CAPITOLO I
Nuovi e più gravi mali che affliggeranno l’Italia, Responsabilità de’ veneziani e sdegno contro di loro di Massimiliano e del re di Francia. Ragioni di sdegno del pontefice contro i veneziani e timori suoi di successi francesi. Lega di Cambrai contro Venezia. Ratifica del trattato da parte del re d’Aragona. Ratifica del pontefice, dopoché i veneziani hanno respinto la richiesta sua di Faenza e di Rimini
Non erano tali le infermità d’Italia, né sì poco indebolite le forze sue, che si potessino curare con medicine leggiere; anzi, come spesso accade ne’ corpi ripieni di umori corrotti, che uno rimedio usato per provedere al disordine di una parte ne genera de’ più perniciosi e di maggiore pericolo, così la tregua fatta tra il re de’ romani e i viniziani partorì agli italiani, in luogo di quella quiete e tranquillità che molti doverne succedere sperato aveano, calamità innumerabili, e guerre molto più atroci e molto più sanguinose che le passate: perché se bene in Italia fussino state, già quattordici anni, tante guerre e tante mutazioni, nondimeno, o essendosi spesso terminate le cose senza sangue o le uccisioni state più tra’ barbari medesimi, avevano patito meno i popoli che i prìncipi. Ma aprendosi in futuro la porta a nuove discordie, seguitorono per tutta Italia, e contro agli italiani medesimi, crudelissimi accidenti, infinite uccisioni, sacchi ed eccidi di molte città e terre, licenza militare non manco perniciosa agli amici che agli inimici, violata la religione, conculcate le cose sacre con minore riverenza e rispetto che le profane.
La cagione di tanti mali, se tu1 la consideri generalmente, fu come quasi sempre l’ambizione e la cupidità de’ prìncipi: ma considerandola particolarmente, ebbono origine dalla temerità e dal procedere troppo insolente del senato viniziano, per il quale si rimossono le difficoltà che insino allora avevano tenuto sospesi il re de’ romani e il re di Francia a convenirsi2 contro a loro; l’uno de’ quali immoderatamente esacerbato condussono in grandissima disperazione, l’altro nel tempo medesimo concitorono in somma indegnazione, o almeno gli dettono facoltà di aprire sotto apparente colore3 quel che lungamente aveva desiderato. Perché Cesare, stimolato da tanta ignominia e danno ricevuto, e avendo in luogo di acquistare gli stati di altri perduto una parte de’ suoi ereditari, non era per4 lasciare indietro cosa alcuna per risarcire tanta infamia e tanto danno; la quale disposizione accrebbono di nuovo, dopo la tregua fatta, imprudentemente i viniziani, perché, non si astendendo da provocarlo non meno con le dimostrazioni vane che con gli effetti, riceverono in Vinegia con grandissima pompa e quasi come trionfante l’Alviano: e il re di Francia, ancora che da principio desse speranza di ratificare la tregua fatta, dimostrandosene poi alterato maravigliosamente5, si lamentava che i viniziani avessino presunto di nominarlo e includerlo come aderente6 e che, avendo proveduto al riposo proprio, avessino lasciato lui nelle molestie della guerra: necessitato, per l’onore e utilità propria, a difendere contro a Cesare (che da Cologna andava in Fiandra per opprimerlo7) il duca di Ghelleri, antico collegato suo e pronto sempre per lui a opporsi a’ fiamminghi e a molestargli, e per la cui autorità ne’ popoli vicini e per l’opportunità del suo paese gli era facile il fare passare nella Francia fanti tedeschi, quante volte avesse volontà di soldarne. Le quali disposizioni dell’animo dell’uno e dell’altro incominciorono in breve spazio di tempo a manifestarsi : perché Cesare, delle forze proprie non confidando, né sperando più che per le ingiurie sue si risentissino i prìncipi o i popoli di Germania, inclinava a unirsi col re di Francia contro a’ viniziani, come unico rimedio a ricuperare l’onore e gli stati perduti; e il re, avendogli lo sdegno nuovo rinnovata la memoria delle offese che si persuadeva avere ricevute da loro nella guerra napoletana, e stimolato dall’antica cupidità di Cremona e dell’altre terre possedute lungo tempo da’ duchi di Milano, aveva la medesima inclinazione: perciò si cominciò a trattare tra loro, per potere, rimosso l’impedimento delle cose minori, attendere insieme alle maggiori, di comporre le differenze8 trall’arciduca e il duca di Ghelleri.
Stimolava similmente l’animo del re contro a’ viniziani nel tempo medesimo il pontefice, acceso oltre all’antiche cagioni da nuove indegnazioni; perché si persuadeva che per opera loro i fuorusciti di Furlì, i quali si riducevano9 a Faenza, avessino tentato di entrare in quella città, e perché nel dominio veneto aveano ricetto i Bentivogli, stati dal re scacciati del ducato di Milano; aggiugnendosi che all’autorità della corte di Roma avevano in molte cose minore rispetto che mai : nelle quali10 avea ultimatamente turbato molto l’animo del pontefice che avendo conferito il vescovado di Vicenza, vacato per la morte del cardinale di San Piero a Vincola suo nipote11, a Sisto similmente nipote suo12, surrogato da lui13 nella degnità del cardinalato e ne’ medesimi benefici, il senato viniziano disprezzata questa collazione14 aveva eletto uno gentiluomo di Vinegia15, il quale, recusando il pontefice di confermarlo, ardiva temerariamente nominarsi vescovo eletto di Vicenza dallo eccellentissimo consiglio de’ pregati. Dalle quali cose infiammato, mandò prima al re Massimo16 secretario del cardinale di Nerbona e di poi il medesimo cardinale, che succeduto nuovamente17 per la morte del cardinale di Aus nel suo vescovado si chiamava il cardinale di Aus; i quali, uditi dal re con allegra fronte, riportorono a lui vari partiti da eseguirsi, e senza Cesare e unitamente con Cesare. Ma il pontefice era più pronto a querelarsi che a determinarsi18 ; perché da una parte combatteva nella sua mente il desiderio ardente che si movessino l’armi contro a’ viniziani, da altra parte lo riteneva il timore di non19 essere costretto a spendere immoderatamente per la grandezza d’altri, e molto più la gelosia antica conceputa del cardinale di Roano, per la quale gli era molestissimo che eserciti potenti del re passassino in Italia: e turbava in qualche parte le cose maggiori l’avere il pontefice conferito poco innanzi senza saputa del re i vescovadi d’Asti e di Piacenza, e il ricusare il re che ’l nuovo cardinale di San Piero in Vincola, a cui per la morte dell’altro era stata conferita la badia di Chiaravalle, beneficio ricchissimo e propinquo a Milano, ne conseguisse la possessione.
Nelle quali difficoltà quel che non risolveva20 il pontefice deliberorno finalmente Cesare e il re di Francia, i quali trattando insieme secretissimamente contro a’ viniziani, si convennono21 nella città di Cambrai, per dare alle cose trattate perfezione, per la parte di Cesare madama Margherita sua figliuola, sotto ’l cui governo si reggevano la Fiandra e gli altri stati pervenuti per l’eredità materna nel re Filippo, seguitandola a questo trattato22 Matteo Lango secretario accettissimo di Cesare, e per la parte del re di Francia il cardinale di Roano: spargendo fama di convenirsi per trattare la pace tra l’arciduca e il duca di Ghelleri, tra’ quali aveano fatta tregua per quaranta dì, ingegnandosi che la vera cagione non pervenisse alla notizia de’ viniziani: all’oratore de’ quali affermava con giuramenti gravissimi il cardinale di Roano, volere il suo re perseverare nella confederazione con loro. Seguitò il cardinale, più tosto non contradicente che permettente, lo imbasciadore del re d’Aragona; perché se bene quel re fusse stato il primo motore di questi ragionamenti tra Cesare e il re di Francia erano stati dipoi continuati senza lui, persuadendosi l’uno e l’altro di loro essergli molesta la prosperità del re di Francia, e sospetto, per rispetto23 del governo di Castiglia, ogni augumento di Cesare, e che perciò i pensieri suoi non fussino in questa cosa conformi colle parole. A Cambrai si fece in pochissimi dì l’ultima determinazione, non partecipata cosa alcuna, se non dopo la conclusione fatta, con l’oratore del re cattolico; la quale il dì seguente, che fu il decimo di dicembre, fu con solenni cerimonie confermata nella chiesa maggiore, col giuramento di madama Margherita, del cardinale di Roano e dello imbasciadore spagnuolo, non publicando altro che l’essere contratta tra ’l pontefice e ciascuno di questi prìncipi perpetua pace e confederazione. Ma negli articoli più secreti si contennono effetti sommamente importanti; i quali, ambiziosi e in molte parti contrari a’ patti che Cesare e il re di Francia aveano co’ viniziani, si coprivano (come se la diversità delle parole bastasse a trasmutare la sostanza de’ fatti) con uno proemio molto pietoso24, nel quale si narrava il desiderio comune di cominciare la guerra contro agli inimici del nome di Cristo, e gli impedimenti che faceva a questo l’avere i viniziani occupate ambiziosamente le terre della Chiesa. Li quali25 volendo rimuovere per procedere poi unitamente a così santa e necessaria espedizione, e per i conforti e consigli del pontefice, il cardinale di Roano come procuratore e col suo mandato e come procuratore e col mandato del re di Francia, e madama Margherita come procuratrice e col mandato del re de’ romani e come governatrice dell’arciduca e degli stati di Fiandra, e l’oratore del re d’Aragona come procuratore e col mandato del suo re, convennono di muovere guerra a’ viniziani, per ricuperare ciascuno le cose sue occupate da loro, che si nominavano: per la parte del pontefice, Faenza, Rimini, Ravenna e Cervia; per il re de’ romani, Padova, Vicenza e Verona appartenentigli in nome dello imperio, e il Friuli e Trevigi appartenenti alla casa d’Austria; per il re di Francia, Cremona e la Ghiaradadda, Brescia, Bergamo e Crema; per il re d’Aragona, le terre e i porti stati dati in pegno da Ferdinando re di Napoli. Fusse tenuto il re cristianissimo venire alla guerra in persona, e dargli principio il primo giorno del prossimo mese di aprile; al qual tempo avessino similmente a cominciare il pontefice e il re cattolico: che, acciò che Cesare avesse giusta causa di non osservare la tregua fatta, il papa lo richiedesse, come avvocato della Chiesa, di aiuto; dopo la quale richiesta Cesare gli mandasse almeno uno condottiere, e fusse tenuto, fra quaranta dì26 che ’l re di Francia avesse rotta la guerra, assaltare personalmente lo stato de’ viniziani: qualunque di loro avesse recuperato le cose proprie fusse tenuto aiutare gli altri insino che avessino interamente ricuperato, obligati tutti alla difesa di chiunque di loro fusse nelle terre ricuperate molestato da’ viniziani; co’ quali niuno potesse convenire senza consentimento comune: potessino essere nominati infra tre mesi il duca di Ferrara, il marchese di Mantova e ciascuno che pretendesse27 i viniziani occupargli alcuna terra; nominati, godessino come principali tutti i benefici della confederazione, avendo facoltà di ricuperarsi da se stessi le cose perdute: ammunisse il pontefice, sotto pene e censure gravissime, i viniziani a restituire le cose occupate alla Chiesa; e fusse giudice della differenza tra Bianca Maria moglie del re de’ romani e il duca di Ferrara, per conto della eredità di Anna sorella di lei e moglie già del duca predetto: investisse Cesare il re di Francia, per sé per Francesco d’Anguelem e loro discendenti maschi, del ducato di Milano; per la quale investitura il re gli pagasse ducati centomila : non facessino né Cesare né l’arciduca, durando la guerra e sei mesi poi, novità alcuna contro al re cattolico per cagione del governo e de’ titoli de’ regni di Castiglia, esortasse il papa il re di Ungheria a entrare nella presente confederazione: nominasse ciascuno tra quattro mesi i collegati e aderenti suoi, non potendo nominare i viniziani né i sudditi o feudatari di alcuno de’ confederati; e che ciascuno de’ contraenti principali dovesse intra sessanta dì prossimi ratificare. Alla concordia universale s’aggiunse la particolare trall’arciduca e il duca di Ghelleri, nella quale fu convenuto che le terre occupate nella guerra presente allo arciduca, si restituissino, ma non già il somigliante di quelle che al duca erano state occupate. Stabilita in questa forma la nuova confederazione, ma tenendosi quanto si poteva secreto quel che apparteneva a’28 viniziani, il cardinale di Roano si partì il dì seguente da Cambrai, mandati prima a Cesare il vescovo di Parigi29 e Alberto Pio conte di Carpi per ricevere da lui la ratificazione in nome del re di Francia; il quale senza dilazione ratificò e confermò con giuramento, colle solennità medesime colle quali era stata fatta la publicazione nella chiesa di Cambrai. Con questi semi di gravissime guerre finì l’anno mille cinquecent’otto.
È certo che questa confederazione, con tutto che nella scrittura si dicesse intervenirvi il mandato del papa e del re d’Aragona, fu fatta senza mandato o consentimento loro, persuadendosi Cesare e il re cristianissimo che avessino a consentire, parte per l’utilità propria parte perché, per la condizione delle cose presenti, né l’uno né l’altro di essi alla loro autorità ardirebbe repugnare30: e massimamente il re d’Aragona, al quale benché fusse molesta questa capitolazione (perché temendo che non31 si augumentasse troppo la grandezza del re di Francia anteponeva la sicurtà di tutto il reame di Napoli alla recuperazione della parte posseduta da’ viniziani), nondimeno, ingegnandosi di dimostrare con la prontezza il contrario di quello che sentiva nello animo, ratificò con le solennità medesime subitamente.
Maggiore dubitazione era nel pontefice, combattendo in lui, secondo la sua consuetudine, da una parte il desiderio di ricuperare le terre di Romagna e lo sdegno contro a’ viniziani e dall’altra il timore del re di Francia; oltre che, essere pericoloso per sé e per la sedia apostolica giudicava che la potenza di Cesare cominciasse in Italia a distendersi. E però, parendogli più utile l’ottenere con la concordia una parte di quello desiderava che il tutto con la guerra, tentò di indurre il senato viniziano a restituirgli Rimini e Faenza; dimostrando che i pericoli che soprastavano per l’unione di tanti prìncipi sarebbono molto maggiori concorrendo nella confederazione il pontefice, perché non potrebbe recusare di perseguitargli con le armi spirituali e temporali, ma che, restituendo le terre occupate alla Chiesa nel suo pontificato, e così riavendo insieme con le terre l’onore, arebbe giusta cagione di non ratificare quel che era stato fatto in nome suo ma senza suo consentimento; e che rimovendosene l’autorità pontificale diventerebbe facilmente vana questa confederazione, che per se stessa aveva avute molte difficoltà: il che potevano essere certi che egli, quanto potesse, procurerebbe con l’autorità e con la industria32, se non per altro perché in Italia non si augumentasse più la potenza de’ barbari, pericolosissima non meno alla sedia apostolica che agli altri. Sopra la quale dimanda facendosi nel senato viniziano varie consulte, e inclinando molti a consentire alle sue domande per l’utilità che risulterebbe dal separarsi l’autorità del pontefice dagli altri, molti per contrario affermando non si dovere comperare con tanta indegnità quel che non basterebbe a liberargli dalla guerra, sarebbe33 finalmente prevaluta l’opinione di quegli che confortavano la più sana e migliore sentenza, se Domenico Trivisano senatore di grande autorità, e uno de’ procuratori del tempio ricchissimo di San Marco34, onore nella republica veneta di maggiore stima che alcun altro dopo il doge, levatosi in piedi, non avesse consigliato il contrario: il quale, con molte ragioni e con efficacia grande di parlare, si ingegnò di persuadere essere cosa molto aliena dalla degnità e dalla utilità di quella chiarissima e amplissima35 republica restituire le terre dimandate dal pontefice, dalla cui congiunzione o alienazione cogli altri confederati poco si accrescerebbono o alleggierirebbeno i loro pericoli. Perché se bene, acciò che apparisse meno disonesta la causa loro, avessino nel convenire usato il nome del pontefice, si erano effettualmente convenuti senza lui, in modo che per questo non diventerebbono né più lenti né più freddi alle esecuzioni deliberate; e per contrario, non essere l’armi del pontefice di tale valore che e’ dovessino comprare con tanto prezzo il fermarle. Conciossiaché, se nel tempo medesimo fussino assaltati dagli altri, potersi con mediocre guardia difendere quelle città, le quali le genti della Chiesa (infamia della milizia, secondo il vulgatissimo proverbio) non erano per se medesime bastanti né a espugnare, né a fare inclinazione alcuna alla somma della guerra36, e ne’ movimenti e nel fervore delle armi temporali non sentirsi la riverenza né i minacci delle armi spirituali, !e quali non essere da temere che nocessino più loro in questa guerra che fussino nociute in molte altre e specialmente nella guerra fatta contro a Ferrara37, nella quale non erano state potenti a impedire che non38 conseguissino la pace onorevole per sé e vituperosa per il resto d’Italia, che con consentimento tanto grande, e nel tempo che fioriva di ricchezze d’armi e di virtù, si era unita tutta contro a loro : e ragionevolmente, perché non era verisimile che il sommo Dio volesse che gli effetti della sua severità e della sua misericordia, della sua ira e della sua pace, fussino in potestà d’uno uomo ambiziosissimo e superbissimo, sottoposto al vino e a molte altre inoneste voluttà: che la esercitasse ad arbitrio delle sue cupidità, non secondo la considerazione della giustizia o del bene publico della cristianità. Già, se in questo pontificato non era più costante la fede sacerdotale che fusse stata negli altri, non vedere che certezza potesse aversi che, conseguita da loro Faenza e Rimini, non si unisse con gli altri per recuperare Ravenna e Cervia, non avendo maggiore rispetto alla fede data che sia stato proprio de’ pontefici; i quali, per giustificare le fraudi loro, hanno statuito, tra l’altre leggi, che la Chiesa, non ostante ogni contratto ogni promessa ogni beneficio conseguitone, possa ritrattare e direttamente contravenire alle obligazioni che i suoi medesimi prelati hanno solennemente fatte. La confederazione essere stata fatta tra Massimiliano e il re di Francia con grande ardore, ma non essere simili gli animi degli altri collegati, perché il re cattolico vi aderiva malvolentieri e nel pontefice apparivano segni delle sue consuete vacillazioni e sospizioni39, però non essere da temere più della lega fatta a Cambrai che di quello che altra volta a Trento e dipoi a Bles avevano convenuto, col medesimo ardore, i medesimi Massimiliano e Luigi, perché alla esecuzione delle cose determinate40 repugnavano41 molte difficoltà, le quali per sua natura erano quasi impossibili a svilupparsi42. E perciò, il principale studio43 e diligenza di quel senato doversi voltare a cercare di alienare Cesare da quella congiunzione, il che per la natura e per le necessità sue, e per l’odio antico fisso contro a’ franzesi, si poteva facilmente sperare; e alienatolo, non essere pericolo alcuno che fusse mossa la guerra, perché il re di Francia abbandonato da lui non ardirebbe d’assaitargli più di quello che avesse ardito per il passato. Doversi in tutte le cose publiche considerare diligentemente i princìpi, perché non era poi in potestà degli uomini partirsi, senza sommo disonore e pericolo, dalle deliberazioni già fatte e nelle quali si era perseverato lungo tempo. Avere i padri loro ed essi successivamente atteso in tutte l’occasioni ad ampliare l’imperio, con scoperta professione44 di aspirare sempre a cose maggiori : di qui essere divenuti odiosi a tutti, parte per timore parte per dolore delle cose tolte loro. Il quale odio benché si fusse conosciuto molto innanzi potere partorire qualche grande alterazione nondimanco non si erano però né allora astenuti da abbracciare l’occasioni che se gli offerivano, né ora essere rimedio a’ presenti pericoli cominciare a cedere parte di quello possedevano; conciossiaché non per questo si quieterebbono, anzi si accenderebbeno, gli animi di chi gli odiava, pigliando ardire dalla loro timidità45 : perché essendo titolo46 inveterato, già molti anni, in tutta Italia che il senato viniziano non lasciava giammai quel che una volta gli era pervenuto nelle mani, chi non conoscerebbe che il fare ora così vilmente il contrario procederebbe da ultima disperazione di potersi difendere dai pericoli imminenti? Cominciando a cedere qualunque cosa benché piccola, declinarsi47 dalla riputazione e dallo splendore antico della loro republica; onde augumentarsi grandemente i pericoli. Ed essere più diffìcile, senza comparazione, conservare, eziandio da’ minori pericoli, quel che rimane, a chi ha cominciato a declinare che non è a chi, sforzandosi di conservare la degnità e il grado suo, si volge prontamente, senza fare segno alcuno di volere cedere, contra chi cerca di opprimerlo. Ed essere necessario o disprezzare48 animosamente le prime dimande o, consentendole, pensare d’averne a consentire molte altre: dalle quali, in brevissimo spazio di tempo, risulterebbe la totale annullazione di quello imperio, e seguentemente la perdita della propria libertà. Avere la republica veneta, e ne’ tempi de’ padri e ne’ tempi di loro medesimi, sostenuto gravissime guerre co’ prìncipi cristiani, e per avere sempre ritenuta49 la costanza e generosità dell’animo riportatone gloriosissimo fine. Doversi nelle difficoltà presenti, ancorché forse paressino maggiori, sperarne il medesimo successo; perché e la potenza e l’autorità loro era maggiore, e nelle guerre fatte comunemente da molti prìncipi contro a uno solere essere maggiore lo spavento che gli effetti, perché prestamente si raffreddavano gli impeti primi, prestamente cominciando a nascere varietà di pareri indeboliva tra loro la fede; e dovere quel senato confidarsi che, oltre alle provisioni e rimedi che essi farebbono da se medesimi, Dio, giudice giustissimo, non abbandonerebbe una republica nata e nutrita50 in perpetua libertà, ornamento e splendore di tutta l’Europa, né lascerebbe conculcare alla ambizione de’ prìncipi, sotto falso colore51 di preparare la guerra contro agli infedeli, quella città la quale, con tanta pietà e con tanta religione, era stata tanti anni la difesa e il propugnacolo52 di tutta la republica cristiana. Commossono in modo gli animi della maggiore parte le parole di Domenico Trivisano che, come già qualche anno53 era stato spesse volte quasi fatale in quello senato, fu, contro al parere di molti senatori grandi di prudenza e di autorità, seguitato il consiglio peggiore. Però il pontefice, il quale aveva differito insino all’ultimo dì assegnato alla ratificazione il ratificare, ratificò54; ma con espressa dichiarazione di non volere fare atto alcuno di inimicizia contro a’ viniziani se non dappoi che il re di Francia avesse dato alla guerra cominciamento.
1. tu: ha valore collettivo e si rivolge direttamente al lettore.
2. convenirsi: accordarsi.
3. aprire… colore: di svelare, coprendolo con un pretesto attendibile.
4. non era per: non era disposto a.
5. alterato maravigliosamente: fortemente adirato.
6. aderente: in qualità di semplice aderente, cioè come subordinato a loro e non come sovrano alleato (cfr. VII, XII).
7. opprimerlo: assalirlo e rovinarlo.
8. comporre le differenze: appianare le controversie.
9. si riducevano: si rifugiavano.
10. nelle quali: tra le quali. Si riferisce a molte cose.
11. Galeotto Franciotti della Rovere.
12. Sisto Gara della Rovere, anche lui figlio di Luchina della Rovere e adottato da Giulio II.
13. surrogato da lui: fatto subentrare da lui (da Giulio II).
14. disprezzata questa collazione: senza tener conto di questo conferimento.
15. Francesco Marcello.
16. Personaggio non meglio identificato.
17. nuovamente: recentemente.
18. determinarsi: decidersi.
19. lo… di non: lo tratteneva il timore di.
20. risolveva: decideva.
21. si convennono: s’incontrarono.
22. questo trattato: questa trattativa.
23. per rispetto: a causa.
24. pietoso: religioso.
25. Li quali: si riferisce a impedimenti.
26. fra quaranta dì: quaranta giorni dopo.
27. pretendesse: affermasse.
28. apparteneva a’: riguardava i.
29. Etienne Poncher.
30. repugnare: opporsi.
31. temendo che non: temendo che.
32. con la industria: con l’impegno e l’abilità.
33. e inclinando… sarebbe: questa lezione fu dal Gherardi preferita ad un’altra, presente anch’essa nei codici e probabilmente anteriore; forse l’autore dimenticò di cancellarla. Eccola: «varie consulte, alcuni giudicavano essere di grandissimo momento il separarsi dagli altri il pontefice, altri la riputavano cosa indegna né bastante a rimuovere la guerra. Sarebbe» (nota del Panigada).
34. Questi procuratori, oltre alla fabbrica della basilica, sovraintendevano anche all’esecuzione dei testamenti e alla custodia dei beni.
35. amplissima: nobilissima.
36. a fare… guerra: ad incidere minimamente sul risultato della guerra.
37. Nel 1483. Sisto IV comminò l’interdetto contro Venezia, che impedì la pubblicazione dell’interdetto e minacciò la convocazione di un concilio.
38. non erano… che non: non avevano potuto impedire che.
39. sospizioni: sospetti.
40. determinate: decise.
41. repugnavano: si opponevano.
42. svilupparsi: risolversi.
43. studio: impegno.
44. con scoperta professione: dichiarando apertamente.
45. dalla loro timidità: dal loro timore, dalla loro viltà.
46. titolo: fama.
47. declinarsi: si decadeva.
48. disprezzare: respingere.
49. ritenuta: mantenuta.
50. nutrita: cresciuta.
51. sotto falso colore: col falso pretesto.
52. propugnacolo: baluardo.
53. già qualche anno: già da qualche anno.
54. 23 marzo 1509.
CAPITOLO II
Difficili condizioni dé pisani; fallito tentativo de’ genovesi e de’ lucchesi di introdurre grano in Pisa; accordi fra fiorentini e lucchesi. Convenzione fra i fiorentini e i re di Francia e d’Aragona.
Erano, in questo tempo medesimo, ridotte e ogni dì più si riduceano in grandissima strettezza le cose de’ pisani: perché i fiorentini, oltre all’avere la state precedente tagliate tutte le loro ricolte, e oltre al correre continuamente le genti loro dalle terre circostanti insino in sulle porte di Pisa, aveano, per impedire che per mare non vi entrassino vettovaglie, soldato con alcuni legni il figliuolo del Bardella1 da Portoveneri ; onde i pisani, assediati quasi per terra e per mare, né avendo per la povertà loro facoltà di condurre o legni o soldati forestieri, ed essendo da’ vicini aiutati lentamente, non avevano più quasi speranza alcuna di sostentarsi. Dalle quali cose mossi2 i genovesi e lucchesi deliberorono di fare esperienza che in Pisa entrasse quantità grande di grani; i quali, caricati sopra grande numero di barche e accompagnati da due navi genovesi e due galeoni, erano stati condotti alla Spezie e dipoi a Vioreggio3, acciò che di quivi per ordine de’ pisani, con quattordici brigantini4 e molte barche, si conducessino in Pisa. Ma volendo opporsi i fiorentini, perché nella condotta o esclusione di questi grani consisteva totalmente la speranza o la disperazione di conseguire quello anno Pisa, aggiunsono a’ legni che aveano prima una nave inghilese, che per ventura si trovava nel porto di Livorno, e alcune fuste5 e brigantini; e aiutando quanto potevano, con le preparazioni terrestri, l’armata marittima, mandorno tutta la cavalleria e grande numero di fanti, raccolti subitamente del loro dominio, a tutte quelle parti donde i legni degli inimici potessino, o per la foce d’Arno o per la foce di Fiumemorto6 entrando in Arno, condursi in Pisa. Condussonsi gli inimici tralla foce d’Arno e…; [e] essendo i legni de’ fiorentini tra la foce e Fiumemorto, e la gente di terra occupati tutti i luoghi opportuni e distese l’artiglierie in sulle ripe da ogni parte del fiume donde aveano a passare, giudicando non potere procedere più innanzi, si ritornorno nella riviera di Genova, perduti tre brigantini carichi di frumento. Dal quale successo7 apparendo quasi ccrta per mancamento di vettovaglie la vittoria, i fiorentini, per impedire più agevolmente che per il fiume non ne potessino essere condotte, gittorono in su Arno uno ponte di legname, fortificandolo con bastioni dall’una e l’altra ripa; e nel tempo medesimo, per rimuovere gli aiuti de’ vicini, convennono co’ lucchesi, avendo prima, per reprimere l’audacia loro, mandato a saccheggiare, con una parte delle genti mossa da Cascina, il porto di Vioreggio e i magazzini dove erano molti drappi di mercatanti di Lucca. E per questo avendo i lucchesi impauriti mandato a Firenze imbasciadori, rimasono finalmente concordi che tra l’una e l’altra republica fusse confederazione difensiva per anni tre, escludendo nominatamente i lucchesi dalla facoltà di aiutare in qualunque modo i pisani; la quale confederazione, recuperandosi per i fiorentini Pisa infra uno anno, si intendesse prorogata per altri dodici anni, e durante questa confederazione non dovessino i fiorentini, senza pregiudicio per ciò delle loro ragioni8 molestare i lucchesi nella possessione di Pietrasanta e di Mutrone.
Ma fu di momento molto maggiore a facilitare lo acquisto di Pisa la capitolazione fatta da loro coi re cristianissimo e cattolico. La quale, trattata molti mesi, aveva avuto varie difficoltà : temendo i fiorentini, per l’esperienza del passato, che questo non fusse mezzo a trarre da loro quantità grande di danari e nondimeno che le cose di Pisa rimanessino nel medesimo grado; e da altra parte interpretando il re di Francia procurarsi la dilazione artificiosamente, per la speranza che i pisani, l’estremità de’ quali erano notissime, da loro medesimi cedessino, né volendo che in modo alcuno la ricuperassino senza pagargliene la mercede, comandò al Bardella suo suddito che si partisse da’ soldi loro9; e a Ciamonte che da Milano mandasse in aiuto de’ pisani secento lancie: per la quale cosa, rimosse tutte le dubitazioni e difficoltà, convenneno in questa forma10 : non dessino né il re di Francia né il re d’Aragona favore o aiuto a’ pisani, e operassino con effetto che da’ luoghi sudditi a loro, o confederati o raccomandati, non andassino a Pisa vettovaglie né soccorso di danari né di genti né di alcun’altra cosa; pagassino i fiorentini in certi termini a ciascuno di essi, se infra un anno prossimo ricuperassino Pisa, cinquantamila ducati; e nel caso predetto si intendesse fatta tra loro lega per tre anni dal dì della recuperazione, per la quale i fiorentini fussino obligati difendere con trecento uomini d’arme gli stati che aveano in Italia, ricevendo per la difesa propria da qualunque di loro almeno trecento uomini d’arme. Alla capitolazione fatta in comune fu necessario aggiugnere, senza saputa del re cattolico, nuove obligazioni di pagare al re di Francia, ne’ tempi e sotto le condizioni medesime, cinquantamila altri ducati. Oltre che fu di bisogno promettessino di donare a’ ministri de’ due re venticinquemila ducati, de’ quali la maggiore parte s’aveva a distribuire secondo la volontà del cardinale di Roano. Le quali convenzioni, benché fussino con gravissima spesa de’ fiorentini, dettono nondimeno appresso a tutti gli uomini infamia più grave a quei re : de’ quali l’uno si dispose per danari ad abbandonare quella [città], che molte volte aveva affermato avere ricevuta nella sua protezione, e della quale, come si manifestò poi, essendosegli spontaneamente data, il gran capitano avea accettato in suo nome il dominio; l’altro, non si ricordando delle promesse fatte molte volte a’ fiorentini, o vendé per brutto prezzo la libertà giusta de’ pisani o costrinse i fiorentini a comperare da lui la facoltà di ricuperare giustamente le cose proprie. Tanto può oggi comunemente più la forza della pecunia che il rispetto dell’onestà.
1.Forse Baldassarre Bardella figlio di Giacomo (cfr. VI, XI).
2. mossi: indotti.
3. Viareggio.
4. I brigantini erano piccole navi a vela con un ponte e due alberi.
5. Le fuste erano navi a remi veloci e leggere, più piccole delle galee.
6. Canale maestro che sbocca tra le foci del Serchio e dell’Arno.
7. successo: fatto.
8. senza… ragioni: senza per questo pregiudicare ai loro diritti.
9. che… loro: che lasciasse il loro servizio.
10. A Blois, il 13 marzo 1509.
CAPITOLO III
Preparativi del re di Francia per la guerra. Sollecite misure di difesa de’ veneziani; casi sfortunati per loro. Piano di guerra de’ veneziani. Inizi della spedizione del re di Francia contro i veneziani.
Ma le cose de’ pisani, che già solevano essere negli occhi di tutta Italia, erano in questo tempo di piccola considerazione, dependendo gli animi degli uomini da espettazione di cose maggiori. Perché, ratificata che fu la lega di Cambrai da tutti i confederati, cominciò il re di Francia a fare grandissime preparazioni; e con tutto che per ancora a protesti1 o minaccie di guerra non si procedesse, nondimeno, non si potendo più la cosa dissimulare, il cardinale di Roano, presente tutto il consiglio, si lamentò con ardentissime parole con l’oratore de’ viniziani che quel senato, disprezzando2 la lega e l’amicizia del re, faceva fortificare la badia di Cerreto3 nel territorio di Crema: nella quale essendo stata anticamente una fortezza, fu distrutta per i capitoli della pace fatta l’anno mille quattrocento cinquantaquattro tra’ viniziani e Francesco Sforza nuovo duca di Milano, con patto che i viniziani non potessino in tempo alcuno fortificarvi4; a’ capitoli della quale pace si riferiva, in questo e in molte altre cose, la pace fatta tra loro e il re. E già, essendo venuto il re pochi dì poi a Lione, camminavano le genti sue per passare i monti, e si apparecchiavano per scendere nel tempo medesimo in Italia seimila svizzeri soldati da lui. E aiutandosi, oltre alle forze proprie, di quelle degli altri, avea ottenute da’ genovesi quattro caracche5, da’ fiorentini cinquantamila ducati per parte6 di quegli che se gli dovevano dopo l’acquisto di Pisa; e dal ducato di Milano, desiderosissimo d’essere reintegrato nelle terre occupate da’ viniziani, gli erano stati donati centomila ducati, e molti gentiluomini e feudatari di quello stato si provedevano di cavalli e d’armi per seguitare alla guerra con ornatissime7 compagnie la persona del re.
Da altra parte si preparavano i viniziani a ricevere con animo8 grandissimo tanta guerra, sforzandosi, co’ danari con l’autorità e con tutto il nervo del loro imperio, di fare provisioni degne di tanta republica; e con tanto maggiore prontezza quanto pareva molto verisimile che, se sostenessino il primo impeto, s’avesse facilmente l’unione di questi prìncipi, male conglutinata9, ad allentarsi o risolversi10: nelle quali cose, con somma gloria del senato, il medesimo ardore si dimostrava in coloro che prima aveano consigliato invano che la fortuna prospera modestamente11 si usasse che in quegli che erano stati autori12 del contrario; perché, preponendo la salute publica alla ambizione privata, non cercavano che crescesse la loro autorità col rimproverare agli altri i consigli perniciosi né con l’opporsi a’ rimedi che si facevano a’ pericoli nati per la loro imprudenza. E nondimeno, considerando che contro a loro si armava quasi tutta la cristianità, si ingegnorono quanto potettono di interrompere tanta unione, pentitisi già d’avere dispregiata13 l’occasione di separare dagli altri il pontefice, avendo massimamente avuta speranza che egli sarebbe stato paziente14 se gli restituivano Faenza sola. Però con lui rinnovorno i primi ragionamenti, e ne introdusseno de’ nuovi con Cesare e col re cattolico; perché col re di Francia, o per l’odio o per la disperazione d’averlo a muovere, non tentorno cosa alcuna. Ma né il pontefice poteva accettare più quel che prima avea desiderato, e al re cattolico con tutto che forse non mancasse la volontà mancava la facoltà di rimuovere gli altri; e Cesare, pieno d’odio smisurato contro al nome viniziano, non solamente non gli esaudì ma né udì l’offerte loro, perché recusò di ammettere al cospetto suo Giampiero Stella loro secretario mandatogli con amplissime commissioni15. Però, voltati tutti i pensieri a difendersi coll’armi, soldavano da ogni parte quantità grandissima di cavalli e di fanti, e armavano molti legni per la custodia de’ liti di Romagna, e per metterne nel lago di Garda e nel Po e negli altri fiumi vicini, per i quali temevano essere molestati dal duca di Ferrara e dal marchese di Mantova. Ma gli turbavano, oltre a’ minacci degli uomini, molti casi o fatali o fortuiti. Percosse una saetta la fortezza di Brescia, una barca mandata dal senato a portare danari a Ravenna si sommerse con diecimila ducati nel mare, l’archivio pieno di scritture attenenti alla republica andò totalmente in terra con subita rovina; ma gli empié di grandissimo terrore che in quegli dì, e nell’ora medesima che era congregato il consiglio maggiore, appiccatosi, o per caso o per fraude occulta di qualcuno, il fuoco nel loro arzanale, nella stanza dove si teneva il salnitro, con tutto vi concorresse numero infinito d’uomini e estinguerlo, aiutato dalla forza del vento e dalla materia atta a pascerlo e ampliarlo, abbruciò dodici corpi16 di galee sottili e quantità grandissima di munizioni. Alle difficoltà loro si aggiunse che avendo soldato Giulio e Renzo Orsini17 e Troilo Savello, con cinquecento uomini d’arme e tremila fanti, il pontefice con asprissimi comandamenti, fatti come a18 feudatari e sudditi della Chiesa, gli costrinse a non si partire di terra di Roma, invitandogli a ritenersi19 quindicimila ducati rieevuti per lo stipendio, con promettere di compensargli in quello che i viniziani, per i frutti avuti delle terre di Romagna, alla sedia apostolica doveano. Volgevansi le preparazioni del senato principalmente verso i confini del re di Francia, dall’armi del quale aspettavano l’assalto più presto e più potente: perché dal re d’Aragona, con tutto che avesse agli altri confederati promesso molto, si spargevano dimostrazioni e romori, secondo la sua consuetudine, ma non si facevano apparati20 di molto momento : e Cesare, occupato in Fiandra perché i popoli sottoposti al nipote lo sovvenissino volontariamente di danari, non si credeva dovesse cominciare la guerra al tempo promesso; e il pontefice pensavano che, sperando più nella vittoria degli altri che nell’armi proprie, avesse a regolarsi secondo i progressi de’ collegati.
Non si dubitava che ’l primo assalto del re di Francia avesse a essere nella Ghiaradadda, passando il fiume dell’Adda appresso a Casciano21, però si raccoglieva a Pontevico, in sul fiume dell’Oglio, l’esercito veneto, del quale era capitano generale il conte di Pitigliano e governatore Bartolomeo d’Alviano, e vi erano proveditori in nome del senato Giorgio Cornaro e Andrea Gritti, gentiluomini chiari e molto onorati per l’ordinarie loro qualità, e per la gloria acquistata l’anno passato, l’uno per le vittorie del Friuli l’altro per l’opposizione fatta a Roveré contro a’ tedeschi. Tra’ quali consultandosi in che maniera fusse da procedere nella guerra erano varie le sentenze, non solo tra gli altri ma tra ’l capitano e il governatore.Perché l’Alviano, feroce di ingegno22 e insuperbito per i successi prosperi23 dell’anno precedente, e pronto a seguitare24 le occasioni sperate e di incredibile celerità così nel deliberare come nell’eseguire, consigliava che, per fare più tosto la sedia25 della guerra nel paese degli inimici che aspettare fusse trasferita nello stato proprio, si assaltasse, innanzi che ’l re di Francia passasse in Italia, il ducato di Milano. Ma il conte di Pitigliano, o raffreddato il vigore dell’animo (come diceva l’Alviano) per la vecchiezza o considerando pèr la lunga esperienza con maggiore prudenza i pericoli, e alieno dal tentare senza grandissima speranza la fortuna, consigliava che disprezzata la26 perdita delle terre della Ghiaradadda, che non rilevavano alla somma della guerra27, l’esercito si fermasse appresso alla terra degli Orci28, come già nelle guerre tra’ viniziani e il ducato di Milano aveano fatto Francesco Carmignuola29e poi Iacopo Piccinino30, famosi capitani de’ tempi loro; alloggiamento molto forte per essere in mezzo tra’ fiumi dell’Oglio e del Serio, e comodissimo a soccorrere tutte le terre del dominio viniziano: perché se i franzesi andassino ad assaltargli in quello alloggiamento potevano, per la fortezza del sito, sperarne quasi certa la vittoria; ma se andassino a campo [a] Cremona o Crema o Bergamo o Brescia, potrebbono per difesa di quelle accostarsi coll’esercito in luogo sicuro, e infestandogli31, con tanto numero di cavalli leggieri e stradiotti32 che avevano, le vettovaglie e l’altre comodità, impedirebbeno loro il prendere qualunque terra importante. E così, senza rimettersi in potestà della fortuna, potersi facilmente difendere lo imperio viniziano da così potente e impetuoso assalto del re di Francia. De’ quali consigli l’uno e l’altro era stato rifiutato dal senato; quello dell’Alviano come troppo audace, questo del capitano generale come troppo timido e non consideratore della natura de’ pericoli presenti: perché al senato sarebbe più piaciuto, secondo la inveterata consuetudine di quella republica, il procedere sicuramente e l’uscire il meno potessino della potestà di loro medesimi; ma da altra parte si considerava, se nel tempo che tutte quasi le loro forze fussino impegnate a resistere al re di Francia assaltasse il loro stato potentemente il re de’ romani, con quali armi con quali capitani, con quali forze potersi opporsegli; per il quale rispetto33, quella via che per se stessa34 pareva più certa e più sicura rimanere più incerta e più pericolosa. Però, seguitando come spesso si fa nelle opinioni contrarie quella che è in mezzo, fu deliberato che l’esercito s’accostasse al fiume dell’Adda, per non lasciare in preda degli inimici la Ghiaradadda; ma con espressi ricordi e precetti35 del senato viniziano che, senza grande speranza o urgente necessità, non si venisse alle mani con gli inimici.
Diversa era molto la deliberazione del re di Francia, ardente di desiderio che gli eserciti combattessino. Il quale, accompagnato dal duca dell’Oreno36 e da tutta la nobiltà del reame di Francia, come ebbe passati i monti, mandò Mongioia suo araldo37 a intimare la guerra al senato viniziano; commettendogli38 che, accioché tanto più presto si potesse dire intimata, facesse nel passare da Cremona il medesimo co’ magistrati viniziani. E se bene, non essendo ancora unito tutto l’esercito suo, avesse deliberato che non si movesse cosa alcuna insino a tanto che egli non fusse personalmente a Casciano, nondimeno, o per gli stimoli del pontefice, che si lamentava essere passato il tempo determinato nella capitolazione, o acciocché cominciasse a correre39 il tempo a Cesare obligato a muovere la guerra quaranta dì poi che il re l’avesse mossa, mutata la prima deliberazione, comandò a Ciamonte desse principio40, non essendo ancora le genti viniziane, perché non erano raccolte tutte, partite da Pontevico.
1. protesti: dichiarazioni.
2. disprezzando: senza alcuna considerazione per.
3. Abbadia Cerreto, sulla riva sinistra dell’Adda.
4. fortificarvi: costruirvi opere di fortificazione.
5. Le caracche erano grandi navi a vela armate di cannoni.
6. per parte: come anticipo.
7. ornatissime: perfettamente equipaggiate.
8. animo: coraggio.
9. male conglutinata: mal cementata.
10. risolversi: sciogliersi.
11. modestamente: con moderazione.
12. autori: sostenitori.
13. d’avere dispregiata: di non aver voluto cogliere.
14. sarebbe stato paziente: si sarebbe accontentato, tollerando la presenza di Venezia sugli altri territori di presunta giurisdizione ecclesiastica.
15. con amplissime commissioni: con l’incarico di fargli delle proposte onorevolissime e vantaggiose.
16. corpi: scheletri.
17. Renzo da Ceri.
18. come: a loro, in quanto erano.
19. ritenersi: tenere, senza restituirli ai veneziani.
20. apparati: preparativi.
21. Cassano d’Adda.
22. feroce d’ingegno: d’indole audace.
23. per i successi prosperi: per i felici risultati.
24. seguitare: cogliere.
25. la sedia: la sede, il centro.
26. disprezzata la: senza dare importanza alla.
27. che… guerra: che non avevano alcun peso per il risultato della guerra.
28. La zona attigua a Orcivecchi e Orcinuovi, sulla riva sinistra dell’Oglio.
29. Nel 1427.
30. Nel 1453.
31. infestandogli: disturbandoli con l’attaccare.
32. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.
33. rispetto: ordine di considerazioni.
34. per se stessa: considerata isolatamente.
35. ricordi e precetti: ammonimenti e ordini.
36. Antoine de Lorraine, che aveva il titolo di duca di Calabria.
37. Gilbert Chauveau, detto Montjoye.
38. commettendogli: ordinandogli.
39. correre: decorrere.
40. desse principio: sottinteso, alla guerra.
CAPITOLO IV
Primi fatti di guerra. La bolla del pontefice contro i veneziani; l’intimazione di guerra del re di Francia e la risposta del doge. I francesi passano l’Adda a Cassano. I francesi a Rivolta. La battaglia di Ghiaradadda. Resa di Bergamo e di Brescia al re di Francia.
Fu il primo movimento di tanto incendio il quintodecimo dì d’aprile. Nel quale dì Ciamonte, passato a guazzo con tremila cavalli il fiume dell’Adda appresso a Casciano1, e fatto passare in su battelli seimila fanti e dietro a loro l’artiglierie, si dirizzò alla terra di Trevi2, lontana tre miglia da Casciano, nella quale era Giustiniano Morosino proveditore degli stradiotti de’ viniziani, e con lui Vitello da Città di Castello e Vincenzio di Naldo, che rassegnavano i fanti3 che si doveano distribuire nelle terre vicine : i quali, credendo che i franzesi, che in più parti si erano sparsi per la campagna, non fussino gente ordinata per4 assaltare la terra5 ma per correre il paese6, mandorno fuora dugento fanti e alcuni stradiotti, co’ quali appiccatasi7 una parte delle genti franzesi, gli seguitò scaramucciando insino al rivellino8 della porta; e poco dipoi sopragiugnendo gli altri, e appresentate9 Partigliene e cominciato già a battere co’ falconetti10 le difese, o la viltà de’ capi spaventati di questo impeto sì improviso o la sollevazione degli uomini della terra gli costrinse ad arrendersi allo arbitrio libero di Ciamonte11. Così rimasono prigioni Giustiniano proveditore, Vitello e Vincenzio e il conte Braccio12, e con loro cento cavalli leggieri e circa mille fanti quasi tutti di Valdilamone; essendosi solamente salvati col fuggire dugento stradiotti: e dipoi Ciamonte, a cui si erano arrendute alcune terre vicine, ritornò con le genti tutte di là da Adda. E il medesimo dì il marchese di Mantova, come soldato del re da cui avea la condotta di cento lancie13, corse a Casalmaggiore; il quale castello senza fare resistenza gli fu dato dagli uomini della terra, insieme con Luigi Bono officiale viniziano14. Corse eziandio il medesimo dì da Piacenza Roccalbertino, con cento cinquanta lancie e tremila fanti passati in su uno ponte di barche, fatto dove l’Adda entra nel Po nel contado di Cremona; in altra parte del quale corsono similmeiite le genti che erano alla guardia di Lodi, gittato uno ponte in su Adda, e tutti i paesani della montagna di Brianza insino a Bergamo. Il quale assalto fatto in uno giorno medesimo da cinque parti, senza dimostrarsi15 gli inimici in luogo alcuno, ebbe maggiore strepito che effetto; perché Ciamonte si ritornò subito a Milano per aspettare la venuta del re che già era vicino, e il marchese di Mantova, che preso Casalmaggiore aveva tentato Asola invano, inteso che l’Alviano con molta gente aveva passato il fiume dell’Oglio a Pontemolaro16, abbandonì Casalmaggiore.
Fatto questo principio alla guerra, il pontefice incontinente17 publicò, sotto nome di monitorio, una bolla orribile18; nella quale furno narrate tutte le usurpazioni che avevano fatte i viniziani delle terre pertinenti alla sedia apostolica, e l’autorità arrogatesi, in pregiudicio della libertà ecclesiastica e della giurisdizione de’ pontefici, di conferire i vescovadi e molti altri benefici vacanti, di trattare ne’ fori secolari le cause spirituali e l’altre attenenti al giudicio della Chiesa, e di molte altre cose, e tutte le inobbedienze passate. Oltre alle quali fu narrato che pochi dì innanzi, per turbare in pregiudicio della medesima sedia le cose di Bologna, avevano chiamati a Faenza i Bentivogli rebelli della Chiesa, e sottoposti19, loro e chi gli ricettasse, a gravissime censure; ammonendogli a restituire, infra ventiquattro dì prossimi, le terre che occupavano della Chiesa insieme con tutti i frutti ricevuti nel tempo l’aveano20 tenuto, sotto pena, in caso non ubbidissino, di incorrere nelle censure e interdetti, non solo la città di Vinegia ma tutte le terre che gli ubbidissino, e quelle ancora che non suddite allo imperio loro ricettassino alcuno viniziano; dichiarandogli incorsi in crimine di maestà lesa e diffidati come inimici, in perpetuo, da tutti i cristiani : a’ quali concedeva facoltà di occupare per tutto le robe loro e fare schiave le persone. Contro alla quale bolla fu da uomini incogniti presentata, pochi dì poi, nella città di Roma, una scrittura in nome del principe21 e de’ magistrati viniziani; nella quale, dopo lunga e acerbissima narrazione contro al pontefice e il re di Francia, si interponeva l’appellazione dal monitorio al futuro concilio22 e, in difetto della giustizia umana, a’ piedi di Cristo giustissimo giudice e principe supremo di tutti. Nel quale tempo, aggiugnendosi al monitorio spirituale le denunzie temporali, l’araldo Mongioia, arrivato in Vinegia e introdotto innanzi al doge e al collegio, protestò23 in nome del re di Francia la guerra già cominciata, aggravandola con cagioni più efficaci che vere o giuste : alla proposta24 del quale, avendo alquanto consultato, fu risposto dal doge con brevissime parole che, poi che il re di Francia aveva deliberato di muovere loro la guerra nel tempo che più speravano di lui, per la confederazione la quale non aveano mai violata, e per aversi, per non si separare da lui, provocato inimico il re de’ romani, che attenderebbeno a difendersi, sperando poterlo fare con le forze loro accompagnate dalla giustizia della causa. Questa risposta parve più secondo la degnità della republica che distendersi25 in giustificazioni e querele vane contro a chi già gli avea assaltati con l’armi.
Ma unito che fu a Pontevico l’esercito viniziano, nel quale erano dumila uomini d’arme tremila tra cavalli leggieri e stradiotti, quindicimila fanti eletti di tutta Italia, e veramente il fiore della milizia italiana non meno per la virtù de’ fanti che per la perizia e valore de’ capitani, e quindicimila altri fanti scelti dell’ordinanza de’ loro contadi, e accompagnati da copia grandissima di artiglierie, venne a Fontanella, terra vicina a Lodi a sei miglia e sedia opportuna a soccorrere Cremona, Crema, Caravaggio e Bergamo : ove giudicando avere occasione, per la ritirata di Ciamonte di là da Adda né essendo ancora unito tutto l’esercito del re, di ricuperare Trevi, si mossono per deliberazione del senato ma contro al consiglio, secondo che esso affermava poi, dell’Alviano; il quale allegava essere deliberazioni quasi repugnanti26 vietare che si combattesse coll’esercito degli inimici e da altra parte accostarsegli tanto, perché non sarebbe forse in potestà loro il ritirarsi, e quando pure potessino farlo, sarebbe con tanta diminuzione della reputazione di quello esercito che nocerebbe troppo alla somma27 di tutta la guerra; e che egli, per questo rispetto e per l’onore proprio e per l’onore comune della milizia italiana, eleggerebbe più tosto di morire che di consentire a tanta ignominia. Occupò prima l’esercito Rivolta dove i franzesi non avevano lasciata guardia alcuna, ove messi cinquanta cavalli e trecento fanti, si accostò a Trevi, terra poco distante da Adda e situata in luogo alquanto eminente, e nella quale Ciamonte aveva lasciate cinquanta lancie e mille fanti sotto il capitano Imbalt, Frontaglia28guascone e il cavaliere Bianco29; e piantate l’artigliene dalla parte di verso Casciano ove il muro era più debole, e facendo processo30 grande, quegli che erano dentro il dì seguente si arrenderono, salvi i soldati ma senza armi, e rimanendo prigioni i capitani, e la terra a discrezione libera del vincitore: la quale subito andò a sacco31, con danno maggiore de’ vincitori che de’ vinti. Perché il re di Francia, come intese il campo inimico essere intorno a Trevi, parendogli che la perdita di quel luogo quasi in su gli occhi suoi gli togliesse molto della reputazione, si mosse subitamente da Milano per soccorrerlo, e condotto, il dì poi che era stato preso Trevi che fu il nono di maggio, in sul fiume presso a Casciano, ove prima per l’opportunità32 di Casciano erano stati senza difficoltà gittati tre ponti in sulle barche, passò con tutto l’esercito, senza farsi dagli inimici dimostrazione alcuna di resistergli; maravigliandosi ciascuno che oziosamente perdessino tanta occasione di assaltare la prima parte delle genti che fusse passata, ed esclamando il Triulzio, quando vedde passarsi senza impedimento: ·— Oggi, o re cristianissimo, abbiamo guadagnato la vittoria. — La quale occasione è manifesto che medesimamente fu conosciuta e voluta usare dai capitani, ma non fu mai in potestà loro, né con autorità né con prieghi né con minaccie, fare uscire di Trevi i soldati, occupati nel sacco e nella preda: al quale disordine non bastando alcuno altro rimedio a provedere, l’Alviano per necessitargli a uscire fece mettere fuoco nella terra; ma fu fatto questo rimedio tanto tardi che già i franzesi con grandissima letizia erano interamente passati, beffandosi della viltà e del poco consiglio33 degli inimici.
Alloggiò il re con l’esercito poco più di uno miglio vicino allo alloggiamento de’ viniziani, posto in luogo alquanto rilevato e, per il sito e per i ripari fatti, forte in modo che non si poteva senza manifesto pericolo andare ad assaltargli; ove consultandosi in quale modo si dovesse procedere, molti di quegli che intervenivano ne’ consigli del re, persuadendosi che l’armi di Cesare avessino presto a sentirsi, confortavano che si procedesse lentamente, perché essendo ne’ fatti d’arme migliori le condizioni di colui che aspetta di essere assaltato che di chi cerca di assaltare altri, la necessità costrignerebbe i capitani viniziani, vedendosi impotenti a difendere quello imperio da tante parti, a cercare di fare la giornata34. Ma il re sentiva diversamente, purché s’avesse occasione di combattere in luogo dove il sito non potesse prevalere alla virtù de’ combattitori; mosso o perché temesse non35 fussino tardi i movimenti del re de’ romani, o perché, trovandosi in persona con tutte le forze del suo reame, non solo avesse speranza grande della vittoria ma giudicasse disonorarsi molto il nome suoe se da per sé senza aiuto d’altri non terminasse la guerra, e pel contrario essergli sommamente glorioso che per la potenza e virtù sua ottenessino non meno di lui gli altri confederati i premi della vittoria. Da altra parte il senato e i capitani de’ viniziani, non s’accelerando per timore di Cesare i consigli loro36, aveano deliberato, non si mettendo in luoghi eguali a loro e agli inimici ma fermandosi sempre in alloggiamenti forti, fuggire in un tempo medesimo la necessità del combattere e impedire a’ franzesi il fare processo alcuno importante. Con queste deliberazioni stette fermo l’uno e l’altro esercito; nel quale luogo, benché tra i cavalli leggieri si facessino spessi37 assalti, e che i franzesi facendo più innanzi l’artiglierie cercassino avere occasione di combattere, non si fece maggiore movimento. Mossesi il dì seguente il re verso Rivolta38, per tentare se il desiderio di conservarsi quella terra facesse muovere gli italiani; i quali non si movendo, per ottenere almeno la confessione tacita che e’ non ardissino di venire alla battaglia, stette fermo per quattro ore innanzi allo alloggiamento loro con tutto l’esercito ordinato alla battaglia, non facendo essi altro moto che di volgersi, senza abbandonare il sito forte, alla fronte de’ franzesi in ordinanza39 : nel qual tempo condotta da una parte de’ soldati del re l’artiglieria alle mura di Rivolta, fu in poche ore presa per forza; ove alloggiò la sera medesima il re con tutto l’esercito, angustiato nell’animo, e non poco, del modo col quale procedevano gli inimici, il consiglio de’ quali tanto più laudava quanto più gli dispiaceva. Ma per tentare di condurgli per necessità a quel che non gli induceva la volontà,dimorato che fu un giorno a Rivolta, abbruciatala nel partirsi, mosse l’esercito per andare ad alloggiare a Vaila40 o a Pandino la notte prossima, sperando da qualunque di questi due luoghi potere comodamente impedire le vettovaglie che da Cremona e da Crema venivano agli inimici, e così mettergli in necessità di abbandonare l’alloggiamento nel quale insino ad allora erano stati. Conoscevano i capitani viniziani quali fussino i pensieri del re, né dubitavano essere necessario di mettersi in uno alloggiamento forte propinquo agli inimici, per continuare di41 tenergli nelle medesime difficoltà e impedimenti; ma il conte di Pitigliano consigliava che si differisse il muoversi al dì seguente; nondimeno fece instanza tanto ardente del contrario l’Alviano, allegando essere necessario il prevenire, che finalmente fu deliberato di muoversi subitamente.
Due erano i cammini, l’uno più basso vicino al fiume dell’Adda ma più lungo a condursi a’ luoghi sopradetti andandosi per linea obliqua, l’altro più discosto dal fiume ma più breve perché si andava per linea diritta, e (come si dice) questo per la corda dell’arco quello per l’arco. Per il cammino di sotto procedeva l’esercito del re, nel quale si dicevano essere più di dumila lancie seimila fanti svizzeri e dodicimila tra guasconi e italiani, munitissimo di artiglierie e che aveva copia grande di guastatori42; per il cammino di sopra, e a mano destra inverso lo inimico, procedeva l’esercito viniziano, nel quale si dicevano essere dumila uomini d’arme più di ventimila fanti e numero grandissimo di cavalli leggieri, parte italiani parte condotti da’ viniziani di Grecia, i quali correvano innanzi, ma non si allargando43 quanto sogliono perché gli sterpi e arbuscelli, de’ quali tra l’uno e l’altro esercito era pieno il paese, gli impedivano: come medesimamente impedivano che l’uno e l’altro esercito non44 si vedesse. Nel qual modo procedendo, e avanzando continuamente di cammino l’esercito viniziano, si appropinquorno molto in un tempo medesimo l’avanguardia franzese governata da Carlo d’Ambuosa e da Gianiacopo da Triulzi, nella quale erano cinquecento lancie e i fanti svizzeri, e il retroguardo de’ viniziani guidato da Bartolomeo d’Alviano, nel quale erano [ottocento] uomini d’arme e quasi tutto il fiore de’ fanti dello esercito, ma che non procedeva molto ordinato non pensando l’Alviano che quel dì si dovesse combattere. Ma come vedde essersi tanto approssimato agli inimici, o svegliatasi in lui la solita caldezza o vedendosi ridotto in luogo che era necessario fare la giornata, significata45 subitamente al conte di Pitigliano, che andava innanzi con l’altra parte dell’esercito, la sua o necessità o deliberazione, lo ricercò che venisse a soccorrerlo : alla qual cosa il conte rispose che attendesse a camminare, che fuggisse il combattere, perché così ricercavano le ragioni46 della guerra e perché tale era la deliberazione del senato viniziano. Ma l’Alviano, in questo mezzo, avendo collocati i fanti suoi con sei pezzi di artiglieria in su uno piccolo argine fatto per ritenere l’impeto di uno torrente, il quale non menando allora acqua passava trall’uno e l’altro esercito, assaltò gli inimici con tale vigore e con tale furore che gli costrinse a piegarsi; essendogli in questo molto favorevole l’essersi principiato il fatto d’arme in una vigna, ove per i tralci delle viti non poteano i cavalli de’ franzesi espeditamente adoperarsi47. Ma fattasi innanzi per questo pericolo la battaglia48 dell’esercito franzese, nella quale era la persona del re, si serrarono i due primi squadroni addosso alla gente dell’Alviano; il quale per il principio felice venuto in grandissima speranza della vittoria, correndo in qua e in là, riscaldava e stimolava con ardentissime voci i soldati suoi. Combattevasi da ogni parte molto ferocemente49, avendo i franzesi per il soccorso de’ suoi ripigliato le forze e l’animo, ed essendo la battaglia ridotta in luogo aperto ove i cavalli, de’ quali molto prevalevano, si potevano liberamente maneggiare; accesi ancora assai per la presenza del re il quale, non avendo maggiore rispetto alla persona sua che se fusse stato privato soldato, esposto al pericolo dell’artiglierie non cessava, secondo che co’ suoi era di bisogno, di comandare, di confortare, di minacciare : e da altra parte i fanti italiani, inanimiti da’ successi primi, combattevano con vigore incredibile, non mancando l’Alviano di tutti gli offici convenienti a eccellente soldato e capitano. Finalmente, essendosi con somma virtù combattuto circa a tre ore, la fanteria italiana danneggiata maravigliosamente nel luogo aperto50 da’ cavalli degli inimici, ricevendo oltre a questo non piccolo impedimento che51 nel terreno diventato lubrico52 per grandissima pioggia, sopravenuta mentre si combatteva, non potevano i fanti combattendo fermare53 i piedi, e sopratutto mancandogli il soccorso de’ suoi, cominciò a combattere con grandissimo disavvantaggio; e nondimeno resistendo con grandissima virtù, ma già avendo perduta la speranza del vincere, più per la gloria che per la salute, fece sanguinosa e per alquanto spazio di tempo dubbia la vittoria de’ franzesi; e ultimatamente, perdute prima le forze che il valore, senza mostrare le spalle agli inimici, rimasono quasi tutti morti in quel luogo: tra’ quali fu molto celebrato il nome di Piero, uno de’ marchesi del Monte a Santa Maria di Toscana, esercitato54 condottiere di fanti nelle guerre di Pisa agli stipendi de’ fiorentini, e allora uno de’ colonnelli55 della fanteria viniziana. Per la quale resistenza tanto valorosa di una parte sola dell’esercito, fu allora opinione costante di molti che se tutto l’esercito de’ viniziani entrava nella battaglia arebbe ottenuta la vittoria : ma il conte di Pitigliano con la maggiore parte si astenne dal fatto d’arme; o perché, come diceva egli, essendosi voltato per entrare nella battaglia fusse urtato dal seguente squadrone de’ viniziani che già fuggiva, o pure, come si sparse la fama, perché non avendo speranza di potere vincere, e sdegnato che l’Alviano avesse contro alla autorità sua presunto di combattere, migliore consiglio riputasse che quella parte dell’esercito si salvasse che il tutto per l’altrui temerità si perdesse. Morirno in questa battaglia pochi uomini d’arme56, perché la uccisione grande fu de’ fanti de’ viniziani, de’ quali alcuni affermano esserne stati ammazzati ottomila; altri dicono che ’l numero de’ morti da ogni parte non passò in tutto seimila. Rimase prigione Bartolomeo d’Alviano, il quale con uno occhio e col volto tutto percosso e livido fu menato al padiglione del re; presi venti pezzi d’artiglieria grossa e molta minuta; e il rimanente dell’esercito, non seguitato57, si salvò.Questa fu la giornata famosa di Ghiaradadda o, come altri la chiamano, di Vaila, fatta il quartodecimo dì di maggio; per memoria della quale il re fece nel luogo ove si era combattuto edificare una cappella, onorandola col nome di Santa Maria della Vittoria.
Ottenuta tanta vittoria, il re, per non corrompere con la negligenza l’occasione acquistata con la virtù e con la fortuna, andò il dì seguente a Caravaggio; ed essendosegli arrenduta subito a patti la terra, batté con l’artiglierie la fortezza, la quale in spazio di uno dì si dette liberamente58. Arrendessegli il prossimo dì, non aspettato che l’esercito s’accostasse, la città di Bergamo; nella quale lasciate cinquanta lancie e mille fanti per la espugnazione della fortezza, si indirizzò a Brescia; dove, innanzi arrivasse, la fortezza di Bergamo stata battuta59 uno dì con l’artiglierie si arrendé, con patto che fussino prigioni Marino Giorgio60 e gli altri ufficiali viniziani: perché il re, non tanto mosso da odio quanto dalla speranza d’averne a trarre quantità grande di danari, era deliberato di non accettare mai, quando se gli arrendevano le terre, patto alcuno per il quale fussino salvati i gentiluomini viniziani. Ne’ bresciani non era più quella antica disposizione con la quale avevano, al tempo degli avoli loro, sostenuto nelle guerre di Filippo Maria Visconte gravissimo assedio61 per conservarsi sotto lo imperio viniziano; ma inclinati a darsi a’ franzesi, parte per il terrore delle armi loro parte per i conforti62 del conte Giovanfrancesco da Gambara, capo della fazione ghibellina, avevano il dì dopo la rotta occupate le porte della città, opponendosi apertamente a Giorgio Cornaro, il quale andato quivi con grandissima celerità voleva mettervi gente; e dipoi accostatosi alla città l’esercito diminuito assai di numero, non tanto per il danno ricevuto nel fatto d’arme quanto perché, come accade ne’ casi simili, molti volontariamente se ne partivano, disprezzorono63 l’autorità e i prieghi di Andrea Gritti, che entrò in Brescia a persuadergli che gli accettassino per loro difesa. Però l’esercito, non si riputando sicuro in quel luogo, andò verso Peschiera; e la città di Brescia, facendosene autori64 i Gambereschi, si arrendé al re di Francia; e il medesimo fece due dì poi la fortezza, con patto che fussino salvi tutti quegli che vi erano dentro, eccetto i gentiluomini viniziani.
1. Cassano d’Adda.
2. Treviglio.
3. rassegnavano i fanti: reclutavano i soldati e li distribuivano nelle compagnie.
4. ordinata per: destinata a.
5. la terra: la città.
6. per correre il paese: per fare scorrerie nella campagna.
7. appiccatasi: scontratasi.
8. Il rivellino era un’opera di fortificazione esterna, posta davanti ad un fronte di fortificazione.
9. appresentate: puntate.
10. I falconetti erano piccole artiglierie che lanciavano palle di circa 700 grammi.
11. ad… Ciamonte: ad arrendersi senza alcuna condizione a Ciamonte.
12. Braccio Fortebracci da Montone, figlio di Carlo.
13. da cui… lancie: al cui servizio era condottiere di cento lance.
14. Alvise Bon (o Buono), podestà di Casalmaggiore.
15. dimostrarsi: farsi vedere..
16. Forse Pontemolino, che però è sul Tartaro.
17. incontinente: subito.
18. 27 aprile 1509.
19. sottoposti: i Bentivogli.
20. nel tempo l’aveano:nel tempo che le avevano.
21. del principe: del doge.
22. si… concilio: si faceva appello contro il monitorio al prossimo concilio.
23. protestò: dichiarò.
24. alla proposta: alla dichiarazione.
25. distendersi: dilungarsi.
26. repugnanti: inconciliabili.
27. alla somma: al risultato finale.
28. Michel (o Jean) d’Astarac, signore di Frontailles.
29. Antoine de Modard d’Arces, signore de la Bastie de Meylan.
30. processo: progresso.
31. 8 maggio 1509.
32. l’opportunità: la posizione favorevole.
33. del poco consiglio: della scarsa avvedutezza.
34. di fare la giornata: di venire a battaglia campale.
35. temesse non: temesse che.
36. non si accelerando… i consigli loro: non volendo prendere… decisioni affrettate.
37. spessi: frequenti.
38. Rivolta d’Adda.
39. in ordinanza: in ordine di battaglia.
40. Vailate.
41. di: a.
42. I guastatori erano operai incaricati di eliminare gli ostacoli che si opponevano all’avanzata dell’esercito.
43. non si allargando: non distanziandosi.
44. impedivano che… non: impedivano che.
45. significata: comunicata.
46. ricercavano le ragioni: richiedevano le norme.
47. espeditamente adoperarsi: muoversi liberamente.
48. la battaglia: il grosso.
49. ferocemente: accanitamente.
50. nel luogo aperto: nella parte colpita.
51. che: dal fatto che.
52. lubrico: scivoloso.
53. fermare: tenere saldi.
54. esercitato: abile, esperto.
55. uno de’ colonnelli: uno dei capi di drappello.
56. uomini d’arme: soldati a cavallo armati di armi pesanti.
57. non seguitato: non inseguito.
58. liberamente: senza condizioni.
59. stata battuta: dopo essere stata colpita.
60. Marino Zorzi, provveditore a Bergamo.
61. gravissimo assedio: durissimo assedio (1438-39).
62. per li conforti: per le esortazioni.
63. disprezzorono: non vollero prendere in considerazione.
64. autori: promotori.
CAPITOLO V
Dolore e spavento a Venezia dopo la disfatta e provvedimenti del governo. Nuove conquiste del re di Francia. Il pontefice acquista le terre di Romagna. Altre terre perdute da’ veneziani.
Ma come a Vinegia pervenne la nuova di tanta calamità non si potrebbe immaginare non che scrivere quanto fusse il dolore e lo spavento universale, e quanto divenissino confusi e attoniti gli animi di tutti, insoliti a sentire avversità tali anzi assuefatti a riportare quasi sempre vittoria in tutte le guerre e presentandosegli innanzi agli occhi la perdita dello imperio e il pericolo della ultima ruina della loro patria, in luogo di tanta gloria e grandezza con la quale da pochi mesi indietro1 si proponevano nell’animo l’imperio di tutta Italia. Però da ogni parte della città si concorreva con grandissimi gridi e miserabili lamenti al palagio publico : nel quale consultandosi per i senatori quello che in tanto caso fusse da fare, rimaneva dopo lunga consulta soprafatto il consiglio2 dalla disperazione, tanto deboli e incerti erano i rimedi, tanto minime e quasi nulle le speranze della salute; considerando non avere altri capitani né altre genti per difendersi che quelle che avanzavano della rotta spogliate di forze e di animo, i popoli sudditi a quello dominio o inclinati a ribellarsi o alieni da tollerare per loro danni e pericoli, il re di Francia, con esercito potentissimo e insolente per la vittoria, disposto a seguitare il corso della prospera fortuna, al nome solamente del quale essere per cedere ciascuno; e se a lui solo non avevano potuto resistere, che sarebbe venendo innanzi il re de’ romani, il quale si intendeva appropinquarsi a’ confini loro, e che ora invitato da tanta occasione accelererebbe il venire? mostrarsi da ogni parte pericoli e disperazione con pochissimi indizi di speranze. E che sicurtà avere che nella propria patria, piena di innumerabile moltitudine, non si suscitasse, parte per la cupidità del rubare parte per l’odio contro a’ gentiluomini, qualche pericoloso tumulto? Già (quel che è l’estremo grado della timidità)3 reputavano certissimi tutti i casi avversi i quali si rappresentavano alla immaginazione propria che potessino succedere; e nondimeno, raccolto in tanto timore il meglio potevano l’animo4, deliberorno di fare estrema diligenza di riconciliarsi per qualunque modo col pontefice col re de’ romani e col re cattolico, senza pensiero alcuno di mitigare l’animo del re di Francia, perché dell’odio suo contro a loro non manco diffidavano che e’ temessino delle sue armi : né posti perciò da parte i pensieri di difendersi, attendendo a fare provisione di danari, ordinavano5 di soldare6 nuova gente per terra e, temendo della armata7 che si diceva prepararsi a Genova, accrescere insino in8 cinquanta galee l’armata loro, della quale era capitano Angelo Trevisano.
Ma preveniva tutti i consigli loro la celerità del re di Francia, al quale dopo l’acquisto di Brescia si era arrenduta la città di Cremona, ritenendosi ancora per i viniziani9 la fortezza; la quale benché fortissima arebbe seguitato l’esempio degli altri (avendo massime, ne’ medesimi dì, fatto il medesimo la fortezza di Pizichitone)…, se il re avesse consentito che tutti ne uscissino salvi; ma essendovisi ridotti10 dentro molti gentiluomini viniziani, e tra gli altri Zacheria Contareno ricchissimo uomo, negava di accettarla se non con patto che questi venissino in sua potestà. Però mandatevi genti a tenerla assediata, ed essendosi le genti viniziane, che continuamente diminuivano, fermate nel Campomarzio appresso a Verona perché i veronesi non avevano voluto riceverle dentro, il re camminò innanzi a Peschiera per acquistare la fortezza, essendosi già arrenduta la terra11; la quale come ebbeno cominciata a battere con L’artiglierie, vi entrarono per piccole rotture di muro con impeto grandissimo i fanti svizzeri e guasconi, ammazzando i fanti che in numero circa quattrocento vi erano dentro; e il capitano della fortezza che era medesimamente capitano della terra, gentiluomo viniziano, fatto prigione, fu per comandamento del re insieme col figliuolo a’ merli medesimi impiccato: inducendosi il re a questa crudeltà acciò che quegli che erano nella fortezza di Cremona, spaventati per questo supplicio, non si difendessino insino all’ultima ostinazione. Così aveva, in spazio di quindici dì dopo la vittoria, acquistato il re di Francia, dalla fortezza di Cremona in fuora, tutto quello che gli apparteneva per la divisione fatta a Cambrai : acquisto molto opportuno12 al ducato di Milano, e per il quale s’accrescevano le entrate regie, ciascuno anno, molto più di dugentornila ducati.
Nel qual tempo, non si sentendo ancora in luogo alcuno l’armi del re de’ romani, aveva il pontefice assaltate le terre di Romagna con quattrocento uomini d’arme quattrocento cavalli leggieri e ottomila fanti, e con artiglierie del duca di Ferrara, il quale avea eletto gonfaloniere della Chiesa, titolo, secondo l’uso de’ tempi nostri, più di degnità che di autorità; preposti a questo esercito Francesco da Castel del Rio cardinale di Pavia13, con titolo di legato apostolico, e Francesco Maria della Rovere figliuolo già di Giovanni suo fratello, il quale adottato in14 figliuolo di Guido Ubaldo duca di Urbino, zio materno, e confermata per l’autorità del pontefice l’adozione nel concistorio, era l’anno dinanzi, morto lui senza altri figliuoli, succeduto in quel ducato. Con questo esercito avendo scorso15 da Cesena verso Cervia e venuti poi tra Imola e Faenza preseno la terra di Solarolo, e stati qualche dì alla bastia16 vicina a tre miglia di Faenza andorno a Berzighella, terra principale di Valdilamone, ove era entrato Giampaolo Manfrone con ottocento fanti e alcuni cavalli; i quali usciti fuora a combattere, condotti in uno agguato furno sì vigorosamente assaliti da Giampaolo Baglioni e Lodovico dalla Mirandola, condottieri nello esercito ecclesiastico, che rifuggendo nella terra vi entrarono mescolati insieme con loro, e con tale impeto che il Manfrone caduto da cavallo appena ebbe tempo a ritirarsi nella rocca : alla quale essendo presentata17 l’artiglieria, fu dal primo colpo abbruciata la munizione che vi era dentro, dal quale caso impauriti si rimessono senza alcuna condizione nell’arbitrio de’ vincitori. Occupata tutta la valle, l’esercito sceso nel piano, preso Granarolo e tutte l’altre terre del contado di Faenza, andò a campo a Russi, castello situato tra Faenza e Ravenna, ma di non facile espugnazione perché, circondato da fosse larghe e profonde e forte di mura, era guardato da seicento fanti forestieri. E faceva l’espugnazione più diffìcile non essere nello esercito ecclesiastico né quel consiglio18 né quella concordia che sarebbe stata necessaria, benché le forze vi abbondassino, conciossiaché di nuovo19 vi erano giunti tremila fanti svizzeri soldati dal pontefice; e però, con tutto che i viniziani non fussino potenti in Romagna, si faceva per gli20 ecclesiastici poco progresso. I quali21 per infestare22 essendo uscito di Ravenna con la sua compagnia Giovanni Greco, capitano di stradiotti23, fu rotto e fatto prigione da Giovanni Vitelli uno de’ condottieri ecclesiastici. Pure finalmente, poi che furono stati intorno a Russi dieci dì l’ottennono per accordo; ed essendo in questo tempo medesimo succeduta la vittoria del re di Francia, la città di Faenza, la quale per esservi pochi soldati de’ viniziani era in potestà di se medesima24, convenne di ricevere il dominio del pontefice se infra quindici dì non fusse soccorsa : la quale convenzione poi che fu fatta, essendo usciti di Faenza cinquecento fanti de’ viniziani, sotto la fede25 del legato, furono svaligiati per commissione del duca di Urbino. Fece il medesimo e26 la città di Ravenna, subito che se gli accostò l’esercito. Così, più con, la riputazione della vittoria del re di Francia che con le armi proprie, acquistò presto il pontefice le terre tanto desiderate della Romagna; nella quale non tenevano più i viniziani altro che la fortezza di Ravenna.
Contro a’ quali si scoprivano, dopo la rotta dello esercito loro, ogni dì nuovi inimici. Perché il duca di Ferrara, il quale insino a quel dì non si era voluto dimostrare27, cacciò subito di Ferrara il bisdomino, magistrato che per antiche convenzioni, per rendere ragione28 a’ sudditi loro, vi tenevano i viniziani, e prese l’armi recuperò senza ostacolo alcuno il Polesine di Rovigo, e sfondò29 con l’artiglierie l’xarmata de’ viniziani che era nel fiume dello Adice; e al marchese di Mantova si arrenderono Asola e Lunato30, occupate già da’ viniziani, nelle guerre contro a Filippo Maria Visconte, a Giovanfrancesco da Gonzaga suo proavo. In Istria Cristoforo Frangiapane31 occupò Pisinio32 e Divinio33, e il duca di Brunsvich34, entrato per comandamento di Cesare nel Friuli con duemila uomini comandati, prese Feltro35 e Bellona36. Alla venuta del quale e alla fama della vittoria de’ franzesi, Triesti e l’altre terre, dallo acquisto delle quali era proceduta a’ viniziani l’origine di tanti mali, tornorno allo imperio di Cesare. Occuporono eziandio i conti di Lodrone alcune castella vicine; e il vescovo di Trento, con simile movimento, Riva di Trento e Agresto.
1. da… indietro: pochi mesi prima.
2. il consiglio: la capacità di deliberare.
3. timidità: paura.
4. raccolto… l’animo: ripreso… il coraggio.
5. ordinavano: stabilivano.
6. soldare: assoldare.
7. armata: flotta.
8. insino in: fino a.
9. ritenendosi… viniziani: avendo i veneziani ancora in mano loro.
10. ridotti: rifugiati.
11. la terra: la città.
12. opportuno: vantaggioso.
13. Francesco Alidosi, dei signori di Castel del Rio, vescovo di Pavia e cardinale dal 1505.
14. in: come.
15. scorso: avanzato facendo scorrerie.
16. Località di difficile identificazione.
17. presentata: puntata.
18. consiglio: capacità.
19. di nuovo: ultimamente.
20. per gli: da parte degli.
21. I quali: è oggetto.
22. infestare: attaccare.
23. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.
24. in potestà di se medesima: indipendente (cfr. il latino in sua potestate).
25. sotto la fede: dietro garanzia (della propria incolumità).
26. e: anche.
27. non… dimostrare: non aveva voluto prendere posizione.
28. per vendere ragione: per amministrare la giustizia.
29. sfondò: affondò.
30. Lonato.
31. Cristoforo Frangipane, feudatario di Venezia in alcune zone della Croazia, nel 1508 era passato al servizio dell’imperatore.
32. Pisino.
33. Duino.
34. Erich von Braunschweig.
35. Feltre.
36. Belluno.
CAPITOLO VI
Padova, Verona ed altre terre lasciate in arbitrio de’ popoli. Ambasciata e orazione di Antonio Giustiniano a Massimiliano. I veneziani mandano in Puglia per la consegna dei porti al re d’Aragona e in Romagna per la consegna al pontefice di quanto ancora essi possiedono.
Ma niuna cosa aveva dopo la rotta di Vaila spaventato tanto i viniziani quanto la espugnazione della rocca di Peschiera, intorno alla quale si erano persuasi doversi per la fortezza sua fermare l’impeto dei vincitori. Però attoniti per tanti mali, e temendo estremamente che non1 si facesse più innanzi il re di Francia, disperate le cose loro2 e astretti più da timidità che da consiglio3, ritiratesi le genti loro a Mestri, le quali senza obedienza e ordine alcuno erano ridotte a numero molto piccolo, deliberorono, per non avere più tanti inimici, con disperazione forse troppo presta, di cedere4 allo imperio di terra ferma : né meno, per5 levare al re di Francia l’occasione di approssimarsi a Vinegia; perché non stavano senza sospetto che in quella città si facesse qualche tumulto, concitato da’ popolari o dalla moltitudine innumerabile che vi abita di forestieri, questi tirati da desiderio di rubare, quegli da non volere tollerare che, essendo cittadini nati per lunga successione6 in una medesima città, anzi molti del medesimo sangue e delle medesime famiglie, fussino esclusi dagli onori, e in tutte le cose quasi soggetti a’ gentiluomini. Della quale abiezione d’animo7 fu anche nel senato allegata questa ragione, che se volontariamente cedevano allo imperio per fuggire i presenti pericoli, che con più facilità, ritornando mai8 la prospera fortuna, lo ricupererebbeno; perché i popoli, licenziati9 spontaneamente da loro, non sarebbeno così renitenti a tornare sotto l’antico dominio come sarebbeno se se ne fussino partiti con aperta rebellione10.Dalle quali ragioni mossi, dimenticata la generosità11 viniziana, e lo splendore di tanto gloriosa republica, contenti di ritenersi12 solamente l’acque salse, commesseno agli ufficiali che erano in Padova in Verona e nelle altre terre destinate a Massimiliano, che lasciatele in arbitrio de’ popoli se ne partissino. E oltre a questo, per ottenere da lui con qualunque condizione la pace, gli mandorono con somma celerità imbasciadore Antonio Giustiniano; il quale, ammesso in publica udienza al cospetto di Cesare, parlò miserabilmente13 e con grandissima sommissione : ma invano, perché Cesare recusava di fare senza il re di Francia convenzione alcuna. Non mi pare alieno dal nostro proposito, acciò che meglio si intenda in quanta costernazione d’animo fusse ridotta quella republica, la quale già più di dugento anni non avea sentito avversità pari a questa, inserire la propria orazione avuta da lui14 innanzi a Cesare, trasferendo solamente le parole latine in voci volgari15; le quali furono in questo tenore :
— È manifesto e certo che gli antichi filosofi e gli uomini principali della gentilità16 non errorono, quando quella essere vera, salda, sempiterna e immortale gloria afiermorono la quale si acquista dal vincere se medesimo: questa esaltorono sopra tutti i regni trofei e trionfi. Di questo è laudato Scipione maggiore, chiaro per tante vittorie; e più splendore gli dette che l’Africa vinta e Cartagine domata. Non partorì questa cosa medesima la immortalità a quel macedone grande? quando Dario vinto da lui in una battaglia grandissima pregò gli dèi immortali che stabilissino il suo regno, ma se altrimenti avessino disposto non chiese altro successore che questo tanto benigno inimico tanto mansueto vincitore. Cesare dittatore, del quale tu hai il nome e la fortuna, del quale tu ritieni la liberalità la munificenza e l’altre virtù, non meritò egli di essere descritto17 nel numero degli dèi per concedere per rimettere per perdonare? Il senato finalmente e il popolo romano, quello domatore del mondo, il cui imperio è in terra in te solo e in te si rappresenta la sua amplitudine e maestà, non sottopose egli più popoli e provincie con la clemenza con la equità e mansuetudine che con le armi o con la guerra? le quali cose poi che sono così, non sarà numerata trall’ultime laudi se la Maestà tua, che ha in mano la vittoria acquistata de’ viniziani, ricordatasi della fragilità umana, saprà moderatamente usarla, e se più inclinerà agli studi18 della pace che agli eventi dubbi della guerra. Perché quanta sia la incostanza delle cose umane, quanto incerti i casi, quanto dubbio mutabile fallace e pericoloso lo stato de’ mortali, non è necessario mostrare con esempli forestieri o antichi: assai e più che abbastanza lo insegna la republica viniziana, la quale poco innanzi florida risplendente chiara e potente, in modo che ’l nome e la fama sua celebrata non stesse dentro a’ confini della Europa ma con pompa egregia corresse per l’Africa e per l’Asia, e risonando facesse festa negli ultimi termini del mondo, questa, per una sola battaglia avversa e ancora leggiera, privata della chiarezza19 delle cose fatte, spogliata delle ricchezze, lacerata conculcata e rovinata, bisognosa di ogni cosa, massime di consiglio, è in modo caduta che sia invecchiata la imagine di tutta l’antica virtù, e raffreddato tutto il fervore della guerra. Ma ingannansi, senza dubbio ingannansi i franzesi, se attribuiscono queste cose alla virtù loro; conciossiaché per il passato, travagliati da maggiore incomodità, percossi e consumati da grandissimi danni e ruine, non rimessono mai l’animo20, e allora potìssimamente21 quando con grande pericolo facevano guerra molti anni col crudelissimo tiranno de’ turchi; anzi sempre di vinti diventarono vincitori. Il medesimo arebbono sperato che fusse stato al presente se, udito il nome terribile della Maestà tua, udita la vivace e invitta virtù delle tue genti, non fussino in modo caduti gli animi di tutti che non ci sia rimasta speranza alcuna non dico di vincere ma né22 di resistere. Però, gittate in terra l’armi, abbiamo riposta la speranza nella clemenza inenarrabile o più tosto divina pietà della Maestà tua, la quale non diffidiamo dovere trovare alle cose nostre perdute23. Adunque, supplicando in nome del principe, del senato e del popolo viniziano, con umile divozione ti preghiamo oriamo scongiuriamo: degnisi tua Maestà riguardare con gli occhi della misericordia le cose nostre afflitte, e medicarle con salutifero rimedio. Abbraccieremo tutte le condizioni della pace che tu ci darai, tutte le giudicheremo eque oneste conformi alla equità e alla ragione. Ma forse noi siamo degni che da noi medesimi ci tassiamo24. Tornino con nostro consenso a te, vero e legittimo signore, tutte le cose che i nostri maggiori tolsono al sacro imperio e al ducato di Austria. Alle quali cose, perché venghino più convenientemente, aggiugniamo tutto quello che possediamo in terra ferma; alle ragioni delle quali25, in qualunque modo siano acquistate, rinunciamo. Pagheremo oltre a questo, ogni anno, alla Maestà tua e a’ successori legittimi dello imperio, in perpetuo, ducati cinquantami la; ubbidiremo volentieri a’ tuoi comandamenti decreti leggi precetti. Difendici, priego, dalla insolenza di coloro co’ quali poco fa accompagnammo l’armi nostre, i quali ora proviamo crudelissimi inimici, che non appetiscono non desiderano cosa alcuna tanto quanto la ruina del nome viniziano: dalla quale clemenza conservati chiameremo te padre progenitore e fondatore della nostra città, scriveremo negli annali e continuamente a’ figliuoli nostri i tuoi meriti grandi racconteremo. Né sarà piccola aggiunta alle tue laudi, che tu sia il primo a’ piedi del quale la republica veneta supplichevole si prostra in terra, al quale abbassa il collo, il quale onora riverisce osserva come uno dio celeste. Se il sommo massimo Dio avesse dato inclinazione a’ maggiori nostri non si fussino ingegnati di maneggiare le cose di altri, già la nostra republica piena di splendore avanzerebbe di molto l’altre città della Europa; la quale ora, marcida di squallore di sorde26 di corruzione, deforme di ignominia e di vituperio, piena di derilione di contumelie di cavillazoni, ha dissipato in uno momento l’onore di tutte le vittorie acquistate. Ma perché il parlare ritorni finalmente dove cominciò, è in potestà tua, rimettendo e perdonando a’ tuoi viniziani, acquistare un nome, un onore, del quale niuno, vincendo, in qualunque tempo, acquistò mai il maggiore il più splendido. Questo niuna vetustà niuna più lunga antichità niuno corso di tempo cancellerà delle menti de’ mortali, ma tutti i secoli ti chiameranno predicheranno e confesseranno pio, clemente, principe più glorioso di tutti gli altri. Noi, tuoi viniziani, attribuiremo tutto alla tua virtù felicità e clemenza: che noi viviamo, che usiamo l’aura celeste, che godiamo il commercio degli uomini. —
Mandorono i viniziani, per la medesima deliberazione, uno uomo in Puglia a consegnare i porti al re d’Aragona; il quale, sapendo senza spesa e senza pericolo godere il frutto delle altrui fatiche, aveva mandato di Spagna una armata27 piccolissima, dalla quale erano state occupate alcune terre di poco momento de’ contadi di quelle città. Mandorno similmente in Romagna un secretario publico, con commissione che al pontefice si consegnasse quel che ancora si teneva per loro, in caso che28 e’ fusse liberato Giampagolo Manfrone e gli altri prigioni, avessino facoltà di trarne l’artiglierie, e che le genti che erano in Ravenna fussino salve. Le quali condizioni mentre che il pontefice, per non dispiacere a’ confederati, fa difficoltà di accettare, si arrendé la città di Ravenna. E poco dipoi i soldati, che erano nella fortezza, per loro medesimi29 la dettono; recusando il secretario de’ viniziani che vi era entrato dentro, perché quegli che per loro30 trattavano a Roma davano speranza che alla fine il pontefice consentirebbe alle condizioni con le quali la restituzione aveano offerta: lamentandosi gravemente il pontefice essere stata dimostrata maggiore contumacia31 con lui che non era stata usata né con Cesare né col re d’Aragona. E però, addimandandogli i cardinali Grimanno32 e Cornaro33 viniziani, in nome del senato, l’assoluzione dal monitorio come debita, per avere offerta nel termine de’ ventiquattro dì la restituzione, rispose non avere ubbidito34, perché non l’aveano offerta semplicemente ma con limitate35 condizioni, e perché erano stati ammuniti a restituire oltre alle terre i frutti presi e tutti i beni che e’ possedevano appartenenti alla chiesa o alle persone ecclesiastiche.
1. temendo… che non: temendo… che.
2. disperate le cose loro: considerata disperata la propria situazione.
3. astretti… consiglio: agendo più dietro la spinta della paura che dopo aver ben ponderato le cose.
4. cedere: rinunziare.
5. né meno per: e anche per. Dipende sempre da deliberorno.
6. per lunga successione: da gran numero di generazioni.
7. Della… animo: del quale cedimento. Cfr. il latino animi abiectio.
8. ritornando mai: se un giorno ritornasse.
9. licenziati: concluse e consolidate a doverelasciati liberi.
10. se… ribellione: vi si fossero apertamente ribellati.
11. la generosità: la grandezza, la magnanimità.
12. ritenersi: conservare.
13. miserabilmente: in modo da destare compassione.
14. la propria… da lui: testualmente il discorso pronunciato da lui.
15. trasferendo… volgari: limitandomi a tradurre le parole dal latino in italiano.
16. della gentilità: tra i pagani.
17. descritto: incluso, annoverato.
18. agli studi: alle cure.
19. della chiarezza: dello splendore.
20. non… animo: non si persero mai di coraggio.
21. potìssimamente: specialmente.
22. né: nemmeno.
23. alle… perdute: alla nostra situazione disperata. Cfr. il latino res perditas.
24. ci tassiamo: decidiamo il tributo che dobbiamo pagare.
25. alle… quali: ai diritti sulle quali.
26. sorde: sozzura.
27. armata: fiotta.
28. in caso che: purché, a condizione che.
29. per loro medesimi: di loro spontanea iniziativa.
30. per loro: in nome dei veneziani.
31. maggiore contumacia: più lunga inobbedienza.
32. Domenico Grimanni, cardinale di San Marco.
33. Marco Cornaro, cardinale di Santa Maria in Portico e patriarca di Costantinopoli.
34. Non avere ubbidito: il soggetto sottinteso è i veneziani.
35. limitate: precise e restrittive.
CAPITOLO VII
Sentimenti diversi in Italia per le sventure de’ veneziani. Il pontefice acconsente a ricevere gli ambasciatori di Venezia. Mentre Padova, Vicenza e altre terre consegnano le chiavi agli ambasciatori di Massimiliano, Treviso si afferma fedele a Venezia. Inazione e lentezze di Massimiliano.
In questo modo precipitavano con impeto grandissimo e quasi stupendo le cose della republica viniziana, calamità sopra a calamità continuamente accumulandosi, qualunque speranza si proponevano mancando, né indizio alcuno apparendo per il quale sperare potessino almeno conservare, dopo la perdita di tanto imperio, la propria libertà. Moveva variamente tanta rovina gli animi degli italiani, ricevendone molti sommo piacere per la memoria che, procedendo con grandissima ambizione, posposti i rispetti1 della giustizia e della osservanza della fede e occupando tutto quello di che se gli offeriva l’occasione, aveano scopertamente cercato di sottoporsi tutta Italia: le quali cose facevano universalmente molto odioso il nome loro, odioso ancora più per la fama che risonava per tutto della alterezza naturale a quella nazione. Da altra parte, molti considerando più sanamente lo stato delle cose, e quanto fusse brutto e calamitoso a tutta Italia il ridursi interamente sotto la servitù de’ forestieri, sentivano con dispiacere incredibile che una tanta città, sedia sì inveterata di libertà, splendore per tutto il mondo del nome italiano, cadesse in tanto esterminio; onde non rimaneva più freno alcuno al furore degli oltramontani, e si spegneva il più glorioso membro, e quel che più che alcuno altro conservava la fama e l’estimazione2 comune.
Ma sopra a tutti gli altri era molesta tanta declinazione al pontefice, sospettoso della potenza del re de’ romani e del re di Francia, e desideroso che l’essere implicati in altre faccende gli rimovesse da’ pensieri di opprimere lui. Per la quale cagione, deliberando, benché occultamente, di sostentare quanto poteva che più oltre non3 procedessino i mali di quella republica, accettò le lettere scrittegli in nome del doge di Vinegia, per le quali lo pregava con grandissima sommissione che si degnasse ammettere sei imbasciadori eletti de’ principali del senato, per ricercarlo supplichevolmente del perdono e della assoluzione. Lette le lettere e proposta la dimanda in concistoro, allegando il costume antico della Chiesa di non si mostrare duro4 a culoio die, avendo penitenza degli errori commessi, dimandano venia, consentì d’ammettergli5 : repugnando6 molto gli oratori di Cesare e del re di Francia, e riducendogli in memoria7 che per la lega di Cambrai era espressamente obligato a perseguitargli, con l’armi temporali e spirituali, insino a tanto che ciascuno de’ confederati avesse recuperato quello che se gli apparteneva : a’ quali rispondeva avere consentito di ammettergli con intenzione di non concede re l’assoluzione se prima Cesare, che solo non avea recuperato il tutto, non conseguitava le cose che se gli appartenevano.
Dette questa cosa qualche cominciamento di speranza e di sicurtà a’ viniziani. Ma gli assicurò molto più dal terrore estremo dal quale erano oppressi la deliberazione del re di Francia, di osservare con buona fede la capitolazione fatta con Cesare e, poiché aveva acquistato tutto quello che aspettava a sé, non entrare con lo esercito più oltre che fussino i termini suoi8. Però, essendo in potestà sua non solo accettare Verona, gl’imbasciadori della quale città venneno a lui per darsegli, presa che ebbe Peschiera, ma similmente occupare senza ostacolo alcuno Padova e l’altre terre abbandonate da’ viniziani, volle che gli imbasciadori de’ veronesi presentassino le chiavi della terra agli imbasciadori di Cesare che erano nello esercito suo. E per questa cagione si fermò con tutte le genti a Peschiera; la quale terra, invitato dalla opportunità del luogo, ritenne per sé, non ostante che appartenesse al marchese di Mantova, perché insieme con Asola e Lunato era stata occupata da’ viniziani : non avendo ardire di negar lo il marchese, al quale riservò l’entrate della terra e promesse di ricompensarlo con cosa equivalente. E aveva ne’ medesimi dì ricevuta per accordo la fortezza di Cremona, con patto che a tutti i soldati fusse salva la vita e la roba, eccetto quegli che fussino sudditi suoi, e che i gentiluomini viniziani a’ quali dette la fede di salvare la vita fussino suoi prigioni. Seguitorono l’esempio di Verona, Vicenza Padova e l’altre terre, eccetto la città di Trevisi; la quale, abbandonata già da’ magistrati e dalle genti de’ viniziani, arebbe fatto il medesimo, se di Cesare fusse apparito o forze benché minime o almeno persona di autorità. Ma essendovi andato per riceverla in suo nome, senza forze senza armi senza maestà alcuna di imperio, Lionardo da Dressina fuoruscito vicentino9, che per lui aveva nel modo medesimo ricevuto Padova, ed essendo già stato ammesso dentro, gli sbanditi di quella città stati nuovamente restituiti10 da’ viniziani, e per questo beneficio amatori del nome loro, cominciorno a tumultuare; dietro a’ quali sollevandosi la plebe affezionata allo imperio viniziano, e facendosene capo uno Marco calzolaio, il quale con concorso e grida immoderate della moltitudine portò in su la piazza principale la bandiera de’ viniziani, cominciorono a chiamare unitamente il nome di san Marco, affermando non volere riconoscere né altro imperio né altro signore : la quale inclinazione11 aiutò non poco uno oratore del re d’Ungheria, che andando a Vinegia e passando per Trevisi, scontratosi a caso in questo tumulto, confortò12 il popolo a non si ribellare. Però cacciato il Dressina, e messo nella città settecento fanti de’ viniziani e poco dipoi tutto l’esercito che, augumentato di fanti venuti di Schiavonia e di quegli che erano ritornati di Romagna, disegnava fare uno alloggiamento forte tra Marghera e Mestri, entrò in Trevisi; dove atteseno con somma diligenza a fortificarlo, e facendo correre i cavalli per tutto il paese vicino e mettere dentro più vettovaglie potevano, così per bisogno di quella città come per uso della città di Vinegia; nella quale da ogni parte accumulavano grandissima copia di vettovaglie.
Cagione principale di questo accidente e di rendere13 speranza a’ viniziani di potere ritenere qualche parte del loro imperio, e di molti gravissimi casi che seguitorono poi, fu la negligenza e il disordinato governo14 di Cesare ; del quale non si era insino a quel dì udito, in tanto corso di vittoria, altro che il nome : con tutto che per il timore dell’armi de’ franzesi se gli fussino arrendute tante terre, le quali gli sarebbe stato facilissimo a conservare. Ma era, dopo la confederazione fatta a Cambrai, soprastato qualche dì in Fiandra, per avere spontaneamente danari da’ popoli per sussidio della guerra, i quali non prima avuti che15, secondo la sua consuetudine, gli spese inutilmente; e ancora che, partito da Molins16 armato e con tutta la pompa e ceremonie imperiali, e accostatosi a Italia, publicasse di volere rompere la guerra innanzi al termine statuitogli nella capitolazione, nondimeno oppressato dalle sue solite difficoltà e confusioni non si faceva più innanzi : non bastando gli stimoli del pontefice che, per il terrore che aveva delle armi franzesi, lo sollecitava continuamente a venire in Italia, e perché meglio potesse farlo gli aveva mandato Costantino di Macedonia17 con cinquantamila ducati, avendogli prima consentito18 i centomila ducati che per spendere contro agli infedeli erano stati depositati più anni innanzi in Germania. Aveva oltre a questo ricevuto dal re di Francia centomila ducati, per causa della investitura del ducato di Milano. Sopragiunselo, essendo vicino a Spruch, la nuova del fatto d’arme di Vaila; e benché mandasse subito il duca di Brunsvich a recuperare il Friuli nondimeno non si moveva, come in tanta occasione sarebbe stato conveniente, impedito dal mancamento di danari, non essendo bastati alla sua prodigalità quegli che aveva raccolti di tanti luoghi. Condussesi19 finalmente a Trento, donde ringraziò per lettere il re di Francia d’avere mediante l’opera sua ricuperate le sue terre; e si affermava che, per dimostrare a quel re maggiore benivolenza, e acciò che in tutto si spegnesse la memoria delle offese antiche, avea fatto ardere uno libro che si conservava a Spira, nel quale erano scritte tutte l’ingiurie fatte per il passato da’ re di Francia allo imperio e alla nazione degli alamanni. A Trento venne a lui, il terzodecimo dì di giugno, per trattare delle cose comuni il cardinale di Roano, il quale raccolto20 con grandissimo onore gli promesse in nome del re aiuto di cinquecento lancie; e avendo espedito21 concordemente l’altre cose, statuirono22 che Cesare e il re convenissino23 a parlare insieme in campagna aperta appresso alla terra di Garda, ne’ confini dell’uno dominio e dell’altro. Però il re di Francia si mosse per esservi il dì determinato, e Cesare per la medesima cagione venne a Riva di Trento; ma poi che vi fu stato solamente due ore ritornò subitamente a Trento, significando24 nel tempo medesimo al re di Francia che per accidenti nuovi nati nel Friuli era stato necessitato a partirsi, e pregandolo si fermasse a Cremona, perché presto ritornerebbe per dare perfezione al parlamento25 deliberato. La quale varietà26, se però è possibile in uno principe tanto instabile ritrovarne la verità27, molti attribuivano a sospetto stillatogli28(come per natura era molto credulo) negli orecchi da altri; alcuni interpretando che, per avere seco poca corte e poca gente, non gli paresse potersi presentare con quella dignità e riputazione che si paragonasse alla pompa e alla grandezza del re di Francia. Ma il re, desideroso per alleggerirsi da tanta spesa, di dissolvere29 presto lo esercito, né meno di ritornarsene presto in Francia, non attesa questa proposta30, si voltò verso Milano, ancora che da Matteo Lango, doventato episcopo Gurgense, che mandatogli da Massimiliano per questo effetto31 lo seguitò insino a Cremona, fusse molto pregato ad aspettare, promettendogli che senza fallo alcuno ritornerebbe. Il discostarsi la persona e l’esercito del re cristianissimo da’ confini di Cesare tolse assai di riputazione alle cose sue32; e nondimeno, con tutto che avesse seco tante genti che potesse facilmente provedere Padova e l’altre terre, non vi mandò presidio, o per instabilità della natura sua o per disegno di attendere prima ad altre imprese o perché gli paresse più onorevole avere congiunto seco, quando scendeva in Italia, maggiore esercito : anzi, come se le prime cose33 avessino avuto la debita perfezione34, proponeva che colle forze unite di tutti i confederati, si assaltasse la città di Vinegia ; cosa udita volentieri dal re di Francia, ma molesta al pontefice e contradetta apertamente dal re di Aragona.
1. i rispetti: gli argomenti, le considerazioni.
2. Vestimazione: il prestigio.
3. di… non: di impedire con tutte le sue forze che più oltre.
4. duro: si riferisce a Chiesa. Ma evidentemente si tratta di un costrutto ad sensum, in cui l’aggettivo concorda con costume o, più probabilmente, con un sottinteso pontefice.
5. Luglio 1509.
6. repugnando: opponendosi.
7. riducendogli in memoria: ricordandogli. Cfr. il latino in memoriam reducere.
8. i termini suoi: i suoi confini (ossia i confini del ducato di Milano).
9. Leonardo Trissino, vicario imperiale nel Veneto.
10. restituiti: riammessi in patria e reintegrati nel possesso dei loro beni.
11. La quale inclinazione: è oggetto.
12. confortò: esortò.
13. rendere: ridare.
14. governo: comportamento.
15. non… che: appena ebbe avuti.
16. Malines.
17. Costantino Arianiti Comneno.
18. consentito: consentito di spendere.
19. Condussesi: andò.
20. raccolto: accolto.
21. espedito: concluso.
22. statuirono: stabilirono.
23. convenissino: s’incontrassero.
24. significando: comunicando.
25. dare… parlamento: per fare il colloquio.
26. varietà: volubilità.
27. ritrovarne la verità: individuarne il vero motivo.
28. stillatogli: instillatogli.
29. dissolvere: sciogliere.
30. non… proposta: senza tener conto di questa comunicazione.
31. per questo effetto: a questo scopo.
32. sue: di Cesare.
33. le prime cose: i fatti iniziali della guerra (ossia il recupero delle terre).
34. avessino… perfezione: fossero state concluse e consolidate a dovere.
CAPITOLO VIII
I fiorentini svolgono più decisamente le azioni contro Pisa. Le condizioni degli assediati sempre più diffìcili; grave malcontento dei contadini. Patti di resa dei pisani ai fiorentini.
Poseno in questo tempo i fiorentini l’ultima mano alla1 guerra contro a’ pisani : perché, poiché ebbono proibito che in Pisa entrasse il soccorso de’ grani2, fatta nuova provisione di gente3, si messono con ogni industria e con ogni sforzo a vietare che né per terra né per acqua non4 vi entrassino vettovaglie; il che non si faceva senza difficoltà per la vicinità del paese5 de’ lucchesi, i quali dove occultamente potevano6 osservavano con mala fede la concordia fatta nuovamente7 co’ fiorentini. Ma in Pisa cresceva di giorno in gicrno la strettezza del vivere, la quale non volendo i contadini più tollerare, quegli capi de’ cittadini in mano de’ quali erano le deliberazioni publiche e che erano seguitati dalla più parte della gioventù pisana, per addormentare i contadini con le arti consuete, introdusseno, adoperando per mezzo il signore di Piombino, pratica dello8 accordarsi co’ fiorentini, nella quale artificiosamente consumorono molti dì; essendo andato per questo Niccolò Machiavelli, secretario de’ fiorentini, a Piombino e molti imbasciadori de’ pisani, eletti de’ cittadini e de’ contadini. Ma era molto difficile il chiudere Pisa, perché ha la campagna larga montuosa e piena di fessi e di paludi, da potere male proibire che, di notte massime, non vi entrassino vettovaglie; atteso la prontezza di darne loro del paese de’ lucchesi, e la disposizione feroce9 de’ pisani che per condurvene si esponevano a ogni fatica e a ogni pericolo : le quali difficoltà per superare determinorno i capitani de’ fiorentini di fare tre parti dello esercito, acciocché diviso in più luoghi potesse più comodamente proibire l’entrare in Pisa. Collocoronne una parte a Mezzana fuora della porta alle Piaggie, la seconda a San Piero a Reno e a San Iacopo opposita alla porta di Lucca, la terza presso all’antichissimo tempio di San Piero in Grado che è tra Pisa e la foce d’Arno, e in ciascuno campo, bene fortificato, oltre a’ cavalli mille fanti; e per guardare meglio la via de’ monti, per la strada di Val d’Osole che va al monte a San Giuliano, si fece verso lo Spedale magno uno bastione capace di10 dugento cinquanta fanti : donde cresceva ogni dì la penuria de’ pisani. I quali, cercando di ottenere con le fraudi quello che già disperavano di potere ottenere con la forza, ordinorno che Alfonso del Mutolo, giovane pisano di bassa condizione (il quale stato preso non molto prima da’ soldati de’ fiorentini avea ricevuto grandissimi benefici da colui [di] cui prigione era stato), offerisse per mezzo suo11 di dare furtivamente12 la porta che va a Lucca; disegnando, nel tempo medesimo che ’l campo13 che era a San Iacopo andasse di notte per riceverla, non solamente, messane dentro una parte, opprimere quella ma nel tempo medesimo assaltare uno degli altri campi de’ fiorentini, i quali secondo l’ordine dato si avevano ad accostare più presso alla città. I quali essendosi accostati, ma non con temerità né con disordine, i pisani non conseguirno altro di questo trattato14 che la morte di pochi uomini che si condusseno nello antiporto15 per entrare nella città al segno dato: tra’ quali fu morto Canaccio da Pratovecchio (così si chiamava quello di cui era stato prigione Alfonso del Mutolo), quello sotto la confidenza di chi16 era stato tenuto il trattato e vi morì anche d’una artiglieria Paolo da Parrano capitano di una compagnia di cavalli leggieri de’ fiorentini. La quale speranza mancata, né entrando più in Pisa se non piccolissima quantità di grani, e quegli occultamente e con grandissimo pericolo di quei che ve gli conducevano, né comportando17 i fiorentini che di Pisa uscissino bocche disutili, perché facevano vari supplìci a coloro che ne uscivano, si comperavano con prezzo smisurato le cose necessarie al vivere umano; e non ve ne essendo tante che bastassino a tutti, molti già si morivano per non avere da alimentarsi. E nondimeno era maggiore di tanta necessità l’ostinazione di quegli cittadini che erano capi del governo; i quali, disposti a vedere prima l’ultimo esterminio della patria che cedere a sì orribile necessità, andavano di giorno in giorno differendo il convenire18, ingegnandosi di dare alla moltitudine ora una speranza ora un’altra; e sopratutto che, aspettandosi a ogni ora Cesare in Italia, sarebbono i fiorentini necessitati a discostarsi dalle loro mura. Ma una parte de’ contadini, e quegli massime che, stati a Piombino, avevano compreso quale fusse l’animo loro, fatta sollevazione gli costrinse a introdurre nuove pratiche19 co’ fiorentini: le quali trattate con Alamanno Salviati, commissario di quella parte dello esercito che alloggiava a San Piero in Grado, dopo varie dispute, usando continuamente quegli medesimi20 ogni possibile diligenza per interrompere21, si conchiuse. E nondimeno la concordia fu fatta con condizioni molto favorevoli per i pisani : conciossiaché fussino rimessi loro non solo tutti i delitti fatti ma ancora concesse molte esenzioni, rimessi tutti i debiti publici e privati, e assoluti dalla restituzione de’ beni mobili de’ fiorentini che avevano rapiti quando si ribellorono. Tanto era il desiderio che avevano i fiorentini di insignorirsene, tanto il timore che da Massimiliano, che aveva nella lega di Cambrai nominato i pisani, benché dal re di Francia non fusse accettata la nominazione, o da altro luogo, non22 sopravenisse qualche insperato23 impedimento che, ancora che fussino certi che i pisani erano necessitati fra pochissimi dì cedere alla fame, vollano più presto assicurarsene con inique condizioni che, per ottenerla senza convenzione alcuna, rimettere niente della certezza alla fortuna24. La quale concordia25, benché cominciata a trattarsi nel campo, fu dipoi dagli imbasciadori pisani trattata e conchiusa in Firenze26 : e in questo fu memorabile la fede de’ fiorentini che, ancorché pieni di tanto odio ed esacerbati da tante ingiurie, non furono manco costanti nell’osservare le cose promesse che facili e clementi nel concederle.
1. Poseno… l’ultima mano alla: portarono… a compimento la.
2. il soccorso de’ grani: il rifornimento di grano.
3. fatta… gente: assoldati altri combattenti.
4. vietare che… non: vietare che.
5. il paese: il territorio.
6. dove… potevano: quando potevano farlo occultamente.
7. nuovamente: recentemente.
8. introdusseno… pratica dello: aprirono… trattative per.
9. la disposizione feroce: l’atteggiamento animoso e inflessibile.
10. capace di: in grado di contenere.
11. offerisse… suo: si offrisse.
12. furtivamente: di sorpresa e segretamente.
13. il campo: la parte di esercito.
14. trattato: inganno.
15. Antiporto era la zona attigua alla porta, dalla parte esterna delle mura.
16. sotto… chi: approfittando della cui fiducia.
17. comportando: permettendo.
18. differendo il convenire: rinviando la decisione di accordarsi coi nemici.
19. introdurre nuove pratiche: aprire nuove trattative.
20. quegli medesimi: i cittadini pisani capi del governo.
21. per interrompere: per ostacolare e rompere le trattative.
22. il timore che… non: il timore che.
23. insperato: improvviso e imprevisto.
24. rimettere… fortuna: affidare una minima parte della certezza (che avevano di prendere Pisa) al caso.
25. La quale concordia: il quale accordo.
26. I fiorentini entrarono a Pisa l’8 giugno 1509.