CAPITOLO X

I veneziani prendono Brescia e Bergamo; subita partenza del Fois per affrontare i nemici. Vittoria del Fois alla torre del Magnanino. Presa e saccheggio di Brescia.

Levato il campo, Fois, lasciati alla custodia di Bologna trecento lancie e quattromila fanti, partì subito per andare con grandissima celerità a soccorrere il castello di Brescia; perché la città era, il giorno precedente a quello nel quale entrò in Bologna, pervenuta in potestà de’ viniziani. Perché Andrea Gritti, per comandamento del senato, stimolato dal conte Luigi Avogaro gentiluomo bresciano1 e dagli uomini quasi di tutto il paese2, e dalla speranza che dentro si facesse movimento per lui3, avendo con trecento uomini d’arme mille trecento cavalli leggieri e tremila fanti passato il fiume dell’Adice ad Alberé4, luogo propinquo a Lignago, e guadato dipoi il fiume del Mincio al mulino della Volta5 tra Goito e Valeggio, e successivamente venuto a Montechiaro6, si era fermato la notte a Castagnetolo7 villa8 distante cinque miglia da Brescia, donde fece subito correre i cavalli leggieri insino alle porte; e nel tempo medesimo, risonando per tutto il paese il nome di san Marco, il conte Luigi si accostò alla porta con ottocento uomini delle valli Eutropia e Sabia9, le quali aveva sollevate, avendo mandato dalla altra parte della città insino alle porte il figliuolo10 con altri fanti. Ma Andrea Gritti, non ricevendo gli avvisi che aspettava da quelli di dentro né gli essendo fatto alcuno de’ segni convenuti, anzi intendendo la città essere per tutto diligentemente custodita, giudicò non doversi procedere più oltre; nel qual movimento il figliuolo Avogaro, assaltato da quegli di dentro, rimase prigione. Ritirossi il Gritti appresso a Montagnana onde prima era partito, lasciato sufficiente presidio al ponte fatto in sullo Adice. Ma di nuovo chiamato pochi dì poi ripassò l’Adice, con due cannoni e quattro falconi11, e si fermò a Castagnetolo; essendosi nel tempo medesimo approssimato a un miglio a Brescia il conte Luigi, con numero grandissimo d’uomini di quelle valli. E con tutto che dalla città non si sentisse cosa alcuna favorevole, il Gritti, invitato dal concorso12 maggiore che l’altra volta, deliberò tentare la forza13 : però accostatosi con tutti i paesani si cominciò da tre parti a dare l’assalto; il quale, tentato infelicemente alla porta della Torre14, succedette prosperamente15 alla porta delle Pile16 ove combatteva l’Avogaro, e alla porta della Garzula17, ove i soldati, guidati da Baldassarre di Scipione18, entrorno (secondo che alcuni dicono) per la ferrata19 per la quale il fiume, che ha il medesimo nome, entra nella città; invano resistendo i franzesi. I quali, veduto gli inimici entrare nella città e che in favore loro si movevano i bresciani, i quali prima, proibiti da loro di prendere l’armi20, erano stati quieti, si ritirorno, insieme con monsignore di Luda governatore21, nella fortezza; perduti i cavalli e i carriaggi: nel qual tumulto quella parte che si dice la cittadella, separata dal resto della città, abitazione di quasi tutti i ghibellini, fu saccheggiata, riservate22 le case de’ guelfi. L’acquisto di Brescia23 seguitò subito la dedizione24 di Bergamo, che eccetto le due castella, l’uno posto in mezzo la città l’altro distante un mezzo miglio, si arrendé per opera d’alcuni cittadini; e il medesimo feciono Orcivecchi, Orcinuovi, Pontevico e molte altre terre circostanti : e si sarebbe forse fatto maggiore progresso o almeno confermata25 meglio la vittoria se a Vinegia, ove fu letizia incredibile, fusse stata tanta sollecitudine a mandare soldati e artiglierie (le quali erano necessarie per l’espugnazione del castello, che non era molto potente a resistere) quanta fu nel creare e mandare i magistrati che avessino a reggere la città recuperata. La quale negligenza fu tanto più dannosa quanto fu maggiore la diligenza e la celerità di Fois : il quale avendo passato il fiume del Po alla Stellata, dal qual luogo mandò alla guardia di Ferrara cento cinquanta lancie e cinquecento fanti franzesi, passò il Mincio per Pontemulino; avendo, quasi nel tempo medesimo che passava, mandato a dimandare la facoltà del passare al marchese di Mantova, o per non lasciare luogo con la dimanda improvisa a’ consigli suoi26 o perché tanto più tardasse a andare la notizia della venuta sua alle genti viniziane. Di quivi alloggiò il dì seguente a Nugara27 in veronese e l’altro dì a Pontepesere28 e a Treville29, tre miglia appresso alla Scala, ove avendo avuto notizia che Giampaolo Baglione (il quale aveva fatta la scorta ad alcune genti e artiglierie de’ viniziani andate a Brescia) era con [tre] cento uomini d’arme [quattrocento] cavalli leggieri e mille dugento fanti da Castelfranco venuto ad alloggiare alla Isola della Scala, corse subito per assaltarlo con trecento lancie e settecento arcieri, seguitandolo il resto dell’esercito perché non poteva pareggiare tanta prestezza : ma trovato che già era partito un’ora innanzi, si messe a seguitarlo con la medesima celerità.

Aveva Giampagolo saputo che Bernardino dal Montone, sotto la cui custodia era il ponte fatto al Alberé, sentito l’approssimarsi de’ franzesi l’aveva dissoluto30, per timore di non31 essere rinchiuso da loro e da’ tedeschi che erano in Verona; ove Cesare, alleggerito dalla custodia del Friuli perché, da Gradisca in fuora, tutto era ritornato in potestà de’ viniziani, aveva poco innanzi mandato tremila fanti i quali prima aveva in quella regione. Però Giampaolo sarebbe andato a Brescia se non gli fusse stato mostrato che poco sotto Verona si poteva guadare il fiume, ove andando per passare scoperse da lungi Fois; e pensando non potesse essere altro che la gente di Verona, perché la prestezza di Fois, incredibile, aveva avanzato la fama, rimessi i suoi in battaglia32, l’aspettò con forte animo alla torre del Magnanino33, propinqua all’Adice e poco distante dalla torre della Scala. Fu molto feroce34 da ciascuna delle parti lo incontro delle lancie35, e si combatté poi valorosamente con l’altre armi per più d’una ora; ma peggioravano continuamente le condizioni de’ marcheschi36 perché tuttavia37 sopravenivano i soldati dell’esercito rimasto indietro, e nondimeno urtati38, ritornorno più volte negli ordini loro39: finalmente, non potendo più resistere al numero maggiore, rotti si messono in fuga; seguitati dagli inimici, già cominciando la notte, insino al fiume; il quale fu da Giampaolo passato a salvamento, ma v’annegorno molti de’ suoi. Furno de’ viniziani parte morti parte presi circa novanta uomini d’arme, tra’ quali rimasono prigioni Guido Rangone e Baldassarre Signorello da Perugia, dissipati40 tutti i fanti e perduti due falconetti41 che soli aveano con loro; né quasi sanguinosa42 la vittoria per i franzesi. Riscontrorno il dì seguente Meleagro43 da Furlì con alcuni cavalli leggieri de’ viniziani, i quali facilmente furno messi in fuga, rimanendo Meleagro prigione; né perdendo una ora sola di tempo, il nono dì poi che erano partiti da Bologna, alloggiò Fois con l’antiguardia nel borgo di Brescia, lontano due balestrate44 dalla porta di Torre Lunga; il rimanente dell’esercito più indietro, lungo la strada che conduce a Peschiera. Alloggiato, subitamente, non dando spazio alcuno a se medesimo a respirare, mandò una parte de’ fanti ad assaltare il monasterio di San Fridiano45, posto a mezzo il monte, sotto il quale era l’alloggiamento suo, guardato da molti villani di Valditrompia; i quali fanti, salito il monte da più parti, favorendogli ancora una pioggia grande che impedì non46 si tirassino l’artiglierie piantate nel monasterio, gli roppono e ne ammazzorno una parte. Il dì seguente, avendo mandato un trombetto nella città a dimandare gli fusse data la terra, salve le robe e le persone di tutti eccetto che de’ viniziani, ed essendogli stato riposto in presenza di Andrea Gritti ferocemente47, girato l’esercito all’altra parte della città per essere propinquo al castello, alloggiò nel borgo della porta che si dice di San Gianni48, donde la mattina seguente, quando cominciava ad apparire il dì, eletti di tutto l’esercito più di quattrocento uomini d’arme armati tutti d’armi bianche e seimila fanti parte guasconi e parte tedeschi, egli con tutti a piede, salendo dalla parte di verso la porta delle Pile, entrò, non si opponendo alcuno, nel primo procinto49 del castello : dove riposatigli e rinfrescatigli alquanto, gli confortò con brevi parole che scendessino animosamente in quella ricchissima e opulentissima città, ove la gloria e la preda sarebbe senza comparazione molto maggiore che la fatica e il pericolo, avendo a combattere co’ soldati viniziani manifestamente inferiori di numero e di virtù, perché della moltitudine del popolo inesperta alla guerra, e che già pensava più alla fuga che alla battaglia, non era da tenere conto alcuno; anzi si poteva sperare che cominciandosi per la viltà a disordinare sarebbono cagione che tutti gli altri si mettessino in disordine: supplicandogli in ultimo che, avendogli scelti per i più valorosi di così fiorito esercito, non facessino vergogna a se stessi né al giudicio suo; e che considerassino quanto sarebbono infami50 e disonorati se, facendo professione51 di entrare per forza nelle città inimiche contro a’ soldati contro all’artiglierie contro alle muraglie e contro a’ ripari, non ottenessino al presente, avendo l’entrata sì patente52 né altra opposizione che d’uomini soli. Dette [queste] parole, cominciò, precedendo i fanti agli uomini d’arme, a uscire del castello; all’uscita del quale avendo trovati alcuni fanti che con artiglierie tentorno di impedirgli l’andare innanzi, ma avendogli fatti facilmente ritirare, scese ferocemente per la costa in sulla piazza del palagio del capitano detto il Burletto53, nel quale luogo le genti viniziane, ristrette insieme54, ferocemente55 l’aspettavano: ove venuti alle mani, fu per lungo spazio molto feroce e spaventosa la battaglia, combattendo l’una delle parti per la propria salute l’altra non solo per la gloria ma eziandio per la cupidità di saccheggiare una città piena di tante ricchezze, né meno ferocemente i capitani che i soldati privati; tra’ quali appariva molto illustre la virtù e la fierezza di Fois. Finalmente furno cacciati dalla piazza i soldati viniziani, avendo fatto maravigliosa difesa. Entrorno dipoi i vincitori divisi in due parti, l’una per la città l’altra per la cittadella; a’ quali quasi in su ogni cantone e in su ogni contrada era fatta egregia resistenza da’ soldati e dal popolo, ma sempre vittoriosi spuntorno56 gli inimici per tutto; non mai attendendo a rubare insino non occuporno tutta la terra; così aveva, innanzi scendessino, comandato il capitano; anzi se niuno preteriva57 quest’ordine era subitamente ammazzato da gli altri. Morirono in queste battaglie dalla parte de’ franzesi molti fanti né pochi uomini d’arme ma degli inimici circa ottomila uomini, parte del popolo parte de’ soldati viniziani, che erano [cinquecento] uomini d’arme [ottocento] cavalli leggieri e [ottomila] fanti; e tra questi Federigo Contareno proveditore degli stradiotti58, il quale combattendo in sulla piazza fu morto di uno colpo di scoppietto: tutti gli altri furno presi, eccetto dugento stradiotti i quali fuggirono per un piccolo portello che è alla porta di San Nazzaro59, ma con fortuna poco migliore perché, riscontrando60 in quella parte de’ franzesi che era rimasta fuora della terra, furno quasi tutti o morti o presi. I quali entrati poi dentro senza fatica, per la medesima porta, cominciorno essi ancora, godendo le fatiche e i pericoli degli altri, a saccheggiare. Rimasono prigioni Andrea Gritti e Antonio Giustiniano mandato dal senato per podestà di quella città, Giampaolo Manfrone e il figliuolo61, il cavaliere della Golpe62, Baldassarre di Scipione, uno figliuolo di Antonio de’ Pii63, il conte Luigi Avogaro e un altro figliuolo64, Domenico Busicchio capitano di stradiotti. Fu nel saccheggiare salvato, per comandamento di Fois, l’onestà65 de’ monasteri delle donne, ma la roba e gli uomini rifuggitivi furno preda de’ capitani. Fu il conte Luigi in sulla piazza publica decapitato, saziando Fois gli occhi propri del suo supplicio; i due figliuoli, benché allora si differisse il supplicio, patirono non molto poi la pena medesima. Così per le mani de’ franzesi, da’ quali si gloriavano i bresciani essere discesi66, cadde in tanto sterminio quella città, non inferiore di nobiltà e di degnità ad alcuna altra di Lombardia, ma di ricchezze, eccettuato Milano, superiore a tutte l’altre; la quale, essendo in preda le cose sacre e le profane, né meno la vita e l’onore delle persone che la roba, stette sette dì continui esposta alla avarizia67 alla libidine e alla licenza militare. Fu celebrato per queste cose per tutta la cristianità con somma gloria il nome di Fois, che con la ferocia e celerità sua avesse, in tempo di quindici dì, costretto l’esercito ecclesiastico e spagnuolo a partirsi dalle mura di Bologna, rotto alla campagna Giampaolo Baglione con parte delle genti de’ viniziani, recuperata Brescia con tanta strage de’ soldati e del popolo; di maniera che per universale giudicio si confermava, non avere, già parecchi secoli, veduta Italia nelle opere militari una cosa simigliante.

1. Luigi Avogadro, di Pietro.

2. il paese: il contado.

3. si… per lui: vi fosse una sommossa in suo favore.

4. Albaredo d’Adige.

5. Mulini di Volta.

6. Montichiari.

7. Castenédolo.

8. villa: paese.

9. Val Trompia e Val Sabbia.

10. Probabilmente Pietro Avogadro, il primogenito.

11. I falconi erano pezzi d’artiglieria piccoli e lunghi.

12. dal concorso: dall’affluenza di gente.

13. tentare la forza: tentare di prendere la città d’assalto.

14. Nel lato orientale.

15. succedette prosperamente: riuscì.

16. Nel lato settentrionale.

17. Nel lato meridionale.

18. Baldassarre Rimbotti di Scipione, senese.

19. per la ferrata: per l’apertura con la grata.

20. proibiti… l’armi: avendo essi proibito loro d’armarsi (costrutto latineggiante).

21. Jacques de Daillon, barone di Lude e di Saultray, consigliere e ciambellano di Luigi XII.

22. riservate: risparmiate.

23. L’acquisto di Brescia: è oggetto.

24. la dedizione: la resa (è soggetto).

25. confermata: consolidata.

26. per non lasciare luogo… a’ consigli suoi: per non dargli il tempo… di decidere e prendere provvedimenti.

27. Nogara.

28. Pontepossaro.

29. Probabilmente Trevenzuolo.

30. dissoluto: disfatto.

31. per timore di non: per timore di.

32. in battaglia: in ordine di battaglia.

33. Forse si tratta dell’attuale Torre.

34. feroce: violento.

35. lo… lancie: lo scontro con le lance.

36. de’ marcheschi: dei soldati di San Marco (cioè dei Veneziani).

37. tuttavia: continuamente.

38. urtati: scompigliati.

39. negli ordini loro: nelle loro file.

40. dissipati: messi in fuga e dispersi.

41. I falconetti erano pezzi d’artiglieria che lanciavano palle di due libbre.

42. né quasi sanguinosa: e quasi senza spargimento di sangue.

43. Rincontrorono… Meleagro: si scontrarono… con Meleagro.

44. due balestrate: due tiri di balestra.

45. San Floriano (o San Fioriano).

46. impedì non: impedì che.

47. ferocemente: arditamente (negando la resa).

48. La porta occidentale.

49. Nel primo procinto: nella prima cerchia di mura.

50. quanto… infami: quanta cattiva fama otterrebbero.

51. facendo professione: vantandosi.

52. patente: aperta.

53. Il Broletto, già sede del capitano del popolo.

54. ristrette insieme: riunitesi.

55. ferocemente: animosamente.

56. spuntorono: respinsero.

57. se niuno preteriva: chiunque violasse.

58. proveditore di stradiotti: rappresentante della repubblica presso l’esercito e in particolare presso gli stradiotti.

59. La porta di sud-ovest.

60. riscontrando: scontrandosi.

61. Giulio Manfrone.

62. Taddeo della Volpe.

63. Costanzo di Antonio Pio.

64. Entrambi i figli di Luigi Avogadro (Pietro e Francesco) furono fatti prigionieri e poi giustiziati.

65. L’onestà: l’onore.

66. Secondo gli antichi scrittori Brescia sarebbe stata fondata dai Galli Cenomani.

67. avarizia: avidità.

CAPITOLO XI

Per ordine del re, il Fois s’accinge ad affrontare l’esercito de’ collegati. Alleanza fra il pontefice e il re d’Inghilterra. Lamentele di Massimiliano riguardo al re di Francia. Timori del re per gli svizzeri. Nessuna speranza del re nella concordia. I fiorentini assolti dalle censuere dal pontefice. Ordine del re al Fois di marciare, ove sconfigga i nemici, su Roma con un legato del concilio pisano.

Recuperata Brescia e l’altre terre perdute, delle quali Bergamo, ribellatasi per opera di pochi, aveva, innanzi che Fois entrasse in Brescia, richiamati popolarmente1 i franzesi, Fois, poiché ebbe dato forma alle cose2 e riposato e riordinato l’esercito, stracco per sì lunghi e gravi travagli e disordinato3 parte nel conservare parte nel dispensare4 la preda fatta, deliberò, per comandamento ricevuto dal re, di andare contro all’esercito de’ collegati; il quale partendosi dalle mura di Bologna si era fermato nel bolognese: astringendo5 il re a questo molti urgentissimi accidenti, i quali lo necessitavano a prendere nuovi consigli per la salute delle cose sue.

Cominciava già manifestamente ad apparire la guerra del re di Inghilterra: perché se bene quel re l’aveva prima con aperte parole negato e poi con dubbie dissimulato, nondimeno non si potevano più coprire i fatti molto diversi6. Perché da Roma si intendeva7 essere venuto, con lungo circuito marittimo, essere finalmente arrivato lo instrumento8 della ratificazione alla lega fatta; sapevasi che in Inghilterra si preparavano genti e navili e in Ispagna navi per passare in Inghilterra, ed essere gli animi di tutti i popoli accesi a muovere la guerra in Francia; e opportunamente era sopravenuta la galeazza9 del pontefice carica di vini grechi, di formaggi e di sommate10, i quali, donati in suo nome al re e a molti signori e prelati, erano ricevuti da tutti con festa maravigliosa; e concorreva tutta la plebe (la quale spesso non meno muovono le cose vane che le gravi) con somma dilettazione a vederla, gloriandosi che mai più11 si fusse veduto in quella isola legno alcuno con le bandiere pontificali. Finalmente avendo il vescovo di Moravia, che aveva tanto trattato tra il pontefice e il re di Francia, mosso o dalla coscienza o dal desiderio che aveva del cardinalato, riferito, in uno parlamento convocato di tutta l’isola, molto favorevolmente e con ampia testimonianza della giustizia del pontefice, fu nel parlamento deliberato che si mandassino i prelati in nome del regno al concilio lateranense; e il re, facendone instanza gli imbasciadori del papa, comandò all’oratore del re di Francia che si partisse, perché non era conveniente che appresso a un re e in un reame divotissimo della Chiesa fusse veduto chi rappresentava uno re che12 tanto apertamente la sedia apostolica perseguitava: e già penetrava il secreto13 essere occultamente convenuto che il re di Inghilterra molestasse con l’armata marittima la costa di Normandia e di Brettagna, e che mandasse in Spagna ottomila fanti, per muovere, unitamente coll’armi del re d’Aragona, la guerra nel ducato di Ghienna. Il quale sospetto affliggeva maravigliosamente il re di Francia : perché essendo, per la memoria delle antiche guerre, spaventoso a’ popoli suoi il nome degli inghilesi, conosceva il pericolo maggiore14 essendo congiunte con loro l’armi spagnuole; e tanto più avendo, da dugento lancie in fuora, mandate tutte le genti d’arme in Italia, le quali richiamando, o tutte o parte, rimaneva in manifesto pericolo il ducato tanto amato da lui di Milano. E se bene, per non rimanere tanto sproveduto, accrescesse all’ordinanza vecchia ottocento lancie, nondimeno, che confidenza15 poteva avere, in tanti16 pericoli, negli uomini inesperti che di nuovo venivano alla milizia?17

Aggiugnevasi il sospetto, che ogni dì più cresceva, della alienazione18 di Cesare; perché era ritornato Andrea di Burgus, stato espedito19 con tanta espettazione, il quale con tutto che riferisse Cesare essere disposto a perseverare nella confederazione, nondimeno proponeva molto dure condizioni mescolandovi varie querele. Perché dimandava di essere assicurato che gli fusse ricuperato quello che gli apparteneva per i capitoli di Cambrai, affermando non potersi più fidare delle semplici promesse, per avere, e da principio e poi sempre, conosciuto essere molesto al re che egli acquistasse Padova; e che per consumarlo e tenerlo in continui travagli aveva speso volentieri ogni anno dugentomila ducati, sapendo che a lui premeva più lo spenderne cinquantamila20: avere recusato l’anno passato concedergli la persona del Triulzio, perché era capitano, e per volontà e per scienza militare, da21 terminare presto la guerra: dimandava che la figliuola seconda del re, minore di due22 anni, si sposasse al nipote23, assegnandogli in dote la Borgogna, e che la figlia gli fusse consegnata di presente; e che nella determinazione sua rimettessino le cause24 di Ferrara di Bologna e del concilio; contradicendo25 che l’esercito franzese andasse verso Roma, e protestando non essere per comportare26 che il re accrescesse in parte alcuna in Italia lo stato27 suo. Le quali condizioni gravissime, e quasi intollerabili per se stesse, faceva molto più gravi il conoscere non potere stare sicuro che, concedutegli tante cose, non variasse28 poi, o secondo l’occasioni o secondo la sua consuetudine. Anzi, la iniquità delle condizioni proposte faceva quasi manifesto argomento che29, già deliberato di alienarsi dal re di Francia, cercasse occasione di metterlo a effetto con qualche colore30, massime che non solo nelle parole ma eziandio nelle opere si scorgevano molti segni di cattivo animo31; perché né col Burgus erano venuti i procuratori tante volte promessi per andare al concilio pisano, anzi la congregazione de’ prelati fatta in Augusta avea finalmente risposto, con publico decreto, il concilio pisano essere scismatico e detestabile: benché con questa moderazione32, essere apparecchiati33 a mutare sentenza se in contrario fussino dimostrate più efficaci ragioni. E nondimeno il re, nel tempo che più gli sarebbe bisognato unire le forze sue, era necessitato tenere a requisizione34 di Cesare [dugento] lancie e tremila fanti in Verona e mille alla custodia di Lignago.

Tormentava oltre a questo molto l’animo del re il timore de’ svizzeri; perché, con tutto che avesse ottenuto di mandare alle diete loro il bagli d’Amiens35 al quale aveva dato amplissime commissioni36, risoluto con prudente consiglio (se prudenti si possono chiamare quelle deliberazioni che si fanno passata già l’opportunità del giovare) di spendere qualunque quantità di danari per ridurgli37 alla sua amicizia, nondimeno, prevalendo l’odio ardentissimo della plebe e le persuasioni efficaci del cardinale sedunense alla38 autorità di quegli che avevano, di dieta in dieta, impedito che non39 si facesse deliberazione contraria a lui, si sentiva erano inclinati a concedere semila fanti agli stipendi de’ confederati, i quali gli dimandavano per potergli opporre agli squadroni ordinati e stabili de’ fanti tedeschi.

Trovavasi inoltre il re privato interamente delle speranze della concordia; la quale, benché nel fervore dell'armi, non avevano mai omesso di trattare il cardinale di Nantes e il cardinale di Strigonia, prelato potentissimo del reame del17Ungheria: perché il pontefice aveva ultimatamente risposto, procurassino, se volevano gli udisse più, che prima fusse annullato il conciliabolo pisano, e che alla Chiesa fussino rendute le città sue, Bologna e Ferrara: né mostrando ne' fatti minore asprezza, aveva di nuovo privato40 molti de' prelati franzesi intervenuti a quello concilio, e Filippo Decio uno de' più eccellenti giurisconsulti di quella età, perché aveva scritto e disputato per la giustizia di quella causa, e seguitava i cardinali per indirizzare41 le cose che s'avevano a spedire giuridicamente42.

Né aveva il re, nelle difficoltà e pericoli che se gli mostravano da tanti luoghi, piede alcuno fermo o certo in parte alcuna di Italia: perché gli stati di Ferrara e di Bologna gli erano stati ed erano di molestia e di spesa, e da’ fiorentini, co’ quali faceva nuova instanza che in compagnia sua rompessino la guerra in Romagna, non poteva trarre altro che risposte generali; anzi aveva dell’animo loro43 qualche sospetto, perché in Firenze risedeva continuamente uno oratore del viceré di Napoli, e molto più per avere mandato l’oratore al re cattolico, e perché non comunicavano più seco le cose loro come solevano, e molto più perché avendogli ricercati che prorogassino la lega che finiva fra pochi mesi, senza dimandare danari o altre gravi obligazioni, andavano differendo, per essere liberi a pigliare i partiti che a quel tempo fussino giudicati migliori. La quale disposizione volendo augumentare il pontefice, né dare causa che la troppa asprezza sua gli inducesse a seguitare coll’armi la fortuna del re di Francia, concedette loro, senza che in nome publico la dimandassino, l’assoluzione dalle censure; e mandò nunzio a Firenze con umane commissioni Giovanni Gozzadini bolognese uno de’ cherici della camera apostolica, sforzandosi d’alleggerire il sospetto che aveano conceputo di lui.

Vedendosi adunque il re solo contro a tanti, o dichiaratisegli inimici o che erano per dichiararsi, né conoscendo potere se non molto difficilmente, resistere se in uno tempo medesimo concorressino tante molestie, comandò a Fois che con quanta più celerità potesse andasse contro all’esercito degli inimici, de’ quali per essere riputati manco potenti dell’esercito suo si prometteva la vittoria; e che vincendo, assaltasse senza rispetto Roma e il pontefice, il che quando succedesse44 gli pareva rimanere liberato da tanti pericoli; e che questa impresa, acciò che si diminuisse l’invidia e augumentassinsi le giustificazioni, si facesse in nome del concilio pisano, il quale deputasse un legato che andasse nell’esercito, [e] ricevesse in suo nome le terre che si acquistassino.

1. Popolarmente: con decisione di tutto il popolo.

2. datocose: stabilito il governo della città.

3. disordinato: sbandato.

4. dispensare: consumare.

5. astringendo: obbligando.

6. molto diversi: sottinteso, dalle parole.

7. si intendeva: giungeva notizia.

8. lo instrumento: il documento.

9. La galeazza era una grande galea armata di cannoni.

10. sommate: carni salate.

11. mai più: mai prima d’allora.

12. che: è soggetto.

13. penetrava il secreto: trapelava la notizia tenuta segreta.

14. conoscevamaggiore: si rendeva conto che il pericolo era maggiore che in passato.

15. confidenza: fiducia.

16. tanti: così grandi.

17. che… milizia: che cominciavano appena allora la vita militare.

18. alienazione: inimicizia.

19. espedito: mandato.

20. sapendo… cinquantamila: sapendo che lui (Massimiliano) aveva più difficoltà a spenderne cinquantamila di quanta ne avesse egli (il re di Francia) a spenderne duecentomila.

21. da: capace di.

22. la figliuola… anni: Renata di Francia, di due anni (e quindi minorenne).

23. Ferdinando d’Asburgo.

24. nella… cause: affidassero al suo giudizio le questioni.

25. contradicendo: opponendosi a.

26. protestando… comportare: dichiarando che non avrebbe permesso.

27. lo stato: il dominio.

28. non variasse: non cambiasse idea (il soggetto è Massimiliano).

29. faceva… che: provava quasi apertamente che.

30. con qualche colore: con qualche pretesto.

31. di cattivo animo: di intenzioni ostili.

32. moderazione: attenuazione.

33. apparecchiati: pronti.

34. a requisizione: su richiesta.

35. Raoul de Lannoy, signore di Morvilliers, già governatore di Genova.

36. amplissime commissioni: mandato di proporre (agli svizzeri) condizioni favorevolissime.

37. ridurgli: ricondurli.

38. alla: sulla.

39. impedito che non: impedito che.

40. privato: deposto dalla loro carica.

41. indirizzare: dirigere.

42. espedire giuridicamente: risolvere sul piano giuridico.

43. dell’animo loro: sulle loro intenzioni.

44. quando succedesse: qualora riuscisse.

CAPITOLO XII

Le forze del Fois; suo desiderio di affrontare i nemici, e ritirata di questi. Il re di Francia ordina di affrettare l’azione, per la tregua conclusa fra Massimiliano e i veneziani. Presa e sacco di Russi. L’esercito francese sotto Ravenna. Vano assalto alla città difesa da Marcantonio Colonna.

Mossosi adunque Fois da Brescia, venne al Finale, ove poiché per alcuni dì fu soggiornato per fare massa1 di vettovaglie le quali si conducevano di Lombardia, e per raccorre tutte le genti che il re aveva in Italia, eccetto quelle che per necessità rimanevano alla guardia delle terre, impedito ancora da’ tempi molto piovosi, venne a San Giorgio nel bolognese2: nel quale luogo gli sopravennono, mandati di nuovo3 di Francia, tremila fanti guasconi mille venturieri4 e mille piccardi, eletti fanti5 e appresso a’ franzesi di nome grande: di maniera che in tutto, secondo il numero vero, erano seco cinquemila fanti tedeschi cinquemila guasconi e ottomila parte italiani parte del reame di Francia, e mille secento lancie, computando in questo numero i dugento gentiluomini. A questo esercito si doveva congiugnere il duca di Ferrara, con cento uomini d’arme dugento cavalli leggieri e con apparato copioso di ottime artiglierie : perché Fois, impedito a condurre le sue per terra dalla difficoltà delle strade, l’aveva lasciate al Finale. Veniva medesimamente nell’esercito il cardinale di San Saverino, diputato legato di Bologna dal concilio, cardinale feroce6 e più inclinato all’armi che agli esercizi o pensieri sacerdotali. Ordinate in questo modo le cose si indirizzò, contro agli inimici, ardente di desiderio di combattere così per i comandamenti del re, che ogni dì più lo stimolava, come per la ferocia7 naturale del suo spirito e per la cupidità della gloria, accesa più per la felicità de’ successi passati8; non perciò traportato tanto da questo ardore che avesse nell’animo di assaltargli temerariamente, ma appropinquandosi a’ loro alloggiamenti tentare se spontaneamente venissino alla battaglia in luogo dove la qualità del sito non facesse inferiori le sue condizioni, o veramente9, con impedire le vettovaglie, ridurgli a necessità di combattere. Ma molto differente era la intenzione degli inimici; nell’esercito de’ quali, poi che sotto scusa di certa quistione se ne era partita la compagnia del duca di Urbino, essendo, secondo si diceva, mille quattrocento uomini d’arme mille cavalli leggieri e settemila fanti spagnuoli e tremila italiani soldati nuovamente, e riputandosi che i franzesi oltre all’eccedergli di numero avessino più valorosa cavalleria, non pareva loro sicuro il combattere in luogo pari, almeno insino a tanto non sopravenissino seimila svizzeri, i quali avendo di nuovo consentito i cantoni di concedere si trattava a Vinegia (dove per questo erano andati il cardinale sedunense e dodici imbasciadori di quella nazione) di soldargli a spese comuni del pontefice e de’ viniziani. Aggiugnevasi la volontà del re d’Aragona, il quale per lettere e per uomini propri aveva comandato che, quanto fusse in potestà loro, s’astenessino dal combattere; perché sperando principalmente in quello di che il re di Francia temeva principalmente, cioè che, differendosi insino a tanto che dal re di Inghilterra e da lui si cominciasse la guerra di Francia, sarebbe quel re necessitato a richiamare o tutte o la maggiore parte delle genti di là da’ monti, e conseguentemente si vincerebbe la guerra in Italia senza sangue e senza pericolo: per la quale ragione arebbe, insino da principio, se non l’avessino commosso10 la instanza e le querele gravi del pontefice, proibito che si tentasse la espugnazione di Bologna. Dunque, il viceré di Napoli e gli altri capitani aveano deliberato di alloggiare sempre propinqui allo esercito franzese, perché non gli rimanesse in preda le città di Romagna e aperto il cammino, di andare a Roma, ma porsi continuamente in luoghi sì forti, o per i siti o per avere qualche terra grossa11 alle spalle, che i franzesi non potessino assaltargli senza grandissimo disavvantaggio; e perciò non tenere conto né fare difficoltà di ritirarsi tante volte quante fusse di bisogno, giudicando, come uomini militari, non doversi attendere12 alle dimostrazioni e romori13 ma principalmente a ottenere la vittoria, dietro alla quale séguita la riputazione la gloria e le laudi degli uomini: per la quale deliberazione, il dì che l’esercito franzese alloggiò a Castelguelfo14 e a Medicina, essi che erano alloggiati appresso a detti luoghi si ritirorono alle mura d’Imola. Passorno il dì seguente i franzesi un miglio e mezzo appresso a Imola, stando gli inimici in ordinanza15 nel luogo loro; ma non volendo assaltargli con tanto disavvantaggio, passati più innanzi, alloggiò l’avanguardia a Bubano castello distante da Imola quattro miglia, l’altre parti dell’esercito a Mordano e Bagnara terre vicine l’una all’altra poco più di uno miglio, eleggendo di alloggiare sotto la strada maestra per la comodità delle vettovaglie; le quali si conducevano dal fiume del Po sicuramente, perché Lugo, Bagnacavallo e le terre circostanti, abbandonate dagli spagnuoli come Fois entrò nel bolognese, erano ritornate alla divozione del duca di Ferrara. Andorno l’altro giorno16 gli spagnuoli a Castel Bolognese, lasciato nella rocca di Imola presidio sufficiente e nella terra sessanta uomini d’arme sotto Giovanni Sassatello, alloggiando in sulla strada maestra e distendendosi verso il monte; e il dì medesimo i franzesi presono per forza il castello di Solarolo, e si arrenderono loro Cotignola e Granarolo, ove stettono il dì seguente, e gli inimici si fermorno nel luogo detto il Campo alle Mosche17. Nelle quali piccole mutazioni e luoghi tanto vicini procedeva l’uno e l’altro esercito in ordinanza, con l’artiglieria innanzi e con la faccia volta agli inimici, come se a ogni ora dovesse cominciare la battaglia; e nondimeno, procedendo amendue con grandissima circospezione e ordine: l’uno per non si lasciare stringere a fare giornata18 se non in luogo dove il vantaggio del sito ricompensasse il disavvantaggio del numero e delle forze; l’altro per condurre in necessità di combattere gli inimici, ma in modo che in uno tempo medesimo non avessino la repugnanza19 dell’armi e del sito.

Ebbe Fois in questo alloggiamento nuove commissioni dal re che accelerasse il fare la giornata, augumentando le medesime cagioni che l’aveano indotto a fare il primo comandamento. Perché avendo i viniziani, benché indeboliti per il caso di Brescia, e astretti prima da’ prieghi e poi da’ protesti e minaccie del pontefice e del re d’Aragona, recusato pertinacemente la pace con Cesare se non si consentiva che ritenessino20 Vicenza, si era finalmente fatta tregua tra loro per otto mesi, innanzi al pontefice21, con patto che ciascuno ritenesse quello possedeva22 e che pagassino a Cesare cinquantamila fiorini di Reno: onde non dubitando più il re della sua alienazione23, fu nel tempo medesimo certificato24 d’avere a ricevere la guerra di là da’ monti. Perché Ieronimo Cabaviglia25 oratore del re d’Aragona appresso a lui, fatta instanza di parlargli, presente il consiglio, aveva significato26 avere comandamento dal suo re di partirsi, e confortatolo27 in nome suo che desistesse dal favorire contro alla Chiesa i tiranni di Bologna, e da turbare per una causa sì ingiusta una pace di tanta importanza e tanto utile alla republica28 cristiana: offerendo, se per la restituzione di Bologna temeva di ricevere qualche danno, di assicurarlo29 con tutti i modi i quali esso medesimo desiderasse ; e in ultimo soggiugnendo che non poteva mancare, come era debito di ciascuno principe cristiano, alla difesa della Chiesa. Perciò Fois, già certo non essere a proposito30 l’accostarsi agli inimici, perché, per la comodità che avevano delle terre di Romagna, non si potevano se non con molta difficoltà interrompere31 loro le vettovaglie, né sforzargli, senza disavvantaggio grande, alla giornata32, indotto anche perché33 ne’ luoghi dove era l’esercito suo pativa di vettovaglie, deliberò con consiglio de’ suoi capitani di andare a campo a Ravenna; sperando che gli inimici, per non diminuire tanto di riputazione, non volessino lasciare perdere in su gli occhi loro una città tale, e così avere occasione di combattere in luogo eguale : e per impedire che l’esercito inimico, presentendo questo, non si accostasse a Ravenna si pose tra Cotignuola e Granarolo, lontano sette miglia da loro; dove stette fermo quattro dì, aspettando da Ferrara dodici cannoni e dodici pezzi minori d’artiglieria. La deliberazione del quale congetturando gli inimici mandorno a Ravenna Marcantonio Colonna, il quale innanzi consentisse d’andarvi bisognò che il legato, il viceré, Fabrizio, Pietro Navarra e tutti gli altri capitani gli obligassino ciascuno la fede sua34 di andare con tutto l’esercito, se i franzesi vi s’accampavano, a soccorrerlo; e con Marcantonio andorno sessanta uomini d’arme della sua compagnia, Pietro da Castro35 con cento cavalli leggieri, e Sallazart36 e Parades37 con secento fanti spagnuoli; il resto dello esercito si fermò alle mura di Faenza, dalla porta per la quale si va a Ravenna. Ove mentre stavano feciono con gli inimici una grossa scaramuccia: e in questo tempo Fois mandò cento lancie e mille cinquecento fanti a pigliare il castello di Russi, guardato solamente dagli uomini propri; i quali benché da principio, secondo l’uso della moltitudine, dimostrassino audacia, nondimeno, succedendo38quasi subito in luogo di quella il timore, cominciorno il dì medesimo a trattare di arrendersi : per i quali ragionamenti i franzesi, vedendo allentata la diligenza del guardare39, entrativi impetuosamente messono la terra a sacco; nella quale ammazzorno più di dugento uomini, gli altri feciono prigioni. Da Russi si accostò Fois a Ravenna, e il dì seguente alloggiò appresso alle mura, tra i due fiumi in mezzo de’ quali è situata quella città.

Nascono ne’ monti Apennini, ove partono40 la Romagna dalla Toscana, il fiume del Ronco detto dagli antichi Vitis, e il fiume del Montone, celebrato perché, eccettuato il Po, è il primo, de’ fiumi che nascono dalla costa sinistra dello Apennino, che entri in mare per proprio corso: questi, mettendo in mezzo la città di Furlì, il Montone dalla mano sinistra quasi congiunto alle mura, il Ronco dalla mano destra ma distante circa due miglia, si ristringono in sì breve spazio presso a Ravenna che l’uno dall’una parte l’altro dall’altra passano congiunti alle sue mura; sotto le quali mescolate insieme l’acque entrano nel mare, lontano ora tre miglia ma che già, come è fama, bagnava le mura. Occupava lo spazio tra l’uno e l’altro di questi due fiumi l’esercito di Fois, avendo la fronte del campo a porta Adriana41 quasi contigua alla ripa del Montone. Piantorono la notte prossima42 l’artiglierie, parte contro alla torre detta Rancona situata tra la porta Adriana e il Ronco, parte di là dal Montone, dove per uno ponte gittato in sul fiume era passata una parte dello esercito: accelerando quanto potevano il battere per prevenire a dare la battaglia innanzi che43 gli inimici, i quali sapevano già essere mossi, sì accostassino; né meno perché erano ridotti in grandissima difficoltà di vettovaglie, atteso che le genti viniziane, che si erano fermate a Ficheruolo, con legni armati impedivano quelle che si conducevano di Lombardia, e avendo affondate certe barche alla bocca del canale che entra in Po dodici miglia appresso a Ravenna e si conduce44 a due miglia presso a Ravenna, impedivano l’entrarvi quelle45 che venivano da Ferrara in su legni ferraresi, le quali condurre per terra in su le carra era difficile e pericoloso. Era oltre a questo molto incomodo e con pericolo l’andare a saccomanno46, perché erano necessitati discostarsi sette o otto miglia dal campo. Dalle quali cagioni astretto Fois deliberò dare il dì medesimo la battaglia, ancora che conoscesse che era molto difficile l’entrarvi, perché del muro battuto non era rovinata più che la lunghezza di trenta braccia né per quello si poteva entrare se non con le scale, conciossiaché fusse rimasta l’altezza da terra poco meno di tre braccia : le quali difficoltà per superare con la virtù e con l’ordine, e per accendergli con l’emulazione tra loro medesimi, partì47 in tre squadroni distinti l’uno dall’altro i fanti tedeschi italiani e franzesi, ed eletti di ciascuna compagnia di gente d’arme dieci de’ più valorosi, impose loro che coperti dalle medesime armi colle quali combattono a cavallo andassino a piede innanzi a’ fanti; i quali accostatisi al muro dettono l’assalto molto terribile, difendendosi egregiamente quegli di dentro, con laude grande di Marcantonio Colonna, il quale non perdonando né a fatica né a pericolo48 soccorreva ora qua ora là secondo che più era di bisogno. Finalmente i franzesi, perduta la speranza di spuntare49 gli inimici, e percossi con grave danno per fianco da una colubrina50 piantata in su uno bastione, avendo combattuto per spazio di tre ore, si ritirorno agli alloggiamenti, perduti circa trecento fanti e alcuni uomini d’arme e feritine quantità non minore, e tra gli altri Ciattiglione e Spinosa capitano dell’artiglierie51, i quali percossi dell’artiglierie di dentro pochi dì poi morirono. Fu ancora ferito Federigo da Bozzole ma leggiermente.

1. massa: rifornimento.

2. San Giorgio in Piano.

3. di nuovo: di recente.

4. I venturieri erano soldati non stipendiati, che militavano fuori dalle compagnie ordinarie.

5. eletti fanti: soldati scelti.

6. feroce: combattivo.

7. la ferocia: l’ardimento.

8. accesa… passati: accesa ancor più dalle vittorie passate.

9. o veramente: oppure.

10. commosso: spinto.

11. terra grossa: grande città fortificata.

12. attendere: badare.

13. romori: voci, fama.

14. Castelguelfo di Bologna.

15. in ordinanza: in schieramento di battaglia.

16. l’altro giorno: il giorno dopo.

17. Località di difficile identificazione.

18. stvignere a fave giornata: costringere alla battaglia campale.

19. la repugnanza: l’avversità.

20. ritenessino: conservassero.

21. innanzi al pontefice: con la garanzia del pontefice.

22. quello possedeva: quello che possedeva.

23. alienazione: inimicizia.

24. certificato: informato.

25. Jéronimo Cabanillas.

26. significato: detto.

27. confortatolo: lo aveva esortato.

28. alla republica: alla comunità.

29. assicurarlo: dargli garanzie.

30. a proposito: conveniente.

31. interrompere: ostacolare.

32. sforzarglialla giornata: costringerli… alla battaglia.

33. perché: dal fatto che.

34. gli… sua: gli garantissero ognuno sotto giuramento.

35. Pedro de Castro.

36. Salazar.

37. Cristòbal de Paredes o (meno probabilmente) Alvaro de Paredes.

38. succedendo: subentrando.

39. la… guardare: la sorveglianza.

40. partono: dividono.

41. A nord-est.

42. prossima: seguente.

43. accelerando… che: cercando di dare l’assalto al più presto possibile per attaccare battaglia prima che.

44. si conduce: giunge.

45. impedivano… quelle: impedivano di entrarvi a quelle. Costrutto latineggiante.

46. a saccomanno: a rifornirsi di biade e vettovaglie.

47. partì: divise.

48. non… pericolo: senza risparmiare alcuna fatica e senza evitare alcun pericolo.

49. spuntare: far sloggiare.

50. La colubrina: era un pezzo di artiglieria lungo e sottile.

51. Paul de Busserade (o Benserade) barone di Cepy (o d’Espic, o d’Espy e de Chepy), chiamato anche dagli italiani monsignore da Spina, o Delspin o di Spano.

CAPITOLO XIII

L’esercito dei collegati si stanzia a tre miglia da Ravenna; deliberazione del Fois di assaltarlo. Ordine dell’esercito francese e parole del Fois ai soldati. Ordine dell’esercito dei collegati. La battaglia di Ravenna. Le perdite de’ due eserciti. Sacco di Ravenna; l’esercito francese dopo la morte del Fois.

Convertironsi dipoi il dì seguente1 i pensieri dal combattere le mura al combattere con gli inimici; i quali, alla mossa dello esercito franzese, volendo osservare la fede data a Marcantonio, entrati, a Furlì, tra i fiumi medesimi e dopo alquante miglia passato il fiume del Ronco, venivano verso Ravenna. Nel quale tempo i cittadini della terra, impauriti per la battaglia data il dì precedente, mandorono senza saputa di Marcantonio uno di loro a trattare di arrendersi. Il quale mentre va2 innanzi e indietro con le risposte, ecco scoprirsi3 l’esercito inimico che camminava lungo il fiume. Alla vista del quale si levò subito con grandissimo romore in armi l’esercito franzese, armati tutti entrorno ne’ loro squadroni, levoronsi tumultuosamente dalle mura l’artiglierie e levate si voltorno verso gli inimici; consultando intrattanto Fois con gli altri capitani se fusse da passare all’ora medesima4 il fiume per opporsi che non entrassino5 in Ravenna: il che o non arebbono deliberato di fare, o almeno era impossibile coll’ordine conveniente e con la prestezza necessaria; dove a loro6 fu facile l’entrare quel giorno in Ravenna, per il bosco della Pigneta7 che è tra ’l mare e la città: la qual cosa costrigneva i franzesi a partirsi, per la penuria delle vettovaglie, disonoratamente della Romagna. Ma essi, o non conoscendo l’occasione e temendo di non8 essere sforzati, mentre camminavano, a combattere in campagna aperta, o giudicando per l’approssimarsi loro essere abbastanza soccorsa Ravenna, perché Fois non ardirebbe più di darvi la battaglia, si fermorno contro all’espettazione di tutti appresso a tre miglia a Ravenna, dove si dice il Mulinacelo9, e fermati attesono, tutto il rimanente di quel dì e la notte seguente, a fare lavorare un fosso, tanto largo e tanto profondo quanto patì10 la brevità del tempo, innanzi alla fronte del loro alloggiamento. Nel qual tempo si consigliava11, non senza diversità di pareri, tra’ capitani franzesi. Perché dare di nuovo l’assalto alla città era giudicato di molto pericolo, avendo innanzi a sé poca apertura del muro e alle spalle gli inimici; inutile il soprasedere, senza speranza di fare più effetto alcuno, anzi impossibile per la carestia delle vettovaglie; e il ritirarsi rendere agli spagnuoli maggiore riputazione di quella che essi col farsi innanzi avevano i dì precedenti guadagnata: pericolosissimo, e contro alle deliberazioni sempre fatte, l’assaltargli nel loro alloggiamento, il quale si pensava avessino fortificato; e tra tutti i pericoli, doversi più fuggire quello dal quale ne potevano succedere12 maggiori mali, né potersi disordine o male alcuno pareggiare all’essere rotti13. Nelle quali difficoltà fu alla fine deliberato, confortando14 massimamente Fois questa deliberazione come cosa più gloriosa e più sicura, andare, come prima15 apparisse il dì, ad assaltare gli inimici: secondo la quale deliberazione, gittato la notte il ponte in sul Ronco e spianati, per facilitare il passare, gli argini delle ripe da ogni parte, la mattina all’aurora che fu l’undecimo dì d’aprile, dì solennissimo per la memoria della santissima Resurrezione, passorno per il ponte i fanti tedeschi, ma quasi tutti quegli della avanguardia e della battaglia16 passorno a guazzo17 il fiume; il retroguardo guidato da Ivo di Allegri, nel quale erano quattrocento lancie, rimase in sulla riva del fiume verso Ravenna, perché secondo il bisogno potesse soccorrere all’esercito e opporsi se i soldati o il popolo uscissino di Ravenna; e alla guardia del ponte, gittato prima in sul Montone, fu lasciato Paris Scoto18 con mille fanti.

Preparoronsi con questo ordine i franzesi alla battaglia. L’avanguardia con l’artiglierie innanzi, guidata dal duca di Ferrara, e ove era anche il [generale] di Normandia19 con settecento lancie e co’ fanti tedeschi, fu collocata in sulla riva del fiume che era loro a mano destra, stando i fanti alla sinistra della cavalleria. Allato all’antiguardia, pure per fianco, furno posti i fanti della battaglia, ottomila, parte guasconi parte piccardi; e dipoi, allargandosi pure sempre tanto più20 dalla riva del fiume, fu posto l’ultimo squadrone de’ fanti italiani guidati da Federico da Bozzole e da… degli Scotti21, nel quale non erano più di cinquemila fanti, perché con tutto che Fois, passando innanzi a Bologna, avesse raccolti quelli che vi erano a guardia, molti si erano fuggiti per la strettezza22 de’ pagamenti; e allato a questo squadrone, tutti gli arcieri e cavalli leggieri che passavano il numero di tremila. Dietro a tutti questi squadroni, i quali non distendendosi per linea retta ma piegandosi facevano quasi forma di mezza luna, dietro a tutti, in sulla riva del fiume erano collocate le secento lancie della battaglia, guidate dal la Palissa e insieme dal cardinale di San Severino legato del concilio, il quale grandissimo di corpo e di vasto animo, coperto dal capo insino a’ piedi d’armi lucentissime, faceva molto più l’ufficio del capitano che di cardinale o di legato. Non si riservò Fois luogo o cura alcuna particolare, ma eletti di tutto l’esercito trenta valorosissimi gentiluomini volle essere libero a provedere e soccorrere per tutto, facendolo manifestamente riconoscere dagli altri lo splendore e la bellezza dell’armi e la sopravesta, e allegrissimo nel volto, con gli occhi pieni di vigore e quasi per la letizia sfavillanti. Come l’esercito fu ordinato23, salito in su l’argine del fiume, con facondia (così divulgò la fama) più che militare, parlò accendendo gli animi dello esercito in questo modo:

— Quello che, soldati miei, noi abbiamo tanto desiderato, di potere nel campo aperto combattere con gli inimici, ecco che, questo dì, la fortuna stataci in tante vittorie benigna madre ci ha largamente conceduto, dandoci l’occasione d’acquistare con infinita gloria la più magnifica vittoria che mai alla memoria degli uomini acquistasse esercito alcuno: perché non solo Ravenna non solo tutte le terre di Romagna resteranno esposte alla vostra discrezione ma saranno parte minima de’ premi del vostro valore; conciossiaché, non rimanendo più in Italia chi possa opporsi all’armi vostre, scorreremo24 senza resistenza alcuna insino a Roma; ove le ricchezze smisurate di quella scelerata corte, estratte per tanti secoli dalle viscere de’ cristiani, saranno saccheggiate da voi: tanti ornamenti superbissimi tanti argenti tanto oro tante gioie tanti ricchissimi prigioni che tutto il mondo arà invidia alla sorte vostra. Da Roma, colla medesima facilità, correremo insino a Napoli, vendicandoci di tante ingiurie ricevute. La quale felicità io non so immaginarmi cosa alcuna che sia per impedircela, quando io considero la vostra virtù la vostra fortuna l’onorate vittorie che avete avute in pochi dì, quando io riguardo i volti vostri, quando io mi ricordo che pochissimi sono di voi che innanzi agli occhi miei non abbino con qualche egregio fatto data testimonianza del suo25 valore. Sono gli inimici nostri quegli medesimi spagnuoli che per la giunta nostra si fuggirono vituperosamente di notte da Bologna; sono quegli medesimi che, pochi dì sono, non altrimenti che col fuggirsi alle26 mura d’Imola e di Faenza o ne’ luoghi montuosi e difficili, si salvorono da noi. Non combatté mai questa nazione nel regno di Napoli con gli eserciti nostri in luogho aperto ed eguale ma con vantaggio sempre o di ripari o di fiumi o di fossi, non confidatisi mai nella virtù ma nella fraude e nelle insidie. Benché, questi non sono quegli spagnuoli inveterati nelle guerre napoletane ma gente nuova e inesperta, e che non combatté mai contro ad altre armi che contro agli archi e le freccie e le lancie spuntate27 de’ mori; e nondimeno rotti con tanta infamia, da quella gente debole di corpo timida d’animo disarmata e ignara di tutte l’arti della guerra, l’anno passato, all’Isola delle Gerbe28, dove fuggendo questo medesimo Pietro Navarra, capitano appresso a loro di tanta fama, fu esempio memorabile a tutto il mondo che differenza sia a fare battere le mura con l’impeto della polvere e con le cave fatte nascosamente sotto terra a combattere29 con la vera animosità e fortezza. Stando ora rinchiusi dietro a uno fosso fatto con grandissima paura questa notte, coperti i fanti dall’argine e confidatisi nelle carrette armate30; come se la battaglia si avesse a fare con questi instrumenti puerili e non con la virtù dell’animo31 e con la forza de’ petti e delle braccia. Caverannogli, prestatemi fede, di queste loro caverne le ncstre artiglierie, condurrannogli alla campagna scoperta e piana: dove apparirà quello che32 l’impeto franzese la ferocia tedesca e la generosità degli italiani vaglia più che l’astuzia e gli inganni spagnuoli. Non può cosa alcuna diminuire la gloria nostra se non l’essere noi tanto superiori di numero, e quasi il doppio di loro; e nondimeno, l’usare questo vantaggio, poiché ce lo ha dato la fortuna, non sarà attribuito a viltà nostra ma a imprudenza e temerità loro: i quali non conduce a combattere il cuore o la virtù ma l’autorità di Fabbrizio Colonna, per le promesse fatte inconsideratamente a Marcantonio; anzi la giustizia divina, per castigare con giustissime pene la superbia ed enormi vizi di Giulio falso pontefice, e tante fraudi e tradimenti usati alla bontà del nostro re dal perfido re di Aragona. Ma perché mi distendo33 io più in parole? perché con superflui conforti34, appresso a soldati di tanta virtù, differisco io tanto la vittoria quanto di tempo si consuma a parlare con voi? Fatevi innanzi valorosamente secondo l’ordine dato, certi che questo dì darà al mio re la signoria a voi le ricchezze di tutta Italia. Io vostro capitano sarò sempre in ogni luogo con voi ed esporrò, come sono solito, la vita mia a ogni pericolo; felicissimo35 più che mai fusse alcuno capitano poi che ho a fare36, con la vittoria di questo dì, più gloriosi e più ricchi i miei soldati che mai, da trecento anni in qua, fussino soldati o esercito alcuno. —

Da queste parole, risonando l’aria di suoni di trombe e di tamburi e di allegrissimi gridi di tutto l’esercito, cominciorono a muoversi verso lo alloggiamento degli inimici, distante dal luogo dove avevano passato il fiume manco di due miglia : i quali, alloggiati distesi in su la riva del fiume che era loro da mano sinistra, e fatto innanzi a sé uno fosso tanto profondo quanto la brevità del tempo aveva permesso (che girando da mano destra cigneva tutto lo alloggiamento), lasciato aperto per potere uscire co’ cavalli a scaramucciare in su la fronte del fosso uno spazio di venti braccia, dentro al quale alloggiamento, come sentirno i franzesi cominciare a passare il fiume, si erano messi in battaglia con questo ordine: l’avanguardia di ottocento uomini d’arme, guidata da Fabrizio Colonna, collocata lungo la riva del fiume, e congiunto a quella a mano destra uno squadrone di seimila fanti : dietro all’avanguardia, pure lungo il fiume, era la battaglia di secento lancie, e allato uno squadrone di quattromila fanti, condotta dal viceré, e con lui il marchese della Palude37; e in questa veniva il cardinale de’ Medici, privo per natura in gran parte del lume degli occhi, mansueto di costumi e in abito di pace, e nelle dimostrazioni e negli effetti molto dissimile al cardinale di San Severino. Seguitava dietro alla battaglia, pure in su la riva del fiume, il retroguardo di quattrocento uomini d’arme condotto da Carvagial capitano spagnuolo38, con lo squadrone allato di quattromila fanti; e i cavalli leggieri, de’ quali era capitano generale Fernando Davalo marchese di Pescara39, ancora giovanetto ma di rarissima espettazione40erano posti a mano destra alle spalle de’ fanti per soccorrere quella parte che inclinasse41: l’artigliene erano poste alla testa delle genti d’arme; e Pietro Navarra, che con cinquecento fanti eletti non si era obligato a luogo alcuno, aveva in sul fosso alla fronte della fanteria collocato trenta carrette che avevano similitudine de’ carri falcati degli antichi, cariche di artiglierie minute, con uno spiede lunghissimo sopra esse42 per sostenere più facilmente l’assalto de’ franzesi. Col quale ordine stavano fermi dentro alla fortezza del fosso43, aspettando che l’esercito inimico venisse ad assaltargli : la quale deliberazione come non riuscì utile nella fine apparì similmente molto nociva nel principio. Perché era stato consiglio44 di Fabrizio Colonna che si percotesse negli inimici45 quando cominciorno a passare il fiume, giudicando maggiore vantaggio il combattere con una parte sola46 che quello che dava loro l’avere fatto innanzi a sé uno piccolo fosso; ma contradicendo Pietro Navarra, i cui consigli erano accettati quasi come oracoli dal viceré, fu deliberato, poco prudentemente, lasciargli passare.

Però, fattisi innanzi i franzesi e già vicini circa dugento braccia al fosso, come veddeno stare fermi gli inimici né volere uscire dello alloggiamento si fermorono, per non dare quello vantaggio che essi cercavano d’avere. Così stette immobile l’uno esercito e l’altro per spazio di più di due ore; tirando in questo tempo da ogni parte infiniti colpi d’artiglierie, delle quali pativano non poco47 i fanti de’ franzesi per avere il Navarra piantato l’artiglieria in luogo che molto gli offendeva. Ma il duca di Ferrara, tirata dietro all’esercito una parte dell’artiglierie, le condusse con celerità grande alla punta de’ franzesi, nel luogo proprio dove erano collocati gli arcieri: la quale punta, per avere l’esercito forma curva, era quasi alle spalle degli inimici: donde cominciò a battergli per fianco ferocemente, e con grandissimo danno, massime della cavalleria, perché i fanti spagnuoli, ritirati dal Navarra in luogo basso accanto all’argine del fiume e gittatisi per suo comandamento distesi in terra non potevano essere percossi. Gridava con alta voce Fabbrizio, e con spessissime imbasciate importunava il viceré, che senza aspettare di essere consumati da’ colpi delle artiglierie si uscisse alla battaglia; ma ripugnava il Navarra mosso da perversa ambizione, perché presupponendosi48 dovere per la virtù de’ fanti spagnuoli rimanere vittorioso, quando bene fussino periti tutti gli altri, riputava tanto augumentarsi la gloria sua quanto più cresceva il danno dell’esercito. Ma era già tale il danno che nella gente d’arme e ne’ cavalli leggieri faceva l’artiglieria che più non si poteva sostenere; e si vedevano, con miserabile spettacolo mescolato con gridi orribili, ora cadere per terra morti i soldati e i cavalli ora balzare per aria le teste e le braccia spiccate dal resto del corpo. Però Fabrizio; esclamando: — abbiamo noi tutti vituperosamente a morire per la ostinazione e per la malignità di uno marrano49? ha a essere distrutto tutto questo esercito senza che facciamo morire uno solo degli inimici? dove sono le nostre tante vittorie contro a’ franzesi? ha l’onore di Spagna e di Italia a perdersi per uno Navarro? — spinse fuora del fosso la sua gente d’arme, senza aspettare o licenza o comandamento del viceré: dietro al quale seguitando tutta la cavalleria, fu costretto Pietro Navarra dare il segno a’ suoi fanti; i quali, rizzatisi con ferocia grande, si attaccorono co’ fanti tedeschi che già s’erano approssimati a loro. Così mescolate tutte le squadre cominciò una grandissima battaglia, e senza dubbio delle maggiori che per molti anni avesse veduto Italia: perché e la giornata del Taro era stato poco altro più che uno gagliardo scontro di lancie, e i fatti d’arme del regno di Napoli furono più presto disordini o temerità che battaglie, e nella Ghiaradadda non aveva dell’esercito de’ viniziani combattuto altro che la minore parte; ma qui, mescolati tutti nella battaglia, che si faceva in campagna piana senza impedimento di acque o ripari, combattevano due eserciti d’animo ostinato alla vittoria o alla morte, infiammati non solo dal pericolo dalla gloria e dalla speranza ma ancora da odio di nazione contro a nazione. E fu memorabile spettacolo che, nello scontrarsi i fanti tedeschi con gli spagnuoli, messisi innanzi agli squadroni due capitani molto pregiati, Iacopo Empser tedesco e Zamudio spagnuolo, combatterono quasi per provocazione50; dove ammazzato lo inimico restò lo spagnuolo vincitore. Non era, per l’ordinario51, pari la cavalleria dell’esercito della lega alla cavalleria de’ franzesi, e l’avevano il dì conquassata e lacerata in modo l’artigliene che era diventata molto inferiore: però, poi che ebbe sostentato per alquanto spazio di tempo più col valore del cuore che colle forze l’impeto degli inimici, e sopravenendo addosso a loro per fianco Ivo d’Allegri col retroguardo e co’ mille fanti lasciati al Montone, chiamato dal la Palissa, e preso già da’ soldati del duca di Ferrara Fabbrizio Colonna mentre che valorosamente combatteva, non potendo più resistere voltò le spalle; aiutata anche dall’esempio de’ capitani, perché il viceré e Carvagial, non fatta l’ultima esperienza della virtù de’ suoi52, si messono in fuga conducendone quasi intero il terzo squadrone; e con loro fuggì Antonio De Leva, uomo allora di piccola condizione ma che poi, esercitato per molti anni in tutti i gradi della milizia, diventò chiarissimo capitano. Erano già stati rotti tutti i cavalli leggeri e preso il marchese di Pescara loro capitano, pieno di sangue e di ferite; preso il marchese della Palude, il quale per uno campo pieno di fosse e di pruni aveva condotto alla battaglia con disordine grande il secondo squadrone; coperto il terreno di cavalli e d’uomini morti; e nondimeno la fanteria spagnuola, abbandonata da’ cavalli, combatteva con incredibile ferocia; e se bene nel primo scontro co’ fanti tedeschi era stata alquanto urtata53 dall’ordinanza ferma delle picche54, accostatasi poi a loro alla lunghezza delle spade, e molti degli spagnuoli coperti dagli scudi entrati co’ pugnali tra le gambe de’ tedeschi, erano con grandissima uccisione pervenuti già quasi a mezzo lo squadrone. Presso a’ quali i fanti guasconi, occupata la via tra il fiume e l’argine, avevano assaltato i fanti italiani; i quali, benché avessino patito molto dall’artiglieria, nondimeno gli rimettevano55 con somma laude se con una compagnia di cavalli non fusse entrato tra loro Ivo d’Allegri : con maggiore virtù che fortuna, perché essendogli quasi subito ucciso innanzi agli occhi propri Viverroé, suo figliuolo56, egli non volendo sopravivere a tanto dolore, gittatosi col cavallo nella turba più stretta degli inimici, combattendo come si conveniva a fortissimo capitano e avendone già morti di loro, fu ammazzato. Piegavano i fanti italiani non potendo resistere a tanta moltitudine, ma una parte de’ fanti spagnuoli, corsa al soccorso loro, gli fermò nella battaglia57; e i fanti tedeschi, oppressi dall’altra parte degli spagnuoli, a fatica potevano più resistere: ma essendo già fuggita tutta la cavalleria, si voltò loro addosso Fois con grande moltitudine di cavalli; per il che gli spagnuoli, più tosto ritraendosi che scacciati dalla battaglia, non perturbati in parte alcuna gli ordini loro, entrati in su la via che è tra il fiume e l’argine, camminando di passo e con la fronte stretta58, e però per la fortezza di quella ributtando i franzesi, cominciorono a discostarsi. Nel quale tempo il Navarra, desideroso più di morire che di salvarsi e però non si partendo dalla battaglia, rimase prigione. Ma non potendo comportare Fois che quella fanteria spagnuola se ne andasse, quasi come vincitrice, salva nell’ordinanza sua59, e conoscendo non essere perfetta la vittoria se questi come gli altri non si rompevano60, andò furiosamente ad assaltargli con una squadra di cavalli, percotendo negli ultimi61; da’ quali attorniato e gittato da cavallo o, come alcuni dicono, essendogli caduto mentre combatteva il cavallo addosso, ferito d’una lancia in uno fianco fu ammazzato: e se, come si crede, è desiderabile il morire a chi è nel colmo della maggiore prosperità, morte certo felicissima, morendo acquistata già sì gloriosa vittoria. Morì di età molto giovane, e con fama singolare per tutto il mondo, avendo in manco di tre mesi, e prima quasi capitano che soldato, con incredibile celerità e ferocia ottenuto tante vittorie. Rimase in terra appresso a lui con venti ferite Lautrech, quasi per morto; che poi, condotto a Ferrara, per la diligente cura de’ medici salvò la vita.

Per la morte di Fois furno lasciati andare senza molestia alcuna i fanti spagnuoli: il rimanente dell’esercito era già dissipato62 e messo in fuga, presi i carriaggi, prese le bandiere e l’artiglierie, preso il legato del pontefice, il quale dalle mani degli stradiotti63 venuto in potestà di Federico da Bozzole fu da lui presentato al legato del concilio; presi Fabrizio Colonna Pietro Navarra il marchese della Palude quello di Bitonto64 il marchese di Pescara e molti altri signori e baroni e onorati gentiluomini spagnuoli e del regno di Napoli. Niuna cosa è più incerta che il numero de’ morti nelle battaglie; nondimeno, nella varietà65 di molti, si afferma più comunemente che trall’uno esercito e l’altro morirno almeno diecimila uomini, il terzo de’ franzesi i due terzi degli inimici; altri dicono di molti più ma senza dubbio quasi tutti i più valorosi e più eletti, tra’ quali, degli ecclesiastici, Raffaello de’ Pazzi condottiere di chiaro nome; e moltissimi feriti. Ma in questa parte fu senza comparazione molto maggiore il danno del vincitore per la morte di Fois, di Ivo d’Allegri e di molti uomini della nobiltà franzese; il capitano Iacob, e più altri valorosi capitani della fanteria tedesca, alla virtù della quale si riferiva66, ma con prezzo grande del sangue loro, in non piccola parte la vittoria; molti capitani, insieme con Molard, de’ guasconi e de’ piccardi: le quali nazioni perderono, quel dì, appresso a’ franzesi tutta la gloria loro. Ma tutto il danno trapassò la morte di Fois, col quale mancò del tutto il nervo67 e la ferocia di quello esercito. De’ vinti che si salvorno nella battaglia fuggì la maggiore parte verso Cesena, onde fuggivano ne’ luoghi più distanti; né il viceré si fermò prima che in Ancona, ove pervenne accompagnato da pochissimi cavalli. Furonne svaligiati e morti molti nella fuga, perché e i paesani correvano per tutto alle strade, e il duca di Urbino, il quale, mandato molti dì prima Baldassarre da Castiglione al re di Francia, e avendo uomini propri appresso a Fois, si credeva che occultamente avesse convenuto contro al zio68, non solo suscitò contro a quegli che fuggivano gli uomini del paese ma mandò soldati a fare il medesimo nel territorio di Pesero: sole quelle che fuggirono per le terre de’ fiorentini, per comandamento degli ufficiali, e poi della republica, passorno illese.

Ritornato l’esercito vincitore agli alloggiamenti, i ravennati mandorno subito ad arrendersi: ma, o mentre che convengono69 o che già convenuto attendono a ordinare70 vettovaglie per mandarle nel campo, intermessa la diligenza del guardare le mura, i fanti tedeschi e guasconi, entrati per la rottura del muro battuto nella terra, crudelissimamente la saccheggiorno; accendendogli a maggiore crudeltà, oltre all’odio naturale contro al nome italiano, lo sdegno del danno ricevuto nella giornata. Lasciò, il quarto dì poi, Marcantonio Colonna la cittadella nella quale si era rifuggito, salve le persone e la roba; ma promettendo all’incontro71, insieme con gli altri capitani, di non prendere più arme né contro al re di Francia né contro al concilio pisano insino alla festività prossima di Maria Maddalena72 : né molti dì poi, ’l vescovo Vitello preposto con cento cinquanta fanti alla rocca, concedutagli la medesima facoltà, consentì di darla. Seguitorno la fortuna della vittoria73 le città di Imola di Furlì di Cesena e di Rimini, e tutte le rocche della Romagna, eccetto quelle di Furlì e di Imola : le quali tutte furno ricevute dal legato in nome del concilio pisano. Ma l’esercito franzese, rimasto per la morte di Fois e per tanto danno ricevuto come attonito, dimorava oziosamente quattro miglia appresso a Ravenna; e incerti il legato e la Palissa (ne’ quali era pervenuto il governo, perché Alfonso da Esti se ne era già ritornato a Ferrara) quale fusse la volontà del re, aspettavano le sue commissioni, non essendo anche appresso a’ soldati di tanta autorità che fusse bastante a fare muovere l’esercito, implicato74 nel dispensare75 o mandare in luoghi sicuri le robe saccheggiate, e indeboliti tanto di forze e di animo per la vittoria acquistata con tanto sangue che parevano più simili a vinti che vincitori; onde tutti i soldati con lamenti e con lacrime chiamavano il nome di Fois; il quale, non impediti né spaventati da cosa alcuna, arebbono seguitato per tutto. Né si dubitava che, tirato dallo impeto della sua ferocia e dalle promesse fattegli, secondo si diceva, dal re, che a lui si acquistasse il reame di Napoli, sarebbe, subito dopo la vittoria, con la consueta celerità corso a Roma, e che il pontefice e gli altri, non avendo alcuna altra speranza di salvarsi, si sarebbeno precipitosamente messi in fuga.

1. 10 aprile 1512.

2. mentre va: il mentre seguito dal presente storico ricalca l’uso latino del dum.

3. scoprirsi: apparire.

4. all’ora medesima: contemporaneamente.

5. per… entrassino: per impedire che entrassero (soggetto è gli inimici).

6. dove a loro: mentre a loro (ai nemici).

7. La pineta di Classe, a sud-est di Ravenna.

8. temendo di non: temendo di.

9. Il Molinaccio.

10. quanto patì: quanto consentì.

11. si consigliava: ci si consultava.

12. dalsuccedere: dal quale potevano nascere (il ne è pleonastico).

13. rotti: sconfitti.

14. confortando: favorendo.

15. come prima: appena.

16. della battaglia: del grosso dell’esercito.

17. a guazzo: a guado.

18. Il conte Paride (o Paris) Scotti da Piacenza.

19. Thomas Bohier, barone di Saint-Ciergue, generale delle finanze di Normandia.

20. allargandosi… più: allontanandosi progressivamente.

21. Niccolò Scotti da Piacenza.

22. la strettezza: la scarsezza.

23. fu ordinato: fu schierato in ordine di battaglia.

24. scorreremo: avanzeremo.

25. del suo: del proprio.

26. col fuggirsi alle: rifugiandosi nelle.

27. spuntate: con la punta a forma di mezzaluna.

28. Nel 1510, quando nella battaglia di Djérba gli spagnoli ricevettero dai berberi una pesante sconfitta.

29. a fare… a combattere: tra fare… e combattere.

30. carrette armate: carri carichi di piccole artiglierie, armati sul davanti di una picca e sui lati di due ferri taglienti a forma di falce.

31. con… animo: con il coraggio.

32. quello che: quanto.

33. mi distendo: mi dilungo.

34. con… conforti: con inutili incoraggiamenti.

35. felicissimo: fortunatissimo.

36. ho a fare: farò.

37. Antonio di Cardona e Ventimiglia, marchese della Padula, in provincia di Salerno.

38. Alfonso de Carvajal signore di Jòdar.

39. Francesco Ferdinando d’Avalos, marchese di Pescara.

40. di… espettazione: molto promettente.

41. inclinasse: cedesse.

42. esse: si riferisce a carrette.

43. dentro… fosso: protetti dal fosso.

44. consiglio: parere.

45. che… inimici: che si attaccassero i nemici.

46. con una parte sola: soltanto con una parte (dei nemici).

47. pativano non poco: venivano non poco colpiti, ricevevano non piccolo danno.

48. presupponendosi: ripromettendosi.

49. Marrano era un appellativo ingiurioso rivolto in Spagna ai mori convertiti recentemente al cristianesimo.

50. per provocazione: in duello.

51. per l’ordinario: come al solito.

52. non fatta… suoi: senza aver sfruttato fino in fondo il valore dei loro soldati.

53. urtata: danneggiata.

54. dall’ordinanza ferma delle picche: dai soldati armati di picca, ben fermi al loro posto di combattimento.

55. gli rimettevano: li avrebbero respinti.

56. Jacques d’Alègre, signore di Viveros (o Viverols).

57. gli… battaglia: fece in modo che rimanessero fermi al loro posto di combattimento.

58. di… stretta: di buon passo e a file serrate.

59. salva… sua: senza disordinare il proprio schieramento.

60. non si rompevano: non venivano sbaragliati e messi in fuga.

61. percotendo negli ultimi: attaccando gli ultimi.

62. dissipato: disperso.

63. Gli stradiotti erano cavalleggeri al servizio di Venezia, di origine greca o dalmata.

64. Giovanni Francesco d’Acquaviva.

65. nella varietà: tra le diverse indicazioni provenienti dalle fonti.

66. si riferiva: si attribuiva.

67. il nervo: la forza.

68. avesse… zio: si fosse accordato contro lo zio (Giulio II).

69. convengono: si accordano.

70. ordinare: preparare.

71. all’incontro: in cambio.

72. 22 luglio.

73. seguitorono… vittoria: si arresero ai vincitori.

74. implicato: occupato.

75. nel dispensare: nel consumare.

CAPITOLO XIV

I cardinali premono sul pontefice per indurlo alla pace; per la deliberazione contraria insistono gli ambasciatori del re d’Aragona e de’ veneziani; incertezza del pontefice più propenso alla guerra che alla pace. Fuggevoli speranze di pace. Il pontefice incoraggiato dall’allontanarsi della minaccia francese. Si apre il concilio lateranense.

Pervenne la nuova della rotta a Roma il terzodecimo dì di aprile; portata da Ottaviano Fregoso che corse co’ cavalli delle poste da Fossombrone, e sentita con grandissima paura e tumulto1 da tutta la corte. Però i cardinali, concorsi subitamente al pontefice, lo strignevano2 con sommi prieghi che, accettando la pace la quale non diffidavano potersi ottenere assai onesta3 dal re di Francia, si disponesse a liberare oramai la sedia apostolica e la persona sua da tanti pericoli: avere affaticato4 assai per la esaltazione della Chiesa e per la libertà d’Italia, e acquistato gloria anche della5 sua santa intenzione; essergli stata, in così pietosa6 impresa, avversa, come si era veduto per tanti segni, la volontà di Dio, alla quale volersi opporre non essere altro che mettere tutta la Chiesa in ultima ruina: appartenere più a Dio che a lui la cura della sua sposa; però rimettessesene alla volontà sua e, abbracciando la pace secondo il precetto dello evangelio, traesse di7 tanti affanni la sua vecchiezza, lo stato della Chiesa e tutta la sua corte, che non bramava né gridava altro che pace: essere da credere che già i vincitori si fussino mossi per venire a Roma, co’ quali sarebbe congiunto il suo nipote; congiugnerebbonsi medesimamente Ruberto Orsino Pompeio Colonna Antimo Savello Pietro Margano e Renzo Mancino (questi si sapeva che, ricevuti danari dal re di Francia, si preparavano, insino innanzi alla giornata8, per molestare Roma): a’ quali pericoli che altro rimedio essere che la pace? Da altra parte, gli imbasciadori del re d’Aragona e del senato viniziano facevano in contrario gravissima instanza, sforzandosi persuadergli non essere le cose tanto afflitte né ridotte in tanto esterminio9, né così dissipato10 l’esercito che non si potesse in brevissimo tempo né con grave spesa riordinare: sapersi pure, il viceré essersi salvato con la maggiore parte de’ cavalli, essersi partita dal fatto d’arme11 ristretta insieme in ordinanza12 la fanteria spagnuola, la quale se fusse salva, come era verisimile, ogni altra perdita essere di piccolo momento13 ; né aversi da temere che i franzesi potessino venire verso Roma così presto che non avesse tempo a provedersi, perché era necessario che alla morte del capitano fussino accompagnati molti disordini e molti danni, ed essere per tenergli sospesi14 il sospetto de’ svizzeri, i quali non essere più da dubitare che si dichiarerebbono per la lega e scenderebbono in Lombardia; né si potere sperare di ottenere la pace dal re di Francia se non con condizioni ingiustissime e piene di infamia15, e aversi a ricevere anche le leggi dalla superbia di Bernardino Carvagial e dalla insolenza di Federigo da San Severino : però, ogn’altra cosa essere migliore che con tanta indignità e con tanta infamia mettersi, sotto nome di pace, in acerbissima e infedelissima servitù, perché non cesserebbeno mai quegli scismatici di perseguitare la degnità16 e la vita sua; essere molto minore male, quando pure non si potesse fare altrimenti, abbandonare Roma e ridursi17 con tutta la corte o nel reame di Napoli o a Vinegia, dove starebbe con la medesima sicurtà e onore e con la medesima grandezza; perché con la perdita di Roma non si perdeva il pontificato, annesso sempre in qualunque luogo alla persona del pontefice : ritenesse18 pure la solita costanza e magnanimità19; perché Dio, scrutatore de’ cuori degli uomini, non mancherebbe d’aiutare il santissimo proposito suo né abbandonerebbe la navicella di Pietro, solita a essere vessata dalle onde del mare ma non giammai a sommergersi; e i prìncipi cristiani, concitati20 dal zelo della religione e dal timore della troppa grandezza del re di Francia, piglierebbeno con tutte le forze e con le persone proprie la sua difesa. Le quali cose udiva il pontefice con somma ambiguità e sospensione21, e in modo che si potesse facilmente comprendere, combattere in lui da una parte l’odio lo sdegno e la pertinacia insolita a essere vinta o a piegarsi, dall’altra il pericolo e il timore; e si comprendeva anche, per le risposte faceva agl’imbasciadori, non gli essere tanto molesto lo abbandonare Roma quanto il non potere ridursi in luogo alcuno dove non fusse in potestà d’altri: però rispondeva a’ cardinali volere la pace, consentendo si ricercassino i fiorentini che se ne interponessino22 col re di Francia, e nondimeno non ne rispondeva con tale risoluzione né con parole tanto aperte che facessino piena fede della sua intenzione; aveva fatto venire da Civitavecchia il Biascia genovese23, capitano delle sue galee, onde si interpetrava che e’ pensasse a partirsi da Roma, e poco di poi l’aveva licenziato; ragionava di soldare quegli baroni romani che non erano nella congiura con gli altri, udiva volentieri i conforti24 de’ due imbasciadori ma rispondendo il più delle volte parole contumeliose25 e piene di sdegno. Nel qual tempo sopravenne Giulio de’ Medici cavaliere di Rodi, che fu poi pontefice26, il quale il cardinale Medici, ottenuta licenza dal cardinale Sanseverino, mandava dall’esercito, in nome per27 raccomandarsegli in tanta calamità ma in fatto per riferigli lo stato delle cose : da cui avendo inteso pienamente quanto fussino indeboliti i franzesi, di quanti capitani fussino privati, quanto valorosa gente avessino perduta, quanti fussino quegli che per molti dì erano inutili per le ferite, guasti28 infiniti cavalli, dissipata29 parte dello esercito in vari luoghi per il sacco di Ravenna, i capitani sospesi e incerti della volontà del re, né molto concordi tra loro perché la Palissa recusava di comportare la insolenza di San Severino che voleva fare l’officio di legato e di capitano, sentirsi occulti mormorii della venuta de’ svizzeri né vedersi segno alcuno che quello esercito fusse per muoversi presto, dalla quale relazione confortato molto il pontefice, introdottolo nel concistorio gli fece riferire a’ cardinali le cose medesime. E si aggiunse che il duca d’Urbino, quel che lo movesse30, mutato consiglio31, gli mandò a offerire dugento uomini d’arme e quattromila fanti: Perseveravano nondimeno i cardinali a stimolarlo alla pace : dalla quale benché con le parole non si dimostrasse alieno, aveva nondimeno nell’[animo di non l’] accettare se non per ultimo e disperato rimedio; anzi, quando bene al male presente non si dimostrasse medicina presente, aderiva più tosto al fuggire32 di Roma, pure che non rimanesse al tutto disperato che e dall’armi de’ prìncipi avesse a essere aiutata la causa sua e specialmente che i svizzeri si movessino; i quali, dimostrandosi inclinati a’ suoi desideri, aveano molti dì innanzi vietato agli imbasciadori del re di Francia di andare al luogo nel quale, per determinare33 sopra le dimande del pontefice, convenivano i deputati da tutti i cantoni34.

Lampeggiò in questo stato alcuna speranza della pace. Perché il re di Francia, innanzi si facesse la giornata35, commosso36 da tanti pericoli che gli soprastavano da tante parti e sdegnato dalla varietà37 di Cesare e dalle dure leggi gli38 proponeva, e perciò finalmente deliberato di cedere più tosto in molte cose alla volontà del pontefice, aveva occultamente mandato Fabrizio Carretta fratello del cardinale del Finale39 a’ cardinali di Nantes e di Strigonia, che mai del tutto avevano abbandonati i ragionamenti della concordia40, proponendo essere contento41 che Bologna si rendesse al pontefice, che Alfonso da Esti gli desse Lugo e tutte l’altre terre teneva nella Romagna, obligassesi al censo antico e che più non si facessino sali nelle sue terre, e che si estinguesse42 il concilio pisano; non dimandando dal pontefice altro che la pace solamente con lui, che Alfonso da Esti fusse assoluto43 dalle censure e reintegrato nelle antiche ragioni44 e privilegi suoi, che a’ Bentivogli, i quali stessino in esilio, fussino riservati i beni propri, e restituiti alle degnità i cardinali e prelati che aveano aderito al concilio: le quali condizioni, benché i due cardinali temessino che essendo di poi succeduta la vittoria non fussino più consentite dal re, né ardirono proporle in altra maniera, né egli, essendo tanto onorate45 per lui, né volendo ancora manifestare quella occulta deliberazione che aveva nell’animo, potette recusarle; anzi forse giudicò essere più utile ingegnarsi di fermare con questi ragionamenti l’armi del re, per avere maggiore spazio di tempo a vedere i progressi46 di coloro ne’ quali si collocavano le reliquie delle speranze sue47. Però, facendo del medesimo instanza tutti i cardinali, sottoscrisse, il nono dì dalla giornata48, questi capitoli, aggiugnendo a’ cardinali la fede49 di accettargli se il re gli confermava; e al cardinale del Finale, che dimorava in Francia, ma assente, per non offendere il pontefice, dalla corte e al vescovo di Tivoli, il quale teneva in Avignone il luogo del legato50, commesse51 per lettere si trasferissino al re per trattare queste cose; ma non espedì52 loro né mandato né possanza di53 conchiuderle.

Insino a questo termine procedettono i mali del pontefice, insino a questo dì fu il colmo delle sue calamità e de’ suoi pericoli: ma dopo quel dì cominciorno a dimostrarsi continuamente le speranze maggiori, e a volgersi alla grandezza sua, senza alcuno freno, la ruota della fortuna. Dette principio a tanta mutazione la partita subita del la Palissa di Romagna; il quale, richiamato dal generale di Normandia per il romore54 che cresceva della venuta de’ svizzeri, si mosse coll’esercito verso il ducato di Milano, lasciati in Romagna, sotto il legato del concilio, trecento lancie trecento cavalli leggieri e seimila fanti con otto pezzi grossi di artiglieria: e rendeva maggiore il timore che s’aveva de’ svizzeri che il medesimo generale, pensando più a farsi grato al re che a fargli beneficio, aveva, contro a quel che ricercavano le cose presenti55, licenziati imprudentemente, subito che fu acquistata la vittoria, i fanti italiani e una parte de’ franzesi. La partita del la Palissa assicurò il pontefice da quel timore che più gli premeva56, confermollo nella pertinacia e gli dette facilità di fermare le cose di Roma57; per le quali aveva soldati alcuni baroni di Roma con trecento uomini d’arme, e trattava di fare capitano generale Prospero Colonna : perché, indeboliti gli animi di chi tentava cose nuove, Pompeio Colonna che si preparava a Montefortino consentì, interponendosene Prospero, di diporre, per sicurtà del pontefice, in mano di Marcantonio Colonna Montefortino, ritenendosi bruttamente58 i danari avuti dal re di Francia; onde e59 Ruberto Orsino, che prima era venuto da Pitigliano nelle terre de’ Colonnesi per muovere l’armi, ritenendosi medesimamente i danari avuti dal re, concordò poco poi per mezzo di Giulio Orsino, ricevuto dal pontefice in premio della sua perfidia60 l’arcivescovado di Reggio nella Calavria. Solo Pietro Margano si vergognò di ritenere i danari pervenuti a lui: con consiglio migliore e più fortunato, perché, non molto tempo di poi, preso nella guerra dal successore del presente re, arebbe col supplicio debito pagata la pena della fraude.

Dalle quali cose confermato molto l’animo del61 pontefice, poi che cessava il timore presente degli inimici forestieri e de’ domestici, dette il terzo dì di maggio, con grandissima solennità, principio al concilio nella chiesa di San Giovanni in Laterano, già certo che non solo vi concorrerebbe la maggiore parte di Italia, ma la Spagna l’Inghilterra e l’Ungheria. Al quale principio intervenne egli personalmente in abito pontificale, accompagnato dal collegio de’ cardinali e da moltitudine grande di vescovi; ove celebrata, oltre a molte altre preci, secondo il costume antico, la messa dello Spirito santo ed esortati con una publica orazione i Padri a intendere62 con tutto il cuore al bene publico e alla degnità della cristiana religione, fu dichiarato, per fare fondamento all’altre cose che in futuro s’aveano a statuire63, il concilio congregato essere vero, legittimo e santo concilio, e in quello risedere indubitatamente tutta l’autorità e potestà della Chiesa universale: cerimonie bellissime e santissime, e da penetrare insino nelle viscere64 de’ cuori degli uomini, se tali si credesse che fussino i pensieri e i fini degli autori di queste cose quali suonano le parole.

1. tumulto: confusione.

2. lo strignevano: gli chiedevano insistentemente.

3. assai onesta: con condizioni abbastanza onorevoli.

4. avere affaticato: essersi affaticato.

5. della: dalla.

6. pietosa: pia.

7. traesse di: liberasse da.

8. insino… giornata: già prima della battaglia.

9. non essere… esterminio: che la situazione non era così grave né così disperata.

10. dissipato: disperso.

11. essersi… arme: essere uscita dalla battaglia.

12. ristretta… ordinanza: in serrato ordine di battaglia.

13. di… momento: di scarsa importanza.

14. essere… sospesi: li avrebbe messi nell’incertezza.

15. piene d’infamia: molto disonorevoli.

16. la degnità: la carica di pontefice.

17. ridursi: rifugiarsi.

18. ritenesse: mantenesse.

19. magnanimità: coraggio.

20. concitati: spinti.

21. ambiguità e sospensione: dubbio e incertezza.

22. se ne interponessino: facessero da mediatori.

23. Baldassarre Biascia (o Biassa).

24. i conforti: le esortazioni.

25. contumeliose: ingiuriose.

26. Il futuro Clemente VII.

27. in nome per: ufficialmente per.

28. guasti: resi inutilizzabili.

29. dissipata: dispersa.

30. quel che lo movesse: non si sa bene per quale motivo.

31. mutato consiglio: tornato sulle proprie decisioni.

32. aderiva… fuggire: preferiva fuggire.

33. determinare: decidere.

34. Si allude alla dieta di Zurigo (19 aprile 1512).

35. la giornata: la battaglia.

36. commosso: spaventato.

37. varietà: incostanza.

38. leggi gli: condizioni che gli.

39. Fabrizio del Carretto.

40. i… concordia: le trattative d’accordo.

41. essere contento: di accettare.

42. che si estinguesse: che si annullasse.

43. assoluto: assolto.

44. nelle antiche ragioni: negli antichi diritti.

45. onorate: onorevoli.

46. i progressi: il comportamento.

47. le… sue: le ultime speranze che gli rimanevano.

48. 20 aprile 1512.

49. la fede: la promessa formale.

50. teneva… il luogo del: faceva… le veci del.

51. commesse: ordinò.

52. non espedì: non inviò.

53. possanza di: autorizzazione a.

54. il romore: la voce.

55. contro… presenti: contrariamente alle esigenze della situazione.

56. gli premeva: lo angustiava.

57. di… Roma: di riportare all’ordine la situazione di Roma.

58. ritenendosi bruttamente: tenendosi disonestamente.

59. e: anche.

60. della sua perfidia: del suo tradimento.

61. confermato… del: incoraggiato molto il.

62. intendere: tendere.

63. per fare… statuire: per dare una solida base a ciò che in seguito si doveva stabilire.

64. nelle viscere: nell’intimo.

CAPITOLO XV

Il re di Francia sempre più disposto alla pace col pontefice, Il pontefice continua invece ad ostacolarla. Ossequi al cardinale de’ Medici prigione in Milano e legato apostolico. Il re di Francia richiama le milizie nel ducato di Milano e rinnova la confederazione co’ fiorentini.

Così, dopo la battaglia di Ravenna, procedeva il pontefice. Ma il re di Francia, con tutto che la letizia della vittoria perturbasse alquanto la morte di Fois, amatissimo da lui, comandò subito che il legato e la Palissa conducessino l’esercito quanto più presto si poteva a Roma: nondimeno, raffreddato il primo ardore, incominciò a ritornare con tutto l’animo al desiderio della pace, parendogli che troppo grave tempesta e da troppe parti sopravenisse alle cose sue. Perché se bene Cesare continuasse nel promettere di volere stare congiunto con lui, affermando la tregua fatta co’ viniziani in suo nome essere stata fatta senza suo consentimento e che non la ratificherebbe, nondimeno al re, oltre al timore della sua incostanza e il non essere certo che queste cose non fussino dette simulatamente, pareva avere, per le condizioni dimandava, compagno grave1 alla guerra e dannoso alla pace; perché credeva che la interposizione sua l’avesse a necessitare a consentire a più indegne condizioni: e oltre a questo non dubitava più i svizzeri avere a essere congiunti con gli avversari; e dal re di Inghilterra aspettava la guerra certa, perché quel re aveva mandato uno araldo a intimargli che pretendeva essere finite tutte le confederazioni e convenzioni che erano tra loro, perché in tutte si comprendeva l’eccezione: «pure che e’ non facesse guerra né con la Chiesa né col re cattolico suo suocero2». Perciò il re intese con piacere grande essere stati ricercati i fiorentini che si interponessino alla pace3, mandò subitamente a Firenze con amplissimo mandato il presidente di Granopoli4, perché trattasse di luogo più propinquo, e acciò che, se così fusse espediente5, potesse andare a Roma; e dipoi intesa per la sottoscrizione de’ capitoli la inclinazione, come pareva, più pronta del pontefice, si inclinò interamente alla pace : benché temendo che per la partita dell’esercito non6 ritornasse alla pertinacia consueta, commesse al la Palissa, che già era pervenuto a Parma, che con parte delle genti ritornasse subito in Romagna e che spargesse voci d’avere a procedere più oltre. Parevagli grave il concedere Bologna, non tanto per la instanza che in nome di Cesare gli era fatta in contrario quanto perché temeva che, eziandio fatta la pace, non rimanesse il medesimo animo del pontefice contro a lui; e però essergli dannoso il privarsi di Bologna, la quale difendeva come bastione e propugnacolo7 del ducato di Milano: e oltre a questo, essendo venuti il cardinale del Finale e il vescovo di Tivoli senza mandato a conchiudere, come8 circondato allora il papa da tante angustie e pericoli, pareva conveniente segno9 che simulatamente avesse consentito. Nondimeno, ultimatamente10, deliberò accettare i capitoli predetti, con alcune limitazioni ma non tali che turbassino le cose sostanziali: con la quale risposta andò a Roma il secretario del vescovo di Tivoli, ricercando in nome [del re] che ’l pontefice o mandasse il mandato per conchiudere al vescovo predetto e al cardinale o che chiamasse da Firenze il presidente di Granopoli, il quale aveva l’autorità amplissima di fare il medesimo.

Ma nel pontefice augumentavano ogni dì le speranze, e per conseguente diminuiva se inclinazione alcuna aveva avuta alla pace11. Era arrivato il mandato del re di Inghilterra per il quale, spedito insino di novembre, dava facoltà al cardinale eboracense d’entrare nella lega; tardato tanto a venire per il lungo circuito marittimo, perché prima era stato in Spagna : e Cesare, di nuovo12, dopo lunghe dubitazioni, aveva ratificato la tregua fatto co’ viniziani, accendendolo sopra tutto a questo le speranze dategli dal re cattolico e dal re di Inghilterra sopra il ducato di Milano e la Borgogna, e mandato Alberto Pio a Vinegia. Confermorno medesimamente non mediocremente la speranza del pontefice le speranze grandissime dategli dal re di Aragona; il quale, avendo avuta la prima notizia della rotta per lettere del re di Francia scritte alla reina (per le quali gli significava, Gastone di Fois suo fratello13 essere morto con somma gloria in una vittoria avuta contro agli inimici), e dipoi più partitamente14 per gli avvisi de’ suoi medesimi, i quali15 per le difficoltà del mare pervenivano tardamente, e parendogli che il reame di Napoli ne rimanesse in grave pericolo, aveva deliberato di mandare in Italia con supplemento di nuove genti il gran capitano: al quale rimedio ricorreva per la scarsità degli altri rimedi, perché benché estrinsecamente l’onorasse, gli era per le cose passate16 nel regno napoletano poco accetto, e per la grandezza e autorità sua sospetto. Adunque, quando al pontefice confermato da tante cose pervenne il secretario del vescovo di Tivoli co’ capitoli trattati, e dandogli speranze che anche le limitazioni aggiunte dal re per moderare l’infamia17 dell’abbandonare la protezione di Bologna si ridurrebbono alla sua volontà, deliberato al tutto non gli accettare, ma rispetto alla sottoscrizione sua e alla18 fede data al collegio simulando il contrario, come contro alla fama della sua veracità19 usava qualche volta di fare, gli fece leggere nel concistorio, dimandando consiglio da’ cardinali. Dopo le quali parole il cardinale arborense spagnuolo20 e il cardinale eboracense (aveano così prima occultamente convenuto con lui), parlando l’uno in nome del re d’Aragona l’altro in nome del re di Inghilterra, confortorno il pontefice a perseverare nella costanza, né abbandonare la causa della Chiesa che con tanta degnità aveva abbracciata, essendo già cessate le necessità che l’aveano mosso a prestare l’orecchie a questi ragionamenti, e vedendosi manifestamente che Dio, che per qualche fine incognito a noi aveva permesso che la navicella sua fusse travagliata dal mare, non voleva che la perisse; né essere conveniente né giusto fare pace per sé particolarmente21 e, avendo a essere comune, trattarla senza partecipazione degli altri confederati: ricordandogli in ultimo che diligentemente considerasse quanto pregiudicio potesse essere alla sedia apostolica e a sé l’alienarsi dagli22 amici veri e fedeli per aderire agli inimici riconciliati. Da’ quali consigli dimostrando il pontefice essere mosso23 recusò apertamente la concordia; e pochi dì poi, procedendo coll’impeto suo, pronunziò nel concistorio uno monitorio al re di Francia che rilasciasse, sotto le pene ordinate da’ sacri canoni24, il cardinale de’ Medici: benché consentì che si soprasedesse a publicarlo, perché il collegio de’ cardinali, pregandolo differisse quanto poteva i rimedi severissimi, s’offerse scrivere al re in nome di tutti, confortandolo e supplicandolo che, come principe cristianissimo, lo liberasse.

Era il cardinale de’ Medici stato menato a Milano, dove era onestamente25 custodito; e nondimeno, con tutto che fusse in potestà di altri, riluceva nella persona sua l’autorità della sedia apostolica e la riverenza della religione, e nel tempo medesimo il dispregio del concilio pisano; la causa de’ quali abbandonavano, con la divozione e con la fede, non solo gli altri ma coloro ancora che l’avevano accompagnata e favorita con l’armi. Perché avendo il pontefice mandatogli facoltà di assolvere dalle censure i soldati che promettessino di non andare coll’armi più contro alla Chiesa, e di concedere a tutti i morti, per i quali fusse dimandata, la sepoltura ecclesiastica, era incredibile il concorso26 e maravigliosa la divozione con la quale queste cose si dimandavano e promettevano; non contradicendo i ministri del re, ma con gravissima indegnazione de’ cardinali, che innanzi agli occhi loro, nel luogo proprio ove era la sedia del concilio, i sudditi e i soldati del re, contro all’onore e utilità sua e nelle sue terre, vilipesa totalmente l’autorità del concilio, aderissino alla Chiesa romana, riconoscendo con somma riverenza il cardinale prigione come apostolico legato.

Per la tregua ratificata da Cesare, ancora che gli agenti suoi che erano in Verona la negassino, revocò il re di Francia parte delle gente che aveva alla guardia di quella città come se più non vi fussino necessarie, e perché, avendo richiamato di là da’ monti per le minaccie del re di Inghilterra i dugento gentiluomini, gli arcieri della sua guardia e dugento altre lancie, conosceva, per il sospetto che augumentava de’ svizzeri, avere bisogno di maggiore presidio nel ducato di Milano. E per la medesima cagione aveva astretti27 i fiorentini a mandargli in Lombardia trecento lancie, come per la difesa degli stati suoi di Italia erano tenuti per i patti della confederazione; la quale perché finiva fra due mesi, gli costrinse, essendo ancora fresca la riputazione della vittoria, e confederarsi di nuovo seco per cinque anni, obligandosi alla difesa dello stato loro con secento lancie, e i fiorentini promettendogli all’incontro28 quattrocento uomini d’arme per la difesa di tutto quello possedeva in Italia : benché, per fuggire ogni occasione di implicarsi in guerra col papa, eccettuorno dall’obbligazione generale della difesa la terra di Cotignuola, come se la Chiesa vi potesse pretendere ragione29.

1. grave: pesante, gravoso.

2. Enrico VIII aveva sposato Caterina d’Aragona.

3. che… pace: che facessero da mediatori per la pace.

4. Gioffredo Caroli, presidente del parlamento di Grenoble.

5. espediente: vantaggioso.

6. temendo che… non: temendo che.

7. propugnacolo: baluardo.

8. come: adducendo come motivazione l’essere.

9. conveniente segno: indizio probabile.

10. ultimamente: alla fine.

11. diminuiva… pace: diminuiva l’inclinazione alla pace, se mai ne aveva avuta alcuna.

12. di nuovo: recentemente.

13. Germaine e Gaston de Foix erano figli di Jean de Foix e di Marie d’Orléans.

14. partitamente: dettagliatamente.

15. i quali: si riferisce a avvisi.

16. passate: accadute.

17. l’infamia: il disonore.

18. rispetto alla… e alla: in considerazione della… e della.

19. veracità: lealtà.

20. Jaime Serra, catalano, vescovo di Arborea in Sardegna e cardinale di San Clemente.

21. particolarmente: isolatamente.

22. l’alienarsi dagli: l’inimicarsi gli.

23. mosso: spinto.

24. sotto… canoni: minacciandolo di ricadere sotto le pene previste dalle leggi ecclesiastiche.

25. onestamente: onorevolmente.

26. il concorso: l’affluenza di gente.

27. astretti: costretti.

28. all’incontro: in cambio.

29. pretendere ragione: avanzare diritti.

CAPITOLO XVI

Gli svizzeri, accettato il soldo del pontefice, si radunano a Coira. Le forze francesi fortemente diminuite in Italia. I fanti tedeschi per intimazione di Massimiliano abbandonano l’esercito francese. I francesi si ritirano dal ducato di Milano. Il cardinale de’ Medici liberato dai paesani di Pieve del Cairo. Le città del ducato costrette a pagare taglie agli svizzeri. Mutamenti politici dopo la ritirata dei francesi.

Ma già sopragiugnevano apertamente alle cose del re gravissimi pericoli; perché i svizzeri aveano finalmente deliberato di concedere seimila fanti agli stipendi del pontefice, che gli aveva dimandati sotto nome di usare l’opera loro contro a Ferrara, non avendo quegli che sostenevano le parti del re di Francia potuto ottenere altro che ritardare la deliberazione insino a quel dì. Contro a’ quali con furore grande esclamava1 nelle diete la moltitudine, accesa di odio maraviglioso contro al nome del re di Francia: non essere bastata a quel re la ingratitudine di avere negato di accrescere piccola quantità alle pensioni di coloro con la virtù e col sangue de’ quali aveva acquistata tanta riputazione e tanto stato, che oltre a questo avesse con parole contumeliosissime dispregiata la loro ignobilità2, come se al principio non avessino avuta tutti gli uomini una origine e uno nascimento medesimo, e come se alcuno fusse al presente nobile e grande che in qualche tempo i suoi progenitori non fussino stati poveri ignobili e umili; avere cominciato a soldare i fanti lanzchenech3 per dimostrare di non gli essere necessaria più nella guerra l’opera loro, persuadendosi che essi, privati del soldo suo, avessino oziosamente a tollerare4 di essere consumati dalla fame in quelle montagne : però doversi dimostrare a tutto il mondo vani essere stati i suoi pensieri false le persuasioni nociva solamente a lui la ingratitudine, né potere alcuna difficoltà ritenere gli uomini militari che non dimostrassino5 il suo valore, e che finalmente l’oro e i danari servivano a chi aveva il ferro e l’armi; ed essere necessario fare intendere una volta a tutto ’l mondo quanto imprudentemente discorreva6 chi alla nazione degli elvezi preponeva i fanti tedeschi. Traportavagli tanto questo ardore che, trattando la causa come propria, si partivano da casa ricevuto solamente uno fiorino di Reno per ciascuno; ove prima non movevano a’ soldi del re se a’ fanti non erano promesse molte paghe e a’ capitani fatti molti doni. Congregavansi a Coira terra principale de’ grigioni; i quali, confederati del re di Francia da cui ricevevano ordinariamente pensioni, aveano mandato a scusarsi che per l’antiche leghe che aveano co’ cantoni più alti7 de’ svizzeri non potevano recusare di mandare con loro certo numero di fanti.

Perturbava molto gli animi de’ franzesi questo moto, le forze de’ quali erano molto diminuite: perché, poi che il generale di Normandia ebbe cassati8 i fanti italiani, non aveano oltre a diecimila fanti; ed essendo passate di là da’ monti le genti d’arme che aveva richiamate il re non rimanevano loro in Italia più che mille trecento lancie, delle quali trecento erano a Parma. E nondimeno il generale di Normandia, facendo più l’ufficio di tesoriere che d’uomo di guerra, non consentiva si soldassino nuovi fanti senza la commissione del re; ma aveano fatto ritornare a Milano le genti che, per passare sotto la Palissa in Romagna, erano già pervenute al Finale, e ordinato che il cardinale di San Severino facesse il medesimo con quelle che erano in Romagna. Per la partita delle quali, Rimini e Cesena con le loro rocche e insieme Ravenna tornorono senza difficoltà all’ubbidienza del pontefice : né volendo i franzesi sprovedere9 il ducato di Milano, Bologna, per sostentazione della quale si erano ricevute tante molestie, rimaneva come abbandonata in pericolo.

Vennono i svizzeri, come furno congregati, da Coira a Trento; avendo conceduto loro Cesare che passassino per il suo stato: il quale, ingegnandosi di coprire10 al re di Francia quanto poteva quel che già avea deliberato, affermava non poteva per la confederazione che avea con loro vietare il passo. Da Trento vennono nel veronese dove gli aspettava l’esercito de’ viniziani, i quali concorrevano insieme col pontefice agli stipendi loro11: e con tutto non vi fusse tanta quantità di danari che bastasse a pagargli tutti, perché erano, oltre al numero dimandato, più di seimila12, era tanto ardente l’odio della moltitudine contro al re di Francia che contro alla loro consuetudine tolleravano pazientemente tutte le difficoltà. Dall’altra parte, la Palissa era venuto prima coll’esercito a Pontoglio13 per impedire il passo, credendo volessino scendere in Italia da quella parte; dipoi, veduto altra essere la loro intenzione, si era fermato a Castiglione dello Striviere14, terra vicina a sei miglia a Peschiera: incerti15 quali fussino i pensieri de’ svizzeri, o di andare come si divulgava verso Ferrara o di assaltare il ducato di Milano. La quale incertitudine accelerò forse i mali che sopravennero, perché non si dubita che arebbono seguitato il cammino verso il ferrarese se non gli avesse fatto mutare consiglio una lettera intercetta, per mala sorte de’ franzesi, dagli stradiotti16 de’ viniziani; per la quale la Palissa, significando17 lo stato delle cose al generale di Normandia rimasto a Milano, dimostrava18 essere molto difficile il resistere loro se si volgessino a quel [cammino]: sopra la quale lettere consultato19 insieme il cardinale sedunense, che era venuto da Vinegia, e i capitani deliberorono, con ragione20 che rare volte è fallace, volgersi a quella impresa la quale comprendevano essere più molesta agli inimici. Però andorono da Verona a Villafranca, dove si unirono con l’esercito viniziano: nel quale sotto il governo di Giampaolo Baglione erano quattrocento uomini d’arme ottocento cavalli leggieri e seimila fanti, con molti pezzi di artiglieria atti all’espugnazione delle terre21 e alla campagna22. Fu questo causa che la Palissa, abbandonata Valeggio perché era luogo debole, si ritirò a Gambara con intenzione di fermarsi a Pontevico; non avendo nello esercito più che sei o settemila fanti, perché gli altri erano distribuiti tra Brescia, Peschiera e Lignago, né più che mille lancie; perché, se bene fusse stato inclinato a richiamare le trecento che erano a Parma, l’aveva il pericolo manifestissimo di Bologna costretto, dopo grandissima instanza de’ Bentivogli, a ordinare che entrassino in quella città, restata quasi senza presidio. Quivi accorgendosi tardi de’ pericoli loro e della vanità delle speranze dalle quali erano stati ingannati, e sopratutto lacerando23 l’avarizia e i cattivi consigli del generale di Normandia, lo costrinsono a consentire che Federigo da Bozzole e certi altri capitani italiani soldassino con più prestezza potessino seimila fanti, rimedio che non si poteva mettere in atto se non dopo il corso almeno di dieci dì. E indeboliva l’esercito franzese oltre al piccolo numero de’ soldati la discordia tra i capitani, perché gli altri quasi si sdegnavano di ubbidire al la Palissa; e la gente d’arme, stracca da tante fatiche e così lunghi travagli, desiderava più presto che si perdesse il ducato di Milano, per ritornarsene in Francia, che dinfenderlo con tanto disagio e pericolo. Partito la Palissa da Valeggio, vi entrorno le genti de’ viniziani e i svizzeri, e passate dipoi il Mincio alloggiorono nel mantovano; ove il marchese, scusandosi per la impotenza sua, concedeva il passo a ciascuno. In queste difficoltà, fu la deliberazione de’ capitani, abbandonata del tutto la campagna, attendere alla guardia delle terre più importanti; sperando, e non senza cagione, che col temporeggiare s’avesse a risolvere24 tanto numero di svizzeri: perché il pontefice, non manco freddo allo spendere che caldo alla guerra, diffidandosi25 anche di potere supplire a’ pagamenti di numero tanto grande, mandava molto lentamente danari. Però messono in Brescia dumila fanti cento cinquanta lancie e cento uomini d’arme de’ fiorentini, in Crema cinquanta lancie e mille fanti, in Bergamo mille fanti e cento uomini d’arme de’ fiorentini; il resto dello esercito, nel quale erano settecento lancie dumila fanti franzesi e quattromila tedeschi, si ritirò a Pontevico, sito forte e opportuno26 a Milano, Cremona, Brescia e Bergamo, dove facilmente speravano potersi sostenere: ma il seguente dì sopravennono lettere e comandamenti di Cesare a’ fanti tedeschi che subitamente partissino dagli stipendi del re di Francia; i quali essendo quasi tutti del contado di Tiruolo, né volendo essere contumaci al signore proprio, partirono il dì medesimo. Per la partita de’ quali perderono la Palissa e gli altri capitani ogni speranza di potere più difendere il ducato di Milano: però da Pontevico si ritirorono subito tumultuosamente a Pizzichitone. Per la quale cosa i cremonesi, del tutto abbandonati, si arrenderono all’esercito de’ collegati che già s’approssimava, obligandosi a pagare a’ svizzeri quarantamila ducati: i quali avendo disputato in cui nome s’avesse a ricevere27, sforzandosi i viniziani che fusse loro restituita fu finalmente ricevuta (ritenendosi perciò la fortezza per i franzesi28) in nome della lega, e di Massimiliano figliuolo di Lodovico Sforza; per il quale il pontefice e i svizzeri pretendevano29 che si acquistasse il ducato di Milano. Era venuta, ne’ dì medesimi, [in potestà de’ collegati] alienata da’ franzesi la città di Bergamo, perché avendo la Palissa richiamate le genti che vi erano per unirle all’esercito, entrativi, subito che quelle furno partite, alcuni fuorusciti, furno causa si ribellasse. Da Pizzichitone passò la Palissa il fiume dell’Adda, nel quale luogo si unirono seco le trecento lancie destinate alla difesa di Bologna, le quali crescendo il pericolo aveva richiamate; e sperava quivi potere vietare agli inimici il passo del fiume se fussino sopravenuti i fanti che si era deliberato di soldare : ma questo pensiero appariva, come gli altri, vano perché mancavano i danari da soldargli, non avendo il generale di Normandia pecunia numerata30, né modo (essendo in tanti pericoli perduto interamente il credito) a trovarne, come soleva, obligando l’entrate regie in prestanza31. Però, poi che vi fu dimorato quattro dì, subito che32 li inimici si accostorno al fiume tre miglia sotto Pizzichitone, si ritirò a Santo Angelo33 per andarsene il dì seguente a Pavia. Per la qual cosa, essendo del tutto disperato il potersi difendere il ducato di Milano e già tutto il paese in grandissima sollevazione e tumulti, si partirno da Milano, per salvarsi nel Piemonte, Gianiacopo da Triulzi, il generale di Normandia, Antonio Maria Palavicino, Galeazzo Visconte e molti altri gentiluomini, e tutti gli officiali e ministri del re. E alquanti dì prima, temendo non meno de’ popoli che degli inimici, si erano fuggiti i cardinali; con tutto che, più feroci34 ne’ decreti che nell’altre opere, avessino quasi nel tempo medesimo, come preambolo alla privazione35, sospeso il pontefice da tutta l’amministrazione spirituale e temporale della Chiesa.

Giovorno questi tumulti alla salute36 del cardinale de’ Medici, riservato dal cielo a grandissima felicità37; perché essendo menato in Francia, quando entrava la mattina nella barca al passo del Po che è di contro a Basignano38, detto dagli antichi Augusta Bactianorum, levato il romore39 da certi paesani della villa che si dice la Pieve dal Cairo, de’ quali fu capo Rinaldo Zallo, con cui alcuni familiari40 del cardinale, che vi era alloggiato la notte, si erano convenuti41, fu tolto di mano a’ soldati franzesi che lo guardavano, che spaventati e timorosi di ogni accidente, sentito il romore, attesono più a fuggire che a resistere.

Ma la Palissa entrato in Pavia deliberava di fermarvisi, e perciò ricercava il Triulzio e il generale di Normandia che v’andassino. Al quale mandato il Triulzio gli dimostrò (così gli aveano commesso42 il generale e gli altri principali) la vanità del suo consiglio: non essere possibile fermare tanta ruina essendo l’esercito senza fanti, non comportare la brevità del tempo di soldarne di nuovo, non si potere più trarne se non di luoghi molto distanti e con somma difficoltà; e quando questi impedimenti non fussino, mancare i danari da pagargli, la riputazione essere perduta per tutto, gli amici pieni di spavento, i popoli pieni di odio per la licenza usata già tanto tempo immoderatamente da’ soldati. Dette queste cose, il Triulzio andò, per dare comodità alle genti di passare il Po, a fare gittare il ponte dove il fiume43 lontano da Valenza verso Asti più si restrigne. Ma già l’esercito de’ collegati, a cui si era arrenduta, quando i franzesi si ritirorno da Adda, la città di Lodi con la rocca, si era da Santo Angelo accostato a Pavia; dove subito che giunsono cominciorno i capitani de’ viniziani a percuotere con l’artiglierie il castello, e una parte de’ svizzeri passò colle barche nel fiume che è congiunto alla città. Ma temendo i franzesi non impedissino44 il passare il ponte di pietra che è in sul fiume del Tesino45, per il quale solo potevano salvarsi, si mossono verso il ponte per uscirsi di Pavia; ma innanzi fusse uscito il retroguardo, nel quale per guardia de’ cavalli erano stati messi gli ultimi alcuni fanti tedeschi che non si erano partiti insieme cogli altri, i svizzeri uscendo di verso Portanuova46 e dal castello47 già abbandonato andorono combattendo con loro per tutta la lunghezza di Pavia e al ponte, resistendo egregiamente sopra tutti gli altri i fanti tedeschi; ma passando al ponte del Gravalone48 che era di legname, rotte l’assi per il peso de’ cavalli, restorono presi o morti tutti quegli de’ franzesi e de’ tedeschi che non erano ancora passati. Obligossi Pavia a pagare quantità grande di danari; il medesimo aveva già fatto Milano, componendosi in49 somma molto maggiore, e facevano, da Brescia e Crema in fuora, tutte l’altre città : gridavasi per tutto il paese il nome dello imperio, lo stato si riceveva e governava in nome della santa lega (così concordemente la chiamavano), disponendosi la somma delle cose50 con l’autorità del cardinale sedunense deputato legato dal pontefice ; ma i danari e tutte le taglie si pagavano a’ svizzeri, loro erano tutte l’utilità tutti i guadagni. Alla fama delle quali cose commossa51 tutta la nazione, subito che fu finita la dieta chiamata a Zurich per questo effetto, venne a unirsi cogli altri grandissima quantità.

In tanta mutazione delle cose, le città di Piacenza e di Parma si dettono volontariamente al pontefice, il quale pretendeva appartenersegli come membri dell’esarcato di Ravenna. Occuporno i svizzeri Lucarna52 e i grigioni la Valvoltolina e Chiavenna, luoghi molto opportuni alle cose loro53, e Ianus Fregoso condottiere de’ viniziani, andato a Genova con cavalli e fanti ottenuti da loro, fu causa che fuggendosene il governatore franzese quella città si ribellasse, ed egli fu creato doge, la quale degnità aveva già avuta… suo padre54. Ritcrnorno, col medesimo impeto della fortuna, al pontefice tutte le terre e le fortezze della Romagna; e accostandosi a Bologna il duca d’Urbino con le genti ecclesiastiche, i Bentivogli privi d’ogni speranza l’abbandonorno: i quali55 il pontefice asprissimamente perseguitando, interdisse56 tutti i luoghi che in futuro gli ricettassino57. Né dimostrava minore odio contro alla città, sdegnato che dimenticata di tanti benefici si fusse così ingratamente ribellata, che alla sua statua fusse stato insultato con molti obbrobri e schernito con infinite contumelie il suo nome; onde non creò loro di nuovo i magistrati né gli ammesse più in parte alcuna al governo, estorquendo58, per mezzo di ministri aspri, danari assai da molti cittadini come aderenti de’ Bentivogli: per le quali cose (o vero o falso che fusse) si divulgò, che se i pensieri suoi non fussino stati interrotti dalla morte, avere avuto nell’animo, demolita quella città, trasferire a Cento gli abitatori.

1. esclamava: protestava vivacemente.

2. ignobilità: bassezza di stirpe.

3. Landsknechte, fanterie della Germania meridionale.

4. avessino… tollerare: avrebbero tollerato passivamente.

5. ritenere… che non dimostrassino: trattenere… dal dimostrare.

6. discorreva: giudicava.

7. per… alti: per le antiche convenzioni che avevano con i cantoni più settentrionali.

8. cassati: licenziati.

9. sprovedere: sguarnire.

10. coprire: nascondere.

11. concorrevano… agli stipendi loro: contribuivano… a pagare i loro stipendi.

12. oltre… seimila: più di seimila in più del numero richiesto.

13. Ponte Oglio.

14. Castiglione delle Stiviere.

15. incerti: evidentemente si riferisce ad un sottinteso «francesi».

16. Gli stradiotti erano cavalleggeri di origine greca o dalmata.

17. significando: comunicando.

18. dimostrava: spiegava.

19. consultato: consultatisi.

20. con ragione: secondo un criterio.

21. delle terre: dei luoghi fortificati.

22. alla campagna: alle battaglie campali.

23. lacerando: criticando aspramente.

24. risolvere: dissolvere.

25. diffidandosi: non avendo la sicurezza.

26. opportuno: vicino.

27. s’avesse a ricevere: soggetto sottinteso è Cremona.

28. ritenendosi… franzesi: rimanendo però la fortezza in mano ai francesi.

29. pretendevano: dichiaravano pretestuosamente di volere.

30. pecunia numerata: danaro liquido.

31. obligando… prestanza: facendosi fare prestiti garantiti dalle future entrate fiscali.

32. subito che: appena.

33. Sant’Angelo Lodigiano.

34. feroci: animosi.

35. privazione: deposizione.

36. salute: salvezza.

37. felicità: fortuna.

38. Bassignana.

39. levato il romore: dato l’allarme.

40. familiari: servitori.

41. convenuti: accordati.

42. commesso: ordinato.

43. Il Ticino.

44. temendo… impedissino: temendo i francesi che (i nemici) impedissero.

45. Ticino.

46. sul lato occidentale.

47. sul lato settentrionale.

48. un ramo del Ticino, che si staccava a sud-ovest della città e tornava a congiungersi col fiume a sud-est.

49. componendosi in: accordandosi dietro pagamento di.

50. disponendosicose: decidendosi le cose più importanti.

51. commossa: spinta.

52. Locarno.

53. molto… loro: molto vicini al loro territorio.

54. Non suo padre (Tommasino), ma suo nonno (Giano).

55. i quali: è oggetto.

56. interdisse: sottopose ad interdetto.

57. ricettassino: accogliessero.

58. estorquendo: estorcendo.