Accordi fra il pontefice ed il re di Francia. I francesi contro il castello di Milano. Accordi fra il re di Francia e Massimiliano Sforza. Massimiliano Sforza in Francia.
Avuta la nuova della vittoria de’ franzesi, il viceré, soprastato1 pochi dì nel medesimo alloggiamento più per necessità che per volontà, potendo difficilmente per carestia di danari muovere l’esercito, ricevutane finalmente certa quantità, e in prestanza da Lorenzo de’ Medici seimila ducati, si ritirò a Pontenuro2, con intenzione di andarsene nel reame di Napoli. Perché, se bene il pontefice, inteso i casi successi, aveva nel principio rappresentato3 agli uomini la costanza del suo antecessore, confortando4 gli oratori de’ confederati a volere mostrare il volto alla fortuna5 e sforzarsi di tenere in buona disposizione i svizzeri e, variando6 loro, che in luogo suo7 si conducessino8 fanti tedeschi, nondimeno, parendogli le provisioni9 non potere essere se non tarde a’10 pericoli suoi e che il primo percosso11 aveva a essere egli, perché, quando bene la riverenza della Chiesa facesse che il re si astenesse da molestare lo stato ecclesiastico, non credeva bastasse a farlo ritenere12 da assaltare Parma e Piacenza, come membri attenenti13 al ducato di Milano, e da molestare lo stato di Firenze, nel quale cessava ogni rispetto14, ed era offesa sì stimata dal pontefice quanto se offendesse lo stato della Chiesa15. Né era vano il suo timore, perché già il re aveva fatto ordinare il ponte in sul Po presso a Pavia per mandare a pigliare Parma e Piacenza; e prese quelle città, quando il pontefice stesse renitente all’amicizia sua16, mandare per la via di Pontriemoli a fare pruova17 di cacciare i Medici dello stato di Firenze. Ma già, per commissione sua, il duca di Savoia e il vescovo di Tricarico suo nunzio trattavano col re; il quale, sospettoso ancora di nuove unioni contro a sé e inclinato alla reverenza della sedia apostolica per lo spavento che era in tutto il regno di Francia delle persecuzioni avute da Giulio, era molto desideroso dello accordo. Però fu prestamente conchiuso tra loro confederazione a difesa degli stati d’Italia, e particolarmente: che il re pigliasse la protezione della persona del pontefice e dello stato della Chiesa, di Giuliano e di Lorenzo de’ Medici e dello stato di Firenze; desse stato in Francia e pensione18 a Giuliano, pensione a Lorenzo e la condotta di cinquanta lancie19 ; consentisse che il pontefice desse il passo per lo stato della Chiesa al viceré di20 tornare con l’esercito nel regno di Napoli; fusse tenuto il pontefice levare di Verona e dallo aiuto21 di Cesare contro a’ viniziani le genti sue; restituire al re di Francia le città di Parma e di Piacenza, ricevendo in ricompenso dal re che il ducato di Milano fusse tenuto a levare per uso suo22 i sali da Cervia, che si calcolava essere cosa molto utile per la Chiesa, e già il pontefice nella confederazione fatta col duca di Milano aveva convenuto23 seco questo medesimo; che si facesse compromesso nel duca di Savoia24 se i fiorentini avevano contrafatto alla confederazione25 che avevano fatto col re Luigi, e che avendo contrafatto avesse a dichiarare la pena, il che il re diceva dimandare più per onore suo che per altra cagione. E fatta la conclusione, Tricarico andò subito in poste26 a Roma per persuadere al pontefice la ratificazione27 ; e Lorenzo, acciò che il viceré avesse cagione di partirsi più presto, ritirò a Parma e Reggio le genti che erano a Piacenza, ed egli andò al re per farsegli grato e persuadergli28, secondo gli ammunimenti artificiosi29 del zio, di volere in ogni evento delle cose dipendere da lui. Non fu senza difficoltà indurre il pontefice alla ratificazione, perché gli era molestissimo il perdere Parma e Piacenza, e arebbe volentieri aspettato di intendere prima quel che deliberassino i svizzeri: i quali, convocata la dieta a Zurich, cantone principale di tutti gli elvezi e inimicissimo a’ franzesi, trattavano di soccorrere il castello di Milano, nonostante che avessino abbandonato le valli e le terre di Bellinzone e di Lugarno ma non le fortezze, benché il re pagati seimila scudi al castellano ottenesse quella di Lugarno; ma non abbandonorono già i grigioni Chiavenna. Nondimeno, dimostrandogli Tricarico essere pericolo che il re non30 assaltasse senza dilazione Parma e Piacenza e mandasse gente in Toscana, e magnificando31 il danno che i svizzeri avevano ricevuto nella giornata32, fu contento33 ratificare; con modificazione però di non avere egli o suoi agenti a consegnare Parma e Piacenza, ma lasciandole vacue di sue genti e di suoi officiali, permettere che il re se le pigliasse; che il pontefice non fusse tenuto a levare le genti da Verona per non fare questa ingiuria a Cesare, ma bene34 prometteva da parte di levarle presto con qualche comoda occasione; e che i fiorentini fussino assoluti dalla contrafazione pretensa35 della lega. Fu anche in questo accordo che il re non pigliasse protezione di alcuno feudatario o suddito dello stato della Chiesa, né solo [non] vietare al pontefice come superiore loro il procedere contro a essi e il gastigargli, ma eziandio obligandosi, quando ne fusse ricercato36, a dargli aiuto. Trattossi ancora che il pontefice e il re si abboccassino in qualche luogo comodo insieme, cosa proposta dal re ma desiderata dall’uno e dall’altro di loro: dal re, per stabilire37 meglio questa amicizia, per assicurare le cose38 degli amici che aveva in Italia, e perché sperava, con la presenza sua e con offerire stati grossi al fratello del pontefice e al nipote, ottenere di potere con suo consentimento assaltare, come ardentissimamente desiderava, il reame di Napoli; dal pontefice, per intrattenere con questo officio39, o con la maniera sua40 efficacissima a conciliarsi gli animi degli uomini, il re mentre che era in tanta prosperità, non ostante che da molti fusse dannata41 tale deliberazione come indegna della maestà del pontificato, e come se convenisse42 che il re, volendo abboccarsi seco, andasse a trovarlo a Roma. Alla quale cosa egli affermava condiscendere per desiderio di indurre il re a non molestare il regno di Napoli durante la vita del re cattolico; la quale, per essere egli, già più di uno anno, caduto in mala disposizione del corpo43, era comune opinione avesse a essere breve.
Travagliavasi in questo mezzo Pietro Navarra intorno al castello di Milano; e insignoritosi di una casamatta44 del fosso del castello per fianco verso porta Comasina, e accostatosi con gatti e travate45 al fosso e alla muraglia della fortezza, attendeva a fare la mina in quel luogo: e levate le difese46 ne cominciò poi più altre47 ; e tagliò con gli scarpelli, da uno fianco della fortezza, grande pezzo di muraglia e messela in su i puntelli, per farla cadere nel tempo medesimo che si desse fuoco alle mine. Le quali cose benché, secondo il giudicio di molti, non bastassino a fargli ottenere il castello se non con molta lunghezza e difficoltà, e già s’avesse certa notizia i svizzeri prepararsi, secondo la determinazione fatta nella dieta di Zurich, per soccorrerlo; nondimeno, essendo nata pratica tra Giovanni da Gonzaga condottiere del duca di Milano, che era in castello, e il duca di Borbone parente suo48, e dipoi intervenendo nel trattare col duca di Borbone Ieronimo Morone e due capitani de’ svizzeri che erano nel castello, si conchiuse49, con grande ammirazione di tutti, il quarto dì di ottobre, con imputazione grandissima50 di leronimo Morone, che o per troppa timidità o per poca fede avesse persuaso a questo accordo il duca con la autorità sua, che appresso a lui era grandissima; il quale carico egli scusava51 con allegare essere nata diffidenza tra i fanti svizzeri e gli italiani. Contenne la concordia: che Massimiliano Sforza consegnasse subito al re di Francia i castelli di Milano e di Cremona; cedessegli tutte le ragioni52 che aveva in quello stato; ricevesse dal re certa somma di danari per pagare i debiti suoi, e andasse in Francia, dove il re gli desse ciascuno anno pensione di trentamila ducati o operasse che fusse fatto cardinale con pari entrata; perdonasse il re a Galeazzo Visconte e a certi altri gentiluomini del ducato di Milano, che si erano affaticati molto per Massimiliano; desse a’ svizzeri che erano nel castello scudi seimila; confermasse a Giovanni da Gonzaga i beni che per donazione del duca aveva nello stato di Milano, e gli desse certa pensione53 ; confermasse similmente al Morone i beni propri e i donati dal duca e gli uffici che aveva, e lo facesse maestro delle richieste54 della corte di Francia. Il quale accordo fatto, Massimiliano, altrimenti il moro55 per il nome paterno, uscito del castello, se ne andò in Francia ; dicendo essere uscito della servitù de’ svizzeri, degli strazi di Cesare e degli inganni degli spagnuoli : e nondimeno, lodando ciascuno più la fortuna di averlo presto deposto di tanto grado che di avere prima esaltato uno uomo che, per la incapacità sua e per avere pensieri estravaganti e costumi sordidissimi, era indegno di ogni grandezza.
1. sopvastato: rimasto.
2. Pontenure, presso Piacenza.
3. rappresentato: ricordato col suo comportamento.
4. confortando: esortando.
5. mostrare… fortuna: fronteggiare le avversità.
6. variando: cambiando atteggiamento.
7. suo: degli svizzeri.
8. si conducessino: si assoldassero.
9. le provisioni: i provvedimenti.
10. a’: in rapporto ai.
11. percosso: colpito, danneggiato.
12. ritenere: trattenere.
13. attenenti: appartenenti.
14. nel… rispetto: riguardo al quale veniva del tutto meno il rispetto per la Chiesa (essendo Firenze uno stato nominalmente indipendente).
15. Il periodo non è concluso.
16. stesse… sua: continuasse a rifiutare di allearsi con lui.
17. fare pruova: tentare.
18. pensione: rendita.
19. la… lance: lo assumesse come capitano di cinquanta lance.
20. desse il passo… di: concedesse il passo… per.
21. dallo aiuto: dal servizio in aiuto.
22. levare… suo: comprare per il consumo interno.
23. aveva convenuto: aveva concordato.
24. si… Savoia: si rimettesse all’arbitrato del duca di Savoia la decisione.
25. avevano… confederazione: avevano violato i patti della confederazione.
26. in poste: velocemente.
27. per… ratificazione: per persuadere il pontefice a ratificare. Costrutto latineggiante.
28. persuadergli: convincerlo.
29. artificiosi: astuti.
30. pericolo che… non: pericolo che.
31. magnificando: esagerando.
32. nella giornata: nella battaglia.
33. fu contento: accettò di.
34. bene: ugualmente, comunque.
35. dalla… pretensa: dalla pretesa violazione.
36. ricercato: richiesto.
37. stabilire: consolidare:
38. per… cose: per proteggere gli interessi.
39. per… officio: per rendersi benevolo con questa forma di omaggio (andare all’abboccamento).
40. la… sua: il suo modo di fare.
41. dannata: disapprovata.
42. come se convenisse: adducendo che era conveniente.
43. caduto… corpo: ammalato.
44. La casamatta è una postazione d’artiglieria coperta da un tetto e da muri.
45. gatti e travate erano macchine formate da un tetto che proteggeva gli assalitori e da una trave che colpiva le mura. La trave aveva spesso l’estremità a forma di testa di gatto.
46. levate le difese: smantellate e rese inutilizzabili le artiglierie poste sulle mura.
47. altre: s’intende: altre mine.
48. Il Borbone era figlio di Clara Gonzaga.
49. si conchiuse: soggetto sottinteso è l’assedio.
50. con… grandissima: con biasimo grandissimo.
51. il quale… scusava: dalla quale accusa egli si discolpava.
52. tutte le ragioni: tutti i diritti.
53. certa pensione: uno stipendio fisso.
54. Il maître des requêtes faceva parte di un tribunale chiamato «les Requêtes de l’Hotel», che aveva il compito di riferire al consiglio del re le richieste dei privati.
55. altrimenti il moro: detto anche il moro.
Richieste d’aiuti dei veneziani al re di Francia. Morte dell’Alviano e onori resigli dai soldati; giudizio dell’autore. Successi dei veneziani. Veneziani e francesi contro Brescia; insuccesso dell’impresa.
Ma innanzi alla dedizione1 del castello di Milano vennono al re quattro imbasciadori, de’ principali e più onorati del senato viniziano, Antonio Grimanno Domenico Trivisano Giorgio Cornero e Andrea Gritti, a congratularsi della vittoria, e a ricercarlo che, come era tenuto per i capitoli della confederazione, gli aiutasse alla recuperazione delle terre loro: cosa che non aveva altro ostacolo che delle forze di Cesare, e di quelle genti che con Marcantonio Colonna erano per il2 pontefice in Verona; perché il viceré, poi che levato del piacentino ebbe soggiornato alquanto nel modenese, per aspettare se il papa ratificava lo accordo fatto col re di Francia, intesa la ratificazione, se ne era andato per la Romagna a Napoli. Deputò3 il re prontamente in aiuto loro il bastardo di Savoia e Teodoro da Triulzio con settecento lancie e settemila fanti tedeschi: i quali mentre differiscono a partirsi, o per aspettare quello che succedeva del castello di Milano o perché il re volesse mandare le genti medesime alla espugnazione del castello di Cremona, l’Alviano, al quale i viniziani non avevano consentito che seguitasse il viceré perché desideravano di recuperare, se era possibile senza aiuto d’altri, Brescia e Verona, andò con l’esercito verso Brescia. Ma essendo entrati di nuovo4 in quella città mille fanti tedeschi, l’Alviano, essendosi molti dì innanzi Bergamo arrenduto a’ viniziani, si risolveva a5 andare prima alla espugnazione di Verona perché era manco fortificata, per maggiore comodità delle vettovaglie e perché, presa Verona, Brescia, restando sola e in sito da potere avere difficilmente soccorso di Germania, era facile a pigliare; ma si tardava a dare principio alla impresa, per timore che il viceré e le genti del pontefice che erano in reggiano e modanese non6 passassino il Po a Ostia7 per soccorrere Verona. Del quale sospetto poiché per la partita del viceré si restò sicuro8, dava impedimento la infermità dell’Alviano; il quale, ammalato a Ghedi in bresciano, minore di sessanta anni, pasò ne’ primi dì di ottobre, con grandissimo dispiacere de’ viniziani, all’altra vita; ma con molto maggiore dispiacere de’ suoi soldati, che non si potendo saziare della memoria sua9 tennono il corpo suo venticinque dì nello esercito, conducendolo, quando si camminava, con grandissima pompa. E volendo condurlo a Vinegia, non comportò Teodoro Triulzio che per potere passare per veronese si dimandasse, come molti ricordavano10, salvocondotto a Marcantonio Colonna; dicendo non essere conveniente che chi vivo non aveva mai avuto paura degli inimici, morto facesse segno di temergli. A Venegia fu, per decreto publico, seppellito con grandissimo onore nella chiesa di Santo Stefano, dove ancora oggi si vede il suo sepolcro; e la orazione funebre fece Andrea Novagiero11 gentil uomo viniziano, giovane di molta eloquenza. Capitano, come ciascuno confessava, di grande ardire ed esecutore con somma celerità delle cose deliberate, ma che molte volte, o per sua mala fortuna o, come molti dicevano, per essere di consiglio precipitoso12, fu superato dagli inimici: anzi, forse, dove fu principale13 degli eserciti non ottenne mai vittoria alcuna.
Per la morte dell’Alviano, il re, ricercato da’ viniziani14, concedette a governo dello esercito loro il Triulzio; desiderato per la sua perizia e riputazione nella disciplina militare e perché, per la inclinazione comune della fazione guelfa15, era sempre stato intratenimento16 e benivolenza tra lui e quella republica. Il quale mentre che andava allo esercito, le genti de’ viniziani espugnorono Peschiera; ma innanzi l’espugnassino roppono alcuni cavalli e trecento fanti spagnuoli che andavano per soccorrerla, e di poi ricuperorno Asola e Lunà, abbandonate dal marchese di Mantova.
Alla venuta del Triulzio si pose, per gli stimoli del senato, il campo a Brescia; avvenga che17 l’espugnazione senza l’esercito franzese paresse molto difficile, perché la terra era forte e dentro mille fanti tra tedeschi e spagnuoli, stati costretti a partirsi numero grandissimo de’ guelfi e imminente già la vernata, e il tempo dimostrarsi molto sottoposto alle pioggie18. Né ingannò l’evento della cosa il giudicio del capitano: perché avendo cominciato a battere le mura con le artiglierie, piantate in sul fosso dalla parte onde esce la Garzetta19, quegli di dentro che spesso uscivano fuora, spinti una volta mille cinquecento fanti tra tedeschi e spagnuoli ad assaltare la guardia della artiglieria, alla quale erano deputati cento uomini d’arme e seimila fanti, e battendogli anche con la scoppietteria20, distesa per questo in su le mura della terra, gli messeno facilmente tutti in fuga, ancora che Giampaolo Manfrone con trenta uomini d’arme sostenesse alquanto lo impeto loro; ammazzorono circa dugento fanti, abbruciorno la polvere e condusseno in Brescia dieci pezzi d’artiglieria. Per il quale disordine parve21 al Triulzio di allargarsi22 con lo esercito per aspettare la venuta de’ franzesi, e si ritirò a Cuccai23 lontano dodici miglia da Brescia; attendendo intratanto24 i viniziani a provedere di nuova25 artiglieria e munizione. Venuti i franzesi, si ritornò alla espugnazione di quella città, battendo in due diversi luoghi, dalla porta delle Pile verso il castello e dalla porta di San Gianni; alloggiando da una parte l’esercito franzese, nel quale, licenziati i fanti tedeschi, perché recusavano andare contro alle città possedute da Cesare, era venuto Pietro Navarra con [cinquemila] fanti guasconi e franzesi. Dall’altra parte era il Triulzio co’ soldati viniziani; sopra il quale rimase quasi tutta la somma delle cose26, perché il bastardo di Savoia ammalato era partito dell’esercito. Battuta la muraglia, non si dette l’assalto perché quegli di dentro aveano fatto molti ripari, e con grandissima diligenza e valore provedevano tutto quel che era necessario alla difesa : onde Pietro Navarra, ricorrendo al rimedio consueto, cominciò a dare opera alle mine e insieme a tagliare le mura co’ picconi. Nel quale tempo Marcantonio Colonna, uscito di Verona con seicento cavalli e cinquecento fanti, e avendo incontrato in su la campagna Giampaolo Manfrone e Marcantonio Bua, che con quattrocento uomini d’arme e quattrocento cavalli leggieri erano a guardia di Valeggio, gli roppe; nel quale incontro27 Giulio figliuolo di Giampaolo, mortogli mentre combatteva il cavallo sotto, venne in potestà degli inimici, e il padre fuggì a Goito: occuporno di poi Lignago, ove presono alcuni gentiluomini viniziani. Finalmente, mostrandosi ogni dì più dura e difficile la oppugnazione28, perché le mine ordinate29 da Pietro Navarra non riuscivano alle speranze30 date da lui, e intendendosi venire di Germania ottomila fanti, i quali i capitani che erano intorno a Brescia non si confidavano di impedire31, furno contenti i viniziani per ricoprire32 in qualche parte l’ignominia del ritirarsi, convenire con quegli che erano in Brescia, che se infra trenta dì non fussino soccorsi abbandonerebbono la città, uscendone, così permettevano i viniziani, con le bandiere spiegate con l’artiglierie e con tutte le cose loro : la quale promessa, tale era la certezza della venuta del soccorso, sapeva ciascuno dovere essere vana, ma alla gente di Brescia non era inutile il liberarsi in questo mezzo33 dalle molestie. Messono dipoi i viniziani in Bré, castello de’ conti di Lodrone34, ottomila fanti : ma come questi sentirne i fanti tedeschi, a’ quali si era arrenduto il castello di Amfo35, venire innanzi, si ritirorno vilmente all’esercito. Né fu maggiore animo ne’ capitani : i quali, temendo in un tempo medesimo non36 essere assaltati da questi e da quegli che erano in Brescia e da Marcantonio co’ soldati che erano a Verona, si ritirorno a Ghedi; ove prima, già certi di questo accidente, aveano mandate l’artiglierie maggiori, e quasi tutti i carriaggi. E i tedeschi, entrati in Verona senza contrasto, proveduta che l’ebbono di vettovaglie e accresciuto il numero de’ difensori, se ne ritornorono in Germania.
1. dedizione’, resa.
2. per il: alle dipendenze del.
3. deputò: mandò.
4. di nuovo: poco prima.
5. si… a: decideva di.
6. per timore che… non: per timore che.
7. Ostiglia.
8. si restò sicuro: rimase libero.
9. non… sua: non potendo rassegnarsi a ricordarlo semplicemente.
10. ricordavano: raccomandavano.
11. Andrea di Bernardo Navagero.
12. di… precipitoso: precipitoso nel prendere le decisioni.
13. principale: capo.
14. ricercato da’ viniziani: su richiesta dei veneziani.
15. per… guelfa: per il fatto di essere, come Venezia, partigiano dei guelfi.
16. era… intratenimento: c’erano sempre stati buoni rapporti.
17. avvenga che: sebbene.
18. il tempo… pioggia: la stagione si prospettava molto piovosa.
19. Il Garza, affluente del Mella, entra in Brescia dal lato nord e ne esce dal lato sud-ovest.
20. con la scoppietteria: con il fuoco degli scoppietti (piccoli orchibugi).
21. parve: sembrò opportuno.
22. allargarsi: allontanarsi.
23. Forse Coccaglio.
24. intratanto: nel frattempo.
25. a… nuova: a rifornirsi di.
26. la… cose: l’autorità e responsabilità.
27. incontro: scontro.
28. la oppugnazione: l’assalto.
29. ordinate: preparate.
30. non… speranze: non davano risultati conformi alle speranze.
31. non… impedire: non si ritenevano abbastanza forti da poterli bloccare.
32. ricoprire: mascherare.
33. in questo mezzo: nel frattempo.
34. Breno, sull’Oglio. I conti di Lodron-Laterano erano feudatari del conte del Tirolo e combattevano contro la repubblica.
35. Anfo, in provincia di Brescia.
36. temendo… non: temendo… di.
CAPITOLO XVIII
Incontro del pontefice e del re di Francia a Bologna e questioni trattate. Ritorno del re in Francia; suoi accordi con gli svizzeri. Mutamento di governo in Siena.
Aveano in questo mezzo stabilito il pontefice e il re di convenire insieme1 a Bologna; avendo il re accettato questo luogo, più che Firenze, per non si allontanare tanto dal ducato di Milano, trattandosi massimamente del continuo2 per il3 duca di Savoia la concordia tra i svizzeri e lui; e perché, secondo diceva, sarebbe necessitato, passando in Toscana, menare seco molti soldati; e perché conveniva all’onore suo non entrare con minore pompa in Firenze che già vi fusse entrato il re Carlo, la quale per ordinare4 si interporrebbe dilazione di qualche dì, la quale al re era grave, e per altri rispetti; e perché tanto più sarebbe stato necessitato a ritenere5 tutto l’esercito, del quale, ancora che la spesa fusse gravissima, non aveva6 insino a quel dì né intendeva, mentre era in Italia, licenziare parte alcuna. Entrò adunque, l’ottavo dì di dicembre, il pontefice in Bologna; e due dì appresso vi entrò il re, il quale erano andati a ricevere a’ confini del reggiano due legati apostolici, il cardinale dal Fiesco7 e quello de’ Medici. Entrò senza gente d’arme né con la corte molto piena; e introdotto, secondo l’uso, nel concistorio publico innanzi al pontefice, egli medesimo, parlando in nome suo il gran cancelliere8, offerse la ubbidienza la quale prima non aveva prestata. Stettero dipoi tre dì insieme, alloggiati nel palagio medesimo, facendo l’uno verso l’altro segni grandissimi di benivolenza e di amore. Nel qual tempo, oltre al riconfermare con le parole e con le promesse le già fatte obligazioni, trattorono insieme molte cose del regno di Napoli; il quale non essendo allora il re ordinato9 ad assaltare, si contentò della speranza datagli molto efficacemente dal pontefice di essergli favorevole a quella impresa, qualunque volta10 sopravenisse la morte del re d’Aragona, la quale per giudicio comune era propinqua, o veramente11 fusse finita la confederazione che aveva seco, che durava ancora sedici mesi. Intercedette ancora il re per la restituzione di Modona e di Reggio al duca di Ferrara, e il pontefice promesse di restituirle pagandogli il duca i quarantamila ducati i quali il papa aveva pagati per Modena a Cesare, e oltre a questi certa quantità di danari per spese fatte nell’una e l’altra città. Intercedette ancora il re per Francesco Maria duca di Urbino; il quale, essendo soldato della Chiesa con dugento uomini d’arme e dovendo andare con Giuliano de’ Medici all’esercito, quando poi per la infermità sua vi fu proposto12 Lorenzo, non solamente aveva ricusato di andarvi, allegando che quel che contro alla sua degnità avea consentito alla lunga amicizia tenuta con Giuliano, di andare come semplice condottiere e sottoposto alla autorità di altri nell’esercito della Chiesa, nel quale era stato tante volte capitano generale superiore a tutti, non voleva concedere a Lorenzo; ma oltre a questo, avendo promesso di mandare le genti della sua condotta le rivocò mentre erano nel cammino, perché già secretamente avea convenuto13 o trattava di convenire col re di Francia, e dopo la vittoria del re non aveva cessato per mezzo d’uomini propri concitarlo quanto potette contro al pontefice. Il quale, ricordevole di queste ingiurie, e già pensando di attribuire alla famiglia propria quel ducato, dinegò al re la sua domanda14 ; dimostrandogli con dolcissime parole quanta difficoltà farebbe alle cose della Chiesa il dare, con esempio così pernicioso, ardire a’ sudditi di ribellarsi : alle quali ragioni e alla volontà del papa cedette pazientemente il re; con tutto che per l’onore proprio avesse desiderato di salvare chi per essersi aderito a lui era caduto in pericolo, e che al medesimo lo confortassino15 molti del suo consiglio e della corte, ricordando quanto fusse stata imprudente la deliberazione del re passato d’avere permesso al Valentino opprimere i signori piccoli di Italia, per il che era salito in tanta grandezza che se più lungamente fusse vivuto il padre Alessandro arebbe senza dubbio nociuto molto alle cose sue. Promesse il pontefice al re dargli facoltà di riscuotere per uno anno la decima parte delle entrate delle chiese del reame di Francia. Convennero ancora che il re avesse la nominazione de’ benefici16 che prima apparteneva a’ collegi e a’ capitoli delle chiese, cosa molto a proposito di quegli re, avendo facoltà di distribuire ad arbitrio suo tanti ricchissimi benefici; e da altra parte, che le annate17 delle chiese di Francia si pagassino in futuro al pontefice secondo il vero valore e non secondo le tasse antiche, le quali erano molto minori: e in questo rimase decetto18 il pontefice; perché avendosi, contro a coloro che occultavano il vero valore, a fare l’esecuzione e deputare i commissari nel regno di Francia, niuno voleva provare niuno voleva eseguire contro agli impetratori19, di maniera che ciascuno continuò di20 spedire secondo le tasse vecchie. Promesse ancora il re di non pigliare in protezione alcuna delle città di Toscana; benché non molto poi, facendo instanza che gli consentisse di accettare la protezione de’ lucchesi i quali gli offerivano venticinquemila ducati, e allegando esserne tenuto per le obligazioni dello antecessore, il pontefice, recusando di concedergliene21, gli promesse di non dare loro molestia alcuna. Deliberorno oltre a queste cose mandare Egidio generale de’ frati di Santo Agostino22, ed eccellentissimo nelle predicazioni, a Cesare, in nome del pontefice per disporlo a consentire a’ viniziani, con ricompenso di danari, Brescia e Verona. Le quali cose espedite23, ma non per scrittura24 (eccetto quello che apparteneva alla nominazione25 de’ benefici e al pagamento delle annate secondo il vero valore), il pontefice, in grazia del re26 e per onorare tanto convento27, pronunziò28 cardinale Adriano di Boisì fratello del gran maestro di Francia29, che nelle cose del governo teneva il primo luogo appresso al re. Da questo colloquio partì il re molto contento nell’animo, e con grande speranza della benivolenza del pontefice : il quale dimostrava copiosamente il medesimo ma dentro sentiva altrimenti; perché gli era molesto come prima che ’l ducato di Milano fusse posseduto da lui, molestissimo avere rilasciato Piacenza e Parma, parimente molesto il restituire al duca di Ferrara Modona e Reggio. Benché questo, non molto poi, tornò vano: perché avendo il pontefice in Firenze, ove dopo la partita da Bologna stette circa uno mese, ricevute dal duca le promesse de’ danari che s’aveano a pagare subito che fusse entrato in possessione, ed essendo di comune consentimento ordinate le scritture degli instrumenti30 che tra loro s’aveano a fare, il pontefice, non negando ma interponendo varie scuse e dilazioni, e sempre promettendo, ricusò di dargli perfezione31.
Ritornato il re a Milano32 licenziò subito l’esercito, riservate alla guardia di quello stato [settecento] lancie e seimila fanti tedeschi e quattromila franzesi, di quella sorte che da loro sono chiamati venturieri33 ; egli con grandissima celerità, ne’ primi dì dell’anno mille cinquecento sedici, ritornò in Francia, lasciato luogotenente suo Carlo duca di Borbone : parendogli avere stabilite in Italia le cose sue34, per la confederazione contratta col pontefice, e perché in quegli dì medesimi avea convenuto co’ svizzeri. I quali, benché il re di Inghilterra [gli] stimolasse a muovere di nuovo l’armi contro al re, rinnovorno seco la confederazione35, obligandosi a dare sempre in Italia e fuori, per difesa e per offesa contro a ciascuno, col nome e con le bandiere publiche, a’ suoi stipendi qualunque numero di fanti dimandasse; eccettuando solamente dall’offesa36 il pontefice, l’imperio e Cesare : e da altra parte il re riconfermò loro le pensioni antiche, promesse pagare in certi tempi i quattrocentomila ducati convenuti a Digiuno, e trecentomila se gli restituivano le terre e le valli appartenenti al ducato di Milano. Il che ricusando di fare e di ratificare la concordia i cinque cantoni che le possedevano37, cominciò il re a pagare agli altri otto la rata de’ danari appartenente a loro; i quali l’accettorno, ma con espressa condizione di non essere tenuti di andare a gli stipendi suoi contro a’ fanti de’ cinque cantoni.
Nel principio dell’anno medesimo il vescovo de’ Petrucci38, antico familiare39 del pontefice, coll’aiuto suo e de’ fiorentini cacciato di Siena Borghese figliuolo di Pandolfo Petrucci cugino suo, in mano del quale era il governo, arrogò a sé la medesima autorità40 : movendosi il pontefice perché quella città, posta tra lo stato della Chiesa e de’ fiorentini, fusse governata da uomo confidente a sé41, e forse molto più perché sperasse42, quando fusse propizia la opportunità de’ tempi, potere con volontà del vescovo medesimo sottoporla o al fratello o al nipote.
1. di… insieme: di incontrarsi.
2. del continuo: continuamente.
3. per il: tramite il.
4. ordinare: preparare.
5. ritenere: continuare a mantenere.
6. non aveva: si sottintende «licenziato».
7. Niccolò Fieschi vescovo di Forlì e cardinale di Santa Lucia in Settisolio.
8. Antoine du Prat; signore di Nantouillet, barone di Thoury e Thiers, arcivescovo di Sens.
9. ordinato: pronto.
10. qualunque volta: quando.
11. o veramente: oppure.
12. proposto: preposto.
13. avea, convenuto: si era accordato.
14. dinegò… domanda: si rifiutò di soddisfare alla richiesta del re.
15. lo confortassino: lo esortassero.
16. la… benefìci: il diritto di conferire i benefici.
17. Le annate erano i proventi dei benefici vacanti, dovuti per il primo anno dal beneficiario alla Santa Sede.
18. decetto: deluso.
19. contro agli impetratori: contro i detentori dei benefici.
20. di: a.
21. di concedergliene: di concedergli questo.
22. Egidio Canisio da Viterbo.
23. espedite: concluse.
24. per scrittura: con un documento scritto.
25. apparteneva alla nominazione: riguardava il conferimento.
26. in grazia del re: per fare cosa gradita al re.
27. tanto convento: un incontro così importante.
28. pronunziò: nominò.
29. Adrien Gouffier di Boisy, vescovo di Coutance, poi arcivescovo di Albi e grande elemosiniere di Francesco I.
30. ordinate… instrumenti: preparata la stesura dei documenti.
31. di dargli perfezione: di dar loro conclusione definitiva.
32. Fine di dicembre 1515.
33. I venturieri erano soldati che militavano senza stipendio fuori dalle compagnie ordinarie.
34. stabilite… le cose sue: consolidato… il suo dominio.
35. 24 dicembre 1515.
36. eccettuando… dall’offese: escludendo… dal numero di coloro contro i quali erano disposti a combattere.
37. Oltre ai Grigioni, i cantoni che non ratificarono furono Uri, Obwalden, Unterwalden, Schwiz.
38. Raffaele Petrucci, vescovo di Grosseto.
39. familiare: cliente, persona del seguito.
40. marzo 1516.
41. confidente a sé: di propria fiducia.
42. perché sperasse: perché sperava. Il perché è causale; il congiuntivo ha valore ipotetico.
CAPITOLO XIX
Morte del re d’Aragona; giudizio dell’autore. Morte del gran capitano. Aspirazione del re di Francia alla conquista del regno di Napoli e sue speranze. Liberazione di Prospero Colonna dalla prigionia.
Rimasono in Italia accese le cose1 tra Cesare e i viniziani, desiderosi di ricuperare, coll’aiuto del re di Francia, Brescia e Verona: l’altre cose parevano assai quiete. Ma presto cominciorno ad apparire princìpi di nuovi movimenti, che si suscitavano per opera del re di Aragona; il quale, temendo al2 regno di Napoli per la grandezza del re di Francia, trattava con Cesare e col re di Inghilterra che di nuovo si movessino l’armi contro a lui : il che non solamente non era stato difficile persuadere a Cesare, desideroso sempre di cose nuove, e il quale da se stesso difficilmente poteva conservare le terre tolte a’ viniziani; ma ancora il re di Inghilterra, potendo meno in lui la memoria dell’avere il suocero violatogli le promesse che la emulazione3 e l’odio presente contro al re di Francia, vi assentiva. Stimolavalo oltre a questo il desiderio che il re di Scozia pupillo fusse governato per uomini o proposti o dependenti da lui. Le quali cose si sarebbono tentate con maggiore consiglio4 e con maggiori forze se, mentre si trattavano, non fusse succeduta la morte del re d’Aragona; il quale, afflitto da lunga indisposizione, morì del mese di [gennaio]5 mentre andava colla corte a Sibilia6, in Madrigalegio7, villa ignobilissima8. Re di eccellentissimo consiglio e virtù, e nel quale, se fusse stato costante nelle promesse, non potresti facilmente riprendere cosa alcuna; perché la tenacità dello spendere9, della quale era calunniato, dimostrò facilmente falsa la morte sua, conciossiaché avendo regnato [quarantadue] anni non lasciò danari accumulati. Ma accade quasi sempre, per il giudicio corrotto degli uomini, che ne’ re è più lodata la prodigalità, benché a quella sia annessa la rapacità, che la parsimonia congiunta con la astinenza della roba di altri10. Alla virtù rara di questo re si aggiunse la felicità rarissima, perpetua, se tu levi la morte dell’unico figliuolo maschio11, per tutta la vita sua : perché i casi delle femmine12 e del genero13 furno cagione che insino alla morte si conservasse la grandezza14 ; e la necessità di partirsi, dopo la morte della moglie, di Castiglia fu più tosto giuoco che percossa della fortuna. Tutte l’altre cose furno felicissime. Di secondogenito del re di Aragona15, morto il fratello maggiore16, [ottenne quel reame] ; pervenne, per mezzo del matrimonio contratto con Isabella, al regno di Castiglia; scacciò vittoriosamente gli avversari che competevano17 al medesimo reame; recuperò poi il regno di Granata, posseduto dagli inimici della nostra fede poco meno di ottocento anni; aggiunse allo imperio suo il regno di Napoli, quello di Navarra, Orano e molti luoghi importanti de’ liti di Africa: superiore sempre e quasi domatore di tutti gli inimici suoi. E, ove manifestamente apparì congiunta la fortuna con la industria18, coprì quasi tutte le sue cupidità sotto colore19 di onesto zelo della religione e di santa intenzione20 al bene comune.
Morì, circa a uno mese innanzi alla morte sua, il gran capitano, assente dalla corte e male sodisfatto di lui21 : e nondimeno il re, per la memoria della sua virtù, aveva voluto che da sé e da tutto il regno gli fussino fatti onori insoliti a farsi in Spagna ad alcuno, eccetto che nella morte de’ re; con grandissima approbazione di tutti i popoli, a’ quali il nome del gran capitano per la sua grandissima liberalità era gratissimo e, per l’opinione della prudenza e che22 nella scienza militare trapassasse il valore di tutti i capitani de’ tempi suoi, era in somma venerazione.
Accese la morte del re cattolico l’animo del re di Francia alla impresa di Napoli, alla quale pensava mandare subito il duca di Borbone con ottocento lancie e diecimila fanti; persuadendosi, per essere il regno sollevato per la morte del re e male ordinato23 alla difesa, né potendo l’arciduca essere a tempo a soccorrerlo, averne facilmente a ottenere la vittoria. Né dubitava che il pontefice, per le speranze avute da lui quando furno insieme a Bologna e per la benivolenza contratta seco nello abboccamento, gli avesse a essere favorevole; né meno per lo interesse proprio, come se gli avesse a essere molesta la troppa grandezza dello arciduca24, successore di tanti regni del re cattolico e successore futuro di Cesare. Sperava oltre a questo che l’arciduca, conoscendo potergli molto nuocere l’inimicizia sua nello stabilirsi i regni25 di Spagna e specialmente quello di Aragona (al quale, se alle ragioni26 fusse stata congiunta la potenza, arebbono aspirato alcuni maschi della medesima famiglia), sarebbe proceduto moderatamente a opporsegli. Perché se bene, vivente il re morto e Isabella sua moglie, era stato nelle congregazioni di tutto il regno interpretato che le costituzioni antiche di quel reame escludenti dalla successione della corona le femmine non pregiudicavano a’ maschi nati di quelle, quando nella linea mascolina non si trovavano fratelli zii o nipoti del re morto o chi gli fusse più prossimo del nato delle femmine o almeno in grado pari, e che per questo fusse stato dichiarato appartenersi a Carlo arciduca, dopo la morte di Ferdinando, la successione, adducendo in esempio che per la morte di Martino re d’Aragona27 morto senza figliuoli maschi era stato, per sentenza de’ giudici deputati a questo28 da tutto il regno, preferito Ferdinando29 avolo di questo Ferdinando, benché congiunto per linea femminina, al conte d’Urgelli30 e agli altri congiunti a Martino per linea mascolina ma in grado più remoto di Ferdinando: nondimeno era stata insino ad allora tacita querela31 ne’ popoli che in questa interpretazione e dichiarazione32 avesse più potuto la potenza di Ferdinando e di Isabella che la giustizia; non parendo a molti debita33 interpretazione, che escluse le femmine possa essere ammesso chi nasce di quelle, e che nella sentenza data per34 Ferdinando vecchio avesse più potuto il timore dell’armi sue che la ragione. Le quali cose essendo note al re, e noto ancora che i popoli della provincia d’Aragona di Valenza e della contea di Catalogna (includendosi tutti questi sotto il regno d’Aragona) arebbeno desiderato un re proprio, sperava che l’arciduca, per non mettere in pericolo tanta successione e tanti stati, non avesse finalmente a essere alieno dal concedergli con qualche condecevole35 composizione il regno di Napoli. Nel qual tempo, per aiutarsi oltre alle forze co’ benefici, volle che Prospero Colonna, il quale consentiva di pagare per la liberazione sua trentacinquemila ducati, fusse liberato pagandone solamente la metà ; onde molti credettono che Prospero gli avesse secretamente [ promesso] di non prendere arme contro a lui, o forse di essergli favorevole nella guerra napoletana, ma con qualche limitazione o riserbo dell’onore suo.
1. rimasono… accese le cose: rimase… aperta la guerra.
2. al: per il.
3. l’emulazione: la rivalità.
4. consiglio: ponderazione.
5. 23 gennaio 1516.
6. Siviglia.
7. Madrigalejo.
8. villa ignobilissima: villaggio oscurissimo.
9. la… spendere: l’avarizia.
10. Ma… altri: cfr. Ricordi, C 173 (Opere, I, p. 778).
11. Juan di Castiglia, morto nel 1498.
12. Allude alla morte precoce della moglie Isabella e alla pazzia della figlia Giovanna.
13. La morte di Filippo d’Asburgo, marito di Giovanna d’Aragona.
14. la grandezza: il potere.
15. Giovanni II, re di Navarra e d’Aragona.
16. Carlos, principe di Viana, morto nel 1461.
17. competevano: aspiravano.
18. industria: abilità.
19. sotto colore: con l’apparenza.
20. intenzione: aspirazione.
21. Cfr. VII, VIII.
22. che: dipende da opinione.
23. male ordinato: poco preparato.
24. Carlo d’Asburgo.
25. nello… regni: nell’assicurarsi la successione ai regni.
26. alle ragioni: ai diritti.
27. Martino I d’Aragona, morto nel 1410.
28. deputati a questo: delegati a decidere della successione.
29. Fernando de Antequera, figlio di Leonor sorella di Martino I, che poi regnò col nome di Ferdinando I.
30. Jaime conte di Urgel, discendente da un ramo cadetto della casa d’Aragona.
31. tacita querela: tacito malcontento.
32. dichiarazione: sentenza.
33. debita: corretta.
34. per: a favore di.
35. condecevole: dignitosa.
CAPITOLO XX
Si ravviva la lotta fra tedeschi e franco-veneziani. Discesa di Cesare con nuove milizie in Italia; suoi successi; intimazione ai milanesi. I francesi si restringono in Milano. Arrivo degli svizzeri. Timori di Cesare e sua ritirata dal milanese. Ritorno di svizzeri in patria. Sacco di Lodi e di Sant’Angelo. Condotta ambigua del pontefice durante l’impresa di Cesare. Presa di Brescia.
In questi pensieri costituito1 il re, e già deliberando di non differire il muovere dell’armi, fu necessitato per nuovi accidenti a volgere l’animo alla difesa propria: perché Cesare, ricevuti, secondo le cose cominciate a trattarsi prima col re d’Aragona, centoventimila ducati, si preparava per assaltare, come aveva convenuto con quel re, il ducato di Milano, soccorse che avesse Verona e Brescia. Perché i viniziani, fermato l’esercito, il quale, essendo ritornato il Triulzio a Milano, reggeva Teodoro da Triulzi fatto governatore, sei miglia presso a Brescia, scorrevano2 cogli stradiotti3 tutto il paese : i quali, assaltati uno dì da quegli di dentro, e concorrendo da ciascuna delle parti aiuto a’ suoi, gli rimessono4 dopo non piccola zuffa in Brescia, ammazzatine molti di loro e preso il fratello del governatore della città. Pochi dì appresso, Lautrech, principale dell’esercito franzese, e Teodoro da Triulzi, sentito che a Brescia venivano tremila fanti tedeschi per accompagnare i danari che si conducevano per pagare i soldati, mandorno per impedire loro il passare Gianus Fregoso e Giancurrado Orsino, con genti dell’uno e l’altro esercito, alla rocca d’Anfo; le quali n’ammazzorno circa ottocento, gli altri insieme co’ danari si rifuggirno a Lodrone. Mandorno di poi i viniziani in Val di Sabia dumila cinquecento fanti per fortificare il castello di Anfo, i quali abbruciorno Lodrone e Astorio5.
Il pericolo che Brescia, così stretta e molestata, non6 si arrendesse costrinse Cesare ad accelerare la sua venuta; il quale, avendo seco cinquemila cavalli, quindicimila svizzeri datigli dai cinque cantoni e diecimila fanti tra spagnuoli e tedeschi, venne per la via di Trento a Verona; onde l’esercito franzese e viniziano, lasciate bene custodite Vicenza e Padova, si ridusse7 a Peschiera, affermando volere vietare a Cesare il passare del fiume del Mincio : ma non corrispose, come spesso accade, l’esecuzione al consiglio8, perché come sentirno gli inimici approssimarsi, non avendo alla campagna9 quella audacia a eseguire che aveano avuta ne’ padiglioni a consigliare, passato Oglio, si ritirorono a Cremona, crescendo10 la riputazione e lo ardire allo inimico e togliendolo a se stessi. Fermossi Cesare, o per cattivo consiglio o tirato dalla mala fortuna sua, a campo ad Asola, custodita da cento uomini d’arme e quattrocento fanti de’ viniziani; ove consumò vanamente più giorni : il quale indugio si credè certissimamente che gli togliesse la vittoria. Partito da Asola passò il fiume dell’Oglio a Orcinuovi, e gli inimici, lasciati in Cremona trecento lancie e tremila fanti, si ritirorno di là dal fiume dell’Adda con pensiero di impedirgli il passare; per la ritirata de’ quali tutto il paese che è tra l’Oglio e il Po e l’Adda si ridusse a divozione11 di Cesare, eccettuate Cremona e Crema, l’una guardata12 da’ franzesi l’altra da’ viniziani. Seguitavano Cesare il cardinale sedunense e molti fuorusciti del ducato di Milano e Marcantonio Colonna soldato del pontefice con [dugento] uomini d’arme: per le quali cose cresceva tanto più il timore de’ franzesi, la maggiore parte della speranza de’ quali si riduceva se13 diecimila svizzeri, a’ quali era stato numerato14 lo stipendio di tre mesi, non tardavano più a venire. Passato l’Oglio, si accostò Cesare al fiume dell’Adda per passarla a Pizzichitone; dove trovando difficoltà venne a Rivolta, stando i franzesi a Casciano di là dal fiume. I quali il dì seguente, non essendo venuti i svizzeri e possendosi15 l’Adda guadare in più luoghi, si ritirorono a Milano; non senza infamia di Lautrech, che aveva publicato16 e scritto al re che impedirebbe a Cesare il passo di quello fiume: al quale17, passato senza ostacolo, s’arrendé subito la città di Lodi. Accostatosi a Milano a poche miglia, mandò uno araldo a dimandare la terra18, minacciando i milanesi che se fra19 tre dì non cacciavano lo esercito franzese, farebbe peggio a quella città che non aveva fatto Federigo Barbarossa suo antecessore; il quale, non contento di averla abbruciata e disfatta, vi fece, per memoria della sua ira e della loro rebellione, seminare il sale.
Ma tra i franzesi, ritirati con grandissimo spavento in Milano20, erano stati vari consigli; inclinando alcuni ad abbandonare bruttamente Milano per non si riputare pari a21 resistere agli inimici né credere che i svizzeri, ancorché già si sapesse essere in cammino, avessino a venire, e perché si intendeva che i cantoni o avevano già comandato o erano in procinto di comandare che i svizzeri si partissino da’ servizi dell’uno e dell’altro: e pareva dubitabile che non fusse più pronta la ubbidienza di quegli che ancora erano in cammino che di quegli che già erano cogli inimici. Altri detestavano la partita22 come piena di infamia; e avendo migliore speranza della venuta de’ svizzeri e del potere difendere Milano, consigliavano il mettersi alla difesa, e che rimosso in tutto il pensiero di combattere e ritenuto in Milano tutti i fanti e ottocento lancie, distribuissino l’altre e quelle de’ viniziani e tutti i cavalli leggieri per le terre23 vicine, per guardarle e per molestare agli inimici le vettovaglie24. Nondimeno, si sarebbe eseguito il primo consiglio se non avessino molto dissuaso Andrea Gritti e Andrea Trivisano proveditori de’ viniziani; l’autorità de’ quali, non potendo ottenere altro, operò questo, che il partirsi si deliberò alquanto più lentamente, di maniera che, già volendo partirsi, sopravennero novelle certe che il dì seguente sarebbe Alberto Petra con diecimila tra svizzeri e grigioni a Milano. Per il che ripreso animo, ma non però confidando di difendere i borghi, si fermorno nella città, abbruciati pure per consiglio de’ proveditori viniziani i borghi: i quali consigliorono così o perché giudicassino essere necessario alla difesa di quella terra o perché, con questa occasione, volessino sodisfare all’odio antico che è tra i milanesi e i viniziani. Cacciorono ancora della città, o ritenneno in onesta custodia25, molti de’ principali della parte ghibellina, come inclinati al nome dello imperio per lo studio della fazione26 e per essere nello esercito tanti della medesima parte.
Cesare intratanto si pose con l’esercito a Lambrà27, vicino a due miglia a Milano; dove essendo, arrivorno a Milano i svizzeri: i quali, mostrandosi pronti a difendere quella città, recusavano di volere combattere con gli altri svizzeri. La venuta loro rendè gli spiriti28 a’ franzesi, ma molto maggiore terrore dette a Cesare. Il quale, considerando l’odio antico di quella nazione contro alla casa di Austria, e ritornandogli in memoria quello che, per trovarsi i svizzeri in tutti due gli eserciti oppositi, fusse accaduto a Lodovico Sforza, cominciò a temere che a sé non29 facessino il medesimo; parendogli più verisimile ingannassino lui, che aveva difficoltà di pagargli, che i franzesi, a’ quali non mancherebbono i danari né per pagargli né per corrompergli: e accrescevagli la dubitazione che Iacopo Stafflier, capitano generale de’ svizzeri, gli aveva con grande arroganza domandata la paga; la quale, oltre alle altre difficoltà, si differiva perché, venendogli danari di Germania, gli erano stati ritenuti30 da’ fanti spagnuoli che erano in Brescia, per pagarsi de’ soldi corsi31. Però commosso maravigliosamente32 dal timore di questo pericolo, levato subito l’esercito, si ritirò verso il fiume dell’Adda : non dubitando alcuno che se tre dì prima si fusse accostato a Milano, il quale tempo dimorò intorno ad Asola, i franzesi molto più ambigui33 e incerti della venuta de’ svizzeri sarebbono ritornati di là da’ monti; anzi non si dubita, che se così presto non si partivano, o che i franzesi, non si confidando pienamente de’ svizzeri per il rispetto dimostravano a quei che erano con Cesare, arebbono seguitato il primo consiglio34, o che i svizzeri medesimi, presa scusa dal comandamento de’ suoi superiori che già era espedito35, arebbono abbandonato i franzesi.
Passò Cesare il fiume dell’Adda non lo seguitando i svizzeri; i quali, protestando36 di partirsi se non erano pagati tra quattro dì, si fermorno a Lodi; dando continuamente Cesare, che si era fermato nel territorio di Bergamo, speranza de’ pagamenti, perché diceva aspettare nuovi danari dal re di Inghilterra, e minacciando di ritornare a Milano: cosa che teneva in sospetto grandissimo i franzesi, incerti più che mai della fede de’ svizzeri. Perché, oltre alla tardità usata studiosamente nel venire e l’avere sempre detto non volere combattere contro a’ svizzeri dell’esercito inimico, era venuto il comandamento de’ cantoni che partissino dagli stipendi37 de’ franzesi; per il quale ne erano già partiti circa duemila e si temeva che gli altri non38 facessino il medesimo: benché i cantoni, da altra parte, affermavano al re avere occultamente comandato a’ suoi fanti il contrario. Finalmente Cesare, il quale, riscossi dalla città dì Bergamo sedicimila ducati, era andato sotto speranza di uno trattato39 verso Crema, ritornato senza fare effetto nel bergamasco, deliberò di andare a Trento. Però, significata40 a’ capitani dell’esercito la sua deliberazione, e affermato muoversi a questo per fare nuovi provedimenti di danari, co’ quali e con quegli del re di Inghilterra, che erano in cammino, ritornerebbe subito, gli confortò ad aspettare il suo ritorno : i quali, saccheggiato Lodi ed espugnata senza artiglierie la fortezza e saccheggiata la terra di Santangelo41, stretti dal mancamento delle vettovaglie, si erano ridotti42 nella Ghiaradadda. È fama che Cesare nel medesimo parlamento, perché i cappelletti de’ viniziani (sono il medesimo i cappelletti che gli stradiotti), divisi in più parti e correndo per tutto il paese infestavano dì e notte l’esercito, stracco insieme con gli altri da tante molestie, disse a’ suoi che si guardassino da’ cappelletti, soggiugnendo (se è vero quel che allora si divulgò) che gli43 erano sempre, come si diceva di Iddio, in qualunque luogo.
Fu dopo la partita di Cesare qualche speranza che i svizzeri, co’ quali a Romano44 si unì tutto l’esercito, passassino di nuovo il fiume dell’Adda; perché nel campo era venuto il marchese di Brandiborg, e a Bergamo il cardinale sedunense con trentamila ducati mandati dal re di Inghilterra : per il quale timore il duca di Borbone, da cui erano partiti quasi tutti i svizzeri, e i soldati viniziani erano venuti con l’esercito in sulla riva di là dal fiume. Ma diventorno facilmente vani i pensieri degli inimici, perché i svizzeri, non bastando i danari venuti a pagare gli stipendi già corsi, ritornorno per la valle di Voltolina al paese loro; e per la medesima cagione tremila fanti, parte spagnuoli parte tedeschi, passorono nel campo franzese e viniziano. Il quale, avendo passato il fiume dell’Adda, non aveva cessato di infestare più dì con varie scorrerie e scaramuccie gli inimici, con accidenti vari, ora ricevendo maggiore danno i franzesi (i quali in una scaramuccia grossa appresso a Bergamo perderono circa dugento uomini d’arme), ora gli inimici, de’ quali in uno assalto simile fu preso Cesare Fieramosca: il resto della gente, ricevuto uno ducato per uno, si accostò a Brescia; ma, essendo molto molestati da’ cavalli leggieri, Marcantonio Colonna co’ fanti tedeschi e con alcuni fanti spagnuoli entrò in Verona, e gli altri tutti si dissolverono45.
Questo fine ebbe il movimento di Cesare, nel quale al re fu molto sospetto il pontefice; perché avendolo ricercato che, secondo gli oblighi della lega fatta tra loro, mandasse cinquecento uomini d’arme alla difesa dello stato di Milano, o almeno gli accostasse a’ suoi confini, e gli pagasse tremila svizzeri, secondo allegava avere offerto ad Antonmaria Palavicino, il pontefice, rispondendo freddamente al pagamento46 de’ svizzeri e scusando essere male in ordine le genti sue, prometteva mandare quelle de’ fiorentini: le quali con alcuni de’ soldati suoi si mossono molto lentamente verso Bologna e verso Reggio. Accrebbe il sospetto, che la venuta di Cesare fusse stata con sua partecipazione, l’avere creato legato a lui, come prima intese essere entrato in Italia, Bernardo da Bibbiena cardinale di Santa Maria in Portico, solito sempre a impugnare47 appresso al pontefice le cose franzesi; e molto più l’avere permesso che Marcantonio Colonna seguitasse con le sue genti l’esercito di Cesare. Ma la verità fu [che al pontefice fu] molesta, per l’interesse proprio, la venuta di Cesare con tante forze, temendo che vincitore non tentasse di opprimere48, secondo l’antica inclinazione, tutta Italia; ma per timore, e perché questo procedere era conforme alla sua natura, occultando i suoi pensieri, si ingegnava farsi odioso il meno che poteva a ciascuna delle parti. Però non ardì rivocare Marcantonio, non ardì mandare gli aiuti debiti al re, creò il legato a Cesare; e da altra parte, essendo già partito Cesare da Milano, operò che il legato, simulando infermità, si fermasse a Rubiera, per speculare49 innanzi passasse più oltre dove inclinavano le cose: e dipoi, per mitigare l’animo del re, volle che Lorenzo suo nipote, continuando la simulazione della dependenza50 cominciata a Milano, gli facesse donare da’ fiorentini i danari da51 pagare per uno mese tremila svizzeri; i quali danari benché il re accettasse, diceva nondimeno, dimostrando di conoscere le arti del pontefice, che, poiché sempre gli era contrario nella guerra né la confederazione fatta seco gli aveva giovato ne’ tempi del pericolo, voleva di nuovo farne un’altra che non l’obligasse se non nella pace e ne’ tempi sicuri.
Dissoluto l’esercito di Cesare, i viniziani, non aspettati i franzesi, si accostorno all’improviso una notte a Brescia con le scale, confidandosi nel piccolo numero de’ difensori, perché non vi erano rimasti più che secento fanti spagnuoli e quattrocento cavalli; ma non essendo le scale lunghe a bastanza, e resistendo valorosamente quegli di dentro, non l’ottennono. Sopravenne poi l’esercito franzese sotto Odetto di Fois, eletto nuovamente52 successore al duca di Borbone, partito spontaneamente dal governo di Milano. Assaltorno questi eserciti Brescia con l’artiglierie da quattro parti, acciò che gli assediati non potessino resistere in tanti luoghi: i quali si sostentorno mentre53 ebbono speranza che settemila fanti del contado di Tiruolo, venuti per comandamento di Cesare alla montagna, passassino più innanzi; ma come questo non succedette, per l’opposizione fatta da’ viniziani alla rocca d’Anfo e ad altri passi, essi non volendo aspettare la battaglia che, essendo già in terra spazio grande di muraglia, si doveva dare il dì seguente, convennono54 i soldati di uscire della terra e della fortezza, con le cose loro solamente, se infra un dì non erano soccorsi.
1. in… costituito: occupato da questi pensieri.
2. scorrevano: facevano scorrerie.
3. Gli stradiotti erano cavalleggeri greci o dalmati al servizio di Venezia.
4. gli rimessono: li costrinsero a ritirarsi.
5. Storo.
6. Il pericolo che… non: il pericolo che.
7. si ridusse: si ritirò.
8. l’esecuzione al consiglio: l’azione pratica del mettere in atto alla decisione.
9. alla campagna: in campo aperto.
10. crescendo: accrescendo, facendo aumentare.
11. si… divozione: tornò sotto il potere.
12. guardata: tenuta.
13. si… se: si limitava alla possibilità che.
14. numerato: pagato.
15. possendosi: potendosi.
16. publicato: dichiarato pubblicamente.
17. al quale: a Cesare.
18. la terra: la città.
19. fra: entro.
20. 25 marzo 1516.
21. per… a: perché non si ritenevano in grado di.
22. detestavano la partita: disapprovavano la partenza.
23. per le terre: per i luoghi fortificati.
24. molestare… le vettovaglie: disturbare… il rifornimento di vettovaglie.
25. ritennono… custodia: tennero in onorevole prigionia.
26. per… fazione: per amor di parte.
27. Lambrate.
28. rendé gli spiriti: ridette coraggio.
29. temere che… non: temere che.
30. ritenuti: presi.
31. de’ soldi corsi: gli stipendi già scaduti.
32. commosso maravigliosamente: molto turbato.
33. ambigui: insicuri.
34. il… consiglio: la decisione di abbandonare bruttamente Milano (cfr. sopra).
35. era e spedito: era stato mandato.
36. protestando: minacciando.
37. che… stipendi: che abbandonassero il servizio.
38. si temeva che… non: si temeva che.
39. di uno trattato: di un complotto.
40. significata: comunicata.
41. Sant’Angelo Lodigiano.
42. ridotti: ritirati.
43. gli: è pleonastico.
44. Romano di Lombardia, a sud di Bergamo.
45. si dissolverono: si dispersero.
46. rispondendo… pagamento: eseguendo con lentezza il pagamento.
47. impugnare: avversare.
48. opprimere: assoggettare.
49. speculare: indagare.
50. Cfr. XII, XVI.
51. da: per.
52. nuovamente: recentemente.
53. mentre: finché.
54. convennono: concordarono.
CAPITOLO XXI
Monitorio del pontefice contro il duca di Urbino. Occupazione del ducato da parte di Lorenzo de’ Medici; resa delle fortezze. Investitura di Lorenzo. Ragioni di sospetti e di malcontento del re di Francia riguardo al pontefice.
In questi tempi medesimi il pontefice, preparandosi di1 spogliare con l’armi del ducato di Urbino Francesco Maria della Rovere, cominciò a procedere con le censure contro a lui, publicato un munitorio2 nel quale si narrava che, essendo soldato della Chiesa, denegandogli le genti per le quali avea ricevuto lo stipendio, si era convenuto secretamente cogli inimici; l’omicidio antico del cardinale di Pavia3, del quale era stato assoluto per grazia non per giustizia; altri omicidi commessi da lui; l’avere mandato, nel maggiore fervore della guerra tra ’l pontefice Giulio (del quale era nipote, suddito e capitano) [ e il re di Francia], Baldassarre da Castiglione per condursi a’ soldi del re4 ; l’avere nel tempo medesimo negato il passo ad alcune genti che andavano a unirsi coll’esercito della Chiesa, e perseguitati, nello stato quale possedeva come feudatario della sedia apostolica, i soldati della medesima sedia fuggiti del fatto d’arme di Ravenna. Aveva il pontefice avuto nell’animo di muovergli, più mesi prima, la guerra, movendolo, oltre alle ingiurie nuove, lo sdegno quando negò di aiutare il fratello e lui a ritornare in Firenze; ma lo riteneva5 alquanto la vergogna di perseguitare il nipote di colui6 per opera del quale era salita la Chiesa a tanta grandezza, e molto più i prieghi di Giuliano suo fratello; il quale, nel tempo dello esilio loro, dimorato molti anni nella corte di Urbino appresso il duca Guido7 e, morto lui, appresso al duca presente, non poteva tollerare che da loro medesimi fusse privato di quel ducato nel quale era stato sostentato e onorato. Ma morto dopo lunga infermità Giuliano de’ Medici in Firenze e diventato vano il movimento di Cesare, il pontefice, stimolato da Lorenzo nipote e da Alfonsina sua madre8, cupidi di appropriarsi quello stato, deliberò non tardare più; allegando per scusa della ingratitudine, la quale da molti era rimproverata, non solamente l’offese ricevute da lui, le pene nelle quali secondo la disposizione della giustizia incorreva uno vassallo contumace al suo signore, uno soldato il quale obligatosi e ricevuti i danari denegava le genti a chi l’aveva pagate, ma molto più essere pericoloso il tollerare, nelle viscere del suo stato, colui il quale avendo cominciato, senza rispetto della fede e dell’onore, a offenderlo, poteva essere certo che quanto maggiore si dimostrasse l’occasione tanto più sarebbe pronto a fare per l’avvenire il medesimo.
Il progresso9 di questa guerra fu che, come Lorenzo, coll’esercito raccolto de’ soldati e de’ sudditi della Chiesa e de’ fiorentini, toccò i confini di quel ducato, la città di Urbino e l’altre terre di quello stato si dettono volontariamente al pontefice; consentendo il duca, il quale si era ritirato a Pesero, che, poi che non gli poteva difendere, si salvassino. Fece e10 Pesero il medesimo, come l’esercito inimico si fu accostato: perché, con tutto vi fussino tremila fanti, la città fortificata e il mare aperto, Francesco Maria, lasciato nella rocca Tranquillo da Mondolfo suo confidato e i capitani e i soldati nella terra, se ne andò a Mantova, dove prima avea mandato la moglie11 e il figliuolo12, o non si confidando a soldati la maggiore parte non pagati o, come molti scusando il timore con l’amore affermavano, impaziente di stare assente dalla moglie. Così il ducato di Urbino, insieme con Pesero e con Sinigaglia, venne in quattro dì soli alla ubbidienza della Chiesa, eccettuate le fortezze di Sinigaglia e di Pesero, San Leo, e la rocca di Maiuolo. Arrendessi quasi immediate quella di Sinigaglia; e quella di Pesero, benché fortissima, battuta due dì con l’artiglierie, convenne di arrendersi se fra venti dì non era soccorsa, con condizione che in quel mezzo non vi si facesse ripari né alcuna fortificazione : il quale patto male osservato fu cagione che Tranquillo, non avendo avuto soccorso infra il termine convenuto, recusò di consegnarla, e cominciato di nuovo a tirare l’artiglierie assaltò la guardia di fuora13. Ma era più dura la sua condizione, perché, ritornatosene, avuta che fu la terra, Lorenzo a Firenze, i capitani restati nello esercito avevano fatto trincee intorno alla rocca e messo in mare certi navili per vietare non14 vi entrasse soccorso: però, spirato il termine, si cominciò subito a batterla; ma il dì medesimo i soldati che vi erano dentro, fatto tumulto contro a Tranquillo, lo dettono per salvare sé ai capitani, da’ quali in pena della sua contravenzione15 fu condannato al supplicio delle forche. Arrendessi pochi dì poi la rocca di Maiuolo, luogo necessario ad assediare San Leo, perché è vicina a un miglio e situata allo opposito di16 quella. Intorno a San Leo furno messi duemila fanti che lo tenessino assediato, perché per il sito suo fortissimo niuna speranza vi era di ottenerlo se non per l’ultima necessità della fame; e nondimeno, tre mesi poi, fu preso furtivamente17 per invenzione18 maravigliosa di uno maestro di legname19. Il quale, salito una notte per una lunghissima scala sopra uno dirupato20 che era riputato il più difficile di quel monte, e fatta portare via la scala, dimorato in quel luogo tutta la notte, cominciò, subito che apparì il dì, a salire con certi ferramenti, tanto che si condusse insino alla sommità del monte; donde scendendo, e con gli instrumenti di ferro facilitando alcuni de’ luoghi più diffìcili, la notte seguente, per la medesima scala, se ne ritornò agli alloggiamenti: dove fatto fede21 potersi salire, ritornò la notte deputata per la medesima scala, seguitandolo cento cinquanta fanti de’ più eletti; co’ quali fermatosi in sul dirupato, come fu l’alba del dì, perché era impossibile salire di notte più alto, cominciorno per quegli luoghi strettissimi a salire uno a uno. Ed erano già montati alla sommità del monte circa trenta di loro con uno tamburino e con sei insegne, e occultatisi in terra aspettavano i compagni che montavano; ma essendo dì alto, una guardia che partiva dal luogo suo gli vidde così prostrati in terra, e avendo levato il romore22, essi vedutisi scoperti, non aspettati altrimenti i compagni, dettono il cenno come erano convenuti a quegli del campo : i quali, secondo l’ordine dato, assaltorono subito con molte scale il monte da molte parti, per divertire23 quegli di dentro. I quali, correndo ciascuno a’ luoghi ordinati24, spaventati per vedere già dentro sei insegne25 che scorrevano il piano del monte e avevano morto qualcuno di loro, si rinchiusono nella fortezza, che è murata nel monte : dove essendo già saliti degli altri dopo i primi, apersono la porta per la quale si entrava in sul monte; per la quale entrati gli altri che ancora non erano saliti, e così preso il monte, quegli che erano nella rocca, benché la fusse bene proveduta di ogni cosa, si arrenderono il secondo dì26. Acquistato con l’armi quello stato, che insieme con Pesero e Sinigaglia, membri separati dal ducato di Urbino, non era di entrata di più di venticinquemila ducati, Leone, seguitando il processo cominciato, ne privò per sentenza Francesco Maria, e di poi ne investì nel concistorio Lorenzo suo nipote; aggiugnendo, per maggiore validità, alla bolla espedita27 sopra questo atto la soscrizione della propria mano di tutti i cardinali. Co’ quali non volle concorrere28 Domenico Grimanno vescovo di Urbino29, e molto amico di quel duca : donde temendo lo sdegno del pontefice partì, pochi dì poi, da Roma; né vi ritornò mai se non dopo la sua morte.
Era stata molesta al re di Francia l’oppressione del duca di Urbino, spogliato per quel che aveva trattato seco: erangli più moleste molte opere del pontefice. Perché essendosi Prospero Colonna, quando ritornava di Francia, fermato a Busseto terra de’ Palavicini, e dipoi per sospetto de’ franzesi venuto a Modona, dove medesimamente era rifuggito Ieronimo Morone, insospettito de’ franzesi, che contro alle promesse fatte gli aveano comandato che andasse in Francia, trattavano continuamente, mentre che Prospero stette a Modona e poi a Bologna, di occupare per mezzo di alcuni fuorusciti furtivamente qualche luogo importante del ducato di Milano; concorrendo alle medesime pratiche Muzio Colonna, a cui il pontefice, conscio di queste cose, avea consentito alloggiamento per la compagnia sua nel modonese. Aveva inoltre il pontefice confortato il re cattolico (così dopo la morte dell’avolo materno si chiamava l’arciduca30) che non facesse nuove convenzioni col re di Francia; e appresso a’ svizzeri Ennio vescovo di Veroli31 nunzio apostolico, che poi quasi decrepito fu promosso al cardinalato32, oltre a molti altri offici33 molesti al re confortava i cinque cantoni a seguitare l’amicizia di Cesare. Onde trattandosi nel medesimo tempo tra Cesare, il quale fermatosi tra Trento e Spruch spaventava più i franzesi con le dimostrazioni che con gli effetti, e il re di Inghilterra e i svizzeri che di nuovo si assaltasse il ducato di Milano, temeva il re di Francia che queste [cose] non si trattassino con volontà del pontefice; del quale appariva anche in altro il malo animo, perché con varie eccezioni interponeva difficoltà nel concedergli la decima de’ benefici del regno di Francia promessagli a Bologna. E nondimeno (tanta è la maestà del pontificato) il re si ingegnava di placarlo con molti offici: onde, volendo, dopo la partita di Cesare, molestare, per trarne danari, la Mirandola, Carpi e Coreggio come terre imperiali, se ne astenne per le querele del pontefice, che prima avea ricevuti i signori di quelle terre in protezione; e infestando i mori d’Affrica con molti legni il mare di sotto34, gli offerse di mandare, per sicurtà di quelle marine, molti legni che Pietro Navarra armava a Marsilia di consentimento suo, per assaltare, solo per la speranza di predare, con seimila fanti i liti della Barberia. E nondimeno il pontefice, perseverando nella sentenza sua, con tutto che parte negasse parte scusasse queste cose, non consentì mai non che altro alla sua dimanda, fatta con grande instanza, di rimuovere il vescovo verulano del paese de’ svizzeri; né mai rimosse Muzio Colonna del modonese, ove fingeva essere alloggiato di propria autorità35, se non quando, partito Prospero da Bologna e rimaste vane tutte le cose che si trattavano, non era più di momento alcuno36 la stanza37 sua. Al quale fu infelicissimo il partirsi, perché non molto poi, entrato con le forze de’ Colonnesi e con alcuni fanti spagnuoli furtivamente di notte in Fermo, morì in spazio di pochi giorni d’una ferita ricevuta la notte medesima mentre dava opera a saccheggiare quella città.
1. di: a.
2. Il monitorio è una lettera con cui si invitano, sotto minaccia di pene ecclesiastiche, coloro che sono a conoscenza di un delitto a rivelare quello che sanno. Questo monitorio fu pubblicato il 26 maggio 1516.
3. Cfr. IX, XVIII.
4. Cfr. X, XIII.
5. lo riteneva: lo tratteneva.
6. Giulio II.
7. Guidobaldo da Montefeltro.
8. Alfonsina Orsini, moglie di Piero de’ Medici.
9. il progresso: l’andamento.
10. e: anche.
11. Eleonora di Giovanfrancesco Gonzaga.
12. Guidobaldo (poi duca Guidobaldo II).
13. la… fuora: le sentinelle dell’esercito che era fuori.
14. per… non: per impedire che.
15. contravenzione: violazione.
16. allo… di: di fronte a.
17. furtivamente: di sorpresa.
18. invenzione: stratagemma.
19. di… legname: di un falegname.
20. uno dirupato: un burrone.
21. fatto fede: avendo dato assicurazione.
22. levato il romore: dato l’allarme.
23. per divertire: per confondere con una diversione.
24. ordinati: assegnati.
25. insegne: schiere.
26. 18 agosto 1516.
27. espedita: emessa.
28. concorrere: unirsi (nel sottoscrivere la bolla).
29. Domenico Grimani, patriarca di Aquileia, vescovo di Urbino, diplomatico e umanista, fatto cardinale da Alessandro VI nel 1493.
30. Carlo d’Asburgo.
31. Ennio Filonardi, vescovo di Veroli.
32. Da Paolo III nel 1537.
33. offici: atti politici compiuti in conformità del suo ruolo diplomatico.
34. Ionio, Adriatico e Tirreno meridionali.
35. di… autorità: di sua (di Muzio Colonna) iniziativa.
36. di… alcuno: di nessuna importanza.
37. la stanza: la permanenza.
CAPITOLO XXII
Trattative fra il re di Francia e il re di Spagna. Milizie francesi nel veronese e nel mantovano; rifiuto di fanti tedeschi del Lautrech di assalire Verona. Accordi a Noion fra Francia e Spagna. Francesi e veneziani contro Verona. Il Lautrech si ritira a Villafranca; rinforzi in Verona. Pace fra Cesare e il re di Francia; accordi del re cogli svizzeri. Verona ritorna ai veneziani.
In questo stato delle cose facendo il senato veneto instanza per la ricuperazione di Verona, Lautrech, avendo nell’esercito seimila fanti tedeschi i quali a questa impresa erano convenuti pagare i viniziani1, venne in sull’Adice per passare il fiume a Usolingo2 e accamparsi insieme coll’esercito veneto a Verona3, ma dipoi, crescendo la fama della venuta de’ svizzeri e per il sospetto della stanza4 di Prospero Colonna in Modena, cresciuto per essersi fermato nella medesima città il cardinale di Santa Maria in Portico5, si ritirò non senza querela de’ viniziani a Peschiera, distribuite le genti di qua e di là dal fiume del Mincio : nel quale luogo, con tutto che fussino cessati i sospetti già detti e che di Verona fussino passati agli stipendi veneti più di dumila fanti tra spagnuoli e tedeschi e continuamente ne passassino, soprastette più d’un mese, aspettando, secondo diceva, danari di Francia e che i viniziani facessino provedimenti maggiori di danari di artiglierie e munizioni. Ma la cagione più vera era che aspettava quel che succedesse delle cose che si trattavano tra ’l suo re e il re cattolico. Perché il re di Francia, conoscendo quanto a quell’altro re fusse necessaria la sua amicizia per rimuoversi le difficoltà del passare in Ispagna e dello stabilimento di quegli regni6, non contento a quel che prima si era concordato a Parigi, cercava di imporgli più dure condizioni, e di pacificarsi per mezzo suo con Cesare, il che non si poteva fare senza la restituzione di Verona a’ viniziani; e il re di Spagna per consiglio di [monsignore] di Ceures7 con l’autorità del quale, essendo nell’età di quindici anni, totalmente si reggeva, non recusava di accomodare8 a’ tempi e alle necessità le sue deliberazioni. Però erano congregati a Noion9, per la parte del re di Francia, il vescovo di Parigi10 il gran maestro della sua casa11 e il presidente del parlamento di Parigi12, e per la parte del re cattolico il medesimo di Ceures e il gran cancelliere di Cesare13.
L’esito delle quali cose mentre che Lautrech aspetta14, si esercitavano continuamente, come è il costume della milizia del nostro secolo, le armi contro agli infelici paesani15 : perché e Lautrech, gittato il ponte alla villa di Monzambaino16, attendeva a tagliare le biade del contado di Verona e a fare correre per tutto i cavalli leggieri, e avendo mandato una parte delle genti ad alloggiare nel mantovano, distruggeva con gravissimi danni quel paese, dalla quale molestia per liberarsi il marchese di Mantova fu contento di pagargli dodicimila scudi; e i soldati di Verona, correndo ogni dì nel vicentino e nel padovano, saccheggiorono la misera città di Vicenza. Passò pur poi Lautrech, stimolato con gravissime querele da’ viniziani, l’Adice per il ponte gittato a Usolingo, e fatta per il paese grandissima preda, perché non si era mai creduto che l’esercito passasse da quella parte, si accostò a Verona per porvi il campo; avendo in questo mezzo17, con l’aiuto degli uomini del paese, occupata la Chiusa18, per fare più difficile il passare al soccorso che venisse di Germania. Ma il medesimo dì che si accostò a Verona, i fanti tedeschi, o spontaneamente o subornati19 da lui tacitamente, ancora che sostentati già tre mesi colle pecunie de’ viniziani, protestorno20 non volere, ove non era l’interesse principale del re di Francia21, andare all’espugnazione di una terra posseduta da Cesare. Però Lautrech, ripassato l’Adice, si allontanò uno miglio dalle mura di Verona; e l’esercito veneto, nel quale erano cinquecento uomini d’arme cinquecento cavalli leggieri e quattromila fanti, non gli parendo stare sicuro di là dal fiume, andò a unirsi con lui.
Nel qual tempo i deputati de’ due re convennero, il quintodecimo dì di agosto, a Noion, in questa sentenza22 : che tra il re di Francia e il re di Spagna fusse pace perpetua e confederazione, per difensione degli stati loro contro a ciascuno: che il re di Francia desse la figliuola23, che era di età di uno anno, in matrimonio al re cattolico, dandogli per dote le ragioni24 che pretendeva appartenersegli al regno di Napoli, secondo la partigione25 già fatta da’ loro antecessori, ma con patto che insino che la figliuola non fusse di età abile al matrimonio pagasse il re cattolico, per sostentazione delle spese di lei, al re di Francia, ciascuno anno, centomila scudi; la quale se moriva innanzi al matrimonio e al re ne nascesse alcuna altra, quella con le medesime condizioni si desse al re cattolico; e in caso non ve ne fusse alcuna, Renea, quella che era stata promessa nella capitolazione fatta a Parigi26 ; e morendo qualunque di esse nel matrimonio senza figliuoli, ritornasse quella parte del regno di Napoli al re di Francia : che il re cattolico restituisse al re antico il reame di Navarra fra certo tempo, e non lo restituendo fusse lecito al re di Francia aiutargliene recuperare27, ma, secondo che poi affermavano gli spagnuoli, se prima quel re gli faceva constare delle sue ragioni28 : avesse Cesare facoltà di entrare in termine di due mesi nella pace, ma quando bene vi entrasse fusse lecito al re di Francia di aiutare i viniziani alla recuperazione di Verona; la quale città se Cesare metteva in mano del re cattolico, con facoltà di darla infra sei settimane libera29 al re di Francia che ne potesse disporre ad arbitrio suo, gli avessino a essere pagati da lui centomila scudi, e centomila altri, parte nell’atto della consegnazione, parte fra sei mesi, da’ viniziani, e liberato30 di circa trecentomila avuti dal re Luigi quando erano confederati; e che in tal caso fusse tregua per diciotto mesi tra Cesare e i viniziani, e che a Cesare rimanesse Riva di Trento e Rovereto con tutto quello che allora nel Friuli possedeva, e i viniziani continuassero di tenere le castella che allora tenevano di Cesare insino a tanto che il re di Francia e il re di Spagna terminassero tra loro le differenze31 de’ confini. Nominò l’una parte e l’altra il pontefice32.
Per la concordia fatta a Noion non cessorno i viniziani di stimolare Lautrech che si ponesse il campo a Verona, perché erano incerti se Cesare accetterebbe la pace e perché, per la quantità de’ danari che gli arebbono a pagare, desideravano il recuperarla più presto con l’armi. Da altra parte al re di Francia, per lo stabilimento della pace con Cesare, era più grata la concordia che la forza; e nondimeno Lautrech, non gli rimanendo più scusa alcuna, perché i viniziani aveano copiosamente soldati fanti e fatto tutti i provedimenti dimandati da lui, né i lanzchenech ricusavano più di andarvi insieme con gli altri, consentì alla volontà loro. Però gli eserciti passorono separatamente il fiume dello Adice, l’uno per uno ponte gittato di sopra alla città l’altro per uno ponte gittato di sotto. Dell’artiglierie dell’esercito franzese, posto alla Tomba, una parte si pose alla porta di Santa Lucia l’altra co’ fanti tedeschi alla porta di San Massimo per battere poi tutti ove il muro tra la cittadella e la città si viene a congiugnere col muro della terra33 ; acciò che, potendo in uno tempo medesimo entrare nella cittadella e nella città, quegli di dentro avessino necessità di dividersi, per rispetto34 del muro di mezzo, in due parti. Passò l’esercito viniziano di sotto a Verona in Campo Marzio, e si pose a Santo Michele tra ’l fiume e il canale, per levare quivi le offese35 e battere alla porta del Vescovo, parte più debole e manco munita. Levoronsi ne’ primi due dì con l’artiglierie l’offese, che erano assai forti e per fianco; ma con maggiore difficoltà si levorono, dal canto de’ viniziani, l’offese de’ tre bastioni : le quali levate, cominciò ciascuna delle parti a battere la muraglia con diciotto pezzi grossi di artiglieria e quindici pezzi mezzani per batteria, c il terzo dì erano da ciascuno degli eserciti gittate in terra settanta braccia di muraglia e si continuava di battere per farsi molto più larga la strada; e nondimeno i viniziani dalla parte de’ quali era la muraglia più debole, ancora che avessino abbattuti quasi tutti i bastioni e ripari, non avevano mai levato interamente le offese di dentro per fianco, perché erano tanto basse, e quasi nel fosso, che l’artiglierie o passavano di sopra o innanzi vi arrivassino battevano in terra. Tagliavasi anche nel tempo medesimo il muro co’ picconi; il quale, con tutto che puntellato, anticipò di cadere innanzi al tempo disegnato da’ capitani. In Verona erano ottocento cavalli cinquemila fanti tedeschi e [mille cinquecento] spagnuoli sotto il governo di Marcantonio Colonna, non più soldato del pontefice ma di Cesare; i quali, attendendo a riparare sollecitamente e provedendo e difendendo valorosamente per tutto dove fusse necessario, dimostravano ferocia36 grande: con somma laude di Marcantonio, il quale, ferito benché leggiermente da uno scoppietto37 nella spalla, non cessava di rappresentarsi38 a qualunque ora del dì e della notte, a tutte le fatiche e pericoli. Già l’artiglierie piantate da’ franzesi in quattro luoghi dove erano le torri, traila porta della cittadella e la porta di Santa Lucia, aveano fatta ruina tale39 che ciascuna delle rotture era capace a ricevere i soldati in ordinanza40 ; né molto minore progresso avevano fatto quelle de’ viniziani : e nondimeno Lautrech dimandava nuove artiglierie per fare la batteria maggiore, abbracciando prontamente, benché reclamando invano i viniziani i quali stimolavano si desse la battaglia, qualunque occasione che si offeriva di differire. Perché era accaduto che, venendo per il piano di Verona allo esercito ottocento bariglioni41 di polvere in sulle carra e molte munizioni, il volere i conduttori de’ buoi entrare l’uno innanzi all’altro gli fece in modo accelerare che, per la collisione42 delle ruote suscitato il fuoco, abbruciò la polvere insieme con la carra e co’ buoi che la conducevano. Ma agli assediati si aggiugneva un’altra difficoltà, perché nella città, stata vessata dalla propinquità degli inimici già tanti mesi, cominciavano a mancare le vettovaglie; non ve ne entrando se non piccola quantità e occultamente per la via de’ monti.
Stando le cose di Verona [in questo termine], sopravennono [nove] mila fanti tedeschi mandati da Cesare per soccorrere quella città; i quali pervenuti alla Chiusa l’ottennero per concordia43, e occuporno il castello della Corvara, passo in sul monte propinquo all’Adice verso Trento, stato nella guerra tra Cesare e i viniziani occupato dall’una parte e dall’altra più volte. Per l’approssimarsi di questi fanti, Lautrech, o temendo o simulando di temere, levato il campo contro alla volontà de’ viniziani44, si ritirò a Villafranca e con lui una parte delle genti viniziane, l’altre sotto Giampaolo Manfrone si ritirorno al Boseto45 di là dall’Adice, col ponte preparato: né si dubitando più che aspettava se Cesare accettava la concordia di Noion, come gli dava speranza uno mandato a lui dal re cattolico, i viniziani, disperati dell’espugnare Verona, mandorno tutte l’artiglierie grosse parte a Padova parte a Brescia. Dunque, non avendo ostacolo, i fanti tedeschi si fermorono alla Tomba dove prima alloggiava l’esercito franzese, donde una parte di loro entrò nella città, l’altra, restata fuora, attendeva a mettervi vettovaglie, le quali messe dentro si partirono; rimasti a guardia di Verona sette in ottomila46 fanti tedeschi, perché la maggiore parte degli spagnuoli, non potendo convenire47 co’ tedeschi, era sotto il colonnello Maldonato48 passata nel campo viniziano : soccorso, a giudicio di ognuno, di piccolo momento, perché non condussono seco altri danari che ventimila fiorini di Reno mandati dal re di Inghilterra, e consumorono, mentre vi stettono, tante vettovaglie che pareggiorono quasi la quantità di quelle vi condussono. Ridotte49 le genti a Villafranca, dove consumavano50 il veronese e il mantovano, furno necessitati i viniziani, (acciocché i soldati franzesi, i quali il comandamento del re non bastava a ritenere51, non se ne andassino alle stanze52) a provedere che la città di Brescia donasse loro tutta la vettovaglia necessaria: spesa, ciascuno dì, di più di mille scudi.
Finalmente le cose cominciorono a riguardare53 manifestamente alla pace, perché si intese che Cesare, con tutto che prima avesse instantemente procurato col54 nipote che non convenisse col re di Francia, anteposta ultimatamente la cupidità de’ danari all’odio naturale contro al nome franzese e agli antichi pensieri di dominare Italia, aveva accettata e ratificata la pace; e deliberato di restituire, secondo la forma di quelle convenzioni, Verona55. Donde seguitò un’altra cosa in beneficio del re di Francia: che tutti i cantoni de’ svizzeri, vedendo deporsi l’armi tra Cesare e lui, si inclinorno a convenire seco, come prima avevano fatto i grigioni; adoperandosi molto in questa cosa Galeazzo Visconte, il quale, essendo esule e in contumacia del re56, ottenne da lui per questo la restituzione alla patria e in progresso di tempo molte grazie e onori. La convenzione fu : che il re pagasse a’ svizzeri, in termine di tre mesi, trecento cinquantamila ducati, e dipoi in perpetuo annua pensione: fussino obligati i svizzeri concedere, per publico decreto, agli stipendi suoi, qualunque volta gli ricercasse, certo numero di fanti, ma in questo procederono diversamente, perché gli otto cantoni si obligorono a concedergli eziandio quando facesse impresa per offendere gli stati di altri, i cinque cantoni non altrimenti che per difesa degli stati propri: fusse in potestà de’ svizzeri di restituire al re di Francia le rocche di Lugano e di Lucerna, passi forti e importanti alla sicurtà del ducato di Milano; ed eleggendo il restituirle, dovesse il re pagare loro trecentomila ducati. Le quali rocche, subito fatta la convenzione, gittorono in terra.
Queste cose si feciono in Italia l’anno mille cinquecento sedici. Ma ne’ primi dì dell’anno seguente, il vescovo di Trento57 venuto a Verona offerse a Lautrech, col quale parlò tra Villafranca e Verona, di consegnare al re di Francia, infra il termine di sei mesi statuito nella capitolazione, quella città, la quale diceva tenere in nome del re di Spagna: ma rimanendo la differenza58 se il termine cominciava dal dì della ratificazione di Cesare o dal dì si era riconosciuto Verona tenersi per il re cattolico, si disputò sopra questo alquanti dì; ma il dimandare i fanti di Verona tumultuosamente [denari] costrinse il vescovo di Trento ad accelerare. Però, pigliando il principio del dì che Cesare gli avea fatto il mandato, convenne consegnare Verona il qnintodecimo dì di gennario: nel qual dì, ricevuti da’ viniziani i primi cinquantamila ducati, e quindicimila che secondo la convenzione doveano pagare a’ fanti di Verona, e da Lautrech promessa di fare condurre a Trento l’artiglierie che erano in Verona, consegnò a Lautrech quella città, riceventela in nome del re di Francia; e Lautrech, immediate, in nome del medesimo re, la consegnò al senato veneto, e per lui a Andrea Gritti proveditore; rallegrandosi sommamente la nobiltà e il popolo viniziano che di guerra sì lunga e sì pericolosa avessino, benché dopo infinite spese e travagli, avuto felice fine59. Perché, secondo che affermano alcuni scrittori delle cose loro, spesono in tutta la guerra fatta dopo la lega di Cambrai cinque milioni di ducati; de’ quali ne estrassono, della vendita degli offici60, cinquecentomila. Ma non meno si rallegravano i veronesi e tutte l’altre città e popoli sottoposti alla loro republica; perché speravano, riposandosi per beneficio della pace, aversi a liberare da tante vessazioni e tanti mali, che così miserabilmente avevano, ora da una parte ora dall’altra, tanto tempo sopportati.
1. i quali… viniziani: che i veneziani avevano concordato di pagare per questa impresa.
2. Bussolengo (o Gussolengo).
3. L’assedio di Verona durò dal 20 agosto alla metà di ottobre del 1516.
4. per… stanza: per il sospetto provocato dalla permanenza.
5. Bernardo Dovizi da Bibbiena.
6. dello… regni: di consolidare il proprio potere in quei regni.
7. Guillaume de Croy signore di Chièvres, che era passato dal servizio di Luigi XII a quello di Filippo d’Asburgo ed era diventato governatore dei Paesi Bassi e poi tutore e primo consigliere di Carlo.
8. accomodare: adeguare.
9. Noyon.
10. Etienne Poncher.
11. Artus Gouffier de Boisy.
12. Mandot de la Marthonie.
13. Jean le Sauvage, signore di Escaubèque, gran cancelliere dei Paesi Bassi.
14. mentre che… aspetta: la costruzione con mentre seguito dal presente storico ricalca l’uso del dum latino.
15. paesani: contadini.
16. Monzambano, sulla riva destra del Mincio.
17. in questo mezzo: nel frattempo.
18. Sulla riva sinistra dell’Adige.
19. subornati: sobillati.
20. protestorono: dichiararono.
21. ove… Francia: in un’impresa che non concerneva direttamente e principalmente gli interessi del re di Francia.
22. convennono… in questa sentenza: si accordarono… in questi termini.
23. Louise di Francia.
24. le ragioni: i diritti.
25. la partigione: la spartizione (cfr. V, III).
26. Cfr. XII, x.
27. aiutargliene recuperare: aiutare il re a recuperarlo.
28. gli… ragioni: gli dimostrava con prove attendibili i suoi diritti su quel regno.
29. libera: senza condizioni.
30. liberato: fosse liberato dall’obbligo di pagare il debito.
31. terminassero… le differenze: appianassero… le controversie.
32. Nominò… il pontefice: nel documento dell’accordo, come alleato.
33. della terra: della città.
34. per rispetto: a causa.
35. per… offese: per colpire e rendere inutilizzabili da quella parte le artiglierie dei difensori.
36. ferocia: coraggio.
37. Lo scoppietto era un piccolo archibugio.
38. rappresentarsi: esporsi.
39. ruina tale: una breccia così grande nelle mura.
40. in ordinanza: schierati in ordine di battaglia.
41. bariglioni: grossi barili.
42. per la collisione: l’urto, lo scontro.
43. per concordia: per accordo (senza bisogno di assalto).
44. Alla metà di ottobre del 1516.
45. Albaredo d’Adige.
46. sette in ottomila: tra i sette e gli ottomila.
47. convenire: andare d’accordo.
48. Francisco Maldonado.
49. ridotte: ritirate.
50. consumavano: impoverivano.
51. ritenere: trattenere.
52. alle stanze: agli alloggiamenti.
53. riguardare: volgere.
54. avesse… col: avesse insistentemente tentato di convincere il.
55. 3 dicembre 1516 (trattato di Bruxelles).
56. in… re: in disgrazia presso il re.
57. Bernhard von Cles.
58. rimanendo la differenza: restando controverso.
59. I veneziani entrarono in Verona il 24 gennaio 1517.
60. degli offici: delle cariche.