CAPITOLO XII

Il pontefice sempre più indignato contro il re di Francia; milizie veneziane in suo aiuto. Terre occupate da’ pontifici. Il pontefice fa decidere l’impresa contro Ferrara e la Mirandola. Massimiliano e il re di Francia deliberano di accertarsi delle intenzioni del re d’Aragona; risposta di Ferdinando. Nuova convenzione fra Massimiliano e il re di Francia. L’esercito pontificio, presa Concordia, si reca alla Mirandola. Congiura contro Pier Soderini in Firenze.

Partito Ciamonte, il pontefice, infiammato sopra modo contro al re, si lamentò con tutti i prìncipi cristiani che il re di Francia, usando ingiustamente e contro alla verità de’ fatti il titolo e il nome di cristianissimo, sprezzando ancora la confederazione1 con tante solennità fatta a Cambrai, mosso da ambizione di occupare Italia, da sete scelerata del sangue del pontefice romano, aveva mandato lo esercito ad assediarlo con tutto il collegio de’ cardinali e con tutti i prelati in Bologna; e ritornando con animo2 molto maggiore a’ pensieri della guerra negò agli imbasciadori, i quali, seguitando i ragionamenti cominciati con Ciamonte, gli parlavano della concordia, volere udire più cosa alcuna se prima non gli era data Ferrara : e con tutto che, per le fatiche sopportate in tanto accidente e col corpo e coll’animo, fusse molto aggravata la sua infermità, cominciò di nuovo a soldare gente e a stimolare i viniziani, che finalmente avevano gittato il ponte tra Ficheruolo e la Stellata, che mandassino sotto il marchese di Mantova parte delle loro genti a Modona a unirsi con le sue, con l’altra parte molestassino Ferrara ; affermando che in pochissimi dì acquisterebbe Reggio, Rubiera e Ferrara. Tardorano le genti viniziane a passare il fiume, per il pericolo nel quale sarebbeno incorsi se (come si dubitava) fusse sOpravenuta la morte del pontefice; ma costretti finalmente cedere alle sue voglie, lasciate l’altre genti in su le rive di là dal Po, mandorono verso Modona cinquecento uomini d’arme e mille seicento cavalli leggieri e cinquemila fanti, ma senza il marchese di Mantova. Il quale, fermatosi a Sermidi3 a soldare cavalli e fanti, per andare, come diceva, dipoi all’esercito, benché sospetta già a’ viniziani la sua tardità, si condusse a San Felice4 castello del Modonese : dove avuto avviso che i franzesi che erano in Verona erano entrati a predare nel contado di Mantova, allegando la necessità di difendere lo stato suo se ne tornò con licenza del pontefice a Mantova; ma con querela grave de’ viniziani, perché, ancora che avesse promesso di ritornare presto, insospettiti della sua fede5, credevano, come similmente fu creduto quasi per tutta Italia, che Ciamonte, per dargli scusa di6 non andare all’esercito, avesse con suo consentimento fatto correre i soldati franzesi nel mantovano. La quale suspizione si accrebbe, perché da Mantova scrisse al pontefice essere, per infermità sopravenutagli, impedito a partirsi.

Unite che fumo intorno a Modena le genti del pontefice le viniziane e le lancie spagnuole, non si dubita che, se senza indugio si fussino mosse, che Ciamonte, il quale, quando si partì del bolognese, aveva per diminuire la spesa licenziati i fanti italiani, arebbe abbandonata la città di Reggio, ritenendosi la cittadella; ma ripreso animo per la tardità del muoversi, cominciò di nuovo a soldare fanti, con deliberazione di attendere solamente a guardare Sassuolo, Rubiera, Reggio e Parma. Ma mentre che quello esercito soggiorna7 intorno a Modena, incerto ancora se avesse a andare innanzi o volgersi a Ferrara, correndo alcune squadre di quelle della Chiesa verso Reggio, messe in fuga da’ franzesi, perderono cento cavalli e tu fatto prigione il conte di Matelica8. Nel qual tempo, essendo il duca di Ferrara e con lui Ciattiglione, con le genti franzesi, alloggiati in sul fiume del Po tra lo Spedaletto9 e il Bondino10, opposito11 alle genti de’ viniziani che erano di là dal Po, l’armata loro12, volendo, per l’asprezza del tempo e per essere male proveduta13 da Vinegia, ritirarsi, assaltata da molte barche di Ferrara che con l’artiglieria messono in fondo14 otto legni, si condusse con difficoltà a Castelnuovo del Po15, nella fossa che va nel Tartaro e nello Adice; dove come fu condotta si disperse. Comandò poi il pontefice che l’esercito il quale, non vi essendo venuto il marchese di Mantova, governava Fabrizio Colonna, lasciato a guardia di Modona il duca di Urbino, andasse a dirittura16 a Ferrara; dando a’ capitani, che unitamente dannavano questo consiglio17, speranza quasi certa che il popolo tumultuerebbe. Ma il dì medesimo che si erano mossi ritornorono indietro per suo comandamento, non si sapendo quel che l’avesse indotto a sì subita mutazione; e lasciati i primi disegni, andorono a campo alla terra di Sassuolo, ove Ciamonte avea mandati cinquecento fanti guasconi : la quale avendo battuto due dì, con giubilo grande del pontefice, che sentiva della camera medesima il tuono delle artiglierie sue intorno a Sassuolo della quale18 aveva, pochi dì innanzi, sentito con gravissimo dispiacere il tuono di quelle degli inimici intorno a Spilimberto, gli dettono l’assalto, il quale con piccolissima difficoltà succedette felicemente19, perché si disordinorono i fanti che vi erano dentro; e appresentate20 poi subito l’artiglierie alla fortezza dove si erano ritirati, e cominciata a batterla, si arrenderono quasi subito senza alcuno patto: con la medesima infamia e infelicità di Giovanni da Casale (che era loro capitano) che avea sentita quando il Valentino occupò la rocca di Furlì21; uomo di Vilissima nazione22, ma pervenuto a qualche grado onorato23 perché nel fiore della età era stato grato24 a Lodovico Sforza, e poi famoso per l’amore noto di quella madonna25. Espugnato Sassuolo, prese l’esercito Formigine; e volendo il pontefice che andassino a pigliare Montecchio, terra forte26 e importante situata tra la strada maestra e la montagna in sui confini di Parma e di Reggio, e che era tenuta dal duca di Ferrara ma parte del territorio di Parma, recusò Fabrizio Colonna, dicendo essergli proibito dal suo re il molestare le giurisdizioni27 dello imperio. Non provedeva a questi disordini Ciamonte; il quale, lasciato in Reggio Obignì con cinquecento lancie e con dumila fanti guasconi sotto il capitano Molard, si era fermato a Parma, avendo ricevute nuove commissioni dal re di astenersi dalle spese. Perché il re, perseverando nel proposito di temporeggiarsit insino alla primavera, non faceva allora per le cose di qua dà monti provedimento alcuno. Onde declinando in Italia la sua riputazione e diventandone28 maggiore l’animo degl’inimici, il pontefice, impaziente29 che le sue genti non procedessino più oltre né ammettendo le scuse che della stagione del tempo30 e dell’altre difficoltà gli facevano i suoi capitani, chiamatigli tutti a Bologna, propose si andasse a campo a Ferrara: approvando il parere suo solamente gli imbasciadori viniziani, o per non lo sdegnare contradicendogli o perché i soldati loro ritornassino più vicini a’ suoi31 confini; dannandolo32 tutti gli altri, ma invano, perché non consultava più ma comandava. Fu adunque deliberato che si andasse col campo33 a Ferrara, ma con aggiunta che per impedire a’ franzesi il soccorrerla si tentasse34, in caso non apparisse molto difficile, la Mirandola: la quale terra, insieme con la Concordia, signoreggiata da’ figliuoli del conte Lodovico Pico35, [e da Francesca], madre e nutrice loro, conservava36 sotto la divozione del re di Francia; seguitando37 l’autorità di Gianiacopo da Triulzi suo padre naturale38, per cui opera i piccoli figliuoli n’aveano da Cesare ottenuta la investitura. Aveva il pontefice molto prima ricevutigli, come appariva per uno breve, nella sua protezione, ma si scusava che le condizioni de’ tempi presenti lo costrignevano a procurare che quelle terre non fussino tenute da persone sospette a sé; offerendo, se volontariamente gli erano concedute, di restituirle come prima39 avesse acquistato Ferrara. Fu dubitato insino allora (la quale dubitazione si ampliò poi molto più) che il cardinale di Pavia, sospetto già d’avere occulto intendimento col re di Francia, fusse stato artificiosamente40 autore di questo consiglio, per interrompere41 con la impresa della Mirandola l’andare a campo a Ferrara; la quale città non era allora molto fortificata né aveva presidio molto grande, e i soldati franzesi stracchi col corpo e con l’animo dalle fatiche, il duca impotente e il re alieno del farvi maggiori provedimenti.

Ma mentre che il pontefice attendeva con tanto ardore all’espedizione42 della guerra, il re di Francia, intento più alle pratiche43 che all’armi, continuava di44 trattare col vescovo di Gursia le cose cominciate : le quali, dimostratesi al principio molto facili, procedetteno in maggiore lunghezza45 per la tardità delle risposte di Cesare e perché, dubitando del re di Aragona (il quale, oltre all’altre azioni, aveva di nuovo46, sotto colore47 che verso Otranto si fusse scoperta48 l’armata de’ turchi, rivocato nel regno di Napoli le genti sue che erano a Verona), giudicorno Cesare e il re di Francia necessario di accertarsi della mente sua49, così circa la continuazione nella lega di Cambrai come in quello che si avesse a fare col pontefice, perseverando egli nella congiunzione co’ viniziani e nella cupidità di acquistare immediatamente50 alla Chiesa il dominio di Ferrara. Alle quali dimande rispose dopo spazio di qualche dì il re cattolico, pigliando in uno tempo medesimo occasione di purgare molte querele51 che da Cesare e dal re di Francia si facevano di lui: avere conceduto le trecento lancie al pontefice per l’obligazione della investitura, e a effetto solamente di difendere lo stato della Chiesa e recuperare le cose che erano antico feudo di quella; avere revocato le genti d’arme da Verona perché era passato il termine per il quale le aveva promesse a Cesare, e nondimeno che non l’arebbe revocate se non fusse stato il sospetto de’ turchi; essersi interposto l’oratore suo a Bologna con Ciamonte insieme con gli altri oratori allo accordo non per dare tempo a’ soccorsi del pontefice52 ma per rimuovere tanto incendio della cristianità, sapendo massimamente essere al re molestissima la guerra con la Chiesa; essere stato sempre nel medesimo proposito di adempiere quel che era stato promesso a Cambrai, e volerlo fare in futuro molto più, aiutando Cesare con cinquecento lancie e dumila fanti contro a’ viniziani : non essere già sua intenzione di legarsi a nuove obligazioni né ristrignersi a capitolazioni nuove53, perché non ne vedeva alcuna urgente cagione e perché, desideroso di conservarsi libero per potere fare la guerra contro agli infedeli d’Affrica, non voleva accrescere i pericoli e gli affanni della cristianità che aveva bisogno di riposo : piacergli il concilio e la riformazione della Chiesa quando fusse universale e che i tempi non repugnassino, e di questa sua disposizione niuno essere migliore testimonio del re di Francia, per quello che insieme ne avevano ragionato a Savona54, ma i tempi essere molto contrari, perché il fondamento de’ concili era la pace e la concordia tra i cristiani, non potendosi senza l’unione delle volontà convenire55 cosa alcuna in beneficio comune, né essere degno di laude cominciare il concilio in tempo e in maniera che e’ paresse cominciarsi più per sdegno e per vendetta che per zelo o dell’onore di Dio o dello stato salutifero della repubblica cristiana. Diceva oltre a questo separatamente agli oratori di Cesare, parergli grave56 aiutarlo a conservare le terre perché dipoi per danari le concedesse al re di Francia, significando espressamente di Verona57. Intesa adunque per questa risposta la intenzione del re cattolico, non tardorno più, Gurgense da una parte in nome di Cesare e il re di Francia dall’altra, di fare nuova confederazione; riserbata facoltà al pontefice di entrarvi infra due mesi prossimi, e al re cattolico e al re d’Ungheria infra quattro. Obligossi il re di pagare a Cesare (fondamento necessario alle convenzioni che si facevano con lui), parte di presente parte in tempi58, centomila ducati: promesse Cesare di passare alla primavera in Italia con tremila cavalli e diecimila fanti contro a’ viniziani; nel quale caso il re fusse obligato a spese proprie mandargli mille dugento lancie e ottomila fanti con provedimento sufficiente d’artiglierie, e per mare due galee sottili59 e quattro bastarde60: osservassino la lega fatta a Cambrai, e ricercassino61 in nome comune alla osservanza del medesimo il pontefice e il re cattolico; e se il pontefice facesse difficoltà per le cose di Ferrara fusse il re tenuto a stare contento a quello che fusse consentaneo alla ragione62, ma in caso denegasse la richiesta loro si proseguisse il concilio; per il quale Cesare dovesse congregare i prelati di Germania, come aveva il re di Francia fatto de’ prelati suoi, per procedere più innanzi secondo che fusse poi deliberato da loro. Non si trattò in questa convenzione de’ danari prestati dal re a Cesare né dell’obligazione acquistata sopra Verona, ma si credeva il re avesse rimosso l’animo dallo63 appropriarsela, sapendo quanto Cesare fusse desideroso di ritenersela. Publicate le convenzioni, Gurgense, molto onorato e rivevuti grandissimi doni, se ne ritornò al suo principe; e il re, col quale nuovamente64 i cinque cardinali che procuravano65 il concilio avevano convenuto che né egli senza consenso loro né essi senza consenso suo concorderebbeno col pontefice, dimostrandosi con le parole molto acceso a passare personalmente in Italia con tale potenza che per molto tempo assicurasse le cose sue, le quali perché prima non cadessino in maggiore declinazione, commesse66 a Ciamonte che non lasciasse perire67 il duca di Ferrara. Il quale aggiunse ottocento fanti tedeschi alle dugento lancie che prima vi68 erano con Ciattiglione.

Da altra parte l’esercito del pontefice, poiché furono fatte benché lentamente le provisioni necessarie, lasciato alla guardia di Modona Marcantonio Colonna con cento uomini d’arme quattrocento cavalli leggieri e dumila cinquecento fanti, andò a campo alla Concordia; la quale presa per forza, il medesimo dì che vi furono piante l’artiglierie, e poi ottenuta a patti la fortezza, si accostò alla Mirandola. Approssimavasi già la fine del mese di dicembre e, per sorte, la stagione di quello anno era molto più aspra che ordinariamente non suole essere: per il che e per essere la terra forte69, e perché si credeva che i franzesi non dovessino lasciare perdere uno luogo tanto opportuno70, i capitani principalmente diffidavano di ottenerla; e nondimeno tanto certamente si prometteva il pontefice la vittoria di tutta la guerra che mandando, per la discordia che era tra ’l duca di Urbino e il cardinale di Pavia, legato nuovo nell’esercito il cardinale di Sinigaglia71, gli commesse, in presenza di molti, che sopra tutto procurasse che, quando l’esercito entrava in Ferrara, si conservasse quanto si poteva72 quella città. Cominciorno a tirare contro alla Mirandola l’artiglierie il quarto dì poi che l’esercito si fu accostato; ma patendo molti sinistri e incomodità de’ tempi e delle vettovaglie, le quali venivano al campo scarsamente del73 modenese, perché essendo state messe in Guastalla cinquanta lancie de’ franzesi, altrettante in Coreggio, e in Carpi dugento cinquanta e avendo rotto per tutto i ponti e occupati i passi donde potevano venire del mantovano, facevano impossibile il condurle per altra via. Ma s’allargò74 prestamente alquanto questa strettezza75, perché quegli che erano in Carpi, essendo pervenuto falso romore’76 che l’esercito inimico andava per assaltargli, spaventati perché non vi avevano artiglierie, se ne partirono.

Ebbe nella fine di questo anno qualche infamia77 la persona del pontefice, come se fusse stato conscio e fautore che, per mezzo del cardinale de’ Medici, si trattasse, con Marcantonio Colonna e alcuni giovani fiorentini, che fusse ammazzato in Firenze Piero Soderini gonfaloniere; per opera del quale si diceva i fiorentini seguitare le parti franzesi : perché, avendo il pontefice procurato con molte persuasioni di congiugnersi quella republica, non gli era mai potuto succedere78; anzi non molto prima avevano, a richiesta del re di Francia, disdetta la tregua a’ sanesi, con molestia grandissima del pontefice, benché avessino recusato non muovere l’armi se non dopo i sei mesi della disdetta, come il re desiderava per mettere in sospetto il pontefice; e oltre a questo aveano mandato al re dugento uomini d’arme perché stessino a guardia del ducato di Milano, cosa dimandata dal re per virtù79 della loro confederazione, non tanto per l’importanza di tale aiuto quanto per desiderio di inimicargli col pontefice.

1. sprezzando… confederazione: senza tener conto nemmeno della confederazione.

2. con animo: con animosità.

3. Sermide.

4. San Felice al Panaro.

5. della sua fede: della sua lealtà.

6. scusa di: un pretesto per.

7. mentre che… soggiorna: costrutto ricalcato sull’uso latino del dum seguito dal presente storico.

8. Ranuccio Antonio Ottoni.

9. L’attuale Ospitale.

10. Bondeno.

11. opposito: di fronte.

12. loro: dei veneziani.

13. proveduta: rifornita.

14. messono in fondo: affondarono.

15. Castelnuovo Bariano.

16. a dirittua: direttamente.

17. dannavano questo consiglio: disapprovavano questa decisione.

18. della quale: dalla quale (si riferisce a camera medesima).

19. succedette felicemente: ebbe esito felice.

20. appresentate: puntate.

21. Cfr. IV, XIII.

22. di… nazione: di umilissima nascita.

23. a… onorato: ad una condizione dignitosa.

24. grato: gradito.

25. Caterina Riario Sforza.

26. terra forte: città ben fortificata.

27. le giurisdinoni: i territori che cadevano sotto la giurisdizione.

28. diventandone: diventando per questo.

29. impaziente: non tollerando.

30. la stagione del tempo: il periodo stagionale dell’anno, cioè la stagione.

31. suoi: dei veneziani.

32. dannandolo: disapprovandolo.

33. col campo: con l’esercito.

34. si tentasse: si tentasse di prendere, si assalisse.

35. Gianfrancesco, Ludovico e Federico.

36. conservava: il soggetto non è chiaro, perché il periodo è monco. Sembrerebbe

37. seguitando: anche qui il soggetto non è chiaro, anche se da ciò che segue si deduce che, come nel caso precedente, è Francesca.

38. Padre naturale di Francesca, moglie di Ludovico Pico.

39. come prima: non appena.

40. artificiosamente: astutamente.

41. interrompere: impedire.

42. all’espedizione della guerra: a far procedere la guerra.

43. alle pratiche: alle trattative.

44. di: a.

45. lunghezza: lentezza.

46. di nuovo: di recente.

47. sotto colore: col pretesto.

48. si fusse scoperta: era stata avvistata.

49. della mente sua: delle sue intenzioni.

50. immediatamente: direttamente.

51. pigliandooccasione di purgare molte querele: cogliendo… l’occasione per giustificare le proprie azioni da cui erano derivate molte lamentele.

52. per… pontefice: per fare in modo che nel frattempo il pontefice ricevesse

53. ristrignersi… nuove: vincolarsi a nuovi patti.

54. Cfr. VII, VIII.

55. convenire: concordare.

56. parergli grave: che gli risultava pesante.

57. significando… di Verona: indicando… l’episodio di Verona (cfr. IX, IV).

58. in tempi: a scadenze dilazionate.

59. Le galee sottili erano galee strette allungate e con poco fondo.

60. Le galee bastarde erano più grandi e resistenti di quelle comuni.

61. ricercassino: richiamassero.

62. aragione: ad accontentarsi di ciò che fosse stabilito per via giuridica. Oppure: ad accettare una soluzione compatibile con i diritti (del pontefice e suoi).

63. avesse… dallo: avesse rinunziato a.

64. nuovamente: recentemente.

65. procuravano: si adoperavano per realizzare.

66. commesse: ordinò.

67. perire: andare in rovina.

68. vi: a Ferrara.

69. forte: fortificata.

70. opportuno: vantaggioso ed utile.

71. Marco Vigerio, vescovo di Senigallia.

72. si… poteva: si preservasse il più possibile dai danni.

73. del: dal.

74. s’allargò: si attenuò.

75. strettezza: scarsezza, difficoltà.

76. falso romore: voci infondate.

77. infamia: biasimo, maldicenza.

78. succedere: riuscire.

79. per virtù: sulla base, in forza.

CAPITOLO XIII

11 Pontefice presso l’esercito all’assedio della Mirandola. Pericoli corsi dal pontefice; presa della Mirandola. Il re di Francia ordina una più decisa azione di guerra.

Finì in questo stato delle cose l’anno mille cinquecento dieci. Ma il principio dell’anno nuovo fece molto memorabile una cosa inaspettata e inaudita per tutti i secoli. Perché, parendo al pontefice che l’oppugnazione della Mirandola procedesse lentamente, e attribuendo parte alla imperizia parte alla perfidia1 de’ capitani, e specialmente del nipote2, quel che procedeva maggiormente da molte difficoltà, deliberò di accelerare le cose con la presenza sua; anteponendo l’impeto e l’ardore dell’animo a tutti gli altri rispetti3, né lo ritenendo il considerare quanto fusse indegno della maestà di tanto grado4 che il pontefice romano andasse personalmente negli eserciti contro alle terre de’ cristiani, né quanto fusse pericoloso, disprezzando5 la fama e il giudicio che appresso a tutto il mondo si farebbe di lui, dare apparente colore6 e quasi giustificazione a coloro che, sotto titolo principalmente di essere pernicioso alla Chiesa il reggimento suo e scandolosi e incorriggibili i suoi difetti, procuravano di convocare il concilio e suscitare7 i prìncipi contro a lui. Risonavano queste parole per tutta la corte : ciascuno si maravigliava, ciascuno grandemente biasimava, né meno che gli altri gli imbasciadori de’ viniziani; supplicavamo i cardinali con somma instanza che non andasse. Ma vani erano i prieghi di tutti, vane le persuasioni. Partì il secondo dì di gennaio da Bologna, accompagnato da tre cardinali; e giunto nel campo alloggiò in una casetta di uno villano sottoposta8 a’ colpi dell’artiglierie degli inimici, perché non era più lontana dalle mura della Mirandola che tiri in due volte una balestra comune9. Quivi, affaticandosi ed esercitando10 non meno il corpo che la mente e che lo imperio11, cavalcava quasi continuamente ora qua ora là per il campo, sollecitando che si desse perfezione al piantare dell’artiglierie12, delle quali insino a quel dì era piantata la minore parte; essendo impedite quasi tutte l’opere militari da’ tempi asprissimi e dalla neve quasi continua, e perché niuna diligenza bastava a ritenere13 che i guastatori14 non15 si fuggissino, essendo oltre alla acerbità del tempo molto offesi dalPartiglierie di quegli di dentro. Però, essendo necessario fare ne’ luoghi dove s’avevano a piantare l’artiglierie, per sicurtà di coloro che vi s’adoperavano, nuovi ripari e fare venire al campo nuovi guastatori, il pontefice, mentre che queste cose si provedevano, andò, per non patire in questo tempo delle incomodità dell’esercito, alla Concordia: nel quale luogo venne a lui, per commissione di Ciamonte, Alberto Pio, proponendo vari partiti di com-posizione16; i quali, benché più volte andasse dall’uno all’altro, furno tentati vanamente, o per la solita durezza sua o perché Alberto, del quale sempre crescevano i sospetti, non negoziasse con la sincerità conveniente. Stette alla Concordia pochi giorni, riconducendolo all’esercito la medesima impazienza e ardore, il quale non raffreddò punto nel cammino la neve grossissima che tuttavia cadeva dal cielo né i freddi così smisurati che appena i soldati potevano tollerargli : e alloggiato in una chiesetta propinqua alle sue artiglierie e più vicina alle mura che non era l’alloggiamento primo, né gli sodisfacendo cosa alcuna di quelle che si erano fatte e che si faceva- no, con impetuosissime parole si lamentava di tutti i capitani, eccetto che di Marcantonio Colonna il quale di nuovo17 avea fatto venire da Modona: né procedendo con minore impeto per l’esercito18, ora questi sgridando ora quegli altri confortando, e facendo colle parole e co’ fatti l’ufficio del capitano, prometteva che se i soldati precedevano virilmente che non accetterebbe la Mirandola con alcuno patto ma lascierebbe in potestà loro il saccheggiarla. Ed era certamente cosa notabile, e agli occhi degli uomini molto nuova, che il re di Francia, principe secolare, di età ancora fresca e allora d’assai prospera disposizione19, nutrito20 dalla giovanezza nell’armi, al presente riposandosi nelle camere, amministrasse per capitani una guerra fatta principalmente contro a lui; e da altra parte vedere che il sommo pontefice, vicario di Cristo in terra, vecchio e infermo e nutrito nelle comodità e ne’ piaceri, si fusse condotto in persona a una guerra suscitata da lui contro a cristiani, a campo a una terra ignobile21; dove sottoponendosi, come capitano d’eserciti, alle fatiche c a’ perico li, non riteneva22 di pontefice altro che l’abito e il nome.

Procedevano, per la sollecitudine estrema, per le querele per le promesse per le minaccie, le cose con maggiore celerità che altrimenti non arebbono fatto; e nondimeno, repugnando23 molte difficoltà, procedevano lentamente, per il piccolo numero de’ guastatori, perché nell’esercito non erano molte artiglierie né quelle de’ viniziani molto grosse, e perché per l’umidità del tempo le polveri facevano con fatica l’ufficio consueto. Difendevansi arditamente quegli di dentro a’ quali era preposto Alessandro da Triulzio con [quattrocento] fanti forestieri, sostenendo con maggiore virtù i pericoli per la speranza del soccorso promesso da Ciamonte : il quale, avendo avuto comandamento dal re di non lasciare occupare al pontefice quella terra, aveva chiamati a sé i fanti spagnuoli che erano in Verona; e raccogliendo da ogni parte le genti sue e soldando continuamente i fanti, e il medesimo facendo fare al duca di Ferrara, prometteva d’assaltare, innanzi che passasse il vigesimo dì di gennaio, il campo inimico. Ma molte cose facevano difficile e pericoloso questo consiglio: la strettezza del tempo breve a raccorre24 tanti provvedimenti, lo spazio25 dato agli inimici di fortificare l’alloggiamento, la fatica di condurre, nella stagione tanto fredda, per vie pessime e per le nevi, maggiori che molti anni fussino state26, l’artiglierie le munizioni e le vettovaglie : e augumentò le difficoltà colui che doveva, ricompensando27 con la prestezza il tempo perduto, diminuirle. Perché Ciamonte corse subitamente in su’ cavalli delle poste28 a Milano, affermando andarvi per provedere più sollecitamente danari e l’altre cose che bisognavano; ma essendosi divulgato e creduto averlo indotto a questo l’amore di una gentildonna milanese, raffreddò molto l’andata sua, con tutto che presto ritornasse, gli animi de’ soldati e le speranze di quegli che difendevano la Mirandola: onde non oscuramente29 molti dicevano, nuocere forse non meno che la negligenza o la viltà di Ciamonte Podio suo contro a Gianiacopo da Triulzi; e che perciò, preponderando30 (come spesso si fa) la passione propria alla utilità del re, gli fusse grato che i nipoti31 fussino privati di quello stato. Da altra parte il pontefice non perdonava a32 cosa alcuna per ottenere la vittoria, acceso in maggiore furore perché da uno colpo di cannone tirato da quegli di dentro erano stati ammazzati nella cucina sua due uomini : per il quale pericolo partitosi di quello alloggiamento, e dipoi, perché non poteva temperare33 se medesimo, il dì seguente ritornatovi, era stato costretto per nuovi pericoli ridursi nell’alloggiamento del cardinale Regino; dove quegli di dentro, sapendo per avventura34 egli esservisi trasferito, indiriz-zorno35 una artiglieria grossa non senza pericolo della sua vita. Finalmente gli uomini della terra, perduta interamente la speranza di essere soccorsi e avendo l’artiglierie fatto processo36 grande, essendo oltre a questo così profondamente le fosse congelate che sostenevano i soldati37, temendo di non potere resistere alla prima battaglia che si ordinava38 di dare infra due giorni, mandorno, in quel medesimo dì, nel quale Ciamonte avea promesso di accostarsi, imba- sciadori al pontefice per arrendersi, con patto che fussino salve le persone e le robe di tutti. Il quale, benché da principio rispondesse non volere obligarsi a salvare la vita de’ soldati, pure alla fine, vinto da’ prieghi di tutti i suoi, gli accettò con le condizioni proposte; eccettuato che Alessandro da Triulzi con alcuni capitani de’ fanti rimanessino prigioni suoi, e che la terra, per ricomperarsi39 dal sacco stato promesso a’ soldati, pagasse certa quantità di danari: e nondimeno, parendo loro essergli debito quel che era stato promesso, non fu piccola fatica al pontefice rimediare non40 la saccheggiassino; il quale fattosi tirare in sulle mura, perché le porte erano atterrate, discese da quelle nella terra. Arrendessi insieme la rocca, data facoltà alla contessa di partirsene con tutte le robe sue41. Restituì il pontefice la Mirandola al conte Giovanfrancesco, e gli cedette le ragioni42 de’ figliuoli del conte Lodovico, come acquistate da sé con guerra giusta; ricevuta da lui obligazione (e, per sicurtà dell’osservanza, la persona del figliuolo43) di pagargli fra certo tempo44, per la restituzione delle spese fatte, ventimila ducati; e vi lasciò, perché, partito che fusse l’esercito, i franzesi non l’occupassino, cinquecento fanti spagnuoli e trecento italiani. Dalla Mirandola andò a Sermidi nel mantovano, castello posto in sulla riva del Po, pieno di grandissima speranza di acquistare senza dilazione alcuna Ferrara; per il che, il dì medesimo che ottenne la Mirandola, aveva molto risolutamente risposto ad Alberto Pio non volere più porgere l’orecchie a ragionamento alcuno di concordia se, innanzi che si trattassino l’altre condizioni della pace, non gli era consegnata Ferrara.

Ma per nuova deliberazione de’ franzesi variorno i suoi pensieri. Perché il re, considerando quanto per la perdita della Mirandola fusse diminuita la riputazione delle cose sue, e disperando che l’animo del papa si potesse più ridurre spontaneamente a quieti consigli, comandò a Ciamonte che non solamente attendesse a difendere Ferrara ma che oltre a questo non si astenesse, presentandosegli occasione opportuna, da offendere lo stato della Chiesa; onde raccogliendo Ciamonte da ogni parte le genti, il pontefice per consiglio de’ capitani si ritirò a Bologna: dove stato pochi dì o per timore o per sollecitare, secondo diceva, di luogo più vicino l’oppugnazione45 della bastia del Genivolo, contro alla quale disegnava mandare alcuni soldati che aveva in Romagna, venne a Lugo; e se ne andò finalmente a Ravenna, non gli parendo forse sì piccola espedizione46 degna della presenza sua.

1. alla perfidia: al tradimento.

2. Il duca d’Urbino.

3. a… rispetti: ad ogni altra considerazione.

4. della… grado: della dignità di una carica così importante.

5. disprezzando: senza considerare.

6. apparente colore: valido pretesto.

7. suscitare: sobillare.

8. sottoposta: esposta.

9. che… comune: di due tiri di balestra.

10. esercitando: adoperando.

11. l’imperio: l’autorità.

12. che… artiglierie: che si finisse di piantare le artiglierie.

13. ritenere: impedire.

14. I guastatori erano operai al seguito dell’esercito addetti all’esecuzione dei lavori d’ingegneria militare (costruzione di trincee, ponti, ecc.).

15. che… non: che.

16. proponendo… composizione: facendo varie proposte di accordo.

17. di nuovo: ultimamente.

18. per l’esercito: nei confronti dei soldati.

19. disposizione: salute.

20. nutrito: allevato.

21. ignobile: oscura e poco importante.

22. riteneva: conservava.

23. repugnando: opponendosi.

24. raccorre: eseguire tutti insieme.

25. lo spazio: il tempo,

26. maggiori… state: più abbondanti di quanto non fossero state da molti anni.

27. ricompensando: compensando.

28. in… poste: in gran fretta (letteralmente: cambiando cavallo ad ogni posta).

29. non oscuramente: apertamente.

30. preponderando: facendo prevalere.

31. i nipoti: del Trivulzio. Gli eredi della Mirandola erano per parte di madre nipoti di

32. non perdonava a: non risparmiava.

33. temperare: moderare.

34. per avventura: per caso.

35. indirizzarono: puntarono.

36. processo: progresso.

37. che… soldati: che i soldati potevano stare in piedi sulla superficie.

38. si ordinava: si progettava.

39. ricomperarsi: riscattarsi.

40. rimediare non: evitare che.

41. 20 gennaio 1511.

42. le ragioni: i diritti.

43. Gian Tommaso Pico.

44. fra certo tempo: ad una scadenza fissata.

45. l’oppugnazione: l’assedio.

46. espedizione: impresa.

CAPITOLO XIV

Discussione e deliberazioni de’ capitani francesi e del duca di Ferrara. Parere del Triulzio. Il pontefice consegna Modena al re de’ romani. Morte di Ciamonte e giudizio dell’autore su di lui. Insucesso de’ pontifici.

Eransi le genti viniziane, non comportando1 la propinquità degli inimici assaltare Ferrara, fermate al Bendino, e tra Cento e il Finale l’ecclesiastiche e le spagnuole ; le quali, con tutto che fusse passato il termine de’ tre mesi, soprasedevano a’ prieghi2 del pontefice. Da altra parte Ciamonte, raccolto l’esercito, superiore agli inimici di fanti, superiore ancora3 per la virtù degli uomini da cavallo4 ma inferiore di numero, consultava quello fusse da fare; e proponevano i capitani franzesi che, congiunte all’esercito le genti del duca di Ferrara, si andasse a trovare gli inimici, i quali benché fussino alloggiati in luoghi forti5 si doveva sperare con la virtù dell’armi e coll’impeto dell’artiglierie avergli facilmente a costrignere a ritirarsi; e succeduto questo, non solamente rimaneva Ferrara liberata da ogni pericolo ma si ricuperava interamente la riputazione perduta insino a quel dì. Allegavasi, per la medesima opinione6, che nel passare con l’esercito per il mantovano si rimoverebbono le scuse del marchese7, e gli impedimenti da’ quali affermava essere stato ritenuto a non pigliare l’armi come feudatario di Cesare e soldato del re; e che la dichiarazione8 sua era molto utile alla sicurtà di Ferrara e molto nociva in questa guerra agli inimici, perdendone comodità non piccole gli eserciti de’ viniziani di vettovaglie di ponti e di passi di fiumi, e perché il marchese incontinente9 rivocherebbe i soldati che aveva nel campo della Chiesa. Ma in contrario consigliava il Triulzio, il quale ne’ dì medesimi che la Mirandola si perdette era ritornato di Francia; dimostrando essere pericoloso il cercare di assaltare nella fortezza de’ suoi alloggiamenti10 l’esercito degli inimici, pernicioso il sottomettersi a necessità di procedere dì per dì secondo i processi11 loro. Più utile e più sicuro essere il voltarsi verso Modona o verso Bologna : perché se gli inimici, temendo di non12 perdere qualcuna di quelle città, si movessino, si conseguiterebbe il fine che si cercava, di liberare Ferrara dalla guerra; non si movendo, si poteva facilmente acquistare o l’una o l’altra, il che succedendo, maggiore necessità gli tirerebbe a difendere le cose proprie; e forse che, uscendo di sito sì forte13, s’arebbe occasione di ottenere qualche preclara14 vittoria. Questa era la sentenza del Triulzio: nondimeno, per la inclinazione di Ciamonte e degli altri capitani franzesi a detrarre alla sua autorità15, fu approvato l’altro consiglio16; affaticandosene oltre a questo17 sommamente Alfonso da Esti, perché sperava che gli inimici sarebbono necessitati a discostarsi dal suo stato, il quale afflitto e consumato diceva essere impossibile che sostenesse più lungamente sì grave peso; perché temeva che se i franzesi s’allontanavano non entrassino le genti inimiche nel Polesine di Ferrara, onde la infermità di quella città, privata di tutto lo spirito che gli rimaneva18 irrimediabilmente s’aggravava.

Andò adunque l’esercito franzese per il cammino di Lucera19 e di Gonzaga ad alloggiare a Razzuolo20 e alla Moia21, ove soggiornò per l’asprezza del tempo tre dì; rifiutando il consiglio di chi proponeva s’assaltasse la Mirandola, perché era impossibile alloggiare alla campagna22, e alla partita del pontefice erano stati abbruciati i borghi e tutte le case all’intorno. Non piacque similmente l’assaltare la Concordia lontana cinque miglia, per non perdere tempo in cosa di piccola importanza. Però venne a Quistelli23, e passato il fiume della Secchia in su uno ponte fatto colle barche alloggiò il dì prossimo a Revere, in sul fiume del Po24: il quale alloggiamento fu cagione che Andrea Gritti, che, ricuperato prima il Pulesine di Rovigo e lasciata una parte de’ soldati viniziani sotto Bernardino dal Montone a Montagnana per resistere alle genti che guardavano Verona, si era con trecento uomini d’arme25 mille cavalli leggieri e mille fanti accostato al fiume del Po per andare a unirsi con l’esercito della Chiesa, si ritirò a Montagnana; avendo prima saccheggiata la terra di Guastalla. Da Revere andorno i franzesi a Sermidi, distendendosi26, ma ordinatamente, per le ville27 circostanti: i quali come furono alloggiati, andò Ciamonte con alcuni de’ capitani, ma senza il Triulzio, a [la terra della Stellata], nel quale luogo l’aspettava Alfonso da Esti, per deliberare con qual modo s’avesse a procedere contro agli inimici, i quali tutti si erano ridotti ad alloggiare al Finale; e fu deliberato che, unite le genti d’Alfonso colle franzesi intorno al Bondino, andassino tutti ad alloggiare in certe ville vicine a tre miglia al Finale, per procedere dipoi secondo la natura de’ luoghi e quel che facessino gl’inimici. Ma a Ciamonte, come fu tornato a Sermidi, fu detto essere molto difficile il condursi a quello alloggiamento, perché per l’impedimento dell’acque, delle quali era pieno il paese intorno al Finale, non si poteva andarvi se non per la strada e per gli argini del canale, il quale gli inimici aveano tagliato in più luoghi e messevi le guardie per impedire non28 si passasse; il che pareva dovesse riuscire, molto difficile, aggiunta l’opposizione loro a’ tempi tanto sinistri29: onde stando Ciamonte molto dubbio, Alfonso, avendo appresso a sé alcuni ingegneri e uomini periti del paese, e dimostrando30 il sito e la disposizione de’ luoghi, si ingegnava di persuadere il contrario ; affermando che con la forza dell’artiglierie sarebbero costretti quegli che guardavano i passi tagliati ad abbandonargli, e che perciò sarebbe molto facile gittare, ove fusse necessario, i ponti per passare. Le quali cose essendo referite da Ciamonte e disputate nel consiglio, era approvato il parere di Alfonso, più tosto non impugnando31 che consentendo il Triulzio: e forse che la taciturnità sua mosse più gli uomini che non arebbe fatto la contradizione. Perché considerandosi più dappresso32 che le difficoltà si dimostravano maggiori, e che quel capitano, vecchio e di sì lunga esperienza, aveva sempre riprovata tale andata, e che se ne intervenisse alcuno sinistro sarebbe imputato33 dal re chi contro al parere suo ne fusse stato autore34, Ciamonte, richiamato l’altro dì35 sopra la medesima deliberazione il consiglio, pregò efficacemente il Triulzio che non con silenzio, come aveva fatto il dì precedente, ma con aperto parlare esprimesse la sua sentenza36. Egli incitato da questa instanza, e molto più dall’essere deliberazione di tanto peso, stando tutti antentissimi a udirlo, parlò così :

— Io tacetti ieri perché per esperienza molte volte ho veduto essere tenuto piccolo conto del consiglio mio, il quale se si fusse seguitato da principio non saremmo al presente in questi luoghi, né aremmo perduto invano tanti giorni che si potevano spendere con più profitto; e sarei oggi nella medesima sentenza di tacere se non mi spronasse la importanza della cosa, perché siamo in procinto di volere mettere sotto il punto incertissimo di uno dado37 questo esercito, lo stato del duca di Ferrara e il ducato di Milano, posta troppo grande senza ritenersi niente in mano: e mi invita oltre a questo a parlare il parermi comprendere che Ciamonte desideri che il primo a consigliare sia io quello che già comincia a andare a lui per l’animo38, cosa che non mi è nuova, perché altre volte ho compreso essere manco disprezzati i consigli miei quando si tratta di ritirare39 qualche cosa forse non troppo maturamente deliberata che quando si fanno le prime deliberazioni. Noi trattiamo di andare a combattere con gli inimici; e io ho sempre veduto essere fondamento immobile40 de’ grandi capitani, il quale io medesimamente ho con l’esperienza imparato, che mai debbe tentare la fortuna della battaglia chi non è invitato da molto vantaggio o stretto da urgente necessità; oltre che è secondo la ragione41 della guerra che agli inimici che sono gli attori42, poiché si muovono per acquistare Ferrara, tocchi il cercare di assaltare noi, e non che a noi, a’ quali basta il difendersi, tocchi contro a tutte le regole della disciplina militare sforzarci d’assaltare loro. Ma vediamo quale sia il vantaggio o la necessità che ci induce. A me pare ed è, se io non mi inganno del tutto, cosa molto evidente che non si possa tentare quel che propone il duca di Ferrara se non con grandissimo disavvantaggio nostro; perché non possiamo andare a quello alloggiamento se non per uno argine e per una stretta e pessima strada, dove non si possono spiegare tutte le forze nostre, e dove loro possono con poche forze resistere a numero molto maggiore. Bisognerà che per l’argine camminiamo cavallo per cavallo, che per la strettezza dell’argine conduciamo l’artiglierie i carriaggi le carra e i ponti43: e chi non sa che, nel cammino stretto e cattivo, ogni artiglieria ogni carro che inciampi fermerà almanco per una ora tutto l’esercito? e che, essendo inviluppati in tante incomodità, ogni mediocre sinistro potrà facilmente disordinarci? Alloggiano i nimici al coperto, provisti di vettovaglie e di strami44; noi alloggieremo quasi tutti allo scoperto e ci bisognerà portarci dietro gli strami, né potremo se non con gran fatica condurne la metà del bisogno. Non abbiamo a rapportarci a45 quel che dichino gl’ingegneri e i villani pratichi del paese, perché le guerre si fanno con le armi de’ soldati e col consiglio de’ capitani; fannosi combattendo in su la campagna, non co’ disegni46 che dagli uomini imperiti della guerra si notano in su le carte, o si dipingono col dito o con una bacchetta nella polvere. Non mi presuppongo io i nimici sì deboli, non le cose loro in tale disordine, né che abbino nello alloggiarsi e nel fortificarsi saputo sì poco valersi dell’opportunità dell’acque e de’ siti, che io mi prometta che subito che saremo giunti nello alloggiamento che si disegna, quando bene vi ci conducessimo agevolmente, abbia a essere in potestà nostra l’assaltargli. Potranno molte difficoltà sforzarci a soprasedervi due o tre dì, e, se non altra difficoltà, le nevi e le pioggie, in sì sinistra e sì rotta47 stagione: in che grado saremo delle vettovaglie48 e degli strami se ci accadrà soprastarvi? E quando pure fusse in potestà nostra l’assalirgli, chi è quello che si prometta tanto facile la vittoria? chi è quello che non consideri quanto sia pericoloso l’andare a trovare gli inimici alloggiati in luogo forte, e l’avere in uno tempo medesimo a combattere con loro e con le incomodità del sito del paese? Se non gli costrigniamo a levarsi subito di quello alloggiamento saremo necessitati a ritirarci ; e questo con quante difficoltà si farà, per il paese che tutto ci è contrario, e ove diventerebbe grandissimo ogni piccolissimo disfavore49? Meno veggo la necessità di mettere tutto lo stato del re in questo precipizio; perché ci siamo mossi principalmente non per altro che per soccorrere la città di Ferrara, nella quale se mettiamo a guardia più genti, possiamo starne sicurissimi, quando bene noi dissolvessimo50 l’esercito; e se si dicesse che è tanto consumata che, rimanendogli addosso l’esercito degli inimici è impossibile che in breve tempo non caggia per se stessa, non abbiamo noi il rimedio della diversione, rimedio potentissimo nelle guerre, con la quale, senza mettere pure51 uno cavallo in pericolo, gli necessitiamo ad allargarsi52 da Ferrara? Io ho sempre consigliato, e consiglio più che mai, che noi ci voltiamo o verso Modona o verso Bologna, pigliando il cammino largo e lasciando Ferrara, per questi pochi dì, che per più non sarà necessario, bene proveduta. Piacemi ora più l’andare a Modena, alla qual cosa ci stimola il cardine da Esti, persona tale53, e che afferma avervi dentro intelligenza54, proponendo55 lo acquisto molto facile : e conquistando uno luogo sì importante, gli inimici sarebbeno costretti a ritirarsi subito verso Bologna; e quando bene non si pigliasse Modona, il timore di quella e delle cose di Bologna gli costrignerà a fare il medesimo; come indubitatamente arebbono fatto, già molti dì, se da principio si fusse seguitato questo parere. —

Conobbero tutti per le efficaci ragioni del savio capitano, quando le difficoltà erano già presenti, quello che egli, quando erano ancora lontane, aveva conosciuto. Però approvato da tutti il suo parere, Ciamonte, lasciato al duca di Ferrara per sicurtà sua maggiore numero di gente, si mosse coll’esercito per il cammino medesimo verso Carpi; non avendo né anche conseguito che il marchese di Mantova si dichiarasse, che era stata una delle cagioni allegata principalmente da coloro che aveano consigliato contro all’opinione del Triulzo. Perché il marchese, desiderando conservarsi in queste turbolenze neutrale, come s’approssimava il tempo nel quale aveva data speranza di dichiararsi, pregava con varie scuse che gli fusse permesso il differire ancora qualche dì : al pontefice dimostrando il pericolo evidente che gli soprastava dall’esercito franzese; a Ciamonte supplicando che non gli interrompesse56 la speranza che aveva, che ’l papa, in brevissimo spazio di tempo, gli renderebbe il figliuolo57.

Ma né anche il disegno di occupare Modona procedette felicemente, facendo maggiore impedimento l’astuzia e i consigli occulti del re d’Aragona che l’armi del pontefice. Era stato molesto a Cesare che il pontefice avesse occupato Modona, città stata riputata lunghissimo tempo di giurisdizione dello imperio, e tenuta moltissimi anni dalla famiglia da Esti co’ privilegi e investiture de’ Cesari; e con tutto che con molte querele avesse fatta instanza che la gli fusse conceduta, il pontefice, che delle ragioni di58 quella città o sentiva59 o pretendeva altrimenti, era stato da principio renitente, massimamente mentre sperò dovergli essere facile l’occupare Ferrara. Ma scoprendosi pei manifestamente in favore da Esti l’armi franzesi, né potendo sostenere Modona se non con gravi spese, aveva cominciato a gustare60 il consiglio del re d’Aragona; il quale lo confortò che, per fuggire tante molestie, mitigare l’animo di Cesare e tentare di fare nascere alterazione tra il re di Francia e lui, lo consentisse, atteso massimamente che quando in tempo più comodo desiderasse di riaverla gli sarebbe sempre facile, dando a Cesare quantità mediocre di danari : il quale ragionamento era stato prolungato molti dì, perché secondo la variazione delle speranze si variava la deliberazione del pontefice; ma sempre era stata ferma questa difficoltà, che Cesare ricusava riceverla se nell’instrumento61 della consegnazione non s’esprimeva chiaramente quella città essere appartenente all’imperio, il che al pontefice pareva durissimo consentire. Ma come, occupata che ebbe la Mirandola, vedde Ciamonte uscito potente alla campagna, e che a lui ritornavano62 le medesime difficoltà e spese della difesa di Modona, omessa la disputazione delle parole, consentì che nello instrumento si dicesse, restituirsi Modona a Cesare della cui giurisdizione era : la possessione della quale come Vitfrust63, oratore di Cesare appresso al papa, ebbe ricevuta, persuadendosi dovere essere sicura per l’autorità cesarea, licenziò Marcantonio Colonna e le genti con le quali l’avea prima guardata in nome della Chiesa: e a Ciamonte significò, Modona non appartenere più al pontefice ma essere giustamente ritornata sotto il dominio di Cesare. Non credette Ciamonte questo essere vero, e però stimolava il cardinale da Esti all’esecuzione del trattato64 che diceva avere in quella città : per ordine del quale, i soldati franzesi che Ciamonte aveva lasciati alla guardia di Rubiera, essendosi una notte accostati più tacitamente potettono a uno miglio appresso a Modona, si ritirorno la notte medesima a Rubiera, non corrispondendo gli ordini dati da quegli di dentro65, o per qualche difficoltà sopravenuta o perché i franzesi si fussino mossi innanzi al tempo. Uscirono dipoi un’altra notte di Rubiera per accostarsi pure a Modona, ma dalla grossezza e furore dell’acque furno impediti di passare il fiume della Secchia che corre innanzi a Rubiera. Dalle quali cose insospettito Vitfrust, avendo fatti incarcerare alcuni modonesi, incolpati che macchinassino col cardinale da Esti, impetrò dal pontefice che Marcantonio Colonna col medesimo presidio vi ritornasse; il che non arebbe ritenuto Ciamonte, che già era venuto a Carpi, di andarvi a campo, se la qualità del tempo non gli avesse impedito il condurre l’artiglierie, per quella via, non più lunga di dieci miglia, che è tra Ruolo66 e Carpi, la quale è peggiore di tutte le strade di Lombardia67; le quali, la invernata, sfondate68 dall’acque e piene di fanghi, sono pessime. Certificossi oltre a questo ogni dì più Ciamonte, Modona essere stata data veramente a Cesare; perciò convenne con Vitfrust di non offendere Modona né ’l suo contado, ricevuta all’incontro promessa da lui che ne’ movimenti tra ’l pontefice e il re cristianissimo non favorisse né l’una né l’altra parte.

Sopravenne pochi dì poi infermità grave a Ciamonte, il quale portato a Coreggio finì dopo quindici giorni l’ultimo dì della vita sua69; avendo innanzi morisse dimostrato con divozione grande di pentirsi sommamente dell’offese fatte alla Chiesa, e supplicato per instrumento publico al pontefice che gli concedesse l’assoluzione : la quale, conceduta che ancora viveva, non potette, sopravenendo la morte, pervenire alla sua notizia. Capitano, mentre visse, di grande autorità in Italia, per la potenza somma del cardinale di Roano e per l’amministrazione quasi assoluta del ducato di Milano e di tutti gli eserciti del re, ma di valore inferiore molto a tanto peso: perché, costituito nel grado infimo degli uomini70, non sapeva da se stesso l’arti della guerra ne’ prestava fede a quegli che le sapevano. Di maniera che, non essendo dopo la morte del zio sostentata più la insufficienza dal favore, era negli ultimi tempi venuto quasi in dispregio de’ soldati; a’ quali perché non rapportassino male di lui al re, permetteva grandissima licenza: in modo che ’l Triulzio, capitano nutrito71 nella antica disciplina, affermava spesso con sacramento72, non volere mai più andare negli eserciti franzesi se non vi fusse o il re proprio o egli superiore a tutti. Aveva nondimeno il re destinato, prima, di dargli successore… monsignore di Lungavilla73, benché illegittimo, del sangue regio; non seguitando74 tanto la virtù quanto, per la nobiltà e per le ricchezze, l’autorità e l’estimazione75 della persona.

Per la morte di Ciamonte ricadde, secondo gli istituti76 di Francia, insino a nuova ordinazione del re, il governo dell’esercito a Gianiacopo da Triulzi, uno de’ quattro mariscialli di quel reame; il quale, non sapendo se in lui avesse a continuare o no, non ardiva di tentare cosa alcuna di momento77. Ritornò nondimeno coll’esercito a Sermidi, per andare a soccorrere la bastia del Genivolo; la quale il pontefice molestava colle genti che erano in Romagna, avendo similmente procurato che nel tempo medesimo vi si appressasse l’armata de’ viniziani di tredici galee sottili e molti legni minori. Ma non fu necessitato a procedere più oltre perché, mentre che le genti di terra vi stanno intorno con piccola ubbidienza e ordine, ecco che all’improvviso sopravengono il duca di Ferrara e Ciattiglione coi soldati franzesi; i quali, usciti da Ferrara con maggiore numero di genti che non aveano gli inimici, i fanti per il Po alla seconda78, i capitani co’ cavalli camminando per terra in sulla riva del Po, arrivorno in sul fiume del Santerno, in sul quale gittato il ponte che aveano condotto seco furono in un momento addosso agl’inimici: i quali disordinati, non facendo resistenza alcuna altri che trecento fanti spagnuoli deputati a guardare l’artigliene, si messono in fuga : salvandosi con difficoltà Guido Vaina79, Brunoro da Furlì e Meleagro suo fratello80, condottieri di cavalli, perdute l’insegne e l’artigliene. Per il che l’armata viniziana, discostatasi per fuggire il pericolo, s’allargò nel Po81.

1. non comportando: non permettendo.

2. soprasedevano aprieghi: rimanevano lì a causa delle preghiere.

3. ancora: anche.

4. per… cavallo: per il valore dei soldati a cavallo.

5. forti: ben fortificati e protetti.

6. per… opinione: in favore di questo stesso parere.

7. si… marchese: perderebbero ogni validità gli argomenti con cui si scusava il marchese.

8. la dichiarazione sua: la sua precisa presa di posizione.

9. incontinente: immediatamente.

10. nella… alloggiamenti: nei luoghi protetti e sicuri in cui alloggiavano.

11. i processi: il procedere.

12. temendo di non: temendo di.

13. uscendo… forte: il soggetto è gli inimici.

14. preclara: prestigiosa.

15. a… autorità: a sminuire il suo prestigio.

16. consiglio: parere.

17. affaticandosene oltre a questo: anche perché, a parte questi motivi, lo appoggiava.

18. di… rimaneva: di ogni forza residua.

19. Luzzara.

20. Reggiolo.

21. Moglia.

22. alla campagna: in campo aperto.

23. Quistello, sulla riva destra del Secchia.

24. sulla riva destra.

25. Gli uomini d’arme erano soldati a cavallo armati di armi pesanti.

26. distendendosi: alloggiando in ordine sparso.

27. per le ville: nei villaggi.

28. impedire non: impedire che.

29. l’opposizione… sinistri: la loro scarsa capacità di sopportare una stagione così dura e avversa.

30. dimostrando: descrivendo.

31. non impugnando: non opponendosi, astenendosi dall’esprimere il proprio parere.

32. più dappresso: meglio.

33. imputato: accusato.

34. autore: fautore e responsabile.

35. l’altro dì: il giorno successivo.

36. la sua sentenza: il suo parere.

37. mettere… dado: esporre con una decisione arrischiata quanto può esserlo rincertissimo tiro di un dado.

38. il primo… animo: che sia io il primo a proporre ciò di cui egli comincia a persuadersi.

39. ritirare: annullare.

40. fondamento immobile: principio fermo e immutabile.

41. la ragione: le leggi.

42. attori: sfidanti.

43. i ponti: le barche per i ponti, e in genere tutto il materiale necessario per la costruzione di ponti.

44. strami: foraggio per i cavalli. Ma si può anche intendere: giacigli (per le bestie e/o per i soldati).

45. Non… a: non dobbiamo fondarci su.

46. disegni: ha qui il senso proprio di schizzi.

47. rotta: avversa.

48. in… vettovaglie: in quale situazione ci troveremo per quanto concerne il vettovagliamento.

49. disfavore: incidente, svantaggio.

50. dissolvessimo: sciogliessimo.

51. pure: nemmeno.

52. allargarsi: allontanarsi.

53. tale: così insigne.

54. avervi dentro intelligenza: avere un accordo con alcuni di quelli che sono dentro.

55. proponendo: presentando.

56. interrompesse: facesse svanire.

57. Federico Gonzaga (cfr. IX, VIII).

58. delle ragioni di: dei diritti su.

59. sentiva: pensava.

60. gustare: prendere in considerazione.

61. nell’instrumento: nel documento.

62. a lui ritornavano: su di lui ricadevano.

63. Veit von Fürst.

64. all’esecuzione del trattato: a mettere in atto la congiura.

65. non… dentro: non ricevendo da quelli di dentro il segnale convenuto.

66. Rolo.

67. Lombardia era la denominazione di tutta l’Italia settentrionale o almeno di tutta la pianura padana.

68. sfondate: invase e rovinate.

69. 11 febbraio 1511.

70. costituitouomini: uomo di scarsissimo valore.

71. nutrito: allevato.

72. con sacramento: con giuramento.

73. Françis d’Orléans-Dunois, duca di Longueville.

74. non seguitando… la: non tenendo conto… della.

75. l’estimazione: il prestigio.

76. gli instituti: le consuetudini.

77. cosa… momento: nulla d’importante.

78. alla seconda: seguendo la direzione della corrente.

79. Guido Vaini (o Guaiana) di Imola.

80. Brunoro e Meleagro Zampeschi di Forlì.

81. s’allargò nel Po: si allontanò lungo il Po.

CAPITOLO XV

Massimiliano per consiglio del re d’Aragona si fa propugnatore di pace. Timori e sospetti del re di Francia verso Ferdinando. Il re di Francia manda il cardinale di Parigi a Mantova per le eventuali trattative. Fazioni di guerra vicino al Po e nel mirandolese. L’ambasciatore di Massimiliano, per invito del pontefice, si reca presso di lui a Bologna.

Variavano in questo modo le cose dell’armi, non si vedendo ancora indizio da potere fondatamente giudicare quale dovesse essere l’esito della guerra. Ma non meno né con minore incertitudine variavano i pensieri de’ prìncipi, principalmente di Cesare; il quale inaspettatamente deliberò di mandare il vescovo Gurgense a Mantova a trattare la pace. Erasi, come è detto di sopra, stabilito per mezzo del vescovo prefato1 tra 1 re di Francia e Cesare di muovere potentemente alla primavera la guerra contro a’ viniziani e, che in caso che 1 pontefice non consentisse d’osservare la lega di Cambrai, di2 convocare il concilio: al quale Cesare molto inclinato, aveva dopo il ritorno di Gurgense chiamato i prelati degli stati suoi patrimoniali3, perché trattassino in quali modi e in qual luogo si dovesse celebrare. Ma, come4 naturalmente era vario e incostante e inimico del nome franzese, avea dipoi prestato l’orecchie al re d’Aragona; il quale, considerando che l’unione di Cesare e del re, e la depressione con l’armi comuni de’ viniziani, medesimamente la ruina del pontefice per mezzo del concilio, accrescerebbeno immoderatamente la grandezza del re di Francia, si era ingegnato persuadergli essere più a proposito suo la pace universale, pure che con quella conseguisse o in tutto o in maggiore parte quello che gli occupavano i viniziani; confortandolo che a questo effetto mandasse a Mantova una persona notabile con ampia autorità e che operasse che il re di Francia facesse il medesimo, e che egli simigliantemente vi manderebbe5, onde il pontefice non potrebbe dinegare di fare il simile, né finalmente deviare dalla volontà di tanti prìncipi; dalla cui deliberazione dependendo la deliberazione de’ viniziani (perché per non rimanere soli erano necessitati seguitare la sua autorità), potersi verisimilmente sperare che Cesare, senza difficoltà senza armi senza accrescere la riputazione o la potenza del re di Francia, otterrebbe con somma laude insieme con la pace universale lo intento suo. E quando pure non ne succedesse quel che ragionevolmente ne doveva succedere, non per questo rimanere privato della facoltà di muovere, al tempo determinato e coll’opportunità medesime, la guerra : anzi, essendo egli il capo di tutti i prìncipi cristiani e avvocato della Chiesa, augumentarsi molto le giustificazioni ed esaltarsi assai da questo consiglio6 la gloria sua; perché a tutto il mondo manifestamente apparirebbe avere principalmente desiderato la pace e l’unione de’ cristiani, ma averlo costretto alla guerra l’ostinazione e perversi consigli degli altri. Furno capaci a7 Cesare le ragioni addotte dal re cattolico, e perciò nel tempo medesimo scrisse al pontefice e al re di Francia. Al pontefice, avere deliberato di mandare il vescovo Gurgense in Italia, perché, come conveniva a principe religioso, e per la degnità imperiale avvocato della Chiesa e capo di tutti i prìncipi cristiani, aveva statuito procurare quanto potesse la tranquillità della sedia apostolica e la pace della cristianità ; e confortare lui che, come apparteneva a vicario vero di Cristo, procedesse con la medesima intenzione, acciò che, non facendo quel che era ufficio del pontefice, non fusse costretto egli a pensare a’ rimedi necessari per la quiete de’ cristiani. Non approvare che e’ trattasse di privare i cardinali assenti della degnità del cardinalato, perché non si essendo assentati per maligni pensieri né per odio contro a lui non meritavano tale pena; né appartenere al papa solo la privazione de’ cardinali. Ricordargli oltre a questo, essere cosa molto indegna e inutile creare in tante turbazioni cardinali nuovi, come similmente gli era proibito per i capitoli fatti da’ cardinali nel tempo della sua elezione al pontificato8; esortandolo a riservare tal cosa a tempo più tranquillo, nel quale non arebbe o necessità o cagione di promuovere a tanta degnità se non persone approvatissime per prudenza per dottrina e per costumi. Al re di Francia scrisse che, sapendo la inclinazione che sempre avea avuta alla pace onesta9 e sicura, avea deliberato di mandare a Mantova il vescovo Gurgense a trattare la pace universale alla quale credeva con fondamenti non leggieri10 che il pontefice, l’autorità del quale erano costretti a seguitare i viniziani, fusse inclinato; il medesimo prometterebbono gli oratori del re d’Aragona; e che perciò lo ricercava che egli similmente vi mandasse imbasciadori con ampio mandato : i quali come fussino congregati, Gurgense richiederebbe il pontefice che facesse il medesimo, e in caso lo denegasse se gli denunzierebbe in nome di tutti il concilio11 : mandando12, che per procedere con maggiore giustificazione e porre fine alle controversie di tutti, Gurgense udirebbe le ragioni di tutti; ma che, in qualunque caso, tenesse per certo che giammai co’ viniziani non farebbe concordia alcuna se nel tempo medesimo non si terminassino col pontefice le differenze13 sue.

Fu grata questa cosa al pontefice, non a fine di pace o di concordia ma perché, persuadendosi potere disporre il senato viniziano a comporsi14 con Cesare, sperava che Cesare liberato per questo mezzo della necessità di stare unito col re di Francia si separerebbe da lui; onde agevolmente potrebbe contro al re nascere congiunzione di molti principi. Ma questa improvisa deliberazione fu molestissima al re di Francia; perché, non avendo speranza che ne avesse a risultare la pace universale, giudicava che il minore male che ne potesse succedere sarebbe interporre lunghezza all’esecuzione15 delle cose convenute da sé con Cesare. Temeva che il pontefice, promettendo a Cesare di aiutarlo acquistare il ducato di Milano e a Gurgense la degnità del cardinalato e altre grazie ecclesiastiche, non l’alienasse da lui; o almeno, essendo mezzo che la composizione co’ viniziani non16 fusse più favorevole a Cesare, mettesse lui in necessità d’accettare la pace con inonestissime17 condizioni. Accrescevagli il sospetto l’essersi Cesare confederato di nuovo18 co’ svizzeri, benché solamente a difesa. Persuadevasi, il re cattolico essere stato autore19 a Cesare di questo nuovo consiglio ; della cui mente20 sospettava grandemente per molte cagioni. Sapeva che l’oratore suo appresso a Cesare21 si era affaticato e affaticava scopertamente per la concordia tra Cesare e i viniziani : credeva che occultamente desse animo al pontefice, nell’esercito del quale erano state le genti sue molto più tempo che quello che per i patti della investitura del regno di Napoli era tenuto : sapeva che, per impedire l’azioni sue, si opponeva efficacemente alla convocazione del concilio; e sotto specie d’onestà22 dannava23 palesemente che, ardendo Italia di guerre, e con la mano armata, si trattasse di fare una opera che senza la concordia di tutti i prìncipi non poteva partorire altro che frutti velenosissimi: aveva notizia prepararsi da lui nuovamente24 in mare una armata molto potente, e con tutto che publicasse25 di volere passare in Affrica personalmente non si poteva però sapere se ad altri fini si preparava. Facevanlo molto più sospettare le dolcissime parole sue colle quali pregava quasi fraternalmente il re che facesse la pace col pontefice, rimettendo eziandio, quando altrimenti fare non si potesse, delle sue ragioni26, per non si dimostrare persecutore della Chiesa, contro all’antica pietà27 della casa di Francia, e per non interrompere28 a lui la guerra destinata per esaltazione del nome di Cristo contro a’ mori di Affrica, turbando in uno tempo medesimo tutta la cristianità; soggiugnendo essere stata sempre consuetudine de’ prìncipi cristiani, quando preparavano l’armi contro agli infedeli domandare in causa tanto pia sussidio dagli altri, ma a lui bastare non essere impedito, né ricercarlo d’altro aiuto se non che consentisse che Italia stesse in pace. Le quali parole, benché porte al re dall’oratore suo29 e da lui proprio dette all’oratore del re risedente appresso a lui30 molto destramente e con significazione grande di amore31, pareva perciò che contenessino uno tacito protesto32 di pigliare l’armi in favore del pontefice : il che al re non pareva verisimile che ardisse di fare senza speranza di indurre Cesare al medesimo.

Angustiavano queste cose non mediocremente l’animo del re, e l’empievano di sospetto che il trattare la pace per mezzo del vescovo Gurgense sarebbe opera o vana o perniciosa a sé; nondimeno, per non dare causa di indegnazione a Cesare, si risolvé a mandare a Mantova il vescovo di Parigi, prelato di grande autorità e dotto nella scienza delle leggi. In questo tempo medesimo significò33 il re a Gianiacopo da Triulzi, il quale fermatosi a Sermidi avea, per maggiore comodità dell’alloggiare e delle vettovaglie, distribuito in più terre34 circostanti l’esercito, essere la volontà sua che da lui fusse amministrata la guerra; con limitazione che, per l’espettazione della venuta di Gurgense, non assaltasse lo stato ecclesiastico: alla qual cosa repugnando35 anche l’asprezza inusitata del tempo, per la quale, con tutto che fusse cominciato il mese di marzo, era impossibile alloggiare allo scoperto.

Perciò il Triulzio, poi che non s’aveva occasione di tentare altro e che era ne’ luoghi tanto vicini, deliberò di tentare se si poteva offendere l’esercito inimico; il quale, allargatosi36 quando Ciamonte ritornò da Sermidi a Carpi, alloggiava al Bondino quasi tutta la fanteria, e la cavalleria al Finale e per le ville vicine. Però, ricevuta la commissione del re, andò il dì seguente alla Stellata e l’altro dì alquanto più innanzi; ove distribuì al coperto per le ville37 circostanti l’esercito, e facendo gittare il ponte con le barche tra la Stellata e Ficheruolo in su tutto il fiume del Po : avendo ordinato che ’l duca di Ferrara ne gittasse un altro un miglio di sotto ove si dice la Punta38, in su quello ramo del Po che va a Ferrara; e con l’artiglierie venisse allo Spedaletto, luogo in sul Polesine di Ferrara che è di riscontro al Bondino. Ebbe in questo mezzo il Triulzio notizia dalle sue spie che molti cavalli leggieri, di quella parte dell’esercito de’ viniziani che era di là dal Po, dovevano la notte prossima venire appresso alla Mirandola a ordinare certe insidie39; perciò vi mandò occultamente molti cavalli : i quali giunti a Bellaere40, palagio41 del contado mirandolano, vi trovorno fra’ Lionardo napoletano capitano de’ cavalli leggieri de’ viniziani42, uomo chiaro43 in quello esercito, il quale non temendo dovessino venirvi gli inimici, smontato44 quivi con cento cinquanta cavalli ne aspettava molti altri che lo doveano seguitare; ma oppresso45 all’improviso, volendosi difendere, fu ammazzato con molti de’ suoi. Venne Alfonso da Esti, come era destinato, allo Spedaletto, e la notte seguente cominciò a tirare con l’artiglierie contro al Bondino; e nel tempo medesimo il Triulzio mandò Gastone monsignore di Fois, figliuolo .di una sorella del re46 (il quale, giovanetto, era l’anno dinanzi venuto all’esercito), a correre, con cento uomini d’arme quattrocento cavalli leggieri e cinquecento fanti, insino alle sbarre47 dell’alloggiamento degli inimici : il quale messe in fuga cinquecento fanti destinati alla guardia di quella fronte48, onde gli altri tutti, lasciato guardato il Bondino, si ritirorno di là dal canale nel sito forte49. Ma non succedette al Triulzio alcuna delle cose destinate50 ; perché l’artiglieria piantata contro al Bondino, essendovi in mezzo il Po, faceva per la distanza del luogo piccolo progresso, e molto più perché cresciuto il fiume, e tagliato l’argine da quegli che erano nel Bondino, allagò talmente il paese che dalla fronte degli alloggiamenti franzesi al Bondino non si poteva più andare se non colle barche : di maniera che ’l capitano, disperato di potere più condursi per quella via agli alloggiamenti degli inimici, chiamò da Verona dumila fanti tedeschi e ordinò si soldassino tremila grigioni, per accostarsi loro per la via di San Felice; in caso che, per opera del vescovo Gurgense, non si introducesse la pace.

La cui venuta era stata alquanto più tarda perché a Salò, in sul lago di Garda, aveva aspettato più dì invano la risposta del pontefice; il quale aveva per lettere ricercato che mandasse imbasciadori a trattare. Venne finalmente a Mantova, accompagnanto da don Petro d’Urrea51, il quale per il re d’Aragona risedeva ordinariamente appresso a Cesare : ove pochi dì poi sopravenne il vescovo di Parigi; persuadendosi il re di Francia (il quale, per essere più vicino alle pratiche della pace e a’ provedimenti della guerra, era venuto a Lione) che medesimamente il pontefice dovesse mandarvi52. Il quale, da altra parte, faceva instanza che Gurgense andasse a lui; mosso non tanto perché gli paresse questo essere più secondo la degnità pontificale quanto perché sperava, e coll’onorarlo e col caricarlo di promesse, e con l’efficacia e autorità della presenza, averlo a indurre nella sua volontà53, alienissima più che mai dalla concordia e dalla pace : il che per persuadergli più facilmente procurò che andasse a lui Ieronimo Vich valenziano, oratore del re cattolico appresso a sé. Non negava Gurgense di volere andare al pontefice; ma diceva, essere richiesto di fare prima quel che era conveniente fare dipoi; affermando che più facilmente si rimoverebbono le difficoltà se si trattasse prima a Mantova, con intenzione di andare poi al pontefice con le cose digerite54 e quasi conchiuse. Astrignerlo a questo medesimo non meno la necessità che il rispetto55 della facilità: perché come era egli conveniente lasciare solo il vescovo di Parigi, mandato dal re di Francia a Mantova per l’instanza fatta da Cesare? con che speranza potersi trattare da lui le cose del suo re? come conveniente richiederlo che andasse insieme con lui al pontefice? perché né secondo la commissione né secondo la degnità del re poteva andare in casa dello inimico, se prima non fussino composte, o quasi composte, le differenze56 loro. In contrario argomentavano i due imbasciadori aragonesi, dimostrando che tutta la speranza della pace dipendeva dal comporre le cose di Ferrara; perché composte quelle, non rimanendo al pontefice più causa alcuna di sostentare i viniziani, sareb-bono essi del tutto necessitati di cedere alla pace con quelle leggi che volesse Cesare medesimo. Pretendere il pontefice che la sedia apostolica avesse in sulla città di Ferrara potentissime ragioni57: riputare, oltre a questo, Alfonso da Esti avere usato seco grande ingratitudine, avergli fatte molte ingiurie; e per mollificare l’animo suo gravemente sdegnato essere più conveniente e più a proposito che il vassallo dimandasse più tosto clemenza al superiore che disputasse della giustizia. Dunque, avendosi a impetrare clemenza, essere non solamente onesto ma quasi necessario il trasferirsi a lui58; il che facendo non dubitavano che molto mitigato diminuirebbe il rigore59 ; né essi giudicare essere utile che quella diligenza industria e autorità che s’aveva a usare per disporre il pontefice alla pace si spendesse nel persuaderlo a mandare. Soggiugnevano, con parole bellissime, non si potere né disputare né terminare le differenze60 se non intervenivano tutte le parti, ma in Mantova non essere altri che una, perché Cesare il re cristianissimo e il re cattolico erano in tanta congiunzione di leghe, di parentadi e di amore che si dovevano riputare come fratelli, e che gli interessi di ciascuno di loro fussino comuni di tutti. Assentì finalmente Gurgense, con intenzione61 che ’l vescovo di Parigi, aspettando a Parma che partorisse l’andata sua62, vi andasse anch’egli, se così piacesse al suo re, di andare al pontefice63.

1. prefato: predetto.

2. che… di: il costrutto pleonastico è chiaramente anacolutico.

3. Austria e Tirolo.

4. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.

5. simigliantemente vi manderebbe: vi manderebbe allo stesso scopo una persona dello stesso genere.

6. esaltarsi… da questo consiglio: sarebbe aumentata… in seguito a questa decisione.

7. Furno capaci a: risultarono convincenti per.

8. Prima che fosse eletto Giulio II il collegio dei cardinali aveva deciso che il pontefice futuro non potesse eleggere nuovi cardinali senza l’approvazione del collegio dei cardinali.

9. onesta: onorevole.

10. con… leggieri: sulla base di indizi non trascurabili.

11. se gli denunzierebbe… il concilio: gli si annunzierebbe… la convocazione del concilio.

12. mandando: dando disposizione.

13. le differenze: le controversie.

14. a comporsi: ad accordarsi.

15. interporre… esecuzione: rinviare l’esecuzione.

16. non: il senso della frase è positivo; il non quindi è pleonastico, e la sua presenza è molto probabilmente condizionata dal precedente costrutto latineggiante (temeva che… non), da intendersi, come già molte volte altrove, in senso positivo (temeva che).

17. inonestissime: disonorevolissime.

18. di nuovo: recentemente.

19. autore: ispiratore.

20. della cui mente: delle cui intenzioni (si riferisce al re cattolico).

21. Jaime de Conchillos, vescovo di Catania.

22. sotto… onestà: ammantando pretestuosamente le sue parole con il pretesto dell’onestà.

23. dannava: deplorava.

24. nuovamente: recentemente.

25. publicasse: spargesse la voce.

26. rimettendo eziandio… delle sue ragioni: dichiarandosi perfino disposto a rinunziare… ad alcuni dei propri diritti.

27. pietà: devozione.

28. interrompere: ostacolare.

29. Jerònimo Cabanillas.

30. Monsignore di Lang (non meglio identificato).

31. con… amore: con dichiarazioni di grande benevolenza.

32. uno tacito protesto: una tacita minaccia.

33. significò: comunicò.

34. terre: luoghi fortificati.

35. repugnando: facendo ostacolo.

36. allargatosi: sparsi gli alloggiamenti.

37. ville: villaggi.

38. Località non identificata.

39. a… insidie: a preparare un agguato.

40. Bellaria.

41. palagio: villa.

42. Fra’ Leonardo Prato da Lecce, detto anche fra’ Lunardo da Prato.

43. chiaro: illustre.

44. smontato: fermatosi.

45. oppresso: assalito.

46. Gaston de Foix, duca di Nemours, figlio di Marie dOrléans e di Jean de Foix conte di Etampes.

47. sbarre: palizzate.

48. di quella fronte: di quel lato.

49. sito forte: luogo fortificato.

50. non succedette… alcuna delle cose destinate: non riuscì… nessuna delle cose programmate.

51. Pedro de Urrea.

52. mandarvi: sottinteso, oratori.

53. averlo… volontà: di fargli prendere le proprie parti.

54. digerite: già trattate e discusse a fondo.

55. il rispetto: la considerazione.

56. le differenze: le controversie.

57. potentissime ragioni: validissimi diritti.

58. il trasferirsi a lui: recarsi presso di lui (il pontefice).

59. diminuirebbe il rigore: diventerebbe meno severo, soggetto sottinteso è il pontefice.

60. terminare le differenze: porre fine ai contrasti.

61. con intenzione: dietro promessa.

62. che… sua: di sapere quali effetti avesse il suo viaggio.

63. di andare al pontefice: ridondanza pleonastica e anacolutica.

CAPITOLO XVI

Nomina di nuovi cardinali. Entrata dell’ambasciatore di Massimiliano in Bologna e suo superbo contegno. Sue trattative di accordo coi veneziani. Avversione del pontefice alla pace coi francesi e subito fallimento delle trattative. Gli ambasciatori aragonesi per invito dell’inviato di Massimiliano ritirano le milizie spagnole dall’esercito pontificio.

Il quale1 non aveva in questo tempo, per le cose che si trattavano attenenti alla pace, deposti i pensieri della guerra: perché di nuovo tentava l’espugnazione della bastia del Genivolo, avendo preposto a questa impresa Giovanni Vitelli. Ma essendo, per la strettezza de’ pagamenti, il numero de’ fanti molto minore di quel che aveva disegnato, ed essendo per le pioggie grandi, e perché quegli che erano nella bastia avevano rotto gli argini del Po, inondato il paese all’intorno, non si faceva progresso alcuno: e per acqua vi erano superiori le cose d’Alfonso2 da Esti; perché avendo con una armata di galee e di brigantini3 assaltata appresso a Santo Alberto l’armata de’ viniziani, quella, spaventata perché mentre combattevano si scoperse4 una armata di legni minori che veniva da Comacchio, si rifuggì nel porto di Ravenna, avendo perduto due fuste5 tre barbotte6 e più di quaranta legni minori. Onde il papa, perduta la speranza di pigliare la bastia, mandò quelle genti nel campo che alloggiava al Finale, diminuito molto di fanti perché strettissimamente7 erano pagati. Creò nel tempo medesimo il pontefice otto cardinali, parte per conciliarsi gli animi de’ prìncipi, parte per armarsi, contro alle minaccie del concilio, di prelati dotti ed esperimentati e di autorità nella corte romana, e di persone confidenti a sé8; tra’ quali fu l’arcivescovo d’Iorch9 (diconlo i latini eboracense), imbasciadore del re di Inghilterra, e il vescovo di Sion10 : questo come uomo importante a muovere la nazione de’ svizzeri; quello perché ne fu ricercato dal suo re, il quale aveva11 già non piccola speranza di concitare contro a’ franzesi. E per dare arra12 quasi certa della medesima degnità a Gurgense, e renderselo con questa speranza più facile13, si riservò, col consentimento del concistorio, facoltà di nominarne un altro riservato nel petto suo14.

Ma inteso che ebbe Gurgense avere consentito di andare a lui, disposto a onorarlo sommamente, e parendogli niuno onore potere essere maggiore che il pontefice romano farsegli incontro, e oltre a questo dargli maggiore comodità d’onorarlo il riceverlo in una magnifica città, andò da Ravenna a Bologna; dove, il terzo dì dopo l’entrata sua, entrò il vescovo Gurgense, ricevuto con tanto onore che quasi con maggiore non sarebbe stato ricevuto re alcuno : né si dimostrò da lui pompa e magnificenza minore; perché, venendo con titolo di luogotenente di Cesare in Italia, aveva seco grandissima compagnia di signori e di gentiluomini, tutti colle famiglie loro15, vestiti e ornati molto splendidamente. Alla porta della città se gli fece incontro, con segni di grandissima sommissione, l’imbasciadore che ’l senato viniziano teneva appresso al pontefice16: contro al quale egli pieno di fasto17 inestimabile si voltò con parole e gesti molto superbi, sdegnandosi che uno che rappresentava gli inimici di Cesare avesse avuto ardire di presentarsi al cospetto suo. Con questa pompa accompagnato insino al concistorio publico, ove con tutti i cardinali l’aspettava il pontefice, propose18 con breve ma superbissimo parlare, Cesare averlo mandato in Italia per il desiderio che aveva di conseguire le cose sue19 più tosto per la via della pace che della guerra; la quale20 non poteva avere luogo se i viniziani non gli restituivano tutto quello che in qualunque modo se gli apparteneva. Parlò dopo l’udienza publica col pontefice privatamente, nella medesima sentenza e con la medesima alterezza : alle quali parole e dimostrazioni accompagnò, il seguente dì, fatti non meno superbi. Perché avendo il pontefice, con suo consentimento, diputati a trattare seco tre cardinali, San Giorgio21, Regino e quel de’ Medici, i quali aspettandolo all’ora che erano convenuti di essere insieme, egli, come se fusse cosa indegna di lui trattare con altri che col pontefice, mandò a trattare con loro tre de’ suoi gentiluomini, scusandosi di essere occupato in altre faccende: la quale indegnità divorava22 insieme con molt’altre il pontefice, vincendo la sua natura l’odio incredibile contro a’ franzesi23.

Ma nella concordia24 tra Cesare e i viniziani, della quale cominciò a trattarsi prima, erano molte difficoltà. Perché se bene Gurgense, il quale aveva dimandato prima tutte le terre, consentisse alla fine che a loro rimanessino Padova e Trevigi con tutti i loro contadi e appartenenze25, voleva che in ricompenso dessino a Cesare quantità grandissima di danari : che da lui in feudo le riconoscessino, e le ragioni dell’altre terre gli cedessino: le quali cose erano nel senato ricusate ; ove tutti unitamente conchiudevano, più utile essere alla republica (poi che aveano talmente fortificate Padova e Trevigi che non temevano di perderle) conservarsi i danari; perché, se mai passava questa tempesta, potrebbe offerirsi qualche occasione che facilmente recupererebbono il loro dominio. Da altra parte il pontefice ardeva di desiderio convenissino con Cesare, sperando che da questo avesse a succedere che egli si alienasse dal re di Francia; però gli stimolava, parte con prieghi parte con minaccie, che accettassino le condizioni proposte. Ma era minore appresso a loro la sua autorità, non solamente perché conoscevano da quali fini procedesse tanta caldezza ma perché, sapendo quanto gli fusse necessaria la compagnia loro in caso non si riconciliasse col re di Francia, tenevano per certo che mai gli abbandonerebbe. Pure, da poi che fu disputato molti dì, rimettendo il vescovo Gurgense qualche parte della sua durezza26, e i viniziani cedendo più di quel che aveano destinato27 alla instanza ardentissima del pontefice, interponendosi medesimamente gli oratori del re d’Aragona, che a tutte le pratiche intervenivano, pareva che finalmente fussino per convenire; pagando i viniziani, per ritenersi con consentimento di Cesare Padova e Trevigi, ma in tempi lunghi, quantità grandissima di danari.

Rimaneva la causa28 della riconciliazione tra ’l pontefice e il re di Francia, tra i quali non appariva altra controversia che per le cose del duca di Ferrara; la quale Gurgense per risolvere (perché Cesare senza questa aveva deliberato non convenire) andò a parlare al pontefice, al quale rarissime volte era stato; persuadendosi, per le speranze avute dal cardinale di Pavia e dagli oratori del re cattolico, dovere essere materia non difficile, perché da altra parte sapeva, il re di Francia, avendo minore rispetto alla degnità29 che alla quiete, essere disposto a consentire molte cose di non piccolo pregiudicio30 al duca. Ma il pontefice, interrompendogli quasi nel principio del parlare il ragionamento, cominciò per contrario a confortarlo che, concordando co’ viniziani, lasciasse pendenti le cose31 di Ferrara; lamentandosi che Cesare non conoscesse l’occasione paratissima32 di vendicarsi con l’altrui forze e danari di tante ingiurie ricevute da’ franzesi, e che aspettasse d’essere pregato di quel che ragionevolmente doveva con somma instanza supplicare. Alle quali cose Gurgense poi che con molte ragioni ebbe replicato, né potendo rimuoverlo dalla sentenza sua, gli significò volersi partire senza dare altrimenti perfezione alla pace co’ viniziani: e baciatigli secondo il costume i piedi, il dì medesimo, che fu il quintodecimo della venuta sua a Bologna, se ne andò a Modona; avendo invano il pontefice mandato a richiamarlo subito che fu33 uscito della città: onde si indirizzò verso Milano, lamentandosi in molte cose del pontefice, e specialmente che, mentre che per la venuta sua in Italia erano quasi sospese l’armi, avesse mandato secretamente per turbare lo stato di Genova vescovo di Ventimiglia figliuolo già di Paolo cardinale Fregoso34. Dell’andata del quale essendo penetrata35 notizia a’ franzesi, lo feciono, così incognito come andava, pigliare nel Monferrato; onde condotto a Milano manifestò interamente le cagioni e i consigli36 della sua andata

Ricercò Gurgense, quando partì da Bologna, gli imbasciadori aragonesi (i quali, essendosi per quel che appariva affaticati molto per la pace comune, si dimostravano sdegnati della durezza del pontefice) che facessino ritornare nel reame di Napoli le trecento lancie spagnuole; il che essi prontamente acconsentirono. Donde ciascuno tanto più si maravigliava che, nel tempo che si trattava del concilio, e che si credeva dovere essere potenti in Italia, con la presenza d’amendue i re, l’armi franzesi e tedesche, il pontefice, oltre all’inimicizia del re di Francia, si alienasse Cesare e si privasse degli aiuti del re cattolico. Dubitavano alcuni che in questo come in molte altre cose fussino diversi i consigli del re d’Aragona dalle dimostrazioni, e che altro avessino in publico operato gli oratori suoi altro in secreto col pontefice; perché avendo provocato il re di Francia con nuove offese, e per quelle risuscitata la memoria delle antiche, pareva che dovesse temere che la pace di tutti gli altri non37 producesse gravissimi pericoli contro a sé, rimanendo indeboliti di stato38 di danari e di riputazione i viniziani, poco potente in Italia il re de’ romani e vario instabile e prodigo più che mai: altri, discorrendo39 più sottilmente, interpretavano potere per avventura40 essere che il pontefice, quantunque il re cattolico gli protestasse41 d’abbandonarlo e richiamasse le sue genti, confidasse che egli, considerando quanto nocerebbe a sé proprio la sua depressione, avesse sempre ne’ bisogni maggiori a sostenerlo.

1. Il quale: si riferisce al pontefice. Cfr. fine del cap. prec.

2. erano… Alfonso: Alfonso era in posizione vantaggiosa.

3. I brigantini erano piccoli bastimenti a vela con un ponte e due alberi.

4. si scoperse: fu avvistata.

5. Le fuste erano navi a remi leggere e veloci, più piccole delle galee.

6. Le barbotte erano navi da guerra veneziane, con i fianchi rotondi e il ponte coperto di tavole e cuoio.

7. strettissimamente: con estrema avarizia.

8. confidenti a sé: di sua fiducia.

9. Cristopher Bainbridge, vescovo di York.

10. Matthäus Schiner, vescovo di Sitten.

11. il quale aveva: il quale è oggetto; soggetto è ovviamente il pontefice.

12. arra: garanzia.

13. facile: docile.

14. riservato nel petto suo: il cui nome non veniva comunicato al concistoro.

15. colle… loro: col proprio seguito.

16. Girolamo Donà.

17. fasto: alterigia.

18. propose: dichiarò.

19. conseguire le cose sue: ottenere ciò che gli spettava.

20. la quale: si riferisce a pace.

21. Raffaele Riario.

22. la quale… divorava: il quale affronto (oggetto) ingoiava, tollerava (soggetto è il pontefice).

23. vincendo… franzesi: Vodio, ecc.; è soggetto; la sua natura è oggetto.

24. nella concordia: sull’accordo.

25. appartenenze: territori, dominio.

26. rimettendo… qualche parte della sua durezza’, attenuando… la sua intransigenza.

27. destinato: deciso.

28. la causa: il problema, la questione.

29. alla degnità: all’onore.

30. pregiudicio: danno.

31. lasciasse… cose: lasciasse aperta la questione.

32. non… paratissima: non si accorgesse che gli si presentava un’ottima occasione.

33. subito che: appena.

34. Alessandro di Paolo Fregoso.

35. penetrata: giunta.

36. i consigli: gli obiettivi.

37. temere che… non: temere che.

38. di stato: di territorio.

39. discorrendo: considerando.

40. per avventura: forse.

41. gli protestasse: lo minacciasse.

CAPITOLO XVII

I francesi, occupata Concordia, si portano vicino a Bologna. Il pontefice abbandona Bologna per Ravenna. Eccitazione degli animi in Bologna. Il legato del papa abbandona la città, ove vengono chiamati Bentivoglio. Ritirata e perdite degli eserciti ecclesiastico e veneziano. I franzesi in attesa di istruzioni del re. Consegna della fortezza di Bologna ai cittadini; terre ricuperate dal duca di Ferrara.

Per la partita di Gurgense, perturbate le speranze della pace, ancora che il pontefice gli avesse quattro dì poi mandato dietro il vescovo di Moravia, oratore appresso a sé del re di Scozia1, per trattare della pace col re di Francia, si rimossono le cagioni che aveano ritardato Gianiacopo da Triulzi; il quale ardeva di onesta ambizione di fare qualche opera degna della virtù e antica gloria sua, e donde al re si dimostrasse con quanto danno proprio si commetta2 il governo delle guerre (cosa tra tutte l’azioni umane la più ardua e la più difficile, e che ricerca maggiore prudenza ed esperienza) non a capitani veterani ma a giovani inesperti, e della virtù de’ quali niuna altra cosa fa testimonianza che il favore. Però, continuando3 nelle prime deliberazioni, ancora che non fussino arrivati i fanti grigioni, perché il generale di Normandia4 dal quale dipendevano l’espedizioni5, sperando nella pace e cercando di farsi più grato al re con la parsimonia dello spendere, aveva differito il mandare a soldargli6, pose al principio del mese di maggio, con mille dugento lancie e settemila fanti, il campo alla Concordia; la quale ottenne il dì medesimo, perché avendo gli uomini della terra, impauriti perché aveano già cominciato a tirare l’artiglierie, mandato imbasciadori a lui per arrendersi, ed essendo perciò allentata la diligenza delle guardie, i fanti dell’esercito saltati dentro la saccheggiorno. Presa la Concordia, per non dare occasione agli emuli7 suoi di calunniarlo che attendesse più alla utilità propria8 che a quella del re, lasciata indietro la Mirandola si dirizzò verso Buonporto, villa9 posta in sul fiume del Panaro, per accostarsi tanto agli inimici che con l’impedire loro le vettovaglie gli costrignesse a diloggiare10, o a combattere fuora della fortezza del loro alloggiamento11. Entrato nel contado di Modena e alloggiato alla villa del Cavezzo, inteso che a Massa presso al Finale alloggiava Giampaolo Manfrone con trecento cavalli leggieri de’ viniziani, mandò là Gastone di Fois con trecento fanti e cinquecento cavalli; contro a’ quali Giampaolo, sentito il romore, si messe sopra uno ponte in battaglia: ma non corrispondendo la virtù de’ suoi all’ardire e animosità sua, abbandonato da loro, restò con pochi compagni prigione. Accostossi poi l’esercito a Buonporto, avendo in animo il Triulzio gittare il ponte dove il canale, derivato di sopra a Modona dal fiume del Panaro, si unisce col fiume. Ma già l’esercito inimico, per impedirgli il passo del fiume, era venuto ad alloggiare in luogo tanto vicino che si offendevano12 con l’artiglierie : da uno colpo delle quali fu ammazzato, passeggiando lungo l’argine del fiume, il capitano Perault spagnuolo, soldato dello esercito ecclesiastico13. Sono in quello luogo le ripe del fiume altissime, e perciò era agli inimici facilissimo lo impedirlo; onde il Triulzio, preso nuovo consiglio, gittò il ponte più alto, uno miglio solamente sopra al canale. Passato il canale si dirizzò verso Modena, camminando lungo lo argine del Panaro, cercando luogo dove fusse più facile il gittare il ponte; e avendo sempre vista de’ cavalli e de’ fanti degli inimici, i quali erano alloggiati vicini a Castelfranco in su la strada Romea14, ma in uno alloggiamento cinto da argini e da acque, entrò in su la medesima strada al ponte di Fossalta presso a due miglia a Modena; e piegatosi a mano destra verso la montagna, passò senza contrasto il Panaro a guazzo, che in quel luogo ha il letto largo e senza ripa: il quale passato, alloggiò nel luogo dove si dice la Ghiara di Panaro15, distante tre miglia dallo esercito ecclesiastico. Camminò il dì seguente verso Piumaccio16, accomodato di vettovaglie, con consentimento di Vitfrust, da’ Modonesi; e nel medesimo dì l’esercito ecclesiastico, non avendo ardire di opporsi alla campagna17, e giudicando essere necessario l’accostarsi a Bologna perché in quella città non si facesse movimento, atteso che18 i Bentivogli seguitavano l’esercito franzese, andò ad alloggiare al ponte a Casalecchio tre miglia di sopra a Bologna, in quel luogo medesimo nel quale, nell’età de’ proavi nostri, Giovan Galeazzo Visconte potentissimo duca di Milano, superiore molto di forze agli inimici, ottenne contro a’ fiorentini bolognesi e altri confederati una grandissima vittoria19; ma alloggiamento di sito molto sicuro tra ’l fiume del Reno e il canale, e che ha la montagna alle spalle, e per il quale si impedisce che Bologna non sia privata della comodità del canale che, derivato dal fiume, passa per quella città. Arrendessi il dì seguente al Triulzio Castelfranco. Il quale20, soprastato tre dì nello alloggiamento di Piumaccio, per le pioggie e per ordinarsi21 delle vettovaglie delle quali non aveano molta copia, venne ad alloggiare in su la strada maestra tra la Samoggia22 e Castelfranco; nel quale luogo stette sospeso23 quello avesse a fare per molte difficoltà le quali in qualunque deliberazione se gli rappresentavano24: perché conosceva essere vano l’assaltare Bologna se dentro il popolo non tumultuava, e accostandosi in sulle speranze de’ moti popolari dubitava non25 essere costretto a ritirarsi presto, come avea fatto Ciamonte, con la reputazione diminuita; più imprudente e pericoloso andare a combattere cogli inimici, fermatisi in alloggiamento tanto forte; l’accostarsi a Bologna dalla parte di sotto non avere altra speranza se non che gli inimici, per timore che e’ non assaltasse la Romagna, forse si moverebbono, onde potersi dare occasione o a lui di combattere o a’ bolognesi di fare tumulto. Pure alla fine, deliberando di tentare se alcuna cosa partorisse o la disposizione universale della città o le intelligenze26 particolari de’ Bentivogli, condusse l’esercito (l’avanguardia del quale guidava Teodoro da Triulzio, la battaglia27 egli, e il retroguardo Gastone di Fois) ad alloggiare al ponte a Lavino; luogo in su la strada maestra distante cinque miglia da Bologna, e famoso per la memoria dello abboccamento di Lepido, Marcantonio e Ottaviano, i quali quivi (così affermano gli scrittori), sotto nome del triumvirato, stabilirono la tirannide di Roma e quella non mai abbastanza detestata proscrizione28.

Non era in questo tempo più il pontefice in Bologna: il quale, dopo la partita di Gurgense, quando dimostrando superchia audacia quando timore, come intese essersi mosso il Triulzio, con tutto che non vi fussino più le lancie spagnuole, si partì da Bologna per andare all’esercito, a fine di indurre con la presenza sua i capitani a combattere con gli inimici; alla qual cosa non gli aveva potuti disporre né con lettere né con imbasciate. Partì con intenzione di alloggiare il primo dì a Cento; ma fu necessitato alloggiare nella terra della Pieve, perché mille fanti de’ suoi entrati in Cento non volevano partirsene se prima non ricevevano lo stipendio: dalla qual cosa forse stomacato, o considerando più da presso il pericolo, mutata sentenza, ritornò il dì seguente in Bologna. Ove crescendogli, per l’approssimarsi del Triulzio, il timore, deliberato di andarsene a Ravenna, chiamato a sé il magistrato de’ quaranta29, ricordò loro che, per beneficio della sedia apostolica e per opera e fatica sua, usciti dal giogo di una acerbissima tirannide, avevano conseguita la libertà, ottenuto molte esenzioni, ricevute da sé in publico e in privato grandissime grazie ed essere per conseguirne ogni dì più; per le quali cose, dove30 prima, oppressi da dura servitù e vilipesi e conculcati da’ tiranni, non erano negli altri luoghi di Italia in considerazione alcuna, ora esaltati di onori e di ricchezze, e piena di artifici31 e mercatanzie la città, e sollevati alcuni di loro ad amplissime32dignità, erano in pregio e in estimazione per tutto; liberi di se medesimi, padroni interamente di Bologna e di tutto il suo contado, perché loro erano i magistrati, loro gli onori, tra essi e nella loro città si distribuivano le entrate publiche, non avendo la Chiesa quasi altro che il nome e tenendovi solo per segno della superiorità uno legato o governatore, il quale senza essi non poteva deliberare delle cose importanti, e di quelle che pure erano rimesse ad arbitrio suo si referiva assai a’ loro pareri e alle loro volontà: e che se per questi benefici, e per il felice stato che avevano, erano disposti a difendere la propria libertà, sarebbono da lui non altrimenti aiutati e difesi che sarebbe in caso simile aiutata e difesa Roma. Necessitarlo la gravità delle cose occorrenti33 a andare a Ravenna, ma non per questo essersi dimenticato o per dimenticarsi la salute di Bologna; per la quale avere ordinato34 che le genti viniziane, che con Andrea Gritti erano di là dal Po e per questo gittavano il ponte a Sermidi, andassino a unirsi con l’esercito suo. Essere sufficientissimi questi provvedimenti a difendergli; ma non quietarsi l’animo suo se anche non gli liberava dalla molestia della guerra : e perciò, per necessitare i franzesi a tornare a difendere le cose proprie, erano già preparati diecimila svizzeri per scendere nello stato di Milano; i quali perché si movessino subitamente erano stati mandati da lui a Vinegia ventimila ducati, e ventimila altri averne ordinati i viniziani. E nondimeno, quando a loro fusse più grato tornare sotto la servitù de’ Bentivogli che di godere la dolcezza della libertà ecclesiastica, pregargli che gli aprissino35 liberamente la loro intenzione, perché sarebbe seguitata36 da lui; ma ricordare bene che, quando si risolvessino a difendersi, era venuto il tempo opportuno a dimostrare la loro generosità e obligarsi in eterno la sedia apostolica, sé e tutti i pontefici futuri. Alla quale proposta37, fatta secondo il costume suo con maggiore efficacia che eloquenza, poiché ebbono consultato tra loro medesimi, rispose in nome di tutti con la magniloquenza bolognese il priore del reggimento38, magnificando la fede loro, la gratitudine de’ benefici ricevuti, la divozione infinita al nome suo; conoscere il felice stato che avevano e quanto per la cacciata de’ tiranni fussino amplificate le ricchezze e lo splendore di quella città, e dove prima avevano la vita e le facoltà sottoposte allo arbitrio d’altri ora sicuri da ciascuno godere quietamente la patria, partecipi del governo partecipi dell’entrate, né essere alcuno di loro che priva-tamente non avesse ricevuto da lui molte grazie e onori; vedere nella città loro rinnovata la degnità del cardinalato39, vedere nelle persone de’ suoi cittadini molte prelature molti uffici de’ principali della corte romana: per le quali grazie innumerabili e singolarissimi benefici, essere disposti prima consumare tutte le facoltà, prima mettere in pericolo l’onore e la salute della moglie e de’ figliuoli, prima perdere la vita propria che partirsi dalla divozione sua e della sedia apostolica. Andasse pure lieto e felice senza timore o scrupolo alcuno delle cose di Bologna, perché prima intenderebbe essere corso il canale tutto di sangue del popolo bolognese che quella città chiamare altro nome e ubbidire altro signore che papa Giulio. Detteno queste parole maggiore speranza che non conveniva al pontefice : il quale, lasciatovi il cardinale di Pavia, se ne andò a Ravenna, non per il cammino diritto (con tutto che accompagnato dalle lancie spagnuole che se ne tornavano a Napoli) ma pigliando, per paura del duca di Ferrara, la strada più lunga di Furlì.

Venuto il Triulzio al ponte a Lavino, si dimostrava grandissima sollevazione40 nella città di Bologna, empiendosi gli animi degli uomini di molti e diversi pensieri. Perché molti, assuefatti al vivere licenzioso della tirannide e a essere sostentati con la roba e co’ danari d’altri, avendo in odio lo stato ecclesiastico, desideravano ardentemente il ritorno de’ Bentivogli; altri, per i danni ricevuti e che temevano di ricevere vedendo condotti in su le loro possessioni e nel tempo propinquo alle ricolte due tali eserciti, ridotti in grave disperazione, desideravano ogni cosa che fusse per liberargli da questi mali; altri, sospettando che per qualche tumulto che nascesse nella città o per i prosperi successi de’ franzesi (la memoria dello impeto de’ quali, quando vennono sotto Ciamonte la prima volta a Bologna41, era ancor loro innanzi agli occhi) non andasse la città a sacco, proponevano42 la liberazione da questo pericolo a qualunque governo o dominio potessino avere; pochi, dimostratisi prima inimici de’ Bentivogli, favorivano ma quasi più con la volontà che con le opere il dominio della Chiesa: ed essendo tutto il popolo, chi per desiderio di cose nuove chi per sicurtà e salute sua, messosi in su l’arme ogni cosa era piena di timore e di spavento; né nel cardinale di Pavia legato di Bologna era animo o consiglio43 bastante a tanto pericolo. Perché non avendo in quella città, sì grande e sì popolosa, più che dugento cavalli leggieri e mille fanti, e perseverando più che mai nella discordia col duca d’Urbino che era con l’esercito a Casalecchio, aveva, menato o dal caso o dal fato, soldati, del numero de’ cittadini44, quindici capitani; a’ quali, insieme con le compagnie loro e col popolo, aveva dato cura della guardia della terra45 e delle porte: de’ quali, non avendo egli avuto prudenza nello eleggergli, era la maggiore parte di quegli che erano affezionati a’ Bentivogli; e tra questi Lorenzo degli Ariosti, il quale prima incarcerato e tormentato in Roma, per sospetto che avesse congiurato co’ Bentivogli, era poi stato lungamente guardato46 in Castel Santo Agnolo. I quali come ebbeno l’armi in mano, cominciando a fare occulti ragionamenti e conventicole, e seminando nel popolo scandalose novelle47, cominciò il legato ad accorgersi tardi della propria imprudenza; e per fuggire il pericolo nel quale da se medesimo si era posto, fatta finzione che così ricercasse il duca d’Urbino e gli altri capitani, volle che andassino con le compagnie loro nello esercito: ma rispondendo essi non volere abbandonare la guardia della terra, tentò di mettere dentro con mille fanti Ramazzotto48, ma gli fu dal popolo vietato l’entrarvi. Onde invilito maravigliosamente il cardinale, e ricordandosi essere in sommo odio del popolo il governo suo, e avere nella nobiltà molti inimici, perché non molto innanzi aveva (benché, secondo disse, per comandamento del pontefice) fatto, procedendo con la mano regia49, decapitare tre onorati cittadini50, come fu notte, uscito occultamente in abito incognito per uno uscio segreto del palazzo, si ritirò nella cittadella : e con tanta precipitazione che si dimenticasse51 di portarne le sue gioie e i suoi danari : le quali cose avendo poi subitamente mandato a pigliare, come l’ebbe ricevute, se ne andò per la porta del soccorso verso Imola, accompagnato con cento cavalli da Guido Vaina marito della sorella52, capitano de’ cavalli deputati alla sua guardia; e poco dopo lui uscì della cittadella Ottaviano Fregoso, non con altra compagnia che di una guida. Intesa la fuga del legato, si cominciò per tutta la città a chiamare con tumulti grandissimi il nome del popolo53: la quale occasione non volendo perdere Lorenzo degli Ariosti e Francesco Rinucci, anche egli uno del numero de’ quindici capitani e seguace de’ Bentivogli, seguitandogli molti della medesima fazione, corsi alle porte che si chiamano di San Felice e delle Lame, più comode al campo54 de’ franzesi, le roppono con l’accette, e occupatele mandorno senza indugio a chiamare i Bentivogli; i quali, avuti dal Triulzio molti cavalli franzesi, per fuggire il cammino diritto del Ponte a Reno, alla cui custodia era Raffaello de’ Pazzi uno de’ condottieri ecclesiastici, passato il fiume, più basso55, e accostatisi alla porta delle Lame, furno subitamente introdotti.

Alla ribellione di Bologna fu congiunta la fuga dello esercito: perché, alla terza ora della notte il duca d’Urbino, le genti del quale dal ponte da Casalecchio si distendevano insino alla porta detta di Siragosa, avendo, come si crede, intesa la fuga del legato e il movimento del popolo, si levò tumultuosamente, lasciando la più parte de’ padiglioni distesi56, con quasi tutto l’esercito; eccetto quegli che deputati alla guardia del campo erano dalla parte del fiume verso i franzesi, a’ quali non dette avviso alcuno della partita. Ma sentita la mossa sua i Bentivogli, che erano già dentro, avvisatone subitamente il Triulzio, mandorono fuora della terra parte del popolo a danneggiargli; da’ quali, e da’ villani che già calavano da ogni parte, con smisurati gridi e romori assaltato il campo che passava lungo le mura, furono tolte loro l’artigliene e le munizioni con quantità grande di carriaggi; benché sopravenendo i franzesi, tolseno al popolo e a’ villani delle cose guadagnate la maggiore parte. E già era arrivato al Ponte a Reno con la vanguardia Teodoro da Triulzi; dove Raffaello de’ Pazzi combattendo valorosamente gli sostenne per alquanto spazio di tempo, ma non potendo finalmente resistere al numero tanto maggiore rimase prigione: avendo, come confessava ciascuno, con la resistenza sua dato comodità non piccola a’ soldati della Chiesa di salvarsi. Ma le genti de’ viniziani e con loro Ramazzotto che alloggiava in sul monte più eminente di Santo Luca, non avendo se non tardi avuto nozia della fuga del duca d’Urbino, preseno per salvarsi la via de’ monti ; per la quale, ancora che ricevessino danno gravissimo, si condussono in Romagna. Furono in questa vittoria, acquistata senza combattere, tolti quindici pezzi d’artiglieria grossa e molti minori tra del57 pontefice e de’ viniziani, lo stendardo del duca proprio con più altre bandiere, grande parte de’ carriaggi degli ecclesiastici e quasi tutti quegli de’ viniziani; svaligiati qualcuno degli uomini d’arme della Chiesa, ma de’ viniziani più di cento cinquanta, e dell’uno e dell’altro esercito dissipati58 quasi tutti i fanti; preso Orsino da Mugnano59 Giulio Manfrone e molti condottieri di minore condizione60. In Bologna non furno commessi omicidi, né fatta violenza ad alcuno né della nobiltà né del popolo; solamente fatti prigioni il vescovo di Chiusi61 e molti altri prelati, secretari e altri officiali che assistevano al cardinale, rimasti nel palagio della residenza del legato, perché a tutti aveva celata la sua partita. Insultò il popolo bolognese, la notte medesima e il dì seguente, a una statua di bronzo del pontefice, tirandola per la piazza con molti scherni e derisioni : o perché ne fussino autori62 i satelliti de’ Bentivogli o pure perché il popolo, infastidito da’ travagli e danni della guerra (come è per sua natura ingrato e cupido di cose nuove)63, avesse in odio il nome e la memoria di chi era stato cagione della liberazione e della felicità della loro patria.

Soprastette il dì seguente, che fu il vigesimo secondo di maggio, il Triulzio nel medesimo alloggiamento; e l’altro dì lasciatasi indietro Bologna andò in su il fiume dello Idice, e poi si fermò a Castel San Piero, terra posta in sull’estremità del territorio bolognese, per aspettare, innanzi passasse più oltre, quale fusse la intenzione del re di Francia, o di procedere avanti contro allo stato del pontefice o se pure, bastandogli avere assicurato Ferrara e levato alla Chiesa Bologna che per opera sua aveva acquistata, volesse fermare il corso della vittoria. Però avendogli Giovanni da Sassatello condottiere del pontefice, e che cacciata di Imola la parte ghibellina quasi dominava come capo de’ guelfi quella città, offerto occultamente di dargli Imola, non volle insino alla risposta del re accettarla.

Restava la cittadella di Bologna nella quale era il vescovo Vitello64, cittadella ampia e forte ma proveduta secondo l’uso delle fortezze della Chiesa, perché vi erano pochi fanti poche vettovaglie e quasi niuna munizione. Nella quale udito il caso di Bologna, era venuto la notte da Modona Vitfrust a persuadere al vescovo con promesse grandi che la desse a Cesare; ma il vescovo, pattuito il quinto dì co’ bolognesi che fussino salve le persone e la roba di quegli che vi erano, e ricevuta obligazione che a lui in certo tempo fussino pagati tremila ducati, la dette loro : la quale avuta corsono subito popolarmente a rovinarla, incitandogli al medesimo i Bentivogli, non tanto per farsi benevoli i cittadini quanto per sospetto che il re di Francia non65 la volesse in potestà sua, come era stato già parere di qualcuno de’ capitani di domandarla; ma il Triulzio, giudicando essere alieno dalla utilità del re il credersi che egli volesse insignorirsi di Bologna, l’aveva contradetto.

Ricuperò con l’occasione di questa vittoria il duca di Ferrara, oltre a Cento e la Pieve, Cutignuola, Lugo e l’altre terre di Romagna; e nel tempo medesimo cacciò Alberto Pio di Carpi, il [quale] lo possedeva con lui comunemente.

1. Andrew Forman, vescovo di Murray.

2. si commetta: si affidi.

3. continuando: persistendo.

4. Thomas Bohier, barone di Saint-Ciergue, generale delle finanze di Normandia.

5. l’espedizioni: le esecuzioni dei provvedimenti.

6. soldargli: reclutarli.

7. agli emuli: ai rivali.

8. Francesca, duchessa della Mirandola, era sua figlia. Se il Trivulzio fosse andato alla Mirandola, che si era arresa al pontefice, la mossa avrebbe potuto essere male interpretata.

9. villa: villaggio.

10. diloggiare’. spostarsi.

11. fuora… alloggiamento: senza la protezione del loro accampamento.

12. si offendevano: si colpivano.

13. Probabilmente Fernando de Peralta. Ma potrebbe essere anche Gabriel de Peralta.

14. Lungo la via Emilia.

15. Gaggio sul Panaro (o Gaggio di Piano).

16. Piumazzo.

17. alla campagna: in campo aperto.

18. atteso che: dato che.

19. 26 giugno 1402.

20. Il quale: si riferisce a Triulzio.

21. ordinarsi: rifornirsi.

22. Ponte Samoggia.

23. sospeso: incerto su.

24. se gli rappresentavano: gli si presentavano.

25. dubitava non: temeva di.

26. le intelligenze: le aderenze (e quindi il seguito dei partigiani).

27. La battaglia era il grosso dell’esercito.

28. Nel 43 a. C. Si tratta della proscrizione in seguito alla quale fu ucciso Cicerone.

29. I quaranta erano l’organo principale dell’amministrazione cittadina creata da

30. dove: mentre.

31. artifici: mestieri e attività in genere.

32. amplissime: altissime.

33. delle cose occorrenti: della situazione presente.

34. ordinato: disposto.

35. aprissino: manifestassero.

36. seguitata: accettata.

37. alla quale proposta: al quale discorso.

38. Il priore del reggimento era il capo del principale organo di amministrazione.

39. Si allude al fatto che il 10 marzo 1511 Giulio II aveva nominato cardinale di San Sisto Achille dei Grassi, bolognese e vescovo di Bologna.

40. si dimostrava… sollevazione: apparivano segni… d’inquietudine.

41. Cfr. IX, XI.

42. proponevano: anteponevano.

43. animo o consiglio: coraggio o capacità di decisione.

44. soldati… cittadini: assoldato tra i cittadini.

45. della terra: della città.

46. guardato: tenuto prigioniero.

47. scandalose novelle: sediziose notizie.

48. Melchiorre Ramazzotto, bolognese.

49. con la mano regia: usando del potere di condannare senza processo (espressione del linguaggio giuridico).

50. Tre senatori partigiani dei Bentivoglio: Sallustio Guidotti, Innocenzo Ringhieri e Alberto Castelli. L’episodio avvenne nel giugno 1508.

51. che si dimenticasse: da dimenticarsi.

52. Onofria Alidosi.

53. chiamare… il nome del popolo: gridare «popolo» (per segnalare la ribellione).

54. più comode al campo: più vicine all’accampamento.

55. più basso: più a sud.

56. lasciando… distesi: lasciando la maggior parte delle tende ancora montate.

57. tra del: tra quelli del.

58. dissipati: dispersi.

59. Orsino Fausto di Matteo Orsini da Mugnano.

60. di minore condizione: di più basso ceto.

61. Niccolò Bonafide.

62. autori: promotori.

63. cupido di cose nuove: smanioso di mutamenti. Cfr. il latino rerum novarum cupidus.

64. Giulio Vitelli, vescovo di Città di Castello.

65. per sospetto che… non: per sospetto che.

CAPITOLO XVIII

Il pontefice per timore de’ nemici vincitori avanza richieste di pace. Il duca d’ Urbino uccide il cardinale legato. Viene indetto il concilio di Pisa. Ragioni della scelta di Pisa. Concessione de’ fiorentini. Giudizi di fautori e di avversari del concilio.

Ricevette della perdita di Bologna grandissima molestia, come era conveniente, il pontefice; affliggendolo non solamente l’essere alienata da sé la principale e più importante città, accettuata Roma, di tutto lo stato ecclesiastico, e il parergli essere privato di quella gloria che, grande appresso agli uomini e nel concetto suo massimamente, gli aveva data l’acquistarla, ma, oltre a questo, per il timore che l’esercito vincitore non seguitasse la vittoria1: al quale conoscendo non potere resistere, e desideroso di rimuovere l’occasioni che lo invitassino a passare più innanzi, sollecitava che le reliquie de’ soldati viniziani, richiamate già dal senato, si imbarcassino al Porto Cesenatico; e per la medesima cagione commesse2 gli fussino restituiti i ventimila ducati i quali, mandati prima a Vinegia per fare muovere i svizzeri, si ritrovavano ancora in quella città. Ordinò ancora3 che il cardinale di Nantes di nazione brettone4 invitasse, come da sé5, il Triulzio alla pace, dimostrando essere al presente il tempo opportuno a trattarla; il quale rispose, non convenire il procedere con questa generalità ma essere necessario venire espressamente alle particolarità: avere il re quando desiderava la pace, proposto le condizioni; dovere ora il pontefice fare il medesimo, poi che tale era lo stato delle cose che a lui apparteneva6 il desiderarla. Procedeva in questo modo il pontefice più per fuggire il pericolo presente che perché avesse veramente disposto del tutto l’animo alla pace, combattendo insieme nel petto suo la paura la pertinacia l’odio e lo sdegno.

Nel quale tempo medesimo sopravenne un altro accidente che gli raddoppiò il dolore. Accusavano appresso a lui molti il cardinale di Pavia, alcuni di infedeltà altri di timidità7 altri di imprudenza: il quale, per scusarsi da se stesso venuto a Ravenna, mandò, come prima8 arrivò, a significargli9 la sua venuta e a dimandargli l’ora della udienza; della qual cosa il pontefice, che l’amava sommamente, molto rallegratosi, rispose che andasse a desinare seco. Dove andando, accompagnato da Giulio Vaina e dalla guardia de’ suoi cavalli, il duca di Urbino, per l’antica inimicizia che aveva con lui, e acceso dallo sdegno che per colpa sua (così diceva) fusse proceduta la ribellione di Bologna e per quella la fuga dell’esercito, fattosegli incontro accompagnato da pochi, ed entrato tra’ cavalli della sua guardia che per riverenza gli davano luogo, ammazzò di sua mano propria con uno pugnale il cardinale10: degno, forse, per tanta degnità di non essere violato ma degnissimo, per i suoi vizi enormi e infiniti, di qualunque acerbissimo supplizio. Il romore della morte del quale pervenuto subitamente al papa, cominciò con grida insino al cielo e urli miserabili a lamentarsi; movendolo sopramodo la perdita di uno cardinale che gli era tanto caro, e molto più l’essere in su gli occhi suoi e dal proprio nipote, con esempio insolito, violata la degnità del cardinalato, cosa tanto più molesta a lui quanto più faceva professione11 di conservare ed esaltare l’autorità ecclesiastica: il quale dolore non potendo tollerare, né temperare12 il furore, partì il dì medesimo da Ravenna per ritornarsene a Roma. Né giunto13 a fatica a Rimini, acciocché da ogni parte in uno tempo medesimo lo circondassino infinite e gravissime calamità, ebbe notizia che in Modona in Bologna e in molte altre città erano appiccate14, ne’ luoghi publici, le cedole per le quali se gli intimava15 la convocazione del concilio, con la citazione che vi andasse personalmente. Perché il vescovo Gurgense, benché partito che fu da Modona avesse camminato alquanti dì lentamente, aspettando risposta dallo oratore del re di Scozia (ritornato da lui a Bologna) sopra le proposte che ’l pontefice medesimo gli aveva fatte, nondimeno essendo venuto con risposte molto incerte, mandò subito tre procuratori in nome di Cesare a Milano; i quali, congiunti co’ cardinali e co’ procuratori del re di Francia, indissono il concilio, per il primo dì di settembre prossimo, nella città di Pisa.

Voltorno i cardinali l’animo a Pisa come luogo comodo, per la vicinità del mare, a molti che aveano a venire al concilio, e sicuro per la confidenza16 che il re di Francia avea ne’ fiorentini, e perché molti altri luoghi, che ne sarebbeno stati capaci17, erano o incomodi o sospetti a loro, o da potere essere con colore giusto18 ricusati dal pontefice. In Francia non pareva onesto il chiamarlo19, o in alcuno luogo sottoposto al re; Gostanza, una delle terre franche di Germania proposta da Cesare, benché illustre per la memoria di quel famoso concilio nel quale, privati20 tre che procedevano come pontefici, fu estirpato lo scisma continuato nella Chiesa [ circa quaranta] anni21, pareva molto incomodo; sospetto all’una parte e all’altra Turino, per la vicinità de’ svizzeri e degli stati del re di Francia; Bologna, innanzi si alienasse dalla Chiesa, non era sicura per i cardinali, dipoi era il medesimo per il pontefice. E fu ancora, nella elezione di Pisa, seguitata in qualche parte la felicità dello augurio, per la memoria di due concili che vi erano stati celebrati prosperamente : l’uno quando quasi tutti i cardinali, abbandonati Gregorio [ duodecimo] e Benedetto [ tredecimo] che contendevano del pontificato, celebrando il concilio in quella città, elessono in pontefice Alessandro quinto22; l’altro più anticamente quando…23. Aveano prima i fiorentini consentitolo al re di Francia, il quale gli aveva ricercati, proponendo24 essere autore della convocazione del concilio non meno Cesare che egli, e consentirvi il re d’Aragona: degni di essere lodati forse più del silenzio che della prudenza a della fortezza dell’animo; perché, o non avendo ardire di dinegare al re quel che era loro molesto o non considerando quante difficoltà e quanti pericoli potesse partorire uno concilio che si celebrava contro alla volontà del pontefice, tennono tanto secreta questa deliberazione, fatta in un consiglio di più di cento cinquana cittadini, che e fusse incerto a’ cardinali (a’ quali il re di Francia ne dava speranza ma non certezza) se l’avessino conceduto, e al pontefice non ne pervenisse notizia alcuna.

Pretendevano i cardinali potersi giuridicamente convocare da loro il concilio senza l’autorità del pontefice, per la necessità evidentissima che aveva la Chiesa di essere riformata (come dicevano) non solamente nelle membra ma eziandio nel capo, cioè nella persona del pontefice; il quale (secondo che affermavano) inveterato nella simonia e ne’ costumi infami e perduti25 né idoneo a reggere il pontificato, e autore di tante guerre, era notoriamente incorrigibile, con universale scandolo della cristianità, alla cui salute niun’altra medicina bastava che la convocazione del concilio: alla qual cosa essendo stato il pontefice negligente, essersi legittimamente devoluta a loro la potestà del convocarlo; aggiugnendovisi massimamente l’autorità dell’eletto imperadore e il consentimento del re cristianissimo, col concorso del clero della Germania e della Francia. Soggiugnevano, lo usare frequentemente questa medicina essere non solamente utile ma necessario al corpo infermissimo della Chiesa, per istirpare gli errori vecchi, per provedere a quegli che nuovamente pullulavano, per dichiarare26 e interpretare le dubitazioni che alla giornata27 nascevano, e per emendare le cose che da principio ordinate per bene28 si dimostravano talvolta per l’esperienza perniciose. Perciò avere i padri antichi, nel concilio di Gostanza, salutiferamente statuito che perpetuamente per l’avvenire, di dieci anni in dieci anni, si celebrasse il concilio. E che altro freno che questo avere i pontefici di non torcere29 della via retta? e come altrimenti potersi, in tanta fragilità degli uomini, in tanti incitamenti che aveva la vita nostra al male, stare sicuri, se chi aveva somma licenza sapesse non avere mai a rendere conto di se medesimo? Da altra parte molti, impugnando queste ragioni e aderendo più alla dottrina de’ teologi che de’ canonisti, asserivano l’autorità del convocare i concili risedere solamente nella persona del pontefice, quando bene fusse macchiato di tutti i vizi, pure che non fusse sospetto di eresia; e che altrimenti interpretando, sarebbe in potestà di pochi (il che in modo niuno si doveva consentire), o per ambizione o per odii particolari palliando30 la intenzione corrotta con colori31 falsi, l’alterare ogni dì lo stato quieto della Chiesa : le medicine tutte per sua natura essere salutifere, ma non date con le proporzioni debite né a’ tempi convenienti essere più tosto che medicine veleno; e però, condannando coloro che sentivano32 diversamente, chiamavano questa congregazione non concilio ma materia di divisione della unità della sedia apostolica, principio di scisma nella Chiesa d’Iddio e diabolico conciliabolo.

1. non… vittoria: approfittasse della vittoria, avanzando.

2. commesse: ordinò.

3. Ordinò ancora: dispose anche.

4. Robert Guibé de Challand.

5. come da sé: a titolo personale.

6. apparteneva: spettava.

7. timidità: timore eccessivo; viltà.

8. come prima: appena.

9. significargli: comunicargli.

10. 24 maggio 1511.

11. faceva professione: dichiarava pubblicamente.

12. temperare : moderare.

13. né giunto: e appena giunto.

14. appiccate: affisse.

15. se gli intimava: gli si comunicava perentoriamente.

16. per la confidenza: per la fiducia e per i rapporti di alleanza.

17. che… capaci: che sarebbero stati adatti.

18. con colore giusto: con validi pretesti.

19. onesto il chiamarlo: corretto il convocarlo.

20. privati: deposti.

21. Il concilio di Costanza (convocato nel 1413 e aperto nel 1414) finì con l’eiezione di Martino V (1418), che pose fine allo scisma avignonese cominciato nel 1378.

22. Nel 1409.

23. Le edizioni precedenti a quella del Gherardi, con lieve variante tra loro, per spostamento di parola, compiono il periodo così: «più anticamente fu celebrato quivi circa l’anno mille cento trentasei da Innocenzio secondo, quando fu dannato Pietro di Leone romano antipapa; il quale, facendosi chiamare Anacleto secondo, aveva con scisma tale dato molto travaglio non solo ad Innocenzio ma a tutto il cristianesimo» (Nota del Panigada).

24. proponendo: dichiarando.

25. perduti: corrotti.

26. dichiarare: chiarire.

27. alla giornata: di volta in volta.

28. ordinate per bene: istituite a fin di bene.

29. di non torcere: per non deviare.

30. palliando: ammantando.

31. colori: vesti, pretesti.

32. sentivano: pensavano.