LIBRO NONO

CAPITOLO I

Attività del pontefice per suscitare nemici al re di Francia. Difficoltà di accordi fra il re e gli svizzeri. Intimazioni del pontefice al duca di Ferrara per la lavorazione del sale a Comacchio.

Dell’assoluzione de’ viniziani, fatta con animo tanto costante1 del pontefice, si perturbò molto Cesare al quale questa cosa principalmente apparteneva2. Ma non se ne perturbò quasi meno il re di Francia, perché per Futilità propria desiderava che la grandezza de’ viniziani non risorgesse. Non si accorgeva perciò interamente3 quali fussino gli ultimi fini del pontefice; ma nutrendosi, nelle difficoltà che se gli preparavano, con vane speranze, si persuadeva che ’l pontefice si movesse per sospetto dell’unione sua con Cesare, e che temporeggiando con lui e non gli dando causa di maggiore timore, contento della assoluzione fatta, non procederebbe più oltre. Ma il pontefice, confermandosi più l’un dì che l’altro nelle sue deliberazioni, dette licenza, con tutto che molto contradicessino gli oratori de’ confederati, a’ feudatari e sudditi della Chiesa che si conducessino agli stipendi de’ viniziani; i quali soldorno Giampaolo Baglione con titolo di governatore delle loro genti, rimaste per la morte del conte di Pitigliano senza capitano generale, e Giovanluigi e Giovanni Vitelli figliuoli già di Giovanni e di Cammillo4, e Renzo da Ceri per capitano di tutti i fanti loro; e avendo così scopertamente preso il patroncino de’ viniziani, procurava di concordargli con Cesare, sperando per questo mezzo non solo di separarlo dal re di Francia ma che, unito seco e co’ viniziani, gli moverebbe la guerra; la qual cosa perché, per le necessità di Cesare, gli succedesse5 più facilmente interponeva l’autorità sua con6 gli elettori dello imperio e colle terre franche7 che8 nella dieta di Augusta9 non gli deliberassino alcuna sovvenzione. Ma quanto più si maneggiava questa materia tanto più si trovava dura e difficile; perché Cesare non voleva concordia alcuna se non ritenendosi Verona, e i viniziani, ne’ quali il papa avea sperato dovere essere maggiore facilità, promettendosi10 in qualunque caso d’avere a difendere Padova e che tenendo quella città dovesse il tempo porgere loro molte occasioni, dimandavano ostinatamente la restituzione di Verona, offerendo di pagare, in ricompenso di quella, quantità grandissima di danari. Né cessava il pontefice di stimolare occultamente il re d’Inghilterra a muovere guerra contro al re di Francia, rinnovando la memoria delle inimicizie antiche tra quegli regni, dimostrando l’occasione11 d’avere successi felicissimi, perché se egli pigliava l’armi contro al re, molt’altri, a’ quali era o sospetta o odiosa la sua potenza, le piglierebbono; e confortandolo ad abbracciare con quella divozione che era stata propria de’ re di Inghilterra la gloria che se gli offeriva, di essere protettore e conservatore della sedia apostolica, la quale altrimenti era per l’ambizione del re di Francia in manifestissimo pericolo : alla qual cosa lo confortava medesimamente, ma molto occultamente, il re d’Aragona.

Ma quel che importava più, il pontefice continuando co’ svizzeri le pratiche cominciate per mezzo del vescovo di Sion (la cui autorità era grande in quella nazione, e il quale non cessava con somma efficacia di orare a questo effetto12 ne’ consigli e di predicare nelle chiese), avea finalmente ottenuto che i svizzeri accettando pensione di fiorini mille di Reno l’anno per ciascuno cantone, si fussino obligati alla protezione sua e dello stato della Chiesa, permettendogli di soldare, per difendersi da chi lo molestasse, certo numero de’ fanti loro: la qual cosa gli avea renduta più facile la discordia che cominciava a nascere tra loro e il re di Francia. Perché i svizzeri, insuperbiti per l’estimazione che universalmente si faceva di loro, e presumendo che tutte le vittorie che il re presente e il re Carlo suo antecessore aveano ottenute in Italia fussino principalmente procedute per la virtù e per il terrore dell’armi loro, e perciò dalla corona di Francia meritare molto13, aveano dimandato, ricercandogli il re di rinnovare insieme la confederazione che finiva, che accrescesse loro le pensioni; le quali erano di sessantamila franchi l’anno, cominciate dal re Luigi undecimo e continuate insino a quel tempo, oltre alle pensioni che secretamente si davano a molti uomini privati : le quali cose dimandando superbamente, il re sdegnato della insolenza loro e che da villani nati nelle montagne (così erano le parole sue) gli fusse così imperiosamente posta la taglia14, cominciò, più secondo la degnità reale che secondo l’utilità presente, con parole alterate15 a ribattergli16 e dimostrare quasi di disprezzargli. Alla qual cosa gli dava maggiore animo, che nel tempo medesimo, per opera di Giorgio Soprasasso17, i vallesi sudditi di Sion, che si reggono in sette comunanze chiamate da loro le corti, corrotti da’ donativi e da promesse di pensioni, in publico e in privato si erano confederati con lui, obligandosi di dare il passo alle sue genti, negarlo agli inimici suoi e andare al soldo suo con quel numero di fanti che comportavano le forze loro; e in simigliante modo si erano confederati seco i signori delle tre leghe che si chiamano i grigioni18 ; e benché una parte de’ vailesi non avesse ancora ratificato, sperava il re indurgli co’ messi medesimi alla ratificazione: onde si persuadeva non gli essere più tanto necessaria l’amicizia de’ svizzeri; avendo determinato, oltre a’ fanti che gli concederebbono i vallesi e i grigioni, di condurre nelle guerre fanti tedeschi; temendo medesimamente poco de’ movimenti loro, perché non credeva potessino assaltare il ducato di Milano se non per la via di Bellinzone e altre molto anguste, per le quali venendo molti potevano facilmente essere ridotti in necessità di vettovaglie da pochi, venendo pochi basterebbono similmente pochi a fargli ritirare. Così stando ostinato a non augumentare le pensioni, non si otteneva ne’ consigli de’ svizzeri di rinnovare seco la confederazione, con tutto che confortata19 da molti di loro, a’ quali privatamente ne perveniva grandissima utilità; e per la medesima cagione più facilmente consentirono alla confederazione dimandata dal pontefice20.

Per la quale nuova confederazione parendogli avere fatto fondamento grande a’ pensieri suoi21, o oltre a questo procedendo per natura in tutte le cose come se fusse superiore a tutti e come se tutti fussino necessitati a ricevere le leggi da lui, seminava origine di nuovo scandolo22 col duca di Ferrara: o mosso veramente dalla cagione che venne in disputa tra loro o per lo sdegno conceputo contro di lui che, ricevuti da sé tanti benefici e onori, dependesse più dal re di Francia che da lui. Quale si fusse la cagione, cercando principio di controversie23, comandò imperiosamente ad Alfonso che desistesse da fare lavorare sali a Comacchio, perché non era conveniente che quel che non gli era lecito fare quando i viniziani possedevano Cervia gli fusse lecito possedendo la sedia apostolica, di cui era il diretto dominio di Ferrara e di Comacchio: cosa di grande utilità, perché dalle saline di Cervia, quando non si lavorava a Comacchio, si diffondeva il sale in molte terre circostanti. Ma più confidava Alfonso nella congiunzione che aveva col re di Francia e nella sua protezione che non temeva delle forze del pontefice; e lamentandosi d’avere a essere costretto di non ricôrre24 il frutto il quale nella casa propria con pochissima fatica gli nasceva, anzi avere per uso de’ popoli suoi a comperare da altri quello di che poteva riempire i paesi forestieri né dovere passare in esempio quello a che i viniziani non con la giustìzia ma con l’armi l’aveano indotto a consentire, recusava di ubbidire a questo comandamento: onde il pontefice mandò a protestargli25, sotto26 gravi pene e censure, che desistesse.

1. con animo tanto costante: con tanta fermezza.

2. al quale… apparteneva: che questa cosa riguardava più direttamente.

3. Non… interamente: Ma, malgrado ciò, non riusciva a comprendere interamente.

4. Giovanluigi di Camillo e Giovanni di Giovanni Vitelli.

5. gli succedesse: gli riuscisse.

6. interponeva… con: faceva valere… presso.

7. Le terre franche erano le città libere della Germania.

8. che: affinché.

9. La dieta si aprì nel marzo 1510.

10. promettendosi: aspettandosi.

11. dimostrando l’qoccasione: affermando che la guerra sarebbe stata occasione.

12. di… effetto: di parlare a questo scopo.

13. dalla corona… molto: avere molti meriti nei confronti della corona di Francia.

14. posta la taglia: estorto il danaro come se si trattasse di un tributo.

15. alterate: irate.

16. ribattergli: attaccarli.

17. Georg auf der Flüe, detto anche Georg (o Jörg) Supersaxo, vallese e partigiano del re di Francia.

18. La Lega Caddea, la Lega Grigia e la Lega delle Dieci Giurisdizioni, che nel secolo precedente si erano unite in una lega unica.

19. con tutto che confortata: sebbene appoggiata.

20. La lega fu ratificata il 14 marzo 1510.

21. avere fatto… suoi: avere dato ai suoi progetti una solida base.

22. scandolo: conflitto.

23. cercando… controversie: per provocare la controversia con lui.

24. ricôrre: raccogliere.

25. protestargli: intimargli.

26. sotto: con la minaccia di.

CAPITOLO II

Massimiliano e il re di Francia si accordano per assalire di nuovo i veneziani; contrarietà del pontefice. Vano tentativo de’ veneziani per prendere Verona. Nuove querele e minaccie del pontefice contro il duca di Ferrara. Discussione fra il pontefice e il re di Francia per la controversia col duca.

Questi erano i pensieri e l’opere del pontefice, intento con tutto l’animo alla sollevazione1 de’ viniziani. Ma da altra parte il re de’ romani e il re di Francia, desiderosi parimenti della loro depressione e malcontenti delle dimostrazioni che faceva per essi il pontefice, e perciò venuti insieme in maggiore unione, convennono di assalire quella state con forze grandi i viniziani : mandando da una parte il re di Francia Ciamonte con potente esercito, al quale si unissino le genti tedesche che erano in Verona; e da altra parte Cesare, con le genti le quali sperava ottenere dallo imperio nella dieta di Augusta, entrasse nel Friuli, e presolo procedesse ad altre imprese secondo che gli mostrasse il tempo e l’occasione. Alla qual cosa ricercorno il2 pontefice che, come obligato per la lega di Cambrai, concorresse coll’armi insieme con loro; ma esso a cui era sommamente molesta questa cosa rispose apertamente non essere tenuto a quella confederazione, che aveva già avuta perfezione poiché era stato in potestà di Cesare avere prima Trevigi e poi ricompenso di danari3. Ricercò similmente Massimiliano il re cattolico di sussidio per le obligazioni medesime di Cambrai, e per le convenzioni fatte seco particolarmente quando gli consentì il governo di Castiglia4, ma con prieghi che l’accomodasse5 più tosto di danari che di genti; ma egli, non si disponendo6a sovvenirlo di quel che più aveva di bisogno, gli promesse mandargli quattrocento lancie7, sussidio a Cesare di poca utilità perché nell’esercito franzese e suo abbondavano cavalli8.

Nel quale tempo, essendo la città di Verona molto vessata da’ soldati che la guardavano perché non erano pagati, le genti viniziane, chiamate occultamente da alcuni cittadini, partitesi da San Bonifazio, si accostorono di notte alla città per scalare castello San Piero essendo entrati per la porta San Giorgio dove mentre dimorano9, per congiugnere insieme le scale, perché separate non ascendevano all’altezza delle mura, o sentiti da quegli che guardavano il castello di San Felice o parendo loro vanamente10 udire romore, impauriti, lasciate le scale si discostorono; donde l’esercito si ritornò a San Bonifazio, e in Verona venuta a luce la congiurazione ne furono puniti molti.

Inclinò in questo tempo l’animo del pontefice a riunirsi col re di Francia, mosso non da volontà ma da timore; perché Massimiliano dimandava superbamente che gli prestasse dugentomila ducati, minacciandolo che altrimenti si unirebbe col re di Francia contro a lui; e perché era fama che nella dieta di Augusta si determinerebbe di concedergli aiuti grandi, e perché di nuovo11 tra il re di Inghilterra e il re di Francia era stata fatta e publicata con solennità grande la pace : e perciò molto strettamente12 cominciò a trattare con Alberto da Carpi, col quale era proceduto insino a quel dì con parole e speranze generali. Ma perseverò poco tempo in questa sentenza: perché la dieta di Augusta, senza le forze della quale erano in piccola estimazione i minacci di Cesare, non corrispondendo all’espettazione, non gli determinò13 altro aiuto che di trecentomila fiorini di Reno, sopra il quale assegnamento14 aveva già fatte molte spese; e dal re di Inghilterra gli fu significato15 avere nella pace inserito uno capitolo ch’ella si intendesse annullata qualunque volta il re di Francia offendesse lo stato della Chiesa. Dalle quali cose ripreso animo e ritornato a’ primi pensieri, aggiunse contro al duca di Ferrara nuove querele. Perché quel duca, dappoi che ’1 golfo fu liberato16, avea poste nuove gabelle alle robe che per il fiume del Po andavano a Vinegia; le quali17, allegando18 il pontefice che secondo la disposizione delle leggi non si potevano imporre dal vassallo senza licenza del signore del feudo, e che erano in pregiudicio grande de’ bolognesi suoi sudditi, faceva instanza che si levassino; minacciando altrimenti assaltarlo con l’armi: e per fargli maggiore timore fece passare le sue genti d’arme nel contado di Bologna e in Romagna.

Turbavano queste cose molto l’animo del re : perché da una parte gli era molestissimo il pigliare l’inimicizia col pontefice, da altra parte lo moveva l’infamia d’abbandonare il duca di Ferrara, dal quale per obligarsi alla protezione avea ricevuto trentamila ducati; né meno lo moveva il rispetto19 della propria utilità, perché dependendo totalmente Alfonso da lui e augumentando tanto più nella sua divozione quanto più vedeva perseguitarsi20 dal pontefice, ed essendo lo stato suo alle cose di Lombardia molto opportuno21, riputava interesse suo il conservarlo. Però si interponeva col22 pontefice perché tra loro si introducesse qualche concordia. Ma al pontefice pareva giusto che ’l re si rimovesse da23 questa protezione, allegando averla presa contro a’ capitoli di Cambrai: per24 i quali, fatti sotto colore25 di restituire quello che era occupato26 alla Chiesa, si proibiva che alcuno de’ confederati pigliasse la protezione de’ nominati dall’altro, e da sé essere stato nominato il duca di Ferrara : e di più, che alcuno non si intromettesse delle cose appartenenti alla Chiesa. Confermarsi il medesimo per la confederazione fatta particolarmente tra loro a Biagrassa27, nella quale espressamente si diceva che ’l re non tenesse protezione alcuna di stati dependenti dalla Chiesa e non ne accettasse in futuro, annullando tutte quelle che per il passato avesse preso. Alle quali cose benché per la parte del re si rispondesse, contenersi nella medesima convenzione che ad arbitrio suo si conferissino i vescovadi di qua da’ monti, il che il pontefice avere violato nel primo vacante28, avere medesimamente contravenuto in favore de’ viniziani a’ capitoli fatti a Cambrai, onde essergli lecito non osservare a lui le cose promesse; nondimeno, per non avere per gli interessi del duca di Ferrara a venire all’armi col pontefice, proponeva condizioni per le quali, non si contravenendo totalmente né direttamente al suo onore, potesse il pontefice restare in maggiore parte sodisfatto negli interessi che la Chiesa ed egli pretendevano29 contro ad Alfonso; ed era oltre a questo contento obligarsi, secondo una richiesta fatta dal pontefice, che le genti franzesi non passassino il fiume del Po, se non in quanto fusse tenuto per la protezione de’ fiorentini o per dare molestia a Pandolfo Petrucci e a Giampaolo Baglione, sotto pretesto de’ danari promessigli dall’uno e intercettigli dall’altro.

1. alla sollevazione: ad aiutare la ripresa.

2. ricercorono il·, chiesero al.

3. Cfr. VIII, VII e xv.

4. Cfr. VIII, xv.

5. l’accomodasse: lo fornisse.

6. non si disponendo: non essendo disposto.

7. lancie: uomini a cavallo armati di lancia.

8. cavalli: uomini a cavallo.

9. mentre dimorano: il presente storico col mentre ricalca l’uso del dum latino.

10. vanamente: erroneamente.

11. di nuovo: recentemente.

12. strettamente: intensamente.

13. determinò: assegnò.

14. sopra il quale assegnamento: al di sopra della quale somma.

15. significato: comunicato.

16. Cfr. VIII, XIII e XIV.

17. le quali: si riferisce a gabelle.

18. allegando: sostenendo.

19. il rispetto: la considerazione.

20. vedeva perseguitarsi: si vedeva perseguitato.

21. molto opportuno: in una posizione molto vantaggiosa e utile.

22. s’interponeva al: faceva da mediatore presso il.

23. si rimovesse da: abbandonasse.

24. per: secondo.

25. sotto colore: allo scopo dichiarato (ma in realtà pretestuoso).

26. era occupato: era stato usurpato.

27. Cfr. VIII, IX.

28. nel primo vacante: la prima volta che uno di essi era rimasto vacante (cfr. VIII, XII).

29. pretendevano: intendevano far valere.

CAPITOLO III

Resa di Vicenza e di altre terre alle milizie francesi e tedesche Discorso del capo della legazione de’ vicentini. Inumana risposta del principe di Analt. Intercessione benevola di Ciamonte; crudeltà dei tedeschi.

Le quali cose mentre che si agitavano1, Ciamonte con mille cinquecento lancie e con diecimila fanti di varie nazioni, tra’ quali erano alcuni svizzeri, condotti privatamente non per concessione de’ cantoni, seguitandolo copia grande d’artiglierie e tremila guastatori2 e co’ ponti preparati per passare i fiumi, cd essendogli congiunto il duca di Ferrara con dugento uomini d’arme cinquecento cavalli leggieri e duemila fanti, e avendo senza ostacolo occupato (perché i viniziani l’abbandonorno) il Pulesine di Rovigo, e presa la torre Marchesana posta in su la ripa dell’Adice di verso Padova, venuto a Castel Baldo3, ebbe con semplici messi4 le terre di Montagnana ed Esti, appartenenti l’una ad Alfonso da Esti per donazione di Massimiliano, l’altra impegnatagli da lui per sicurtà5 di danari prestati; i quali luoghi recuperato che ebbe Alfonso, sotto pretesto di certe galee de’ viniziani che venivano su per il Po, ne rimandò la più parte delle sue genti6. Unissi con Ciamonte il principe di Anault luogotenente di Cesare, uscito di Verona con trecento lancie franzesi dugento uomini d’arme e tremila fanti tedeschi, seguitandolo sempre dietro uno alloggiamento7; e lasciatosi addietro Monselice tenuto da’ viniziani, vennono in quel di Vicenza, dove Lunigo e tutto il paese senza contradizione se gli arrendè : perché l’esercito viniziano, che si diceva essere di seicento uomini d’arme quattromila tra cavalli leggieri8 e stradiotti9 e ottomila fanti, sotto Giampaolo Baglione governatore e Andrea Gritti proveditore, partitosi prima da Soave e andatosi continuamente ritirando, secondo i progressi10 degli inimici, ne’ luoghi sicuri, finalmente messa sufficiente guardia in Trevigi, e a Mestri posto mille fanti, si era ritirato alle Brentelle luogo vicino a tre miglia di Padova, in alloggiamento molto forte, perché il paese è pieno di argini11 e quel luogo circondato dall’acque di tre fiumi, Brenta, Brentella e Bacchiglione. Per la ritirata del quale, i vicentini del tutto abbandonati e impotenti per se stessi a difendersi, non rimanendo loro altra speranza che la misericordia del vincitore, e confidando potere più facilmente ottenerla per mezzo di Ciamonte, mandorono a dimandargli salvocondotto per mandare imbasciadori a lui e al principe di Anault; il quale ottenuto, si presentarono in abito miserabile e pieni di mestizia e di spavento innanzi all’uno e l’altro di loro, che erano al Ponte a Barberano12 propinquo a dieci miglia a Vicenza. Ove, presenti tutti i capitani e persone principali degli eserciti, il capo della legazione parlò, secondo si dice, così:

— Se fusse noto a ciascuno quello che la città di Vicenza, invidiata già per le ricchezze e felicità sua da molte città vicine, ha patito, poiché, più per errore e stoltizia degli uomini e forse più per una certa fatale disposizione che per altra cagione, ritornò sotto il dominio de’ viniziani, e i danni infiniti e intollerabili che ha ricevuto, ci rendiamo certissimi, invittissimi capitani, che ne’ petti vostri sarebbe maggiore la pietà delle nostre miserie che lo sdegno e l’odio per la memoria della ribellione : se ribellione merita d’essere chiamata lo errore di quella notte, nella quale, essendo spaventato il popolo nostro, perché lo esercito inimico aveva per forza espugnato il borgo della Postierla, non per ribellarsi né per fuggire lo imperio mansueto di Cesare ma per liberarsi dal sacco e dagli ultimi13 mali delle città, uscirono fuora imbasciadori ad accordarsi con gli inimici14, movendo sopratutto gli uomini nostri, non assuefatti all’armi e a’ pericoli della guerra, l’autorità del Fracassa; il quale, capitano esperimentato in tante guerre e soldato di Cesare, o per fraude o per timore (il che a noi non appartiene15 di ricercare), ci consigliò che mediante l’accordo provedessimo alla salute delle donne e figliuoli nostri e della nostra afflitta patria. In modo che si conosce16 che non alcuna malignità ma solo il timore, accresciuto per l’autorità di tale capitano, fu cagione non che si deliberasse ma più tosto che in breve spazio di tempo, in tanto tumulto in tanti strepiti d’arme in tanti tuoni d’artiglierie nuovi agli orecchi nostri, si precipitasse ad arrenderci a’ viniziani; la felicità17 de’ quali e la potenza non era tale che ci dovesse per se stessa invitare a questo : e quanto sieno diversi i falli nati dal timore e dallo errore da quegli peccati che sono mossi dalla fraude e dalla mala intenzione è manifestissimo a ciascuno. Ma quando bene la nostra fusse stata non paura ma volontà di rebellarsi, e fusse stato consiglio18 e consentimento universale di tutti, non, in tanta confusione, più presto movimento e ardire di pochi non contradetto dagli altri, e che i peccati di quella infelice città fussino del tutto inescusabili, le nostre calamità da quel tempo in qua sono state tali che si potrebbe veramente dire che la penitenza fusse senza comparazione stata maggiore che il peccato: perché dentro alle mura, per le rapine de’ soldati stati alla guardia nostra, siamo stati miserabilmente spogliati di tutte le facoltà; e chi non sa quel che, di fuora, per la guerra continua abbiamo patito? e che rimane più in questo misero paese che sia salvo? Arse tutte le case delle nostre possessioni, tagliati tutti gli alberi, perduti gli animali, non condotte al debito fine già due anni le ricolte19, impedite in grande parte le semente20, senza entrate e senza frutti, senza speranza che mai più possa risorgere questo distruttissimo paese, siamo ridotti in tante angustie, in tanta miseria che, avendo consumato per sostentare la vita nostra, per resistere a infinite spese che per necessità abbiamo fatte, tutto quello che occultamente ci avanzava, non sappiamo più come in futuro possiamo pascere noi medesimi e le famiglie nostre. Venga qualunque più inimico animo e più crudele, ma che in altri tempi abbia veduto la patria nostra, a vederla di presente; siamo certi non potrà contenere21 le lagrime, considerando che quella città che, benché piccola di circuito, soleva essere pienissima di popolo, superbissima di pompe, illustre per tante magnifiche e ricche case, ricetto22 continuo di tutti i forestieri, quella città dove non si attendeva ad altro che a conviti a giostre e a piaceri, sia ora quasi desolata di abitatori, le donne e gli uomini vestiti VIIIssimamente, non vi essere più aperta casa alcuna, non vi essere alcuno che possa promettersi di avere modo di sostentare sé e la famiglia sua pure23 per uno mese, e in cambio di magnificenze, di feste e di piaceri non si vedere e sentire altro che miserie, lamentazioni publiche di tutti gli uomini, pianti miserabili per tutte le strade di tutte le donne: le quali24 sarebbono ancora maggiori se non ci ricordassimo che dalla volontà tua, gloriosissimo principe di Anault, depende o l’ultima desolazione di quella afflittissima nostra patria o la speranza di potere, sotto l’ombra25 di Cesare, sotto il governo della sapienza e clemenza tua, non diciamo respirare o risorgere, perché questo è impossibile, ma, consumando la vita per ogni estremità26, fuggire almeno l’ultimo eccidio. Speriamo, perché ci è nota la benignità e umanità tua, perché è verisimile che tu vogli imitare Cesare, degli esempli, della clemenza e mansuetudine del quale è piena tutta l’Europa. Sono consumate le sostanze nostre, sono finite tutte le nostre speranze, non ci è più altro che le vite e le persone : nelle quali incrudelire, che frutto sarebbe a Cesare? che laude a te? Supplichiamti con umilissimi prieghi, (i quali immaginati essere mescolati con pianti miserabili d’ogni sesso, d’ogni età, d’ogni ordine27 della nostra città) che tu voglia che Vicenza infelice sia esempio a tutti gli altri della mansuetudine dello imperio tedesco, sia28 simile alla clemenza e alla magnanimità de’ vostri maggiori; che trovandosi vittoriosi in Italia conservorono29 le città vinte, eleggendole molti di loro per propria abitazione : donde, con gloria grande del sangue germanico, discesono tante case illustri in Italia, quegli da Gonzaga30 quegli da Carrara31 quegli dalla Scala32, antichi già signori nostri. Sia esempio, in uno tempo medesimo, Vicenza, che i viniziani nutriti e sostentati da noi ne’ minori pericoli l’abbino ne’ maggiori pericoli, ne’ quali erano tenuti a difenderla, vituperosamente abbandonata; e che i tedeschi, che avevano qualche causa di offenderla, l’abbino gloriosamente conservata. Piglia il patrocinio33 nostro tu, invittissimo Ciamonte, e commemora l’esempio del tuo re, nel quale fu maggiore la clemenza verso i milanesi e verso i genovesi, che senza causa o necessità alcuna si erano spontaneamente ribellati, che non fu il fallo loro; a’ quali avendo del tutto perdonato, essi, ricomperati34 da tanto beneficio, gli sono stati sempre divotissimi e fedelissimi. Vicenza conservata, o principe di Analt, se non sarà a Cesare a comodità35 sarà almeno a gloria, rimanendo come esempio della sua benignità; distrutta non potrà essergli utile a cosa alcuna, e la severità usata contro a noi sarà molesta a tutta Italia, la clemenza farà appresso a tutti più grato il nome di Cesare: e così, come nelle opere militari e nel guidare gli eserciti si riconosce in lui la similitudine dello antico Cesare, sarà riconosciuta similmente la clemenza; dalla quale fu più esaltato insino al cielo e fatto divino il nome suo, più perpetuata appresso a’ posteri la sua memoria, che da l’armi. Vicenza, città antica e chiara, e già piena di tanta nobiltà, è in mano tua; da te aspetta la sua conservazione o la sua distruzione, la sua vita o la sua morte. Muovati la pietà di tante persone innocenti, di tante infelici donne e piccoli fanciulli i quali, quella calamitosa notte e piena di insania e di errori, non intervennono a cosa alcuna; e i quali ora con pianti e lamenti miserabili aspettano la tua deliberazione. Manda fuora quella voce36, tanto desiderata, di misericordia e di clemenza; per la quale, risuscitata, la infelicissima patria nostra ti chiamerà sempre suo padre e suo conservatore. —

Non potette orazione sì miserabile, né la pietà verso la infelice città, mitigare l’animo del principe di Analt in modo che, pieno di insolenza barbara e tedesca crudeltà, non potendo temperarsi che37 le parole fussino manco feroci che i fatti, non facesse inumanissima risposta; la quale per suo comandamento fu pronunziata da uno dottore suo auditore38, in questa sentenza39:

— Non crediate, o ribelli vicentini, che le lusinghevoli parole vostre sieno bastanti a cancellare la memoria dei delitti commessi in grandissimo VIIIpendio del nome di Cesare : alla cui grandezza e alla benignità con la quale vi aveva ricevuto non avendo rispetto alcuno, comunicato insieme da tutta la città di Vicenza il consiglio40, chiamaste dentro l’esercito viniziano; il quale avendo con grandissima difficoltà sforzato il borgo, diffidando di potere vincere la città, pensava già di levarsi41; chiamastelo contro alla volontà del principe che rappresentava l’imperio di Cesare42, costrignestelo a ritirarsi nella fortezza; e pieni di rabbia e di veleno saccheggiaste l’artiglierie e la munizione di Cesare, laceraste i suoi padiglioni, spiegati da lui in tante guerre e gloriosi per tante vittorie. Non feciono queste cose i soldati viniziani ma il popolo di Vicenza, scoprendo sete smisurata del sangue tedesco. Non mancò per la perfidia vostra che l’esercito viniziano, se conosciuta l’occasione avesse seguitato la vittoria, non pigliasse Verona43. Né furono questi i consigli o conforti44 di Fracassa, il quale circonvenuto45 dalle vostre false calunnie ha giustificata46 chiaramente la sua innocenza; fu pure47 la vostra malignità, fu l’odio che senza cagione avete al nome tedesco. Sono i peccati vostri inescusabili, sono sì grandi che non meritano rimessione; sarebbe non solo di gravissimo danno ma eziandio vituperabile quella clemenza che si usasse con voi, perché si conosce chiaramente che in ogni occasione fareste peggio. Né sono stati errori i vostri ma sceleratezze; né i danni che voi avete ricevuti sono stati per penitenza de’ delitti ma perché contumacemente48 avete voluto perseverare nella rebellione : e ora chiedete la pietà e la misericordia di Cesare, il quale avete tradito, quando abbandonati da’ viniziani non avete modo alcuno di difendervi. Aveva deliberato il principe di non vi udire: così era la mente e la commissione49 di Cesare; non ha potuto negarlo perché così è stata la volontà di Ciamonte; ma non per questo si altererà quella sentenza che, dal dì della vostra rebellione, è stata sempre fissa nella mente di Cesare: non vi vuole il principe altrimenti che a discrezione delle50 facoltà, della vita e dell’onore. Né sperate che questo si faccia per avere facoltà di dimostrare più la sua clemenza, ma si fa per potere più liberamente farvi esempio a tutto il mondo della pena che si conviene contro a coloro che sì sceleratamente hanno mancato al principe suo della loro fede. —

Attoniti per sì atroce risposta i vicentini, poiché per alquanto spazio furono stati immobili, come privi di tutti i sentimenti, cominciorno di nuovo con lagrime e con lamenti a raccomandarsi alla misericordia del vincitore; ma essendo ribattuti dal medesimo dottore, che gli riprese con parole più inumane e più barbare che le prime, non sapevano né che rispondere né che pensare. Se non che Ciamonte gli confortò che ubbidissino alla necessità, e col rimettersi liberamente51 nello arbitrio del principe cercassino di placare la sua indegnazione: la mansuetudine di Cesare essere grandissima, né doversi credere che il principe, nobile di sangue ed eccellente capitano, avesse a fare cosa indegna della sua nobiltà e della sua virtù : né dovergli spaventare l’acerbità della risposta, anzi essere da desiderare che gli animi generosi e nobili si traportino con le parole52, perché spesso, avendo sfogato parte dello sdegno in questo modo, alleggieriscono l’asprezza de’ fatti: ofiersesi intercessore a mitigare l’ira del principe, ma che essi prevenissino col rimettersi in lui liberamente. Il consiglio del quale e la necessità seguitando i vicentini53, distesisi in terra, rimesseno54 assolutamente sé e la loro città alla potestà del vincitore. Le parole de’ quali ripigliando55 Ciamonte, confortò il principe che nel punirgli avesse più rispetto alla grandezza e alla fama56 di Cesare che al delitto loro; né facesse esempio, agli altri che fussino caduti o per potere cadere57 in simili errori, tale che, disperata la58 misericordia, avessino a perseverare insino all’ultima ostinazione. Sempre la clemenza avere dato a’ prìncipi benivolenza e riputazione; la crudeltà, dove non fusse necessario, avere sempre fatto effetti contrari, né rimosso, come molti imprudentemente credevano, gli ostacoli e le difficoltà ma accresciutele, e fattele maggiori. Con l’autorità del quale, e co’ prieghi di molti altri e le miserabili lamentazioni de’ vicentini, fu contento finalmente Analt promettere loro la salute delle persone, restando libera allo arbitrio e volontà sua la disposizione di tutte le sostanze: preda maggiore in opinione che in effetti, perché già la città era rimasta quasi vota di persone e di robe. Le quali ricercando la ferità59 tedesca, inteso che in certo monte vicino a Vicenza erano ridotti60 molti della città e del contado con le loro robe, in due caverne dette la grotta di Masano, ove per la fortezza del luogo e difficoltà dello entrarvi si reputavano essere sicuri, i tedeschi andati per pigliargli, combattuta invano e non senza qualche loro danno la caverna maggiore, andati alla minore né potendo sforzarla altrimenti, fatti fuochi grandissimi la ottennono con la forza del fumo; dove è fama morissino più di mille persone.

1. si agitavano: si discutevano.

2. I guastatori erano operai al seguito dell’esercito addetti all’esecuzione dei lavori d’ingegneria militare (spianare strade, costruire ponti, fare fortificazioni, ecc.).

3. Castelbaldo.

4. con… messi: semplicemente mandando dei messi a chiedere di consegnarle.

5. impegnatagli… sicurtà: consegnatagli in pegno da Massimiliano come garanzia di restituzione.

6. ne rimandò… genti: mandò via (da quelle terre) la maggior parte dei soldati di

7. dietro uno alloggiamento: a distanza di una tappa.

8. cavalli leggieri: uomini a cavallo armati di armi leggere.

9. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.

10. i progressi: il procedere.

11. Gli argini erano bastioni piatti di terra battuta costruiti a scopo difensivo.

12. Ponte di Barbarano.

13. ultimi: estremi.

14. Cfr. VIII, XIII.

15. appartiene: spetta.

16. si conosce: si vede bene.

17. felicità: fortuna.

18. consiglio: decisione.

19. non… ricolte: non giunti a maturazione i raccolti già da due anni.

20. le semente: le semine.

21. contenere: trattenere.

22. ricetto: albergo.

23. pure: nemmeno.

24. le quali: si riferisce a lamentazioni, ecc.

25. l’ombra: la protezione.

26. consumando… estremità: vivendo nella più grande miseria.

27. ordine: ceto.

28. sia: soggetto è tu (il principe di Analt).

29. conservorono: lasciarono salve.

30. Secondo una leggenda i Gonzaga sarebbero di origine germanica e parenti degli

31. I Carrara sono sicuramente di origine germanica.

32. Alcune tarde ricostruzioni erudite attribuiscono agli Scaligeri un’origine germanica.

33. il patrocinio: la protezione.

34. ricomperati: riacquistati, e quindi soggiogati.

35. a comodità: di vantaggio.

36. voce: parola.

37. temperarsi che: controllarsi in modo che.

38. un… auditore: un giudice del suo seguito.

39. in questa sentenza: così. Cfr. il latino in hanc sententiam loqui.

40. comunicato… il consiglio: presa la decisione con consenso di tutti i cittadini di

41. levarsi: andarsene.

42. Lo stesso Rudolf von Anhalt-Bernburg, che era vicario di Massimiliano a Vicenza.

43. Non mancò… Verona: non fu certo per scarsezza d’infedeltà da parte vostra che l’esercito veneziano, il quale se avesse colto l’occasione avrebbe sfruttato e portato avanti la vittoria, non prese Verona.

44. conforti: esortazioni.

45. circonvenuto: insidiato.

46. giustificata: dimostrata.

47. pure: soltanto.

48. contumacemente: permanendo nella disobbedienza.

49. la… commissione: la volontà e l’ordine.

50. a discrezione delle: senza condizioni sulle.

51. liberamente: senza condizioni.

52. si… parole: trascendano parlando.

53. i vicentini: è soggetto.

54. rimessono: consegnarono.

55. Le parole… ripigliando: si riferisce alle parole dell’orazione riportata prima.

56. avesse… fama: considerasse più la grandezza e la fama.

57. 0… cadere: o potessero cadere in futuro.

58. disperata la: disperando della.

59. ferità: ferocia. È soggetto.

60. ridotti: rifugiati.

CAPITOLO IV

Presa di Legnago da parte de’ francesi. Nuove terre abbandonate da’ veneziani; guerra devastatrice e indecisa nel Friuli. Nuovi accordi fra Massimiliano e il re di Francia. Presa di Monselice. l’esercito francese si ritira nel ducato di Milano.

Presa Vicenza, si mostrava maggiore la difficoltà delle altre cose che da principio non era stato disegnato. Perché Massimiliano non solamente non si moveva contro a’ viniziani, come aveva promesso, ma le genti che aveva in Italia, per mancamento di danari, continuamente diminuivano; in modo che Ciamonte era necessitato di pensare non che altro1 alla custodia di Vicenza; e nondimeno deliberò di andare a campo a Lignago, la quale terra se non si acquistava riuscivano di niuno momento2 tutte le cose fatte insino a quel giorno. Passa per la terra di Lignago il fiume dello Adige, rimanendo verso Montagnana la parte minore detta da loro il Porto3; ove i viniziani, confidandosi non tanto nella fortezza della terra e nella virtù de’ difensori quanto nello impedimento dell’acque; aveano tagliato il fiume4 in uno luogo; dalla ripa di là è la parte maggiore, dalla quale l’aveano tagliato in due luoghi; per le quali tagliate il fiume avendo sparso ne’ luoghi più bassi alcuni rami aveva coperto in modo il paese circostante che, per essere stato soffocato5 dall’acque molti mesi, era diventato quasi palude. Facilitò in qualche parte le difficoltà la temerità e il disordine degli inimici : perché venendo Ciamonte con l’esercito ad alloggiare a Minerbio distante tre miglia da Lignago6, e avendo mandati innanzi alcuni cavalli e fanti de’ suoi, scontrarono, al passare dell’ultimo ramo7 propinquo a mezzo miglio a Lignago, i fanti che stavano a guardia di Porto, usciti per vietare loro il passare; ma i fanti guasconi e spagnuoli, entrati ferocemente8 nell’acqua insino al petto, gli urtorono9, e poi gli seguitorno con tale impeto che alla mescolata insieme con loro entrorono in Porto ; salvatasi piccola parte di quegli fanti, perché alcuni ne furno ammazzati nel combattere e la più parte degli altri, studiando10 di ritirarsi in Lignago, era annegata nel passare lo Adice. Per il quale successo, Ciamonte mutato il disegno di alloggiare a Minerbio, alloggiò la sera medesima in Porto; e fatte condurre l’artiglierie grosse sotto l’acqua (le quali il fondo del terreno reggeva), la notte medesima fece serrare da’ guastatori la tagliata del fiume11 : e conoscendo che dalla parte di Porto era Lignago inespugnabile, per la larghezza del fiume sì grosso12 che con difficoltà si poteva battere da quella parte (benché tra Lignago e Porto, per essere infra gli argini, non sia sì grosso come di sotto), comandò si gittasse il ponte per passare dalla parte di là l’artiglierie e la maggiore parte dello esercito; ma trovato che le barche condotte da lui non erano pari alla larghezza del fiume, fermato l’esercito appresso al fiume all’opposito di Lignago, di là dall’Adice fece passare in sulle barche il capitano Molardo13, con quattromila fanti guasconi e con sei pezzi di artiglieria. Il quale passato, si cominciò da l’una parte e l’altra del fiume a percuotere il bastione fatto in su l’argine alla punta della terra, dalla banda di sopra; ed essendone già abbattuta una parte, ancora che quegli di dentro non omettessino di riparare sollecitamente, la notte seguente il proveditore viniziano, avendo maggiore timore delle offese degli inimici che speranza nella difesa de’ suoi, si ritirò improvvisamente con alcuni gentiluomini viniziani nella rocca : la ritirata del quale intesasi come fu dì, il capitano de’ fanti che era nel bastione si arrendè a Molardo, salvo l’avere e le persone; e nondimeno, uscitone, fu co’ fanti svaligiato da quegli del campo14. Preso il bastione, fu da Molardo saccheggiata la terra; e i fanti che erano a guardia d’uno bastione fabricato in su l’altra punta della terra se ne fuggirono per quegli paludi, lasciate l’armi all’entrare dell’acque : e così, per la viltà di quegli che vi erano dentro, riuscì più facile e più presto che non si era stimato l’acquisto di Lignago15. Né fece maggiore resistenza il castello che avesse fatto la terra16; perché essendo il dì seguente levate con l’artiglieria le difese17, e cominciato a tagliare da basso co’ picconi uno cantone d’uno torrione, con intenzione di dargli poi fuoco, si arrenderono: con patto che, rimanendo i gentiluomini viniziani in potestà di Ciamonte, i soldati lasciate l’armi se ne andassino salvi in giubbone18. Mescolò la fortuna nella vittoria con amaro fiele l’allegrezza di Ciamonte, perché quivi ebbe avviso della morte del cardinale di Roano suo zio19, per l’autorità somma del quale appresso al re di Francia esaltato a grandissime ricchezze e onori sperava continuamente cose maggiori. In Lignago per essere i tedeschi impotenti a mettervi gente, lasciò Ciamonte a guardia cento lancie e mille fanti; e avendo dipoi licenziato i fanti grigioni e vailesi, si preparava per ritornare col rimanente dello esercito nel ducato di Milano per comandamento del re, inclinato a non continuare più in tanta spesa, dalla quale, per non corrispondere alle deliberazioni prima fatte le provisioni dalla parte di Cesare, non risultava effetto alcuno importante. Ma gli comandò poi il re che ancora soprasedesse per tutto giugno, perché Cesare venuto a Spruch, pieno di difficoltà secondo il solito ma pieno di disegni e di speranze, faceva instanza non si partisse, promettendo di passare d’ora in ora in Italia.

Nel quale tempo, desiderando i tedeschi di recuperare Morostico, Cittadella, Basciano20 e altre terre circostanti, per fare più facile a Cesare il venire da quella parte, Ciamonte si fermò coll’esercito a Lungara21 in sul fiume del Bacchiglione, per impedire alle genti de’ viniziani l’entrare in Vicenza, rimasta senza guardia, e similmente l’opporsi a’ tedeschi; ma inteso quivi le genti viniziane essersi ritirate in Padova, congiunti seco di nuovo i tedeschi, vennono alle Torricelle22, in sulla strada maestra che va da Vicenza a Padova: onde lasciata Padova a mano destra, si condussono a Cittadella, con non piccola incomodità23 di vettovaglie, impedite da i cavalli leggieri che erano in Padova e molto più da quegli che erano a Monselice. Arrendessi Cittadella senza contrasto e il medesimo fece poi Morostico, Bassano e l’altre terre circostanti, abbandonate dalle genti viniziane: però espedite24 le cose da quella parte, gli eserciti, ritornati alle Torricelle, lasciato Padova in su la destra e girando alla sinistra verso la montagna, si fermorno in su la Brenta accanto alla montagna, a dieci miglia di Vicenza; condottisi in quel luogo perché i tedeschi desideravano di occupare la Scala25, passo opportuno26 per le genti che avevano a venire di Germania, e che solo di tutte le terre da Trevigi insino a Vicenza rimaneva in mano de’ viniziani. Dal quale alloggiamento partito il principe di Analt, co’ tedeschi e con cento lancie franzesi, si dirizzò alla Scala lontana venti miglia; ma non potendo passare innanzi, perché i villani pieni di incredibile affezione verso i viniziani, e in tanto che27, fatti prigioni, eleggevano più tosto di morire che di rinnegare o bestemmiare il nome loro, avevano occupato molti passi nella montagna, ottenuto per accordo Castelnuovo28, passo medesimamente della montagna, se ne ritornò allo alloggiamento della Brenta; avendo mandato molti fanti per altra via verso la Scala: i quali, secondo l’ordine avuto da lui, schifando29 la via di Bassano per sfuggire il Covolo, passo forte in quelle montagne, girorno più basso per il cammino di Feltro; e trovato in Feltro pochissima gente e saccheggiatolo e abbruciatolo, si condusseno al passo della Scala, il quale insieme con quello del Covolo trovorno abbandonato da ciascuno. Né erano in questo tempo minori ruine nel paese del Friuli, perché assaltato ora da’ viniziani ora da’ tedeschi, ora difeso ora predato da’ gentiluomini del paese, e facendosi ora innanzi questi ora ritirandosi quegli secondo l’occasione, non si sentiva per tutto altro che morti, sacchi e incendi; accadendo che spesso uno luogo medesimo saccheggiato prima da una parte fu poi saccheggiato e abbruciato dall’altra: e da pcchissimi luoghi, che erano forti30, in fuora, sottoposto tutto il resto a questa miserabile distruzione. Le quali cose non avendo avuto in sé fatto alcuno memorabile, sarebbe superfluo raccontare particolarmente e fastidioso a intendere tanto varie rivoluzioni31, le quali non partorivano effetto alcuno alla somma e importanza32 della guerra.

Ma approssimandosi il tempo determinato alla partita dell’esercito franzese, fu di nuovo convenuto tra Cesare e il re di Francia che l’esercito suo33 soprasedesse34 per tutto ’l mese seguente, ma che le spese straordinarie (cioè quelle che corrono oltre al pagamento delle genti), le quali aveva insino ad allora pagate il re, si pagassino per l’avvenire da Cesare, e similmente i fanti per il mese predetto; ma, perché Cesare non aveva danari, che, fatto il calcolo quel che importassino35 queste spese, il re gli prestasse, computate queste spese, insino in cinquantamila ducati; e che se Cesare non restituiva, infra uno anno prossimo, questi e gli altri cinquantamila che gli erano stati prestati prima, il re avesse, insino ne fusse rimborsato, a tenere in mano Verona con tutto il suo territorio.

Avuto Ciamonte il comandamento dal re di soprasedere, voltò l’animo all’espugnazione di Monselice; e perciò, subito che furno unite co’ tedeschi quattrocento lancie spagnuole guidate dal duca di Termini36, le quali mandate dal re cattolico in aiuto di Massimiliano avevano, secondo le consuete arti loro, camminato tardissimamente, gli eserciti, passato il fiume della Brenta e dipoi alla villa della Purla37 il fiume del Bacchiglione, presso a cinque miglia di Padova, arrivorono a Monselice; avendo in questo tempo patito molto nelle vettovaglie e ne’ saccomanni38, per le correrie de’ cavalli che erano in Padova e in Monselice : da’ quali anche fu preso Sonzino Benzone da Crema condottiere del re di Francia, che con pochi cavalli andava a rivedere39 le scorte ; il quale, perché era stato autore della ribellione di Crema, Andrea Gritti, avendo più in considerazione l’essere suddito de’ viniziani che l’essere soldato degl’inimici, fece subito impiccare. Sorge nella terra di Monselice, posta nella pianura, come uno monte di sasso (dal quale è detta Monselice) che si distende molto in alto; nella sommità del quale è una rocca, e per il dosso del monte, che tuttavia40 si ristrigne, sono tre procinti41 di muraglia, il più basso de’ quali abbraccia tanto spazio che a difenderlo da esercito giusto42 sarebbeno necessari duemila fanti. Abbandonorno gli inimici subitamente la terra; nella quale alloggiati i franzesi piantorno l’artiglieria contro al primo procinto, con la quale essendosi battuto assai e da più lati, i fanti spagnuoli e guasconi cominciorono senza ordine ad accostarsi alla muraglia, tentando di salire dentro da molte parti. Eranvi a guardia settecento fanti; i quali, pensando fusse battaglia ordinata43 né essendo sufficienti per il numero a potere resistere quando fussino assaltati da più luoghi, fatta leggiera difesa cominciorono a ritirarsi, per deliberazione fatta, secondo si credé, prima tra loro : ma lo feciono tanto disordinatamente che gli inimici che erano già cominciati a entrare dentro, scaramucciando con loro e seguitandogli per la costa, entrorno seco mescolati negli altri due procinti e dipoi insino nel castello della fortezza; dove essendo ammazzata la maggiore parte di loro, gli altri, ritiratisi nella torre e volendo arrendersi salve le persone, non erano accettati da’ tedeschi : i quali dettono alla fine fuoco al mastio della torre44, in modo che di settecento fanti con cinque conestabili, e principale di tutti Martino dal Borgo a San Sepolcro di Toscana, se ne salvorono pochissimi; avendo ciascuno minore compassione della loro calamità per la viltà che avevano usata45. Né si dimostrò minore la crudeltà tedesca contro agli edifici e alle mura, perché non solo per non avere gente da guardarla, rovinorono la fortezza di Monselice ma abbruciorono la terra. Dopo il qual dì non feceno più questi eserciti cosa alcuna importante, eccetto che un correria di quattrocento lancie franzesi insino in su le porte di Padova.

Partì in questo tempo medesimo dal campo il duca di Ferrara e con lui Ciattiglione, mandato da Ciamonte con dugento cinquanta lancie per la custodia di Ferrara, dove era non piccola sospezione46 per la vicinità delle genti del pontefice: e nondimeno i tedeschi stimolavano Ciamonte che, secondo che prima si era trattato tra loro, andasse a campo a Trevigi, dimostrando47 essere di piccola importanza le cose fatte con tanta spesa se non si espugnava quella città, perché di potere spugnare Padova non s’avea speranza alcuna. Ma in contrario replicava Ciamonte: non essere passato Cesare contro a’ viniziani con quelle forze che avea promesse, quegli che erano congiunti seco essere ridotti a piccolo numero, in Trevigi essere molti soldati, la città munita con grandissime fortificazioni, non si trovare più nel paese vettovaglie ed essere molto difficile il condurne di luoghi lontani al campo per le assidue molestie de’ cavalli leggieri e degli stradiotti48 de’ viniziani ; i quali, avvisati per la diligenza de’ villani di ogni piccolo loro movimento ed essendo tanto numero, apparivano sempre dovunque potessino danneggiargli. Levò queste disputazioni nuovo comandamento venuto di Francia a Ciamonte che, lasciate quattrocento lancie e mille cinquecento fanti spagnuoli, pagati dal re, in compagnia de’ tedeschi, oltre a quegli che erano alla guardia di Lignago, ritornasse subito coll’esercito nel ducato di Milano: perché già, per opera del pontefice, si cominciavano a scoprire molte molestie e pericoli. Però Ciamonte, lasciato Persis49 al governo di queste genti, seguitò il comandamento del re; e i tedeschi, diffidando di potere fare più effetto alcuno importante, si fermorono a Lunigo.

1. non che altro: anche, persino.

2. di niuno momento: prive d’importanza.

3. Porto Legnago.

4. tagliato il fiume: rotto gli argini del fiume.

5. soffocato: coperto.

6. Minerbe.

7. Dell’Adige.

8. ferocemente: audacemente.

9. gli urtorono: li attaccarono e li misero in fuga.

10. studiando: tentando.

11. serrare… fiume: ricostruire dagli operai gli argini del fiume.

12. grosso: largo.

13. Soffrey di Alleman, signore di Mollart (o Molard) e di Uriage.

14. del campo: dell’esercito.

15. 3 giugno 1510.

16. il castello… la terra: la fortezza… la città.

17. levatele difese: smantellate con l’artiglieria le mura dalle opere di difesa e rese inutilizzabili le artiglierie dei difensori.

18. in giubbone: con i soli abiti che indossavano, disarmati e senza bagagli.

19. Il cardinale di Rouen morì il 25 maggio 1510.

20. Marostica, Cittadella e Bassano del Grappa.

21. Longare.

22. Probabilmente si tratta delle attuali Torri di Quartesolo, a sud-est di Vicenza.

23. incomodità: difficoltà.

24. espedite: concluse.

25. Fortezza del Vicentino in Canal di Brenta.

26. opportuno: utile.

27. in tanto che: a tal punto che.

28. Castelnuovo di Quero.

29. schifando: evitando.

30. forti: fortificati o difficili da raggiungere per la loro posizione naturale.

31. rivoluzioni: mutamenti, sconvolgimenti.

32. alla… importanza: per il risultato fondamentale.

33. suo: del re di Francia.

34. soprasedesse: rimanesse.

35. quel che importassino: a quanto ammontassero.

36. Andrea Altavilla da Capua, duca di Termoli.

37. Praglia.

38. saccomanni: i soldati addetti al trasporto delle vettovaglie e dei bagagli.

39. rivedere: ispezionare.

40. tuttavia: progressivamente.

41. procinti: cinte.

42. giusto: di media consistenza.

43. battaglia ordinata: assalto regolare.

44. al… torre: al torrione.

45. usata: dimostrata.

46. nonsospezione: non piccolo sospetto.

47. dimostrando: affermando.

48. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.

49. Françis de Tourzel d’Alègre, conte di Joigny, barone di Precy, capitano di Montargis.

CAPITOLO V

Cresce sempre più l’odio del pontefice contro il re di Francia per la protezione di questo al duca di Ferrara. Nuove manifestazioni dell’avversione del pontefice al duca ed al re. Sospetti e gelosia di Ferdinando d’Aragona per il re di Francia.

Aveva il pontefice propostosi1 nell’animo, e in questo fermati ostinatamente tutti i pensieri suoi, non solo di reintegrare la Chiesa di molti stati, i quali pretendeva appartenersegli, ma oltre a questo di cacciare il re di Francia di tutto quello possedeva in Italia; movendolo o occulta e antica inimicizia che avesse contro a lui o perché il sospetto avuto tanti anni si fusse convertito in odio potentissimo, o la cupidità della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore di Italia da’ barbari. A questi fini aveva assoluto2 dalle censure i viniziani, a questi fini fatta la intelligenza e stretta congiunzione3 co’ svizzeri; simulando di procedere a queste cose più per sicurtà sua che per desiderio di offendere altri: a questi fini, non avendo potuto rimuovere il duca di Ferrara dalla divozione del re di Francia, aveva determinato di fare ogni opera per occupare quello ducato, pretendendo4 di muoversi solamente per le differenze5 delle gabelle e de’ sali. E nondimeno, per non manifestare totalmente, insino che avesse le cose meglio preparate, i suoi pensieri, trattava continuamente con Alberto Pio di concordarsi col re di Francia: il quale, persuadendosi non avere seco altra differenza che per causa della protezione del duca di Ferrara e desideroso sopramodo di fuggire la sua inimicizia, consentiva di fare con lui nuove convenzioni, riferendosi a’ capitoli di Cambrai, ne’ quali si esprimeva che nessuno de’ confederati potesse ingerirsi nelle cose appartenenti alla Chiesa, e inserendovi tali parole e tali clausole che al pontefice fusse lecito procedere contro al duca quanto apparteneva alle particolarità de’ sali e delle6 gabelle, a’ quali fini solamente pensava il re distendersi i pensieri suoi: interpretando talmente l’obligo che avea della protezione del duca, che e’ paresse quasi potesse convenire in questo modo lecitamente7. Ma quando più il re si accostava alle dimande del pontefice tanto più egli si discostava: non lo piegando in parte alcuna la morte succeduta del cardinale di Roano, perché a quegli che, arguendo essere finito il sospetto8, lo confortavano9 alla pace rispondeva vivere il medesimo re e però durare il medesimo sospetto; allegando in confermazione di queste parole, sapersi che l’accordo fatto dal cardinale di Pavia era stato violato del re per propria sua deliberazione, contro alla volontà e consiglio del cardinale di Roano: anzi, a chi più perspicacemente considerò i progressi suoi10, parve se ne accrescessino il suo animo11 e le speranze. Né senza cagione : perché, essendo tali le qualità del re che aveva più bisogno di essere retto che e’ fusse atto a reggere, non è dubbio che la morte di Roano indebolì molto le cose sue12 ; conciossiaché in lui oltre alla lunga esperienza fusse nervo13 grande e valore, e tanta autorità appresso al re che quasi non mai si discostasse dal consiglio suo14, donde egli15 confidando nella grandezza sua ardiva spesse volte risolvere e dare forma alle cose16 per se stesso17 ; condizione che non militando18 in alcuno di quegli che succedettono nel governo, non ardivano non che deliberare ma né pure di parlare al re di cose che gli fussino moleste, né egli prestava la medesima fede a’ consigli loro; ed essendo più persone e avendo rispetto19 l’uno a l’altro, né confidandosi all’autorità ancora nuova, procedevano più lentamente e più freddamente che non ricercava la importanza delle cose presenti e che non sarebbe stato necessario contro alla caldezza e impeto del pontefice. Il quale, non accettando niuno dei partiti proposti dal re, lo ricercò alla fine apertamente che rinunziasse, non con condizione o limitazione ma semplicemente e assolutamente, alla protezione presa del duca di Ferrara; e cercando il re di persuadergli essergli di troppa infamia una tale rinunziazione, rispose in ultimo che, poi che il re recusava di renunziare semplicemente20, non voleva convenire seco21 né anche essergli opposito, ma conservandosi libero da ogni obligazione con ciascuno, attenderebbe a guardare quietamente lo stato della Chiesa : lamentandosi più che mai del duca di Ferrara che, confortato da amici suoi a soprasedere22 di fare il sale, aveva risposto non potere seguitare questo consiglio per non pregiudicare alle ragioni23 dello imperio, al quale apparteneva il dominio diretto di Comacchio. Ma fu oltre a questo dubitazione e opinione di molti, la quale in progresso di tempo si augumentò, che Alberto Pio imbasciadore del re di Francia, non procedendo sinceramente nella sua legazione, attendesse a concitare il pontefice contro al duca di Ferrara; movendolo il desiderio ardentissimo, nel quale continuò insino alla morte, che Alfonso fusse spogliato del ducato di Ferrara : perché avendo Ercole padre di Alfonso ricevuto, non molti anni avanti24, da Giberto Pio la metà del dominio di Carpi, datogli in ricompenso il castello di Sassuolo con alcune altre terre, dubitava Alberto di non25 avere (come26 bisogna spesso che ’l vicino manco potente ceda alla cupidità del più potente) a cedergli alla fine l’altra metà che apparteneva a sé. Ma quel che di questo sia la verità, il pontefice, dimostrando segni più implacabili27 contro ad Alfonso e avendo già in animo di muovere l’armi, si preparava di28 procedergli contro con le censure attendendo di giustificare i fondamenti29, e specialmente avendo trovato, secondo diceva, nelle scritture della camera apostolica la investitura fatta da’ pontefici alla casa da Esti della terra di Comacchio.

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Frontespizio del I volume della prima edizione ginevrina
della Storia d’Italia
(Ginevra, Iacopo Stoer, 1621).

Questi erano palesemente gli andamenti del pontefice; ma occultamente trattava di cominciare movimenti molto maggiori, parendogli avere fondato le cose sue30 con l’amicizia de’ svizzeri, con l’essere in piede i viniziani e ubbidienti a’ cenni suoi, vedere inclinato a’ medesimi fini o almeno non congiunto col re di Francia sinceramente il re di Aragona, deboli in modo le forze e l’autorità di Cesare che non gli dava causa di temerne, né essendo senza speranza di potere concitare il re di Inghilterra. Ma soprattutto, gli accresceva l’animo quello che arebbe dovuto mitigarlo, cioè il conoscere che il re di Francia, aborrente di fare la guerra con la Chiesa, desiderava sommamente la pace; in modo che gli pareva che sempre dovesse essere in potestà sua il fare concordia seco, eziandio poiché31 gli avesse mosso contro l’armi. Per le quali cose diventando ogni dì più insolente, e moltiplicando scopertamente nelle querele e nelle minaccie contro al re di Francia e contro al duca di Ferrara, recusò il dì della festività di san Piero32, nel quale dì secondo l’antica usanza si offeriscono i censi dovuti alla sedia apostolica, accettare il censo dal duca di Ferrara; allegando che la concessione di Alessandro sesto, che nel matrimonio della figliuola33 l’aveva da quattromila ducati ridotto a cento, non era valida in pregiudicio di quella sedia34: e nel dì medesimo, avendo prima negato licenza di ritornarsene in Francia al cardinale di Aus e agli altri cardinali franzesi, inteso che quello di Aus era uscito con reti e con cani in campagna, avendo sospetto vano che occultamente non35 si partisse, mandato precipitosamente a pigliarlo, lo ritenne prigione in Castel Santo Agnolo. Così, già scoprendosi in manifesta contenzione col re di Francia, e però costretto tanto più a fare fondamenti maggiori36, concedette al re cattolico la investitura del regno di Napoli, col censo medesimo col quale l’avevano ottenuta i re di Aragona; avendo prima negato di concederla se non col censo di quarantottomila ducati, col quale l’avevano ottenuta i re franzesi: seguitando37 il pontefice in questa concessione non tanto l’obligazione la quale, secondo il consueto dell’antiche investiture, gli fece quel re di tenere ciascuno anno per difesa dello stato della Chiesa, qualunque volta ne fusse ricercato, trecento uomini d’arme, quanto il farselo benevolo: e la speranza che questi aiuti potessino, in qualche occasione, essere cagione di condurlo a inimicizia aperta col re di Francia. Della quale erano già sparsi i semi, perché il re cattolico, insospettito della grandezza del re di Francia, e ingelosito della sua ambizione, poiché non contento a’ termini della lega di Cambrai cercava di tirare sotto il dominio suo la città di Verona, mosso ancora dalla antica emulazione, desiderava non mediocremente che qualche impedimento s’opponesse alle cose sue; e perciò non cessava di confortare la concordia38 tra Cesare e i viniziani, molto desiderata dal pontefice: nelle quali cose benché occultissimamente procedesse non era possibile che del tutto si coprissino i pensieri suoi; onde essendo sorta39 in Sicilia la sua armata, destinata ad assaltare l’isola delle Gerbe40 (è questa appresso a’ latini la Sirte maggiore), faceva sospetto al re e metteva negli animi degli uomini, consci della astuzia sua, diverse dubitazioni.

1. Aveva… propostosi: si era… proposto.

2. assoluto: assolto.

3. lacongiunzione: l’accordo e la stretta alleanza.

4. pretendendo: dichiarando.

5. per le differenze: per le controversie. Cfr. IX, I e 11.

6. quanto… de’… e delle: per quanto riguardava particolarmente i… e le.

7. chelecitamente: che gli sembrava quasi legittimo accordarsi in questo modo col papa.

8. arguendosospetto: pensando che fosse venuto meno il sospetto delle insidie da parte del cardinale di Rouen.

9. lo confortavano: lo esortavano.

10. i progressi suoi: il suo comportamento.

11. l’animo: il coraggio.

12. le cose sue: la sua posizione.

13. nervo: forza.

14. si discostasse… suo: agiva senza seguire le sue opinioni.

15. egli: il cardinale.

16. dare… cose: decidere le cose.

17. per se stesso: da solo.

18. non militando: non sussistendo.

19. rispetto: riguardo.

20. semplicemente: senza restrizioni o condizioni.

21. convenire seco: accordarsi con lui.

22. soprasedere: smettere.

23. alle ragioni: ai diritti.

24. Nel 1500.

25. dubitava… di non: temeva… di.

26. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

27. dimostrando… implacabili: mostrando un’ostilità sempre più implacabile.

28. di: a.

29. attendendo… fondamenti: preoccupandosi di motivare con argomenti fondati le sue pretese.

30. avere… sue: aver rafforzato la sua posizione.

31. poiché: dopo che.

32. 29 giugno 1510.

33. Lucrezia Borgia, che nel 1501 aveva sposato Alfonso d’Este.

34. non era… sedia: non poteva valere pregiudizialmente anche nei confronti del presente pontificato.

35. sospetto… che… non: sospetto… che.

36. a… maggiori: a rafforzarsi con alleati più potenti.

37. seguitando: avendo come obiettivo.

38. confortare la concordia: appoggiare e promuovere l’accordo.

39. sorta: approdata.

40. Djérba, nel golfo di Gabes.

CAPITOLO VI

Disegni del pontefice contro il re di Francia. Inizi della guerra contro Ferrara. Insuccesso della spedizione veneto-pontificia contro Genova. Successi dell’esercito pontificio nel ferrarese.

Ma cominciorono al re di Francia le molestie onde manco pensava, e in tempo che non pareva che alcuno movimento d’arme potesse essere preparato contro a sé. Perché il pontefice, procedendo con grandissimo secreto, trattava che in uno tempo medesimo fusse assaltata Genova per terra e per mare, e che nel ducato di Milano scendessino dodicimila svizzeri, che i viniziani unite tutte le forze loro si movessino per ricuperare le terre che si tenevano per Cesare, e che l’esercito suo entrasse nel territorio di Ferrara, con intenzione di farlo dipoi passare nel ducato di Milano se a’ svizzeri cominciassino a succedere le cose felicemente1: sperando che Genova, assaltata all’improvviso, avesse facilmente a fare mutazione2, per la volontà di molti avversa allo imperio de’ franzesi e perché si solleverebbe la parte Fregosa, procedendosi sotto nome3 di fare doge Ottaviano, il padre e il zio del quale erano stati nella medesima degnità; che i franzesi, spaventati per il movimento di Genova e assaltati da’ svizzeri, rivocherebbono nel ducato di Milano tutte le genti che aveano in aiuto di Cesare e del duca di Ferrara, onde i viniziani facilmente ricupererebbono Verona e recuperatala procederebbono contro al ducato di Milano; il medesimo farebbono le genti sue, ottenuta facilmente, come sperava, Ferrara abbandonata dagli aiuti de’ franzesi; talmente che non potrebbe difendersi contro a tanti inimici, e da una guerra tanto repentina, lo stato di Milano.

Cominciò in un tempo medesimo la guerra contro a Ferrara e contro a Genova.Perché, con tutto che ’l duca di Ferrara, contro al quale procedeva, per accelerare l’esecuzione, come contro a notorio delinquente4, gli offerisse di dargli i sali fatti a Comacchio e obligarsi che non vi se ne lavorasse in futuro, licenziati di corte i suoi oratori, mosse le genti contro a lui: le quali, con la denuncia5 solamente di uno trombetto6 ottennono, non le difendendo Alfonso, Cento e la Pieve7: le quali castella, appartenenti prima al vescovado di Bologna, erano state da Alessandro, nel matrimonio della figliuola, applicate8 al ducato di Ferrara; data ricompensa a quel vescovado di altre entrate. Contro a Genova andorno undici galee sottili9 de’ viniziani, delle quali era capitano Grillo Contareno10, e una di quelle del pontefice, in sulle quali erano Ottaviano Fregoso leronimo Doria e molti altri fuorusciti, e nel tempo medesimo per terra Marcantonio Colonna con cento uomini d’arme e settecento fanti; il quale, partitosi dagli stipendi de’ fiorentini e soldato dal pontefice, si era fermato nel territorio di Lucca sotto nome di fare la compagnia, spargendo voce d’avere poi a passare a Bologna: la stanza11 del quale benché avesse dato a Ciamonte qualche sospetto delle cose di Genova, nondimeno, non sapendo dovere venire l’armata12, ed essendosi astutamente, per opera del pontefice, divulgato che le preparazioni per muoversi che già facevano i svizzeri e il soprasedere di Marcantonio fussino per assaltare all’improviso Ferrara, non aveva Ciamonte fatto altra provisione a Genova che di mandarvi pochi fanti. Accostossi Marcantonio con le sue genti in val di Bisagna, uno miglio presso alle mura di Genova, con tutto non fusse stato ricevuto13, come il pontefice si era persuaso, né in Serezana né nella terra della Spezie; e nel tempo medesimo l’armata di mare, che aveva occupato Sestri e Chiaveri14, era venuta da Rapalle alla foce di fiume Entello15, che entra in mare appresso al porto di Genova. Nella quale città, al primo romore16 dello appropinquarsi degli inimici, era entrato in favore del re di Francia con ottocento uomini del paese il figliuolo di Gianluigi dal Fiesco, e con numero non minore uno nipote del cardinale del Finale17, per i quali presidi essendo confermata18 la città non vi si fece dentro movimento alcuno: onde cessata la speranza principale de’ fuorusciti e del pontefice, e sopravenendovi tuttavia19 gente di Lombardia e della riviera di ponente, ed essendo entrato nel porto Freianni20 con sei galee grosse, parve senza frutto e non senza pericolo il dimorarvi più; in modo che e l’armata di mare e il Colonna per terra si ritirorono a Rapalle, tentato nel ritorno di occupare Portofino, dove fu morto21 Francesco Bollano22, padrone di una galea de’ viniziani. E partendosi dipoi l’armata per ritirarsi a Civitavecchia, Marcantonio Colonna, non confidando di potere condursi salvo per terra perché era sollevato tutto il paese23, ardente, secondo l’usanza de’ villani, contro a’ soldati quando disfavorevolmente24 si ritirano, montato in su le galee con sessanta cavalli de’ migliori, rimandò gli altri per terra alla Spezie; i quali furono, la maggiore parte, in quel di Genova, dipoi in quel di Lucca e ne’ confini de’ fiorentini, svaligiati. Passò questo assalto con piccola laude di Grillo e di Ottaviano, perché per timore si astennono da investire l’armata di Preianni, alla quale superiori, si credette che innanzi entrasse nel porto l’arebbono con vantaggio grande assaltata. Uscì del porto di Genova, dopo la partita loro, il Preianni con sette galee e quattro navi, seguitando l’armata viniziana; la quale, superiore di galee, era inferiore di numero di navi e meglio armate25. Toccò26 l’una e l’altra all’isola dell’Elba, la viniziana in Portolungaro27, la franzese in Portoferrato; e dipoi l’armata franzese, costeggiata28 la inimica insino al monte Argentaro, si ritornò a Genova.

Erano in questo tempo le genti del pontefice, sotto il duca d’Urbino, entrate contro al duca di Ferrara in Romagna; dove, avendo preso la terra di Lugo, Bagnacavallo e tutto quello che il duca teneva di qua dal Po, erano a campo alla rocca di Lugo. Alla quale mentre che stanno con poca diligenza e poco ordine, sopravenendo avviso che il duca di Ferrara, con le genti franzesi e con cento cinquanta uomini d’arme de’ suoi, con molti cavalli leggieri e con tremila fanti tra guasconi spagnuoli e italiani, veniva per soccorrerla, il duca d’Urbino, levatosi subitamente e lasciate in preda agli inimici tre bocche d’artiglierie29 si ritirò a Imola; e Alfonso con questa occasione recuperò tutto quello che in Romagna gli era stato occupato. Ma rimessosi in ordine e ingrossato di nuovo il campo30 ecclcsiastico, ripigliò facilmente le terre medesime; e poco dipoi pigliò la rocca di Lugo, dopo averla battuta molti dì: la quale spugnata31, si presentò loro occasione di maggiore successo. Perché non essendo in Modona presidio alcuno, non avendo il duca, occupato nella difesa dell’altre cose32 ove il pericolo era più propinquo, potuto provedervi da se stesso né ottenere da Ciamonte che vi mandasse dugento lancie, il cardinale di Pavia, passato con l’esercito a Castelfranco, ottenne subitamente d’accordo33 quella città; invitato a andarvi da Gherardo e Francesco Maria conti de’ Rangoni, gentiluomini modonesi, di tale autorità che ne potevano, massime Gherardo, disporre ad arbitrio loro : i quali si mosseno, secondo si credette, più per ambizione e per cupidità di cose nuove34 che per altra cagione. Perduta Modona, il duca, temendo che Reggio non35 facesse il medesimo, vi messe subito gente; e Ciamonte, facendo dopo il danno ricevuto quel che più utilmente arebbe fatto da principio, vi mandò dugento lancie: con tutto che già fusse occupato per il movimento de’ svizzeri.

1. se… felicemente: se gli svizzeri cominciassero ad avere successo.

2. fare mutazione: ribellarsi.

3. sotto nome: allo scopo dichiarato.

4. notorio delinquente: colpevole di reati resi pubblicamente noti e provati in sede giuridica, e che in quanto tale andava punito senza alcun obbligo di dichiarargli guerra.

5. la denunzia: l’intimazione.

6. uno trombetto: un uomo dell’esercito addetto ai segnali di tromba.

7. Pieve di Cento.

8. applicate: annesse.

9. Le galee sottili erano galee poco profonde e di forma stretta e allungata.

10. Girolamo di Francesco Contarini.

11. la stanza: la sosta.

12. l’armata: la flotta.

13. ricevuto: accolto, chiamato dalla popolazione in rivolta contro i francesi.

14. Sestri Levante e Chiavari.

15. Entella.

16. al primo romore: alle prime voci.

17. Carlo Domenico del Carretto, governatore di Brescia per il re di Francia.

18. confermata: tenuta ferma nella sottomissione ai francesi.

19. tuttavia: continuamente.

20. Prégent de Bidoulx, capitano di galee guascone.

21. fu morto: fu ucciso.

22. Giovanni Francesco Polani.

23. il paese: il contado.

24. disfavorevolmente: battuti, in posizione di svantaggio.

25. meglio armate: più equipaggiate e meglio fornite per il combattimento. Si riferisce a navi (quelle dell’armata veneziana).

26. Toccò: approdò.

27. L’attuale Porto Azzurro.

28. costeggiata: seguita.

29. bocche d’artiglierie: pezzi d’artiglieria.

30. il campo: l’esercito.

31. spugnata: espugnata, presa d’assalto.

32. dell’altre cose: degli altri luoghi.

33. d’accordo: per accordo.

34. cupidità di cose nuove: desiderio di mutamenti politici. Cfr. il latino rerum novarum cupiditas.

35. temendo che… non: temendo che.

CAPITOLO VII

Gli svizzeri soldati dal pontefice giungono a Varese. Azione de’ francesi contro gli svizzeri. Ritirata degli svizzeri.

Era molti mesi prima finita la confederazione tra i svizzeri e il re di Francia, avendo il re perseverato nella sentenza di non accrescere loro le pensioni (benché contro al consiglio di tutti i suoi, i quali gli ricordavano1 considerasse di quanta importanza fusse il farsi mimiche quelle armi colle quali prima avea spaventato ciascuno); e perciò essi, sollevati2 dalla autorità e promesse del pontefice e istigati dal vescovo di Sion, e accendendogli sopratutto lo sdegno, per le dimande negate3, contro al re, aveano con consentimento grande della moltitudine, in una dieta tenuta a Lucerna4, deliberato di muoversi contro a lui. Il movimento de’ quali avendo presentito Ciamonte5 avea posto guardia a’ passi verso Como, rimosso del lago tutte le barche, ritirato le vettovaglie a’ luoghi sicuri e levato i ferramenti de’ mulini6; e incerto se i svizzeri volessino scendere nello stato di Milano o, calato il monte di San Bernardo, entrare per Val di Augusta7 nel Piemonte per andare a Savona, con intenzione di molestare le cose8 di Genova, o di condursi di quivi, passato lo Apennino, contro al duca di Ferrara, aveva indotto il duca di Savoia a negare loro il passo e, per potergli impedire9, mandato di consentimento suo a Ivrea cinquecento lande : non cessando però in questo mezzo di fare ogni opera per corrompere con doni o con promesse i prìncipi10 della nazione, per divertirgli da questo moto11. Ma questo vanamente si tentava, tanto odio avevano e tanto erano concitati, massime la moltitudine, contro al nome del re di Francia : talmente che, reputando la causa quasi propria, non ostante le difficoltà che aveva il pontefice di mandare loro denari (perché i Fucheri, mercatanti tedeschi12, che avevano prima promesso di pagargli, aveano poi ricusato, per non offendere l’animo del re de’ romani), si mossono al principio di settembre seimila, soldati dal pontefice, tra’ quali erano quattrocento cavalli, la metà scoppiettieri13, dumila cinquecento fanti con gli scoppietti14 e cinquanta con gli archibusi, senza artiglieria senza provedimento15 o di ponti o di navi; e voltatisi al cammino16 di Bellinzone, e preso il ponte della Tresa17 abbandonato da seicento fanti de’ franzesi che vi erano alla guardia, si fermorno a Varese, per aspettare, secondo publicavano18, il vescovo di Sion con nuove genti.

Turbava molto questa cosa l’animo de" franzesi, e per il terrore ordinario che avevano de’ svizzeri e più particolarmente perché allora era piccolo numero di gente d’arme a Milano; essendone distribuita una parte alla guardia di Brescia, Lignago, Valeggio e Peschiera, trecento lancie erano andate in aiuto al duca di Ferrara, cinquecento congiunte con l’esercito tedesco contro a’ viniziani : nondimeno Ciamonte, ristrette19 le forze sue, venne con cinquecento lancie e quattromila fanti nel piano di Castiglione20 distante da Varese due miglia; avendo mandato nel monte di Brianza Gianiacopo da Triulzi, acciocché non tanto con la gente che menò seco, che fu piccola quantità, quanto col favore degli uomini del paese si sforzasse di impedire che i svizzeri non21 facessino quel cammino. I quali, subito che arrivorono a Varese, avevano mandato a dimandare il passo a Ciamonte, dicendo volere andare in servigio della Chiesa ; e perciò si dubitava che o per il ducato di Milano volessino passare a Ferrara, per il quale cammino, oltre alle opposizioni delle genti franzesi, arebbono avuto la difficoltà di passare i fiumi del Po e dell’Oglio, o che volgendosi a mano sinistra girassino per le colline sotto Como e dipoi sotto Lecco, per passare Adda in quegli luoghi dove è stretto e poco corrente22, e che dipoi per le colline del bergamasco e del bresciano, passato il fiume dell’Oglio, scendessino o per il bresciano o per la Ghiaradadda nel mantovano, paese largo e dove non si trovavano terre o fortezze che gli potessino impedire : e in qualunque di questi casi era la intenzione di Ciamonte, ancora che23 scendessino nella pianura (tanta era la riputazione della ferocia24 e della ordinanza25 di quella nazione), di non gli assaltare, ma uniti insieme i cavalli e i fanti e con molte artiglierie da campagna andargli costeggiando26, per impedire loro le vettovaglie e difficultare, in quanto si potese fare senza tentare la fortuna27, i passi de’ fiumi. E in questo mezzo, avendo bene proveduti di cavalli e di fanti i luoghi vicini a Varese, col fare nascere spesso la notte romori vani e costrignerli a dare all’arme, gli tenevano infestati28 tutta la notte.

A Varese, dove già si pativa molto di vettovaglie, si unirno di nuovo insieme cogli altri quattromila svizzeri; dopo la venuta de’ quali il quarto dì tutti si mossono verso Castiglione e si voltarono alla mano sinistra per le colline, camminando sempre stretti e in ordinanza con lento passo, essendo in ciascuna fila ottanta o cento di loro e nell;’ultime file tutti gli scoppiettieri e gli archibusieri : col quale modo procedendo si difendevano valorosamente dallo esercito franzese, il quale gli andava continuamente costeggiando e scaramucciando alla fronte e alle spalle; anzi uscivano spesso cento o centocinquanta svizzeri dello squadrone per andare a scaramucciare, andando, stando e ritirandosi senza che nascesse nella loro ordinanza uno minimo disordine. Arrivorono con questo ordine il primo dì al passo del ponte di Vedan29, guardato dal capitano Molard co’ fanti guasconi; donde avendolo fatto ritirare con gli scoppietti, alloggiorono la notte ad Appiano distante otto miglia da Varese; e Ciamonte si fermò ad Assaron30, villa31 grossa verso il monte di Brianza lontana sei miglia da Appiano32. Il dì seguente si dirizzorno per le colline al cammino di Cantù, costeggiandogli pure33 Ciamonte con dugento lancie, perché per l’asprezza de’ luoghi, l’artiglierie e alla guardia di quelle i fanti34 erano restati più al basso: e nondimeno, a mezzo il cammino, o per le molestie, come si gloriava Ciamonte, avute il dì da’ franzesi o perché tale fusse stato il disegno loro, lasciato il cammino di Cantù, voltatisi più alla sinistra, si andorono per luoghi alti ritirando verso Como; in uno borgo della quale città e nelle ville vicine alloggiorono quella notte. Dal Borgo di Como feciono l’altro alloggiamento al Chiasso, tre miglia più innanzi, tenendo sospesi35 i franzesi se per la valle di Lugana36 se ne ritornerebbeno a Bellinzone o se pure37 si condurrebbeno in su l’Adda, dove benché non avessino ponte era opinione di molti che si sforzerebbono passare tutti il fiume in uno tempo medesimo in su foderi38 di legname; ma levata l’altro giorno questa dubitazione39, se ne andorono ad alloggiare al ponte a Tressa, e di quivi sparsi alle case loro; ridotti già in ultima estremità di pane e con carestia grandissima di danari : la quale subita ritirata si credette procedesse per la carestia di danari, per la difficoltà del passare i fiumi e molto pallora, per la partita>iù per la necessità delle vettovaglie. Così si liberorono per allora i franzesi da quel pericolo, non stimato poco da loro : ancora che il re, magnificando sopra la verità le cose sue40, affermasse stare ambiguo41 se fusse stato ultile alle cose42 il lasciargli passare, e che cosa facesse più debole il pontefice, o essere senza armi o avere armi che lo offendessino come offenderebbono i svizzeri; i quali egli, con tante forze e con tanti danari, aveva avuto infinite difficoltà a maneggiare43.

1. gli ricordavano: lo ammonivano che.

2. sollevati: sobillati.

3. pernegate: per il rifiuto di soddisfare alle loro richieste.

4. 30 luglio 1510.

5. Cfr. fine del cap. prec.

6. levato… mulini: fatto togliere ai mulini i congegni che li facevano funzionare.

7. Val d’Aosta.

8. le cose: lo stato.

9. per… impedire: per poterli fermare.

10. i principi: gli uomini di maggiore autorità.

11. per… moto: per distoglierli da questa azione.

12. I fratelli Ulrich, Georg e Jacob Fugger, banchieri di Augusta.

13. scoppiettieri: armati di scoppietti.

14. Gli scoppietti erano fucili più piccoli degli archibugi.

15. senza provvedimento: sforniti.

16. voltatisi al cammino: presa la direzione.

17. Sul ramo occidentale del lago di Lugano.

18. pubblicavano: dicevano ufficialmente.

19. ristrette: raccolte.

20. Castiglione Olona.

21. impedire che… non: impedire che.

22. corrente: impetuoso.

23. ancora che: anche se.

24. della ferocia: del valore.

25. della ordinanza: della capacità di mantenere combattendo un serrato ordine di battaglia.

26. costeggiando: seguendo.

27. senza… fortuna: senza correre il rischio di una battaglia.

28. infestati: disturbati.

29. Vedano sull’Olona.

30. Saronno.

31. villa: villaggio.

32. Appiano Gentile.

33. costeggiandogli pure: continuando a seguirli.

34. e… i fanti: e i fanti che erano alla guardia di esse.

35. sospesi: incerti.

36. Lugano.

37. o se pure: oppure se.

38. foderi: zattere.

39. levata… dubitazione: posto fine il giorno seguente a questo dubbio.

40. magnificando… sue: esprimendo a parole un giudizio più lusinghiero della verità sulla propria situazione.

41. stare ambiguo: essere incerto.

42. alle cose: alla sua posizione.

43. maneggiare: trattare.

CAPITOLO VIII

Rapida riconquista da parte deveneziani delle terre precedentemente perdute. Vano tentativo contro Verona. La liberazione dalla prigionia del marchese di Mantova.

Ma maggiore sarebbe stato il pericolo de’ franzesi se in uno tempo medesimo fussino concorse contro a loro le offese disegnate dal pontefice. Ma come fu prima l’assalto di Genova che il movimento de’ svizzeri così tardò a farsi innanzi, più che non era disegnato, l’esercito de’ viniziani; ancora che avessino avuto molto opportuna occasione. Perché essendo molto diminuite le genti de’ tedeschi che alla partita di Ciamonte erano restate in vicentino, con le quali erano i fanti spagnuoli e le cinquecento lancie franzesi, l’esercito viniziano, uscito di Padova, recuperò senza fatica Esti, Monselice, Montagnana, Morostico, Bassano; e fattisi innanzi1 ritirandosi continuamente i tedeschi alla volta di Verona, entrorno in Vicenza abbandonata da loro : e così avendo ricuperato da Lignago in fuora, tutto quello che con tanta spesa e travaglio de’ franzesi avevano perduto in tutta la state, vennono a San Martino2 a cinque miglia di Verona; nella quale città si ritirorno gli inimici. La ritirata de’ quali non fu3 senza pericolo se (come affermano i viniziani) in Luzio Malvezzo, il quale allora, per la partita di Giampagolo Baglione dagli stipendi veneti4, governava le genti loro, fusse stato maggiore ardire: perché essendo i viniziani venuti alla villa della Torre5, gli inimici lasciate nello alloggiamento molte vettovaglie si indirizzorono verso Verona, seguitandogli tutto l’esercito veneto e infestandogli6 continuamente i cavalli leggieri; e nondimeno sostenendo i franzesi, massime con l’artiglierie, valorosamente il retroguardo, passato il fiume Arpano7 si condussono senza danno a Villanuova, alloggiando i viniziani propinqui a mezzo miglio; e il seguente dì non gli seguitando sollecitamente i viniziani, perché allegavano8 i fanti non potere pareggiare la prestezza de’ cavalli, si ritirorno in Verona.

Da San Martino, poiché vi furono stati alquanti dì, accostatisi a Verona, non senza biasimo che il differire fusse stato inutile, cominciorno a battere con l’artiglierie piantate in sul monte opposito il castello di San Felice e la muraglia vicina: eletto forse quel luogo perché vi si può diffìcilmente riparare9, e perché non vi possono se non molto incomodamente adoperare10 i cavalli. Erano nell’esercito veneto ottocento uomini d’arme tremila cavalli leggieri, la maggiore parte stradiotti11, e diecimila fanti, oltre a quantità grandissima di villani : e in Verona erano trecento lancie spagnuole, cento tra tedesche e italiane, più di quattrocento lancie franzesi, millecinquecento fanti pagati dal re, e quattromila tedeschi, non più sotto il principe di Analt morto non molti giorni avanti; e il popolo veronese di mala disposizione contro a’ tedeschi aveva l’armi in mano, cosa nella quale aveano sperato molto i viniziani : la cavalleria leggiera de’ quali, nel tempo medesimo, passando l’Adice a guazzo12 sotto Verona, scorreva13 per tutto il paese14. Batteva con grande impeto la muraglia l’artiglieria de’ viniziani, ancora che l’artiglieria piantata dentro da’ franzesi e coperta co’ suoi ripari facesse a quegli di fuora, che non erano riparati, gravissimo danno: da uno colpo della quale essendo state levate le natiche a Lattanzio da Bergamo, uno de’ più stimati colonnelli15 de’ fanti viniziani, morì fra16 pochi giorni. Finalmente, avendo fatto maraviglioso progresso l’artiglieria di fuora e rovinata una parte grande del muro insino al principio della scarpa17, e battute tutte le cannoniere18 in modo che l’artiglierie di dentro non potevano più fare effetto alcuno, non stavano i tedeschi senza timore di perdere il castello, ancora che bene riparato; alla perdita del quale perché non fusse congiunta la perdita della città, disegnavano, in caso di necessità, ritirarsi a certi ripari i quali avevano fatti in luogo propinquo, per battere subito co’ loro cannoni, quali già v’avevano tutti piantati, la facciata di dentro del castello, sperando aprirla in modo che gli inimici non potessino fermarvisi. Ma era molto superiore la virtù delle genti che erano in Verona, perché nell’esercito viniziano non erano altri fanti che italiani; e quegli, pagati per l’ordinario ogni quaranta dì, stavano a quel servizio più per trovare in altri luoghi piccola condizione19 che per altre cagioni : conciossiaché la fanteria italiana, non assueta all’ordinanze20 oltramontane né stabile in campagna21, fusse allora quasi sempre rifiutata da coloro che avevano facoltà di servirsi di fanti forestieri, massimamente di fanti svizzeri di tedeschi e di spagnuoli. Però, essendo con maggiore virtù sostentata la difesa che fatta l’offesa, usciti una notte ad assaltare l’artiglieria circa mille ottocento fanti con alcuni cavalli de’ franzesi, e messi in fuga facilmente i fanti che vi erano alla guardia, ne chiavorono22 due pezzi; e sforzandosi di condurgli dentro, ed essendo già levato il romore23 per tutto il campo, soccorse con molti fanti il Zitolo da Perugia, il quale combattendo valorosamente finì la vita con molta gloria: ma sopragiugnendo Dionigi di Naldo e la maggiore parte dello esercito, furno costretti quegli di dentro, lasciata quivi l’artiglieria, a ritirarsi; ma con laude non piccola, avendo da principio rotti i fanti che la guardavano, ammazzato parte di quegli che primi vennono al soccorso e tra gli altri il Zitolo colonnello molto stimato di fanti, e preso Maldonato capitano spagnuolo24, e ultimamente ritiratisi salvi quasi tutti. Finalmente i capitani viniziani, inviliti da questo accidente né sentendo farsi per il25 popolo movimento alcuno, giudicando anche non solo inutile ma pericoloso il soprastarvi perché l’alloggiamento era male sicuro, essendo alloggiati i fanti in sul monte e i cavalli nella valle assai lontani da’ fanti, deliberorono di ritirarsi allo alloggiamento vecchio di San Martino: la quale deliberazione fece accelerare il presentirsi26 che Ciamonte, essendo già partiti i svizzeri, inteso il pericolo di Verona veniva a soccorrerla. Nel levarsi il campo entrorono i saccomanni27 di Verona, accompagnati da grossa scorta, nella Valle Pollienta28 contigua al monte di San Felice; ma, essendo venuti al soccorso molti cavalli leggieri de’ viniziani, i quali presono la bocca della valle, furono tutti quegli che erano usciti di Verona o ammazzati o fatti prigioni. Da San Martino, per la fama della venuta di Ciamonte, l’esercito veneto si ritirò a San Bonifazio. Nel quale tempo le genti che erano alla guardia di Trevigi presono per accordo la terra di Assilio29 propinqua al fiume Musone, dove erano ottocento fanti tedeschi, e poi la rocca. E nel Friuli si procedeva con le medesime variazioni e con le crudeltà consuete, non più guerreggiando con gli inimici ma attendendosi da ogni parte alla distruzione ultima30 degli edifici e del paese: i quali mali consumavano medesimamente la Istria.

Succedette in questo tempo, per31 modo molto notabile, la liberazione dalla carcere del marchese di Mantova, trattata dal pontefice, mosso dalla affezione che prima gli aveva e da disegno di usare l’opera sua e servirsi delle comodità del suo stato nella guerra contro al re di Francia: e si credette per tutta Italia egli essere stato causa della sua liberazione. Nondimeno io intesi già da autore degno di fede, e per mano del quale passava allora tutto il governo dello stato di Mantova, essere stata molto diversa la cagione. Perché dubitando si, come era la verità, che i viniziani, per l’odio che gli avevano e per il sospetto che avevano di lui, non32 fussino inclinati a tenerlo perpetuamente incarcerato, ed essendosi invano tentato molti rimedi, fu determinato nel consiglio di Mantova di ricorrere a Baiset principe de’ turchi; l’amicizia del quale il marchese, col mandargli spessi messi e vari presenti, aveva molti anni intrattenuta. Il quale, intesa la sua calamità, chiamato a sé il bailo de’ mercatanti viniziani33 che negoziavano in Pera appresso a Costantinopoli, lo ricercò gli promettesse che ’l marchese sarebbe liberato; e recusando il bailo di promettere quel che non era in potestà sua e offerendo scriverne a Vinegia, ove non dubitava si farebbe deliberazione conforme al desiderio suo, Baiset replicandogli superbamente essere la sua volontà che egli assolutamente lo promettesse, fu necessitato a prometterlo: il che essendo significato34 dal bailo a Vinegia, il senato, considerando non essere tempo a irritare principe tanto potente, determinò di liberarlo; ma per occultare il suo disonore, e riportare qualche frutto della sua liberazione, prestò orecchi al desiderio del pontefice. Per mezzo del quale essendo, benché occultamente, conchiuso che, per assicurare i viniziani che ’l marchese non si moverebbe loro contro, il figliuolo primogenito35 fusse custodito in mano del pontefice, il marchese condotto a Bologna, poiché quivi ebbe consegnato il figliuolo agli agenti del pontefice, liberato se ne andò a Mantova: scusando sé appresso a Cesare e al re di Francia se, per la necessità di riordinare lo stato suo, non andava ne’ loro eserciti a servirgli, come feudatario dell’uno e soldato dell’altro (perché dal re di Francia gli era sempre conservata la solita condotta e provisione36), ma veramente avendo nell’animo di stare neutrale.

1. fattisi innanzi: soggetto (concordanza ad sensum) è l’esevcito viniziano.

2. San Martino Buonalbergo.

3. non fu: non sarebbe stata.

4. per la partitadagli stipendi veneti: per l’abbandono… del servizio presso Venezia.

5. Torri di Quartesolo.

6. infestandogli: attaccandoli.

7. Alpone.

8. allegavano: dicevano.

9. riparare: fare ripari per la difesa.

10. adoperare: muoversi.

11. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.

12. a guazzo: a guado.

13. scorreva: faceva scorrerie.

14. paese: contado.

15. colonnelli: comandanti.

16. fra: dopo.

17. Scarpa era la pendenza delle mura, più larghe alla base che in alto.

18. Cannoniere: le aperture delle fortezze da cui sparavano i cannoni.

19. percondizione: per il fatto che altrove le condizioni economiche del servizio erano poco vantaggiose.

20. all’ordinanze: all’ordinamento dell’esercito in battaglia.

21. in campagna: in campo aperto.

22. chiavorono: inchiodarono.

23. levato il romore: dato l’allarme.

24. Francisco Maldonado.

25. per il: da parte del.

26. il presentirsi: la notizia (è soggetto).

27. I saccomanni erano gli uomini addetti al trasporto e alla custodia delle vettovaglie e dei bagagli.

28. Valpantena.

29. Asolo.

30. ultima: totale.

31. per: in.

32. dubitandosi… che… non: dubitandosi… che.

33. Bailo demercatanti viniziani: era l’ambasciatore di Venezia a Costantinopoli.

34. significato: comunicato.

35. Federico Gonzaga.

36. condotta e provisione: posto di condottiero e stipendio militare.

CAPITOLO IX

Altra vana spedizione veneto-pontificia contro Genova. Ostinata pertinacia del pontefice malgrado gli insuccessi e sua deliberazione di recarsi a Bologna perché sian condotte più efficacemente le imprese. Il re di Francia pensa alla convocazione di un concilio.

Ma le cose tentate infelicemente non aveano diminuito in parte alcuna le speranze del pontefice; il quale, promettendosi1 più che mai la mutazione dello stato di Genova, deliberò di nuovo d’assaltarla. Però, avendo i viniziani, i quali più per necessità seguitavano che approvavano questi impetuosi movimenti, accresciuta l’armata loro che era a Civitavecchia con quattro navi grosse, persuadendosi che il nome suo inducesse più facilmente i genovesi a ribellarsi, aggiuntavi una sua galeazza2 con alcuni altri legni, benedisse publicamente con le solennità pontificali la sua bandiera : maravigliandosi ciascuno che, ora che scoperti i pensieri suoi erano in Genova molti soldati e nel porto potente armata3, egli sperasse ottenere quello che non aveva ottenuto quando il porto era disarmato e nella città pochissima guardia, né si aveva sospetto alcuno di lui. All’armate marittime, le quali4 seguitavano i medesimi fuorusciti e di più il vescovo di Genova figliuolo di Obietto dal Fiesco5, si doveano congiugnere forze terrestri: perché Federico arcivescovo di Salerno, fratello di Ottaviano Fregoso, .snidava6 co’ danari del pontefice nelle terre della Lunigiana. cavalli e fanti; e Giovanni da Sassatello e Rinieri della Sassetta, suoi condottieri, aveano avuto comandamento di fermarsi colle compagnie loro al Bagno della Porretta7, per potere quando fusse di bisogno accostarsi a Genova. Ma in quella città erano state fatte per terra e per mare potenti provisioni8: e perciò alla fama dell’approssimarsi dell’armata degli inimici, nella quale erano quindici galee sottili9 tre galee grosse10 una galeazza11 e tre navi biscaine12, l’armata franzese uscita con ventidue galee sottili del porto di Genova si fermò a Porto Venere; facendogli sicurtà13 la diversità de’ legni, perché, inferiore agli inimici uniti insieme ma superiore o almeno pari di forze alle galee, poteva sempre con la prestezza del discostarsi salvarsi dalle navi. Accostoronsi l’armate l’una all’altra sopra Porto Venere quanto pativa14 il tiro delle artiglierie, e poi che alquanto si furono battute, l’armata del pontefice andò a Sestri di Levante donde si presentò innanzi al porto di Genova, entrando insino nel porto con un brigantino15 Gianni Fregoso; ma essendo la terra guardata in modo che chi era di contrario animo non poteva fare sollevazione, e tirando gagliardamente all’armata la torre di Codifà, fu necessitata partirsi. Andò dipoi a Portovenere, e avendolo per parecchie ore combattuto senza frutto, disperati del successo di tutta la impresa ritornorno a Civitavecchia : onde partita l’armata viniziana, di consentimento del pontefice, per ritornarsene ne’ suoi mari, fu assaltata nel Faro di Messina da gravissima tempesta; andorono a traverso16 cinque galee, l’altre scorsono17 verso la costa di Barberia, riducendosi18 alla fine molto conquassate ne’ porti de’ viniziani. Non concorsono in questo assalto le forze disegnate per terra19 : perché le genti che si soldavano di Lunigiana, giudicando per la fama delle provisioni fatte da’ franzesi pericoloso l’entrare nella riviera di levante, non si mossono; e quelle che erano al Bagno della Porrctta, scusandosi che20 i fiorentini avessino denegato loro il passo, non si feciono più innanzi, ma entrati nella montagna di Modona, che ancora ubbidiva al duca di Ferrara, assaltorono la terra di Fanano: la quale benché nel principio non ottenessino, nondimeno alla fine tutta la montagna, non sperando essere soccorsa dal duca, si arrendé loro.

Così non era, insino a questo dì, riuscita al pontefice cosa alcuna tentata contro al re di Francia : perché né le cose di Genova avevano fatto, come egli si era promesso certissimamente, mutazione; né i viniziani, tentata invano Verona, speravano più di fare progresso da quella parte : né i svizzeri, avendo più presto mostrate che mosse l’armi, erano passati innanzi; né Ferrara aiutata prontamente dai franzesi, e sopravenendo la stagione del verno, si giudicava che fusse in alcuno pericolo: solamente gli era succeduto21 furtivamente22 l’acquisto di Modena, premio non degno di tanti moti. E nondimeno al pontefice, ingannato di23 tante speranze, pareva che intervenisse24 quello che di Anteo hanno lasciato gli scrittori fabulosi25 alla memoria de’ posteri, che quante volte domato dalle forze di Ercole toccava la terra tanto si dimostrava in lui maggiore vigore : il medesimo operavano l’avversità nel pontefice, che quando pareva più depresso e più conculcato risorgeva con l’animo più costante e più pertinace, promettendosi del26 futuro più che mai; non avendo per ciò quasi altri fondamenti27 che se medesimo, e il presupporsi (come diceva publicamente) che, per non essere l’imprese sue mosse da interessi particolari ma da mero e unico desiderio della libertà d’Italia, avessino per l’aiuto di Dio ad avere prospero fine. Imperocché egli, spogliato di valorose e fedeli armi, non aveva altri amici certi che i viniziani, che correvano per necessità la medesima fortuna28; de’ quali, per essere esausti di danari e oppressi da assai difficoltà e angustie, non poteva sperare molto; e dal re cattolico riceveva più tosto occulti consigli che palesi aiuti, perché secondo l’astuzia sua si intrattmcva29 con Massimiliano e col re di Francia, facendo a lui varie promesse ma sospese30 da molte condizioni e dilazioni. La diligenza e fatiche usate con Cesare per alinearlo dalla amicizia del re di Francia e indurlo a concordia co’ viniziani apparivano del continuo31 più inutili; perché Cesare, quando l’esercito del pontefice si mosse contro al duca di Ferrara, v’aveva mandato uno araldo a protestare32 che non lo molestassino, ed essendo andato in nome del pontefice Costantino di Macedonia per trattare tra lui e i viniziani aveva ricusato udirlo, e dimostrando di volere unirsi maggiormente col re di Francia ordinava di33 mandargli, per convenire seco della somma delle cose34, il vescovo Gurgense : né gli elettori dello imperio, benché inclinati al nome del pontefice e alla divozione della sedia apostolica, alieni dallo spendere e volti co’ pensieri loro solo alle cose di Germania, erano di momento35 in questi travagli. Poco più pareva potesse sperare del re d’Inghilterra, benché giovane e desideroso di cose nuove, e che faceva professione36 di amare la grandezza della Chiesa e che aveva non senza inclinazione d’animo udite le sue imbasciate; perché, essendo separato da Italia per tanto spazio di terra e di mare, non poteva solo deprimere il re di Francia: oltre che, aveva ratificato la pace fatta con lui e per una solenne imbasceria, che a questo effetto gli mandò, ricevuta la sua ratificazione. Nessuno certamente, avendo sì deboli fondamenti e tanti ostacoli, non arebbe rimesso l’animo37; avendo massime38 facoltà di ottenere la pace dal re di Francia, con quelle condizioni, che, vincitore, appena arebbe dovuto desiderare maggiori39. Perché il re consentiva di abbandonare la protezione del duca di Ferrara; se non direttamente, per onore suo, almanco, indirettamente, rimettendola di giustizia40 ma in giudici che avessino pronunziato41 secondo la volontà del pontefice; il quale, come fu certo di potere ottenere questo, aggiunse volere che oltre a questo lasciasse libera Genova: procedendo in queste cose con tanta pertinacia che nessuno, eziandio de’ suoi più intrinsechi42, ardiva di parlargli in contrario; anzi, tentato43 per ordine del re dallo oratore de’ fiorentini, si alterò maravigliosamente44; ed essendo venuto a lui per altre faccende uno uomo del duca di Savoia, e offerendo che il suo principe, quando gli piacesse, si intrometterebbe in qualche pratica di pace, proruppe in tanta indegnazione che, esclamando che era stato mandato per spia non per negoziatore, lo fece sopra questo45 incarcerare ed esaminare con tormenti. E finalmente, diventando ogni dì più feroce46 nelle difficoltà e non conoscendo né impedimenti né pericoli, risoluto di fare ogni opera possibile per pigliare Ferrara e omettere per allora tutti gli altri pensieri, deliberò di trasferisi personalmente a Bologna, per strignere47 più con la sua presenza e dare maggiore autorità alle cose48 e accrescere la caldezza de’ capitani inferiore allo impeto suo; affermando che a espugnare Ferrara gli bastavano le forze sue e de’ viniziani : il quali, temendo che alla fine, disperato di buono successo, non49 si concordasse col re di Francia, si sforzavano di persuadergli il medesimo50.

Da altra parte il re di Francia, già certo per tante esperienze dell’animo51 del pontefice contro a sé, e conoscendo essere necessario provedere che non sopravenissino allo stato suo nuovi pericoli, deliberò di difendere il duca di Ferrara, stabilire52 quanto poteva la congiunzione con Cesare, e col consentimento suo perseguitare con l’armi spirituali il pontefice; e sostentate le cose insino alla primavara, passare allora in Italia personalmente con potentissimo esercito, per procedere o contro a’ viniziani o contro al pontefice, secondo lo stato delle cose. Perciò, proponendo a Cesare non solo di muoversi altrimenti che per il passato contro a’ viniziani ma ancora di aiutar lo, secondo si sapeva essere suo antico desiderio, a occupare Roma e tutto lo stato della Chiesa come appartenente di ragione53 allo imperio, e similmente tutta Italia, dal ducato di Milano, Genova, lo stato de’ fiorentini e del duca di Ferrara in fuora, lo indusse facilmente nella sentenza sua54; e specialmente che si chiamasse, con l’autorità di ambidue e delle nazioni germanica e franzese, a uno concilio55 universale; non essendo senza speranza che, per non avere ardire di discostarsi dalla volontà sua e di Cesare, concorrerebbe al medesimo il re di Aragona e la nazione spagnuola : alla qual cosa si aggiugneva un altro grandissimo fondamento, che molti cardinali italiani e oltramontani di animo ambizioso e inquieto promettevano di farsene scopertamente autori56. Per ordinare57 queste cose aspettava il re con sommo desiderio la venuta del vescovo Gurgense, destinato a sé da Cesare; ma in questo mezzo, per dare principio alla instituzione del concilio e levare di presente al pontefice l’ubbidienza del suo reame, aveva fatto convocare tutti i prelati di Francia, che a mezzo settembre convenissino nella città di Orliens. Queste erano le deliberazioni e i preparamenti del re di Francia, non approvati in tutto dal suo consiglio e della sua corte; i quali, considerando quanto possa essere inutile il dare spazio di tempo allo inimico, lo stimolavano a non differire il muovere dell’armi insino al tempo nuovo58: il consiglio de’ quali se fusse stato seguitato si metteva subito il pontefice in tante molestie, e si perturbavano di maniera le cose sue, che non gli sarebbe per avventura59 stato facile, come poi fu, concitare tanti prìncipi contro a lui. Ma il re perseverò in altra sentenza, o dominato dalla avarizia o raffrenato dal timore che facendo da sé solo guerra al pontefice non si ritenessino60 gli altri prìncipi, o avendolo forse in orrore per essere cosa contraria al cognome61 del cristianissimo e alla professione di difendere la Chiesa, che sempre ne’ tempi antichi aveano fatta i suoi predecessori.

1. promettendosi: proponendosi.

2. La galeazza era una grande galea armata di cannoni, con bordo alto e tre alberi.

3. armata: flotta.

4. le quali: è oggetto.

5. Lorenzo Fieschi.

6. soldava: reclutava.

7. Porretta Terme.

8. provisioni: provvedimenti di difesa.

9. Le galee sottili erano galee poco profonde di forma stretta e allungata.

10. Le galee gvosse erano galee di grandi dimensioni usate come navi da carico.

11. La galeazza era un vascello armato di cannoni.

12. Le navi biscaine erano navi a vele quadre originarie della Biscaglia.

13. facendogli sicurtà: facendo affidamento su.

14. pativa: permetteva.

15. Il brigantino era una nave a vele quadre con un ponte e due alberi.

16. andorono a traverso: naufragarono.

17. scorsono: furono trascinate.

18. riducendosi: ritornando.

19. Non concorsono… per terra: non parteciparono a questo attacco le forze terrestri che erano state previste.

20. scusandosi che: giustificandosi con l’allegare che.

21. succeduto: riuscito.

22. furtivamente: di sorpresa.

23. ingannato di: deluso in.

24. intervenisse: accadesse.

25. fabulosi: di favole, di miti.

26. del: dal, sul.

27. fondamenti: appoggi, alleati.

28. che correvano… la medesima fortuna: che si trovavano… nella stessa situazione e correvano gli stessi rischi.

29. si intratteneva: trattava.

30. sospese: vincolate e quindi lasciate in sospeso senza diventare mai impegni concreti.

31. del continuo: sempre.

32. protestare: intimare.

33. ordinava di: si preparava a.

34. per… cose: per accordarsi con lui sulle cose più importanti.

35. di momento: determinanti.

36. faceva professione: dichiarava.

37. non… l’animo: non si sarebbe scoraggiato. Cfr. latino animum remittere.

38. massime: soprattutto, specialmente.

39. maggiori: più vantaggiose.

40. rimettendola di giustizia: lasciandola alle decisioni della legge.

41. pronunziato: dato la sentenza.

42. intrinsechi: intimi.

43. tentato: sondato.

44. si alterò maravigliosamente: si adirò straordinariamente.

45. sopra questo: in base a questo sospetto.

46. feroce: ardito.

47. strignere: accelerare.

48. darecose: conferire maggior prestigio all’impresa.

49. temendo che… non: temendo che.

50. persuaderli il medesimo: persuaderlo della stessa cosa (di cui lui era persuaso). Calco della costruzione latina con dativo della persona e l’accusativo della cosa.

51. dell’animo: delle intenzioni.

52. stabilire: consolidare.

53. di ragione: di diritto.

54. lo indusse… nella sentenza sua: lo tirò… dalla sua parte. Calco del latino in suam sententiam inducere.

55. si chiamasse… a uno concilio: si convocasse… un concilio.

56. autori: sostenitori, promotori.

57. ordinare: preparare.

58. al tempo nuovo: alla primavera.

59. per avventura: forse.

60. non si ritenessino: si astenessero dall’intervenire.

61. cognome: soprannome.

CAPITOLO X

Accanimento del pontefice per prendere Ferrara. Fazione franco-veneziana presso Montagnana. I francesi minacciano Modena. Il duca di Ferrara occupa Cento e altre terre; quindi accorre ad impedire a’ veneziani il passaggio del Po. Le armi spirituali usate dal pontefice contro il duca di Ferrara e i suoi aderenti. Decisioni del clero gallicano; cardinali dissedenti dal pontefice.

Entrò il pontefice in Bologna alla fine di settembre, disposto ad assaltare con tutte le forze sue e de’ viniziani Ferrara, per terra e per acqua. Però i viniziani, ricercatine da lui1, mandorono due armate2 contro a Ferrara; le quali entrate nel fiume del Po, l’una per le Fornaci3 l’altra per il porto di Primaro4, facevano nel ferrarese gravissimi danni : non mancando nel tempo medesimo le genti del pontefice di scorrere e predare per tutto il paese, ma non si accostando a Ferrara, nella quale città oltre alle genti del duca erano dugento cinquanta lancie franzesi. Perché, se bene gli ecclesiastici fussino pagati per ottocento uomini d’arme secento cavalli leggieri e seimila fanti, nondimeno, oltre a essere la maggiore parte gente collettizia5, il numero (come6 i pontefici comunemente sono malserviti nelle cose della guerra) era molto minore; e si aggiugneva che, avendo Ciamonte dopo la perdita di Modona mandate tra Reggio e Rubiera dugento cinquanta lancie e dumila fanti, erano per comandamento del pontefice andati con l’esercito alla guardia di Modena Marcantonio Colonna e Giovanni Vitelli, con dugento uomini d’arme e ottocento fanti. Però il pontefice faceva instanza che dell’esercito viniziano, il quale, essendo molto diminuite a Verona e per tutto le forze di Cesare, aveva senza difficoltà recuperato quasi tutto il Friuli, ne passasse una parte nel ferrarese, che di nuovo avea recuperato il Polesine di Rovigo, abbandonato per le molestie che il duca aveva intorno a Ferrara. Aspettava similmente il pontefice trecento lancie spagnuole, quali7 dimandate da lui per l’obligo della investitura gli erano mandate dal re d’Aragona, sotto Fabrizio Colonna; disegnando che, unite queste con l’esercito suo, assaltassino da una parte Ferrara e dall’altra l’assaltassino le genti de’ viniziani; e persuadendosi che ’l popolo di Ferrara, subito che l’esercito si accostasse alle mura, piglierebbe l’armi contro al duca : con tutto che i capitani suoi gli dimostrassino8, il presidio che vi era dentro essere tale che facilmene poteva difendere la città contro agli inimici e contenere9 il popolo, quando bene avesse inclinazione di tumultuare. Perciò, con incredibile sollecitudine, soldava in molti luoghi quantità grande di fanti. Ma tardavano a venire, più che non arebbe voluto, le genti de’ viniziani; perché avendo condotto per il Po in mantovano molte barche per gittare il ponte, il duca di Ferrara con le genti franzesi, assaltatele allo improviso, le tolse loro. Prese anche in certi canali del Pulesine molte barche e altri legni, insieme col proveditore viniziano10. Nel quale tempo essendo venuto a luce uno trattato11 che avevano in Brescia per farla ribellare al re di Francia, vi fu decapitato il conte Giovanmaria da Martinengo. Ma molto più tardavano a venire le lancie spagnuole; le quali condotte in su’ confini del regno di Napoli recusavano, per comandamento del re loro, di passare il fiume del Tronto se prima non si consegnava allo imbasciadore suo la bolla12 della investitura conceduta : la quale il papa, sospettando che ricevuta la bolla le genti promesse non venissino, faceva difficoltà di concedere se prima non giugnevano a Bologna. E nondimeno, né per ragioni allegate da’ capitani né per queste difficoltà, diminuiva della speranza di ottenere con le sue genti solo Ferrara; attendendo con maraviglioso vigore a tutte l’espedizioni13 della guerra : non ostante che gli fusse sopravenuta nel tempo medesimo grave infermità, la quale, reggendosi14 contro al consiglio de’ medici, non meno che Paltre cose dispreizava15, promettendosi la vittoria di quella come della guerra, perché affermava essere volontà divina che per opera sua Italia si riducesse in libertà. Procurò similmente che 1’ marchese di Mantova, il quale chiamato a Bolonga da lui era stato onorato del titolo di gonfaloniere della Chiesa, si conducesse con titolo di capitano generale agli stipendi de’ viniziani, partecipando il pontefice in questa condotta con cento uomini d’arme e con mille dugento fanti, ma con patto che questa cosa si tenesse occulta; ricercando così il marchese, sotto colore16 di essere necessario che prima riordinasse e provedesse il paese suo, acciò che i franzesi avessino minore facilità di offenderlo, ma in verità perché il marchese, sottomettendosi a questo peso non per volontà ma per necessità delle promesse fatte, cercava di interporre tempo all’esecuzione per potere, con qualche occasione che sopravenisse, liberarsene.

Ma l’ardore che aveva il pontefice di offendere altri si convertì in necessità di difendere le cose proprie, la quale sarebbe stata ancora più presta e maggiore se nuovi accidenti non avessino costretto Ciamonte a differire le sue deliberazioni. Perché, poi che l’esercito viniziano si era levato d’intorno a Verona, Ciamonte, il quale era venuto a Peschiera per andare a soccorrere quella città, deliberò voltarsi subito con l’esercito alla recuperazione di Modena, dove le genti che erano a Rubiera avevano presa la terra di Formigine di assalto; il che se avesse fatto arebbe facilmente, come si crede, ottenutala, perché dentro erano piccole forze, la terra non fortificata né tutti amatori del dominio della Chiesa : ma accadde che, quando era per muoversi, i fanti tedeschi che erano in Verona, per essere mal pagati da Cesare, tumultuorno; onde Ciamonte, perché non rimanesse abbandonata quella città fu costretto a soprasedere insino a tanto avesse fermato17 gli animi loro, per la qual cosa pagò novemila ducati per lo stipendio presente e promesse di pagargli medesimamente per il mese seguente. Ma non rimediato prima18 a questo disordine, sopravenne subito un altro incidente. Perché essendosi le genti de’ viniziani ritirate verso Padova, La Grotta19 che in suo nome era governatore di Lignago, parendogli avere occasione di saccheggiare la terra di Montagnana, vi spinse tutte le lancie e quattrocento fanti; da’ quali mentre che gli uomini delle terra, impauriti del sacco, si difendono, sopravenneno molti cavalli leg gieri de’ viniziani, e, trovandogli disordinati, facilmente gli ruppono con gravissimo danno, perché era stata impedita la fuga per la rottura fatta dagli inimici di uno ponte: per il quale caso, essendo spogliato quasi Lignago di gente, non è dubbio che se vi si fussino volte subito le genti viniziane l’arebbeno preso; la quale opportunità passò presto perché Ciamonte, inteso il caso, vi mandò con gravissima celerità nuova gente. Ma tolsono a lui questi impedimenti l’occasione di recuperare Modena, nella quale in questo spazio di tempo erano entrati molti fanti e fatte sollecitamente molte reparazioni. E nondimeno, per la venuta sua20 a Rubiera, fu costretto il pontefice a mandare a Modena l’esercito destinato contro a Ferrara: dove, essendo unite tutte le forze sue sotto il duca di Urbino capitano generale, e legato il cardinale di Pavia, e condottieri di autorità Giampaolo Baglione Marcantonio Colonna e Giovanni Vitelli, faceva instanza che si combattesse cogli inimici; cosa molto detestata21 da’ capitani, perché erano senza dubbio maggiori le forze de’ franzesi e di numero e di virtù, perché la fanteria ecclesiastica era raccolta subitamente22 e nell’esercito non era né ubbidienza né ordine conveniente, e tra ’l duca di Urbino e il cardinale di Pavia discordia manifesta. La quale procedette tanto oltre che il duca, accusandolo di infedeltà appresso al pontefice, o di propria autorità o per comandamento avuto da lui, lo condusse come prigione a Bologna; ma purgate23 con la presenza sola tutte le calunnie, rimase appresso a lui in maggiore grado e autorità che prima.

Mentre che queste genti stanno24 a fronte l’una del l’altra, C 1 monte alloggiato con la cavalleria a Rubiera, i fanti a Marzaglia, gli ecclesiastici a Modena nel borgo verso Rubiera, facendosi tra loro spesse25 correrie26 e scaramuccie, il duca di Ferrara, il quale aveva prima senza resistenza recuperato il Polesine di Rovigo, con Ciattiglione e con le lancie franzesi, riprese senza ostacolo il Finale27; e dipoi entrato nella terra di Cento, occupata prima dal pontefice, per la rocca la quale si teneva per lui28, la saccheggiò e abbruciò, e si preparava per andare a unirsi con Ciamonte: per il quale timore le genti della Chiesa si ritirorno in Modona, avendo messo una parte delle fanterie nel borgo che è volto alla montagna. Ma essendo il duca appena mosso, fu necessitato di fermarsi a difendere le cose proprie; perché le genti viniziane, in numero di trecento uomini d’arme molti cavalli leggieri e quattromila fanti, erano venute, per acquistare il passo del Po29 e dipoi unirsi colle genti del pontefice, a campo a Ficheruolo, castello in sul Po, piccolo e debole ma celebrato molto nella guerra30 che ebbeno i viniziani con Ercole duca di Ferrara, per la lunga oppugnazione31 di Ruberto da San Severino e per la difesa di Federigo duca di Urbino, capitani famosissimi di quella età32. Ottennonlo i viniziani per accordo avendolo prima battuto con l’artiglierie, e dipoi presono la terra della Stellata che è in su la riva opposita; e avendo libero il passo del Po, non mancava a passare altro che gittare il ponte. Il quale Alfonso, che dopo la perdita della Stellata si era con lo esercito ridotto al Bondino33, impediva si gittasse, con artiglierie piantate in su una punta34 donde facilmente si batteva quel luogo ; e scorreva oltre a questo il fiume35 del Po con due galee. Le quali presto si ritirorono, perché l’armata viniziana, impedita da principio di entrare nel Po perché le bocche del fiume erano guardate per ordine del duca, venuta per l’Adice contr’acqua36 vi entrò : in modo che dalle due armate de’ viniziani era infestato gravemente il paese di Ferrara. Ma cessò presto questa molestia, perché il duca uscito di Ferrara assaltò quella ehe, entrata per Primaro, si era condotta a Adria con due galee due fuste37 e molte barche minori; e rottala senza difficoltà si voltò a quella che non avendo se non fuste e legni minori, entrata per le Fornaci, era venuta alla Pulisella38. La quale, volendo per uno rivo vicino ridursi39nello Adice, fu impedita di enttrarvi per la bassezza dell’acque : donde assaltata e battuta dall’artiglierie degli inimici, la gente che vi era non potendo difenderla l’abbandonò attendendo a salvare sé e l’artiglierie.

In questi movimenti dell’armi temporali cominciavano a risentirsi40 da ogni parte l’armi spirituali. Perché il pontefice avea sottoposti publicamente alle censure Alfonso da Esti e insieme tutti quegli che si erano mossi o moveano in aiuto suo, e nominatamente Ciamonte e tutti i principali dell’esercito franzese: e in Francia la congregazione de’ prelati, trasferita da Orliens a Torsi, aveva, benché più per non si opporre alla volontà del re, che molte volte intervenne con loro41, che per propria volontà o giudicio, consentito a molti articoli proposti contro al pontefice; modificato solamente che, innanzi se gli levasse la obbedienza, si mandassino oratori a fargli noti gli articoli che aveva determinati42 il clero gallicano e ad ammunirlo che in futuro gli osservasse, e che in caso che dipoi contravenisse fusse citato al concilio; al quale si facesse instanza con gli altri prìncipi che concorressino tutte le nazioni de’ cristiani. Concesseno ancora al re facoltà di fare grande imposizione di danari sopra le chiese di Francia; e poco poi, in una altra sessione che fu tenuta il vigesimo settimo dì di settembre intimorono43 il concilio per al principio di marzo prossimo a Lione: nel qual dì entrò in Torsi il vescovo di Gursia44, ricevuto con sì raro ed eccessivo onore che apparì quanto la sua venuta fusse stata lungamente desiderata e aspettata. Scoprivasi ancora45 già la divisione de’ cardinali contro al pontefice, Perché i cardinali di Santa Croce46 e di Cosenza47 spa gnuoli, e i cardinali di Baiosa48 e San Mailò49 franzesi, e Federigo cardinale di Sanseverino, lasciato il pontefice che per la via di Romagna andò a Bologna, visitando per il cammino il tempio di Santa Maria dell’Oreto50 nobilissimo51 per infiniti miracoli, andorono con sua licenza per la Toscana; ma condotti52 a Firenze e ottenuto salvocondotto da’ fiorentini, non per alcuno tempo determinato ma per insino a tanto che lo revocassino e quindici dì dappoi che la revocazione fusse intimata, soprasedevano53 con varie scuse lo andare più innanzi: del soprastare54 de’ quali insospettito il pontefice, dopo molte instanze fatte che andassino a Bologna, scrisse uno breve al cardinale di SanMailòe a quello di Baiosa e al cardinale di Sanseverino che sotto pena della sua indignazione si trasferissino alla corte; e procedendo con più mansuetudine col cardinale di Cosenza e col cardinale di Santa Croce, cardinale chiaro per nobiltà per lettere e per costumi, e per le legazioni che in nome della sedia apostolica aveva esercitate, gli confortò55 con un breve56 a fare il medesimo. I quali, disposti a non ubbidire, avendo invano tentato che i fiorentini concedessino, non solo a loro ma a tutti i cardinali che vi volessino venire, salvocondotto fermo57 per lungo tempo, se ne andorono per la via di Lunigiana a Milano.

1. ricercatine da lui: su sua richiesta.

2. armate: flotte.

3. Sulla riva destra del Po di Levante.

4. Per la foce del Po di Primaro.

5. collettizia: raccogliticcia.

6. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

7. quali: le quali.

8. gli dimostrassino: gli facessero notare.

9. contenere: frenare.

10. Girolamo Contarini.

11. uno trattato: un complotto.

12. la bolla: il documento.

13. tutte l’espedizioni’. tutti i provvedimenti.

14. reggendosi: agendo, governandosi.

15. dispvezzava’. non teneva in nessun conto.

16. sotto colore: col pretesto.

17. fermato: placato.

18. nonprima: non appena rimediato.

19. Françis de Daillon, signore de la Crote (o de la Cropte).

20. sua: si riferisce a Ciamonte.

21. detestata: disapprovata.

22. subitamente: precipitosamente (e quindi non selezionata).

23. purgate: smentite e rese vane.

24. Mentre che… stanno: l’uso del presente storico col mentre ricalca l’uso del dum latino.

25. spesse: frequenti.

26. correrie: scorrerie.

27. Finale Emilia.

28. si teneva per lui: si teneva in suo nome (del duca di Ferrara).

29. per… Po: per attraversare il Po.

30. celebrato… guerra: diventato molto noto in seguito alla guerra.

31. per la lunga oppugnazione: per il lungo assedio.

32. maggio-giugno 1482.

33. Bondeno.

34. punta: sporgenza della costa.

35. scorreva… il fiume: faceva scorrerie… lungo il fiume.

36. contr’acqua: contro corrente.

37. Le fuste erano navi a remi leggere e veloci, più piccole delle galee.

38. Polesella.

39. ridursi: ritirarsi.

40. risentirsi: destarsi.

41. intervenne con loro: partecipò alle loro riunioni.

42. determinati: stabiliti.

43. intimorono: indissero.

44. Matthäus Lang, vescovo di Gurk e consigliere di Massimiliano.

45. ancora: anche.

46. Bernardino Lopez de Carvajal.

47. Francesco Borgia.

48. Réné de Prie, vescovo di Bayeux.

49. Guillaume Briçonnet, vescovo ai Saint-Malo.

50. di Loreto

51. nobilissimo: famosissimo.

52. condotti: giunti.

53. soprasedevano: rinviavano.

54. del soprastare: dell’indugiare.

55. gli confortò: li esortò.

56. uno breve: una lettera pontificia.

57. fermo: valido.

CAPITOLO XI

Gli ecclesiastici perdono Carpi. Confusione e tumulto in Bologna per l’avvicinarsi de’ francesi coi Bentivoglio. Timori de’ cardinali; energia del pontefice, che conforta i bolognesi alla fedeltà alla Chiesa. L’esercito francese trattenuto per le speranze della concordia col pontefice. Vane trattative di concordia. Commenti e critiche all’azione dei comandanti francesi.

Ciamonte infratanto, per recuperare Carpi, che prima era stato occupato dalle genti della Chiesa, vi mandò Alberto Pio e la Palissa con quattrocento lancie e quattromila fanti : innanzi a’ quasi essendosi mosso Alberto con uno trombetto e con pochi cavalli, la terra1che molto l’amava, intesa la venuta sua, cominciò a tumultuare : per il quale timore gli ecclesiastici, che in numero di quaranta cavalli leggieri e cinquecento fanti vi erano a guardia, si partirono, dirizzandosi a Modona, ma seguitati dalle genti franzesi che erano sopravenute poco poi, e a furore2 al prato del Cortile3 che è quasi in mezzo tra Carpi e Modona, messi in fuga; salvandosi i cavalli ma perdendosi la più parte de’ fanti. Pareva utile a Ciamonte combattere con gl’inimici innanzi che arrivassino le lancie spagnuole (le quali il papa per sollecitare aveva depositato in mano del cardinale Regino4 la bolla della investitura), e innanzi che le genti viniziane si unissino con loro; le quali, avendo fatto certi ripari contro alle artiglierie di Alfonso, speravano di avere gittato5 presto il ponte : perciò si accostò a Modona, dove essendosi scaramucciato assai tra’ cavalli leggieri dell’una parte e dell’altra, non vollono mai gli ecclesiastici, conoscendosi inferiori, uscire con tutte le forze fuora.

Perduta questa speranza, deliberò di mettere a esecuzione quel che6 molti, e principalmente i Bentivogli, con varie offerte lo stimolavano; che e’ non fusse da consumare inutilmente il tempo intorno a cose delle quali era molto maggiore la difficoltà che l’utilità, ma di assaltare all’improvviso la sedia della guerra7, il capo principale8 dal quale procedevano tante molestie e pericoli : essere di9 questo molto opportuna occasione, perché in Bologna erano pochi soldati forestieri, nel popolo molti fautori de’ Bentivogli, la maggiore parte degli altri inclinata più presto ad aspettare l’esito delle cose che a pigliare l’armi per sottoporsi a pericoli o contrarre inimicizie nuove; se ora non si tentasse, passare la presente occasione, perché sopravenendo le genti che s’aspettavano, o de’ viniziani o degli spagnuoli, non si potere sperare, quando bene vi si andasse con potentissimo esercito, quel che ora con forze molto minori era facilissimo a ottenere. Raccolto adunque insieme tutto l’esercito, e seguitandol’ i Bentivogli con alcuni cavalli e con mille fanti pagati da loro, preso il cammino tra ’l monte e la strada maestra10, assaltò Spilimberto11 castello de’ conti Rangoni, nel quale erano quattrocento fanti mandati dal pontefice, ma poi che ebbe battuto alquanto l’ottenne il dì medesimo a patti; e arrendutosegli il dì seguente Castelfranco, alloggiò a Crespolano12 castello distante dieci miglia da Bologna, con intenzione di appresentarsi13 il prossimo dì alle porte di quella città: nella quale, divulgata la sua venuta e che erano con esso i Bentivogli, ogni cosa si era piena14 di confusione e di tumulto, grandissima sollevazione nella nobiltà e nel popolo, temendo una parte desiderando l’altra la ritornata de’ Bentivogli; altri stando sospesi, o incerti dell’animo15 o veramente16 mossi così leggiermente17 o dal desiderio [o] dal timore che oziosamente18 fussino per risguardare19 il processo di questa cosa.

Ma maggiore confusione e molto maggiore terrore occupava gli animi de’ prelati e de’ cortigiani, avvezzi non a’ pericoli delle guerre ma all’ozio e alle dilicatezze di Roma. Correvano i cardinali mestissimi al pontefice, lamentandosi che avesse condotto sé, la sedia apostolica e loro in tanto pericolo, e aggravandolo con somma instanza20 o che facesse provedimenti bastanti a difendersi (il che in tanta brevità di tempo stimavano impossibile) o che tentasse di comporre con condizioni meno gravi che fusse possibile le cose21 cogli inimici, i quali si giudicava non doverne essere alieni, o che insieme con loro si partisse da Bologna; considerando almeno, se pure il pericolo proprio non lo moveva, quanto importasse all’onore della sedia apostolica e di tutta la cristiana religione se nella persona sua accadesse sinistro alcuno22: del medesimo lo supplicavano tutti i più intrinsechi23 e più grati ministri e servitori suoi. Egli solo, in tanta confusione e in tanto disordine di ogni cosa, incerto dell’animo del popolo e mal sodisfatto della tardità de’ viniziani, resisteva pertinacemente a queste molestie; non potendo neanche la infermità che conquassava il corpo piegare la fortezza dell’animo. Aveva nel principio fatto venire Marcantonio Colonna con una parte de’ soldati che erano a Modona, e chiamato a sé Ieronimo Donato imbasciadore de’ viniziani, si era con esclamazioni ardentissime lamentato che per la tardità degli aiuti promessigli tante volte si era lo stato e la persona sua condotta in tanto pericolo ; non solamente con ingratitudine abominevole in quanto a lui24, che principalmente per salvargli aveva presa25 la guerra e che, con gravissime spese e pericoli e con l’aversi provocati inimici lo imperadore e il re di Francia, era stato cagione che la libertà loro si fusse conservata insino a quel dì, ma oltre a questo con imprudenza inestimabile in quanto a se stessi, perché, dappoi che egli o fusse vinto o necessitato di cedere a qualche composizione, in che speranza di salute in che grado26 rimarrebbe quella republica? protestando27 in ultimo con ardentissime parole che farebbe concordia co’ franzesi se per tutto il dì seguente non entrava in Bologna il soccorso delle loro genti che erano alla Stellata; avendo, per la difficoltà di gittare il ponte, passato in su varie barche e legni il Po. Convocò ancora il reggimento e i collegi28 di Bologna, e con gravi parole gli confortò29 che, ricordandosi de’ mali della tirannide passata e quanto più perniciosi ritornerebbono i tiranni stati scacciati30, volessino conservare il dominio della Chiesa, nel quale aveano trovato tanta benignità; concedendo per fargli più pronti, oltre alle concedute prima, esenzioni della metà delle gabelle delle31 cose che si mettevano dentro per il vitto umano, e promettendo di concederne in futuro delle maggiori; notificando le cose medesime per publico bando, nel quale invitò il popolo a pigliare l’armi per la difesa dello stato ecclesiastico: ma senza frutto, perché niuno si moveva, niuno faceva in favore suo segno alcuno. Perciò riconoscendo finalmente in quanto pericolo fusse ridotto, ed espugnato32 dalla importunità33 e lamentazioni di tanti, e instando34 oltre a ciò molto appresso a lui gli oratori di Cesare del re cattolico e del re di Inghilterra, pregati da’ cardinali, consentì si mandasse a domandare a Ciamonte che concedesse facoltà di andare a lui sicuramente, in nome del pontefice, a Giovanfrancesco Pico conte della Mirandola; e poche ore dipoi mandò egli medesimo uno de’ suoi camerieri a ricercarlo che mandasse a lui Alberto da Carpi, non sapendo che non fusse nello esercito : e nel tempo medesimo, acciò che in ogni caso si salvassino le cose più preziose del pontificato, mandò Lorenzo Pucci, suo datario35, col regno (chiamano così la mitria principale) che era pieno di gioie nobilissime, perché si custodissino nel famoso monasterio delle Murate di Firenze. Sperò Ciamonte per le richieste fattegli che il pontefice inclinasse alla concordia, la quale esso, perché sapeva essere così la mente36 del re, molto desiderava ; e per non perturbare questa disposizione ritenne37 il dì seguente l’esercito nel medesimo alloggiamento : benché permettesse che i Bentivogli con molti cavalli di amici e seguaci loro, seguitandogli alquanto da lontano cento cinquanta lancie franzesi, corressino insino appresso alle mura di Bologna. Per la venuta de’ quali, con tutto che Ermes, minore ma il più feroce38 de’ fratelli, si appresentasse39 allato alla porta, non si fece dentro movimento alcuno.

Udì Ciamonte benignamente Giovanfranceso dalla Mirandola, e lo rimandò il dì mcdcbimu a Bologna, a significar40 le condizioni con le quali era contento di convenire : che ’l pontefice assolvesse Alfonso da Esti dalle censure, e tutti quegli che per qualunque cagione si erano intromessi nella difesa sua o nell’oiiesa dello stato ecclesiastico : liberasse medesimamente i Bentivogli dalle censure e dalle taglie, restituendo i beni che manifestamente a essi appartenevano: degli altri posseduti innanzi all’esilio si conoscesse in giudicio41, e che avessino facoltà d’abitare in qualunque luogo piacesse loro, pure che non si appropinquassino a ottanta miglia a Bologna42: non si alterasse nelle cose de’ viniziani quel che si disponeva nella confederazione fatta a Cambrai : che tra il pontefice e Alfonso da Esti si sospendessino l’armi almanco per sei mesi, ritenendo43 ciascuno quello possedeva; nel quale tempo le differenze44 loro si decidessino per giudici che si dovessino deputare concordemente; riservando a Cesare la cognizione45 delle cose di Modena, la qual città si deponesse incontinente in sua mano: Cotignuola si restituisse al re cristinissimo : liberassesi il cardinale di Aus, perdonassesi a’ cardinali assenti; e le collazioni de’ benefici46 di tutto il dominio del re di Francia si facessino secondo la sua47 nominazione. Con la quale risposta essendo ritornato il Mirandolano, ma non senza speranza che Ciamonte non persisterebbe rigorosamente in tutte queste condizioni, udiva pazientemente il pontefice, contro alla sua consuetudine, la relazione, e insieme i prieghi de’ cardinali che con ardore inestimabile48 lo supplicavano che, quando non potesse ottenere meglio, accettasse in questa maniera la composizione ; ma da altra parte, lamentandosi essergli proposte cose troppo esorbitanti, e mescolando in ogni parola doglienze gravissime de’ viniziani, e dimostrando di stare sospeso49, consumava il dì senza esprimere quale fusse la sua deliberazione. Alzò la speranza sua che alla fine del dì entrò in Bologna Chiappino Vitello50, con seicento cavalli leggieri de’ viniziani e una squadra di turchi che erano a’ soldi loro; il quale partito la notte dalla Stellata era venuto galoppando per tutto il cammino, per la somma prestezza impostagli dal proveditore viniziano. La mattina seguente alloggiò Ciamonte con tutto l’esercito al Ponte a Reno vicino a tre miglia a Bologna, dove andorno subito a lui i segretari degli oratori de’ re de’ romani di Aragona e di Inghilterra, e poco dipoi gli imbasciadori medesimi51; i quali quel giorno, e con loro Alberto Pio venuto da Carpi, ritornorno più volte al pontefice e a Ciamonte. Ma era nell’uno e nell’altro variata non mediocremente la disposizione: perché Ciamonte, mancandogli per l’esperienza del dì dinanzi la speranza di sollevare per mezzo de’ Bentivogli il popolo bolognese, e cominciando a sentire strettezza di vettovaglie la quale era per diventare52 continuamente maggiore, diffidava della vittoria; e il pontefice, inanimito perché il popolo, scoprendosi favorevole alla Chiesa, aveva finalmente il giorno medesimo pigliato l’armi, e perché s’aspettava che innanzi al principio della notte entrasse in Bologna, oltre a dugento altri stradiotti53 de’ viniziani, Fabbrizio Colonna con dugento cavalli leggieri e una parte degli uomini d’arme spagnuoli, non solo conosceva essere liberato dal pericolo ma, ritornato nella consueta elazione54, minacciava di assaltare gli inimici, subito che55 fussino giunte tutte le genti spagnuole che erano vicine: per la qual confidenza56 rispose sempre quel dì, niuno mezzo esservi di concordia se il re di Francia non si obligava ad abbandonare totalmente la difesa di Ferrara. Proposonsi il dì seguente nuove condizioni, per le quali ritornorono a Ciamonte i medesimi imbasciadori; le quali si disturborno per57 varie difficoltà : di maniera che Ciamonte, disperato di potere fare più, o coll’armi o per i trattati58 della pace, frutto alcuno, ed essere difficile a dimorare quivi, diminuendogli le vettovaglie e cominciando a essere per il sopravenire della vernata i tempi sinistri, ritornò il dì medesimo a Castelfranco e il dì prossimo a Rubiera; dimostrando59 di farlo mosso da’ prieghi degli oratori, e per dare al pontefice spazio di pensare sopra le cose proposte, e a sé di intendere la mente del re.

Accusorno in questo tempo molti la deliberazione di Ciamonte di imprudenza, l’esecuzione di negligenza: come se, non avendo forze sufficienti a spugnare Bologna, conciossiaché nell’esercito non fussino più di trentamila fanti, fusse stato inconsiderato consiglio il muoversi per i conforti de’ fuorusciti; le speranze de’ quali, misurate più col desiderio che con le ragioni, riescono quasi sempre vanissime. Avere dovuto almeno, se pure deliberava di tentare questa impresa, ristorare60 colla prestezza la debolezza delle forze, ma per contrario avere corrotta l’opportunità61 con la tardità; perché dopo l’indugio del muoversi da Peschiera aveva perduti inutilmente tre o quattro dì, mentre che considerando la impotenza del suo esercito stava sospeso o di tentare da se medesimo o di aspettare le genti del duca di Ferrara e Ciattiglione con le lancie franzesi: potersi forse questo difendere; ma come mai potersi scusare che preso Castelfranco non si fusse subito accostato alle porte di Bologna, né dato spazio di respirare a una città dove non era ancora entrato alcuno soccorso, il popolo sospeso, e maggiore (come accade nelle cose subite) la confusione e il terrore? mezzo unico, se alcuno ve ne era, a fargli ottenere o vittoria o onesta composizione62. Ma sarebbe, per avventura63, minore spesso l’autorità di quegli che riprendono64 le cose infelice-mente succedute se nel tempo medesimo si potesse sapere quel che sarebbe accaduto se si fusse proceduto diversamente; perché molte volte si conoscerebbe che sarebbe seguito altrimenti di quello che da se stessa si presuppone la fallacia de’ discorsi65 umani, quando, giudicando le cose incerte, affermano che se si fusse proceduto in questa forma, o se si fusse proceduto altrimenti, sarebbe risultato l’effetto che si desiderava o non arebbe avuto luogo quel che ora è accaduto66.

1. la terra: la città (nel senso di popolazione).

2. a furore: dal popolo in tumulto.

3. Prati di Cortile.

4. Pietro Isvalies (o Isuagles), vescovo di Reggio.

5. di avere gittato’. di poter gettare.

6. quel che: ciò a cui.

7. la sedia della guerra: la sede principale della guerra.

8. il capo principale: l’origine principale.

9. di: per.

10. La via Emilia.

11. Spilamberto.

12. Crespellano.

13. appresentarsi: presentare battaglia; ma anche farsi vedere, mostrarsi.

14. si era piena: si era riempita.

15. incerti dell’animo: malsicuri.

16. o veramente: oppure.

17. leggiermente: superficialmente.

18. oziosamente: passivamente.

19. fussino per risguardare: si disponevano ad osservare.

20. aggravandolo… instanza: infastidendolo col richiedergli in modo estremamente insistente.

21. comporre… le cose: accordarsi.

22. se… alcuno: se egli (la persona del pontefice) fosse vittima di qualche incidente.

23. intrinsechi: intimi.

24. in quanto a lui: nei suoi confronti.

25. presa: intrapresa.

26. grado: condizione.

27. protestando: dichiarando.

28. Il reggimento era l’organo principale dell’amministrazione cittadina e in quegli anni corrispondeva ai Quaranta Consiglieri o Riformatori dello stato di Bologna. I collegi erano costituiti dall’unione delle due assemblee dei massari delle arti e dei gonfalonieri del popolo.

29. gli confortò: li esortò.

30. quanto… scacciati: quanto sarebbero stati più dannosi e violentiitiranni, se, dopo essere stati cacciati, fossero tornati.

31. delle: sulle.

32. espugnato: vinto.

33. dalla importunità: dalle insistenze continue.

34. instando: insistendo.

35. Il datario aveva la mansione di apporre la data agli atti del pontefice.

36. la mente: l’intenzione.

37. ritenne: trattenne.

38. feroce: audace.

39. si appresentasse: si facesse vedere.

40. significare: comunicare.

41. si conoscesse in giudicio: si decidesse per via legale.

42. nonBologna: non si avvicinassero a Bologna ad una distanza minore di 80 miglia.

43. ritenendo: conservando.

44. le differenze: le controversie.

45. la cognizione: il giudizio.

46. lebenefici: i conferimenti dei benefici ecclesiastici.

47. sua: del re.

48. inestimabile: infinito, grandissimo.

49. sospeso: incerto.

50. Figlio di Paolo e di Girolama Orsini.

51. Veit von Fürst (per Massimiliano), Jerònimo Vich di Valenza (per il re d’Aragona), Christopher Baindbridge vescovo di York (per il re d’Inghilterra).

52. eva per diventare: prometteva di diventare.

53. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.

54. elazione: superbia e animosità.

55. subito che: appena.

56. per la qual confidenza: facendo affidamento sulla qual cosa.

57. le quali… per: le quali condizioni urtarono in.

58. per i trattati: con le trattative.

59. dimostrando: dichiarando.

60. ristorare: compensare.

61. avere… opportunità: avere sciupato la buona occasione.

62. onesta composizione: onorevole accordo.

63. per avventura: forse.

64. riprendono: criticano.

65. de’ discorsi: delle considerazioni.

66. Ma sarebbe… accaduto: cfr. Ricordi, C 22, Op. I, p. 734.