… nelle togate: cariche… ai funzionari civili.

29. nelle cose beneficiali: riguardo alle rendite provenienti dai benefici ecclesiastici.

30. aderito agli: alleato con gli.

31. convenne: si accordò.

32. contraenti in nome del re: che stipularono l’accordo in qualità di rappresentanti del re.

33. Ludovico d’Aragona, fratello naturale di Alfonso II, fatto cardinale nel 1494.

34. trascorsi a: giunti al punto di.

35. eleggere in pontefice: eleggere come pontefice.

36. rispetto alle genti: a causa dei soldati.

37. ridotto: raccolto.

38. di favorirsene al pontificato: di trarne vantaggio e favore per essere eletto pontefice.

39. pigliorono forma: si sistemarono.

40. fra pochi dì: dopo pochi giorni (il 22 settembre 1503).

41. ancora: pure.

42. intera: integra.

43. Enea Silvio Piccolomini.

CAPITOLO V

Torbidi in Roma per l’inimicizia fra il Valentino e gli Orsini. Gli Orsini al soldo degli spagnuoli. Contegno di Giampaolo Buglioni verso il re di Francia. Pace fra gli Orsini e i Colonnesi. Il Valentino assalito dagli Orsini si rifugia in Vaticano e, quindi, in Castel Sant’Angelo. Morte di Pio III ed elezione di Giulio II

Creato il pontefice, l’esercito franzese, non avendo più causa di soprastare, indirizzandosi al cammino prima destinato, passò subito il fiume del Tevere; e nondimeno, né per la creazione del pontefice né per la partita dell’esercito, si quietavano i movimenti di Roma. Perché aspettandovisi l’Alviano e Giampaolo Baglione, che congiunti nel perugino facevano genti1, il Valentino, oppresso ancora da grave infermità, temendo della venuta loro, era con centocinquanta uomini d’arme altrettanti cavalli leggieri e ottocento fanti ritornato in Roma, avendogli conceduto il salvocondotto il pontefice, il quale sperò potere più facilmente fermare le cose2 con qualche composizione3; ma essendo tra le medesime mura il Valentino e gli Orsini accesi da sete giustissima del suo sangue, e accumulando continuamente nuove genti, perché, se bene avevano dimandato contro a lui espedita giustizia4 al pontefice e al collegio de’ cardinali, facevano il fondamento principale di vendicarsi in sull’armi5, almeno come prima6 fussino giunti Giampaolo Baglione e l’Alviano, Roma e il Borgo, dove alloggiava il Valentino, quasi continuamente tumultuavano.

La quale contenzione7 non solamente turbava il popolo romano e la corte ma nocè, come si crede, molto alle cose franzesi. Perché preparandosi gli Orsini per andare, espediti che fussino8 delle cose del Valentino, agli stipendi o del re di Francia o de’ re di Spagna, e giudicandosi dovere essere di non piccolo momento9 alla vittoria della guerra l’armi loro, erano invitati con ampie10 condizioni da ciascuna delle parti; ma essendo naturalmente più studiosi del nome franzese11 il cardinale di Roano condusse, in nome del suo re, Giulio Orsino, il quale contrasse12 seco in nome di tutta la casa, eccettuato l’Alviano a cui fu riserbato luogo con onorate condizioni13. Ma si turbò ogni cosa per la venuta sua, perché se bene nel principio rimanesse quasi concorde col medesimo cardinale, nondimeno, ristrettosi quasi in uno momento14 con l’oratore spagnuolo, condusse co’ suoi re sé15 e tutta la famiglia Orsina, eccetto Giangiordano, con cinquecento uomini d’arme e provisione di sessantamila ducati ciascuno anno. Alla quale deliberazione lo indusse principalmente, secondo che esso, creduto in questo da molti, costantemente affermava, lo sdegno che ’l cardinale, acceso più che mai dalla cupidità del pontificato, favorisse il Valentino per la speranza di conseguire per mezzo suo la maggiore parte de’ voti de’ cardinali spagnuoli: benché il cardinale, scaricando la colpa che si dava a sé con imputazione di altri16, dimostrasse di persuadersi esserne stati autori i viniziani, i quali, per desiderio che ’l re di Francia non ottenesse il reame di Napoli, non solo a questo effetto avessino consentito che egli si partisse da’ soldi loro, promettendo, secondo si diceva, di riservargli il luogo medesimo17, ma ancora18 avessino, perché il principio de’ pagamenti fusse più pronto, prestato all’oratore spagnuolo quindicimila ducati; il che se bene non era al tutto certo, non si poteva almeno negare lo imbasciadore viniziano essersi interposto manifestamente in questa pratica. Altri affermavano esserne stata cagione l’avere ottenute più ampie condizioni dagli spagnuo li, perché si obligorno a dare stati nel regno di Napoli a lui e agli altri della casa, ed entrate ecclesiastiche al fratello19 e, quel che da lui era stimato molto, a concedergli, finita che fusse la guerra, sussidio di dumila fanti spagnuoli, per la impresa la quale aveva in animo di fare contro a’ fiorentini in favore di Piero de’ Medici.

Credettesi che Giampaolo Baglioni, che era venuto a Roma insieme con l’Alviano, così come, seguitando l’esempio suo, trattava in uno tempo medesimo di condursi co’ franzesi e con gli spagnuoli lo seguitasse similmente nella deliberazione. Ma il cardinale di Roano, attonito della alienazione degli Orsini, per la quale si conosceva essere ridotte in dubbio le speranze prima quasi certe de’ franzesi, lo condusse subito, concedendogli qualunque condizione dimandò, agli stipendi del suo re con cento cinquanta uomini d’arme, benché sotto nome de’ fiorentini, perché così volle Giampagolo per essere più sicuro di ricevere a’ tempi debiti i pagamenti: i quali si aveano a compensare in quello20 che dovevano al re per virtù delle loro convenzioni. E nondimeno Giampagolo, ritornato a Perugia per mettere in ordine le genti, e ricevuti ducati quattordicimila, governandosi più secondo i successi delle cose comuni21 o secondo le passioni e interessi suoi che secondo quello che conviene all’onore e alla fede de’ soldati, e differendo l’andare all’esercito franzese con varie scuse, non si mosse da Perugia; il che il cardinale di Roano interpretò essere proceduto perché Giampaolo, imitando la fede poco sincera de’ capitani d’Italia, avesse, insino quando fu condotto, promesso a Bartolomeo d’Alviano e agli spagnuoli di così fare.

Con la condotta degli Orsini si congiunse la pace tra loro e i Colonnesi, stipulata nell’ora medesima nella abitazione dell’oratore spagnuolo, nel quale e nell’oratore viniziano rimessono concordemente tutte le differenze22. Per l’unione de’ quali il Valentino impaurito, avendo deliberato di partirsi di Roma e già movendosi per andare a Bracciano, perché Giangiordano Orsino aveva data la fede al cardinale di Roano di condurvelo sicuro, Giampaolo e gli Orsini, disposti di23 assaltarlo, non avendo potuto per il ponte di Castel Sant’Angelo entrare nel Borgo, usciti di Roma e condotti24 con lungo circuito alla porta del Torrone, la quale era chiusa, l’abbruciorono, ed entrati dentro cominciorono a combattere con alcuni cavalli del Valentino; e benché in aiuto suo concorressino molti soldati franzesi i quali non erano partiti ancora di Roma, nondimeno essendo maggiori le forze e grande l’impeto degli inimici, e facendo le genti sue, il numero delle quali era prima molto diminuito, segno di abbandonarlo, fu costretto insieme col principe di Squillaci e alcuni de’ cardinali spagnuoli rifuggirsi nel palagio di Vaticano; donde si ritirò subito in Castel Sant’Angelo, ricevuta con consenso del pontefice la fede25 del castellano, il quale era quel medesimo che a tempo del pontefice passato, di lasciamelo, ogni volta volesse, partire salvo: e le sue genti tutte si dispersono. Fu ferito in questo tumulto, benché leggiermente, il bagli di Occan, e il cardinale di Roano ebbe quello giorno molto timore di26 se medesimo.

Rimossa per questo accidente la materia degli scandoli si rimossono medesimamente di Roma i tumulti, di maniera che quietamente si cominciò a dare opera alla elezione del nuovo pontefice: perché Pio, non ingannando la speranza conceputa nella sua creazione da’ cardinali, era, ventisei dì dopo l’elezione, passato a vita migliore27. Dopo la morte del quale essendosi differito dal collegio de’ cardinali alquanti dì l’entrare in conclave, perché vollono che prima uscissino di Roma gli Orsini, rimastivi per fare il numero delle genti della condotta loro28, si stabilì fuori del conclave la elezione; perché il cardinale di San Piero a Vincola, potente di amici di riputazione e di ricchezze, aveva tirato a sé i voti di tanti cardinali che, non avendo ardire di opporsegli quegli che erano di contraria sentenza, entrando in conclave già papa certo e stabilito, fu, con esempio incognito prima alla memoria degli uomini, senza che altrimenti si chiudesse il conclave29, la notte medesima, che fu la notte dell’ultimo dì di ottobre, assunto al pontificato30. Il quale, o risguardando al nome suo primo di Giuliano o, come fu la fama, per significare la grandezza de’ suoi concetti o per non cedere, eziandio nella eccellenza del nome, ad Alessandro, assunse il nome di Giulio; secondo, tra tutti i pontefici passati, di tale nome. Grande fu certamente la maraviglia universale che il pontificato fusse stato deferito, con tanta concordia, a uno cardinale il quale era notissimo essere di natura molto difficile e formidabile31 a ciascuno: e il quale, inquietissimo in ogni tempo e che aveva consumato la età in continui travagli, aveva per necessità offeso molti ed esercitato odii e inimicizie con molti uomini grandi. Ma apparirono da altra parte manifestamente le cagioni per le quali, superate tutte le difficoltà, fu esaltato a tanto grado. Perché, per essere stato lungamente cardinale molto potente, e per la magnificenza con la quale aveva sempre trapassato tutti gli altri e per la grandezza rarissima del suo animo, non solo aveva amici assai ma autorità molto inveterata nella corte, e otteneva nome di essere precipuo difensore della degnità e libertà ecclesiastica. Ma molto più ve lo promossono le promissioni immoderate e infinite fatte da lui a cardinali a prìncipi a baroni e a ciascuno che gli potesse essere utile a questo negozio, di quanto seppono dimandare. Ed ebbe oltre a ciò facoltà di distribuire danari e molti benefici e degnità ecclesiastiche, così delle sue proprie come di quelle di altri, perché alla fama della sua liberalità molti concorrevano spontaneamente a offerirgli che usasse a proposito suo i danari il nome gli uffici e i benefici loro; né fu considerato per alcuno essere molto maggiori le sue promesse di quello che poi, pontefice, potesse o dovesse osservare, perché aveva lungamente avuto nome tale d’uomo libero e veridico che Alessandro sesto, inimico suo tanto acerbo, mordendolo32 nell’altre cose, confessava lui essere uomo verace33: la quale laude egli, sapendo che niuno più facilmente inganna gli altri che chi è solito e ha fama di mai non gli ingannare34, non tenne conto, per conseguire il pontificato, di maculare. Assentì a questa elezione il cardinale di Roano, perché, disperando di potere ottenere il pontificato per sé, sperò che, per le dependenze35 passate, avesse a essere amico del suo re come insino allora era stato riputato. Assentivvi il cardinale Ascanio riconciliato prima con lui, deposta la memoria delle antiche contenzioni che avevano avute insieme quando, cardinali tutt’a due innanzi al pontificato di Alessandro, seguitavano la corte36 romana; perché conoscendo, meglio che non aveva fatto il cardinale di Roano, la sua natura, sperò che diventato pontefice avesse ad avere la inquietudine medesima o maggiore di quella che aveva avuta in minore fortuna, e concetti37 tali che gli potrebbono aprire la via a ricuperare il ducato di Milano. Assentironvi similmente, se bene prima n’avessino l’animo alienissimo, i cardinali spagnuoli: perché, vedendo concorrervi tanti altri e perciò temendo non essere sufficienti a interrompere38 la sua elezione, giudicorono essere più sicuro il mitigarlo consentendo che esasperarlo negando, e confidando in qualche parte nelle promesse grandi che ottennono da lui; e indotti dalle persuasioni e da’ prieghi del Valentino, ridotto in tale calamità che era necessitato a seguitare qualunque pericoloso consiglio, e ingannato non meno che gli altri dalle speranze sue39; perché gli promesse40 di collocare la figliuola41 in matrimonio a Francesco Maria della Rovere prefetto di Roma, suo nipote, confermargli il capitanato delle armi della Chiesa e, quello che importava più, aiutarlo a recuperare gli stati di Romagna, i quali già tutti, dalle fortezze in fuora, si erano alienati dalla ubbidienza sua42.

1. facevano genti: arruolavano soldati.

2. fermare le cose: appianare la situazione.

3. composizione: accordo.

4. espedita giustizia: giustizia sommaria.

5. facevano… armi: contavano per vendicarsi soprattutto sulle armi.

6. come prima: appena.

7. contenzione: contesa.

8. espediti che fussino: sbrigatisi.

9. momento: peso, importanza.

10. ampie: vantaggiose.

11. più… franzese: più favorevoli ai francesi.

12. contrasse: si sottintende l’accordo per la condotta al servizio del re di Francia.

13. luogo… condizioni: facoltà di aderire con onorevoli condizioni.

14. ristrettosi… momento: accordatosi improvvisamente.

15. condusse… sé: fece un accordo d’assunzione in qualità di condottieri… per sé.

16. scaricando… altri: discolpando se stesso con l’accusare altri.

17. di… medesimo: di tenere libero per lui il posto che occupava nel loro esercito.

18. ancora: anche.

19. Bernardino d’Alviano.

20. compensare in quello: detrarre da quello.

21. secondocomuni: secondo gli sviluppi della situazione generale.

22. nel quale… differenze: all’arbitrato del quale e dell’oratore veneziano affidarono di comune accordo la soluzione di tutte le loro controversie.

23. disposti di: pronti a.

24. condotti: andati.

25. la fede: la promessa.

26. di: per.

27. 18 ottobre 1503.

28. per… loro: per raccogliere il numero di soldati stabilito nel loro contratto d’assunzione.

29. senza… conclave: senza nemmeno che i cardinali si chiudessero nella stanza del conclave.

30. 31 ottobre 1503.

31. formidabile: temibile.

32. mordendolo: criticandolo.

33. verace: leale.

34. niuno… ingannare: cfr. Ricordi, C 104 (Op. I, pp. 757-58).

35. per le dependenze passate: per i rapporti avuti in passato.

36. seguitavano la corte: vivevano nella curia.

37. concetti: disegni.

38. non… interrompere: di non essere abbastanza forti per impedire.

39. dalle speranze sue: dalle promesse che gli erano state fatte da lui (dal papa).

40. promesse: soggetto è Giulio II.

41. Luisa, figlia del Valentino.

42. si eranosua: gli si erano ribellati.

CAPITOLO VI

L’azione dei veneziani in Romagna. La questione di Faenza fra il pontefice ed i veneziani. Faenza si da’ ai veneziani. Il Valentino in potere del pontefice. Conferma della legazione pontificia in Francia al card. di Roano.

Le cose della quale provincia1, piena di molte novità e mutazioni, tormentavano con vari pensieri l’animo del pontefice, conoscendosi per allora impotente a disporla ad arbitrio suo, e con difficoltà potendo tollerare che la grandezza de’ viniziani vi si ampliasse. Perché, come in Romagna si era inteso la fuga del Valentino in Castel Santo Agnolo e l’essersi dissipate2 le genti che erano seco, quelle città che prima cupidamente l’avevano aspettato, perduta la speranza della sua venuta, cominciorno a prendere diversi partiti. Cesena era tornata alla divozione antica della Chiesa; Imola, essendo stato il castellano della rocca per opera di alcuni principali cittadini ammazzato, stava sospesa, desiderando alcuni il dominio della Chiesa altri desiderando di ritornare sotto i Riari primi signori. La città di Furlì, stata posseduta lungamente dagli Ordelaffi innanzi che per concessione di Sisto pontefice pervenisse ne’ Riari3, aveva richiamato Antonio della medesima famiglia4; il quale, avendo prima tentato di entrarvi con favore de’ viniziani ma dipoi temendo che essi, per occuparla per sé, non usassino il nome suo, ricorrendo a’ fiorentini vi era ritornato con aiuto loro. In Pesero era ritornato Giovanni Sforza, in Rimini Pandolfo Malatesta; l’uno e l’altro chiamati dal popolo: ma Dionigi di Naldo, soldato antico del Valentino, richiesto dal castellano di Rimini andò in soccorso suo; però, essendosene fuggito Pandolfo, la città ritornò sotto il nome del Valentino. Faenza sola era perseverata nella divozione sua più lungamente, ma privata alla fine della speranza del suo ritorno, rivolgendosi alle reliquie de’ Manfredi suoi antichi signori, chiamò Astore, giovane di quella famiglia ma naturale, perché non vi erano de’ legittimi. Ma i viniziani, aspirando al dominio di tutta la Romagna, avevano, subito dopo la morte di Alessandro, mandati a Ravenna molti soldati, co’ quali una notte all’improvviso assaltorono con grande impeto la città di Cesena; il popolo della quale difendendosi virilmente, essi, che erano andativi senza artiglierie e sperando più nel furto5 che nella forza, si ritornorono nel contado di Ravenna, intenti a tutte le cose che potessino dare loro occasione di distendersi6 in quella provincia. La quale7 si presentò loro prontamente, per la discordia tra Dionigi di Naldo e i faventini: perché essendo molestissimo a Dionigi che i faventini ritornassino sotto i Manfredi, da’ quali si era ribellato quando il Valentino assaltò quella città, chiamati i viniziani, dette loro le fortezze di Valdilamone che erano guardate da lui; i quali poco dipoi messono nella rocca di Faenza trecento fanti, introdottivi dal castellano corrotto con danari. Occuporono similmente, nel tempo medesimo, il castello di Furlimpopolo8 e molte altre castella della Romagna, e mandorono una parte delle loro genti a pigliare la città di Fano; ma il popolo costantemente9 si difese per la Chiesa10. Furono ancora introdotti in Arimini con volontà del popolo, avendo prima convenuto con Pandolfo Malatesta di dargli in ricompenso la terra di Cittadella nel territorio padovano, provisione annua11 e condotta perpetua di gente d’arme; e si voltorono dipoi con sommo studio12 alla oppugnazione13 di Faenza, perché i faventini, non spaventati per la perdita della rocca (la quale perché è edificata in luogo basso, e perché subito con uno fosso profondo avevano separata dalla città, poteva poco nuocergli), resistevano virilmente, affezionati al nome de’ Manfredi, e sdegnati che dagli uomini di Valdilamone avesse a essere promesso ad altri il dominio di Faenza. Ma impotenti a difendersi da loro medesimi, perché i viniziani sotto Cristoforo Moro proveditore14 avevano accostato l’esercito e l’artigliene alla terra e occupato i luoghi più importanti del contado, ricercavano aiuto da Giulio già assunto al pontificato: al quale era molestissima questa audacia, ma essendo nuovo in quella sedia e senza forze e senza danari, né sperando aiuto né dal re di Francia né di Spagna, occupati in maggiori pensieri, e perché recusava di congiugnersi con alcuno di loro, non poteva provedervi se non con l’autorità del nome pontificale. La quale per fare esperienza quanto valesse appresso al senato viniziano, insieme col rispetto della amicizia tenuta lungo tempo da lui con quella republica, mandò il vescovo di Tivoli15 a Vinegia a lamentarsi che, essendo Faenza città della Chiesa, non si astenessino di fare questo disonore16 a uno pontefice il quale, innanzi che ascendesse a quel grado, era stato sempre congiuntissimo con la loro republica, e dal quale, salito ora a maggiore fortuna, poteano sperare frutti abbondantissimi della antica benivolenza.

È credibile che nel senato non mancassino di quegli medesimi che avevano già dissuaso lo implicarsi nelle cose di Pisa, il ricevere in pegno i porti del reame di Napoli e il dividere col re di Francia il ducato di Milano, i quali considerassino quel che potesse partorire il diventare ogni dì molto più esosi e sospetti a molti, e aggiugnere all’altre inimicizie quella de’ pontefici; ma essendo stati i consigli ambiziosi favoriti da successi tanto felici, e però spiegate tutte le vele al vento sì prospero della fortuna, non erano udite le parole di quegli che consigliavano il contrario. Però, fu con grande unione risposto allo imbasciadore del pontefice avere sempre quel senato sommamente desiderato che il cardinale di San Piero in Vincola ascendesse al pontificato, per l’amicizia lunghissima confermata con offici e benefici innumerabili dati e ricevuti da ciascuna delle parti, né essere da dubitare che colui che avevano tanto osservato17 quando era cardinale non osservassino ora molto più quando era pontefice; ma non conoscere già in quello che18 offendessino la sua degnità abbracciando l’occasione, la quale se gli era offerta, di avere Faenza, perché quella città non solamente non era posseduta dalla Chiesa ma la Chiesa medesima si era spontaneamente spogliata di tutte le sue ragioni19, avendone nel concistorio trasferito nel duca Valentino sì pienamente il dominio. Ricordargli che, eziandio innanzi a questa concessione, non avevano alla memoria degli uomini posseduto mai i pontefici Faenza, anzi di tempo in tempo l’avevano conceduta a nuovi vicari, non vi riconoscendo altra superiorità che il censo; il quale offerivano prontamente di pagare, in caso vi fussino obligati: né già i faventini desiderare il dominio della Chiesa anzi, aborrendolo, avere insino all’estremo adorato il nome del Valentino, e mancata di questo ogni speranza essersi precipitati a chiamare i bastardi della famiglia de’ Manfredi. Supplicarlo finalmente che, pontefice, volesse conservare verso il senato viniziano il medesimo amore che aveva avuto quando era cardinale.

Arebbe il pontefice, poi che fu certificato dell’animo de’ viniziani, mandato il duca Valentino in Romagna, il quale raccolto20 da lui, subito che21 ascese al pontificato, con grande onore e dimostrazione di benivolenza, alloggiava nel palagio pontificale, ma se ne astenne, dubitando che l’andata sua la quale da principio sarebbe stata grata a tutti i popoli non22 fusse ora molto odiosa, poiché già tutti si erano ribellati da23 lui. Restava solamente a’ faventini il ricorso de’ fiorentini24: i quali, malcontenti che una città tanto vicina pervenisse in potestà de’ viniziani, vi avevano da principio mandato dugento fanti e nutritigli con grande speranza di mandarvi altre genti, per dare loro animo a sostenersi tanto che25 il pontefice avesse tempo a soccorrergli; ma vedendo che il pontefice non era disposto a pigliare l’armi, e che né l’autorità del re di Francia, il quale aveva da principio confortato i viniziani a non molestare gli stati del Valentino, era bastante a raffrenargli, non volendo soli implicarsi in guerra con inimici tanto potenti, s’astennono dal mandare loro maggiori aiuti. Però i faventini, esclusi di ogni speranza, e avendo già l’esercito viniziano, il quale era alloggiato alla chiesa della Osservanza, cominciato a battere con l’artiglierie le mura della città, commossi ancora26 per essersi scoperto uno trattato27 e presi alcuni che avevano congiurato di mettere dentro i viniziani, dettono loro la città; i quali si convennono di28 dare ad Astore certa sovvenzione, benché piccola, per la sua vita. Avuta Faenza, i viniziani arebbono occupato facilmente Imola e Furlì, ma per non irritare più il pontefice, che maravigliosamente si risentiva29, mandate le genti alle stanze30 deliberorono per allora non procedere più oltre: avendo occupato in Romagna, oltre a Faenza e Arimini31 co’ suoi contadi, Montefiore32, Santarcangelo, Verrucchio, Gattea33, Savignano, Meldola34, Porto Cesenatico, Russi e, del territorio d’Imola, Tosignano35, Solaruolo e Montebattaglia. Tenevansi per il Valentino in Romagna solamente le rocche di Furlì di Cesena di Furlimpopolo e di Bertinoro, le quali egli, con tutto che molto desiderasse di andare in Romagna, arebbe, perché non fussino occupate da’ viniziani, consentito di darle in custodia al pontefice, con obligazione di riaverle da lui quando fussino assicurate36; ma il pontefice, non essendo ancora superata dalla forza della dominazione l’antica sua sincerità, aveva recusato, dicendo non volere spontaneamente accettare l’occasioni che lo invitassino a mancargli della fede. Finalmente, per opporsi in qualche modo a’ progressi de’ viniziani, molestissimi per il pericolo dello stato ecclesiastico al pontefice, desideroso oltre a questo che il Valentino si partisse da Roma, fu convenuto37 con lui (interponendosi38 in questa convenzione oltre al nome del pontefice39 il nome del collegio de’ cardinali) che ’l Valentino per mare se n’andasse alla Spezie e di quivi, per terra, a Ferrara e dipoi a Imola, ove si conducessino cento uomini d’arme e cento cinquanta cavalli leggieri che ancora seguitavano le sue bandiere. Con la quale resoluzione essendo andato a Ostia per imbarcarsi, il pontefice, pentitosi di non avere accettato le fortezze e già disposto, in qualunque modo potesse averle, a ritenerle40 per sé, mandò a lui i cardinali di Volterra41 e di Surrento42, a persuadergli che per ovviare che quelle terre non andassino in mano de’ viniziani fusse contento deporle in lui43, sotto la medesima promessa che si era trattata in Roma: ma recusando il Valentino di farlo, il pontefice sdegnato lo fece ritenere44 in sulle galee in sulle quali era già montato, e dipoi con onesto modo45 menare alla Magliana46; donde, giubilando tutta la corte e tutta Roma della sua retenzione, fu condotto in palazzo, ma onorato e carezzato, benché con diligente guardia; perché il pontefice, temendo che i castellani, disperati della salute sua, non47 vendessino le fortezze a’ viniziani, cercava d’avere da lui i contrasegni48 con umanità e con piacevolezza. Così la potenza del duca Valentino, cresciuta quasi subitamente non manco con la crudeltà e con le fraudi che con l’armi e con la potenza della Chiesa, terminò con più subita ruina; esperimentando in se medesimo di quegli inganni co’ quali il padre ed egli avevano tormentati tanti altri. Né ebbono migliore fortuna le sue genti, che condotte in quel di Perugia, con speranza che da’ fiorentini e altri fusse fatto loro salvocondotto, scoprendosi alle spalle le genti de’ Baglioni de’ Vitelli e de’ sanesi, si ridusseno49, per salvarsi, in sul paese de’ fiorentini; dove essendosi distese tra Castiglione50 e Cortona, e ridotte al numero di quattrocento cavalli e pochi fanti, furono per ordine de’ fiorentini svaligiate, e fatto prigione don Michele che le guidava. Il quale fu poi da loro conceduto al pontefice, che lo dimandò con somma instanza, avendo in odio tutti i ministri di quel pontificato51, per essere egli stato fidatissimo ministro ed esecutore di tutte le sceleratezze del Valentino; benché (come52 per natura si mitigava facilmente verso coloro contro a’ quali era in potestà sua lo incrudelire) non molto dipoi lo liberasse.

Partissi in questo tempo da Roma il cardinale di Roano per ritornarsene in Francia, ottenuta da Giulio, più per non avere avuto ardire di dinegarla che per libera volontà, la confermazione della legazione di quel reame; ma non lo seguitò già il cardinale Ascanio, con tutto che quando partì di Francia avesse promesso al re con giuramento di ritornarvi: dal quale giuramento si era prima fatto occultamente assolvere dal pontefice. Ma l’esempio dell’essere stata la sua credulità schernita dal cardinale Ascanio non fece il cardinale di Roano più cauto nelle cose di Pandolfo. Il quale, ricevutolo in Siena con grandissimo onore e insinuatosegli53 con grande astuzia e con artificiosi consigli, e promettendogli la restituzione di Montepulciano a’ fiorentini, gli54 persuase tanto della sua fede e della devozione verso il re che ’l cardinale, come fu in Francia, oltre all’affermare non avere trovato in tutta Italia uomo più saggio di Pandolfo, fu operatore che ’l re concedesse che Borghese suo figliuolo, mandato in Francia per sicurtà dell’osservanza delle promesse paterne, se ne ritornasse a Siena.

1. della quale provincia: si riferisce alla Romagna (cfr. fine del cap. prec.).

2. dissipate: disperse.

3. Nel 1480, alla morte di Pino Ordelaffi, Sisto IV aveva conferito l’investitura della città a Girolamo Riario.

4. Anton Maria Ordelaffi.

5. nel furto: nella sorpresa.

6. distendersi: estendersi.

7. La quale: si riferisce a occasione.

8. Forlimpopoli.

9. costantemente: fermamente.

10. si difese per la Chiesa: oppose resistenza per conservarsi sotto il dominio della Chiesa.

11. provisione annua: stipendio annuale.

12. studio: impegno.

13. oppugnazione: assalto.

14. proveditore: rappresentante della repubblica presso l’esercito.

15. Angelo Leonini.

16. disonore: affronto.

17. osservato: rispettato.

18. ma… che: ma non comprendevano in che cosa.

19. di tutte le sue ragioni: di tutti i suoi diritti.

20. raccolto: accolto.

21. subito che: appena.

22. dubitando chenon: temendo che.

23. da: a.

24. il ricorso de’ fiorentini: la possibilità di chiedere aiuto ai fiorentini.

25. a sostenersi tanto che: a resistere fino a quando.

26. commossi ancora: spaventati anche.

27. uno trattato: un complotto.

28. i quali… di: i quali (i veneziani) si accordarono per.

29. maravigliosamente si risentiva: si sdegnava e protestava violentemente.

30. alle stanze: agli alloggiamenti.

31. Rimini.

32. Montefiore Conca.

33. Gatteo.

34. Meldola sul Ronco.

35. Tossignano.

36. assicurate: sicure da ogni pericolo.

37. fu convenuto: fu fatto un accordo.

38. interponendosi: intervenendo.

39. oltre… pontefice: oltre all’autorità del singolo pontefice.

40. ritenerle: conservarle.

41. Francesco Soderini.

42. Francesco Remolino.

43. deporle in lui: affidarle a lui.

44. ritenere: imprigionare.

45. con onesto modo: rispettosamente.

46. Sul Tevere, a sud-est di Roma.

47. temendo che… non: temendo che.

48. I contrassegni erano oggetti (spesso monete o medaglie) spezzati, di cui una metà veniva tenuta dal castellano, l’altra dal principe. Servivano a far riconoscere al castellano l’ordine del principe.

49. si ridusseno: si ritirarono.

50. Castiglion Fiorentino.

51. tutti… pontificato: tutti i funzionari del pontificato di Alessandro VI.

52. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

53. insinuatosegli: riuscito ad entrare nelle sue grazie.

54. gli: lo (costrutto latineggiante).

CAPITOLO VII

Sfortuna dei francesi nella guerra contro la Spagna. Cessazione delle operazioni alla frontiera franco-spagnola. La lotta al Garigliano. Infermità nell’esercito francese e discordia fra i capitani. Sconfitta dei francesi; resa di Gaeta. Le cause della sconfitta francese.

Queste furono le mutazioni che succederono in Italia per la morte del pontefice. Ma in questi tempi medesimi l’imprese cominciate con tanta speranza dal re di Francia di là da’ monti erano ridotte in molta difficoltà. Perché l’esercito andato a’ confini di Guascogna, per mancamento di danari e per poco governo1 di chi lo comandava, si era prestamente risoluto2; e l’armata di mare, avendo scorso con piccolo frutto per i mari di Spagna, si era ritirata nel porto di Marsilia. E l’esercito andato verso Perpignano, ne’ progressi del quale il re molto confidava essendo continuamente bene proveduto di tutte le cose necessarie, si era posto a campo3 a Sals, fortezza vicina a Nerbona posta a’ piedi de’ monti Pirenei nel contado di Rossiglione, la quale essendo bene difesa faceva gagliarda resistenza; e ancoraché da’ franzesi fusse valorosamente combattuta4, e usate tutte le diligenze di battere le mura con l’artiglierie e di rovinarle con le mine, nondimeno non potettono mai ottenerla: anzi, essendosi congregato per soccorrerla grandissimo esercito di tutti i regni di Spagna a Perpignano, ove era venuta la persona del re, e unitesi a questo esercito, per la resoluzione5 de’ franzesi che erano stati mandati verso Fonterabia, le genti che erano andate a difendere quella frontiera, e tutti insieme movendosi per assaltare l’esercito franzese, i capitani conoscendosi inferiori si ritirorno col campo verso Nerbona, essendo già stati intorno a Sals circa quaranta dì. Dietro a’ quali entrorno gli spagnuoli ne’ confini del re di Francia; e prese alcune terre di piccola importanza, essendo i franzesi fermatisi a Nerbona stativi pochi dì, si ritirorono ne’ terreni loro per comandamento del suo re, che avendo conseguito quel che è il proprio fine6 di chi è assaltato nutriva malvolentieri la guerra di là da’ monti, conscio che i suoi regni potentissimi a difendersi dal re di Francia erano deboli a offenderlo: né molti dì poi, interponendosene il re Federigo, feciono insieme tregua per cinque mesi, per le cose oltramontane solamente. Perché Federigo, essendogli data intenzione7 dal re di Spagna di consentire alla restituzione8 sua nel regno di Napoli, e sperando che il medesimo avesse a consentire il re di Francia, appresso al quale, indotta a compassione, si affaticava molto per lui la reina di Francia, aveva introdotto tra loro pratiche di pace: per le quali, mentre che ardeva la guerra in Italia, andorno in Francia imbasciadori del re di Spagna, governandosi con tanto artificio che Federigo si persuadeva che la difficoltà della sua restituzione, contradetta estremamente da’ baroni della parte angioina, consistesse principalmente nel9 re di Francia.

Essendo adunque ridotte10 tutte le guerre de’ due re nel regno di Napoli, erano volti a quella parte gli occhi e i pensieri di ciascuno. Perché i franzesi, partiti da Roma e passati per le terre di Valmontone11 e de’ Colonnesi, per le quali furono concedute loro volontariamente le vettovaglie, camminavano per la campagna ecclesiastica inverso San Germano; ove Consalvo, messa guardia in Roccasecca e in Montecasino, si era fermato, non con intenzione di tentare la fortuna ma di proibire che non12 passassino più innanzi, il che per la fortezza del sito sperava agevolmente potere fare. Arrivati i franzesi a Pontecorvo e a Cepperano13, si unì con loro il marchese di Saluzzo con le genti di Gaeta; avendo prima, per l’occasione14 della partita di Consalvo, ricuperato il ducato di Traietto e il contado di Fondi insino al fiume del Garigliano. Fu la prima fatica dello esercito franzese la oppugnazione di Roccasecca; dalla quale, dato che v’ebbono invano uno assalto, si levorono, ma divenutine in tanto dispregio15 che publicamente si affermava, nell’esercito spagnuolo, quel giorno avere assicurato il reame di Napoli da’ franzesi. I quali per questo, diffidandosi di spuntare16 gli inimici dal passo di San Germano, deliberorno voltarsi al cammino della marina; e perciò, poiché furono stati due dì fermi in Aquino, preso da loro, lasciati settecento fanti in Rocca Guglielma, ritornati indietro a Pontecorvo, andorno per la via di Fondi ad alloggiare alla torre posta in su il passo del fiume del Garigliano17, nel quale luogo è fama essere già stata la città antichissima di Minturne: alloggiamento non solo opportuno per gittare il ponte e passare il fiume, come era la loro intenzione, ma comodissimo in caso fussino necessitati a soggiornarvi, imperocché avevano Gaeta e l’armata di mare alle spalle, Traietto, Itri, Fondi e tutto il paese insino al Garigliano a sua divozione18. Riputavasi che nel passare l’esercito franzese il fiume consistesse momento grande alla vittoria19, perché, essendo Consalvo tanto inferiore di forze che non poteva opporsi in sulla campagna aperta, rimaneva libero a’ franzesi il cammino insino alle mura di Napoli; alle quali si sarebbe medesimamente accostata l’armata20, che non aveva opposizione alcuna per mare. Perciò Consalvo, partitosi da San Germano, era venuto dall’altra parte del Garigliano, per opporsi con tutte le forze sue perché i franzesi non passassino: confidandosi di poterlo proibire, per il disavvantaggio e difficoltà che hanno gli eserciti nel passare, quando gli inimici si oppongono, i fiumi che non si guadano. Ma, come spesso accade, riuscì più facile quello che prima si riputava più difficile, e per contrario più difficile quel che da tutti era stimato dovere essere più facile; perché i franzesi, ancora che gli spagnuoli si sforzassino di vietarlo, gittato il ponte, guadagnorono il passo del fiume per forza delle artiglierie, piantate parte in sulla ripa dove alloggiavano, più alta alquanto che la ripa opposita, parte in sulle barche levate dalla armata e condotte contro al corso dell’acqua. Ma avendo il dì seguente cominciato a passare si opposeno loro gli spagnuoli, e assaltando quegli che già erano passati, con grande animosità, gli rimessono21 sino a mezzo il ponte; e arebbeno seguitatigli più oltre se dal furore delle artiglierie non fussino stati costretti a ritirarsi. Morì in questo assalto dalla parte de’ franzesi il luogotenente del baglì di Digiuno22, e dell’esercito spagnuolo Fabio figliuolo di Pagolo Orsino, giovane tra i soldati italiani di non piccola espettazione23. Fu fama che se i franzesi, quando cominciorno a passare, fussino proceduti innanzi virilmente24, che25 sarebbono rimasti quel dì superiori; ma mentre che procedono26 lentamente e con dimostrazione di timidità non solo perderono l’occasione della vittoria di quel giorno ma si debilitorono in gran parte la speranza del futuro27, perché dopo quel dì le cose andorono sempre per loro poco felicemente; e già tra’ capitani era più presto confusione che concordia e, secondo il costume de’ soldati franzesi verso i capitani italiani, poca obedienza al marchese di Mantova luogotenente regio: in modo che egli, o per questa cagione o perché veramente fusse, come allegava, ammalato, o perché dalla esperienza fatta prima a Roccasecca e poi il dì che si tentò di passare il ponte avesse perduto la speranza della vittoria, si partì dello esercito; lasciato di sé nel re di Francia concetto maggiore di fede che di animo o di governo28 nell’esercizio militare. Dopo la partita del quale, i capitani franzesi, che29 erano i principali il marchese di Saluzzo il bagli di Occan e Sandricort, fatto prima alla testa del ponte di là dal fiume un riparo con le carrette, vi fabricorno uno bastione capace di molti uomini, per il quale non potevano più gli inimici assaltargli quando passavano il ponte.

Ma gli ritardavano a procedere più oltre altre difficoltà, causate parte per colpa loro parte per la virtù e tolleranza30 degli inimici parte per l’iniquità della fortuna. Perché Consalvo, intento a impedirgli più con l’occasione della vernata e del sito del paese che con le forze, si era fermato a Cintura31, casale posto in luogo alquanto eminente lontano dal fiume un miglio poco più; e la fanteria e l’altre genti alloggiate all’intorno, ma con molta incomodità perché, alloggiando in luogo solitario e dove sono rarissime le case e le capanne de’ contadini e de’ pastori, non vi era quasi coperto alcuno, e il terreno, per la bassezza naturale di quella pianura e perché i tempi erano molto piovosi, pieno di acqua e di fango: però i soldati che non avevano luogo di alloggiare ne’ siti più alti, conducendo quantità grande di fascine, si sforzavano coprire con esse il terreno dove alloggiavano. Per le quali difficoltà e perché l’esercito era mal pagato e per avere i franzesi guadagnato del tutto il passo del fiume, fu consiglio di alcuni capitani di ritirarsi a Capua, acciò che le genti patissino manco, e per levarsi dal pericolo in che pareva che si stesse continuamente essendo inferiori di gente agli inimici. Il quale consiglio fu magnanimamente rifiutato da Consalvo, con quella voce32 memorabile: desiderare più tosto di avere, al presente, la sua sepoltura un palmo di terreno più avanti che, col ritirarsi indietro poche braccia, allungare la vita cento anni; e così resistendo alle difficoltà con la costanza dello animo, ed essendosi fortificato con uno fosso profondo e con due bastioni fatti alla fronte dello alloggiamento dello esercito, si manteneva opposito33 a’ franzesi. I quali, benché avessino fatto il bastione, non tentavano di muoversi perché, essendo il paese tutto inondato per le pioggie e per l’acque del fiume (è questo luogo chiamato da Tito Livio, per la vicinità di Sessa, l’acque sinuessane34, e forse sono le paludi di Min turne nelle quali C. Mario fuggendo Silla si occultò)35, non potevano procedere innanzi se non per via stretta, piena di fango altissimo e dove era sfondato36 tutto il terreno, né senza pericolo di essere assaltati per fianco dalla fanteria spedita37 degli spagnuoli che alloggiava molto vicina. Ed erano per sorte quella vernata i tempi freddissimi e asprissimi e con nevi e pioggie quasi continue, molto più che non era il solito di quello paese e di quella stagione, onde pareva che la fortuna e il cielo fussino congiurati contro a’ franzesi: i quali, soprasedendo38, non solo consumavano il tempo inutilmente ma ricevevano dalla dilazione, per la natura loro, quasi quel medesimo nocumento che dal veleno che opera lentamente ricevono i corpi umani. Perché se bene alloggiavano con minore incomodità che non alloggiavano gli spagnuoli, perché le reliquie di uno teatro antico, alle quali avevano congiunti molti coperti39 di legname, e le case e l’osterie vicine ne coprivano una parte, e il luogo intorno alla torre essendo alquanto più alto che il piano di Sessa era manco offeso dalle acque, e si era anche la maggiore parte della cavalleria ridotta40 in Traietto e nelle terre circostanti, nondimeno, non resistendo per natura i corpi de’ franzesi e de’ svizzeri alle fatiche lunghe e alle incomodità come resistono i corpi degli spagnuoli, raffreddava continuamente l’impeto e la caldezza degli animi loro. E si augumentavano queste difficoltà per la avarizia41 de’ ministri proposti dal re sopra le vettovaglie e sopra i pagamenti de’ soldati, i quali, intenti al guadagno proprio né pretermettendo alcuna specie di fraude, lasciavano diminuire il numero, né tenevano il campo abbondante di vettovaglie. Per le quali cagioni già molte infermità sopravenivano nell’esercito: e il numero de’ soldati, benché a’ pagamenti fusse quasi il medesimo, era in quanto allo effetto molto minore, essendosi anche delle genti italiane risoluta per se stessa42 qualche parte. I quali disordini faceva maggiori la discordia de’ capitani, per la quale non si governava l’esercito né con lo ordine né con la obbedienza conveniente. Così i franzesi, impediti dall’asprezza della vernata, soggiornavano oziosamente in sulla ripa del Garigliano; non si facendo, né per gli inimici né per loro, fazione43 alcuna eccetto che leggiere battaglie, non importanti alla somma delle cose44, nelle quali pareva che quasi sempre prevalessino gli spagnuoli. E accadde anche, in questi dì medesimi, che i fanti i quali erano stati lasciati da’ franzesi alla guardia di Rocca Guglielma, non potendo sostenere le molestie che dalle genti che guardavano Roccasecca e le terre circostanti quotidianamente sostenevano e però ritornandosene all’esercito, furono nel cammino rotti da quelle.

Ma essendo sute già molti dì le cose in quello stato, sopragiunsono all’esercito spagnuolo con le compagnie loro Bartolomeo da Alviano e gli altri Orsini: per la venuta de’ quali essendo accresciute le forze di Consalvo, in modo che aveva nello esercito novecento uomini d’arme mille cavalli leggieri e novemila fanti spagnuoli, cominciò a pensare non di stare più alla difesa ma di offendere gl’inimici; dandogli maggiore animo il sapere che i franzesi, superiori molto di cavalli ma non di fanti, si erano tanto sparsi per le terre vicine che già gli alloggiamenti loro occupavano poco manco che dieci miglia di paese, in modo che intorno alla torre del Garigliano erano rimasti il marchese di Saluzzo viceré e gli altri capitani principali con la minore parte dello esercito, e quella, benché vi fusse sopravenuta copia di vettovaglie, ampliandovisi ogni dì più le infermità, per le quali erano morti molti e tra gli altri il baglì di Occan, diminuiva continuamente. Però deliberando di tentare di passare il fiume furtivamente45, il che succedendo non si dubitava della vittoria, dette la cura allo Alviano, autore, secondo dicono alcuni, di questo consiglio46, che fabricasse il ponte secretamente. Per ordine del quale essendo stato con molto silenzio fabricato, in uno casale appresso a Sessa, uno ponte in sulle barche, condottolo di notte al Garigliano e gittatolo al passo di Suio, quattro miglia sopra il ponte de’ franzesi, dove per loro non si teneva guardia alcuna, subito che il ponte fu gittato, che fu la notte del vigesimo settimo dì di dicembre, passò tutto l’esercito, e in esso la persona di Consalvo; i quali la notte medesima alloggiorono nella terra di Suio contigua al fiume, occupata da’ primi che passorono. E la mattina seguente, dì pure di venerdì, felice agli spagnuoli47, avendo ordinato Consalvo che il retroguardo che era alloggiato tra la rocca di Mondragone e Carinoli48, quattro miglia di sotto al ponte de’ franzesi, andasse ad assaltare il ponte loro, si dirizzò con la vanguardia guidata dall’Alviano e con la battaglia49, che erano passate seco, a seguitare i franzesi. I quali, avendo la notte medesima avuto notizia che gli spagnuoli, gittato il ponte, già passavano, occupati50 da grandissimo terrore, come quegli che avendo deliberato di non tentare insino sopravenisse benigna stagione più cosa alcuna, e persuadendosi che negli inimici fusse la medesima negligenza e ignavia, si commossono51 tanto più per questo ardire e accidente improvviso; e però, se bene, più presto trepidando, come si fa ne’ casi subiti, che consigliando o deliberando, il viceré, al quale molti, levatisi da Traietto e de’ luoghi circostanti dove erano sparsi, si riducevano52, avesse per proibire il passo inviato Allegri con alcuni fanti e cavalli verso Suio, nondimeno, occortisi che erano tardi53; ed essendo superiore in ogni discorso e considerazione il timore, si levorono54 tumultuosamente a mezzanotte dalla torre del Garigliano per ritirarsi a Gaeta, lasciatavi la maggiore parte delle munizioni e nove pezzi grossi d’artiglieria, e insieme rimanendovi i feriti e moltitudine grande di ammalati. Ma Consalvo, intesa la levata loro, seguitandogli con l’esercito, spinse innanzi Prospero Colonna co’ cavalli leggieri, acciò che essendo travagliati da loro fussino costretti a camminare più lentamente. I quali55 essendo giunti alle spalle di essi, alla fronte di Scandi56, cominciorono insieme a scaramucciare, non intermettendo57 i franzesi di camminare e nondimeno fermandosi spesso, per non si disordinare, a’ ponti e a’ passi forti58; donde dopo essersi alquanto sostenuti si ritiravano, sempre con ricevere qualche danno: ed era l’ordine del procedere loro, l’artigliene innanzi a tutti, la fanteria dipoi e in ultimo luogo i cavalli de’ quali quegli che erano gli ultimi combattevano continuamente con gl’inimici. Così essendo proceduti, ora fermandosi ora leggiermente combattendo, insino al ponte che è innanzi a Mola di Gaeta, la necessità costrinse il viceré a fare fermare una parte delle sue genti d’arme in su quel passo, per dare spazio di discostarsi alle sue artiglierie; le quali, non potendo procedere con la celerità con la quale procedevano le genti, già cominciavano a mescolarsi con loro59. Però appiccata in quello luogo una battaglia grande, sopragiunse poco dipoi il retroguardo spagnuolo, che passato il fiume senza resistenza alcuna, con le barche medesime del ponte che era stato rotto da’ franzesi, camminava verso Gaeta per la strada diritta; essendo Consalvo, col resto dell’esercito, andato sempre per la costiera. Combattessi al ponte di Mola per alquanto spazio di tempo ferocemente; sostenendosi i franzesi, benché pieni di molto timore, principalmente per la fortezza del sito, e assaltandogli gli spagnuoli, a’ quali già pareva essere in possessione della vittoria, molto impetuosamente. Finalmente i franzesi non potendo più resistere, e temendo non60 fusse tagliata loro la strada da una parte delle genti la quale Consalvo aveva mandata per la costiera a questo effetto, cominciorono con disordine a ritirarsi; e seguitandogli continuamente gli inimici, arrivati al capo di due vie, delle quali l’una va a Itri l’altra a Gaeta, si messono in manifesta fuga; restandone morti molti, tra’ quali Bernardino Adorno luogotenente di cinquanta lancie61, lasciate l’artigliene con tutti i cavalli del suo servigio62, che erano stati condotti di Francia, più di mille; e restandone molti prigioni: gli altri fuggirono in Gaeta, seguitati vittoriosamente insino alle porte di quella città. E nel tempo medesimo Fabrizio Colonna, mandato da Consalvo, poiché ebbe passato il fiume, con cinquecento cavalli e mille fanti alla volta di Ponte Corvo e delle Frace63, col favore della maggior parte delle castella e degli uomini del paese, svaligiò le compagnie di Lodovico della Mirandola e di Alessandro da Triulzi. Furono, oltre a questi, presi e spogliati per il paese molti di quegli i quali, alloggiati a Fondi a Itri e ne’ luoghi circostanti, inteso essersi gittato il ponte dagli spagnuoli, non erano andati a unirsi con l’esercito alla torre del Garigliano ma per salvarsi avevano, sparsi, preso tumultuosamente64 il cammino in diversi luoghi. Maggiore infortunio65 ebbono Piero de’ Medici, che seguitava il campo de’ franzesi, e alcuni altri gentiluomini; i quali, essendo nella levata dello esercito dal Garigliano saliti in su una barca, con quattro pezzi di artiglieria per condurgli a Gaeta, per troppo peso e perché ebbono i venti contrari, alla foce del fiume andata sotto la barca, annegorono tutti. Alloggiò la notte seguente Consalvo con l’esereito a Castellone e a Mola; e accostatosi il dì seguente a Gaeta ove oltre a’ capitani franzesi erano rifuggiti i prìncipi di Salerno e di Bisignano, occupò subito il borgo e il monte che era stato abbandonato da’ franzesi. I quali, benché in Gaeta fusse gente bastante a difenderla e a sufficienza vettovaglie, e il luogo opportuno a essere con l’armate di mare soccorso, nondimeno inviliti, né disposti a tollerare il tedio dello aspettare gli aiuti incerti, voltorono subito l’animo ad accordarsi; e perciò, essendo di consentimento degli altri andati a trattare con Consalvo il baglì di Digiuno, Santa Colomba66 e Teodoro da Triulzi, convennono, il primo dì dell’anno mille cinquecento quattro, di consegnare Gaeta e la fortezza a Consalvo, avendo facoltà d’uscire con le robe loro salvi, per terra e per mare, fuora del reame di Napoli, e che Obignì e gli altri prigioni fussino da ogni parte liberati; ma questo non fu sì chiaramente capitolato che non avesse Consalvo occasione di disputare che, per virtù di tale convenzione, non si intendevano liberati i baroni del regno napoletano.

Questa è la rotta che ebbe l’esercito del re di Francia appresso al fiume del Garigliano, in sulla ripa del quale era stato fermo circa cinquanta dì; causata non meno da’ disordini propri che dalla virtù degli inimici; e rotta molto memorabile, perché ne seguitò la perdita totale di sì nobile e potente reame e la stabilità dello imperio degli spagnuoli; e più memorabile ancora, perché essendovi entrati i franzesi molto superiori di forze agli inimici e abbondantissimi di tutte le provisioni terrestri e marittime che sono necessarie alla guerra, furono debellati con tanta facilità, e senza sangue e pericolo alcuno de’ vincitori; e perché, con tutto che pochi ne morissino per il ferro degli inimici, fu per vari accidenti piccolissimo il numero di quegli che si salvorno di tanto esercito. Conciossiacosaché de’ fanti i quali nella fuga salvorono le persone loro, e di quegli ancora che fatto l’accordo si partirono per terra da Gaeta, ne morì una parte per la strada consumati da’ freddi e dalle infermità; e quegli di loro che giunsono a Roma vivi vi si condussono la più parte ignudi e miserabili, donde molti ne morirono per gli spedali, e la notte, per il freddo e per la fame, per le piazze e per le strade. E quel che ne fusse cagione, o il fato avverso a’ franzesi (né meno avverso alla nobiltà che alla gente plebea) o le infermità contratte per le incomodità sostenute intorno al Garigliano, molti di quegli che, fatto che fu l’accordo, si erano per mare partiti da Gaeta, ove lasciorno la maggiore parte de’ loro cavalli, morirono o in cammino o subito che furono arrivati in Francia: tra’ quali fu il marchese di Saluzzo, Sandricort e il baglì della Montagna67 e molti gentiluomini. Fu considerato che, oltre a quello che si poteva attribuire alla discordia e al poco governo de’ capitani franzesi e alla asprezza de’ tempi, e il non essere i franzesi e i svizzeri abili quanto gli spagnuoli a tollerare con l’animo il tedio della lunghezza delle cose né col corpo le incomodità e le fatiche, due cose principalmente aveano impedita al re di Francia la vittoria. L’una, la lunga dimora che fece l’esercito, per la morte del pontefice, in terra di Roma, dalla quale fu causato che prima sopravenne la vernata, e che prima Consalvo condusse agli stipendi suoi gli Orsini, che essi entrassino nel regno; perché non si dubita che se vi fussino entrati nella stagione benigna sarebbe stato necessitato Consalvo, allora molto inferiore di forze né favorito dalla rigidità de’ tempi, abbandonata la maggiore parte del reame, a ritirarsi in pochi luoghi forti: l’altra, l’avarizia de’ commissari regi, i quali fraudando il re ne’ pagamenti de’ soldati, e disordinando per la medesima intenzione le vettovaglie68, furono non piccola cagione della diminuzione di quello esercito; perché il re aveva con grandissima prontezza fatta provisione tale di tutte le cose necessarie che è certo che al tempo della rotta erano in Roma, per ordine suo, quantità grande di danari e apparato grande di vettovaglie; e se bene all’ultimo, per le moltissime querele de’ capitani e di tutto l’esercito, vi fusse maggiore larghezza del vivere, nondimeno prima ve ne era stata strettezza tale che questo disordine, aggiunto all’altre incomodità, era stato cagione di tante infermità e della partita di molta gente e dell’essersi molti distesi69 ne’ luoghi circostanti: dalle quali cose finalmente70 procedette la ruina dello esercito. Perché come alla sostentazione di uno corpo non basta solamente il bene essere del capo ma è necessario che gli altri membri faccino lo ufficio suo, così non basta che il principe sia senza colpa delle cose se ne’ ministri suoi non è proporzionatamente la debita diligenza e virtù.

1. per poco governo: per scarsa capacità organizzativa ed autorità.

2. risoluto: sciolto.

3. si… campo: si era accampato.

4. combattuta: attaccata.

5. resoluzione: dispersione.

6. quel… fine: lo scopo che è proprio e tipico.

7. essendogli data intenzione: essendogli stato promesso.

8. alla restituzione sua: al suo ritorno al potere.

9. consistesse… nel: fosse dovuta… al.

10. ridotte: concentrate.

11. Territorio dei Colonna.

12. proibire che non: impedire che.

13. Ceprano.

14. per l’occasione: cogliendo l’occasione.

15. divenutine in tanto dispregio: avendo perso per questo tanto prestigio.

16. spuntare: sloggiare.

17. La torre di Pandolfo Capodiferro.

18. a sua divozione: in loro potere.

19. nel passarevittoria: il passare il fiume fosse determinante per la vittoria dell’esercito francese.

20. l’armata: la flotta.

21. gli rimessono: li respinsero.

22. Il luogotenente è personaggio di difficile identificazione. Il balì di Digione era Antoine de Baissay.

23. di non piccola espellanone: non poco promettente.

24. virilmente: coraggiosamenre.

25. che: è pleonastico.

26. mentre che procedono: il passaggio al presente storico col mentre ricalca l’uso del dum latino.

27. si debilitorono… futuro: ridussero di molto le probabilità di vincere in seguito.

28. di governo: di capacità di governo.

29. che: tra cui.

30. tolleranza: capacità di resistenza.

31. Forse l’attuale Centore.

32. con quella voce: con quelle parole.

33. opposito: di fronte.

34. aquae sinuessanae è in realtà un’espressione di Plinio (cfr. Hist. nat.,31, 2, 4 [8]).

35. Nell’88 a. C.

36. sfondato: pieno di fosse e allagato.

37. fanteria spedita: fanteria leggera.

38. sopvasedendo: restando fermi.

39. coperti: tettoie.

40. ridotta: ritirata.

41. avarizia: avidità.

42. risoluta per se stessa: dispersa da sola.

43. fazione: combattimento.

44. non… cose: non determinanti per l’esito della guerra.

45. furtivamente: di sorpresa.

46. consiglio: piano.

47. felice agli spagnuoli: fausto (o ritenuto tale) per gli spagnoli.

48. Carinola.

49. con la battaglia: col grosso dell’esercito.

50. occupati: presi (latinismo).

51. si commossono: furono sconvolti.

52. si riducevano: si rifugiavano.

53. occortisi che erano tardi: credo che sia da intendere: essendosi decisi troppo tardi a prendere l’offensiva.

54. si levorono: se ne andarono.

55. I quali: si riferisce a cavalli leggieri.

56. Scauri.

57. intermettendo: interrompendo.

58. a’ passi forti: ai passaggi difficili.

59. a mescolarsi con loro: a venire alle mani con loro (con i nemici).

60. temendo non: temendo che.

61. S’intende «lances garnies». Cfr. I, XI, nota 4.

62. del suo servigio: addetti al loro trasporto.

63. Le Fratte, corrispondente forse all’attuale Ausonia.

64. tumultuosamente: disordinatamente.

65. infortunio: sfortuna, disgrazia.

66. Jean de Sainte-Colombe.

67. Jean de Brillac (o Brilhac), balì delle montagne d’Alvernia.

68. disordinando… le vettovaglie: compromettendo… il rifornimento delle vettovaglie.

69. distesi: sparsi.

70. finalmente: alla fine.

CAPITOLO VIII

Pace fra i veneziani ed i turchi; soddisfazione degli uni e degli altri; patti dell’accordo.

Nell’anno medesimo che queste cose tanto gravi in Italia succederono si fece la pace tra Baiseth otomanno e i viniziani, la quale da ciascuna delle parti fu abbracciata cupidamente. Perché Baiseth, principe di ingegno mansueto e molto dissimile alla1 ferocia del padre, e dedito alle lettere e agli studi de’ libri sacri della sua religione, aveva per natura l’animo alienissimo dalle armi: però, avendo cominciata la guerra con potentissimi apparati terrestri e marittimi, e occupato ne’ primi due anni, nella Morea, Naupatto (oggi è detto Lepanto), Modone, Corone e Giunco2, non l’aveva continuata poi con la medesima caldezza; movendolo forse, oltre al desiderio della quiete, il sospetto che o i pericoli propri o l’amore della religione non3 concitassino contro a lui i prìncipi cristiani: perché e il pontefice Alessandro aveva mandato alcune galee sottili in aiuto de’ viniziani, e insieme con loro aveva sollevato con danari Uladislao re di Boemia e di Ungheria a muovere la guerra ne’ confini de’ turchi: e i re di Francia e di Spagna mandorono ciascuno di loro, ma non nel tempo medesimo, l’armata4 sua a congiugnersi con quella de’ viniziani. Ma più cupidamente ancora fu accettata la pace da’ viniziani, a’ quali si interrompeva per la guerra, con gravissimo detrimento5 publico e privato, il commercio delle mercatanzie le quali dagli uomini loro si esercitavano in molte parti di levante; e perché, essendo la città di Vinegia consueta a trarre ciascuno anno delle terre suddite a’ turchi copia grandissima di frumento, dava loro non piccole difficoltà l’essere privati di tale comodità; ma molto più perché, soliti ad accrescere lo imperio loro nelle guerre con gli altri prìncipi, niuna cosa avevano più in orrore che la potenza degli otomanni, da’ quali qualunque volta avevano avuta guerra insieme erano stati battuti: perché e Amurato6 avolo di Baiseth aveva occupato la città di Tessalonica, oggi Salonich7, appartenente al dominio veneto, e poi Maumeth suo padre, avendo avuto sedici anni continui guerra con essi, tolse loro l’isola di Negroponte8, una parte grande del Peloponneso oggi detta la Morea, Scudri9 e molte altre terre in Macedonia e in Albania. In modo che, sostenendo la guerra co’ turchi con gravissime difficoltà e spese smisurate e senza speranza di conseguirne frutto alcuno, e oltre a questo temendo tanto più di non10 essere assaltati nel tempo medesimo dagli altri prìncipi cristiani, erano sempre desiderosissimi di avere la pace con loro. Fu lecito a Baiseth, per le condizioni dell’accordo, ritenersi11 tutto quello che aveva occupato; e i viniziani, ritenendosi l’isola di Cefalonia anticamente detta Leucade, furno costretti a restituirgli l’isola di Nerito, oggi denominata Santa Maura.

1. molto dissimile alla: molto lontano dalla.

2. Navarino.

3. il sospetto che… non: il sospetto che.

4. l’armata: la flotta.

5. detrimento: danno.

6. Amurad (o Murad) II.

7. Salonicco, che cadde nel marzo 1430.

8. 12 luglio 1470.

9. Scutari in Albania, ceduta a Maometto II con il trattato di pace del 1479.

10. temendodi non: temendo… di.

11. ritenersi: conservare.

CAPITOLO IX

Commercio de’ portoghesi coll’Oriente e danno derivatone a’ veneziani. Cristoforo Colombo e la scoperta delle nuove terre a occidente. Errori degli antichi rilevati dalle nuove scoperte.

Ma non aveva dato tanta molestia a’ viniziani la guerra de’ turchi quanta molestia e detrimento dette l’essere stato intercetto1 dal re di Portogallo il commercio delle spezierie, le quali i mercanti e i legni loro conducendo da Alessandria, città nobilissima2, a Vinegia, spargevano con grandissimo guadagno per tutte le provincie della cristianità. La quale cosa, essendo stata delle più memorabili che da molti secoli in qua siano accadute nel mondo, e avendo, per il danno che ne ricevé la città di Vinegia, qualche connessità con le cose italiane, non è al tutto fuora del proposito farne alquanto distesamente memoria.

Coloro i quali speculando3, con ingegno e considerazioni maravigliose, il moto e la disposizione del cielo n’hanno dato notizia a’ posteri, figurorno4 che, per la rotondità del cielo, discorra5 dall’occidente all’oriente una linea distante in ogni sua parte egualmente dal polo settentrionale e dal polo meridionale, detta da loro linea equinoziale perché quando il sole è sotto sono allora eguali il dì e la notte; la longitudine della quale linea divisono con la immaginazione in trecento sessanta parti, le quali chiamorono gradi; così come il circuito del cielo per mezzo de’ poli6 è medesimamente gradi trecento sessanta. Dietro alla7 norma data da questi, i cosmografi, misurando e dividendo la terra, figurorono in terra una linea equinoziale che cade perpendicolarmente sotto la linea celeste figurata dagli astrologi; dividendo similmente quella e il circuito della terra con la linea cadente perpendicolarmente sotto i poli, in latitudine di gradi trecento sessanta: di maniera che dal polo nostro al polo meridionale posono distanza di gradi cent’ottanta, e da ciascuna de’ poli alla linea equinoziale gradi novanta. Queste cose furono dette in generale da’ cosmografi. Ma quanto al particolare dell’abitato della terra, data quella notizia8 che aveano di una parte della terra che è sotto al nostro emisperio, si persuasono che quella parte della terra che è sotto alla torrida zona, figurata in cielo dagli astrologi (nella quale zona si contiene la linea equinoziale) come più prossima al sole, fusse per la calidità sua inabitabile, e che dal nostro emisperio non si potesse procedere alle terre che sono sotto la torrida zona né a quelle che di là da essa verso il polo meridionale consistono9; le quali Tolemeo per confessione di tutti10 principe de’ cosmografi, chiamava terre e mari incogniti. Onde ed esso e gli altri presupposono che chi dal nostro emisperio volesse passare al seno arabico e al seno persico, o a quelle parti della India che prima11 feciono note agli uomini nostri le vittorie di Alessandro magno, fusse costretto andarvi o per terra, o approssimato che si fusse per il mare Mediterraneo quanto poteva a essi, fare per terra il rimanente del cammino. Queste opinioni e presuppositi essere stati falsi ha dimostrato a’ tempi nostri la navigazione de’ portogallesi. Perché avendo cominciato, già molti anni sono, i re di Portogallo a costeggiare, per cupidità di guadagni mercantili, l’Africa, e condottisi a poco a poco insino all’isole del Cavoverde12 dette dagli antichi, secondo l’opinione di molti, l’isole [Esperide], e che sono gradi [quattordici distanti dallo equinoziale polo artico], preso di mano in mano maggiore animo, venuti con lungo circuito navigando verso il mezzodì al capo di Buona Speranza, promontorio più distante che alcun altro della Affrica dalla linea equinoziale, e il quale dista da quello gradi [trentotto], e da quello volgendosi allo oriente, hanno navigato per l’oceano insino al seno arabico e al seno persico; ne’ quali luoghi i mercatanti di Alessandria solevano comperare le spezierie, parte nate quivi ma che la maggiore parte vi sono condotte da [le isole Molucche] e altre parti della India, e di poi per terra, per cammino lungo e pieno di incomodità e di molte spese, condurle in Alessandria, e quivi venderle a’ mercatanti viniziani; i quali condottele a Vinegia ne fornivano tutta la cristianità, ritornandone loro grandissimi guadagni: perché avendo soli in mano le spezierie costituivano13 i prezzi ad arbitrio loro, e co’ medesimi legni co’ quali le levavano di Alessandria vi conducevano moltissime mercatanzie, e i medesimi legni i quali portavano in Francia in Fiandra in Inghilterra e negli altri luoghi le spezierie tornavano medesimamente a Vinegia carichi di altre mercatanzie: la quale negoziazione augumentava medesimamente molto l’entrate della republica, per le gabelle e passaggi. Ma i portogallesi, condottisi per mare da Lisbona, città regia di Portogallo, in quelle parti remate, e fatto amicizia nel seno persico co’ re di Caligut14e di altre terre vicine, e dipoi di mano in mano penetrati ne’ luoghi più intimi15e edificate in progresso di tempo fortezze ne’ luoghi opportuni, e con alcune città del paese confederatisi altre fattesi con l’armi suddite, hanno trasferito in sé quel commercio di comperare le spezierie che prima solevano avere i mercatanti di Alessandria; e conducendole per mare in Portogallo le mandano poi, eziandio per mare, in quegli luoghi medesimi ne’ quali le mandavano prima i viniziani. Navigazione certamente maravigliosa e di spazio di miglia [sedicimila], per mari al tutto incogniti, sotto altre stelle sotto altri cieli; con altri instrumenti, perché passata la linea equinoziale non hanno più per guida la tramontana, e rimangono privati dell’uso della calamita; né potendo per tanto cammino toccare se non a terre non conosciute, diverse di lingua di religione e di costumi, e del tutto barbare e inimicissime de’ forestieri: e nondimeno, non ostante tante difficoltà, s’hanno fatta in progresso di tempo questa navigazione tanto familiare che, ove prima consumavano a condurvisi [dieci] mesi di tempo, la finiscono oggi comunemente, con pericoli molto minori, in [sei] mesi.

Ma più maravigliosa ancora è stata la navigazione degli spagnuoli, cominciata l’anno mille quattrocento novanta…16, per invenzione17di Cristoforo Colombo genovese. Il quale, avendo molte volte navigato per il mare Oceano, e congetturando per l’osservazione di certi venti quel che poi veramente gli succedette, impetrati dai re di Spagna certi legni e navigando verso l’occidente, scoperse, in capo di [trentatré] dì, nell’ultime estremità del nostro emisperio, alcune isole, delle quali prima niuna notizia s’aveva; felici per il sito del cielo per la fertilità della terra e perché, da certe popolazioni fierissime infuora che si cibano de’ corpi umani, quasi tutti gli abitatori, semplicissimi di costumi e contenti di quel che produce la benignità della natura, non sono tormentati né da avarizia né da ambizione; ma infelicissime perché, non avendo gli uomini né certa18 religione né notizia di lettere, non perizia di artifici19 non armi non arte di guerra non scienza non esperienza alcuna delle cose, sono, quasi non altrimenti che animali mansueti, facilissima preda di chiunque gli assalta. Onde allettati gli spagnuoli dalla facilità dell’occuparle e dalla ricchezza della preda, perché in esse sono state trovate vene abbondantissime d’oro, cominciorno molti di loro come in domicilio proprio ad abitarvi. E penetrato Cristoforo Colombo più oltre, e dopo lui Amerigo Vespucci fiorentino e successivamente molti altri, hanno scoperte altre isole e grandissimi paesi di terra ferma; e in alcuni di essi, benché in quasi tutti il contrario20 e nell’edificare publicamente e privatamente, e nel vestire e nel conversare, costumi e pulitezza civile, ma tutte genti imbelli e facili a essere predate: ma tanto spazio di paesi nuovi che sono senza comparazione maggiore spazio che l’abitato che prima era a notizia nostra. Ne’ quali distendendosi con nuove genti e con nuove navigazioni gli spagnuoli, e ora cavando oro e argento delle vene che sono in molti luoghi e dell’arene de’ fiumi, ora comperandone per prezzo di cose vilissime dagli abitatori, ora rubando il già accumulato, n’hanno condotto nella Spagna infinita quantità; navigandovi privatamente, benché con licenza del re e a spese proprie, molti, ma dandone ciascuno al re la quinta parte di tutto quello che o cavava o altrimenti gli perveniva nelle mani. Anzi è proceduto tanto oltre l’ardire degli spagnuoli che alcune navi, essendosi distese verso il mezzodì [cinquantatré] gradi sempre lungo la costa di terra ferma, e dipoi entrati in uno stretto mare21 e da quello per amplissimo pelago navigando nello oriente, e dipoi ritornando per la navigazione che fanno i portogallesi, hanno, come apparisce manifestissimamente, circuito tutta la terra. Degni, e i portogallesi e gli spagnuoli e precipuamente Colombo, inventore di questa più maravigliosa e più pericolosa navigazione, che con eterne laudi sia celebrata la perizia la industria l’ardire la vigilanza e le fatiche loro, per le quali è venuta al secolo nostro notizia di cose tanto grandi e tanto inopinate. Ma più degno di essere celebrato il proposito loro se a tanti pericoli e fatiche gli avesse indotti non la sete immoderata dell’oro e delle ricchezze ma la cupidità o di dare a se stessi e agli altri questa notizia o di propagare la fede cristiana: benché questo sia in qualche parte proceduto per conseguenza, perché in molti luoghi sono stati convertiti alla nostra religione gli abitatori.

Per queste navigazioni si è manifestato essersi nella cognizione della terra ingannati in molte cose gli antichi. Passarsi oltre alla linea equinoziale, abitarsi sotto la torrida zona; come medesimamente, contro all’opinione loro, si è per navigazione di altri compreso, abitarsi sotto le zone propinque a’ poli, sotto le quali affermavano non potersi abitare per i freddi immoderati, rispetto al sito del cielo tanto remoto dal corso del sole. Èssi manifestato quel che alcuni degli antichi credevano, altri riprendevano22, che sotto i nostri piedi sono altri abitatori, detti da loro gli antipodi. Né solo ha questa navigazione confuso molte cose affermate dagli scrittori delle cose terrene, ma dato, oltre a ciò, qualche ansietà agli interpreti della scrittura sacra, soliti a interpretare quel versicolo del salmo, che contiene che in tutta la terra uscì il suono loro e ne’ confini del mondo le parole loro23 significasse che la fede di Cristo fusse, per la bocca degli apostoli, penetrata per tutto il mondo: interpretazione aliena dalla verità, perché non apparendo notizia alcuna di queste terre, né trovandosi segno o reliquia alcuna della nostra fede, è indegno di essere creduto24 o che la fede di Cristo vi sia stata innanzi a questi tempi o che questa parte sì vasta del mondo sia mai più stata scoperta o trovata da uomini del nostro emisperio.

1. intercetto: interrotto.

2. nobilissima: celeberrima.

3. speculando: indagando.

4. figurorno: supposero.

5. discorra: corra.

6. per mezzo de’ poli: attraverso i poli.

7. Dietro alla: seguendo la.

8. notizia: conoscenza.

9. consistono: si trovano.

10. per confessione di tutti: da tutti considerato.

11. prima: per la prima volta.

12. Capo Verde (1445).

13. costituivano: stabilivano.

14. Calcutta.

15. intimi: interni.

16. 1492. Dal manoscritto si deduce che il G. aveva in mente la data esatta, ma che si riservava di verificarla. Si legge infatti «novanta d», e la d è cancellata. (Cfr. GHERARDI, II, 109, nota 2).

17. per invenzione: in seguito alla scoperta.

18. certa: fìssa.

19. perizia di artifici: conoscenza di arti e mestieri.

20. benché… il contrario: benché in quasi tutti non sia così.

21. Nello stretto di Magellano.

22. riprendevano: confutavano.

23. Cfr. Ps. 18, 5.

24. è… creduto: non si può credere.

CAPITOLO X

Dolore e cruccio del re e della corte di Francia pel cattivo esito della campagna in Italia. Timori de’ partigiani dei francesi; inazione di Consalvo. Fuga del Valentino presso Consalvo e sua prigionia in Ispagna. Tregua tra il re di Francia e i re di Spagna. Rapine di soldati spagnuoli nel reame di Napoli.

Ma ritornando al proposito della nostra narrazione, e alle cose che dopo l’essersi arrenduta agli spagnuoli Gaeta nell’anno mille cinquecento quattro succederono, le novelle della rotta ricevuta al Garigliano, c di tanti disordini che appresso seguitarono, empierono di lagrime e di pianti quasi tutto il regno di Francia, per la moltitudine de’ morti e specialmente per la perdita di tanta nobiltà; donde la corte tutta, con gli abiti e con molti altri segni di dolore, appariva piena di mestizia e di afflizione; e si sentivano per tutto il reame le voci degli uomini e delle donne che maladivano quel dì nel quale prima entrò ne’ cuori de’ suoi re, non contenti di tanto imperio che possedevano, la sfortunata cupidità di acquistare stati in Italia. Ma sopra tutto era tormentato l’animo del re per la disperazione d’avere più a ricuperare uno regno sì nobile, e per tanta diminuzione della estimazione e autorità sua: ricordavasi delle magnifiche1 parole le quali aveva dette tante volte contro al re di Spagna, e quanto si fusse vanamente promesso degli apparati fatti per assaltarlo da tante bande; ma accresceva il dolore e la indegnazione sua il considerare che, essendo state fatte da sé con somma diligenza e senza risparmio alcuno tante provisioni, e avendo guerra con inimici poverissimi e bisognosi di ogni cosa, fusse stato per la avarizia2 e per le fraudi de’ ministri suoi sì ignominiosamente superato. E però, esclamando insino al cielo, affermava con efficacissimi giuramenti che, poiché era con tanta negligenza e perfidia servito da’ suoi medesimi, che giammai commetterebbe3 più guerra alcuna a’ suoi capitani ma andrebbe personalmente a tutte le imprese. Ma lo tormentava e cruciava4 ancora più il conoscere quanto, per la perdita di uno tale esercito e per la morte di tanti capitani e di tanta nobiltà, fussino indebolite le forze sue; in modo che, se o da Massimiliano fusse stato fatto qualche movimento nel ducato di Milano o se l’esercito spagnuolo uscito del reame di Napoli fusse passato più innanzi, diffidava esso medesimo sommamente di potere difendere quello stato, massime congiugnendosi ad alcuno di questi Ascanio Sforza lo imperio del quale era desiderato ardentemente da tutti i popoli.

Ma del re de’ Romani non si maravigliò alcuno che non si destasse a tanta opportunità, essendo lo inveterato costume suo scambiare il più delle volte i tempi e le occasioni5. Ma di Consalvo si persuadeva ciascuno il contrario: donde stavano quelli che in Italia aderivano a’ franzesi in grandissimo terrore che egli, con la speranza che all’esercito vincitore non avessino a mancare danari né occasioni, senza dilazione seguitasse la vittoria6, per sovvertire lo stato di Milano e mutare in cammino7 le cose di Toscana: il che se avesse fatto si credeva fermamente che il re di Francia, esausto di danari e sbattuto d’animo8, arebbe senza fare alcuna resistenza ceduto a questa tempesta; essendo massime l’animo delle sue genti alienissimo dal passare in Italia, e avendo quelle che tornorono da Gaeta passato i monti, sprezzati i comandamenti regi che furono presentati loro a Genova. E si vedeva chiaramente che il re, senza pensiero alcuno alle armi, era tutto intento a trattare concordia con Massimiliano; né meno intento a continuare le pratiche co’ re di Spagna, per le quali, non intermesse9 nell’ardore della guerra, erano stati sempre, e ancora erano, oratori spagnuoli nella sua corte. Ma Consalvo, che da qui innanzi chiameremo più spesso il gran capitano, poiché con vittorie sì gloriose si aveva confermato il cognome10 datogli dalla inattanza spagnuola, non usò tanta occasione: o perché, trovandosi al tutto senza danari e debitore dell’esercito suo di molte paghe, gli fusse impossibile muovere con speranze di guadagni futuri o di pagamenti lontani le genti sue, che dimandavano danari e alloggiamenti, o perché fusse necessitato procedere secondo la volontà de’ suoi re o perché non gli paresse bene sicuro, se prima non cacciava gli inimici di tutto il regno di Napoli, levarne l’esercito; perché Luigi d’Ars uno de’ capitani franzesi, il quale dopo la giornata fatta alla Cirignola si era, con reliquie tali delle genti rotte11 che non erano in tutto da disprezzare, fermato a Venosa, e il quale mentre che gli eserciti stavano in sulle ripe del Garigliano aveva occupato Troia e San Severo, teneva sollevata tutta la Puglia; e alcuni de’ baroni angioini ritiratisi agli stati loro si difendevano, seguitando scopertamente il nome del re di Francia: e si aggiunse che poco dopo la vittoria si ammalò di pericolosa infermità; per la quale non potendo andare in alcuna espedizione personalmente, mandò con parte delle genti l’Alviano a debellare Luigi d’Ars.

Per la quale sua o deliberazione o necessità di non seguitare per allora, fuora del reame di Napoli, la vittoria restavano l’altre cose d’Italia più presto in sospetto che in travaglio: perché i viniziani stavano, secondo l’usanza loro, sospesi ad aspettare l’esito delle cose; e a’ fiorentini pareva acquistare assai12 se, nel tempo che totalmente disperavano del soccorso del re di Francia, non fussino assaltati dal gran capitano; e il pontefice, differendo ad altro tempo i suoi vasti pensieri, si affaticava perché il Valentino gli concedesse le fortezze di Furlì di Cesena e di Bertinoro, che sole per lui si tenevano nella Romagna, perché Antonio degli Ordelaffi aveva, pochi dì innanzi, ottenuta con premi13 quella di Forlimpopolo dal castellano. Consentì Valentino dare al pontefice i contrassegni14 di quella di Cesena: con i quali andato Pietro d’Oviedo spagnuolo15 per riceverla in nome del pontefice, il castellano16, dicendo essergli disonore ubidire al padrone suo mentre che era prigione, e meritare di essere punito chi avesse presunto di fargli tale richiesta, l’aveva fatto impiccare. Donde il pontefice, escluso dalla speranza di poterle ottenere senza la liberazione del Valentino, convenne seco (della quale convenzione fu espedita17 per maggiore sicurtà una bolla nel concistoro) che il Valentino fusse posto nella rocca di Ostia, in assoluta potestà di Bernardino Carvagial spagnuolo, cardinale di Santa Croce, di liberarlo ogni volta che avesse restituito al pontefice le fortezze di Cesena e di Bertinoro e che della rocca di Furlì avesse consegnati i contrassegni al pontefice, e data sicurtà di banchi18 in Roma per quindicimila ducati; perché quel castellano prometteva di restituirla ricevuti che avesse i contrassegni e la quantità predetta, per sodisfazione19 delle spese le quali affermava d’avere fatte. Ma altra era la mente del pontefice: il quale, benché non volesse rompere palesemente la fede data, avea in animo di prolungare la sua liberazione, o per timore che, liberato, operasse che ’l castellano di Furlì negasse di dare la rocca o per la memoria delle ingiurie ricevute dal padre e da lui o per l’odio che ragionevolmente gli portava ciascuno. Della qual cosa sospettando il Valentino, ricercò secretamente il gran capitano che gli desse salvocondotto di potere sicuramente andare a Napoli, e che gli mandasse due galee per levarlo da Ostia; le quali cose essendo consentite da Consalvo, il cardinale di Santa Croce, che avea il medesimo sospetto, subito che ebbe notizia che oltre alla sicurtà data in Roma de’ quindicimila ducati i castellani di Cesena e di Bertinoro aveano consegnato le fortezze, gli dette senza saputa del pontefice facoltà di partirsi. Il quale, non aspettate le galee che doveva mandargli il gran capitano, se ne andò occultamente per terra a Nettunno, onde in su una piccola barchetta si condusse alla rocca di Mondracone, e di quivi per terra a Napoli; ricevuto da Consalvo lietamente e con grande onore. In Napoli, stando spesso a segreti ragionamenti con Consalvo, lo ricercò che gli desse comodità di andare a Pisa, proponendogli20 che, fermandosi in quella città, ne risulterebbe grandissimo beneficio alle cose de’ suoi re: il che dimostrando Consalvo di approvare, e offerendogli le galee per portarlo, e dandogli facoltà di soldare nel reame i fanti che e’ disegnava di condurre seco, lo nutrì in questa speranza insino a tanto che ebbe risposta da’ suoi re conforme a quello che avea disegnato di fare; consultando ciascuno dì con lui sopra le cose di Pisa e di Toscana, e offerendosi l’Alviano di assaltare nel tempo medesimo i fiorentini, per il desiderio che avea della restituzione de’ Medici in Firenze. Ma essendo preparate già le galee e i fanti per partire il dì seguente, il Valentino, poiché la sera ebbe parlato lungamente con Consalvo, e da lui con dimostrazione grande di amore avuto licenza e abbracciato nel partirsi, procedendo con quella simulazione medesima che si diceva avere usata già contro a Iacopo Piccinino Ferdinando vecchio d’Aragona21, subito che uscì della camera fu per comandamento suo ritenuto nel castello, e mandato all’ora medesima alla casa dove alloggiava a torre il salvocondotto che, innanzi partisse da Ostia, gli avea fatto; con tutto che allegasse che, avendogli comandato i suoi re che lo facesse prigione, prevaleva il comandamento loro al suo salvocondotto, perché la sicurtà data di propria autorità dal ministro non era valida più che si fusse la volontà del signore. Soggiugnendo oltre a questo essere stata cosa necessaria il ritenerlo, perché, non contento di tante iniquità che per Paddietro aveva commesse, procurava di alterare per l’avvenire gli stati d’altri, macchinare cose nuove seminare scandoli e fare nascere in Italia incendi perniciosi. E poco dipoi lo mandò in su una galea sottile prigione in Ispagna, non servito da altri de’ suoi che da uno paggio, ove fu incarcerato nella rocca di Medina del Campo.

Fecesi circa a questi tempi medesimi tregua per terra e [per] mare, così per le cose d’Italia come di là da’ monti, tra ’l re di Francia e i re di Spagna22, alla quale, desiderata molto dal re di Francia, acconsentirno volentieri i re di Spagna perché giudicorno essere meglio stabilire23 per questo mezzo, con maggiore sicurtà e quiete, l’acquisto fatto che per mezzo di nuove guerre; le quali essendo piene di molestia e di spese hanno spesse volte fine diverso dalle speranze. Le condizioni furono che ciascuno ritenesse24 quello possedeva: fusse libero per tutti i regni e stati di ciascuna delle parti il commercio a’ sudditi loro, eccetto che nel reame di Napoli: con la quale eccezione ottenne per via indiretta il gran capitano quel che gli era proibito direttamente, perché nelle frontiere de’ luoghi tenute da’ franzesi, che erano solamente in Calavria Rossano, in Terra d’Otranto Oira25, e in Puglia Venosa, Conversano e Casteldelmonte, pose genti che proibissino che alcuno o de’ soldati o degli uomini di quelle terre non26 conversassino in27 luogo alcuno posseduto dagli spagnuoli; la quale cosa gli ridusse prestamente in tale strettezza che vedendo Luigi d’Ars e gli altri soldati e baroni di quelle terre che gli uomini, non potendo tollerare tante incomodità, deliberavano d’arrendersi agli spagnuoli, se ne partirono. E nondimeno il reame di Napoli, benché per tutto ne fussino stati cacciati gli inimici, non godeva i frutti della pace. Perché i soldati spagnuoli, creditori già delle paghe di più di uno anno, non contenti che ’l gran capitano, perché si sostentassino insino che avesse proveduto a’ danari, gli aveva alloggiati in diversi’ luoghi ne’ quali vivevano a spese de’ popoli, ma prestate indiscretissimamente ad arbitrio loro28 (al che i soldati hanno dato nome di alloggiamento a discrezione), rotti i freni dell’ubbidienza erano, con grandissimo dispiacere del gran capitano, entrati in Capua e in Castell’a mare, onde recusando di partirsi se non si numeravano29 loro gli stipendi già corsi30, né a questo, perché importavano31 quantità grandissima di danari, potendo provedersi senza aggravare eccessivamente il32 reame esausto per le lunghe guerre e consumato, erano miserabili le condizioni degli uomini, non essendo meno grave la medicina che la infermità che si cercava di curare: cose tanto più moleste quanto più erano nuove e fuora degli esempli passati. Perché se bene dopo i tempi antichi, ne’ quali la disciplina militare s’amministrava severamente, i soldati erano stati sempre licenziosi e gravi a’ popoli, nondimeno, non disordinate ancora in tutto le cose, vivevano in gran parte de’ soldi loro né passava a termini intollerabili la loro licenza. Ma gli spagnuoli primi in Italia cominciorno a vivere totalmente delle sostanze de’ popoli, dando cagione e forse necessità a tanta licenza l’essere dai suoi re, per l’impotenza loro, male pagati: dal quale principio ampliandosi la corruttela, perché l’imitazione del male supera sempre l’esempio come per il contrario l’imitazione del bene è sempre inferiore, cominciorno poi e gli spagnuoli medesimi e non meno gli italiani a fare, o siano pagati o non pagati, il medesimo; talmente che con somma infamia della milizia odierna, non sono più sicure dalla sceleratezza de’ soldati le robe degli amici che degli inimici.

1. magnifiche: superbe.

2. avarizia: avidità.

3. commetterebbe: affiderebbe.

4. cruciava: affliggeva.

5. scambiare… occasioni: non saper riconoscere il più delle volte, o credere di vederli laddove non c’erano, i momenti favorevoli e le buone occasioni.

6. seguitasse la vittoria: approfittasse della vittoria. Calco del latino victoriam sequi.

7. in cammino: passando di lì durante il tragitto.

8. sbattuto d’animo: scoraggiato.

9. intermesse: interrotte (latinismo).

10. cognome: soprannome.

11. con… rotte: con un resto dell’esercito sconfitto tale.

12. acquistare assai: di ottenere un vantaggio sufficiente.

13. con premi: con danaro.

14. i contrassegni: cfr. VI, VI, nota 48.

15. Pedro de Oviedo.

16. Diego de Guzman.

17. espedita: redatta.

18. data sicurtà di banchi: depositato presso un istituto di credito cedole o cambiali (ossia attestazioni di debito da parte sua).

19. sodisfazione: rimborso.

20. proponendogli: prospettandogli.

21. Il Piccinino, per essersi messo al servizio degli Angioini, fu imprigionato da Ferdinando d’Aragona (1465).

22. Con l’armistizio di Lione (31 gennaio 1504).

23. stabilire: consolidare.

24. ritenesse: conservasse.

25. Oria.

26. proibissino che… non: proibissero che.

27. conversassino in: frequentassero.

28. prestate… loro: fissata l’entità di queste spese senza alcuna limitazione e del tutto arbitrariamente.

29. se non si numeravano: se non venivano pagati.

30. corsi: scaduti.

31. importavano: ammontavano a.

32. aggravare… il: imporre tasse eccessive al.

CAPITOLO XI

Il pontefice ottiene Forlì. Vicende della guerra di Firenze contro Pisa. Vani tentativi de’ fiorentini di ridurre con la benevolenza l’inimicizia de contadini pisani. Richieste d’aiuto de’ pisani a Genova.

La tregua fatta tra i re di Francia e di Spagna, con opinione che non molto di poi avesse a seguitare la pace, e in qualche parte la cattura del Valentino quietorono del tutto le cose della Romagna. Perché essendo prima Imola venuta per volontà de’ capi di quella città in potestà del pontefice, né senza volontà del cardinale di San Giorgio1 nutrito da lui con vana speranza di restituirla a’ Riari suoi nipoti; ed essendo, in quegli dì, per la morte d’Antonio degli Ordelaffi, entrato in Furlì Lodovico suo fratello naturale2, sarebbe quella città venuta in mano de’ viniziani, a’ quali Lodovico conoscendosi impotente a tenerla l’offeriva, ma le condizioni de’ tempi gli spaventorno da3 accettarla per non accrescere maggiore indegnazione nel pontefice: il quale non avendo chi se gli opponesse ottenne la terra4, fuggendosene Lodovico, e finalmente, pagati i quindicimila ducati, la cittadella; la quale il castellano, fedele al Valentino, non consentì mai di dargli se prima per uomini propri mandati a Napoli non ebbe certezza della sua incarcerazione.

Così essendosi fermate le guerre per tutte l’altre parti d’Italia, non cessorono per ciò, al principio di quella state, secondo il consueto, l’armi de’ fiorentini contro a’ pisani. I quali5; avendo condotti di nuovo a’ soldi loro6 Giampagolo Baglione e alcuni capitani di genti d’arme Colonnesi e Savelli, e unite maggiori forze che ’l solito, gli mandorno a guastare le ricolte de’ pisani; procedendo a questo con maggiore animo, perché non dubitavano dovere7 essere impediti dagli spagnuoli, non solo perché i re di Spagna non aveano nominati i pisani nella tregua, nella quale era stato lecito a ciascuno de’ re nominare gli amici e aderenti suoi, ma perché il gran capitano, dopo la vittoria ottenuta contro a’ franzesi, se bene prima avesse dato molte speranze a’ pisani, era proceduto con termini mansueti co’ fiorentini, sperando potergli forse succedere8 con queste arti il separargli dal re di Francia, e con tutto che da poi fusse escluso da questa speranza nondimeno, non volendo col provocargli dare loro causa che maggiormente si precipitassino a tutte le volontà di quel re, avea per mezzo di Prospero Colonna fatta, benché non altrimenti che con semplici parole, quasi una tacita intelligenza9 con loro che se accadesse che ’l re di Francia assaltasse di nuovo il reame di Napoli non l’aiutassino, e da altra parte che da lui non fusse dato aiuto a’ pisani se non in caso che i fiorentini mandassino l’esercito con l’artigliene alla espugnazione di quella città, la quale desiderava non recuperassino mentre che seguitavano l’amicizia del re di Francia. Distesesi l’esercito de’ fiorentini non solo a dare il guasto10 in quelle parti del contado di Pisa nelle quali per l’addietro si era dato ma ancora in San Rossore e in Barbericina, dipoi in Valdiserchio e in Val d’Osoli, luoghi congiunti a Pisa; dove quando l’esercito era stato meno potente non si era potuto andare senza pericolo: il quale11come fu dato, andati a campo a Librafatta12 ove era piccolo presidio, costrinsono in pochi dì quelli che vi erano dentro ad arrendersi liberamente13. Né si dubita che quello anno i pisani sarebbono stati costretti per la fame a ricevere il giogo de’ fiorentini se non fussino suti sostentati da’ vicini, e massimamente da’ genovesi e da’ lucchesi (perché Pandolfo Petrucci, prontissimo a confortare gli altri e larghissimo al promettere di concorrere alle spese, era tardissimo agli effetti): co’ danari de’ quali Rinieri della Sassetta14 soldato del gran capitano, ottenuta licenza da lui, e alcuni altri condottieri condussono per mare dugento cavalli; e i genovesi vi mandorno uno commissario con mille fanti; e il Bardella da Porto Venere15, corsale famoso nel mare Tirreno, e che pagato da’ predetti avea titolo di capitano de’ pisani, metteva in Pisa continuamente, con uno galeone e alcuni brigantini16, vettovaglie. Onde i fiorentini, giudicando necessario che oltre alle molestie che si davano per terra si proibisse loro l’uso del mare, soldorno tre galee sottili17 del re Federigo che erano in Provenza: con le quali come don Dimas Ricaiensio capitano loro si approssimò a Livorno il Bardella si discostò, con tutto che alcuna volta, presa l’occasione de’ venti, conducesse qualche barca carica di vettovaglie alla foce d’Arno, onde facilmente entravano in Pisa. La quale nel tempo medesimo si molestava per terra: perché l’esercito fiorentino presa che ebbe Librafatta, distribuitosi in campagna in più parti di quello contado, si ingegnava di proibire la coltivazione delle terre per l’anno futuro, e di impedire che per la via di Lucca e del mare non18 vi entrassino vettovaglie; e dando alla fine della state il guasto a’ migli e altre biade simili, delle quali quel paese produce copiosamente. Né stracchi i fiorentini da tante spese, né giudicando impossibile cosa alcuna che desse loro speranza di pervenire al fine desiderato, si ingegnorono con nuovo modo di offendere i pisani, tentando di fare passare il fiume d’Arno, che corre per Pisa dalla torre della Fagiana vicina a Pisa a [cinque] miglia, per alveo nuovo, nello stagno che è tra Pisa e Livorno: onde si toglieva la facoltà di condurre cosa alcuna dal mare per il fiume d’Arno a Pisa; né avendo l’acque, che piovevano per il paese circostante, esito19, per la bassezza sua, di condursi alla marina, rimaneva quella città quasi come in mezzo di una palude; né per la difficoltà di passare Arno arebbeno per l’avvenire potuto correre i pisani per le colline, interrompendo il commercio da Livorno a Firenze; e acciò che quella parte di Pisa per la quale entrava e usciva il fiume non rimanesse aperta agli insulti degli inimici sarebbeno stati i pisani necessitati a fortificarla. Ma questa opera, cominciata con grandissima speranza e seguitata con spesa molto maggiore, riuscì vana: perché, come il più delle volte accade che simili cose, benché con le misure abbino la dimostrazione quasi palpabile, si ripruovano con l’esperienza (paragone certissimo quanto sia distante il mettere in disegno dal mettere in atto)20, oltre a molte difficoltà non prima considerate, causate dal corso del fiume, e perché avendo voluto ristrignerlo abbassava da se medesimo rodendo l’alveo suo, apparì il letto dello stagno nel quale aveva a entrare, contro a quello che aveano promesso21 molti ingegnieri e periti di acque, essere più alto che il letto di Arno. E dimostrandosi, oltre a quello che per l’ardente desiderio di ottenere Pisa si aspettava22, la malignità della fortuna contro a’ fiorentini, essendo andate le galee soldate da loro a Villafranca per pigliare una nave de’ pisani carica di grani, nel ritornarsene, combattute da’ venti appresso a Rapalle, furno costrette a dare in terra23; salvandosi con fatica il capitano e gli uomini che le guidavano.

Aggiunsono i fiorentini alla esperienza dell’armi e del terrore, per non lasciare intentata cosa alcuna, l’esperienza della benignità e della grazia; perché con nuova legge statuirono che qualunque cittadino o contadino pisano andasse fra certo tempo ad abitare alle sue possessioni o alle sue case conseguisse venia di tutte le cose commesse, con la restituzione de’ suoi beni. Per la quale abilità24 pochi sinceramente25 uscirno di Pisa, ma molti, quasi tutti persone inutili, con volontà degli altri se ne partirono, alleggerendo in uno tempo medesimo la carestia che premeva la città, e conseguendo comodità di potere in futuro con quelle entrate aiutare quegli che vi erano rimasti, come occultamente facevano.

Diminuirno per queste cose in qualche parte le necessità de’ pisani, ma non perciò tanto che per la somma povertà e per la carestia non fussino in grandissime angustie; ma avendo ogni altra cosa meno in orrore che ’l nome de’ fiorentini, se bene qualche volta titubassino gli animi de’ contadini, deliberavano patire, prima che arrendersi, qualunque estremità. Perciò offersono di darsi a’ genovesi, co’ quali aveano combattuto tante volte dello imperio e della salute26, e da’ quali la potenza loro era stata afflitta anticamente27. Proposono questa cosa i lucchesi e Pandolfo Petrucci, desiderando, per fuggire quotidianamente spese e molestie, obligare i genovesi a difendere Pisa, e offerendo, perché più facilmente vi consentissino, sostenere per tre anni qualche parte delle spese. Alla qual cosa benché molti in Genova repugnassino, e specialmente Giovanluigi dal Fiesco, accettando la città, feceno instanza che ’l re di Francia, senza la volontà del quale non erano liberi di prendere tale deliberazione, lo concedesse; dimostrandogli quanto fusse pericoloso che i pisani, esclusi da questa quasi unica speranza, si dessino a’ re di Spagna, onde con grandissimo suo pregiudicio e Genova starebbe in continua molestia e pericolo, e la Toscana, quasi tutta, sarebbe necessitata a seguitare le parti di Spagna: le quali cagioni benché da principio movessino tanto il re che quasi cedesse alla loro dimanda, nondimeno, essendo dipoi considerato nel suo consiglio che, cominciando i genovesi a implicarsi per se medesimi28 in guerre e in confederazioni con altri potentati e in cupidità di accrescere imperio, sarebbe cagione che, alzandosi continuamente co’ pensieri e cose maggiori, aspirerebbono dopo non molto ad assoluta libertà, denegò loro espressamente l’accettare il dominio de’ pisani; ma non vietando, con29 tutte le querele gravissime co’ fiorentini30, che perseverassino di aiutargli.

1. Raffaele Riario.

2. Ludovico Ordelaffi, figlio di Cecco, signore di Forlì.

3. gli spavmtorono da: li dissuasero da.

4. la terra: la città.

5. I quali: si riferisce a fiorentini.

6. avendo… loro: avendo assunto recentemente.

7. non… dovere: non temevano di.

8. succedere: riuscire.

9. intelligenza: intesa.

10. dare il guasto: distruggere i raccolti.

11. il quale: si riferisce a guasto.

12. Ripafratta.

13. liberamente: senza condizioni.

14. Rinieri di Pietro Paolo Orlandi, signore della Sassetta.

15. Forse Giacomo Bardella.

16. I brigantini erano piccoli bastimenti a vela con un ponte e due alberi.

17. Galee sottili erano quelle di forma stretta e allungata e poco profonde.

18. impedire che… non: impedire che.

19. esito: sbocco.

20. paragone… atto: cfr. Ricordi, C 6 (Op. I, p. 729), C 10 (Op. I, p. 730) e C 35 (Op. I, p. 738).

21. promesso: garantito.

22. oltre a quello che… si aspettava: al di là di ciò che… si era disposti e pronti a sopportare.

23. dare in terra: a tentare un approdo di fortuna.

24. abilità: concessione.

25. sinceramente: di propria spontanea volontà.

26. aveano… salute: avevano combattuto per l’impero e per la salvezza.

27. Nella battaglia della Meloria (1284).

28. per se medesimi: autonomamente.

29. con: nonostante.

30. co’ fiorentini: che gli venivano dai fiorentini.

CAPITOLO XII

Il re di Francia, per le difficoltà della conclusione della pace, licenza gli ambasciatori spagnuoli. Patti conclusi dal re di Francia con Massimiliano e con l’arciduca. Morte di Federigo d’Aragona. Morte di Elisabetta di Castiglia: disposizioni del suo testamento.

Trattavasi in questo tempo medesimo strettamente1 la pace tra il re di Francia e i re di Spagna; i quali simulatamente proponevano che il regno si restituisse al re Federigo o al duca di Calavria suo figliuolo2, a’ quali il re di Francia cedesse le sue ragioni3, e che al duca si maritasse la reina vedova nipote di quel re4, che era già stata moglie di Ferdinando giovane d’Aragona. Né era dubbio il re di Francia essere alienato tanto con l’animo dalle cose del regno di Napoli che per sé arebbe accettato qualunque forma di pace, ma nel partito proposto lo ritenevano5 due difficoltà: l’una, benché più leggiera, che pure si vergognava abbandonare i baroni che per avere seguitato la parte sua erano privati de’ loro stati, a’ quali erano proposte condizioni dure e difficili; l’altra, che più lo moveva, che, dubitando che se i re di Spagna avendo altrimenti nell’animo proponessino a qualche fine con le solite arti questa restituzione, temeva che, consentendovi, la cosa6 non avesse effetto, e nondimeno alienarsi l’animo dello arciduca, il quale, desiderando di avere il regno di Napoli per il figliuolo, faceva instanza che la pace fatta altre volte da sé7 andasse innanzi. Però rispondeva generalmente, desiderarsi da sé la pace ma essergli disonorevole cedere le ragioni che aveva in quel regno a uno aragonese; e da altra parte continuava le pratiche antiche col re de’ romani e con l’arciduca: le quali come fu quasi certo dovere avere effetto, per non le interrompere con la pratica incerta de’ re di Spagna, dimostrando per maggiore suo onore muoversi8 per le difficoltà che toccavano a’ baroni, chiamati a sé gli imbasciadori spagnuoli, e sedendo nella sedia reale presente tutta la corte, con cerimonie solenni e solite usarsi rare volte, si lamentò che quei re con le parole mostravano desiderio della pace dalla quale erano colla intenzione molto distanti; e perciò, non essendo cosa degna di re consumare il tempo in pratiche vane, essere più conveniente che si partissino del regno di Francia.

Dopo la partita de’ quali vennono oratori di Massimiliano e dello arciduca per dare perfezione alle cose trattate; nelle quali, perché si indirizzavano a maggiori fini, interveniva il vescovo di Sisteron9, nunzio residente ordinariamente in quella corte per il pontefice, e il marchese del Finale mandato propriamente10 da lui per questa negoziazione: la quale essendo molte altre volte stata ventilata, e dimostrandosi l’utilità molto grande a tutti questi prìncipi, ebbe facilmente conclusione11: che il matrimonio, trattato prima, di Claudia figliuola del re di Francia con Carlo primogenito dello arciduca avesse effetto; aggiugnendo, per maggiore corroborazione, che fusse confermato col giuramento e con la soscrizione del re di Francia, di Francesco monsignore d’Angolem12, il quale, non nascendo al re figliuoli maschi, era il più prossimo alla successione, e di molti altri signori principali del regno di Francia: che annullate per giuste e oneste cagioni tutte le investiture dello stato di Milano concedute insino a quel dì, Massimiliano ne concedesse la investitura al re di Francia per sé e per i figliuoli maschi, in caso n’avesse, e non avendo maschi fusse per favore13 del matrimonio predetto conceduta a Claudia e a Carlo, e morendo Carlo innanzi al matrimonio consumato fusse conceduta a Claudia e al secondogenito dell’arciduca14, in caso ch’ella si maritasse a lui: che tra il pontefice il re de’ romani e il re di Francia e l’arciduca si intendesse fatta confederazione a difesa comune e a offesa de’ viniziani, per recuperare le cose che occupavano di tutti: che Cesare passasse in Italia personalmente contro a’ viniziani, e poi potesse passare a Roma per la corona dell’imperio: che per la investitura, il re di Francia, come ne fusse espedito il privilegio15, pagasse a lui sessantamila fiorini di Reno e sessantamila altri fra sei mesi; e ciascuno anno, nella festa della Natività del Signore, un paio di sproni d’oro: che a’ re di Spagna fusse lasciato luogo16 di entrarvi17 infra quattro mesi, ma non dichiarato18 se, in caso non vi entrassino, fusse lecito al re di Francia di assaltare il regno di Napoli: che il re di Francia non aiutasse più il conte palatino19, il quale, stimolato da lui e sostentato dalla speranza de’ soccorsi suoi, era in guerra grave col re de’ romani: esclusi i viniziani, benché gli oratori loro fussino dal re sempre molto gratamente uditi e che ’l cardinale [di Roano], per liberargli di ogni sospetto, promettesse continuamente, con molto efficaci parole e giuramenti, che mai il suo re contraverrebbe alla confederazione che aveva con loro. Queste cose si contennono nelle scritture stipulate solennemente; oltre alle quali si trattò che Cesare e il re convenissino insieme in quel luogo che altre volte si determinasse20, promettendo il re che allora libererebbe di carcere Lodovico Sforza, dandogli onesto21 modo di vivere nel regno di Francia; la salute22 del quale si vergognava pure Cesare di non procurare, ricordandosi quanto per le promesse fattegli e per la speranza avuta vanamente in lui si fusse accelerata la sua rovina. Però e quando il cardinale di Roano andò a trovarlo a Trento aveva operato che gli fusse rimesso molto della strettezza con la quale prima era tenuto23, e ora faceva instanza che liberamente potesse stare nella corte del re o in quella parte di Francia che al re più sodisfacesse. Promesse ancora il re, a instanza sua, la restituzione de’ fuorusciti del ducato di Milano, sopra la quale erano state nella pratica di Trento molte difficoltà. La quale capitolazione, essendo tanto utile per lo arciduca e per Massimiliano, si credeva che, non ostante le spesse sue24 mutazioni, avesse a andare innanzi; essendovi compreso il pontefice, ed essendo grata al re di Francia, non tanto per cupidità che avesse allora di nuove imprese quanto per desiderio di ottenere la investitura di Milano, e di assicurarsi di non essere molestato da Cesare e dal figliuolo.

Morì quasi ne’ dì medesimi il re Federigo a Tors25, privato al tutto di speranza d’avere più per accordo a recuperare il regno di Napoli: benché prima ingannato, come è cosa naturale degli uomini, dal desiderio si fusse persuaso essere più inclinato a questo il re di Spagna che il re di Francia, non considerando essere vano sperare nel secolo nostro sì magnanima restituzione di uno tanto regno, essendone stati esempli sì rari eziandio ne’ tempi antichi disposti molto più che i tempi presenti agli atti virtuosi e generosi, né pensando essere alieno da ogni verisimile che chi aveva usato tante insidie per occuparne la metà volesse, ora che l’aveva conseguito tutto, privarsene: ma nel maneggio delle cose si era accorto non essere minore difficoltà nell’uno che nell’altro, anzi doversi più disperare che chi possedeva restituisse che chi non possedeva consentisse.

Nella fine di questo anno medesimo morì Elisabeth reina di Spagna26, donna d’onestissimi costumi e in concetto grandissimo, ne’ regni suoi, di magnanimità e di prudenza: alla quale apparteneva propriamente il regno di Castiglia, parte molto maggiore e più potente di Spagna, pervenutagli ereditaria per la morte di Enrico suo fratello27, ma non senza sangue e senza guerra. Perché se bene era stato creduto lungamente che Enrico fusse per natura impotente al coito, e che perciò non potesse essere sua figliuola la [ Beltramigia]28, partorita dalla sua moglie e nutrita molti anni da lui per figliuola, e che per questa cagione Elisabeth, vivente Enrico, fusse stata riconosciuta per principessa di Castiglia, titolo di chi è più prossimo alla successione, nondimeno levandosi alla morte sua in favore della Beltramigia molti signori della Castiglia, e aiutandola con l’armi il re di Portogallo suo congiunto29, venute finalmente le parti, appresso a…30, alla battaglia, fu approvata dal successo della giornata31 per più giusta la causa d’Elisabeth: conducendo l’esercito Ferdinando d’Aragona suo marito, nato ancora esso della casa de’ re di Castiglia32e congiunto a Elisabeth in terzo grado di consanguinità; e il quale essendo poi succeduto, per la morte di Giovanni suo padre, nel regno di Aragona, si intotolavano re e reina di Spagna. Perché, essendo unito al regno d’Aragona quello di Valenza e il contado di Catalogna, era sotto l’imperio loro tutta la provincia di Spagna la quale si contiene tra i monti Pirenei, il mare Oceano e il mare Mediterraneo e sotto ’l cui titolo33, per essere stata occupata anticamente da molti re mori, si comprende, come34 ciascuno di essi faceva uno titolo da per sé, il titolo di molti regni; eccettuato nondimeno il regno di Granata che, allora posseduto da’ mori, fu dipoi gloriosamente ridotto da loro sotto lo imperio di Castiglia, e il piccolo regno di Portogallo e quello di Navarra molto minore, che avevano re particolari35. Ma essendo il regno di Aragona, con la Sicilia, la Sardigna e l’altre isole appartenenti a quello, proprio di Ferdinando, si reggeva da lui solo, non vi si mescolando il nome o l’autorità della reina. Altrimenti si procedeva in Castiglia, perché essendo quel regno ereditario di Elisabeth e dotale di Ferdinando si amministrava col nome con le dimostrazioni e con gli effetti comunemente, non si eseguendo cosa alcuna se non deliberata ordinata e sottoscritta da tutt’a due; comune era il titolo di re di Spagna, comunemente gli imbasciadori si spedivano, comunemente gli eserciti s’ordinavano, le guerre comunemente s’amministravano, né l’uno più che l’altro si arrogava della autorità e del governo di quello reame. Ma per la morte di Elisabeth senza figliuoli maschi apparteneva la successione di Castiglia, per le leggi di quel regno, che attendendo36 più alla prossimità37 che al sesso non escludono le femmine, a Giovanna figliuola comune di Ferdinando e di lei, moglie dell’arciduca: perché la figliuola maggiore di tutte38, che era stata congiunta a Emanuel re di Portogallo, e uno piccolo fanciullo nato di quella39 erano molto prima passati all’altra vita. Onde Ferdinando, non aspettando40 più a lui, finito il matrimonio, l’amministrazione del regno dotale, aveva a ritornare al piccolo regno suo di Aragona, piccolo a comparazione del regno di Castiglia per la strettezza del paese e dell’entrate e perché i re aragonesi, non avendo assoluta l’autorità regia in tutte le cose, sono in molte sottoposti alle costituzioni41 e alle consuetudini di quelle provincie, molto limitate42 contro alla potestà de’ re. Ma Elisabeth, quando fu vicina alla morte, nel testamento dispose che Ferdinando mentre viveva fusse governatore di Castiglia; mossa o perché, essendo sempre vivuta congiuntissima con lui, desiderava si conservasse nella pristina grandezza o perché, secondo diceva, conosceva essere più utile a’ suoi popoli il continuare sotto il governo prudente di Ferdinando, né meno al genero e alla figliuola; a’ quali, poiché alla fine aveano similmente a succedere a Ferdinando, sarebbe beneficio non piccolo che insino a tanto che Filippo, nato e nutrito in Fiandra ove le cose si governano diversamente, pervenisse a più matura età e a maggiore cognizione delle leggi delle consuetudini delle nature e de’ costumi di Spagna, fussino conservati loro sotto pacifico e ordinato governo tutti i regni, mantenendosi in questo mezzo come uno corpo medesimo la Castiglia e l’Aragona.

1. strettamente: intensamente.

2. Alfonso d’Aragona.

3. le sue ragioni: i suoi diritti.

4. Giovanna d’Aragona, figlia di una sorella di Ferdinando.

5. ma… lo ritenevano: ma dall’accettare la soluzione che veniva proposta lo trattenevano.

6. la cosa: la restituzione.

7. Cfr. V, xv.

8. dimostrando… muoversi: mostrando, perché era per lui più onorevole, di muoversi.

9. Laurent Bureau, confessore del re.

10. propriamente: espressamente.

11. 22 settembre 1504 (trattato di Blois).

12. Francesco d’Angoulême.

13. per favore: in virtù.

14. Ferdinando d’Asburgo.

15. comeprivilegio: appena fosse redatto il documento d’investitura.

16. luogo: possibilità.

17. di entrarvi: s’intende nella confederazione.

18. dichiarato: precisato.

19. Ludovico di Baviera.

20. convenissino… determinasse: s’incontrassero in luogo da determinarsi.

21. onesto: dignitoso.

22. la salute: la salvezza.

23. gli fusse… tenuto: gli fosse concessa una forte diminuzione del rigore e della severità con cui era tenuto prigioniero.

24. sue: si riferisce a Massimiliano.

25. 9 novembre 1504.

26. 26 novembre 1504.

27. Enrico IV (1454-74).

28. Juana la Beltraneja.

29. Era suo nonno materno.

30. A Toro nel 1473 e ad Albuera nel 1479.

31. dal… giornata: in base all’esito della battaglia.

32. Era figlio di Giovanni II d’Aragona e di Juana Enrìquez, principessa castigliana di sangue reale.

33. sotto il cui titolo: sotto la quale denominazione.

34. come: ha valore causale.

35. re particolari: sovrani autonomi.

36. attendendo: considerando.

37. alla prossimità: il legame più stretto di parentela.

38. Isabella d’Aragona.

39. Miguel de Paz (1497-1500).

40. aspettando: spettando.

41. costituzioni: ordinamenti.

42. limitate: restrittive.

CAPITOLO XIII

Prime controversie fra il pontefice e Venezia per le terre di Romagna. Pubblicazione delle convenzioni fra Massimiliano e l’arciduca, e il re di Francia. Vicende della guerra de’ fiorentini contro Pisa fazione al ponte a Cappellese. Giampaolo Baglione abbandona il soldo de’ fiorentini.

La morte della reina partorì poi nuovi accidenti in Spagna; ma in quanto alle cose d’Italia, come di sotto si dirà, più tranquilla disposizione e occasione di nuova pace. Continuossi nell’anno mille cinquecento cinque la medesima quiete che era stata nell’anno dinanzi, e tale che, se non l’avessino qualche poco perturbata gli accidenti che nacquono per rispetto de’ fiorentini e de’ pisani, si sarebbe questo anno cessato totalmente da’ movimenti delle armi, essendo una parte de’ potentati desiderosa della pace; gli altri più inclinati alla guerra, impediti per varie cagioni. Perché al re di Spagna, che così continuava per ancora il titolo suo1, occupato ne’ pensieri che gli succedevano2 per la morte della reina, bastava conservarsi per mezzo della tregua fatta il regno napoletano; e il re di Francia stava coll’animo molto sospeso, perché Cesare, seguitando in questo come nell’altre cose la sua natura, non aveva mai ratificato la pace fatta; e il pontefice, desideroso di cose nuove, non ardiva né poteva muoversi se non accompagnato dall’armi di prìncipi potenti; e a’ viniziani non pareva piccola grazia se in tante cose trattate contro a loro, e in tanto mala disposizione del pontefice, non fussino molestati dagli altri. L’animo del quale per mitigare aveano, più mesi innanzi, offertogli di lasciare Rimini e tutto quello che dopo la morte di Alessandro pontefice aveano occupato in Romagna, purché consentisse che ritenessino3 Faenza col suo territorio; mossi dal timore che aveano del re di Francia e perché Cesare, ricercatone da Giulio, mandato uno imbasciadore a Vinegia, gli avea confortati che restituissino4 le terre della Chiesa: ma avendo il pontefice, secondo la costanza del suo animo e la natura libera di esprimere i suoi concetti5, risposto che non consentirebbe ritenessino una piccola torre ma che sperava di recuperare innanzi alla sua morte Ravenna e Cervia, le quali città non meno ingiustamente che Faenza possedevano, non si era proceduto più oltre. Ma nel principio di questo anno, essendo divenuto maggiore il timore, ofiersono per mezzo del duca d’Urbino, amico comune, di restituire quel che aveano occupato che non fusse de’ contadi di Faenza e di Rimini, se il pontefice, che sempre avea negato di ammettere gli oratori loro a prestare l’ubbidienza, consentisse ora di ammettergli. Alla quale dimanda benché il pontefice stesse alquanto renitente, parendogli cosa aliena dalla sua degnità né conveniente a tante querele e minaccie che avea fatte, nondimeno astretto dalle molestie de’ furlivesi degli imolesi e de’ cesenati, che privati della maggiore parte de’ loro contadi tolleravano grande incomodità, né vedendo per altra via il rimedio propinquo, poiché le cose tra Cesare e il re di Francia procedevano con tanta lunghezza, finalmente acconsentì a quel che in quanto agli effetti era guadagno senza perdita, poiché né con parole né con scritture non avea a obligarsi a cosa alcuna. Andorno adunque, ma restituite prima le terre predette, otto imbasciadori de’ principali del senato, eletti insino al principio della sua creazione6, numero maggiore che mai avesse destinato quella republica ad alcuno pontefice che non fusse stato viniziano; i quali, prestata l’ubbidienza con le cerimonie consuete, non riportarono per ciò a Vinegia segno alcuno né di maggiore facilità7 né d’animo più benigno del pontefice.

Mandò in questo tempo il re di Francia, desideroso di dare perfezione alle cose trattate, il cardinale di Roano ad Agunod8 terra della Germania inferiore; nella quale, occupata nuovamente9 al conte palatino, l’aspettavano Cesare e l’arciduca. Alla venuta del quale si publicorno e giurorno solennemente le convenzioni fatte, e il cardinale pagò a Cesare la metà de’ danari promessi per la investitura, de’ quali doveva ricevere l’altra metà come prima10 fusse passato in Italia; e nondimeno e allora accennava e poco di poi dichiarò non potervi passare, l’anno presente, per l’occupazioni che avea nella Germania: onde tanto più cessavano i sospetti delle guerre, perché senza il re de’ romani non avea il re di Francia inclinazione a tentare cose nuove.

Rimanevano accesi solamente in Italia i travagli quasi perpetui tra i fiorentini e i pisani. Tra’ quali, procedendosi con guerra lunga né a impresa alcuna determinata ma secondo l’occasioni che ora all’una ora all’altra parte si dimostravano11, accadde che uscì di Cascina, nella qual terra i fiorentini facevano la sedia della guerra12, Luca Savello e alcun’altri condottieri e conestabili de’ fiorentini, con quattrocento cavalli e con molti fanti, per condurre vettovaglie a Librafatta13 e per andare a predare certe bestie de’ pisani che erano di dà dal fiume del Serchio in sul lucchese; non tanto per la cupidità della preda quanto per desiderio di tirare i pisani a combattere, confidandosi, per essere più forti di loro in campagna14, di rompergli15: e avendo messe le vettovaglie in Librafatta e fatta la preda disegnata, ritornavano indietro lentamente per la medesima via, per dare tempo a’ pisani di venire ad assaltargli. Uscì, ricevuto avviso della preda fatta, subito di Pisa Tarlatino capitano della guerra ma, per la prestezza del muoversi, con non più che con quindici uomini d’arme quaranta cavalli leggieri e sessanta fanti, dato ordine che gli altri lo seguitassino; e avendo notizia che alcuni de’ cavalli de’ fiorentini erano corsi insino a San Iacopo appresso a Pisa andò verso loro: i quali si ritirorono per unirsi con l’altre genti le quali si erano fermate al ponte a Cappellese in sul fiume dell’Osole, vicino a Pisa a [tre] miglia, aspettando quivi le bestie predate e i muli co’ quali aveano condotta la vettovaglia, che venivano dietro; ed essendo tutti di là dal ponte, il quale i primi fanti aveano occupato e muniti gli argini e i fossi. Aveagli Tarlatino seguitati insino appresso al ponte, né si accorse prima essersi fermate in quel luogo tutte le genti degli inimici che era condotto16 tanto innanzi che senza manifesto pericolo non poteva tornare indietro. [Però] deliberò di assaltare il ponte; dimostrato a’ suoi che quello a che la necessità gli costrigneva non era senza speranza grande di potere vincere: perché nel luogo stretto ove pochi potevano combattere non poteva loro nuocere il numero maggiore degli inimici, in modo che quando bene non potessino passare il ponte, si difenderebbono facilmente tanto che sarebbe a tempo di soccorrergli il popolo di Pisa, il quale17 avea mandato a sollecitare; ma che passando il ponte sarebbe facilissima la vittoria, perché essendo stretta la strada di là dal fiume che corre tra ’l ponte e il monte, la moltitudine degli inimici interrotta da’ somieri18 e dalle bestie predate si disordinerebbe agevolmente da se medesima, ridotta in luogo impedito19 e a combattere e a fuggire. Succederono i fatti secondo le parole. Egli primo, spronato furiosamente il cavallo, assaltò il ponte, ma costretto a discostarsi, fece un altro il medesimo e dipoi il terzo; al quale essendo stato ferito il cavallo, il capitano ritornato con impeto grande ad aiutarlo passò, con la forza dell’armi e con la ferocia del cavallo, di là dal ponte, dandogli luogo20 i fanti che lo difendevano. Feciono il medesimo quattro altri de’ suoi cavalli I quali tutti mentre che di là dal ponte combattono co’ fanti degli inimici in uno stretto prato, alcuni fanti de’ pisani passato il fiume con l’acqua insino alle spalle, e da altra parte passando per il ponte, già abbandonato, senza ostacolo i cavalli, e cominciando a giugnere l’altra gente che sparsa e senza ordine veniva da Pisa, ed essendo i soldati de’ fiorentini ridotti in luogo stretto e confusi tra loro medesimi e ripieni di grandissima viltà (più ancora gli uomini d’arme che i fanti), né avendo capitano di autorità che gli ritenesse21 o riordinasse, si messono in manifesta fuga, lasciando la vittoria quegli che molto più potenti di forze camminavano ordinatamente in battaglia a quegli che in pochissimo numero erano venuti alla sfilata22, con intenzione più presto di appresentarsi23 che di combattere; restando tra morti presi e feriti molti capitani di fanti e persone di condizione: e quegli che fuggirono furono la più parte svaligiati nella fuga da’ contadini del paese di Lucca.

Disordinoronsi24 per questa rotta molto nel contado di Pisa le cose de’ fiorentini; perché essendo rimasti in Cascina pochi cavalli non potettono proibire per molti dì che i pisani insuperbiti per la vittoria non25 corressino e predassino tutto il paese. E quello che importò più, entrato per questo caso Pandolfo Petrucci in isperanza che facilmente si potesse interrompere che i fiorentini non26 dessino quella state il guasto27 a’ pisani, i quali combattendo con le solite difficoltà erano, benché molto parcamente, aiutati da’ genovesi e da’ lucchesi, perché i sanesi somministravano loro più consigli che danari o vettovaglie, procurò che Giampaolo Baglioni, del quale i fiorentini per essere stati causa principale del suo ritorno in Perugia confidavano molto, durante la condotta sua recusò di continuare ne’ soldi loro28, allegando che essendo a’ medesimi stipendi Marcantonio e Muzio Colonna, e Luca e Iacopo Savello, che tutti insieme aveano maggiore numero di soldati che non avea egli, non vi stava senza pericolo per la diversità delle fazioni29: e perché avessino più breve spazio di tempo a provedersi ritardò quanto potette prima che totalmente scoprisse il suo pensiero. E perché alla escusazione sua fusse prestata maggiore fede, promesse a’ fiorentini di non pigliare l’armi contro a loro: di che perché fussino meglio sicuri lasciò, come per pegno, a’ soldi loro Malatesta suo figliuolo di molto tenera età, con quindici uomini d’arme. Egli, per non rimanere al tutto senza condotta, si condusse con settanta uomini d’arme co’ sanesi: i quali perché erano inabili a sopportare tanta spesa, i lucchesi partecipi di questo consiglio30 soldorono con settanta uomini d’arme Troilo Savello, soldato prima de’ sanesi.

1. che così… suo: perché tale permaneva il suo titolo.

2. succedevano: sopravvenivano.

3. ritenessino: conservassero.

4. confortati che restituissino: esortati a restituire.

5. libera… concetti: sincera nel manifestare le proprie intenzioni.

6. insino… creazione: fin da quando era stato eletto papa.

7. facilità: arrendevolezza.

8. Haguenau.

9. occupata nuovamente: tolta recentemente.

10. come prima: appena.

11. si dimostravano: si presentavano.

12. nella qual terra… guerra: città che i fiorentini avevano scelto come base della guerra.

13. Ripafratta.

14. in campagna: in campo aperto.

15. rompergli: sconfiggerli, metterli in fuga.

16. né si accorse prima essersi fermate… che era condotto: né si accorse che si erano fermate… prima di essere arrivato.

17. il quale: è oggetto.

18. interrotta da’ somieri: messa in difficoltà dagli animali da soma.

19. ridotta in luogo impedito: raccolta in un luogo scomodo.

20. dandogli luogo: lasciandolo passare.

21. ritenesse: trattenesse.

22. alla sfilata: alla spicciolata.

23. appresentarsi: farsi vedere.

24. Disordinoronsi: furono danneggiate.

25. proibire… che… non: impedire… che.

26. interrompere che… non: evitare che.

27. dessino… il guasto: distruggessero… i raccolti.

28. continuare nesoldi loro: rimanere al loro servizio.

29. per… fazioni: perché appartenevano a partiti nemici tra loro.

30. di questo consiglio: di questa decisione.

CAPITOLO XIV

Timori de’ fiorentini per accordi fra Pandolfo Petrucci Giampaolo Baglione e Bartolomeo d’Alvino. I fiorentini ricorrono al re di Francia, che pone condizioni troppo gravose. Il gran capitano ordina di non offendere i fiorentini. L’ Alviano contro i fiorentini. I fiorentini comandati da Ercole Bentivoglio sconfiggono le genti dell’Alviano

Per la partita improvisa di Giampaolo e per il danno ricevuto al ponte a Cappellese, i fiorentini, rimasti con poca gente, non dettono per quello anno il guasto a’ pisani: anzi erano necessitati a pensare rimedio a maggiori pericoli. Perché essendosi svegliato in Pandolfo e in Giampaolo l’antico umore, trattavano secretamente col cardinale de’ Medici di turbare lo stato de’ fiorentini; facendo il fondamento principale in Bartolomeo d’Alviano, il quale dimostrandosi discorde col gran capitano, venuto in terra di Roma, riduceva a sé1 con varie speranze e promesse molti soldati. I quali consigli si dubitava non penetrassino2 insino al cardinale Ascanio3, con ordine4, succedendo felicemente le cose di Toscana, di assaltare, col le forze unite de’ fiorentini e degli altri che assentivano a questo movimento, il ducato di Milano, sperando che assaltato facesse facilmente mutazione5, per le poche genti d’arme che vi erano de’ franzesi, perché fuora erano moltissimi nobili, per la inclinazione de’ popoli al nome sforzesco, e perché il re di Francia, essendosi per grave infermità sopravenutagli ridotto tanto allo stremo che per molte ore fu disperata totalmente la sua salute, se bene dipoi si fusse alquanto discostato dal punto della morte, pareva in modo condizionato che poco si sperava della sua vita. E quegli che consideravano più intrinsecamente6 sospettavano che Ascanio, il quale era in questi tempi frequentato molto in Roma dallo oratore viniziano, avesse occulta intelligenza7 non solo col gran capitano ma ancora co’ viniziani; i quali sarebbono stati più pronti che per il passato e con maggiore confidenza all’offesa de’ franzesi, perché il re di Francia, essendo venuto in nuovi sospetti e diffidenze col re de’ romani e col figliuolo, e considerando, dopo la morte della reina di Spagna, quanta sarebbe la grandezza dell’arciduca, alienatosi apertamente da loro, aiutava contro all’arciduca il duca di Ghelleri acerrimo inimico suo, e inclinava a fare particolare intelligenza col re di Spagna. Ma (come8 sono fallaci i pensieri degli uomini e caduche le speranze) mentre che tali cose si trattano, il re di Francia del quale era quasi disperata la vita andava continuamente recuperando la salute, e Ascanio morì all’improviso di peste in Roma. Per la morte del quale essendo cessato il pericolo dello stato di Milano, non si interroppono perciò del tutto i disegni del molestare i fiorentini: per i quali9 si convennono insieme al Piegai10, castello tra i confini de’ perugini e de’ sanesi, Pandolfo Petrucci Giampaolo Baglione e Bartolomeo d’Alviano, non più con speranza di essere potenti a rimettere i Medici in Firenze ma perché l’Alviano, entrando in Pisa con volontà de’ pisani, molestasse per sicurtà di quella città i confini de’ fiorentini; con intenzione di procedere più oltre secondo l’opportunità dell’occasioni. Le quali preparazioni cominciando a venire a luce, temevano i fiorentini della volontà del gran capitano, essendo certi che la condotta dell’Alviano col re di Spagna continuava insino al novembre prossimo, e perché non si credeva che senza suo consentimento Pandolfo Petrucci tentasse cose nuove; il quale, non avendo mai voluto pagare i danari promessi al re di Francia e circonvenutolo spesso con varie arti, totalmente dal re di Spagna dependeva. E accrebbe il sospetto de’ fiorentini, che temendo il signore di Piombino, il quale era sotto la protezione del re di Spagna, di non11 essere assaltato da’ genovesi, Consalvo per sicurtà sua avea mandato a Piombino, sotto Nugno del Campo12, mille fanti spagnuoli, e nel canale tre navi due galee e alcuni altri legni; le quali forze condotte in luogo tanto vicino a’ fiorentini davano loro causa di temere che non si unissino con l’Alviano, come esso affermava essergli stato promesso. Ma la verità era che, avendo il re di Spagna dopo la tregua fatta col re di Francia, per diminuire le spese, commesso13, insieme con la limitazione delle condotte degli altri14, che la ricondotta dell’Alviano15 si riducesse a cento lancie, egli sdegnato non solo negava di ricondursi ma affermava essere libero dalla condotta prima, perché non gli erano pagati gli stipendi corsi16 e perché il gran capitano avea ricusato di osservargli la promessa fatta di concedergli, dopo la vittoria di Napoli, dumila fanti per usargli contro a’ fiorentini in favore de’ Medici. Ed era naturalmente il cervello dell’Alviano cupido di cose nuove e impaziente della quiete.

Ricercorono i fiorentini, per difendersi da questo assalto, il re di Francia, obligato per i capitoli della protezione a difendergli con quattrocento lancie, che ne mandasse dugento in aiuto loro; il quale, mosso più dalla cupidità de’ danari che da’ prieghi o dalla compassione degli antichi collegati, rispose non volere dare loro soccorso alcuno se prima non gli numeravano17 trentamila ducati dovutigli per l’obligo della protezione; e benché i fiorentini, allegando essere aggravati da infinite spese necessarie alla loro difesa, lo supplicassino di alcuna18 dilazione, perseverò ostinatamente nella medesima sentenza: di maniera che più giovò alla salute loro chi era sospetto e ingiuriato che chi era confidente e beneficato. Conciossiaché ’l gran capitano, desideroso che non si turbasse la quiete d’Italia, o per non interrompere le pratiche della pace cominciate di nuovo tra i due re o perché già, per l’occasione della morte della reina e i semi della discordia futura tra il suocero e il genero, avesse qualche pensiero d’appropriarsi il reame di Napoli, non solo faceva ogni diligenza per indurre l’Alviano alla ricondotta (il quale, per comandamento avuto dal papa che o licenziasse le genti o uscisse del territorio della Chiesa, era venuto a Pitigliano) ma gli aveva, come a feudatario e come a soldato del suo re, comandato che non procedesse più innanzi, sotto pena di privazione degli stati che aveva nel reame, d’entrata di settemila ducati; e a’ pisani, ricevuti non molto prima da lui secretamente nella protezione del suo re, e al signore di Piombino aveva significato19 che non lo ricevessino; e offerto a’ fiorentini essere contento che usassino per la difesa loro i fanti suoi che erano in Piombino, i quali voleva che stessino sotto l’ubbidienza di Marcantonio Colonna loro condottiere. Ricercò similmente Pandolfo Petrucci che non fomentasse l’Alviano, e proibì a Lodovico, figliuolo del conte di Pitigliano20, a Francesco Orsino21 e a Giovanni da Ceri suoi soldati che non22 lo seguitassino.

E nondimeno l’Alviano, con cui erano Gianluigi Vitello Giancurrado Orsino trecento uomini d’arme e cinquecento fanti venturieri23, procedendo, benché lentamente, sempre innanzi e avendo vettovaglia dai sanesi, era per la Maremma de’ sanesi venuto nel piano di Scarlino, terra sottoposta a Piombino, presso a una piccola giornata a’24 confini de’ fiorentini, dove gli sopragiunse25 un uomo mandato dal gran capitano a comandargli di nuovo che non andasse a Pisa e non offendesse i fiorentini: al quale avendo replicato che era libero di se medesimo poiché il gran capitano non gli avea osservato le cose promesse, andò ad alloggiare appresso a Campiglia, terra de’ fiorentini; ove si fece leggiera scaramuccia tra lui e le genti de’ fiorentini che facevano la massa26 a Bibbona. Venne poi in su la Cornia, tra’ confini de’ fiorentini e di Sughereto; ma con disegni e speranze molto incerte, rappresentandosegli27 a ogn’ora maggiore difficoltà: perché né da Piombino aveva più vettovaglie, né gli mandavano fanti, secondo la intenzione che gli era stata data28, Giampagolo Baglione e i Vitelli, le deliberazioni de’ quali si accomodavano29 volentieri agli esiti delle cose; vedeva ritenersi Pandolfo Petrucci da favorire come prima le cose sue, né era bene certo che i pisani per non disubbidire al gran capitano volessino riceverlo: per le quali cagioni, e perché continuamente si trattava la ricondotta sua, ma con maggiore speranza perché non ricusava più di stare contento alle cento lancie, si ritirò al Vignale, terra del signore di Piombino, dando nome30 di aspettarne da Napoli l’ultima determinazione31. Ma avuto in questo tempo da’ pisani il consentimento di riceverlo in Pisa, partitosi dal Vignale, dove era stato alloggiato dieci dì, la mattina de’ diciassette d’agosto si scoperse con l’esercito in battaglia32 alle Caldane33, un miglio sotto a Campiglia, con intenzione di combattere quivi con l’esercito fiorentino, il quale vi era andato ad alloggiare il dì davanti, ma era accaduto che avendo per spie venute del campo suo presentito qualche cosa34 della sua mossa s’era la notte medesima ritirato alle mura di Campiglia: ove conoscendo l’Alviano non gli potere assaltare senza disavvantaggio grande, si voltò al cammino di Pisa per la strada della Torre a San Vincenzio, che è distante da Campiglia cinque miglia. Da altra parte le genti de’ fiorentini, governate la Ercole Bentivoglio, il quale, come35 era peritissimo del paese, non desiderava per l’opportunità del sito altro che di fare la giornata36 seco in quello luogo, si dirizzorono per la via che va da Campiglia alla Torre medesima di San Vincenzio; avendo fatto due parti de’ cavalli leggieri, l’una delle quali seguitava l’esercito dell’Alviano molestandolo continuamente alla coda, l’altra andava innanzi a incontrare gli inimici per la via medesima, per la quale veniva dietro l’esercito fiorentino: e questi, arrivati alla Torre innanzi che vi arrivassino le genti dello Alviano e attaccatisi con quegli che venivano innanzi, da’ quali essendo facilmente ributtati, si andorono ritirando alla volta dello esercito, che era già presso a mezzo miglio. Ove fatta relazione che la più parte degli inimici era già passata37 la Torre, Ercole, camminando lentamente, si condusse appunto alla coda loro nella rovina di San Vincenzio38, dove avevano fatto testa39 gli uomini d’arme e i fanti loro, e come fu in sul piano del passo, investitigli quivi per fianco valorosamente con la metà dello esercito, poiché ebbe combattuto per buono spazio, gli piegò: nel quale primo assalto fu in modo rotta la fanteria loro e spinta insino al mare che mai più rifece testa. Ma la cavalleria che si era ritirata una arcata40, passato il fosso di San Vincenzio41 verso Bibbona, rifatta testa e ristrettasi42, assaltò con grande impeto le genti de’ fiorentini e le ributtò ferocemente insino al fosso: però Ercole tirò innanzi il resto delle genti, e ridotto quivi da ogni banda tutto il nervo dello esercito si combattè per grande spazio ferocemente43, non inclinando ancora la vittoria a parte alcuna; sforzandosi l’Alviano, che facendo officio non manco di soldato che di capitano aveva avuto con uno stocco due ferite nella faccia, di spuntare44 da quel passo gl’inimici, il che succedendogli sarebbe restato vincitore. Ma Ercole, che più dì innanzi aveva affermato che se la battaglia si conduceva in quel luogo otterrebbe con industria45 e senza pericolo la vittoria, fece piantare in su la ripa del fosso della Torre sei falconetti46 che conduceva seco; co’ quali avendo cominciato a battere gli inimici, e vedendo che per l’impeto delle artiglierie cominciavano già ad aprirsi e disordinarsi, intento a questa occasione in su la quale s’aveva sempre promessa la vittoria, gli investì con grande impeto da più parti con tutte le forze dello esercito, cioè co’ cavalli leggieri per la via della marina, con le genti d’arme per la strada maestra e con la fanteria dal lato di sopra per il bosco; col quale impeto senza alcuna difficoltà gli ruppe e messe in fuga, salvandosi l’Alviano non senza fatica con pochissimi cavalli corridori, co’ quali fuggì a Monteritondo in quel di Siena: il resto della sua gente, da San Vincenzio insino in sul fiume della Cecina, quasi tutta fu presa e svaligiata; perdute tutte le bandiere e salvatisi pochissimi cavalli.

1. riduceva a sé: raccoglieva intorno a sé.

2. I quali… penetrassino: le quali trame si dubitava che si estendessero.

3. Ascanio Sforza.

4. con ordine: col progetto.

5. facesse… mutazione: si ribellasse.

6. più, intrinsecamente: più a fondo.

7. occulta intelligenza: segreto accordo.

8. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

9. per i quali: si riferisce a disegni.

10. Piegaro.

11. temendo… di non: temendo… di.

12. Nuño de Ocampo.

13. commesso: ordinato.

14. la… degli altri: la limitazione del numero di armati alle dipendenze degli altri condottieri.

15. la ricondotta dell’Alviano: il numero di armati alle dipendenze dell’Alviano, che doveva essere riassunto.

16. corsi: scaduti.

17. numeravano: pagavano.

18. alcuna: una.

19. significato: detto.

20. Nicola Orsini.

21. Forse Gianfrancesco di Nicola Orsini, fratello di Ludovico.

22. proibì… che non: proibì… che.

23. I venturieri erano soldati che militavano senza stipendio fuori delle compagnie ordinarie.

24. presso… a: poco (una comoda giornata di cammino) distante dai.

25. gli sopragiunse: lo raggiunse.

26. facevano la massa: si raccoglievano.

27. rappresentandosegli: presentandoglisi.

28. secondodata: come gli era stato promesso.

29. si accomodavano: si adattavano.

30. dando nome: spargendo la voce.

31. Vultima determinazione: la decisione definitiva.

32. si… battaglia: si mostrò con l’esercito schierato in ordine di battaglia.

33. Caldana di Campiglia.

34. presentito qualche cosa: avuto qualche sentore.

35. come: ha valore causale.

36. fare la giornata: combattere in battaglia campale.

37. passata: oltre.

38. Si tratta dei resti di un’antica fortezza.

39. avevano fatto testa: si erano schierati per opporre resistenza.

40. Si chiamava arcata la misura di lunghezza corrispondente al getto di un arco.

41. Forse si tratta del borro di Acquaviva, che sboccava a San Vincenzo.

42. ristrettasi: serrate le file.

43. ferocemente: accanitamente.

44. spuntare: scacciare.

45. con industria: con astuzia.

46. I falconetti erano piccole artiglierie che sparavano palle di circa 700 grammi.

CAPITOLO XV

Dopo vivi contrasti, a Firenze si delibera di porre il campo a Pisa. Fallimento dell’impresa per la debolezza delle milizie; i fiorentini levano il campo da Pisa.

Questo esito ebbe il movimento di Bartolomeo d’Alviano, stato più negli occhi degli uomini per le sue lunghe pratiche e per la iattanza delle sue parole piene di ferocia1 e di minaccie che per forze o fondamento stabile che avesse la impresa sua. Da questa vittoria preso animo Ercole Bentivoglio e Antonio Giacomini, commissario del campo2, confortorono con veementi lettere e spessi messi i fiorentini che l’esercito vincitore si accostasse alle mura di Pisa, fatte prima con più prestezza fusse possibile le provisioni necessarie per espugnarla; sperando che, per trovarsi in molte difficoltà ed essere mancata loro la speranza della venuta dell’Alviano, e come3 pare che ogni cosa ceda alla riputazione della vittoria, avesse con non molta difficoltà a ottenersi: nella quale speranza gli nutriva molto qualche intelligenza4 che avevano in Pisa con alcuni. Ma in Firenze, dimandando il magistrato de’ dieci, magistrato proposto alle cose della guerra, consiglio di quello fusse da fare a quegli cittadini co’ quali erano consueti di consultare le faccende importanti, fu dannata5 unitamente da tutti questa deliberazione; perché presupponevano che ne’ pisani fusse la consueta durezza, e che essendo esperimentati tanti anni nella guerra non bastasse a superargli il nome e la reputazione della vittoria avuta contro ad altri, per la quale non erano in parte alcuna diminuite le forze loro, ma bisognasse vincergli, come in ogni altro tempo, con le forze, delle quali solamente temono gli uomini bellicosi: e questo apparire pieno di molte difficoltà. Perché essendo la città di Pisa circondata, quanto6 altra città d’Italia, da solidissime muraglie, e bene riparata e fortificata e difesa da uomini valorosi e ostinati, non si poteva sperare di sforzarla se non con grosso esercito e con soldati che non fussino inferiori di virtù e di valore; il quale anche non sarebbe bastante a vincerla d’assalto o con breve oppugnazione7, ma che sarebbe necessitato di starvi intorno molti dì, per accostarsi sicuramente e col prendere de’ vantaggi, e quasi più presto straccandogli che sforzandogli. Repugnare a queste cose la stagione dell’anno, perché né si poteva con prestezza mettere insieme altro che fanteria tumultuaria e collettizia8, né accostarvisi con intenzione di fermarsi molto, per la inclemenza dell’aria corrotta da’ venti del mare, che diventano pestiferi per i vapori degli stagni e delle paluli, e perniciosa agli eserciti, come era accaduto quando fu campeggiata9 da Paolo Vitelli; e perché il paese di Pisa comincia insino di settembre a essere sottoposto alle pioggie, dalle quali per la bassezza sua è soprafatto tanto che in quel tempo difficilmente vi si sta intorno. Né in tanta ostinazione universale potersi fare fondamento in trattati10 o intelligenze particolari, perché o riuscirebbono cose simulate o maneggiate da perso ne che non arebbono facoltà d’eseguire quello che promettessino. Aggiugnersi che benché al gran capitano non fusse stata data la fede publica, nondimeno avergli pure Prospero Colonna, benché come da sé quasi con tacito consentimento loro, dato intenzione11 che per questo anno non si andrebbe con artiglieria alle mura di Pisa; e però aversi a tenere per certo che, commosso da questo sdegno e per le promissioni fatte molte volte a’ pisani e perché alle cose sue non espediva12 questo successo de’ fiorentini, si opporrebbe a questa impresa; e avere modo facile di impedirla, potendo in poche ore mettere in Pisa quegli fanti spagnuoli che erano in Piombino, come molte volte avea affermato che farebbe quando si tentasse di espugnarla. Essere più utile usare l’occasione della vittoria dove13, se bene il frutto fusse minore, la facilità senza comparazione fusse maggiore, né perciò non senza notabile profitto. Nessuno essersi più opposto e opporsi continuamente a’ disegni loro, nessuno avere più impedito la recuperazione di Pisa, nessuno più procurato di alterare il presente governo, che Pandolfo Petrucci; egli avere confortato il Valentino a entrare armato nel dominio fiorentino, egli essere stato principale consultore e guida dello assalto di Vitellozzo e della rebellione d’Arezzo, essersi mediante i suoi consigli congiunti con lo stato di Siena i genovesi e i lucchesi a sostentare i pisani, egli avere indotto Consalvo a pigliare la protezione di Piombino e a intromettersi di Pisa e a .ingerirsi nelle cose di Toscana; e chi altri essere stato stimolatore e fautore di questo moto dell’Alviano? Doversi voltare l’esercito contro a lui, predare e scorrere tutto il contado di Siena, dove non si farebbe resistenza alcuna: potere succedere, con la reputazione dell’armi loro contro a lui, qualche movimento nella città, dove aveva molti inimici; e almeno non essere per mancare occasione di occupare qualche castello importante in quel contado, da tenerlo come per cambio e per pegno di riavere Montepulciano; e quello che non avevano fatto i benefici potersi sperare che facesse questo risentimento14, di farlo per lo avvenire procedere con maggiore circospezione all’offese loro. Doversi nel medesimo modo correre poi il paese15 de’ lucchesi, co’ quali essere stato pernicioso usare tanti rispetti. Così potersi sperare di trarre della vittoria acquistata onore e frutto, ma andando all’oppugnazione di Pisa non si conoscere altro fine che spesa e disonore. Le quali ragioni allegate concordemente non raffreddorno però lo ardore che aveva il popolo (che si governa spesso più con l’appetito che con la ragione) che vi si andasse a porre il campo; accecato anche da quella opinione inveterata che a molti de’ cittadini principali, per fini ambiziosi, non piacesse la recuperazione di Pisa. Nella quale sentenza16 essendo non meno caldo di tutti gli altri Piero Soderini gonfaloniere, convocato il consiglio grande del popolo, al quale non solevano referirsi queste deliberazioni, dimandò se pareva loro che si andasse col campo a Pisa: dove essendo co’ voti quasi di tutti risposto che vi si andasse, superata la prudenza dalla temerità, fu necessario che l’autorità della parte migliore cedesse alla volontà della parte maggiore. Però si attese a fare le provisioni con incredibile celerità, desiderando prevenire non manco il soccorso del gran capitano che i pericoli de’ tempi piovosi.

Con la quale celerità, il sesto dì di settembre, si accostò l’esercito con seicento uomini d’arme e settemila fanti sedici cannoni e molte altre artiglierie alle mura di Pisa, ponendosi tra Santa Croce e Santo Michele, nel luogo medesimo dove già si pose il campo de’ franzesi; e avendo la notte seguente piantate prestissimamente le artiglierie, batterono17 il prossimo dì con impeto grande alla porta di Calci insino al torrione di San Francesco dove le mura fanno dentro uno angolo: e avendo, da levata di sole, al quale tempo cominciorno a tirare l’artiglierie, insino a venti una ora rovinate più di trenta braccia di muraglia, si fece dove era rovinato una grossa scaramuccia, ma con poco profitto, per non essere tanto spazio di muro in terra quanto sarebbe stato necessario a una terra18 dove gli uomini si erano presentati alla difesa col consueto animo e valore. Però la mattina seguente, per avere più muro aperto, si cominciò un’altra batteria in luogo poco distante, restando in mezzo dell’una e dell’altra batteria quella parte della muraglia che già era stata battuta da’ franzesi; e gittate in terra tanto muro quanto parve che fusse abbastanza, volle Ercole spingere le fanterie, che erano ordinate in battaglia, a dare gagliardamente lo assalto all’una e l’altra parte del muro rovinato; ove i pisani, lavorandovi, secondo il solito, con non minore animo le donne che gli uomini, aveano, mentre si batteva, tirato uno riparo con uno fosso innanzi. Ma non era nelle fanterie italiane, e raccolte tumultuariamente, tanto animo e tanta virtù. Però, cominciando per viltà a recusare di appresentarsi19 alla muraglia quello colonnello20di fanti a’ quali, per sorte gittata tra loro, aspettava21 il primo assalto, né l’autorità né i prieghi del capitano e del commissario fiorentino, né il rispetto dell’onore proprio né dell’onore comune della milizia italiana, furono bastanti a fargli andare innanzi. L’esempio de’ quali seguitando gli altri che avevano ad appresentarsi dopo loro, si ritirorono le genti agli alloggiamenti: non avendo fatto altro che, col farsi i fanti italiani infami per tutta Europa, corrotta la felicità22 della vittoria ottenuta contro all’Alviano, e annichilata la reputazione del capitano e del commissario, che appresso a’ fiorentini era grandissima, se contenti della gloria acquistata avessino saputo moderare23 la prospera fortuna. Ritirati agli alloggiamenti, non fu dubbia la deliberazione del levare il campo; massime che il dì medesimo erano entrati in Pisa, per comandamento avuto dal gran capitano, secento fanti spagnuoli di quegli che erano a Piombino. Però il dì seguente l’esercito fiorentino si ritirò a Cascina, con grandissimo disonore, e pochi dì poi entrorno di nuovo in Pisa mille cinquecento fanti spagnuoli; i quali, poiché non era necessario il presidio loro, dato che ebbono per suggestione24 de’ pisani uno assalto invano alla terra di Bientina, continuorono la navigazione sua in Ispagna: dove erano mandati dal gran capitano, perché già era fatta la pace tra il re di Francia e Ferdinando re di Spagna.

1. ferocia: aggressività.

2. commissario del campo: rappresentante della repubblica fiorentina presso l’esercito.

3. come: ha valore causale.

4. intelligenza: intesa.

5. dannata: respinta.

6. quanto: più di.

7. oppugnazione: assedio.

8. tumultuaria e collettizia: messa insieme frettolosamente e raccogliticcia.

9. campeggiata: assediata.

10. trattati: complotti.

11. dato intenzione: promesso.

12. non espediva: non faceva comodo.

13. dove: facendo cose per cui.

14. risentimento: rappresaglia.

15. correre… il paese: fare scorrerie… nel territorio.

16. sentenza: opinione.

17. batterono: colpirono.

18. a una terra: nel caso di una città.

19. appresentarsi: presentarsi, accostarsi.

20. colonnello: drappello.

21. aspettava: spettava.

22. corrotta la felicità: sciupato il successo.

23. moderare: usare con moderazione.

24. suggestione: suggerimento.

CAPITOLO XVI

Matrimonio di Ferdinando d’Aragona con Germana di Fois e patti di pace tra Ferdinando e il re di Francia. Ippolito d’Este fa levare gli occhi al fratello naturale don Giulio per gelosia d’amore.

Alla quale1, mosse tutte le difficoltà che prima avevano impedito, cioè il rispetto dell’onore del re di Francia e il timore di non2 alienare da sé l’animo dell’arciduca, aveva trovato modo facile3 la morte della reina di Spagna: perché e il re di Francia, essendogli molestissima la troppa grandezza sua, era desideroso di interrompergli4 i suoi disegni; e il re di Spagna, avendo notizia che l’arciduca, disprezzando il testamento della suocera, aveva in animo di rimuoverlo dal regno di Castiglia, era necessitato a fondarsi con nuove congiunzioni5. Però si contrasse matrimonio tra lui e madama Germana di Fois, figliuola di una sorella del re di Francia, con condizione che il re gli desse in dono la parte che gli toccava del reame di Napoli; obligandosi il re di Spagna a pagargli in dieci anni settecentomila ducati per ristoro6 delle spese fatte, e a dotare in trecentomila ducati la nuova moglie. Col quale matrimonio essendo accompagnata la pace, fu convenuto: che i baroni angioini e tutti quegli che avevano seguitato la parte franzese fussino restituiti senza pagamento alcuno alla libertà alla patria e a’ loro stati degnità e beni, nel grado medesimo che si trovavano essere nel dì che tra franzesi e spagnuoli fu dato principio alla guerra, che si dichiarò essere stato il dì che i franzesi corsono alla Tripalda; intendessinsi annullate tutte le confiscazioni fatte dal re di Spagna e dal re Federigo: fusse liberato il principe di Rossano i marchesi di Bitonto e di Giesualdo, Alfonso e Onorato Sanseverini e tutti gli altri baroni che erano prigioni degli spagnuoli nel regno di Napoli: che il re di Francia deponesse il titolo del regno di Ierusalem e di Napoli: che gli omaggi e le recognizioni7 de’ baroni si facessino respettivamente8 alle convenzioni sopradette, e nel medesimo modo si cercasse l’investitura dal pontefice; e morendo la reina Germana in matrimonio senza figliuoli la parte sua dotale si intendesse acquiestata a Ferdinando, ma sopravivendo a lui ritornasse alla corona di Francia: fusse obligato il re Ferdinando ad aiutare Gastone conte di Fois, fratello della nuova moglie, al conquisto del regno di Navarra quale9 pretendeva appartenersegli, posseduto con titolo regio da Caterina di Fois e da Giovanni figliuolo di Alibret suo marito10: costrignesse il re di Francia la moglie vedova del re Federigo11 a andare, con due figliuoli che erano appresso a sé, in Spagna, dove gli sarebbe assegnato onesto12 modo di vivere; e non volendo andarvi, la licenziasse del regno di Francia, non dando più né a lei né a’ figliuoli provisione o intrattenimento13 alcuno: proibito all’una parte e all’altra di fare contro a’ nominati da ciascuno di loro; i quali nominorono tutt’a due in Italia il pontefice, e il re di Francia nominò i fiorentini: e, a corroborazione della pace, che tra i due re si intendesse essere perpetua confederazione a difesa degli stati; essendo tenuto il re di Francia con mille lancie e con seimila fanti, e Ferdinando con trecento lancie dumila giannettari14 e seimila fanti. Dopo la qual pace fatta, della quale il re d’Inghilterra promesse per l’una parte e per l’altra l’osservanza, i baroni angioini che erano in Francia, licenziatisi dal re, il quale per la tenacità15 sua usò loro alla partita piccoli segni di gratitudine, andorono quasi tutti con la reina Germana in Spagna; e Isabella, stata moglie di Federigo, licenziata del regno dal re di Francia perché ricusò di mettere i figliuoli in potestà del re cattolico, se ne andò a Ferrara.

Nella quale città, essendo poco innanzi morto Ercole da Esti e succedutogli nel ducato Alfonso suo figliuolo, accadde, alla fine dell’anno, uno atto tragico simile a quegli degli antichi tebani, ma per cagione più leggiera, se più leggiero è l’impeto sfrenato dell’amore che l’ambizione ardente del regnare. Perché essendo Ippolito da Esti cardinale innamorato ardentemente d’una giovane sua congiunta, la quale con non minore ardore amava don Giulio fratello naturale di Ippolito, e confessando ella medesima a Ippolito tirarla sopra tutte l’altre cose a sì caldo amore la bellezza degli occhi di don Giulio, il cardinale infuriato, aspettato il tempo comodo che Giulio fusse a caccia fuora della città lo circondò in campagna, e fattolo scendere da cavallo gli fece da alcuni suoi staffieri, bastandogli l’animo a stare presente a tanta sceleratezza, cavare gli occhi come concorrenti del suo amore: donde tra’ fratelli poi seguitorono gravissimi scandoli16. Così si terminò l’anno mille cinquecento cinque.

1. Alla quale: alla pace tra il re di Francia e il re di Spagna (cfr. fine del cap. prec.).

2. il timore di non: il timore di.

3. aveva… facile: aveva portato facilitazione.

4. interrompergli: ostacolargli.

5. a… congiunzioni: a rafforzarsi ricorrendo a nuove alleanze.

6. per ristoro: come risarcimento.

7. le recognizioni: i riconoscimenti di vassallaggio.

8. respettivamente: conformemente.

9. quale: il quale (è oggetto).

10. La contesa derivava dal fatto che sia Gastone che Caterina discendevano direttamente da Gastone IV di Foix, re di Navarra.

11. Isabella del Balzo, principessa di Altamura.

12. onesto: decoroso.

13. provisione o intrattenimento: rendita o sussidio.

14. I giannettari erano cavalleggeri di origine spagnola.

15. tenacità: avarizia.

16. Si allude alla congiura di Giulio e Ferdinando contro i due fratelli Alfonso e Ippolito. Cfr. VII, IV.