CAPITOLO IX

Risveglio di speranze e di attività ne’ veneziani; riconquista di Padova, del contado e della fortezza di Legnago. Nuove convenzioni fra il pontefice e il re di Francia. I veneziani occupano Isola della Scala e fanno prigioniero il marchese di Mantova. Modeste azioni di guerra e grandiosi progetti di Massimiliano. Vicende della lotta nel Friuli. Umile atteggiamento degli ambasciatori veneziani in Roma e loro trattative coi cardinali.

È certo che il re de’ romani sentì con non piccola molestia l’essersi sottomessi i pisani, perché si era persuaso o che il dominio di quella città gli avesse a essere potente instrumento a molte occasioni o che il consentirla a’ fiorentini gli avesse a fare ottenere da loro quantità non mediocre di danari : per mancamento de’ quali lasciava cadere le amplissime1 occasioni che, senza fatica o industria2 sua, se gli erano offerte. Le quali mentre che sì debolmente aiuta che in Vicenza e Padova non era quasi soldato alcuno per lui3, ed egli, con la sua tardità raffreddando la caldezza degli uomini delle terre, si trasferisce con poca gente, spesso e con presta variazione4, da luogo a luogo, i viniziani non pretermetterono5 l’opportunità che se gli offerse di recuperare Padova, indotti a questo da molte ragioni: perché lo avere ritenuto Trevigi gli aveva fatto riconoscere quanto fusse stato inutile l’avere con sì precipitoso consiglio disperato sì subito dello imperio di terra ferma, e perché per la tardità degli apparati6 di Massimiliano si temeva manco l’uno dì che l’altro7 di lui; stimolati ancora non poco perché volendo condurre a Vinegia le entrate de’ beni che i particolari8 viniziani tenevano, molti9, nel contado di Padova, era stato dinegato dai padovani. In modo che, congiunto lo sdegno dei privati con la utilità publica, e invitandogli il sapere Padova essere male provista di gente, e che, per le insolenze che i gentiluomini di Padova usavano con la plebe, molti ricordatisi della moderazione del governo viniziano cominciavano a desiderare il primo dominio, deliberorono fare esperienza10 di recuperarla; e a questo dava loro occasione non piccola che la più parte de’ contadini del padovano era ancora a loro divozione11. E perciò fu stabilito che Andrea Gritti, uno de’ proveditori, lasciato a dietro l’esercito che era di quattrocento uomini d’arme più di dumila tra stradiotti12 e cavalli leggieri e cinquemila fanti, andasse a Novale13 nel padovano, e unitosi nel cammino con una parte de’ fanti che, accompagnati da molti contadini, erano stati mandati alla villa14 di Mirano, si dirizzasse15 verso Padova per assaltare la porta di Codalugna; e che nel tempo medesimo dumila villani con trecento fanti e alcuni cavalli assaltassino, per confondere più gli animi di16 quegli di dentro, il portello17 che è nella parte opposita della città : e che, per occultare più questi pensieri, Cristoforo Moro, l’altro proveditore, dimostrasse18 di andare a campo19 alla terra20 di Cittadella. Il quale disegno bene ordinato non ebbe però maggiore ordine che felicità21. Perché i fanti, arrivati a grande ora del dì, trovorno la porta di Codalunga mezza aperta, perché poco innanzi erano per sorte22 entrati dentro per quella alcuni contadini con carri carichi di fieno; in modo che occupatala senza alcuna difficoltà e aspettata senza fare strepito la venuta delle altre genti che erano vicine, furono non solo entrate prima dentro, anzi quasi condotte in su la piazza, che in quella città, grandissima di circuito e vota di abitatori, fusse sentito il romore : camminando innanzi a tutti il cavaliere della Volpe23 co’ cavalli leggieri, e il Zitolo di Perugia24 e Lattanzio da Bergamo25 con parte de’ fanti. Ma pervenuto il romore alla cittadella, il Dressina governatore di Padova in nome di Massimiliano, con trecento fanti tedeschi che soli erano a quella guardia, uscì in piazza, e ’l medesimo fece con cinquanta cavalli Brunoro da Serego26, aspettando se, col sostenere quivi lo impeto degli inimici, quegli che in Padova amavano lo imperio tedesco pigliassino l’armi in loro favore. Ma era vana questa e ogni altra speranza, perché nella città, oppressa da sì subito tumulto e nella quale era già entrata molta gente, nessuno faceva movimento; in modo che, abbandonati da ciascuno, furono in breve spazio di tempo, con perdita di molti de’ suoi, costretti a ritirarsi nella rocca e nella cittadella; le quali essendo poco munite bisognò che in spazio di poche ore si arrendessino liberamente27. E così, fattesi le genti viniziane padrone del tutto, attesono ad acquietare il tumulto e salvare la città; la maggiore parte della quale, per la imprudenza e isolenza d’altri, era diventata loro benevola: non avendo ricevuto danno se non le case degli ebrei e alcune case di padovani che si erano scoperti prima inimici del nome viniziano. Il quale dì, dedicato a santa Marina28, è ogni anno in Vinegia, per deliberazione publica, celebrato solennemente, come dì felicissimo e principio della recuperazione del loro imperio. Commossesi29 alla fama di questa vittoria tutto il paese30 circostante; ed era grandissimo pericolo che Vicenza non31 facesse per se stessa il medesimo se Costantino di Macedonia, che a caso era quivi vicino, non vi fusse entrato con poca gente. Recuperata Padova, i viniziani recuperorno subito tutto il contado, avendo in favore loro la inclinazione della gente bassa delle terre32 e de’ contadini; recuperorono ancora col medesimo impeto la terra e le fortezze di Lignago, terra molto opportuna a perturbare tutti i contadi di Verona di Padova e di Vicenza. Tentorno oltre a questo di pigliare la torre Marchesana distante otto miglia da Padova, passo opportuno a entrare nel Pulesine di Rovigo e offendere il paese di Mantova; ma non l’ottennono, perché il cardinale da Esti la soccorse con gente e con artiglierie.

Non ritardò il caso di Padova, come molti aveano creduto, la ritornata del re di Francia di là da’ monti; il quale, mentre partiva, fece nella terra di Biagrassa33 col cardinale di Pavia, legato del pontefice, nuove convenzioni. Per le quali il pontefice e il re, obligatisi alla protezione l’uno dell’altro, convennono di potere ciascuno di loro con qualunque altro principe convenire34 purché non fusse in pregiudicio della presente confederazione. Promesse il re non tenere protezioni, né accettarne in futuro, di alcuno suddito o feudatario o che dependesse mediatamente o immediatamente dalla Chiesa, annichilando35 espressamente tutte quelle che insino a quel dì avesse ricevute: promessa poco conveniente all’onore di tanto re, perché non molto innanzi essendo venuto a lui il duca di Ferrara, con tutto che prima si fusse sdegnato che senza sua saputa avesse accettato il gonfalonierato della Chiesa, riconciliatosi seco e ricevuti trentamila ducati, l’avea ricevuto nella sua protezione. Convenneno che i vescovadi che allora vacavano in tutti gli stati del re ne disponesse36 ad arbitrio suo il pontefice, ma che quegli che in futuro vacassino si conferissino secondo la nominazione che ne farebbe il re; al quale per sodisfare più, mandò il pontefice per il medesimo cardinale di Pavia al vescovo di Albi le bolle del cardinalato, promettendo dargli le insegne di quella degnità subito che37 andasse a Roma. Fatta questa convenzione, il re senza dilazione si partì d’Italia, riportandone in Francia gloria grandissima per la vittoria tanto piena e acquistata con tanta celerità contro a’ viniziani: e nondimeno, come nelle cose che dopo lungo desiderio s’ottengono non truovano quasi mai gli uomini né la giocondità né la felicità che prima s’aveano immaginata, non riportò né maggiore quiete di animo né maggiore sicurtà alle cose sue; anzi si vedeva preparata materia di maggiori pericoli e alterazione, e più incerto l’animo suo di quel che, negli accidenti nuovamente nati38, avesse a deliberare. Se a Cesare succedevano le cose prosperamente temeva molto più di lui che prima non avea temuto de’ viniziani. Se la grandezza de’ viniziani cominciava a risorgere era necessitato stare in continui sospetti e in continue spese per conservare le cose tolte loro : né questo solamente, ma gli bisognava con gente e con danari aiutare Cesare, perché abbandonandolo avea da sospettare che non39 si congiugnesse co’ viniziani contro a lui, con timore che al medesimo non concorresse40 il re cattolico e per avventura41 il pontefice; né bastavano aiuti mediocri42 a conservargli l’amicizia di Cesare, ma bisognava fussino tali che ottenesse la vittoria contro a’ viniziani; l’aiutarlo potentemente, oltre che con gravissimo dispendio si faceva, lo rimetteva ne’ medesimi pericoli della grandezza di Cesare. Le quali difficoltà considerando, era stato sospeso da principio se gli dovesse essere grata o molesta la mutazione di Padova; benché poi, contrapesando la sicurtà che gli potesse partorire l’essere privati i viniziani dello imperio di terra ferma con le molestie e pericoli che egli temeva dalla grandezza del re de’ romani, e con la speranza d’avere a ottenere da lui per mezzo delle sue necessità43, con danari, la città di Verona, la quale sommamente desiderava, come opportuna a impedire i movimenti che si facessino in Germania, riputava finalmente più sicuro e più utile per sé che le cose rimanessino in tale stato che, dovendo verisimilmente essere lunga guerra tra Cesare e i viniziani, l’una parte e l’altra, affaticata dalle spese continue, ne divenisse più debole: confermato molto più in questa sentenza44 quando ebbe convenuto col pontefice, perché sperò dovere avere seco stabile confederazione e amicizia. Lasciò nondimeno a’ confini del veronese, sotto la Palissa, settecento lancie perché seguissino la volontà di Cesare; così per la conservazione delle cose acquistate come per ottenere quel che ancora possedevano i viniziani: per la andata de’ quali45 a Vicenza, secondo il comandamento che ebbono da Cesare, si assicurò la città di Verona, la quale per il piccolo presidio che vi era dentro stava con non mediocre sospetto46; e l’esercito de’ viniziani che era andato a campo a Cittadella se ne partì.

Succedette innanzi alla partita del re un altro accidente favorevole a’ viniziani, perché correndo continuamente i cavalli loro, che erano in Lignago, per tutto il paese e insino in sulle porte di Verona e facendo danni grandissimi, a’ quali le genti che erano in Verona, per non vi essere più di dugento cavalli e settecento fanti, non potevano resistere, il vescovo di Trento governatore per Cesare in quella città, deliberando porvi il campo, chiamò il marchese di Mantova; il quale, per aspettare le preparazioni che si facevano, fermatosi, con la compagnia de’ cavalli che aveva dal re, all’Isola della Scala, casale grande in veronese non circondato di mura né di alcuna fortificazione, mentre sta quivi senza sospetto, fu esempio notabile a tutti i capitani quanto in ogni luogo e in ogni tempo debbino stare vigilanti e ordinati, e in modo possino confidarsi delle forze proprie, non si assicurando né per la lontananza né per la debolezza degli inimici. Perché essendosi il marchese convenuto con alcuni stradiotti dell’eser cito de’ viniziani che venissino a trovarlo in quel luogo per fermarsi agli stipendi suoi, e avendo essi, insino dal principio che furno ricercati da lui, manifestata la cosa a’ loro capitani, e però essendosi dato ordine con questa occasione di assalirlo alPimproviso, Luzio Malvezzo con dugento cavalli leggieri e il Zitolo da Perugia con ottocento fanti, venuti occultamente da Padova a Lignago e unitisi con le genti che erano a Lignago e con mille cinquecento de’ contadini del paese, e mandati innanzi alcuni cavalli che con spesse voci47 gridassino Turco (era questo il cognome48 del marchese) per fare credere che fussino gli stradiotti aspettati, si condussono non sospettando alcuno, la mattina destinata in sul fare del dì all’Isola della Scala; ove entrati senza resistenza, trovando senza guardia alcuna tutti i soldati e gli altri che servivano e seguitavano il marchese a dormire, gli messono in preda49, ove50 tra gli altri rimase prigione Boisì51 luogotenente del marchese nipote del cardinale di Roano; e il marchese, sentito il romore, essendo fuggito quasi ignudo per una finestra e occultatosi in un campo di saggina, fu manifestato52 agli inimici da uno contadino del lugo medesimo, il quale, anteponendo il comodo de’ viniziani alla propria utilità, secondo l’ardore53 comune degli altri del paese, mentre che simulatamente, udite l’offerte grandissime che ’l marchese gli faceva, dimostrava54 di attendere a salvarlo, fece il contrario: onde menato55 a Padova e poi a Vinegia, fu con allegrezza inestimabile di tutta la città incarcerato nella torretta del palagio publico56.

Non aveva insino a ora impedito né impediva Cesare in parte alcuna i progressi de’ viniziani, non avendo avuto insieme forze bastanti ad alloggiare in sulla campagna57, ed essendo stato occupato molti dì nella montagna di Vicenza, ove i villani affezionati al nome viniziano, confidatisi nella asprezza de’ luoghi, se gli erano manifestamente ribellati; e scendendo dipoi nella pianura, essendo già seguita la rebellione di Padova, fu non senza suo pericolo assalito da numero infinito di paesani che l’aspettavano a uno passo forte : onde avendogli scacciati venne alla Scala nel vicentino, ove l’esercito de’ viniziani avea recuperata gran parte del contado di Vicenza; ed espugnata Serravalle58, passo importante, avea usata crudeltà grande contro a’ tedeschi : il quale luogo recuperando pochi dì poi Massimiliano, usò contro a’ fanti italiani e contro agli uomini del paese la medesima crudeltà. Così, non essendo ancora maggiori le forze sue, si occupava in piccole imprese, procedendo all’espugnazione ora di questo castello ora di quello, con poca degnità e riputazione del nome cesareo; proponendo nel tempo medesimo agli altri confederati, come59 sempre erano maggiori i concetti60 suoi che le forze e l’occasioni, che si attendesse con le forze di tutti a occupare la città di Vinegia, usando oltre all’armi di terra l’armate marittime de’ re di Francia e di Aragona e le galee del pontefice, che allora erano congiunte insieme. Alla qual cosa, non trattata nella confederazione fatta a Cambrai, arebbe acconsentito il re di Francia, pure che si proponessino condizioni tali che l’acquistarla risultasse in beneficio comune; ma era cosa molesta al pontefice, e la quale, e allora e in altro tempo che più lungamente si trattò, fu sempre contradetta dal re cattolico, detestandola61, perché gli pareva utile al re di Francia, sotto colore62 di essere cosa ingiustissima e inonestissima.

Ma mentre che dall’armi tedesche e italiane sono così vessati i contadi di Padova di Vicenza e di Verona, era ancora più miserabilmente lacerato il paese del Friuli e quello che in Istria ubbidiva a’ viniziani. Perché essendo per commissione di Cesare entrato nel Friuli il principe di Analt63 con diecimila uomini comandati64, poi che invano ebbe tentato di pigliare Montefalcone65, aveva espugnata la terra e la fortezza di Cadoro con uccisione grande di quegli che la difendevano; e all’incontro alcuni cavalli leggieri e fanti de’ viniziani seguitati da molti del paese, presono per forza66 la terra di Valdisera67 e per accordo Bellona68, ove non era guardia di tedeschi ; e da altra parte il duca di Brunsvich mandato medesimamente da Cesare, non avendo potuto ottenere Udine terra principale del Friuli, era andato a campo a Civitale d’Austria69, terra situata in luogo eminente in sul fiume Natisone; a guardia della quale era Federico Contareno, con piccolo presidio ma confidatosi nelle forze del popolo dispostissimo a difendersi : al cui soccorso venendo con ottocento cavalli e cinquecento fanti Giampaolo Gradanico70, proveditore del Friuli, fu messo in fuga dalle genti tedesche; e nondimeno, ancora che avessino battuta Civitale con l’artiglieria, non potettono, né con l’assalto feroce che gli dettono né con la fama di avere rotti coloro che venivano a soccorrerla, espugnarla. E in Istria Cristoforo Frangipane roppe al castello di Verme71 gli ufficiali de’ viniziani, seguitati dalle genti del paese; con l’occasione del quale successo prospero fece per tutto il paese grandissimi danni e incendi, e occupò Castelnuovo72 e la terra di Raspruchio73. Però i viniziani mandorno Angelo Trivisano, capitano della armata74 loro, con sedici galee; il quale, presa per forza nella prima giunta75 la terra di Fiume, tentò di occupare la città di Triesti, ma non gli succedendo, ricuperò per forza Raspruchio, e dipoi si ritirò colle galee verso Vinegia: rimanendo lacrimabile lo stato del Friuli e della Istria, perché essendovi più potenti ora i viniziani ora i tedeschi, quelle terre che prima avea preso e saccheggiato l’uno recuperava e saccheggiava poi l’altro; accadendo molte volte questo medesimo : di modo che, essendo continuamente in preda le facoltà e la vita delle persone, tutto ’l paese orribilmente si consumava e distruggeva.

Ne’ quali accidenti dell’armi temporali si disputava in Roma sopra l’armi spirituali: ove76, insino innanzi alla77 recuperazione di Padova, erano entrati con abito e con parole miserabili i sei oratori del senato viniziano; i quali, essendo consueti a entrarvi con pompa e fasto grandissimo e concorrendo loro incontro tutta la corte, non solo non erano stati né onorati né accompagnati, ma entrativi, perché così volle il pontefice, di notte né ammessi al cospetto suo, andavano a trattare in casa il78 cardinale di Napoli79, con lui e con altri cardinali e prelati deputati; opponendosi grandemente perché non ottenessino l’assoluzione dalle censure gl’imbasciadori del re de’ romani del re cristianissimo e del re cattolico, e in contrario affaticandosi per loro palesemente l’arcivescovo eboracense80, mandato per questa cagione principalmente da Enrico ottavo, succeduto pochi mesi avanti, per la morte di Enrico settimo suo padre, nel regno di Inghilterra81.

1. amplissime: favorevolissime.

2. industria: impegno.

3. per lui: dipendente da lui.

4. con presta variazione: con repentini mutamenti di programma.

5. pretermetterono: trascurarono.

6. per… apparati: per la lentezza dei preparativi.

7. manco… l’altro: ogni giorno di meno.

8. i particolari: i cittadini privati.

9. molti: si può riferire sia a particolari che a beni.

10. fare esperienza: tentare.

11. a loro divozione: devota a loro.

12. stradiotti: cavalleggeri di origine greca o dalmata.

13. Noale.

14. alla villa: al villaggio.

15. si dirizzasse: si dirigesse.

16. per confondere… di: per sbigottire maggiormente.

17. La porta chiamata di Portello.

18. dimostrasse: fingesse.

19. a campo: ad accamparsi.

20. alla terra: alla città fortificata.

21. non… felicità: fu però non meno fortunato che ben congegnato.

22. per sorte: per caso.

23. Taddeo della Volpe da Imola.

24. Giorgio Zaccagnini, detto Citolo o Zitolo.

25. Lattanzio Bonghi.

26. Brunoro di Antonio Maria di Serego.

27. liberamente: senza condizioni.

28. 18 luglio.

29. Commossesi: tumultuò.

30. il paese: il territorio.

31. pericolo che… non: pericolo che.

32. delle terre: delle città.

33. Abbiategrasso.

34. convenire: accordarsi.

35. annichilando: annullando.

36. i vescovadi… ne disponesse: dei vescovadi… disponesse.

37. subito che: appena.

38. negli… nati: dopo i fatti verificatisi ultimamente.

39. sospettare che non: sospettare che.

40. al… concorresse: alla medesima congiunzione intervenisse.

41. per avventura: forse.

42. mediocri: moderati.

43. per… necessità: grazie al bisogno di danaro di Massimiliano.

44. in questa sentenza: in questo parere.

45. de’ quali: si riferisce alle settecento lancie.

46. sospetto: paura.

47. con spesse voci: a gran voce e ripetutamente.

48. cognome: soprannome.

49. gli messono in preda: li fecero prigionieri.

50. ove: nel quale episodio.

51. L’identificazione di questo personaggio è incerta. Potrebbe essere o Pierre Gouffier signore di Boisy, oppure Jean d’Amboise signore di Bussy.

52. manifestato: indicato.

53. secondo l’ardore: conformemente alla forte inclinazione filoveneziana.

54. dimostrava: fingeva.

55. menato: soggetto è il marchese.

56. 8 agosto 1509.

57. in sulla campagna: in campo aperto.

58. L’attuale Vittorio Veneto.

59. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

60. i concetti: i progetti.

61. detestandola: biasimandola.

62. sotto colore: col pretesto.

63. Rudolf von Anhalt, capitano dell’esercito imperiale nel Friuli.

64. comandati: non mercenari ma obbligati dal signore ad arruolarsi nell’esercito.

65. Monfalcone.

66. per forza: con le armi, d’assalto.

67. Serravalle.

68. Belluno.

69. Cividale del Friuli.

70. Giovan Paolo Gradenigo.

71. Vermo.

72. Castelnuovo d’Istria.

73. Raspo.

74. armata: flotta.

75. nella prima giunta: appena arrivato.

76. ove: a Roma.

77. insino innanzi alla: già prima della.

78. il: del.

79. Oliviero Carafa.

80. Cristopher Bainbridge, cardinale arcivescovo di York.

81. 22 aprile 1509.

CAPITOLO X

Preparativi de’ veneziani per la difesa di Padova; orazione del doge in senato. I giovani della nobiltà veneziana accorrono alla difesa di Padova. Massimiliano corre il contado, mentre la città viene sempre più fortificata e approvvigionata.

Ma espettazione di cose molto maggiori occupava in questo tempo gli animi di tutti gli uomini : perché Cesare, raccogliendo tutte le forze che per se stesso poteva e che gli erano concedute da molti, si preparava per andare con esercito potentissimo a campo1 a Padova; e da altra parte il senato viniziano, giudicando consistere nella difesa di quella città totalmente la salute2 sua, attendeva con somma diligenza alle provisioni necessarie a difenderla, avendovi fatto entrare, da quelle genti in fuora che erano deputate alla guardia di Trevigi, l’esercito loro con tutte quelle forze che da ogni parte aveano potute raccorre, e conducendovi numero infinito d’artiglierie di qualunque sorte, vettovaglie d’ogni ragione3 bastanti a sostentargli molti mesi, moltitudine innumerabile di contadini e di guastatori4; co’ quali, oltre all’avere con argini e con copia grande di legnami e di ferramenti riparato5 per non essere privati dell’acque che appresso alla terra di Limini6 si divertono a7 Padova, aveano fatto alle mura della città e faceano continuamente maravigliose fortificazioni. E con tutto che le provisioni fussino tali che quasi maggiori non si potessino desiderare, nondimeno in caso tanto importante era inestimabile la sollecitudine e la ansietà di quel senato, non cessando dì e notte i senatori di pensare, di ricordare e di proporre le cose che credevano che fussino opportune. Delle quali trattandosi continuamente nel senato, Lionardo Loredano loro doge, uomo venerabile per l’età e per la degnità di tanto grado, nel quale era già seduto molti anni, levatosi in piedi parlò in questa sentenza8:

— Se, come è manifestissimo a ciascuno, prestantissimi senatori, nella conservazione della città di Padova consiste non solamente ogni speranza di potere mai recuperare il nostro imperio ma ancora di conservare la nostra libertà, e per contrario se dalla perdita di Padova ne seguita, come è certissimo, l’ultima desolazione di questa patria, bisogna di necessità confessare che le provisioni9 e preparazioni fatte insino a ora, ancorché grandissime e maravigliose, non siano sufficienti, né per quello che si conviene per la sicurtà di quella città né per quello che si appartiene alla degnità della nostra republica; perché in una cosa di tanta importanza e di tanto pericolo non basta che i provedimenti fatti siano tali che si possa avere grandissima speranza che Padova s’abbia a difendere, ma bisogna sieno tanto potenti che, per quel che si può provedere10 con la diligenza e industria umana, si possa tenere per certo che abbino ad assicurarla da tutti gli accidenti che improvisamente potesse partorire la sinistra fortuna, potente in tutte le cose del mondo ma sopra tutte l’altre in quelle della guerra. Né è deliberazione degna della antica fama e gloria del nome viniziano che da noi sia commessa11 interamente la salute publica, e l’onore e la vita propria e della moglie e figliuoli nostri, alla virtù di uomini forestieri e di soldati mercenari, e che non corriamo noi spontaneamente e popolarmente a difenderla co’ petti e con le braccia nostre; perché se ora non si sostiene quella città non rimane a noi più luogo d’affaticarci per noi medesimi12, non di dimostrare la nostra virtù, non di spendere per la salute nostra le nostre ricchezze : però, mentre che ancora non è passato il tempo di aiutare la nostra patria, non debbiamo lasciare indietro opera o sforzo alcuno, né aspettare di rimanere in preda di chi desidera di saccheggiare le nostre facoltà, di bere con somma crudeltà il nostro sangue. Non contiene la conservazione della patria solamente il publico bene, ma nella salute della republica si tratta insieme13 il bene e la salute di tutti i privati, congiunta in modo con essa che non può stare questa senza quella; perché cadendo la republica e andando in servitù, chi non sa che le sostanze l’onore e la vita de’ privati rimangono in preda dell’avarizia della libidine e della crudeltà degli inimici? Ma quando bene nella difesa della republica non si trattasse altro che la conservazione della patria, non è questo premio degno de’ suoi generosi cittadini? pieno di gloria e di splendore nel mondo a meritevole appresso a Dio? Perché è sentenza insino de’ gentili14, essere nel cielo determinato15 uno luogo particolare il quale felicemente godino in perpetuo tutti coloro che aranno aiutato conservato e accresciuto la patria loro. E quale patria è giammai stata che meriti di essere più aiutata e conservata da’ suoi figliuoli che questa? la quale ottiene e ha ottenuto per molti secoli il principato16 intra tutte le città del mondo, e dalla quale i suoi cittadini ricevono grandissime e innumerabili comodità utilità e onori : ammirabile se si considerano o le doti ricevute dalla natura, o le cose che dimostrano la grandezza quasi perpetua della prospera fortuna, o quelle per le quali apparisce la virtù e la nobiltà degli animi degli abitatori. Perché è stupendissimo il sito suo; posta, unica nel mondo, tra l’acque salse, e congiunte in modo tutte le parti sue che in uno tempo medesimo si gode la comodità dell’acqua e il piacere della terra: e sicura, per non essere posta in terra ferma, dagli assalti terrestri; sicura, per non essere posta nella profondità del mare17, dagli assalti marittimi. E quanto sono maravigliosi gli edifici publici e privati! edificati con incredibile spesa e magnificenza, e pieni di ornatissimi18 marmi forestieri e di pietre singolari condotte in questa città da tutte le parti del mondo; e quanto ci sono eccellenti le pitture le statue le sculture gli ornamenti de’ musaici e di tante bellissime colonne e d’altre cose simiglianti! E quale città si truova al presente ove sia maggiore concorso delle nazioni forestiere? che vengono qui, parte per abitare in questa libera e quasi divina stanza19 sicuramente, parte per esercitare i loro commerci; onde Vinegia è piena di grandissime mercatanzie e faccende, onde crescono continuamente le ricchezze de’ nostri cittadini, onde la republica ha tanta entrata del20 circuito solo di questa città quanta non hanno molti re degli interi regni loro. Lascio andare la copia de’ letterati in ogni scienza e facoltà, la qualità degli ingegni e la virtù degli uomini, dalla quale congiunta con le altre condizioni è nata la gloria delle cose fatte, maggiori da questa republica e dagli uomini nostri che da’ romani in qua abbia fatto patria alcuna. Lascio andare quanto sia maraviglioso vedere in una città nella quale non nasca cosa alcuna, e che sia pienissima di abitatori, abbondare ogni cosa. Fu il principio della città nostra ristretto in su questi soli scogli sterili e ingudi, e nondimeno, distesasi la virtù degli uomini nostri prima ne’ mari più vicini e nelle terre circostanti, dipoi ampliatasi con felici successi ne’ mari e nelle provincie più lontane, e corsa insino nell’ultime parti dello Oriente, acquistò per terra e per mare tanto imperio, e tennelo sì lungamente, e ampliò in modo la sua potenza che, stata tempo lunghissimo formidabile21 a tutte l’altre città d’Italia, sia stato necessario che ad abbatterla siano concorse le fraudi e le forze di tutti i prìncipi cristiani : cose certamente procedute con l’aiuto del sommo Dio, perché è celebrata per tutto il mondo la giustizia che si esercita indifferentemente22 in questa città; per il nome solo della quale molti popoli si sono spontaneamente sottoposti al nostro dominio. Già a quale città, a quale imperio cede di religione e di pietà verso il sommo Dio la patria nostra? ove sono tanti monasteri, tanti templi, pieni di ricchissimi e preziosissimi ornamenti di tanti stupendi vasi e apparati dedicati al culto divino, ove sono tanti ospedali e luoghi pii ne’ quali, con incredibile spesa e incredibile utilità de’ poveri, si esercitano assiduamente le opere della carità? È meritamente per tutte queste cose proposta la patria nostra a tutte l’altre, ma oltre a queste ce n’è una per la quale sola trapassa tutte le laudi e la gloria di se medesima. Ebbe la patria nostra in uno tempo medesimo l’origine sua e la sua libertà, né mai nacque né morì in Vinegia cittadino alcuno che non nascesse e morisse libero, né mai è stata turbata la sua libertà; procedendo tanta felicità dalla concordia civile, stabilita23 in modo negli animi degli uomini che in uno tempo medesimo entrano nel nostro senato e ne’ nostri consigli e depongono le private discordie e contenzioni. Di questo è causa la forma del governo che, temperato24 di tutti i modi migliori di qualunque specie di amministrazione publica e composta in modo a guisa di armonia, proporzionato e concordante tutto a se medesimo, è durato già tanti secoli, senza sedizione civile senza armi e senza sangue tra i suoi cittadini, inviolabile immaculato; laude unica della nostra republica, e della quale non si può gloriare né Roma né Cartagine né Atene né Lacedemone, né alcuna di quelle republiche che sono state più chiare e di maggiore grido appresso agli antichi: anzi appresso a noi si vede in atto tale forma di republica quale quegli che hanno fatto maggiore professione di sapienza civile non seppeno mai né immaginarsi né descrivere25. Adunque a tanta e a sì gloriosa patria, stata moltissimi anni antimuro26 della fede, splendore della republica cristiana, mancheranno le persone de’ suoi figliuoli e de’ suoi cittadini? e ci sarà chi rifiuti di mettere in pericolo la propria vita e de’ figliuoli per la salute di quella? la quale contenendosi nella difesa di Padova, chi sarà quello che neghi di volere personalmente andare a difenderla? E quando bene fussimo certissimi essere bastanti le forze che vi sono, non appartiene27 egli all’onore nostro, non appartiene egli allo splendore del nome viniziano, che e’ si sappia per tutto il mondo che noi medesimi siamo corsi prontissimamente a difenderla e conservarla? Ha voluto il fato di questa città che in pochi dì sia caduto delle28 mani nostre tanto imperio: nella quale cosa non abbiamo da lamentarci tanto della malignità della fortuna (perché sono casi comuni a tutte le republiche a tutti i regni) quanto abbiamo cagione di dolerci che, dimentatici della costanza nostra stata insino a quel dì invitta, che perduta la memoria di tanti generosi e gloriosi esempli de’ nostri maggiori, cedemmo con troppo subita disperazione al colpo potente della fortuna; né fu per noi rappresentata a’ figliuoli nostri quella virtù29 che era stata rappresentata a noi da’ padri nostri. Torna ora a noi l’occasione di recuperare quello ornamento, non perduto, se noi vorremo essere uomini, ma smarrito; perché andando incontro alla avversità della fortuna, offerendoci spontaneamente a’ pericoli, cancelleremo la infamia ricevuta; e vedendo non essere perduta in noi l’antica generosità e virtù, si ascriverà più tosto quel disordine a una certa fatale tempesta (alla quale né il consiglio né la costanza degli uomini può resistere) che a colpa e vergogna nostra. Però, se fusse lecito che tutti popolarmente andassino a Padova, che senza pregiudicio di quella difesa e delle altre urgentissime faccende publiche si potesse per qualche giorno abbandonare questa città, io primo, senza aspettare la vostra deliberazione, piglierei il cammino; non sapendo in che meglio potere spendere questi ultimi dì della mia vecchiezza che nel partecipare, colla presenza e con gli occhi, di vittoria tanto preclara, o quando pure (l’animo aborrisce di dirlo) morendo insieme con gli altri non essere superstite alla ruina della patria. Ma perché né Vinegia può essere abbandonata da’ consigli publici, ne’ quali, col consigliare provedere e ordinare, non manco si difende Padova che la difendino con l’armi quegli che sono quivi, e la turba inutile de’ vecchi sarebbe più di carico che di presidio a quella città, né anche, per tutto quello che potesse occorrere30, è a proposito31 spogliare Vinegia di tutta la gioventù, però consiglio e conforto che, avendo rispetto a tutte queste ragioni, si elegghino dugento gentiluomini de’ principali della nostra gioventù, de’ quali ciascuno, con quella quantità di amici e di clienti32 atti all’arme che tollereranno le sue facoltà33, vadia a Padova, per stare quanto sarà necessario alla difesa di quella terra: due miei figliuoli, con grande compagnia, saranno i primi a eseguire quel che io, padre loro principe vostro, sono stato il primo a proporre; le persone de’ quali in sì grave pericolo offerisco alla patria volentieri. Così si renderà più sicura la città di Padova, così i soldati mercenari che vi sono, veduta la nostra gioventù pronta alle guardie e a tutti i fatti militari, ne riceveranno inestimabile allegrezza e animosità; certi che, essendo congiunti con loro i figliuoli nostri, non abbia a mancare da noi provisione o sforzo alcuno: la gioventù e gli altri che non andranno, si accenderanno tanto più con questo esempio a esporsi, sempre che sarà di bisogno34, a tutte le fatiche e pericoli. Fate voi, senatori, le parole e i fatti de’ quali sono in esempio e negli occhi di tutta la città, fate, dico, a gara, ciascuno di voi che ha facoltà sufficienti, di fare descrivere35 in questo numero i vostri figliuoli acciò che sieno partecipi di tanta gloria; perché da questo nascerà non solo la difesa sicura e certa di Padova ma si acquisterà questa fama appresso a tutte le nazioni: che noi medesimi siamo quegli che col pericolo della propria vita difendiamo la libertà e la salute della più degna patria e della più nobile che sia in tutto il mondo. —

Fu udito con grandissima attenzione e approvazione, e messo con somma celerità in esecuzione, il consiglio del principe; per il quale il fiore de’ nobili della gioventù viniziana, raccolti ciascuno quanti più amici e familiari36 atti allo esercizio dell’armi potette, andò a Padova, accompagnati insino che entrorno nelle barche da tutti gli altri gentiluomini e da moltitudine innumerabile, e celebrando ciascuno con somme laudi e con pietosi voti37 tanta prontezza in soccorso della patria né con minore letizia e giubilo di tutti furono ricevuti in Padova, esaltando i capitani e i soldati insino al cielo che questi giovani nobili, non esperimentati né alle fatiche né a’ pericoli della milizia, preponessino l’amore della patria alla vita propria; e in modo che confortando l’uno l’altro aspettavano con lietissimi animi la venuta di Cesare.

Il quale, attendendo a raccorre le genti che da molte parti gli concorrevano38, era venuto al ponte di Brenta lontano tre miglia da Padova; e preso per forza Limini e interrotto il corso delle acque, aspettava L’artiglierie le quali, terribili per quantità e per qualità, venivano di Germania. Delle quali essendo condotta una parte a Vicenza, ed essendo andati Filippo Rosso e Federigo Gonzaga da Bozzole con dugento cavalli leggieri per fargli scorta, assaltati da cinquecento cavalli leggieri (che guidati dai villani, i quali in tutta la guerra feciono a’ viniziani utilità maravigliosa, erano usciti di Padova) furno rotti presso a Vicenza cinque miglia, e Filippo fatto prigione; e Federigo, con grande fatica, per beneficio della notte, a piede e in camicia si era salvato. Dal ponte alla Brenta Massimiliano si allargò39 dodici miglia verso il Pulesine di Rovigo per aprirsi meglio la comodità delle vettovaglie, e preso di assalto e saccheggiato il castello di Esti andò a campo a Monselice; dove essendo abbandonata la terra40 che è in piano, spugnò41 il secondo dì la fortezza situata in su la cima d’uno alto sasso. Ebbe dipoi per accordo Montagnano42 ; donde ritornato verso Padova si fermò al ponte di Bassanello vicino a Padova, dove invano tentò di divertire43 la Brenta o il Bachiglione, che di quivi si conduce a Padova. Nel quale luogo essendo giunte tutte l’artiglierie e le munizioni che aspettava, e raccolte tutte le genti che erano distribuite in diversi luoghi, si accostò alla terra con tutto l’esercito; e avendo messi quattromila fanti nel borgo che si dice di Santa Croce aveva in animo di assaltarla da quella parte : ma essendo dipoi certificato44 che la terra in quel luogo era più forte di sito e di muraglia e statevi fatte maggiori fortificazioni, e ricevendo ancora45 in quello alloggiamento dalle artiglierie di Padova molto danno, deliberò trasferirsi con tutto lo esercito alla porta del Portello che è volta verso Vinegia, perché gli era riferito la terra esservi più debole, e per impedire i soccorsi che per terra o per acqua venissino a Padova da Vinegia. Ma non potendo, per lo impedimento de’ paludi e di certe acque che inondano il paese, andarvi se non con lungo circuito, venne al ponte di Bovolenta lontano da Padova sette miglia, dove è una tenuta46 situata in sul fiume del Bachiglione verso la marina tra Padova e Vinegia: nel qual luogo, per essere circondato dalle acque e nella parte più sicura del padovano, si erano ridotti47 tremila villani con numero grandissimo di bestiami; i quali, sforzati dalla vanguardia de’ fanti spagnuoli e italiani, furono quasi tutti morti48 o presi. Né si attese, per due dì seguenti, ad altro che a correre tutto il paese insino al mare, pieno di quantità infinita di bestiami; e furono prese nella Brenta molte barche, che cariche di vettovaglie andavano a Padova: tanto che, finalmente, il quintodecimo dì del mese di settembre, avendo consumato tanto tempo inutilmente e dato spazio agli inimici di fortificarla ed empierla di vettovaglie, si accostò alle mura di Padova allato alla porta del Portello.

1. a campo: ad accamparsi.

2. salute: salvezza.

3. di ogni ragione: di ogni genere.

4. I guastatovi erano operai addetti ai lavori d’ingegneria militare.

5. riparato: fatto dei ripari.

6. Limena.

7. si divertono a: deviano verso.

8. in questa sentenza: così (cfr. il latino in hanc sententiam loqui).

9. le provisioni: i provvedimenti.

10. provedere: procurare.

11. commessa: affidata.

12. non… medesimi: non abbiamo più la possibilità di darci da fare per noi stessi.

13. si tratta insieme: è compreso.

14. è… gentili: è opinione persino dei pagani.

15. determinato: assegnato.

16. il principato: il primato.

17. nella… mare: in mezzo al mare.

18. ornatissimi: bellissimi.

19. stanza: sede.

20. del: dal.

21. formidabile: temibile.

22. indifferentemente: imparzialmente.

23. stabilita: radicata.

24. temperato: composto dalla fusione armonica.

25. Cfr. Dialogo, pp. 406-7.

26. antimuro: baluardo.

27. appartiene: si addice.

28. delle: dalle.

29. né fu per noi rappresentata… quella virtù: né noi abbiamo dato esempio… di quella virtù.

30. occorrere: capitare.

31. è a proposito: conviene.

32. clienti: dipendenti, protetti.

33. che… facoltà: che gli permetteranno le sue ricchezze.

34. sempre… bisogno: ogni volta che sarà necessario.

35. descrivere: reclutare.

36. familiari: servitori.

37. con pietosi voti: con pii auguri.

38. gli concorrevano: venivano a lui.

39. si allargò: si spostò.

40. la terra: la città.

41. spugnò: espugnò.

42. Montagnana.

43. divertire: deviare.

44. essendocertificato: rendendosi… conto.

45. ancora: anche.

46. tenuta: chiusa.

47. ridotti: ritirati.

48. morti: uccisi.

CAPITOLO XI

Importanza del dominio di Padova per i veneziani. Forze degli avversari e fortificazioni di Padova. Assalti de’ soldati di Massimiliano alle mura e valorosa difesa de’ veneziani. Ritirata dell’esercito di Massimiliano; querele di questo contro gli alleati. Accordi fra Massimiliano e gli ambasciatori fiorentini. Le truppe francesi si ritirano nel ducato di Milano; i veneziani rifiutano la tregua con Massimiliano.

Non aveva mai, né in quella età né forse in molte superiori1, veduto Italia tentarsi oppugnazione2 che fusse di maggiore cspcttazione e più negli occhi degli uomini, per la nobiltà di quella città e per gli effetti importanti che dal perderla o vincerla resultavano. Conciossiaché Padova, nobilissima e antichissima città e famosa per l’eccellenza dello studio3, cinta da tre ordini di mura e per la quale corrono i fiumi di Brenta e di Bachiglione, è di circuito tanto grande quanto forse sia alcuna altra delle maggiori città d’Italia; situata in paese abbondantissimo4, ove è aria salubre e temperata, e benché stata allora più di cento anni depressa sotto l’imperio de’ viniziani, che ne spogliorno quegli della famiglia di Carrara5, ritiene6 ancora superbi e grandi edifìci e molti segni memorabili di antichità, da’ quali si comprende la pristina sua grandezza e splendore: e dallo acquisto e difesa di tanta città dipendeva non solamente lo stabilimento o debolezza dello imperio de’ tedeschi in Italia ma ancora quello che avesse a succedere della città propria di Vinegia. Perché difendendo Padova poteva facilmente sperare quella republica, piena di grandissime ricchezze e unita con animi prontissimi in se medesima né sottoposta alle variazioni alle quali sono sottoposte le cose de’ prìncipi, avere in tempo non molto lungo a recuperare grande parte del suo dominio; e tanto più che la maggiore parte di quegli che avevano desiderato le mutazioni, non vi avendo trovato dentro effetti corrispondenti a’ suoi pensieri, e conoscendosi per la comparazione quanto fusse diverso il reggimento moderato de’ viniziani da quello de’ tedeschi alieno da’ costumi degli italiani e disordinato maggiormente per le confusioni e danni della guerra, cominciavano a voltare gli occhi all’antico dominio: e per contrario, perdendosi Padova, perdevano i viniziani interamente la speranza di reintegrare lo splendore della sua republica; anzi era grandissimo pericolo che la città medesima di Vinegia, spogliata di tanto imperio e vota di molte ricchezze per la diminuzione delle entrate publiche e per la perdita di tanti beni che i privati possedevano in terra ferma, o non potesse difendersi dalle armi de’ prìncipi confederati o almeno non diventasse7, in progresso di tempo, preda non meno de’ turchi (co’ quali confinano per tanto spazio, e hanno sempre con loro o guerra o pace infedele e male sicura) che de’ prìncipi cristiani.

Ma non era minore l’ambiguità8 degli uomini : perché gli apparati potentissimi che da ciascuna delle parti si dimostravano tenevano molto sospesi i giudici comuni, incertissimi quale avesse ad avere effetto più felice, o l’assalto o la difesa. Perché nell’esercito di Cesare, oltre alle settecento lancie del re di Francia le quali governava la Palissa, erano dugento uomini d’arme mandatigli in aiuto dal pontefice, dugento altri mandatigli dal duca di Ferrara sotto il cardinale da Esti, benché ancora non fussino composte le differenze9 tra loro, e sotto diversi condottieri secento uomini d’arme italiani soldati da lui. Né era minore il nerbo del peditato10 che de’ cavalli, perché aveva diciottomila tedeschi seimila spagnuoli seimila venturieri11 di diverse nazioni e duemila italiani menatigli e pagati dal cardinale da Esti nel medesimo nome. Seguitavalo apparato stupendo di artiglierie e copia grande di munizioni, della quale una parte gli avea mandata il re di Francia. E benché i soldati suoi propri la più parte del tempo non ricevessino danari, nondimeno, per la grandezza e autorità di tanto capitano, e per la speranza di pigliare e saccheggiare Padova e d’avere poi in preda tutto quello che ancora possedevano i viniziani, non per questo l’abbandonavano; anzi continuamente augumentava ogni dì il numero, sapendosi massime per ciascuno che egli, di natura liberalissimo e pieno di umanità co’ suoi soldati, mancava di pagargli non per avarizia e volontà ma per impotenza. Era così potente l’esercito cesareo, benché raccolto non solo delle forze sue ma eziandio degli aiuti e forze d’altri; ma non era manco potente, per quanto fusse necessario alla difesa di Padova, l’esercito che per i viniziani si ritrovava in quella città. Perché vi erano seicento uomini d’arme12 mille cinquecento cavalli leggieri13 mille cinquecento stradiotti14, sotto famosi ed esperti capitani: il conte di Pitigliano preposto a tutti, Bernardino dal Montone, Antonio de’ Pii, Luzio Malvezzo, Giovanni Greco e molti condottieri minori. Aggiugnevansi a questa cavalleria dodicimila fanti de’ più esercitati e migliori di Italia, sotto Dionigi di Naldo, il Zitolo da Perugia, Lattanzio da Bergamo, Saccoccio da Spoleto e molti altri conestabili15 ; diecimila fanti tra schiavoni16 greci e albanesi, tratti da le loro galee, ne’ quali benché fusse molta turba inutile e quasi collettizia17 ve ne era pure qualche parte utile. Oltre a questi, la gioventù viniziana con quegli che l’aveano seguitata; la quale benché fusse più chiara per la nobiltà e per la pietà verso la patria18, nondimeno, per offerirsi prontamente a’ pericoli e per l’esempio che faceva agli altri, non era di piccolo momento19. Abbondavanvi, oltra alle genti, tutte l’altre provisioni necessarie: numero grandissimo d’artiglierie, copia maravigliosa di vettovaglie d’ogni sorte (non essendo stati meno solleciti i paesani a ridurle quivi per sicurtà loro che gli ufficiali viniziani in provedere e comandare che assiduamente ve ne entrassino) e moltitudine quasi innumerabile di contadini, i quali condotti a prezzo20 non cessavano mai di lavorare; talmente che quella città, fortissima per la virtù e per tanto numero di difensori, era stata riparata e fortificata maravigliosamente a21 quello circuito delle mura che circonda tutta la città; avendo alzata, a grande altezza per tutto il fosso, l’acqua che corre intorno alle mura di Padova, e fatti a tutte le porte della terra22 e in altri luoghi opportuni molti bastioni, dalla parte di fuora ma congiunti alle mura e che avevano l’entrata dalla parte di dentro; co’ quali pieni di artiglierie si percotevano quegli che fussino entrati nel fosso: e nondimeno, acciò che la perdita de’ bastioni non potesse portare pericolo alla terra, a tutti, dalla parte di sotto, avevano fatto una cava con bariglioni23 pieni di molta polvere, per potergli disfare e gittare in aria quando non si potessino più difendere. Né confidandosi totalmente alla grossezza e bontà del muro antico, con tutto che prima l’avessino diligentemente riveduto e dove era di bisogno riparato, e tagliato tutti i merli, fatti dal lato di dentro, per quanto gira la città tutta, steccati con alberi e altri legnami distanti dal muro quanto era la sua grossezza, empierono questo vano, insino all’altezza del muro, di terra consolidatavi con grandissima diligenza. La quale opera maravigliosa e di fatica inestimabile, e nella quale si era esercitata24 moltitudine infinita d’uomini, non assicurando ancora alla sodisfazione intera di chi25 era disposto a difendere quella città, avevano, dopo il muro così ingrossato e raddoppiato, cavato26 uno fosso alto e largo sedici braccia; il quale, ristringendosi nel fondo e avendo per tutto casematte27 e torrioncelli pieni di artiglieria, pareva impossibile a pigliare: ed erano quegli edifici, a esempio de’ bastioni, con avere la cava di sotto, disposti in modo da potersi facilmente con la forza del fuoco rovinare. E nondimeno, per essere più preparati a ogni caso, alzorono dopo il fosso uno riparo della medesima o maggiore larghezza, che si distendeva quanto tutto il circuito della terra, da pochi luoghi infuora a’ quali si conosceva essere impossibile piantare l’artiglieria; innanzi al quale riparo feciono uno parapetto di sette braccia, che proibiva che quegli che fussino a difesa del riparo non28 potessino essere offesi dall’artiglierie degli inimici. E perché a tanti apparati e fortificazioni corrispondessino prontamente gli animi de’ soldati e degli uomini della terra, il conte di Pitigliano, convocatigli in su la piazza di Santo Antonio e confortatigli29 con gravi e virili parole alla salute e onore loro, astrinse30 se medesimo con tutti i capitani e con tutto l’esercito e i padovani a giurare solennemente di perseverare insino alla morte fedelmente nella difesa di quella città.

Con tanto apparato adunque, e contro a tanto apparato, condottosi l’esercito di Cesare sotto le mura di Padova, si distese dalla porta del Portello insino alla porta d’Ognisanti che va a Trevigi, e dipoi si allargò insino alla porta di Codalunga che va a Cittadella, contenendo per lunghezza di tre miglia31. Egli, alloggiato nel monasterio di beata Elena distante per uno quarto di miglio dalle mura della città, e quasi in mezzo della fanteria tedesca, avendo distribuito a ciascuno secondo la diversità degli alloggiamenti e delle nazioni quel che avessino a fare, cominciò a fare piantare l’artiglierie ; le quali per essere tante di numero e alcuna di smisurata e quasi stupenda grandezza, e per essere molto infestato32 dalle artiglierie di dentro tutto il campo e specialmente i luoghi dove si cercava di piantare, non si potette fare senza lunghezza di tempo e difficoltà: con tutto che egli invitto di animo, e di corpo pazientissimo alle fatiche, scorrendo33 il dì e la notte per tutto e intervenendo personalmente a tutte le cose, stimolasse con grandissima sollecitudine che le opere si conducessimo alla perfezione. Era piantata il quinto dì quasi tutta l’artiglieria, e il dì medesimo i franzesi e i fanti tedeschi, da quella parte alla quale era preposto la Palissa, dettono uno assalto a uno rivellino34 della porta, ma più per tentare35 che per combattere ordinatamente; onde, vedendo che era difeso animosamente, si ritirorno senza molta dilazione agli alloggiamenti. Tirava il dì seguente per tutto ferocemente Partiglieria; la maggiore parte della quale, per la grossezza sua e per la quantità grande della polvere che se gli dava, passati i ripari, minava le case prossime alle mura; e già in molte parti era gittato in terra spazio grandissimo di muraglia, e quasi spianato uno bastione fatto alla porta di Ognisanti : né per ciò appariva segno alcuno di timore in quegli di dentro, i quali infestavano con l’artiglierie tutto l’esercito; e gli stradiotti, i quali alloggiati animosamente ne’ borghi aveano recusato di ritirarsi ad alloggiare nella città, e i cavalli leggieri, correndo continuamente per tutto, ora correvano, quando dinanzi quando di dietro, insino in su gli alloggiamenti degl’inimici, ora assalivano le scorte del saccomanno36 e delle vettovaglie, ora, scorrendo e predando per tutto il paese, rompevano37 tutte le vie, eccetto quella che va da Padova al monte di Abano. E nondimeno il campo era copioso di vettovaglie, delle quali si trovavano piene le case e le campagne per tutto; perché né il timore de’ paesani né la sollecita diligenza de’ viniziani né i danni infiniti de’ soldati, da ogni parte, aveano potuto essere pari alla abbondanza grande di quello bellissimo e fertilissimo contado. Uscì ancora fuora di Padova in quei dì Lucio Malvezzo con molti cavalli, per condurre dentro quarantamila ducati mandati da Vinegia; il quale, benché il suo retroguardo fusse assaltato dagli inimici nel ritornare, gli38 condusse salvi, benché con perdita di qualcuno de’ suoi uomini d’arme. Avevano, il nono dì, l’artiglierie fatto tanto progresso che non pareva fusse necessario procedere con esse più olter. Però il dì seguente si messe in battaglia39, per accostarsi alle mura, tutto l’esercito; ma essendosi accorti che la notte medesima quegli di dentro avevano rialzata l’acqua del fosso che innanzi era stata abbassata, non volendo Cesare mandare le genti a manifestissimo pericolo, ritornò ciascuno agli alloggiamenti. Abbassossi di nuovo l’acqua; e il dì seguente si dette, ma con piccolo successo, uno assalto al bastione che era fatto alla punta della porta di Codalunga: onde Cesare, avendo deliberato di fare somma diligenza di sforzarlo40, vi voltò l’artiglieria che era piantata dalla parte de’ franzesi, i quali alloggiavano tra le porte di Ognisanti e di Codalunga; con la quale avendone rovinata una parte, vi fece dare dopo due dì l’assalto dai fanti tedeschi e spagnuoli accompagnati da alcuni uomini d’arme a piede, i quali ferocemente combattendo salirono in sul bastione, e vi rizzorono due bandiere. Ma era tale la fortezza del fosso, tale la virtù de’ difensori (tra’ quali il Zitolo da Perugia combattendo con somma laude fu ferito gravemente), tale la copia degli instrumenti da41 difendersi, non solo di artiglierie ma di sassi e di fuochi lavorati42, che e’ furono necessitati impetuosamente scenderne, essendo feriti e morti molti di loro43 : donde l’esercito, che era ordinato per dare, come si credeva, subito che il bastione fusse spugnato, la battaglia alla muraglia, si disarmò44 senza avere tentato cosa alcuna.

Perdé Cesare per questa esperienza interamente la speranza della vittoria; e però, deliberato di partirsene, condotta che ebbe l’artiglieria in luogo sicuro, si ritirò con tutto l’esercito alla terra di Limini che è verso Trevigi, il settimo decimo dì dapoi che si era accampato a Padova, e poi continuamente si condusse in più alloggiamenti45 a Vicenza; ove ricevuto il giuramento della fedeltà dal popolo vicentino, e dissoluto46 quasi tutto l’esercito, andò a Verona: disprezzato, perché non erano successi47 ma molto più perché erano, e nello esercito e per tutta Italia, biasimati maravigliosamente i consigli48suoi, e non meno le esecuzioni delle cose deliberate. Perché non era dubbio che e il non avere acquistato Trevigi e l’avere perduto Padova era proceduto per colpa sua; similmente, che la tardità del suo venire innanzi avea fatta difficile l’espugnazione di Padova, perché da questo era nato che i viniziani avevano avuto tempo a provedersi di soldati, a empiere Padova di vettovaglie e a fare quelle riparazioni e fortificazioni maravigliose. Né egli negava questa essere stata la cagione che si fusse difesa quella città, ma rimovendo la colpa dalla varietà e da’49 disordini suoi e trasferendola in altri si lamentava del pontefice e del re di Francia che, con l’avere l’uno di loro concesso l’andare a Roma agli oratori viniziani l’altro avere tardato a mandare il soccorso delle sue genti, avevano dato cagione di credere a ciascuno che si fussino alienati da lui, onde avere preso animo i villani delle montagne di Vicenza a ribellarsi; e che avendo consumato nel domargli molti dì aveva poi trovato per la medesima cagione le medesime difficoltà nella pianura, e che per aprirsi e assicurarsi le vettovaglie e liberarsi da molte molestie era stato necessitato a pigliare tutte le terre del paese : né solamente avergli nociuto in questo la tarda venuta de’ franzesi, ma che se fussino venuti al tempo conveniente non sarebbe seguitata la ribellione di Padova; e che questo e l’avere il re di Francia e il re d’Aragona licenziate l’armate di mare aveva poi data facoltà a’ viniziani, liberati d’ogni altro timore, di potere meglio provedere e fortificare Padova : querelandosi, oltre a questo, che al re d’Aragona erano grate le sue difficoltà per indurlo più facilmente [a] consentire che a lui restasse l’amministrazione del regno di Castiglia. Le quali querele non miglioravano le sue condizioni, né gli accrescevano l’autorità perduta per non avere saputo usare sì rare occasioni; anzi, che tale opinione fusse comunemente conceputa di lui era gratissimo al re di Francia, né molesto al pontefice perché, sospettoso e diffidente di ciascuno e considerando quanto sempre fusse bisognoso di danari e importuno a dimandarne, non vedeva volentieri crescere in Italia il nome suo50.

A Verona ricevette similmente il giuramento della fedeltà: e in quella città gl’imbasciadori fiorentini, tra’ quali fu Piero Guicciardini mio padre, convennono con lui51 in nome della loro republica,indotta a questo, oltre all’altre ragioni, da’ conforti del re di Francia, di pagargli in brevi tempi quarantamila ducati; per la quale promessa ottennono da lui privilegi in forma amplissima della52 confermazione così della libertà di Firenze come del dominio e giurisdizione delle terre e stati tenevano53, con la quietazione54 di tutto quello gli dovessino per il tempo passato. E avendo Cesare deliberato di tornarsene in Germania, per ordinarsi55 secondo diceva, a fare la guerra alla prossima primavera, chiamò a sé Ciamonte per trattare delle cose presenti: al quale, venuto a lui nella villa di Arse56 nel veronese, dimostrò57 il pericolo che i viniziani non recuperassino Cittadella e Bassano, i quali luoghi molti importanti, insuperbiti per la difesa di Padova, si preparavano per assaltare; e che ’l medesimo non intervenisse poi di Monselice di Montagnana e di Esti. Essere necessario pensare oltre alla conservazione di queste terre non meno alla recuperazione di Lignago, e che essendo egli per sé solo impotente a fare le provisioni necessarie a questi effetti bisognava fusse aiutato dal re ; le cose del quale, non si sostenendo le sue, si mettevano in pericolo. Alle quali dimande non potendo Ciamonte dargli certa risoluzione58 si rimesse a darne notizia al re59, dandogli speranza che la riposta sarebbe conforme al suo desiderio. Da questo parlamento Massimiliano, lasciato a guardia di Verona il marchese di Brandiborgh, andò alla Chiusa60. E poco dipoi la Palissa, il quale era rimasto con cinquecento lancie nel veronese, allegando difficoltà degli alloggiamenti e molte incomodità, ottenuta quasi per importunità61 licenza da lui, si ritirò ne’ confini del ducato di Milano; perché la intenzione del re era che avendo a stare le sue genti oziosamente alle guarnigioni stessino nello stato suo, ma che tornassino a servire Massimiliano per fare qualunque impresa gli piacesse, e specialmente quella di Lignago: la quale, desiderata e sollecitata sommamente da lui, si differì per le sue solite difficoltà tanto, che essendo sopravenute per la stagione del tempo62 le pioggie grandi non si poteva più campeggiare in quello paese, che per la bassezza sua è molto soprafatto dalle acque.Però Cesare, ridotto in queste difficoltà, desiderò di fare per qualche mese tregua co’ viniziani : ma essi, pigliando animo da i suoi disordini63 e vedendolo aiutato così freddamente da’ collegati, non giudicorno essere a loro proposito il sospendere le armi.

1. superiori: precedenti.

2. oppugnazione: assedio.

3. dello studio: dell’Università.

4. in paese abbondantissimo: in territorio ricchissimo.

5. Nel 1406, quando i veneziani sconfissero e uccisero Francesco il Giovane da Carrara.

6. ritiene: conserva.

7. non diventasse: diventasse.

8. Vambiguità: l’incertezza.

9. Non… differenze: non fossero appianate le controversie.

10. il nerbo del peditato: la forza della fanteria.

11. I venturieri erano soldati volontari e senza stipendio, che militavano fuori delle compagnie ordinarie.

12. uomini d’arme: soldati a cavallo armati di armi pesanti.

13. cavalli leggieri: soldati a cavallo armati di armi leggere.

14. stradiotti: cavalleggeri di origine greca o dalmata.

15. conestabili: comandanti.

16. Sloveni.

17. collettizia: raccogliticcia.

18. piùpatria: si sottintende qualcosa come «che atta alle armi».

19. di piccolo momento: di poca importanza.

20. condotti a prezzo: assunti a pagamento.

21. a: in rapporto a.

22. della terra: della città.

23. una cava con bariglioni: una grotta piena di grossi barili.

24. si era esercitata: aveva lavorato.

25. nondi chi: non offrendo ancora garanzie di sicurezza tali da soddisfare pienamente chi.

26. cavato: scavato.

27. casematte: postazioni di artiglieria protette da muri bassi e da un tetto.

28. proibiva che… non: impediva che.

29. confortatigli: esortatili.

30. astrinse: obbligò.

31. contenendo… miglia: occupando un tratto lungo tre miglia.

32. infestato: disturbato.

33. scorrendo: correndo.

34. Il rivellino era un’opera di fortificazione eretta davanti a un fronte di fortificazione.

35. per tentare: per sondare la situazione.

36. Il saccomanno era la parte dell’esercito adibita al trasporto dei bagagli e delle vettovaglie.

37. rompevano: interrompevano.

38. gli: si riferisce a ducati.

39. in battaglia: in ordine di combattimento.

40. sforzarlo: prenderlo con la forza.

41. da: per.

42. I fuochi lavorati erano proiettili fatti di una miscela incendiaria (sainitro e resine) che continuava a bruciare anche a contatto dell’acqua.

43. 26 settembre 1509.

44. si disarmò: si ritirò.

45. alloggiamenti: tappe.

46. dissoluto: sciolto.

47. non erano successi: non avevano avuto successo.

48. i consigli: i progetti.

49. rimovendo… da’: non volendo attribuirne la colpa airincostanza e ai.

50. il nome suo: il suo potere e prestigio.

51. convennono con lui: fecero un accordo con lui (24 ottobre 1509).

52. privilegi… della: i documenti con cui si riconosceva in termini favorevolissimi ai fiorentini la.

53. stati tenevano: territori che possedevano.

54. quietazione: quietanza, annullamento.

55. ordinarsi: prepararsi.

56. Arce.

57. dimostrò: fece presente.

58. certa risoluzione: sicura risposta.

59. si rimesse… al re: rinviò la risposta a dopo che ne avesse informato il re.

60. A nord di Arce.

61. quasi per importunità: con richieste così insistenti da essere quasi importune.

62. la stagione del tempo: il periodo stagionale.

63. dai suoi disordini: dalle sue difficoltà.

CAPITOLO XII

Dissenso fra il pontefice e il re di Francia. Cause di dissenso fra tutti i collegati per la benevolenza del pontefice verso i veneziani. Discussioni fra il pontefice e gli ambasciatori veneziani.

Ritornossene alla fine Cesare a Trento, lasciate in pericolo grave le cose sue, e lo stato di Italia in non piccola sospensione, perché era nata tra ’l pontefice e il re di Francia nuova contenzione, il principio della quale benché paresse procedere da cagioni leggiere si dubitava non1 avesse occultamente più importanti cagioni. Quel che allora si dimostrava2 era che essendo vacato uno vescovado di Provenza, per la morte del vescovo suo nella corte di Roma, il papa l’aveva conferito contro alla volontà del re di Francia; il quale pretendeva questo essere contrario alla capitolazione fatta tra loro per mezzo del cardinale di Pavia, nella quale, se bene nella scrittura non fusse stato nominatamente espresso che il medesimo si osservasse ne’ vescovadi che vacassino nella corte di Roma che in quegli che vacavano negli altri luoghi, nondimeno il cardinale avergliene promesso con le parole : il che negando il cardinale essere vero (forse più per timore che per altra cagione) e il re affermando il contrario, il pontefice diceva non sapere quello che tacitamente fusse stato trattato, ma che avendo nella ratificazione sua riferitosi a quello che appariva per scrittura, con inserirvi nominatamente capitolo per capitolo, né comprendendo questo il caso quando i vescovi morivano in corte di Roma, non essere tenuto più oltre3. E perciò crescendo la indignazione, il re, disprezzato4 contro alla sua consuetudine il consiglio del cardinale di Roano, stato sempre autore della concordia col pontefice, fece sequestrare i frutti di tutti i benefici che tenevano nello stato di Milano i cherici residenti nella corte di Roma; e il papa da altra parte ricusava di dare le insegne del cardinalato ad Albi, il quale per riceverle, secondo la promessa fatta al re, era andato a Roma. E con tutto che il pontefice, vinto da’ prieghi di molti, disponesse alla fine del vescovado di Provenza secondo la volontà del re e con lui convenisse di nuovo come s’avesse a procedere ne’ benefici che nel tempo futuro vacassino nella corte di Roma, e che perciò dall’una parte si liberassino i sequestri fatti, dall’altra concedute le insegne del cardinalato ad Albi, nondimeno non bastavano queste cose a mollificare l’animo del pontefice, esacerbato per molte cose, ma specialmente perché avendo insino dal principio del pontificato conceduta malvolentieri al cardinale di Roano la legazionedelregnodi Francia, come dannosa alla corte di Roma, e con indeg molestissimo essere costretto per non irritare tanto l’animo del re di Francia, consentire la continuasse; e perché, persuadendosi che quel cardinale tendesse con tutti i suoi pensieri e arti al pontificato, sospettava d’ogni progresso e d’ogni movimento de’ franzesi.

Queste erano le cagioni apparenti degli sdegni suoi: ma per5 quello che si manifestò poi de’ suoi pensieri, avendo nell’animo più alti fini, desiderava ardentissimamente, o per cupidità di gloria o per occulto odio contro al re di Francia o per desiderio della libertà de’ genovesi, che ’l re perdesse quel che possedeva in Italia; non cessando di lamentarsi senza rispetto di lui e del cardinale, ma in modo che e’ pareva che la sua mala sodisfazione procedesse principalmente da timore. E nondimeno, come6 era di natura invitto e feroce7, e che alla disposizione dell’animo accompagnava il più delle volte le dimostrazioni estrinseche, ancora che s’avesse pr0posto nella mente fine di tanto momento8 e tanto difficile a conseguire, rifidandosi9 in sé solo e nella riverenza e autorità che conosceva avere appresso a’ principi la sedia apostolica, non dependente né congiunto con alcuno anzi dimostrando con le parole e con le opere di tenere poco conto di ciascuno, né si congiugneva con Cesare né si ristrigneva10 col re cattolico, ma salvatico11 con tutti non dimostrava inclinazione se non a’ viniziani; confermandosi ogni dì più nella volontà di assolvergli12, perché giudicava il non gli lasciare perire essere molto a proposito della salute di Italia e della sicurtà e grandezza sua. Alla quale cosa molto efficacemente contradicevano gli oratori di Cesare e del re di Francia; concorrendo13 con loro in publico al medesimo l’oratore del re d’Aragona, benché, temendo per l’interesse del regno di Napoli della grandezza del re di Francia né confidandosi in Cesare per la sua instabilità, procurasse occultissimamente il contrario col pontefice. Allegavano non essere conveniente che il pontefice facesse tanto beneficio a coloro i quali era tenuto a perseguitare con l’armi, atteso che, con la confederazione fatta a Cambrai, era ciascuno de’ collegati obligato ad aiutare l’altro insino a tanto che avesse interamente acquistate tutte le cose nominate nella sua parte; dunque, non avendo mai Cesare acquistato Trevigi, non essere ancora alcuno di loro liberato da questa obligazione: oltre che, con giustizia si poteva dinegare l’assoluzione a’ viniziani perché né volontari né infra ’l tempo determinato nel monitorio aveano restituite alla Chiesa le terre della Romagna; anzi non avere insino a quest’ora ubbidito interamente, imperocché erano stati ammuniti di restituire oltre alle terre i frutti presi il che non aveano adempiuto. Ma a queste cose rispondeva il pontefice che, poi che si erano ridotti a penitenza e dimandato con umiltà grande l’assoluzione, non era ufficio del vicario di Cristo perseguitargli più con l’armi spirituali, in pregiudicio della salute di tante anime avendo conseguite le terre e così cessando la cagione per la quale erano stati sottoposti alle censure, .perché la restituzione de’ frutti presi era cosa accessoria e inserita più per aggravare la inubbidienza14 che per altro, e che non era conveniente venisse in considerazione di tanta cosa15. Diversa esser la causa del perseguitargli con L’armi temporali; alle quali, perché aveva nelPanimo di perseverare nella lega di Cambrai, si offeriva parato di concorrere insieme cogli altri: benché da questo potesse ciascuno de’ confederati giustamente discostarsi, perché dal re de’ romani era mancato il non avere Trevigi avendo rifiutato le prime offerte fattegli da’ viniziani (quando gli mandorno imbasciadore Antonio Giustiniano) di lasciargli tutto quello possedevano in terra ferma, e perché dipoi gli aveano offerto molte volte di dargli in cambio di Trevigi conveniente ricompensa.

E così, non lo ritenendo le contradizioni degli imbasciadori, lo ritardava solamente la generosità16 del suo animo; per la quale, ancora che riputasse l’assoluzione de’ viniziani utile a sé e opportuna a’ fini propostisi, aveva deliberato non la concedere se non con degnità grande della sedia apostolica, e in modo che le cose17 della Chiesa si liberassino totalmente dalle loro oppressioni : e perciò, recusando i viniziani di cedere a due condizioni le quali oltre a molte altre aveva proposte, differiva l’assolvergli. L’una era che lasciassino libera a’ sudditi della Chiesa la navigazione del mare Adriatico, la quale vietavano a tutti quegli che per le robe conducevano18 non pagavano loro certe gabelle; l’altra, che non tenessino più in Ferrara, città dependente dalla Chiesa, il magistrato del bisdomino. Allegavano i viniziani questo essere stato consentito da’ ferraresi, non repugnando19 Clemente sesto pontefice romano20 che a quel tempo risedeva con la corte nella città d’Avignone; e la superiorità e custodia del golfo avere conceduta loro con amplissimi privilegi Alessandro quarto pontefice, mosso perché colParmi e colla virtù e con molte spese l’aveano difeso da’ saracini e da’ corsali, e renduta sicura quella navigazione a’ cristiani. Alle quali cose si replicava per la parte del pontefice non avere potuto i ferraresi, in pregiudicio della superiorità ecclesiastica, acconsentire che da altri fusse tenuto un magistrato o esercitata giurisdizione in Ferrara, né averlo consentito volontariamente ma sforzati da lunga e grave guera; e dopo avere ricercato invano l’aiuto del pontefice, le censure del quale dispregiavano i viniziani, avere accettata la pace con quelle condizioni che era paruto a chi poteva contro a loro più coll’armi che colla ragione21. Né della concessione d’Alessandro pontefice apparire né in istorie né in iscritture memoria o fede alcuna, eccetto il testimonio de’ viniziani, il quale in causa propria e sì ponderosa22 era sospetto; e quando pure ne apparisse cosa alcuna, essere più verisimile che da lui, il quale dicevano averlo conceduto in Vinegia, fusse stato conceduto per minaccie o per timore che uno pontefice romano, a cui sopra tutti gli altri apparteneva il patrocinio della giustizia e il ricorso degli oppressi23, avesse conceduto una cosa tanto imperiosa e impotente24 in detrimento25 di tutto il mondo.

1. si dubitava non: si dubitava che.

2. si dimostrava: appariva.

3. non… oltre: non avere altri obblighi.

4. dispvezzato: senza prendere in considerazione.

5. per. per quanto si può dedurre da.

6. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

7. feroce: animoso.

8. ancora… momento: benché si fosse proposto un obiettivo così importante.

9. rifidandosi: avendo piena fiducia.

10. si ristrigneva: si alleava.

11. salvatico: litigioso.

12. di assolvergli: si sottintende dal monitorio (cfr. VIII, IV).

13. concorrendo: concordando.

14. per… inubbidienza: per fare apparire ai loro occhi più grave la loro disobbedienza.

15. venisse… cosa: fosse presa in considerazione quando si trattava di una cosa così importante come la salute delle anime.

16. la generosità: l’orgoglio.

17. le cose: i possedimenti.

18. per le robe conducevano: per le merci che trasportavano.

19. non repugnando: senza che si opponesse.

20. 1342-1350. ra;

21. colla ragione: con la giustizia.

22. in… ponderosa: in una questione che li riguardava direttamente e che era così importante.

23. a cui… apparteneva… il ricorso degli oppressi: a cui… spettava… la protezione degli oppressi che ricorressero a lui.

24. impotente: prepotente.

25. in detrimento: a danno.

CAPITOLO XIII

I veneziani riprendono Vicenza ed altre terre. Impresa de’ veneziani contro il duca d’Este; i veneziani occupano il Polesine; scacco de’ ferraresi.

Nel quale stato delle cose, variazione degli animi de’ prìncipi, piccola potenza e riputazione del re de’ romani, i viniziani mandorono l’esercito, nel quale era proveditore Andrea Gritti, a Vicenza, ove sapevano il popolo desiderare di ritornare sotto l’imperio loro; e accostativisi che era già notte, battuto con l’artiglierie il sobborgo della Posteria1, l’ottennono. E nondimeno, benché nella città fussino pochi soldati, non confidavano molto di espugnarla; ma gli uomini della terra2 confortati3 (come fu fama) da Fracasso, mandati loro a mezzanotte imbasciadori, gli messono dentro, ritirandosi il principe di Analt e il Fracasso nella fortezza: e fu costante opinione4 che se,ottenuta Vicenza, si fusse senza differire accostato l’esercito veneto a Verona arebbe Verona fatto il medesimo, ma non parve a’ capitani dovere partire da Vicenza se prima non acquistavano la fortezza. La quale benché il quarto dì venisse in potestà loro (perché il principe di Anault e Fracassa, per la debolezza sua, l’abbandonorono) entrò in questo tempo in Verona nuova gente di Cesare, e sotto Obignì trecento lancie del re di Francia; di maniera che, essendovi circa cinquecento lancie e cinquemila fanti tra spagnuoli e tedeschi, non era più facile l’occuparla. Accostossi dipoi l’esercito veneto a Verona diviso in due parti, in ciascuna delle quali erano trecento uomini d’arme cinquecento cavalli leggieri e tremila fanti, sperando che come si fussino accostati si facesse movimento5 nella città: ma non si essendo presentati alle mura in uno tempo medesimo, quegli che erano nella terra fattisi incontro alla prima parte, che veniva di là dal fiume dell’Adice e già era entrata nel borgo, la costrinsono a ritirarsi; e sopravenendo poco di poi Lucio Malvezzo, dall’altra ripa del fiume coll’altra parte, si ritirò medesimamente; e amendue congiunte insieme si fermorno alla villa di San Martino6, distante da Verona cinque miglia. Nel qual luogo mentre stavano, avendo inteso che duemila fanti tedeschi, partiti da Basciano7 erano andati a predare a Cittadella, mossisi a quella parte gli rinchiusono in Vallefidata8; ma i tedeschi, avendo ricevuto soccorso da Basciano, uscirono per forza9, benché non senza danno, de’ passi stretti e avendo abbandonato Basciano l’occuporono i viniziani. Da Basciano andò una parte dell’esercito a Feltro10 e Civitale11 e, dopo avere ricuperate quelle terre, alla rocca della Scala, la quale spugnò12, avendovi prima piantate L’artiglierie ; e nel tempo medesimo Antonio e Ieronimo da Savorniano, gentiluomini, che nel Friuli seguitavano le parti viniziane, presono Castelnuovo13 posto in su uno monte aspro in mezzo della Patria (così chiamano il Friuli), di là dal fiume del Tigliavento: non si intendendo14 di Cesare, il quale commosso15 dal caso di Vicenza era venuto subitamente alla Pietra, altro che romori vari16, e spesso muoversi con celerità, ma senza effetto alcuno, da uno luogo a un altro.

Andò dipoi l’esercito de’ viniziani verso Monselice e Montagnana, per recuperare il Pulesine di Rovigo e per entrare nel ferrarese, insieme coll’armata17, la quale il senato, disprezzato il consiglio18 de’ senatori più prudenti, che giudicavano essere cosa temeraria lo implicarsi in nuove imprese, aveva deliberato mandare potente per il fiume del Po contro al duca di Ferrara : mossi non tanto dalla utilità delle cose presenti quanto dallo sdegno che incredibile aveano conceputo contro a lui; parendo loro che di quel che aveva fatto per liberarsi dal giogo del bisdomino19 e per ricuperare il Pulesine non dovere giustamente lamentarsi20, ma non potendo già tollerare che, con contento di quel che pretendeva appartenersegli di ragione21, avesse, quando Cesare si levò con l’esercito da Padova, ricevuto da lui in feudo il castello di Esti, donde è l’antica origine e il cognome della famiglia da Esti e in pegno, per sicurtà di danari prestati, il castello di Montagnana, ne’ quali due luoghi non pretendeva ragione alcuna. Aggiugnevasi la memoria che le sue genti, nella recuperazione del Pulesine, concitate da odio estremo contro al nome viniziano, avevano danneggiato eccessivamente i beni de’ gentiluomini; incrudelendo eziandio contro agli edifici con incendi e con ruine. Però fu determinato che l’armata loro guidata da Angelo Trevisano, e nella quale furono diciassette galee sottili con numero grandissimo di legni minori, e bene provista d’uomini atti alla guerra, andasse verso Ferrara : la quale armata, entrata nel Po per la bocca delle Fornaci e abbruciata Corbola e altre ville vicine22 al Po, andò predando tutto il paese insino al Lagoscuro23: dal quale luogo i cavalli leggieri che per terra l’accompagnavano scorsero per insino a Ficheruolo, palazzo più presto che fortezza, famoso per la lunga oppugnazione di Ruberto da San Severino capitano de’ viniziani, nella guerra contro a Ercole padre di Alfonso24.

La venuta di questa armata, e la fama d’avere a venire l’esercito di terra, spaventò molto il duca di Ferrara; il quale trovandosi con pochissimi soldati, né essendo il popolo di Ferrara, o per il numero o per la perizia della guerra, bastante a opporsi a tanto pericolo, non aveva, insino a tanto gli sopravenissino gli aiuti che sperava dal pontefice e dal re di Francia, altra difesa che impedire, con frequentissimi colpi d’artiglierie piantate in sulla ripa del Po, che gli inimici non25 passassino più innanzi. Perciò il Trevisano, avendo tentato invano di passare e conoscendo non potere fare senza gli aiuti di terra maggiore progresso, fermò l’armata in mezzo al fiume del Po dietro a una isoletta che è di riscontro alla Pulisella26, luogo distante da Ferrara per [undici] miglia27 e molto opportuno a travagliarla e tormentarla, con intenzione di aspettare quivi l’esercito; al quale si era arrenduto senza difficoltà tutto il Pulesine, recuperata prima Montagnana per accordo, per il quale furono concessi loro prigioni gli ufficiali ferraresi e i capitani de’ fanti che vi erano dentro. Insino all’arrivare del quale28, perché l’armata stesse più sicura, cominciò il Trivisano a fabricare due bastioni con grandissima celerità in sulla riva del Po, l’uno dalla parte di Ferrara l’altro in sulla ripa opposita; gittando similmente uno ponte in sulle navi per il quale si potesse dall’armata soccorrere il bastione che si fabricava verso Ferrara. La perfezione del quale per impedire29, il duca, ma con consiglio30 forse più animoso che prudente, raccolti quanto più giovani potette della città e i soldati che continuamente concorrevano agli stipendi suoi, mandò all’improviso ad assaltarlo; ma quegli che erano nel bastione, soccorsi dalla armata, usciti fuora a combattere, gli cominciorno a mettere in fuga; e benché il duca, sopravenendo con molti cavalli, rendesse animo31 e rimettesse in ordine la gente sua, imperi ta la più parte e disordinata, nondimeno fu tale l’impeto degli inimici, per i quali combatteva la32 sicurtà del luogo e molte artiglierie piccole, che finalmente fu costretto a ritirarsi, restando o morti o presi molti de’ suoi, né tanto della turba imperita e ignobile quanto de’ soldati più feroci33 e della nobiltà ferrarese; tra i quali Ercole Cantelmo, giovane di somma espettazione, i maggiori del quale aveano già dominato nel reame di Napoli il ducato di Sora : il quale condotto prigione in su una galea, e venuti in quistione gli schiavoni34 di cui35 di loro dovesse essere prigione, gli fu da uno di essi, con inaudito esempio di barbara crudeltà, miserabilmente troncata la testa. Per le quali cose parendo a ciascuno che la città di Ferrara non fusse senza pericolo, Ciamonte vi mandò in soccorso Ciattiglione36 con cento cinquanta lancie franzesi; e il pontefice, sdegnatosi che i viniziani l’avessino assaltata senza rispetto della superiorità37 che vi ha la Chiesa, ordinò che i suoi dugento uomini d’arme che erano in aiuto di Cesare si volgessino alla difesa di Ferrara : ma sarebbono state per avventura38 tarde queste provisioni se i viniziani non fussino stati costretti di pensare alla difesa delle cose proprie.

1. Il borgo che si trovava fuori della porta di Pusterla.

2. gli… terra: i cittadini.

3. confortati: esortati, consigliati.

4. fu costante opinione: si credette fermamente.

5. movimento: agitazione, tumulto.

6. San Martino Buonalbergo.

7. Bassano.

8. Località non identificata.

9. per forza: con le armi, attaccando l’esercito nemico.

10. Feltre.

11. L’attuale Belluno.

12. spugnò: espugnò.

13. Castelnuovo di Friuli.

14. non si intendendo: non sapendosi.

15. commosso: turbato.

16. romori vari: voci discordanti.

17. coll’armata: con la flotta.

18. disprezzato il consiglio: senza seguire il parere.

19. Il bisdomino era il giudice veneziano residente a Ferrara che amministrava la giustizia ai cittadini veneziani che si trovavano nella città.

20. non… lamentarsi: non avevano giusti motivi di lamentela.

21. di ragione·, per diritto.

22. ville vicine: paesi vicini.

23. Pontelagoscuro.

24. maggio-giugno 1482.

25. impedire… che… non: impedire… che.

26. Polesella.

27. per… miglia: undici miglia.

28. del quale: si riferisce a esercito.

29. la perfezione… impedire: per impedire che venisse portata a termine la costruzione del quale (bastione).

30. consiglio: decisione.

31. rendesse animo: incoraggiasse.

32. per… la: che avevano il vantaggio della.

33. più feroci: più valorosi.

34. schiavoni: sloveni.

35. di cui: di chi.

36. Jacques de Coligny, signore di Chatillon-sur-Loing e d’Andelot.

37. della superiorità: della giurisdizione.

38. per avventura: forse.

CAPITOLO XIV

I veneziani per la minacciata espugnazione di Vicenza ritirano parte delle milizie dal ferrarese. Rotta dell’armata veneziana sul Po.

Non erano, come è detto di sopra, state moleste al re di Francia le difficoltà che aveva Massimiliano, parte per il timore che ebbe sempre delle prosperità sue parte perché, ardendo di desiderio di insignorirsi della città di Verona, sperava che per le sue necessità glien’avesse finalmente a concedere, o in vendita o in pegno; ma da altra parte gli dispiaceva che la grandezza de’ viniziani risorgesse, dalla quale sarebbe risultato molestia e pericolo continuo alle cose sue: però, essendo per la penuria de’ danari molto deboli le provisioni di Cesare in Verona, fu necessitato il re a procurare, con altro aiuto che con quello delle genti d’arme che vi erano entrate, che quella città non ritornasse in potestà loro. Alla qual cosa dette principio Ciamonte, venuto dopo la perdita di Vicenza a’ confini del veronese; perché, cominciando a tumultuare per mancamento de’ pagamenti dumila fanti spagnuoli che erano in Verona, ve gli fermò agli stipendi del re di Francia, e vi mandò per maggiore sicurtà altri fanti; seguitato in questo il consiglio del Triulzio, che dubitando Ciamonte che al re non fusse molesta questa spesa gli rispose essere minore male che il re lo imputasse di avere speso danari che d’avere perduto o messo in pericolo il suo stato. Prestò oltre a questo a Cesare, per pagare i soldati che erano in Verona, ottomila ducati, ma ricevendo, per pegno della restituzione di questi e degli altri che per beneficio suo vi spendesse in futuro, la terra1 di Valeggio; la quale terra, per essere uno de’ passi del fiume del Mincio (anzi chi possiede quella e Peschiera domina il Mincio) e propinqua a Brescia a sei miglia, era per sicurtà di Brescia molto stimata dal re. La venuta di Ciamonte seguitato dalla maggiore parte delle lancie che alloggiavano del ducato di Milano, il mettere genti in Verona, e il divulgarsi che si preparava per andare all’espugnazione di Vicenza, furono cagione che l’esercito de’ viniziani, lasciati per difesa del Pulesine e per sussidio dell’armata quattrocento cavalli leggieri e quattrocento fanti, si partì del ferrarese e si divise tra Lignago, Soave e Vicenza, e che i viniziani, desiderando assicurarsi che Vicenza e il paese circostante non fusse molestato dalle genti che erano in Verona, lo fortificorno con una fossa di opera memorabile2, larga e piena di acqua, intorniata3 da uno riparo in sul quale erano distribuiti molti bastioni : la quale, cominciando dalle radici della montagna sopra a Suave e distendendosi per spazio di cinque miglia, si distendeva per il piano dalla parte che da Lonigo si va a Monforte4, terminando in certi paludi contigui al fiume dello Adice : e fortificato Soave e Lonigo, avevano, mentre la si guardava, assicurato, massime la vernata, tutto il paese.

Alleggerissi per la partita delle genti viniziane, ma non si levò però in tutto, il pericolo di Ferrara: perché se bene fusse cessato il timore dello essere sforzata5 non era cessato il sospetto che, per i danni gravissimi, o non si estenuasse troppo o non6 si riducesse il popolo a ultima disperazione; perché le genti dell’armata7 e quelle che l’accompagnavano correvano ogni dì insino in sulle porte della città, e altri legni de’ viniziani, assaltato da altra parte lo stato del duca di Ferrara, avevano preso Comacchio. Sopragiunsono in questo tempo le genti del pontefice e del re di Francia; e perciò il duca, il quale prima ammunito dal danno ricevuto nell’assalto del bastione avea fermate le genti sue in alloggiamento forte appresso a Ferrara, cominciò a fare spesse cavalcate e scorrerie per condurre8 gli inimici a combattere : i quali, sperando che l’esercito ritornasse, recusavano prima di combattere9. E accadde che essendo cavalcato un giorno insino appresso al bastione il cardinale da Esti, nel ritornarsene, un colpo d’artiglieria scaricata da uno de’ legni degli inimici levò il capo al conte Lodovico della Mirandola, uno de’ condottieri della Chiesa; non avendo, tra tanta moltitudine, né quello né altro colpo offeso alcuno. Finalmente, la perizia del paese e della natura e opportunità del fiume fece facile quel che da principio era paruto pericoloso e difficile. Perché, sperando il duca e il cardinale di rompere coll’artiglierie l’armata, pure che avessino facoltà di poterle sicuramente distendere in sulla ripa del fiume, ritornò il cardinale con parte delle genti ad assaltare il bastione; e avendo, con uccisione di alcuni di loro, rimessi10 gli inimici che erano usciti a scaramucciare, occupò e fortificò la parte prossima11 dell’argine, in modo che senza che gli inimici lo sapessino condusse al principio della notte l’artiglierie in sulla ripa opposita all’armata; e distesele con silenzio grande, cominciò con terribile impeto a percuoterla: e benché tutti i legni si movessino per fuggire, nondimeno essendo distese per lungo spazio molte e grossissime artiglierie, le quali maneggiate da uomini periti tiravano molto da lontano, mutavano più tosto il luogo del pericolo che fuggissino il pericolo; essendo sopravenuto ed esercitandosi12 maravigliosamente la persona del duca, peritissimo e nel fabricare e nell’usare l’artiglierie. Per i quali colpi tutti i legni inimici, con tutto che essi similmente non cessassino di tirare (ma invano, perché quegli che erano in sulla ripa erano coperti dall’argine), con vari e spaventosi casi si consumavano13 : alcuni de’ quali non potendo più reggere a’ colpi si arrendevano; alcuni altri, appresovi il fuoco per i colpi dell’artiglierie, miserabilmente ardevano con gli uomini che vi erano dentro; altri, per non venire in mano degli inimici, messe insieme molte navi e gittandovi fuoco, si precipitavano da se medesimi in quella crudeltà che da altri temevano. Il capitano dell’armata montato quasi al principio dell’assalto in su una scafa14, fuggendo si salvò; la sua galea, fuggita per spazio di tre miglia, al continuo tirando e difendendo e provedendo alle percosse riceveva15, all’ultimo tutta forata andò nel fondo. Finalmente, essendo pieno ogni cosa di sangue di fuoco e di morti, vennono in potestà del duca quindici galee, alcune navi grosse, fuste16, barbotte17 e altri legni minori, quasi senza numero; morti circa dumila uomini o dall’artiglierie e dal fuoco o dal fiume, prese sessanta bandiere, ma non lo stendardo principale che si salvò col capitano; molti fuggiti in terra de’ quali parte raccolti da’ cavalli leggieri de’ viniziani si salvorono, parte seguitati dagli inimici furno presi, parte riceverono nel fuggirsi vari danni da’ paesani. Furono i legni presi condotti a Ferrara, ove per memoria della vittoria acquistata si conservorno molti anni; insino a tanto che Alfonso desideroso di gratificare18 al senato viniziano li concedé loro. Rotta l’armata, mandò subito Alfonso trecento cavalli e cinquecento fanti per rompere l’altra armata che aveva preso Comacchio; i quali, avendo recuperato Loreto19 fortificato da i viniziani, si crede che arebbono rotta l’armata se quella, conosciuto il pericolo, non si fusse ritirata alle Bcbie20. Questo fine ebbe in spazio di uno mese l’assalto di Ferrara; nel quale lo evento, che spesso è giudice non imperito delle cose21, manifestò quanto fusse più prudente il consiglio de’ pochi che confortavano che, lasciate l’altre imprese e riservati a maggiore opportunità i danari, si attendesse solamente alla conservazione di Padova e di Trevigi e dell’altre cose ricuperate, che di quegli che più di numero ma inferiori di prudenza, concitati dall’odio e dallo sdegno, erano facili a implicarsi in tante imprese : le quali, cominciate temerariamente, partorirono alla fine spese gravissime, con non mediocre ignominia e danno della republica.

1. la terra: la città fortificata.

2. di opera memorabile: costruita in maniera da essere degna di memoria.

3. intorniata: circondata.

4. Monteforte d’Alpone.

5. sforzata: assalita e presa con la forza.

6. il sospetto che… o non… o non: il sospetto che… ο… o.

7. delVarmata: della flotta.

8. condurre: indurre.

9. recusavano prima di combattere: si rifiutavano di combattere prima (che arrivasse l’esercito).

10. rimessi: respinti.

11. prossima: più vicina.

12. esercitandosi: prodigandosi nel combattere.

13. si consumavano: venivano distrutti.

14. La scafa era una barca piccola al servizio di un’imbarcazione più grande.

15. provedendo… riceveva: riparando i danni provocati dai colpi che riceveva.

16. Le fuste erano navi a remi, leggere e veloci, più piccole delle galee.

17. Le barbotte erano navi veneziane da guerra, con i fianchi rotondi e il ponte coperto di tavole o di cuoio.

18. gratificare: fare cosa grata.

19. Loreo, nel Polesine di Rovigo.

20. Le Bebe, sul porto di Bondolo, di fronte a Chioggia.

21. lo evento… cose: il risultato, che spesso è corrispondente alla giustezza o meno delle cose fatte dagli uomini.

CAPITOLO XV

Massimiliano si ritira dal Veneto. Posizione di Verona. Vane trattative di tregua tra Massimiliano e i veneziani. Accordi tra Massimiliano e il re d’Aragona per il regno di Cartiglia. Nuovi sospetti del pontefice verso il re di Francia. Morte del conte di Pitigliano.

Ma dalla parte di Padova succedevano per i viniziani più presto le cose prospere che altrimenti. Perché trovandosi Cesare nel vicentino con quattromila fanti, una parte non molto grande delle genti de’ viniziani, con aiuto de’ villani del paese, presono quasi in su gli occhi suoi il passo della Scala, e appresso il Cocollo1 e Basciano2, luogo importante per impedire chi della Magna volesse passare in Italia; ed egli, lamentandosi che per la partita della Palissa fussino succeduti molti disordini, se ne andò a Bolzano, per trasferirsi alla dieta che per ordine suo si aveva a tenere in Spruch. Il cui esempio seguitando Ciamonte, omessi i pensieri caldi che aveva avuto di fare la impresa di Vicenza e di Lignago, considerato ancora i luoghi essere bene proveduti e la stagione del tempo3 molto contraria, si ritirò a Milano, lasciata bene guardata Brescia, Peschiera e Valeggio, e in Verona, per difesa di quella città (la quale Cesare per se stesso era impotente a difendere), seicento lancie e quattromila fanti : i quali, separati dai soldati di Cesare, alloggiavano nel borgo di San Zeno, avendo anche in potestà loro, per essere più sicuri, la cittadel la. La città di Verona, nobile e antica città, è divisa dal fiume dello Adice, fiume profondo e grossissimo; il quale, nato ne’ monti della Magna, come è condotto al piano si torce in su la mano sinistra rasente i monti, ed entrando in Verona, come ne è uscito, discostandosi da’ monti si allarga per bella e fertile pianura. Quella parte della città che è situata nella costa, con alquanto piano, è da l’Adice in là verso la Magna; il resto della terra, che è tutto in piano, è posto dallo Adice in qua verso Mantova. In sul monte, alla porta di San Giorgio, è posta la rocca di San Piero; e due balestrate4 distante da quella, più alta in su la cima del poggio, è quella di San Felice : forte l’una e l’altra assai più di sito che di muraglia. E nondimeno, perdute quelle, perché soprafanno5 tanto la città, resterebbe Verona in grave pericolo. Queste erano guardate da’ tedeschi. Ma nell’altra parte, separata da questa parte dal fiume, è Castelvecchio di verso Peschiera, posto quasi in mezzo della città e che attraversa il fiume con uno ponte; e tre balestrate distante da quello, verso Vicenza è la cittadella e tra l’una e l’altra si congiungono le mura della città dalla parte di fuora, che rendono figura di mezzo tondo6. Ma dal lato di dentro si congiugne loro uno muro edificato in mezzo di due fossi grandissimi, e lo spazio tra l’uno muro e l’altro è chiamato il borgo di San Zeno; che insieme con la guardia della cittadella fu assegnato per alloggiamento de’ franzesi.

Dove mentre che stanno quasi quiete l’armi, Massimiliano continuamente trattava di fare tregua co’ viniziani; interponendosene molto il pontefice, per mezzo di Achille de Grassis vescovo di Peserò, suo nunzio. Per la qual cosa si convennono allo Spedaletto7 sopra la Scala a trattare gli oratori suoi e Giovanni Cornaro e Luigi Mocenigo, oratori de’ viniziani, ma per le dimande alte8 di Cesare riuscì pratica vana; con molto dispiacere del pontefice, che desiderava liberare i viniziani da tutte le molestie. E perché tra loro e sé non fusse materia da contendere, aveva operato rendessino al duca di Ferrara la terra di Comacchio la quale avevano prima abbruciata, e a sé promettessino di non molestare più lo stato del duca di Ferrara; del quale, credendo che avesse a essere grato de’ benefici che per mezzo suo aveva conseguito ed era per conseguire, teneva allora singolare protezione, sperando che avesse a dipendere più da lui che dal re di Francia : contro al quale, stando in continui pensieri di farsi fondamenti9 di grandissima importanza, avea segretamente mandato uno uomo al re d’Inghilterra e cominciato a trattare con la nazione de’ svizzeri, la quale allora cominciava a venire in qualche controversia col re di Francia; per il che essendo venuto a lui il vescovo di Sion (diconlo i latini sedunense)10, inimico del re e che aspirava per questi mezzi al cardinalato, l’avea ricevuto con animo lietissimo.

Succedette alla fine di questo anno11 concordia tra ’l re de’ romani e il re cattolico, discordi per causa del governo de’ regni di Castiglia. La quale, trattata lungamente nella corte del re di Francia e avendo molte difficoltà, fu per poco consiglio12 del cardinale di Roano (che non considerò quanto questa congiunzione fusse male a proposito delle13 cose del suo re) condotta a perfezione14; perché, parendogli forse che il farsene autore gli potesse giovare a pervenire al pontificato, se ne interpose con grandissima diligenza e fatica: con la quale e con l’autorità sua indusse Massimiliano a consentire che il re cattolico, in caso non avesse figliuoli maschi, fusse governatore di quegli reami insino che Carlo nipote comune pervenisse all’età di venticinque anni, né pigliasse il nipote titelo regio vivente la madre, che aveva titolo di reina, perché in Castiglia non sono le femmine escluse da’ maschi; pagasse il re cattolico a Cesare ducati cinquantamila, aiutasselo secondo i capitoli di Cambrai insino a tanto avesse acquistato e recuperato le cose sue, e a Carlo pagasse ciascuno anno quarantamila ducati. Per la quale convenzione stabilito il re di Aragona nel governo del regno di Castiglia, e avuta facoltà di acquistare fede appresso a Cesare, per essere levate via le differenze15 tra loro e per essere in tutti due il medesimo interesse del nipote comune, potette con maggiore animo attendere a impedire la grandezza del re di Francia, la quale per l’interesse del16 reame di Napoli gli era sempre sospetta.

Ebbe in questi medesimi dì sospetto il pontefice che ’l protonotario de’ Bentivogli, che era a Cremona, non trattasse di ritornare furtivamente in Bologna, per il quale sospetto fece per alcuni dì ritenere nel palazzo di Bologna Giuliano de’ Medici; e riferendo17 ogni cosa alla mala volontà del re di Francia dimostrava di temere che e’ non18 passasse in Italia per soggiogarla e per fare violentemente eleggere il cardinale di Roano per pontefice19: e nondimeno, nel tempo medesimo, detraeva senza rispetto all’onore20 di Cesare, come di persona incapace di tanta degnità, e che per l’incapacità sua avesse ridotto in grande disprezzo il nome dello imperio.

Morì nella fine di questo anno il conte di Pitigliano, capitano generale de’ viniziani, uomo molto vecchio e nell’arte militare di lunga esperienza; e nella fede del quale si confidavano assai i viniziani, né temevano che temerariamente mettesse in pericolo il loro imperio.

1. Un altro passo forte nel canale di Brenta. Detto anche dal G. il Covolo.

2. Bassano.

3. la stagione del tempo: il periodo stagionale dell’anno, cioè la stagione.

4. due balestrate: due tiri di balestra.

5. soprafanno: sovrastano.

6. che… tondo: che hanno la forma di un semicerchio.

7. Ospedaletto, nella Valsugana.

8. per le dimande alte: per le richieste eccessive.

9. di farsi fondamenti: di procurarsi appoggi.

10. Matthäus Schiner, vescovo di Sitten.

11. In realtà alla fine del febbraio 1510. O è intervenuto un cambiamento di calendario (passaggio a quello fiorentino), oppure, più probabilmente, G. fornisce una datazione approssimativa.

12. per poco consiglio: per poca prudenza.

13. male… delle: dannosa per le.

14. condotta a perfezione: conclusa.

15. per… differenze: perché erano state appianate le controversie.

16. per l’interesse del: per via dei pericoli che poteva correre il.

17. riferendo: attribuendo.

18. dimostrava... non: diceva di temere che.

19. per pontefice: pontefice.

20. detraevaonore: offendeva senza riguardi l’onore.

CAPITOLO XVI

Fazioni sotto Verona. Incertezza del re di Francia intorno all’opportunità di una nuova impresa contro i veneziani per la conquista di tutta la terraferma. Politica del re per acquietare l’animo del pontefice. Condizioni con cui il pontefice concede l’assoluzione ai veneziani.

Séguita, in questa ambiguità di cose1, l’anno mille cinquecento dieci; nel principio del quale procedevano da ogni parte, come anche era conforme alla stagione, le cose dell’armi freddamente. Perché l’esercito viniziano, alloggiato a San Bonifazio in veronese, teneva quasi come assediata Verona; onde essendo usciti alla scorta Carlo Baglione, Federigo da Bozzole e Sacramoro Visconte, assaltati dagli stradiotti2, furono rotti e fatti prigioni Carlo e Sacramoro, perché Federigo si salvò per opera de’ franzesi che al soccorso loro erano usciti da Verona; e poco dipoi ruppono un’altra compagnia di cavalli franzesi, tra’ quali fu preso monsignore di Clesì3; e da altra parte dugento lancie franzesi, uscite di Verona con tremila fanti, sforzorono per assalto uno bastione verso Soave guardato da seicento fanti, e nel ritorno ruppono una moltitudine grande di villani.

Ma in questa freddezza dell’armi erano angustiati da gravissimi pensieri gli animi de’ prìncipi, e principalmente quello del re de’ romani. Il quale, non conoscendo come potesse riportare la vittoria della guerra contro a’ viniziani, e traportando, come era solito, le cose sue4 di dieta in dieta, aveva chiamato la dieta in Augusta; e sdegnato col pontefice, perché gli elettori dello imperio, mossi dalla sua autorità, facevano instanza che prima si trattasse nella dieta della concordia5 co’ viniziani che delle provisioni della guerra, aveva fatto partire il vescovo di Pesero suo nunzio6 da Augusta; e considerando avere incertitudine lunghezza e molte difficoltà le deliberazioni delle diete anzi il più delle volte il fine dell’una partorire il principio di un’altra, e che il re di Francia dalle dimande interrotte e dalle imprese che gli erano proposte ogni dì si escusava7, ora con lo allegare l’asprezza della stagione ora col dimandare assegnamento certo8 di quello che spendesse ora ricordando non essere solo9 obligato ad aiutarlo, per i capitoli di Cambrai, ma essere ancora nelle medesime obligazioni il pontefice e il re di Aragona, co’ quali era conveniente si procedesse comunemente, secondo che erano comuni la confederazione e la obligazione, si risolveva niuno rimedio essere più pronto alle cose sue che indurre il re di Francia ad abbracciare la impresa di pigliare Padova, Vicenza e Trevigi con le forze proprie, ricevendone il ricompenso conveniente : ed era nel consiglio regio questa dimanda approvata da molti; i quali, considerando che insino che i viniziani non erano esclusi totalmente di terra ferma il re starebbe sempre in continue spese e pericoli, lo confortavano a10 liberarsene con lo spendere una volta potentemente. Né era il re alieno totalmente da questo consiglio, mosso dalla medesima ragione ; e però inclinando a passare in persona in Italia con esercito potente, il quale chiamava potente ogni volta che in esso fussino più di mille seicento lancie e i suoi pensionari11 e gentiluomini, nondimeno, essendo distratto da altre ragioni in diversa sentenza12, stava con l’animo sospeso : più confuso anche che il solito perché il cardinale di Roano, uomo molto efficace e di grande animo, oppresso da lunga e grave infermità, non vacava più a’ negozi13, i quali solevano totalmente espedirsi14 col suo consiglio. Riteneva15 il re l’essere per natura molto alieno dallo spendere, la cupidità ardente di conseguire Verona, alla quale cosa gli pareva migliore mezzo l’essere il re de’ romani implicato in continui travagli; e appunto, essendo egli impotente a pagare le genti tedesche che erano alla guardia di quella città, gli aveva il re prestato di nuovo diciottomila ducati, e obligatosi a prestargliene insino alla somma di cinquantamila : con patto che non solo tenesse, per sicurtà di riavergli, la cittadella, ma che eziandio gli fusse consegnato Castelvecchio e una porta vicina della città, per avere libera l’entrata e l’uscita; e che non gli essendo restituiti i danari infra uno anno gli rimanesse in governo perpetuo la terra di Valeggio, con facoltà di fortificare quella e la cittadella a spese di Cesare.

Tenevano perplesso lo animo del re questi rispetti16, ma molto più lo riteneva il timore di non alterare totalmente la mente17 del pontefice, se conducesse o mandasse nuovo esercito in Italia. Perché il pontefice, pieno di sospetto, e malcontento ancora18 che egli si impadronisse di Verona, oltre al perseverare nel volere assolvere i viniziani dalle censure, faceva ogni opera per congiugnersi i svizzeri, per il che aveva rimandato al paese il vescovo di Sion con danari per la nazione e con promessa per lui del cardinalato; e cercava con grandissima diligenza di alienare dal re di Francia l’animo del re di Inghilterra: il quale, se bene avesse auto per ricordo19 dal padre, nello articolo della morte20, che per quiete e sicurtà sua continuasse l’amicizia col regno di Francia, per la quale gli erano pagati ciascuno anno cinquantamila ducati, nondimeno, mosso dalla caldezza della età e dalla pecunia grandissima lasciatagli dal padre, non pareva che avesse manco in considerazione i consigli di quegli che, cupidi di cose nuove e concitati dall’odio che quella nazione ha comunemente grandissimo contro al nome de’ franzesi, lo confortavano alla guerra che la prudenza ed esempio del padre; il quale, non discordante de’ franzesi21, ancora che fatto re d’uno regno nuovo e perturbatissimo, aveva con grande obedienza e con grandissima quiete governato e goduto il suo regno. Le quali cose angustiando gravemente l’animo del re di Francia, il quale per essere più propinquo alle cose d’Italia si era trasferito a Lione, e temendo che il passare suo in Italia, detestato22 palesemente dal pontefice, non suscitasse per sua opera cose nuove, e dissuadendolo dal medesimo il re d’Aragona, ma dimostrando23 dissuadernelo come amico e come amatore della quiete comune, non ebbe in queste ambiguità24 che lo strignevano da ogni parte più certo e determinato consiglio che di cercare con ogni studio e diligenza di quietare l’animo del pontefice, talmente che almeno s’assicurasse di non l’avere opposito e inimico: alla qual cosa pareva lo favorisse assai l’occasione, perché si credeva che la morte del cardinale di Roano, la infermità del quale era sì grave che si poteva sperare poco di lunga vita, avesse a essere causa di levargli quella sospizione25 per la quale principalmente si pensavano gli uomini essere nate le sue alterazioni26. E avendo il re notizia che il cardinale di Aus nipote di Roano e gli altri che trattavano le cose sue nella corte di Roma avevano temerariamente, e con parole e con fatti, atteso più a esacerbare che a mitigare come sarebbe stato necessario la mente del pontefice, non volendo usare più l’opera loro, mandò in poste27 a Roma Alberto Pio conte di Carpi, persona di grande spirito e destrezza; al quale furono date amplissime commissioni28, non solo di offerirgli in tutti i casi e desideri suoi le forze e autorità del re, e usare seco tutti i rispetti e i riguardi che fussino più secondo la mente e la natura sua, ma oltre a questo di comunicargli sinceramente lo stato di tutte le cose che si trattavano e le richieste fattegli dal re de’ romani, e di rimettere finalmente in arbitrio suo il passare o non passare in Italia, l’aiutare più lentamente o più prontamente le cose di Cesare.

Fu commesso al medesimo che dissuadesse l’assoluzione de’ viniziani; ma questa, alla venuta sua, era già deliberata e promessa dal pontefice, avendo i viniziani, poi che tra i deputati dal pontefice e gli oratori loro fu disputato molti mesi, consentito alle condizioni sopra le quali si faceva la difficoltà, perché non vedevano altro rimedio alla salute loro che l’essere congiunti seco. Furono, il vigesimoquarto dì di febbraio, lette nel concistorio le condizioni colle quali si doveva concedere l’assoluzione, presenti gli oratori viniziani e confermandole, col mandato autentico della loro republica, per instrumento29. Non conferissino o in qualunque modo concedessino benefici o degnità ecclesiastiche, né facessino resistenza o difficoltà alle provisioni che sopra essi30 venissino dalla corte romana; non impedissino che nella corte predetta si agitassino31 le cause beneficiali32 o appartenenti alla giurisdizione ecclesiastica; non ponessino decime o alcuna specie di gravezza in su’ beni delle chiese e de’ luoghi esenti dal dominio temporale; rinunziassino all’appellazione interposta dal monitorio33, a tutte le ragioni34 acquistate in qualunque modo in sulle terre della Chiesa, e specialmente alle ragioni che e’ pretendessino35 di potere tenere il bisdomino36 in Ferrara; che i sudditi della Chiesa e i legni loro avessino libera la navigazione del golfo, e con facoltà sì ampia che eziandio le robe d’altre nazioni portate in su’ legni loro non potessino essere molestate, né fatta dichiarazione che fussino obligate alle gabelle; non potessino in modo alcuno intromettersi di Ferrara o delle terre di quello stato che avessino dependenza dalla Chiesa; fussino annullate tutte le convenzioni che in pregiudicio ecclesiastico37 avessino fatto con alcuno suddito o vassallo della Chiesa; non ricettassino duchi baroni o altri sudditi o vassalli della Chiesa che fussino ribelli o inimici della sedia apostolica; e fussino obligati a restituire tutti i danari esatti da’ beni ecclesiastici, e ristorare38 le chiese di tutti i danni che avessino fatto loro. Le quali obligazioni colle promesse e rinunzie debite ricevute nel concistorio, gli imbasciadori viniziani, il dì che fu determinato, seguitando gli esempli antichi, si condussono nel portico di San Piero; dove gittatisi in terra innanzi a’ piedi del pontefice, il quale presso alle porte di bronzo sedeva in su la sedia pontificale assistendogli tutti i cardinali e numero grande di prelati, gli dimandorono umilmente perdono, riconoscendo la contumacia39 e i falli commessi; e dipoi, lettesi secondo il rito della Chiesa certe orazioni e fatte solennemente le cerimonie consuete, il pontefice ricevutigli a grazia40 gli assolvé, imponendo loro con penitenza che andassino a visitare le sette chiese. Assoluti, entrorno nella chiesa di San Piero, introdotti dal sommo penitenziere; dove avendo udita la messa, che prima era stata denegata, furono onoratamente, non più come scomunicati o interdetti ma come buoni cristiani e divoti figliuoli della sedia apostolica, da molti prelari e altri della corte accompagnati insino alle loro abitazioni. Dopo la quale assoluzione si ritornorno a Vinegia, lasciato a Roma Ieronimo Donato41 uomo dottissimo, uno del numero loro; il quale, per le virtù sue e per la destrezza dello ingegno divenuto molto grato al pontefice, fu di grandissimo giovamento alla sua patria nelle cose che si ebbono poi a trattare appresso a lui.

1. in questa ambiguità di cose: in questa situazione di incertezza.

2. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.

3. Marc de la Clayette, luogotenente di Philippe de Ravenstein.

4. traportando… le cose sue: trascinando… la soluzione dei suoi problemi.

5. della concordia: dell’accordo.

6. Achille de Grassis.

7. dalle dimande… si escusava: si giustificava di non accogliere le sue richieste e di non partecipare alle imprese che ogni giorno gli venivano proposte.

8. assegnamento certo: garanzia di restituzione.

9. solo: il solo.

10. lo confortavano a: gli consigliavano di.

11. Pensionari erano quelli che ricevevano dal re una pensione militare.

12. essendo… sentenza: essendo spinto da altre considerazioni a mutare parere.

13. nonnegozi: non si dedicava più agli affari politici.

14. espedirsi: essere decisi e conclusi.

15. Riteneva: tratteneva.

16. questi rispetti: queste considerazioni.

17. di… mente: di mutare completamente a proprio sfavore la disposizione.

18. ancora: anche.

19. ricordo: ammonimento.

20. nello… morte: in punto di morte. Calco latino (in articulo mortis).

21. non… franzesi: per non essere venuto in urto con i francesi.

22. detestato: biasimato.

23. dimostrando: fingendo di.

24. ambiguità: incertezze.

25. quella sospizione: quel sospetto.

26. le sue alterazioni: le sue ire.

27. in poste: in gran fretta.

28. furono… commissioni: fu dato incarico di proporre al pontefice cose per lui molto onorevoli e vantaggiose.

29. per instrumento: con documento.

30. alle… essi: alle decisioni che riguardo ad essi (i benefici ecclesiastici).

31. si agitassino: si trattassero.

32. beneficiali: riguardanti i benefici ecclesiastici.

33. all’appellazione… monitorio: all’appello sollevato contro il monitorio.

34. a tutte le ragioni: a tutti i diritti.

35. alle… pretendessino: ai diritti per cui pretendevano.

36. il bisdomino era un magistrato veneziano che amministrava la giustizia per i cittadini veneziani che si trovavano a Ferrara.

37. in pregiudicio ecclesiastico: a danno della Chiesa.

38. ristorare: risarcire.

39. la contumacia: la disobbedienza.

40. ricevutigli a grazia: concesso loro il perdono.

41. Girolamo Donà.