LIBRO QUINTODECIMO

CAPITOLO I

Timori che il re di Francia ritenti l’impresa del ducato di Milano; gli spagnuoli impongono contribuzioni agli stati italiani. Adriano VI a Roma. Cesare mira ad accordi coi veneziani; intimazione di tregua con Cesare del re d’Inghilterra al re di Francia. Cedola di privilegi di stato di Cesare ai fiorentini. Provvedimenti di Cesare contro i colpevoli della tentata sedizione in Ispagna. Caduta di Rodi in potere di Solimano. Rimini restituita al pontefice; assoluzione dalle censure del duca d’Urbino. Rinvestitura di Ferrara al duca d’Este. Resa del castello di Milano.

La vittoria nuova contro a’ franzesi, benché avesse quietato le cose di Lombardia, non aveva per ciò diminuito il sospetto che il re di Francia, essendo pacifico e intero il regno suo ed essendo ritornati salvi i capitani e le genti d’arme che aveva mandate in Italia, non avesse, innanzi passasse molto tempo, ad assaltare1 di nuovo il ducato di Milano; massime che erano, come prima, parati2 i svizzeri a andare agli stipendi suoi e il senato viniziano perseverava seco nell’antica confederazione : per la considerazione del quale pericolo i capitani cesarei erano costretti a nutrire3 e a pagare l’esercito; cosa molto difficile, perché né da Cesare né del regno napolitano ricevevano danari, e lo stato di Milano era in modo esausto che non poteva per sé solo sostenere né tanti alloggiamenti né tante spese. Però, reclamando invano i popoli e il collegio de’ cardinali, avevano mandato la maggiore parte delle genti ad alloggiare nello stato ecclesiastico; e passando per Roma don Carlo de Lanoi4, destinato nuovamente5, per la morte di don Ramondo di Cardona6, viceré di Napoli, determinò, insieme con don Giovanni Manuel, che per tre mesi prossimi pagassino, ciascuno mese, lo stato di Milano ventimila ducati, i fiorentini quindicimila, genovesi ottomila, Siena cinquemila, Lucca quattromila: della quale tassa benché ciascuno esclamasse7, nondimeno, per il timore che si aveva di quello esercito, fu necessario che fusse accettata da ciascuno; allegando essi essere cosa necessaria, perché dalla conservazione di quello dependeva la difesa d’Italia. Dopo il quale tempo fu rinnovata l’imposizione8, ma di quantità molto minore.

Nel quale stato delle cose, Italia oppressa da continui mali e spaventata dal timore de’ futuri maggiori9, aspettava con desiderio la venuta del pontefice, come instrumento opportuno per l’autorità pontificale a comporre molte discordie e provedere a molti disordini. Il quale, supplicandolo Cesare (che passato ne’ medesimi dì per mare in Spagna, e parlato in cammino col re di Inghilterra10) lo aspettasse a Barzalona, dove voleva andare personalmente a riconoscerlo11 e adorarlo per pontefice, ricusò di aspettarlo: o dubitando per la distanza di Cesare, che ancora era nelle estreme parti della Spagna, non12 perdere tanto tempo che avesse poi a navigare per stagione sinistra13, o per sospetto che Cesare non14 cercasse di fargli differire la passata sua in Italia o, come molti dissono, per non accrescere tanto l’opinione avuta di lui insino dal principio, che avesse a essere troppo dedito15 a Cesare, che gli difficultasse il trattare la pace universale de’ cristiani, come avea deliberato di volere fare. Passò adunque per mare a Roma, dove entrò il vicesimo nono dì di agosto con concorso16 grandissimo del popolo e di tutta la corte; da’ quali benché eccessivamente fusse desiderata la sua venuta (perché Roma senza la presenza de’ pontefici è più tosto simile a una solitudine17 che una città), nondimeno questo spettacolo commosse18 gli animi di tutti, considerando avere uno pontefice di nazione barbaro, inesperto al tutto delle cose d’Italia e della corte, né almeno di quelle nazioni le quali già per lunga conversazione19 erano familiari a Italia : la mestizia de’ quali pensieri accrebbe che20, alla venuta sua, la peste cominciata in Roma, il che era interpretato pessimo augurio del suo pontificato, fece per tutto l’autunno gravissimo danno. Fu la prima deliberazione di questo pontefice attendere alla recuperazione di Rimini, e comporre le controversie che il duca di Ferrara aveva avute co’ due suoi prossimi antecessori: perciò mandò in Romagna mille cinquecento fanti spagnuoli, i quali per potere sicuramente passare il mare aveva condotti seco.

Alle quali cose mentre che attende, parendo [a] Cesare che allo stabilimento delle cose d’Italia importasse molto la separazione de’ viniziani dal re di Francia, e sperando che quello senato, diminuita la speranza delle cose franzesi, avesse l’animo inclinato alla quiete né volesse per gli interessi di altri portare pericolo che la guerra si trasferisse nel suo dominio, comunicati i consigli21 col re di Inghilterra, il quale avendo prima prestato occultamente contro al re di Francia danari a Cesare, deposte poi le dissimulazioni, discendeva già apertamente nella causa22, mandorono imbasciadori a Vinegia a ricercargli che si confederassino alla difesa d’Italia con Cesare; i quali furono, per Cesare Ieronimo Adorno, per il re di Inghilterra Riccardo Pacceo23: e vi si aspettavano imbasciadori di Ferdinando fratello di Cesare, arciduca d’Austria; lo intervento del quale, per essere tra i viniziani e lui molte differenze24, era necessario in qualunque accordo si facesse con loro. Mandò anche il re di Inghilterra uno araldo a protestare25 la guerra al re di Francia in caso non facesse tregua generale per tre anni con Cesare per tutte le parti del mondo nella quale fussino inclusi la Chiesa il ducato di Milano e i fiorentini; lamentandosi ancora che avesse cessato di pagargli i cinquantamila ducati i quali era obligato a pagargli ciascuno anno. Negò il re di volere fare la tregua, e apertamente rispose non essere conveniente pagare danari a chi aiutava con danari gli inimici suoi; donde augumentandosi tra loro gli sdegni si licenziorono gli imbasciadori da ciascuna delle parti.

Partì questo anno d’Italia don Giovanni Manuel, stato oratore cesareo a Roma con grandissima autorità. Il qule, alla partita, fece una cedola26 di sua mano a’ fiorentini, nella quale cedola narrato che Cesare, per una cedola scritta di settembre l’anno mille cinquecento venti, promesse al pontefice Leone di riconfermare e di nuovo concedere a’ fiorentini i privilegi dello stato, delle autorità e delle terre possedevano, tra sei mesi dopo la prima dieta fatta dopo la incoronazione che si celebra in Aquisgrana, perché prima gli aveva promessi tra quattro mesi dalla sua elezione; e dicendo non potere espedirgli27 allora per giuste cause: le quali cose narrate, don Giovanni promesse in nome di Cesare. La quale cedola Cesare ratificò di marzo l’anno mille cinquecento ventitré, e ne fece l’espedizione per bolla in forma amplissima28.

Passò Cesare, come è detto di sopra, questo anno in Spagna, dove arrivato, procedé severamente contro a molti che erano stati autori della sedizione29, gli altri tutti assolvé e liberò da tutte le pene: e per congiugnere con la giustizia e con la clemenza gli esempli della remunerazione, considerato che Ferdinando duca di Calavria, recusando di essere capitano della moltitudine concitata, non si era voluto partire della rocca di Sciativa, lo chiamò con grande onore alla corte, dandogli non molto poi per moglie Germana stata moglie del re cattolico, ricca ma sterile, acciò che in lui, ultima progenie de’ discendenti di Alfonso vecchio re di Aragona, si estinguesse quella famiglia; perché due suoi fratelli di età minore30 erano prima morti, l’uno in Francia l’altro in Italia.

Ma quello che fece infelice questo medesimo anno, con infamia grandissima de’ prìncipi cristiani, fu che, nella fine di esso31, Solimanno ottomanno prese l’isola di Rodi, costituita32 sotto il dominio de’ cavalieri di Rodi, prima chiamati cavalieri Ierosolimitani ; i quali, risedendo in quel luogo poiché erano stati cacciati di Ierusalem33, benché in mezzo tra il turco e il soldano prìncipi di tanta potenza, l’avevano con grandissima gloria del suo ordine lunghissimo tempo conservata, e stati come uno propugnacolo34, in quegli mari, della cristiana religione: benché avessino qualche nota35 che, trascorrendo36 tutto il dì a predare i legni degli infedeli, fussino qualche volta licenziosi37 eziandio contro a’ legni de’ cristiani. Stette intorno a questa isola molti mesi grandissimo esercito e il turco in persona, non perdendo mai uno minimo punto di tempo38 di tormentargli, ora col dare battaglia atrocissima ora col fare mine e trincee ora col fare cavalieri39 grandissimi di terra e di legname che soprafacessino40 le mura della terra: per le quali opere, tirate innanzi con grandissima uccisione de’ suoi, era anche diminuito notabilmente il numero di quegli di dentro; tanto che stracchi dalle continue fatiche e mancando loro la polvere per l’artiglierie, non potendo più resistere a tante molestie, gittato in terra dall’artiglierie grande parte delle mura e le mine passate41 in molti luoghi della terra, nella quale loro, per essere espugnati i primi luoghi, si andavano continuamente ristrignendo42, finalmente, ridotti all’ultime necessità, capitolorono col turco che il gran maestro43 gli lasciasse la terra, che egli con tutti i cavalieri e rodiani potessino uscirne salvi con facoltà di portare seco quanta più roba potevano e, per avere qualche sicurtà, che il turco facesse partire l’armata44 di quegli mari e discostasse da Rodi cinque miglia lo esercito di terra. Per virtù della quale capitolazione restò Rodi a’ turchi, e i cristiani, essendo osservata loro la fede, passorono in Sicilia e poi in Italia; avendo trovato in Sicilia una armata di certe navi che si ordinava45 (ma tardi per colpa del pontefice) per mettere in Rodi, come avessino il vento prospero, rinfrescamento46 di vettovaglie e di munizioni: e partiti furono di Rodi, Solimanno, in maggiore dispregio della cristiana religione, fece l’entrata sua in quella città il giorno della natività del Figliuolo di Dio; nel quale dì, celebrato con infiniti canti e musiche nelle chiese de’ cristiani, egli fece convertire tutte le chiese di Rodi, dedicate al culto di Cristo, in moschee; che secondo l’uso loro, esterminati tutti i riti de’ cristiani, furono dedicate al culto di Maometto. Questo fine ignominioso al nome cristiano, questo frutto delle discordie de’ nostri prìncipi, ebbe l’anno mille cinquecento ventidue, tollerabile se almanco l’esempio del danno passato avesse dato documento47 per il tempo futuro. Ma continuandosi le discordie tra i prìncipi, non furono minori i travagli dell’anno mille cinquecento ventitré.

Nel principio del quale, i Malatesti, conoscendosi impotenti a resistere alle forze del pontefice, per interposizione del duca d’Urbino furono contenti48 lasciare Rimini e la fortezza; avuta intenzione49, benché incerta, di avere qualche sostentamento per la vita di Pandolfo: il che non ebbe effetto alcuno. Andò dipoi il duca di Urbino al pontefice, appresso al quale e nella maggiore parte della corte facendogli favore la memoria gloriosa di Giulio pontefice, ottenne l’assoluzione dalle censure, e d’essere rinvestito del ducato d’Urbino ma con la clausula50, senza pregiudizio delle ragioni51; per non pregiudicare alla applicazione52 che era stata fatta a’ fiorentini del Montefeltro, i quali dicevano avere prestato a Lione, per difesa di quello ducato, ducati trecento cinquantamila e averne spesi dopo la morte sua in diversi luoghi, per la conservazione dello stato della Chiesa, più di settantamila. Ricevé ancora in grazia il pontefice il duca di Ferrara, rinvestendolo non solamente di Ferrara e di tutto quello che innanzi alla guerra mossa da Lione contro a’ franzesi possedeva appartenente alla Chiesa, ma lasciandogli eziandio, con grave nota53 sua o de’ ministri che usavano male la sua imperizia, le castella di San Felice e del Finale; quali, acquistate da lui quando roppe la guerra a Lione e dipoi riperdute innanzi alla sua morte, aveva di nuovo riprese per l’occasione della vacazione della Chiesa. Obligossi il duca di Ferrara ad aiutare con certo numero di gente la Chiesa quando occorresse per la difesa del suo stato, e si astrinse54 con gravissime pene, sottomettendosi ancora al ricadere55 della investitura e alla privazione di tutte le sue ragioni, in caso che in futuro offendesse più la sedia apostolica. Dettegli ancora il pontefice non piccola intenzione di restituirgli Modena e Reggio: benché da questo, essendogli dipoi dimostrata la importanza della cosa e, per lo esempio degli antecessori suoi, la infamia che ne perverrebbe al suo nome, si alienò con l’animo ogni dì più.

Nel quale tempo il castello di Milano, stretto da carestia di ogni cosa eccetto che di pane, e pieno di infermità, convenne di arrendersi, salve le robe e le persone, se per tutto il dì quartodecimo di aprile non era soccorso: al quale tempo, osservata la convenzione, apparì essere morta la più parte degli uomini che vi erano dentro. Consentì Cesare, con laude non piccola appresso agli italiani, che fusse consegnato in potestà del duca Francesco Sforza : né si teneva più altro per i franzesi in Italia che il castello di Cremona, provisto ancora delle cose necessarie abbondantemente. E nondimeno questi successi non sollevavano la infelicità de’ popoli di quello ducato, aggravato eccessivamente dallo esercito cesareo per non ricevere56 i pagamenti : il quale essendo andato ad alloggiare in Asti e nello astigiano, avendo tumultuato per la medesima cagione, predò tutto il paese insino a Vigevano; in modo che i milanesi, per fuggire il danno e il pericolo del paese, furono costretti promettere loro le paghe di certi tempi57, che importavano58 circa ducati centomila. E nondimeno non si mitigava, per questa acerbità, in parte alcuna, l’odio di quello popolo contro a’ franzesi; tenendogli fermi parte il timore per la memoria delle offese fatte loro parte la speranza che, se mai cessasse il pericolo che il re di Francia di nuovo non assaltasse quello stato, cesserebbono tanti pesi, perché non sarebbe necessario che Cesare tenesse più soldati in quel ducato.

1. il sospetto che… non avesse… ad assaltare: il sospetto… che… assalisse.

2. parati: pronti.

3. nutrire: mantenere.

4. Charles de Lannoy, viceré di Napoli, luogotenente e generale di Carlo V in Italia.

5. destinato nuovamente: designato da poco tempo.

6. 10 marzo 1522.

7. esclamasse: si lamentasse.

8. l’imposizione: l’obbligo del con tribu tu.

9. de’… maggiori: si sottintende mali.

10. Il viaggio durò dal 26 maggio al 16 luglio.

11. a riconoscerlo: a fare atto di sottomissione a lui.

12. dubitando… non: temendo… di.

13. per… sinistra: col maltempo.

14. per sospetti che… non: per sospetto che.

15. dedito: devoto, favorevole.

16. concorso: affluenza.

17. una solitudine: un deserto.

18. commosse: turbò.

19. per… conversazione: per lunghi rapporti e contatti.

20. che: il fatto che.

21. comunicati i consigli: consultatosi.

22. discendeva… nella causa: entrava… nel conflitto.

23. Richard Pace.

24. differenze: controversie.

25. protestare: intimare.

26. una cedola: un’obbligazione scritta.

27. espedirgli: redigere il documento in cui i privilegi venivano sanciti.

28. in… amplissima: in termini favorevolissimi.

29. autori della sedizione: capi della ribellione.

30. Alfonso e Cesare, figli cadetti di Federico d’Aragona.

31. Dicembre.

32. costituita: posta.

33. 1187.

34. propugnacolo: baluardo.

35. benché… nota: benché fossero talvolta biasimati.

36. trascorrendo: facendo scorrerie.

37. licenziosi: aggressivi e prepotenti.

38. non… tempo: senza smettere un solo istante.

39. I cavalieri erano opere di fortificazione costituiti da un monte di terra circondato da mura e sormontato da una postazione di artiglieria.

40. soprafacessino: sovrastassero.

41. passate: penetrate.

42. ristrignendo: ritirando.

43. Philippe di Villier de l’Isle-Adam.

44. l’armata: la flotta.

45. si ordinava: si preparava.

46. rinfrescamento: rifornimento.

47. documento: insegnamento.

48. furono contenti: accettarono di.

49. intenzione: promessa.

50. clausula: clausola. condizione.

51. delle ragioni: dei diritti. Si sottintende (o manca) «di altri».

52. applicazione: assegnazione,

53. nota: biasimo, vergogna.

54. si astrinse: si obbligò.

55. al ricadere: al decadere.

56. per non ricevere: soggetto è l’esercito. Il per ha valore causale.

57. di certi tempi: di un determinato periodo di servizio.

58. importavano: ammontavano a.

CAPITOLO II

Trattative di pace fra i veneziani e Cesare; promesse del re di Francia ai veneziani per mantenerli legati a sé. Varietà di pareri nel senato veneziano; discorso di Andrea Grittti in favore del mantenimento della confederazione col re di Francia; discorso di Giorgio Cornaro a favore della confederazione con Cesare. Deliberazione dei veneziani e patti con Cesare, con l’arciduca Ferdinando e con Francesco Sforza.

Trattavasi in questo tempo medesimo continuamente la concordia tra Cesare e i viniziani; la quale, per molte difficoltà che nascevano e per varie dilazioni interposte da loro, teneva sospesi di1 quello che avesse a seguirne gli animi di ciascuno. Accrebbe la dilazione, e forse anche le difficoltà di questa pratica, la morte di Ieronimo Adorno il quale, persona di grande spirito ed esperienza benché giovane, la trattava con molta autorità e con destrezza singolare: in luogo del quale vi fu mandato da Milano, in nome di Cesare, Marino Caracciolo protonotario apostolico2, il quale molti anni poi fu da Paolo terzo pontefice promosso alla degnità del cardinalato3. Trattoronsi queste cose in Vinegia molti mesi, perché da altra parte il re di Francia faceva assiduamente, per gli imbasciadori suoi, diligenza grandissma in contrario4, promettendo, ora con lettere ora con uomini propri, di passare presto con potentissimo esercito in Italia: perché5 tra’ senatori erano varietà grandi di pareri e assidue disputazioni. Perché molti consigliavano che non si abbandonasse la confederazione del re di Francia, confidandosi che presto avesse a mandare l’esercito in Italia; la quale speranza il re sforzandosi con somma diligenza di nutrire aveva, oltre a molti altri, mandato di nuovo Renzo da Ceri a Vinegia, a promettere questo medesimo e a dimostrare che già le cose erano preparate : altri, considerando per l’esperienza delle cose passate le negligenti esecuzioni di quel re, non confidavano che avesse a passare, e questa opinione si accresceva per le lettere di Giovanni Baduero6 oratore loro in Francia, il quale, prestando fede a quello che gli era referito dal duca di Borbone (il quale, già congiunto occultissimamente contro al re7, desiderava che i viniziani si unissino con Cesare), affermava che ’l re di Francia per quello anno non passerebbe né manderebbe esercito in Italia. Spaventava altri la mala fortuna del re di Francia la prospera di Cesare, il considerare che in Italia seguitavano Cesare il duca di Milano, i genovesi e i fiorentini con la Toscana tutta, e si credeva che avesse a fare il medesimo il pontefice; e che fuora d’Italia erano congiunti seco l’arciduca suo fratello8, vicino allo stato de’ viniziani, e il re d’Inghilterra, il quale continuamente faceva la guerra in Piccardia. Nella quale varietà di pareri, non meno tra i principali del senato che tra gli altri, non si potendo, per la maturità delle cose9 e per la instanza grandissima degli imbasciadori di Cesare, differire più il farne deliberazione, convocato finalmente per determinarsi il consiglio de’ pregati, Andrea Gritti, uomo, per importantissime amministrazioni e fatti molto egregi, di somma autorità in quella republica e di nome molto chiaro per tutta Italia e appresso a’ principi esterni, parlò, secondo si dice, in questa sentenza :

— Ancora che io conosca essere pericolo, prestantissimi senatori, che se io consiglierò che noi non ci partiamo dalla confederazione del re di Francia alcuni non10 interpretino che in me possa più il rispetto della lunga conversazione11 che io ho avuta co’ franzesi che quello della utilità della republica, non mi asterrò per questo da esprimere liberamente il parere mio, come è propriamente ufficio de’ buoni cittadini; anzi è inutile, e cittadino e senatore, quello il quale per qualunque cagione si ritrae da persuadere agli altri quello che in se medesimo sente essere il beneficio della republica: benché io mi persuada che appresso agli uomini prudenti non arà luogo questa interpretazione, perché considereranno non solo quali siano stati in ogni tempo i costumi e le azioni mie ma che io non ho trattato, col re di Francia né cogli uomini suoi, se non come uomo vostro e per vostra commissione e comandamento; e mi giustificherà oltre a questo, se io non mi inganno, la probabilità12 delle ragioni le quali mi fanno condiscendere in questa sentenza13. Noi trattiamo se si debba fare nuova confederazione con Cesare, contraria alla fede data da noi agli oblighi della confederazione che abbiamo col re di Francia; cosa che, a giudicio mio, non vuole dire altro che stabilire14 in modo la potenza di Cesare, già terribile a15 ciascuno, che non ci essendo mai più rimedio di moderarla o di abbassarla cresca continuamente in nostro manifestissimo pregiudicio16. Non abbiamo cagione alcuna che possa giustificare questa deliberazione, perché il re ha sempre osservato la nostra confederazione; e se gli effetti non sono stati così pronti a rinnovare la guerra in Italia si conosce chiaramente che, poiché a questo lo stimolavano i propri interessi, non è proceduto da altro che dagli impedimenti che ha avuti e ha nel regno di Francia; i quali hanno potuto prolungare i17 disegni suoi ma non potranno già annichilargli, perché la volontà è sì ardente alla recuperazione dello stato di Milano, la potenza è sì grande che sostenuti che arà questi primi impeti degli inimici, i quali sosterrà facilmente, niuna cosa lo ritarderà che di nuovo non mandi18 forze grandissime di qua da’ monti. Vedemmo dell’una cosa e dell’altra più volte lo esempio del re Luigi; il quale, essendo assaltata la Francia con armi molto più potenti che non sono queste che al presente la molestano, congiuratogli contro quasi tutto il mondo, con la grandezza delle sue forze, con la fortezza19 de’ luoghi che sono in su i confini, con la fede de’ popoli, facilmente si difese; e quando era nell’opinione di tutti gli uomini che per la stracchezza della guerra gli fusse necessario il riposo di qualche tempo, mosse subito in Italia potenti eserciti20. Non fece questo medesimo ne’ primi anni del regno suo il presente re? quando ciascuno credeva che, per essere nuovo re, per avere trovata esausta la corona per le spese infinite dello antecessore, fusse necessitato differire la guerra a uno altro anno21. Non ci debbe adunque spaventare questa tardità; né sarebbe sufficiente scusa delle nostre variazioni, perché il confederato, ritardato non dalla volontà ma dagli impedimenti sopravenuti, non dà giusta causa di querelarsi al compagno né onesto colore di partirsi dalla collegazione22. Questa deliberazione ricerca da noi il rispetto della onestà il rispetto della degnità del senato viniziano, ma non la ricerca meno il rispetto della utilità anzi della salute nostra. Perché chi è che non conosca di quanto profitto ci sia e da quanti pericoli ci liberi se il re di Francia recupera lo stato di Milano, e quanto riposo partorisca per molti anni alle cose nostre? Ammuniscecene l’esempio delle cose succedute pochi anni innanzi; perché l’averlo recuperato questo re fu cagione che noi, che prima con grandissime spese e pericoli difendevamo Padova e Trevigi, recuperassimo Brescia e Verona; fu cagione che, mentre ch’egli tenne pacifico quel ducato, noi possedessimo con grandissima pace e sicurtà tutto lo imperio nostro: esempli che ci hanno a muovere molto più che la memoria antica della lega di Cambrai, perché i re di Francia compresono per esperienza quel che non avevano compreso per le ragioni23: quanto detrimento ricevessino dello essersi partiti dalla nostra congiunzione; cosa che senza comparazione conosceranno meglio nel tempo presente, nel quale ha questo re per emulo uno imperadore, principe di tanti regni e di tanta grandezza, la cui potenza lo necessita a desiderare e avere carissima la nostra confederazione. Ma per contrario, chi è quello che non vegga, che non conosca, in quanto pericolo resterebbono le cose nostre escluso che fusse totalmente il re di Francia dalle imprese d’Italia? Perché chi può proibire a Cesare che non appropri a sé o al fratello il ducato di Milano? del quale insino a ora non ha mai conceduta la investitura a Francesco Sforza; e se, come è chiarissimo, arà potestà di farlo, chi è quello che possa assicurare della volontà?24 chi è quello che possa promettere che, essendo il ducato di Milano una scala di25 salire allo imperio di tutta Italia, che abbi a potere più in Cesare il rispetto della giustizia e dell’onestà26 che l’ambizione e la cupidità propria e naturale di tutti i prìncipi grandi ? Assicureracci forse la moderazione e la temperanza de’ ministri che ha in Italia? che sono quasi tutti spagnuoli, gente infedele rapacissima insaziabile sopra tutte l’altre? Se adunque Cesare o Ferdinando suo fratello si attribuiscono Milano, in che grado27 rimane lo stato nostro, circondato da loro dalla parte d’Italia e di Germania? che rimedio possiamo sperare a’ nostri pericoli essendo in mano sua il reame di Napoli, il pontefice e gli altri stati di Italia dependenti da lui, e ciascuno sì esausto e attrito28 di forze che da loro non possiamo sperare favore alcuno? Ma se il re di Francia possedesse il ducato di Milano, restando le cose bilanciate tra due tali prìncipi, chi avesse da temere della potenza dell’uno sarebbe riguardato29 e lasciato stare per la potenza dell’altro; anzi, il timore solamente della sua venuta assicura tutti gli altri, perché costrigne gli imperiali a non si muovere, a non si impegnare a impresa alcuna. Però a me pareva più presto ridicola che spaventosa la vanità de’ minacci loro che se non ci confederiamo con Cesare ci volteranno contro l’esercito; come se il muovere la guerra contro al senato viniziano sia impresa facile e da sperarne presto la vittoria, e come se questo fusse il rimedio di fare che il re di Francia non passasse, e non più presto30 cagione del contrario : perché, chi dubita che provocati da loro proporremmo per necessità condizioni tali al re che, quando bene ne avesse l’animo alieno, lo inducessino a passare? Non accadde egli questo medesimo a tempo del re Luigi? che le ingiurie e i tradimenti fattici da loro ci indussono a stimolare in modo quel re (quando io di suo prigione diventai vostro imbasciadore), che al tempo che più temeva di essere assaltato potentissimamente in Francia mandò l’esercito suo, benché con mala fortuna, in Italia. Non crediate che se gli imperiali pensassino che la via di tirarci alla amicizia loro o di assicurarsi della venuta del re di Francia fusse lo assaltarci, che avessino differito insino a questi dì a dargli principio. Forse che non hanno i capitani loro cupidità di arricchirsi delle prede e de’ guadagni delle guerre? forse che non hanno avuto necessità, per sgravare il paese degli amici e sgravandolo avere facoltà di trarne danari, di nutrire l’esercito ne’ paesi d’altri? ma hanno conosciuto che per la potenza nostra è troppo diffìcile lo sforzarci; che per loro non fa31, temendo ogni dì della guerra del re di Francia, implicarsi in una altra guerra, né dare cagione a uno stato potente di forze e di danari di stimolare con la grandezza delle offerte i franzesi a passare. Mentre che staranno in questi sospetti e in queste ambiguità non occuperanno per sé il ducato di Milano, non tratteranno se non con minaccie vane di offenderci; se noi gli assicureremo da questo timore sarà in potestà loro di fare l’uno e l’altro: e se lo faranno, come è verisimile, di chi altri potremo noi più lamentarci che di noi medesimi e della nostra troppa timidità e del desiderio immoderato della pace? La quale è desiderabile e santa, quando assicura da’ sospetti, quando non augumenta il pericolo, quando induce gli uomini a potersi riposare e allegerirsi dalle spese; ma quando partorisse gli effetti contrari è, sotto nome insidioso di pace, perniciosa guerra; è, sotto nome di medicina salutifera, pestifero veleno. Se adunque il fare noi confederazione con Cesare esclude il re di Francia dalle imprese d’Italia, dà a lui32 facoltà di occupare ad arbitrio suo il ducato di Milano, occupato quello pensare a deprimere noi, ne séguita che noi comperiamo, con grandissima infamia del nome nostro con maculare la fede di questa republica, la grandezza di un principe il quale non ha manco distesa33 l’ambizione che la potenza e che pretende, egli e il fratello, che tutto quello che noi possediamo in terra ferma appartenga a loro; e che escludiamo da Italia uno principe che con la grandezza assicuri la libertà di tutti gli altri e che sarebbe necessitato a essere congiuntissimo con noi. Chi propone queste ragioni, tanto evidenti e tanto palpabili, non può già essere imputato che lo muova l’affezione più che la verità, più gli interessi propri che l’amore della republica. Della salute della quale non abbiamo da dubitare, se Dio alle vostre deliberazioni concederà tanto di felicità34 quanto ha conceduto di sapienza a questo eccellentissimo senato. —

Ma in contrario Giorgio Cornaro, cittadino di pari autorità e di nome celebrato di prudenza quanto alcuno altro di quel senato, si oppose con orazione tale a questo consiglio: — Grande certamente, prestantissimi senatori, e molto difficile è la presente deliberazione; nondimeno, quando io considero quale sia ne’ tempi nostri l’ambizione e la infedeltà de’ prìncipi e quanto la natura loro sia difforme dalla natura delle republiche, le quali, non si governando con l’appetito di uno solo ma col consentimento di molti, procedono con più moderazione e maggiori rispetti, né si partono mai sfacciatamente, come spesso fanno essi, da quel che ha qualche apparenza di giusto e di onesto, io non posso se non risolvermi35 che a noi sia perniciosissimo che il ducato di Milano sia di uno principe più potente che noi, perché una tale vicinità ci necessita a stare in continui sospetti e tormenti e, ancora che siamo nella pace, quasi sempre ne’ pensieri della guerra, non ostante qualunque confederazione o convenzione che abbiamo insieme. Di questo si leggono nelle istorie antiche infiniti esempli, nelle nostre qualcuno: ma quale maggiore e più illustre che quello che, con acerba memoria, è scolpito nel cuore di tutti noi? Introdusse questo senato Luigi re di Francia nel ducato di Milano, alla quale infelice deliberazione molti di noi furno presenti; conservogli sempre intera la fede delle capitolazioni, quantunque con premi grandi e con varie occasioni fussimo invitati a discostarsi da lui dagli spagnuoli e da’ tedeschi, quantunque fussimo certi che per lui36 si trattavano spesso molte cose contro a noi. Non piegò né il beneficio ricevuto né la fede data né tanti perpetui offici37 nostri l’animo suo, pieno di tanta cupidità di offenderci che finalmente, reconciliatosi per questa cagione con gli antichi e acerbissimi inimici suoi, contrasse contro a noi la collegazione perniciosissima di Cambrai. Però, per fuggire i pericoli che dalla insidiosa e fraudolenta vicinità de’ prìncipi grandi ci sarebbono del continuo imminenti, siamo necessitati (se io non mi inganno) dirizzare tutte le nostre deliberazioni a questo fine : che il ducato di Milano non sia né del re di Francia né dello imperadore, ma sia di Francesco Sforza o di qualunque altro che non abbia regni e imperi maggiori; donde depende nel tempo presente la sicurtà nostra, donde nel futuro può dependere, se si variassino le condizioni de’ tempi presenti, grande augumento ed esaltazione del nostro stato. Noi consultiamo se è o da continuare l’amicizia col re di Francia o da confederarci con Cesare : l’una di queste due deliberazioni esclude totalmente dal ducato di Milano Francesco Sforza e dà adito di entrarvi al re di Francia, principe tanto più potente di noi; l’altra deliberazione tende a confermare e assicurare Francesco Sforza in quello ducato, il quale Cesare propone di includere come principale nella nostra confederazione, promette la conservazione sua al re di Inghilterra: però quando tentasse di spogliarlo di quello stato non solo offenderebbe noi e gli altri d’Italia, a’ quali darebbe causa di volgere di nuovo l’animo a’ franzesi, ma offenderebbe il re d’Inghilterra, al quale gli conviene, come ognuno sa, avere grandissimi rispetti; provocherebbesi contro tutti i popoli del ducato di Milano inclinatissimi a Francesco Sforza. Così, sottoponendosi a molte difficoltà e pericoli, e a grandissima infamia, contraverrebbe alla fede sua, la quale non si è insino a ora veduto segno alcuno che mai abbia disprezzata, cosa che non possiamo già dire noi de’ franzesi; anzi, avendo restituito, dopo la morte del pontefice Leone, Francesco Sforza in quello stato, consegnatogli le fortezze secondo che successivamente si sono acquistate, e ultimamente, contro alla opinione di molti, il castello di Milano, non si può dire che non abbia fatto segni contrari. Perché adunque non dobbiamo fare più presto quella deliberazione nella quale è speranza grande di conseguire lo intento nostro che quella che manifestamente tende a fine contrario a’ nostri bisogni? A questo si oppone che di maggiore pericolo sarebbe a questa republica che il ducato di Milano fusse in potestà di Cesare che se fusse in potestà del re di Francia; perché quel re, per la grandezza di Cesare e per la emulazione che ha con lui, arebbe quasi necessità di perseverare nella nostra congiunzione, ma in Cesare tutto il contrario, per la potenza sua e per le ragioni che contro allo stato nostro pretendono egli e il fratello. Credo che chi così sente38 di Cesare non si inganni, per la natura e consuetudine de’ prìncipi tanto grandi; volesse Dio non si ingannasse chi non sente il medesimo del re di Francia! Militavano nel39 suo antecessore molte delle medesime ragioni, e nondimeno potette più la cupidità, l’ambizione, che l’onestà, che l’utilità propria. Senza che40, non sono perpetue quelle cagioni che l’arebbono a conservare unito con noi, ma variabili, secondo la natura delle cose umane, di momento in momento: perché e41 Cesare è uomo mortale come gli altri uomini; è, secondo l’esempio di molti prìncipi stati maggiori di lui, sottoposto a infiniti accidenti di fortuna. E quanto tempo è che, concitatagli contro tutta la Spagna, pareva più presto degno di commiserazione che di invidia? E almeno non è tanta differenza dall’uno pericolo all’altro quanto è differenza da una deliberazione che ci escluda certo dal fine nostro a una che più verisimilmente vi ci conduca. Dipoi queste ragioni risguardano42 il tempo futuro e lontano; ma se consideriamo lo stato presente delle cose, non è dubbio che il rifiutare la confederazione di Cesare ci mette per ora in maggiori molestie e pericoli; perché separandoci noi dal re di Francia è credibile riserberà il fare la guerra a migliori tempi e occasioni, ma stando noi congiunti con lui potrebbe pure essere che di presente la facesse, cosa che di necessità ci porterà molestie e spese. Ma in quale caso è più pericoloso per noi l’esito della guerra? Congiugnendoci con Cesare si può quasi tenere per certo che la vittoria sarà da questa parte, cosa che non si può tanto sperare se saremo congiunti col re di Francia; e confederandoci con Cesare non ci sarebbe tanto pericolosa la vittoria del re come sarebbe per il contrario, perché in caso tale tutte l’armi de’ vincitori si volterebbono contro a noi, e Cesare non solo arebbe minore freno e minori ostacoli ma quasi necessità di occupare il ducato di Milano. A quel che si dice del vincolo della confederazione è facile la risposta: perché promettemmo al re di Francia di aiutarlo a difendere gli stati che possedeva in Italia, non a recuperargli poi che gli avesse perduti. Non dice questo la scrittura delle nostre capitolazioni, né ci militano43 le medesime ragioni. Adempiemmo le obligazioni nostre quando, alla perdita di Milano, causata per il mancamento delle loro provisioni, ricevetteno più danno le nostre genti d’arme che le franzesi; adempiemmole quando, tornando Lautrech co’ svizzeri alla guerra, gli mandammo i nostri aiuti; abbiamle trapassate quando, pasciuti da lui con vane speranze e promesse, abbiamo aspettato tanti mesi l’esercito suo. Se la volontà lo ritiene, perché cerchiamo noi di sopportare la pena delle sue colpe? se la necessità, non basta egli questa ragione, quando bene fussimo obbligati, a giustificarci? Non so di che siamo più oltre debitori al re di Francia poiché prima siamo stati abbandonati noi: non so a che più oltre sia tenuto uno confederato per l’altro, né che possino giovare a lui i nostri pericoli. Non affermo che i capitani di Cesare pensino a muoverci al presente la guerra, ma né44 ardirei affermare il contrario, considerato la necessità che hanno del nutrire lo esercito nello stato degli altri, la speranza che potrebbono avere di tirarci per questa via alla loro congiunzione, massime se il re di Francia non passerà: di che chi dubita non ne dubita, a giudizio mio, senza ragione, per la loro negligenza, per essere esausti di danari, per la guerra che hanno di là da’ monti con due tali prìncipi; né può essere ripreso chi di questo presta fede al vostro imbasciadore perché gli imbasciadori sono l’occhio e l’orecchio degli stati. Replico insomma il medesimo, che con sommo studio debbiamo cercare che di Francesco Sforza sia il ducato di Milano: donde ne nasce, in conseguenza, che sia più utile quella deliberazione che ci può condurre a questo effetto che quella che totalmente ce ne esclude. —

L’autorità di due tali uomini e la efficacia delle ragioni aveva renduto più presto più perplessi che più resoluti gli animi de’ senatori, donde il senato allungava45 quanto più poteva il determinarsi, inducendolo a questo la natura loro, la gravità della cosa, il desiderio di vedere più innanzi de’ progressi46 del re di Francia; e ne erano anche causa molte difficoltà che nascevano di necessità nella47 concordia con l’arciduca. Accresceva la sospensione degli animi loro che il re di Francia, preparandosi sollecitamente alla guerra, avea mandato il vescovo di Baiosa48 a pregargli che differissino tutto il mese prossimo a deliberare, affermando che innazi alla fine del termine passerebbe con maggiore esercito che mai avesse veduto in Italia l’età presente. Nella quale ambiguità49 mentre che stanno, essendo morto Antonio Grimanno doge di quella città, fu eletto in suo luogo Andrea Gritti, che più presto nocé alle cose franzesi che altrimenti : perché egli, collocato in quel grado, lasciata meramente la deliberazione al senato, non volle mai più né con parole né con opere dimostrarsi inclinato in parte alcuna. Finalmente, mandando il re al senato continuamente uomini nuovi con offerte grandissime, e intendendosi che per le medesime cagioni venivano Anna di Memoransi50, che fu poi gran conestabile di Francia, e Federico da Bozzole, gli oratori cesareo e inghilesi, a’ quali la dilazione era sospettissima, protestorono51 al senato che dopo tre dì prossimi si partirebbono, lasciando imperfette tutte le cose. Perciò il senato necessitato a determinarsi, e togliendo fede alle promesse del re di Francia l’essere stati tanti mesi nutriti con vane speranze, e molto più quel che in contrario affermava lo imbasciadore residente appresso a lui, deliberò d’abbracciare l’amicizia di Cesare52, col quale convenne con queste condizioni: che tra Cesare, Ferdinando arciduca d’Austria, Francesco Sforza duca di Milano da una parte e il senato viniziano dall’altra fusse perpetua pace e confederazione : dovesse il senato mandare, quando fusse il bisogno, alla difesa del ducato di Milano secento uomini d’arme secento cavalli leggieri e seimila fanti; il medesimo per la difesa del regno di Napoli, ma questo in caso fusse molestato da’ cristiani, perché i viniziani recusavano obligarvisi generalmente per non irritare contro a sé l’armi de’ turchi: la medesima obligazione avesse Cesare, per la difesa contro a qualunque, di tutte le cose che i viniziani possedevano in Italia: pagassino all’arciduca in otto anni, per conto di antiche differenze53 e concordia fatta a Vuormazia54, dugentomila ducati. Le quali cose come furno convenute, il senato, avendo già rimosso dagli stipendi suoi55 Teodoro da Triulzi, elesse governatore generale della sua milizia, con le condizioni medesime, Francesco Maria duca di Urbino.

1. sospesi di: incerti su.

2. Marino Ascanio di Domizio Caracciolo.

3. Nel 1535.

4. faceva… contrario: si adoperava assiduamente, tramite i suoi ambasciatori. con grandissimo impegno, per ottenere l’effetto opposto.

5. perché: perciò.

6. Giovanni di Ranieri Badoer.

7. congiunto… contro al re: alleatosi… con i nemici del re.

8. Ferdinando d’Austria.

9. per… cose: per i rapidi sviluppi che ormai aveva avuto la situazione.

10. pericolo… che… non: pericolo… che.

11. conversazione: rapporti.

12. probabilità: validità.

13. condiscendere… sentenza: approvare questo parere.

14. stabilire: consolidare.

15. a: per.

16. pregiudicio: danno.

17. prolungare i: ritardare l’attuazione dei.

18. lo ritarderà che… non mandi: gli farà rinviare… il mandare.

19. la, fortezza: le fortificazioni da cui sono protetti,

20. Nel 1513 (cfr. XI, IX-XII).

21. Nel 1515 (cfr. XII, xI-xv).

22. né… collegazione: né un pretesto dignitoso per rompere l’alleanza.

23. per le ragioni: con la previsione razionale.

24. assicurare della volontà: dare garanzie sulle intenzioni (dell’imperatore).

25. di: per.

26. onestà: onore.

27. grado: situazione.

28. attrito: consumato.

29. riguardato: trattato con riguardo.

30. più presto: piuttosto, invece.

31. per… fa: a loro non conviene.

32. a lui: a Cesare,

33. distesa: grande.

34. felicità: fortuna, successo.

35. risolvermi: giudicare, giungere alla conclusione.

36. per lui: da parte sua.

37. offici: servigi, e quindi meriti.

38. sente: pensa.

39. Militavano nel: valevano nel caso del.

40. Senza che: inoltre.

41. e: anche.

42. risguardano: riguardano.

43. ci militano: sono valide per noi.

44. : nemmeno.

45. allungava: portava per le lunghe, rinviava.

46. di… progressi: di osservare ancora e meglio il comportamento.

47. nella: a proposito della.

48. Ludovico di Canossa, vescovo di Tricarico e poi di Bayeux, nunzio pontificio in Francia.

49. ambiguità: incertezza.

50. Anne de Montmorency il giovane, primo barone, pari e maresciallo di Francia.

51. protestorono: dichiararono.

52. Il trattato fu firmato il 29 luglio 1523.

53. differenze: controversie.

54. A Worms, il 31 luglio 1318 (cfr. XIII, x).

55. rimosso… suoi: licenziato dal proprio servizio,

CAPITOLO III

Tentativi del pontefice di unire in concordia i prìncipi cristiani contro i turchi. Come il cardinale di Volterra cade in disgrazia del pontefice. Confederazione di prìncipi di cui fa parte il pontefice. Attentato contro Francesco Sforza. Moto nella fortezza di Valenza. Defezione del connestabile di Borbone. Spedizione del Bonnivet in Italia; occupazione delle terre alla destra del Ticino. Sorpresa di Prospero Colonna: sue prime deliberazioni. I francesi vicino a Milano. Morte di papa Adriano.

Fu giudicio quasi comune degli uomini per tutta Italia che il re di Francia, vedendo dovergli essere contrari quegli aiuti i quali primi gli doveano essere propizi, avesse a desistere d’assaltare per quello anno il ducato di Milano; nondimeno, intendendosi che non solamente continuava di prepararsi ma che già cominciava a muoversi l’esercito, quegli che temevano della vittoria sua feciono insieme per resistergli nuova confederazione, inducendo il pontefice a esserne capo e principale. Aveva il pontefice, desideroso della pace comune, ricercato, quando venne in Italia, Cesare il re di Francia e il re di Inghilterra che, atteso i successi prosperi de’ turchi, deponessino l’armi tanto perniciose alla republica cristiana, e che ciascuno spedisse1 a Roma agli oratori suoi sopra queste cose pienissima autorità; la qual cosa da tutti fu nell’apparenza eseguita prontamente, ma cominciato poi a trattarsi le cose particolarmente fu conosciuto presto che erano fatiche vane, perché nel fare la pace si trovavano infinite difficoltà : la tregua per tempo breve non piaceva a Cesare, senza che pareva quasi di niuna utilità; e il re di Francia la rifiutava per tempo lungo. Onde il pontefice, o ridestandosi in lui l’antica benivolenza verso Cesare o parendogli che i pensieri del re di Francia fussino alieni dalla concordia, cominciò più che il solito a inclinare l’orecchie a coloro che lo confortavano a non permettere che da quel re fusse di nuovo posseduto il ducato di Milano. Da queste cagioni preso animo il cardinale de’ Medici, il quale prima, temendo le persecuzioni degli emuli suoi e specialmente del cardinale di Volterra a cui pareva che il pontefice credesse molto2, dimorava a Firenze, venne a Roma, ricevuto con grandissimo onore quasi da tutta la corte : ove, congiuntamente col duca di Sessa3 imbasciadore di Cesare e con gli oratori del re di Inghilterra, favoriva questa medesima causa appresso al pontefice.

Nel qual tempo la mala fortuna del cardinale di Volterra, che quasi sempre perturbava4 la prudenza l’astuzia e gli artifici suoi, partorì a lui danno e pericolo, e al cardinale de’ Medici facoltà di acquistare maggiore grazia e autorità appresso al pontefice, inclinato prima molto al volterrano, perché con la sua sagacità e con parole non meno nervose5 che ornate gli avea impresso nell’animo di essere molto desideroso della pace universale della cristianità. Conciossiaché, essendo stato, per opera del duca di Sessa, ritenuto6 a Castelnuovo appresso a Roma Francesco Imperiale7, sbandito di Sicilia che andava in Francia, gli furno trovate lettere scritte dal cardinale predetto al vescovo di Santes suo nipote8, per le quali confortava il re di Francia ad assaltare con armata marittima l’isola di Sicilia, perché volgendosi l’armi di Cesare a difenderla gli sarebbe più facile a ricuperare il ducato di Milano: della qual cosa maravigliandosi molto il pontefice e riputandosi ingannato dalle sue simulazioni, incitandolo ancora ardentemente il duca di Sessa e il cardinale de’ Medici, chiamatolo a sé lo fece custodire in Castel Sant’Angelo9; e dipoi deputò giudici a esaminarlo come reo d’avere violato la maestà pontificale, concitando il re di Francia ad assaltare coll’armi la Sicilia feudo della sedia apostolica. Nella quale cognizione10 benché si procedesse lentamente, e finiti gli esamini11 gli fusse data facoltà di difendersi per12 avvocati e procuratori, non si procedé però con la medesima moderazione alla roba13, perché il dì stesso che il cardinale fu ritenuto, il pontefice occupò14 tutte le ricchezze che erano nella sua casa. Venne ancora a luce, per la incarcerazione del medesimo Imperiale, un trattato15 che per16 il re di Francia si teneva in Sicilia; per il quale furno squartati il conte di Camerata17 il maestro portulano18 e il tesoriere di quella isola19.

Per le quali cose il pontefice commosso20 tanto più contro al re di Francia, e cominciando quotidianamente a consultare col cardinale de’ Medici, finalmente, risonando ogni dì più la fama della venuta de’ franzesi, deliberando di opporsi loro, narrò nel collegio de’ cardinali, fatta prima la solita prefazione de’ pericoli imminenti dal21 principe de’ turchi, il re di Francia solo essere cagione che dalla cristianità non si rimovesse tanto pericolo, perché pertinacemente ricusava di consentire alla tregua che si trattava; e che appartenendo a lui, come a vicario di Cristo e successore del principe degli apostoli, provedere quanto per lui si poteva alla conservazione della pace, il zelo della salute comune lo costrigneva a unirsi con coloro che s’affaticavano acciò che Italia non si turbasse, perché dalla quiete o dalla turbazione di quella nasceva la quiete o la turbazione di tutto il mondo. In conformità del quale ragionamento, ed essendo per tale effetto venuto il viceré di Napoli a Roma, fu stipulata, il terzo dì d’agosto, lega e confederazione tra il pontefice, Cesare, il re d’Inghilterra, l’arciduca d’Austria, il duca di Milano, il cardinale de’ Medici e lo stato di Firenze congiunti insieme, e i genovesi, per la difesa d’Italia, da durare durante la vita de’ confederati e uno anno dopo la morte di qualunque di loro; riservato luogo22 a ciascuno di entrarvi, pure che fusse accettato dal pontefice, Cesare, il re d’Inghilterra e lo arciduca, e desse cauzione23 di usare nelle querele sue la via della ragione24 e non dell’armi. Congregassesi per opporsi contro a chi volesse assaltare in Italia alcuno de’ collegati, uno esercito, nel quale il pontefice mandasse dugento uomini d’arme, Cesare ottocento, i fiorentini dugento, il duca di Milano dugento e dugento cavalli leggieri; provedessino il pontefice, Cesare e il duca di Milano l’artiglierie e le munizioni con tutte le spese appartenenti: che, per soldare i fanti necessari all’esercito e per fare l’altre spese che bisognano nelle guerre, pagasse il papa ciascuno mese ducati ventimila, altrettanti il duca di Milano e la medesima somma i fiorentini, pagassene Cesare trentamila, tra Genova Siena e Lucca diecimila, restando però i genovesi obligati all’armata e all’altre spese necessarie per la difesa loro; alla quale contribuzione fussino tutti obligati per tre mesi, e per quello tempo più25 che dichiarassino il pontefice, Cesare e il re d’Inghilterra : fusse in facoltà del pontefice e di Cesare dichiarare chi avesse a essere capitano generale di tutta la guerra; il quale si trattava che fusse il viceré di Napoli, sforzandosene massime il cardinale de’ Medici, l’autorità del quale appresso a’ cesarei era grandissima, per l’odio che aveva contro a Prospero Colonna. A questa confederazione fu congiunto per modo indiretto il marchese di Mantova, perché il pontefice e i fiorentini lo condussono26 per loro capitano generale a spese comuni.

Ma non raffreddorno già, né la lega fatta da’ viniziani con Cesare né l’unione di tanti prìncipi fatta con tanti provedimenti, l’ardore del re di Francia; il quale, venuto a Lione, si preparava per passare con grandissimo esercito personalmente in Italia: ove già, per la fama della venuta sua, cominciavano ad apparire nuovi tumulti. Lionello fratello di Alberto Pio ricuperò furtivamente27 la terra di Carpi, custodita negligentemente da Giovanni Coscia prepostovi da Prospero Colonna; a cui Cesare, spogliatone Alberto come rebelle dello imperio, l’aveva donata. Ma maggiore accidente fu per succedere nel ducato di Milano, perché cavalcando in su una muletta Francesco Sforza da Moncia28 a Milano29, ed essendosi, come facevano per l’ordinario, allontanati da lui i cavalli della sua guardia perché il principe fusse meno noitato dalla polvere, la quale per i tempi estivi si solleva grandissima da’ cavalli nelle pianure di Lombardia, Bonifazio Visconte, giovane noto più per la nobiltà della famiglia che per ricchezze onori o altre condizioni30, mosso per lo sdegno conceputo perché pochi mesi innanzi era stato ammazzato per opera di Ieronimo Morone, non senza volontà, (così si credeva) del duca, Monsignorino Visconte in Milano; essendo propinquo a lui in su uno cavallo turco, come furono pervenuti a uno quadrivio, mosso con impeto il cavallo, l’assaltò con uno pugnale per percuoterlo in sulla testa; ma muovendosi per paura la muletta né stando anche fermo per la ferocia sua il cavallo, e Bonifazio per essere di maggiore statura e per l’altezza del cavallo sopraffacendolo31 molto, il colpo destinato alla testa lo percosse in sulla spalla. Trasse dipoi la spada fuora per dargli un altro colpo. Ma la ferita fu piccolissima e di taglio; ed essendo già concorsi molti si messe in fuga, seguitato dai cavalli della guardia, ma avanzandogli per la velocità del suo cavallo si salvò nel Piemonte. Cosa, se allo ardire e alla industria fusse stata corrispondente la fortuna, certamente accaduta rarissime volte e forse non mai, che uno uomo solo avesse, a mezzodì, in sulla strada publica, ammazzato uno principe sì grande, acccompagnato da tante armi e da tanti soldati, in mezzo dello stato suo, e si fusse fuggito a salvamento. Ritirossi il duca così ferito a Moncia, non potendo credere che in Milano non fusse congiurazione : dove Prospero e il Morone, per il medesimo sospetto, avevano subito fatto ritenere32 il vescovo di Alessandria fratello di Monsignorino33, il quale, messosi volontariamente in mano di Prospero sotto la fede sua, ed essendo esaminato, fu poi mandato prigione nella fortezza di Cremona; essendo vari i giudizi degli uomini se e’ fusse stato conscio34 o no di questa cosa. Succedette, quasi ne’ medesimi dì, che Galeazzo da Birago seguitato da altri fuorusciti dello stato di Milano, con l’aiuto di alcuni soldati franzesi che già erano nel paese del Piemonte, fu dal castellano della fortezza di Valenza, di nazione savoino, introdotto nella terra: il che inteso da Antonio de Leva, il quale con una parte de’ cavalli leggieri e de’ fanti spagnuoli era in Asti, vi andò subito a campo35; ed essendo la terra debole, la quale gli inimici non avevano avuto tempo a riparare36, piantate le artiglierie, la espugnò il secondo dì, e dipoi battuta la fortezza ebbe il medesimo successo: restando nell’una e l’altra espugnazione morti circa quattrocento uomini e molti prigioni, tra’ quali Galeazzo capo di questo moto.

Passava del continuo37 i monti l’esercito franzese, dietro al quale avea destinato passare il re; ma turbò il suo consiglio la congiurazione che venne a luce del duca di Borbone. Il quale, per la nobiltà del sangue regio38 per la grandezza dello stato39 e per la degnità dell’ufficio del gran conestabile40 e per la fama molto prospera del suo valore essendo il maggiore e più stimato signore di tutto il regno di Francia, non era già, più anni innanzi, in grazia del re, e però non promosso a quegli gradi né introdotto a quegli segreti che meritava tanta grandezza; ma si era aggiunto che la madre del re41, suscitate certe ragioni antiche42, gli dimandava nel parlamento di Parigi il suo stato: donde egli, poiché vedde non essere posto dal re a questa cosa alcuno rimedio, pieno di indegnazione, si era, per mezzo di Beuren gran cameriere43 e molto confidato di Cesare44, confederato pochi mesi innanzi occultissimamente con Cesare45 e col re d’Inghilterra46, con patto che, per stabilire le cose con vincolo più fedele, Cesare gli congiugnesse47 Elionora sua sorella, rimasta per la morte di Emanuello re di Portogallo senza marito48. La esecuzione de’ consigli loro era fondata in sull’avere destinato il re Francesco di andare personalmente alla guerra, nella quale deliberazione perché perseverasse gli avea il re di Inghilterra artificiosamente data speranza di non molestare la Francia per quello anno. Doveva Borbone, subito che il re avesse passati i monti, entrare nella Borgogna con dodicimila fanti, che occultissimamente co’ danari di Cesare e del re di Inghilterra si preparavano; né dubitava, per l’occasione della assenza del re e per la grazia universale che aveva per tutto il reame di Francia, dovere fare grandissimi progressi. Di quello che s’acquistava avea a ritenere per sé la Provenza, permutando il titolo di conte in titolo di re di Provenza; la quale contea appartenersegli per ragioni dependenti dagli Angioini pretendeva: l’altre cose tutte doveano pervenire nel49 re di Inghilterra. Però, per escusarsi dal50 seguitare in Italia il re, fermatosi a Molins51 terra principale del ducato di Borbone, fingeva di essere ammalato. Donde passando il re, quando andava a Lione, al quale era già pervenuto qualche leggiero indizio di questo trattato52, non dissimulò seco di essere stato procurato da altri di mettergli questo sospetto, ma potere in lui sopra ogn’altra cosa l’opinione tante volte esperimentata della sua virtù e della sua fede; donde il duca, ringraziandolo efficacissimamente che con tanta libertà e sincerità di animo avesse parlato seco e ringraziando Dio che gli avesse conceduto uno tale re, la gravità del quale non avessino forza di sollevare53 le accusazioni e le calunnie false, gli aveva promesso che, come prima54 fusse libero (il che per la leggierezza della infermità sperava dovere essere fra pochissimi dì), andrebbe a Lione per accompagnarlo dovunque andasse. Ma come il re fu venuto a Lione, inteso che a’ confini della Borgogna si accumulavano fanti tedeschi e aggiunto questo sospetto agli indizi avuti prima e allo essersi intercette certe lettere che davano lume più chiaro, fece incarcerare San Valerì55, Boisì fratello della Palissa56, il maestro delle poste57, il vescovo d’Autun58, consci della congiurazione, e mandò subito il gran maestro59 con cinquecento cavalli e quattromila fanti a Molins a prendere Borbone; ma tardi, perché egli, già insospettito e dubitando non60 fussino guardati i passi, era in abito incognito passato occultissimamente nella Francia Contea. Per il qual caso tanto importante deliberò il re non proseguire l’andata sua; e nondimeno, ritenute appresso a sé parte delle genti preparate alla nuova guerra, mandò in Italia [monsignore] di Bonivet ammiraglio di Francia, con mille ottocento lancie seimila svizzeri dumila grigioni dumila vallesi seimila fanti tedeschi dodicimila franzesi e tremila italiani : col quale esercito passato i monti, e accostatosi a’ confini dello stato di Milano, fece dimostrazione di volere dirizzarsi a Novara. Per il che quella città, non munita né di soldati né di ripari a sufficienza, si arrendé con licenza del duca di Milano, ritenendosi per lui la fortezza; il medesimo, e per la medesima cagione, fece Vigevano: donde tutta la regione che è di là dal fiume del Tesino pervenne in potestà de’ franzesi61.

Non aveva creduto Prospero Colonna, già implicato in lunga infermità, che il re di Francia, essendosi confederati contro a lui i viniziani e dipoi venuta a luce la congiurazione del duca di Borbone, perseverasse nella deliberazione di assaltare per quello anno il ducato di Milano; perciò non avea con la diligenza e celerità conveniente raccolti i soldati alloggiati in vari luoghi, né fatto i provedimenti necessari a tanto movimento. Ora, approssimandosi gli inimici, chiamava con sollecitudine genti, intento tutto a proibire il passo del Tesino; il che, non si riducendo alla memoria62 quel che al fiume dell’Adda era succeduto a lui contro a Lautrech63, si prometteva con tanta confidenza. Di riordinare i bastioni e i ripari de’ borghi di Milano, de’ quali la maggiore parte non essendo stati attesi64 erano quasi per terra, [non] poneva alcuna sollecitudine. Congregava l’esercito in sul fiume, tra Biagrassa65, Bufaloro66 e Turbico67, sito comodo a quello effetto e opportuno ancora68 a Pavia e a Milano. Ma i franzesi che erano venuti a Vigevano, avendo trovato l’acque del fiume più basse che non era stata l’opinione di Prospero, cominciorono a passare, parte a guazzo parte per barche, quattro miglia lontano dal campo imperiale; gittato anche uno ponte per l’artiglierie, in luogo dove non trovorono né guardia né ostacolo alcuno. Però Prospero, mutati per questo inopinato accidente necessariamente tutti i consigli della guerra, mandò subito Antonio da Leva con cento uomini d’arme e tremila fanti alla guardia di Pavia; egli col resto dello esercito si ritirò in Milano, dove fatto consiglio co’ capitani, tutti vennono concordemente in questa sentenza: non essere possibile, se i franzesi si accostavano senza indugio, difendere Milano, perché i bastioni e ripari de’ borghi, strascurati dopo l’ultima guerra, erano la maggiore parte caduti per terra, e la troppa confidenza che aveva avuto Prospero di difendere il passo del Tesino era stata cagione che non si fusse data opera a rassettargli; né era possibile condurgli, se non in ispazio di tre dì, in grado da potergli difendere; doversi fare deliberazione aspettante all’uno caso e all’altro69, fare lavorare con somma sollecitudine a’ ripari, e nondimeno stare preparati a partirsi (se i franzesi venissino il primo il secondo o il terzo dì) per ritirarsi in Como, se i franzesi venivano per la via di Pavia; se per il cammino di Como, andare a Pavia. Ma il fato avverso a’ franzesi, ottenebrando come altre volte aveva fatto lo intelletto loro, non permesse che usassino così fortunata occasione. Perché, o per negligenza o per raccorre tutto l’esercito, del quale non piccola parte era rimasta indietro, soprastettono tre dì in su il fiume del Tesino; donde dipoi, unitisi tutti insieme tra Milano, Pavia e Binasco, vennono (credo) a Santo Cristoforo a uno miglio presso a Milano, tra porta Ticinese e Porta Romana e avendo fatte le spianate, e passata l’artiglieria nella vanguardia, feciono dimostrazione di volere combattere la terra; e nondimeno, non tentato altro, fermorono in quel luogo l’alloggiamento; dal quale levatisi pochi dì poi alloggiorono alla badia di Chiaravalle, donde guastorono le mulina e tolseno l’acqua a Milano, pensando più ad assediarlo che ad assaltarlo: perché, oltre alla moltitudine abbondandissima d’armi (nella quale si dicevano essere mille cavalli utili), e con la consueta disposizione contro al nome del re di Francia, erano allora in Milano circa ottocento uomini d’arme ottocento cavalli leggieri quattromila fanti spagnuoli seimila cinquecento tedeschi e tremila italiani.

In questo stato delle cose passò all’altra vita, il quartodecimo dì di settembre, il pontefice Adriano, non senza incomodo70 de’ collegati, al favore de’ quali mancava oltre alla autorità pontificale la contribuzione pecuniara alla quale, per i capitoli della confederazione, era tenuto. Morì, lasciato di sé, o per la brevità del tempo che regnò o per essere inesperto delle cose, piccolo concetto71; e con piacere instimabile di tutta la corte, desiderosa vedere uno italiano, o almanco nutrito72 in Italia, in quella sedia.

1. spedisse: desse, mandasse.

2. cvedesse molto: desse molto ascolto.

3. Louis Fernandez de Cordova, conte di Cabra e duca di Sessa.

4. perturbava: ostacolava.

5. nervose: vigorose.

6. ritenuto: fatto prigioniero.

7. Francesco Imperatore.

8. Giuliano di Paolantonio Soderini, nipote del cardinale Francesco Sederini, vescovo di Saintes.

9. 27 aprile 1523.

10. Nella quale cognizione: nel quale processo.

11. gli esamini: gli interrogatori.

12. per: tramite.

13. alla roba: contro i suoi beni.

14. occupò: s’impadronì di.

15. trattato: complotto.

16. per il: a favore del.

17. Federico Padella, conte di Gammarata,

18. Il maestro portulano era il magistrato preposto alla riscossione delle imposte.

19. Giovanvincenzo (o Colavincenzo) Lofanto (o Leofante).

20. commosso: adirato.

21. dal: da parte del.

22. riservato luogo: lasciando la possibilità.

23. cauzione: garanzia.

24. di… ragione: di usare per risolvere le sue controversie i mezzi giuridici.

25. più: in più, ancora.

26. lo condussono: lo assunsero.

27. furtivamente: di sorpresa.

28. Monza.

29. 25 agosto 1523.

30. condizioni: buone qualità.

31. soprafacendolo: sovrastandolo.

32. ritenere: imprigionare.

33. Pallavicino di Francesco Bernardino Visconti.

34. conscio: complice.

35. vi… campo: andò subito ad accamparvisi. Soggetto è Antonio de Leva.

36. riparare: fortificare.

37. del continuo: continuamente.

38. I duchi di Borbone discendevano da un figlio di Luigi IX.

39. per… stato: per la potenza e per la grandezza dei suoi territori.

40. Il gran conestabile era il comandante generale dell’esercito.

41. Luisa di Savoia.

42. suscitate… antiche: tirate in ballo antiche pretese,

43. Adrien de croy, signore di Beaurein, ciambellano, primo maggiordomo e primo gentiluomo di camera di Carlo V, governatore di Lilla e di Orchies.

44. molto… Cesare: in cui Cesare aveva molta fiducia.

45. 18 luglio 1523.

46. 7 settembre 1523.

47. congiugnesse: desse in moglie.

48. Nel 1521.

49. pervenire nel essere date al.

50. per… dal: per giustificare il non.

51. Moulins.

52. di questo trattato: di questa congiura.

53. sollevare: influenzare.

54. come prima: appena.

55. Jean de Poitiers, signore di Saint-Vallier, conte di Valentinois.

56. In realtà si tratta di Antoine de Chabanne, vescovo di Puy.

57. Aymar de Prie, signore di Montpoupon.

58. Jacques Hurault de Cheverny.

59. Renato di Savoia.

60. dubitando non: temendo che.

61. Settembre 1523.

62. non… memoria: non ricordandosi.

63. Cfr. XIV, VIII.

64. attesi: curati.

65. Abbiategrasso.

66. Boffalora.

67. Turbigo.

68. opportuno ancora: anche vicino.

69. aspettante… altro: che tenesse conto di entrambe le possibilità.

70. incomodo: disagio.

71. piccola concetto: scarsa stima,

72. nutrito: vissuto, educato.

CAPITOLO IV

Disordini e fazioni di guerra nel modenese e nel reggiano. Il presidio di Modena rafforzato con fanti spagnuoli contro il duca di Ferrara. Pronti provvedimenti del commissario Guicciardini per difendere la città. Reggio e Rubiera occupate dal duca di Ferrara.

Per la morte del pontefice cominciorno a perturbarsi le terre della Chiesa; nelle quali, innanzi alla infermità sua, erano cominciate a dimostrarsi piccole faville di futuro incendio, atto ad ampliarsi vivente lui se, parte per caso parte per altrui diligenza, non vi fusse stato ovviato. Perché avendo il collegio de’ cardinali, innanzi che il pontefice passasse in Italia, commessa ad Alberto Pio la custodia di Reggio e di Rubiera, si tenevano ancora da lui le fortezze di quegli luoghi; avendo, con vari colori1 e diverse scuse e per l’occasione della poca esperienza di Adriano, schernito2 molti mesi la instanza fatta da lui che gliene restituisse. Però era stato trattato che, subito che apparisse il principio della guerra, Renzo da Ceri, seguitato da alcuni cavalli e molti fanti, si fermasse in Rubiera, per correre con la opportunità di quel luogo la3 strada romana tra Modena e Reggio, a effetto di impedire i danari e gli spacci che da Roma, Napoli e Firenze andavano a Milano; e procedere secondo l’occasione a maggiori imprese. Ma avendo Francesco Guicciardini, governatore di quelle città, presentito a buona ora questo disegno, e dimostrato al pontefice a che fini tendessino le mansuete parole e prieghi di Alberto e il pericolo in che incorrerebbe tutto lo stato ecclesiastico da quella parte, aveva tanto operato che il pontefice, sdegnato e con minaccie e dimostrazioni di volere usare la forza, aveva costretto Alberto a restituirgliene; il quale, non essendo ancora le cose franzesi tanto innanzi, non aveva avuto ardire di opporsegli. Ma avendo dipoi i Pii recuperato la terra di Carpi, Prospero, desideroso di racquistarla, fu autore4 che in nome della lega si conducesse5 Guido Rangone con cento uomini d’arme cento cavalli leggieri e mille fanti, e che si ordinasse che mille fanti spagnuoli, che il duca di Sessa aveva soldati a Roma perché andassino a unirsi con gli altri a Milano, si fermassino per la medesima cagione a Modena. Le quali cose mentre si preparavano, Renzo da Ceri, a cui per la sua autorità e per la speranza del predare concorrevano molti cavalli e fanti, cominciò a correre la strada e a perturbare tutto il paese. Assaltò anche, già morto il pontefice, una notte all’improviso con dumila fanti la terra di Rubiera; ma difendendola gli uomini francamente6, ed essendo molto difficile il pigliarla d’assalto, non l’ottenne : ove fu presso Tristano Corso, uno de’ capitani de’ suoi fanti.

Le quali forze, raccolte per diverse cagioni in questi luoghi, dettono occasione a cose maggiori. Perché, morto il pontefice, il duca di Ferrara, stracco dalle speranze che gli erano state date della restituzione di quelle terre, e considerando per la assoluzione ottenuta da Adriano7 essere manco difficile ottenere la venia delle cose tolte8 che la restituzione delle perdute, e persuadendosi quel medesimo che comunemente si credeva per tutti, che per le discordie de’ cardinali, cresciute continuamente dopo la morte di Lione, avesse molto a differirsi la elezione del pontefice futuro, deliberò di attendere alla recuperazione di Modona e di Reggio: alla qual cosa, oltre all’altre opportunità, lo invitava la comodità di unire a sé Renzo da Ceri, che già avea congregati dugento cavalli e più di dumila fanti. Però il duca, soldati tremila fanti e mandati a Renzo tremila ducati, si mosse verso Modena, nella qual città non era altro presidio che il conte Guido Rangone colle genti con le quali era stato condotto dalla lega; e benché nel popolo fusse esoso il dominio della casa da Esti, nondimeno, essendo le mura deboli e fabbricate senza fianchi9 al modo antico, ripiene le fosse, né fattavi già molto tempo alcuna riparazione, pareva bisognasse maggiore presidio. Però per il governatore e per il conte, che deposte alcune dissensioni state tra loro procedevano unitamente, si faceva estrema diligenza perché, secondo la deliberazione fatta prima, entrassino in Modona i fanti spagnuoli; i quali arrivati già in Toscana camminavano lentamente, facendo varie e ambigue risposte circa al volere fermarsi in Modena o andare innanzi : pure, con molti prieghi furono contenti10 finalmente di entrarvi. La qual cosa intesa dal duca di Ferrara, che con dugento uomini d’arme quattrocento cavalli leggieri e tremila fanti era venuto al Finale, lo ritenne quasi dal procedere più oltre ; pure, non essendo la cosa intera11, e sperando potergli almeno coll’unione di Renzo da Ceri succedere [di] ottenere Reggio, non disperando ancora che per la difficoltà de’ pagamenti avesse a nascere ne’ fanti degli inimici qualche disordine, deliberò di andare innanzi. Né erano queste speranze concepute leggiermente, perché non facendo il collegio de’ cardinali, a cui il governatore avea con celerità significato i pericoli imminenti, provedimento alcuno, anzi, non che altro, non rispondendo a’ messi e alle lettere ricevute, non vi era facoltà di potere co’ danari publici pagare i soldati; e per sorte era venuto il dì che gli spagnuoli doveano ricevere lo stipendio del secondo mese, e quando pure si pagassino tutti niuna vi era speranza di soldarne maggiore numero; dividendo questi tra Modona e Reggio, niuna delle due città rimaneva sicura; né erano in Reggio soldati, e la disposizione del popolo diversa da quella de’ modonesi. Nelle quali difficoltà avendo il governatore e il conte Guido deliberato di conservare Modena principalmente, come terra più importante per la vicinità di Bologna, più congiunta collo stato della Chiesa e ove più facilmente potevano condursi i soccorsi e i provedimenti, mandorno a Reggio cinquecento fanti sotto Vincenzio Maiato bolognese, soldato del conte Guido; al quale commessono che non si potendo difendere la terra si ritirasse nella cittadella: la quale perché speravano che si difendesse almeno per qualche dì, mandò il governatore danari a Giovambatista Smeraldo da Parma castellano, perché chiamasse trecento fanti; e pregò, benché invano, la comunità di Reggio che, trattandosi non meno della sicurtà loro che dello stato della Chiesa, prestassino alcuna quantità di danari per soldare altri fanti. Al pericolo di Modona non potendo per mancamento di danari provedere altrimenti, il governatore, convocati molti cittadini espose loro le cose essere ridotte in grado che, non si pagando i fanti spagnuoli né avendo danari per provedere a molte altre spese, era necessario lasciare cadere la terra nelle mani del duca di Ferrara; la quale se vi fusse la provisione de’ danari si difenderebbe, né essere altro modo di provedervi se essi medesimi non soccorrevano al bisogno presente, perché si rendeva certo che a quello che occorresse per l’avvenire o il nuovo pontefice o il collegio de’ cardinali provederebbe. Non essere in quella congregazione alcuno che non avesse provato il dominio del duca di Ferrara e quello della Chiesa; però, quale de’ due fusse più amabile o più acerbo essere superfluo il dimostrarlo, con gli argomenti o col discorso delle ragioni12, a coloro a’ quali l’aveva insegnato in memoria13. Pregargli solamente che non gli movesse quella piccola quantità di danari che si dimandava loro in prestanza, perché questo, e quanto allo interesse publico e quanto all’utilità de’ privati, era cosa di piccolissima considerazione a comparazione dello interesse di avere uno signore che più loro sodisfacesse. Le quali parole ricevute volentieri negli animi di quegli che avevano la medesima inclinazione, providdono, con distribuzione fatta tra loro medesimi il medesimo dì, a cinquemila ducati : co’ quali avendo pagati gli spagnuoli e fatto altri provedimenti, niuno timore aveano dell’armi del duca di Ferrara.

Il quale, non presumendo delle forze proprie più che si convenisse, lasciata Modona a mano sinistra ed essendosi unito seco nel cammino Renzo da Ceri, si accostò a Reggio; la quale città subitamente l’accettò, e il dì seguente il castellano, aspettati pochi colpi d’artiglieria, gli dette la cittadella, allegando per sua giustificazione che Vincenzio Maiato chiamato da lui aveva ricusato di entrarvi, e che i danari mandatigli dal governatore gli erano stati tolti appresso a Parma, ove avea mandato per soldare i fanti. Dal duca, come prima14 ebbe ottenuto Reggio, si partì Renzo da Ceri, chiamato dall’ammiraglio di Francia; onde rimasto con pochi fanti, poi che per alcuni dì fu dimorato in sul fiume della Secchia, pose il campo alla terra di Rubiera: alla custodia della quale era stato diputato, dal conte Guido, il Vecchio da Coniano15 con dugento fanti. Né avea il duca se non piccola speranza di ottenerla, perché il castello è piccolo e molto munito per la larghezza e profondità delle fosse, e perché alle mura che lo circondano si unisce per tutto uno terrato grande; e nondimeno, avendo il dì seguente cominciato a battere con l’artiglierie il muro contiguo alla porta, il capitano de’ fanti, o secretamente convenuto o spaventato, perché già gli uomini del castello cominciavano a sollevarsi, gittatosi dalle mura si appresentò innanzi al duca, ponendo in arbitrio suo la terra e se stesso : il quale entrato subito nella terra, accostate l’artiglierie alla rocca, spaventò in modo il castellano, che si diceva16 Tito Tagliaferro da Parma, che, benché la rocca fusse forte e sufficientemente proveduta d’uomini, d’artiglierie e di tutte le cose necessarie, non aspettato pure un colpo d’artiglieria, la dette innanzi alla notte17. La quale ricevuta, il duca fermò18 l’esercito, sperando che per la vacazione lunga della sedia s’avessino a dissolvere19 i fanti che erano in Modona, e nutrendosi nel tempo medesimo, come di sotto si dirà, di speranza d’altre cose.

1. colori: pielesti.

2. schernito: disatteso.

3. per… la: per fare scorrerie, sfruttando la comodità di quel luogo, lungo la.

4. autore: promotore.

5. si conducesse: si assumesse.

6. francamente: valorosamente.

7. Cfr. XV, 1.

8. la… tolte: il perdono per i territori che aveva usurpato.

9. Fianchi erano i due lati dei bastioni, rivolti verso l’interno, uniti con le mura e muniti di artiglieria.

10. furono contenti: accettarono.

11. intera:definitiva.

12. col… ragioni: col ragionamento.

13. l’aveva… memoria: l’esperienza (soggetto sottinteso) l’aveva impresso nella memoria.

14. come prima: appena.

15. Vecchio da Conigliano,

16. si diceva: si chiamava.

17. 9 ottobre 1523.

18. fermò: trattenne (continuando a pagare gli stipendi).

19. dissolvere: sciogliere, disperdere.

CAPITOLO V

I francesi occupano Lodi; vani tentativi contro Cremona. Fatti dì guerra in Lombardia; fazioni sfavorevoli ai francesi. Accordi fra Prospero Colonna ed il duca di Ferrara per la cessione di Modena venuti a conoscenza del commissario Guicciardini. Monza ricuperata dagli imperiali; disposizione delle forze avversarie. Vano tentativo dì tregua; ritirata dei francesi.

In questo mezzo, Bonivetto disperato di potere per forza prendere Milano, alloggiato a San Cristoforo traile porte Ticinese e Romana, luogo circondato da acque e da fossi, occupata Moncia, avea mandato monsignore di Baiardo e con lui Federico da Bozzole con trecento lancie e ottomila fanti a prendere Lodi; ove, con cinquecento cavalli e cinquecento fanti della condotta che avea dalla Chiesa e da’ fiorentini, era venuto il marchese di Mantova: il quale temendo di se medesimo si ritirò a Pontevico, e la città abbandonata ricevette dentro i franzesi. Preso Lodi, Federigo, gittato il ponte in su Adda, passò con le genti medesime nel cremonese per soccorrere il castello; il quale stretto dalla fame, non sapendo quegli che vi erano dentro che in Italia fusse passato l’esercito del re, si era, in quegli medesimi dì che l’ammiraglio si appropinquò a Milano, convenuto di arrendersi se per tutto il dì1 vigesimo sesto di settembre non fussino soccorsi. Accostossi Federico al castello, e poi che l’ebbe rinfrescato di vettovaglie e d’altri bisogni deliberò di assaltare la terra, confidandosi nell’avervi Prospero Colonna lasciato piccolo presidio : benché il marchese di Mantova v’avesse, per questo timore, mandato cento uomini d’arme cento cavalli leggieri e quattrocento fanti. Battuto che ebbe Federigo coll’artiglierie le mura, dette la battaglia invano, e dipoi fatta con l’artiglierie maggiore ruina dette un’altra battaglia ma col successo medesimo; onde si ridusse a San Martino2, aspettando Renzo da Ceri che con dugento cavalli e duemila fanti veniva del reggiano: il quale come fu venuto, ritornati alle mura le batterono per molte ore con grande progresso, ma impediti da grandissime pioggie e conoscendo potere difficilmente ottenere la vittoria non tentorno più oltre. Nel qual dì Mercurio, co’ cavalli leggieri de’ viniziani, le genti de’ quali si univano a Pontevico, passato l’Oglio corse insino a’ loro alloggiamenti. Tentate queste cose invano, e avendo nell’esercito strettezza di vettovaglie, e risolvendosi3 i fanti condotti da Renzo perché non aveano ricevuti altri danari che quegli che avea dati a Renzo il duca di Ferrara, partitisi da Cremona, andorno a campo a Sonzino, ma con evento non dissimile. Saccheggiorno dipoi la terra di Caravaggio, ove dimororno alcuni dì : dalla quale dimora nasceva o scusa o impedimento al senato viniziano di non mandare a Milano gli aiuti a’ quali erano tenuti; perché scusata la lentezza del raccorre le genti per la credenza stata comune a’ capitani di Cesare che, per la separazione loro dal re di Francia, i franzesi quell’anno non passerebbono, affermava di mandargli come prima4 quegli che erano nel cremonese avessino ripassato il fiume dell’Adda.

In questo stato delle cose, diffidando ciascuna delle parti di porre con celerità fine alla guerra, niuno tentava di mettere in pericolo la somma delle cose5. L’ammiraglio, non pensando all’espugnazione di Milano, avea collocata la speranza o che gl’inimici s’avessino a dissolvere per mancamento di danari o che fussino costretti, per carestia di vettovaglie, abbandonare Milano; ove con tutto fusse copia di frumento, nondimeno, in tanto popolosa città, la moltitudine di coloro che se n’aveano a nutrire era quasi innumerabile; e avendo egli levate l’acque e impediti i mulini, vi era difficoltà grande di macinare. Per questa cagione richiamate le genti dalla Ghiaradadda le fece fermare tra Moncia e Milano, acciò che i milanesi, i quali erano privati delle vettovaglie che solevano concorrere6 per le strade di Lodi e di Pavia, rimanessino privati eziandio di quelle che solevano ricevere dal monte di Brianza. Ma non bastavano queste cose a fare l’effetto desiderato dallo ammiraglio. Da altra parte, per consiglio di Prospero Colonna, con tutto che avesse oppresso il corpo da grave infermità né meno affaticato l’animo, non potendo tollerare, per la cupidità di conservarsi il primo luogo, la venuta del viceré di Napoli, si faceva diligenza per interrompere7 le vettovaglie agli inimici, le quali venivano dalla parte di là dal fiume del Tesino, perché la fortezza del sito nel quale alloggiavano non lasciava speranza alcuna di cacciargli con l’armi. Perciò, procurò Prospero che in Pavia entrasse il marchese di Mantova. Per la venuta del quale, i franzesi temendo del8 ponte loro gittorno un altro ponte a Torligo, distante da Pavia venticinque miglia. Sollecitava oltre a questo Vitello, che con la compagnia delle genti d’arme che avea da’ fiorentini (i quali nel principio della guerra l’aveano mandato a Genova) e con tremila fanti pagati da’ genovesi avea occupato, eccetto Alessandria, tutto il paese9 di là dal Po, passasse il fiume, per turbare le vettovaglie10 che della Lomellina a’ franzesi si conducevano. Ma questo non consentì il doge di Genova, temendo alle cose proprie11 per la propinquità dell’Arcivescovo Fregoso12, il quale era in Alessandria. E perché i viniziani, le genti de’ quali aveano passato l’Oglio, ricusavano per il pericolo di Bergamo passare Adda, mentre che quella parte de’ franzesi che era partita da Caravaggio dimorava appresso a Moncia, Prospero ottenne che a Trezzo mandassino quattrocento cavalli leggieri e cinquecento fanti per impedire le vettovaglie con le quali si sostentavano.

Alle quali cose mentre che da ciascuna delle parti si attende non si faceva altre azioni di guerra che battaglie leggiere, prede e scorrerie; nelle quali quasi sempre rimanevano inferiori i franzesi, e talvolta con danno memorabile. Conciossiacosaché essendo uscito, per fare scorta alle vettovaglie che venivano a Milano da Trezzo, Giovanni de’ Medici con dugento uomini d’arme trecento cavalli leggieri e mille fanti, incontratosi in13 ottanta lancie franzesi, la maggiore parte della compagnia di Bernabò Visconte14, e messosi a seguitargli e poi astutamente ritirandosi, gli condusse in una imboscata, fatta da sé, di cinquecento scoppiettieri, e rottigli con poca difficoltà ne ammazzò o prese la maggiore parte. Similmente in una altra battaglia Zucchero borgognone roppe sessanta uomini d’arme della compagnia del grande scudiere. Assaltorno ancora più volte i fanti spagnuoli i fanti franzesi che erano a guardia delle trincee che si facevano per andare coperti insino a’ ripari, e ne ammazzorno non piccolo numero; e nel tempo medesimo Paolo Luzzasco15, che con cento cinquanta cavalli leggieri era rimasto a Pizzichitene, scorrendo per tutto il paese circostante, dava molestia gravissima a quegli che erano in Cremona. Né succedevano16 allo ammiraglio più felicemente l’insidie che l’altre cose. Perché essendosi occultamente convenuto17 con Morgante da Parma, uno de’ capi di squadra di Giovanni de’ Medici, essendone solamente conscio Gianniccolò de’ Lanzi, uno de’ suoi cavalli leggieri, e quattro altri, che come prima gli toccasse la guardia del bastione di una porta, il quale usciva fuora de’ ripari, vi ricevesse dentro le sue genti, accadde, la notte destinata, che Morgante, parendogli avere bisogno a eseguire tal cosa di più compagni, lo conferì con un altro de’ suoi; il quale, simulando di consentire a questa perfidia18, lo consigliò che andasse a comandare in nome di Prospero Colonna alle sentinelle che sentendo cosa alcuna non si movessero, acciocché non impedissino19 l’uomo il quale manderebbe a chiamare i soldati del campo che doveano venire al bastione: perché l’ammiraglio avea la notte medesima accostati da quella parte cinquemila fanti, perché stessino preparati quando riceveano il segno del muoversi, e messo in arme tutto l’esercito. Ma mentre che Morgante va a dare questo ordine l’altro corse subitamente a rivelare la cosa a Giovanni de’ Medici; dal quale, andato al bastione, presi i consci ed esaminati furono secondo il costume della giustizia militare passati per le picche. Ma già pareva che da ogni parte cominciassino a declinare le cose de’ franzesi: perché, per la fertilità del paese circostante a Milano e per avere con mulini domestici sollevata la difficoltà del macinato20, diminuiva del continuo la speranza che in quella città avessino a mancare le vettovaglie; e per gli spessi21 danni ricevuti intorno a Milano si credeva che avessino perduti tra utili e inutili mille cinquecento cavalli, onde spaventati non uscivano degli alloggiamenti se non per la necessità di fare la scorta alle vettovaglie e a’ saccomanni22, e sempre molto grossi. La infamia della quale viltà l’ammiraglio convertendo in gloria sua, usava dire che non governava la guerra secondo l’impeto degli altri capitani franzesi ma con la moderazione e maturità23 italiana : e nondimeno, qualunque volta o cavalli o fanti di loro si riscontravano con gli inimici, dimostravano prontezza molto maggiore a fuggire che a resistere.

Assicurati adunque i capitani di Cesare dal timore dell’armi e della fame, anzi sperando di mettere in difficoltà delle vettovaglie gli inimici, niuna cosa più gli tormentava che il mancamento de’ danari; senza i quali era malagevole nutrire i soldati in Milano ma quasi impossibile menargli, quando così ricercassino l’occorrenze della guerra, fuora. Alla quale difficoltà cercando di provedere per molte vie, ma trall’altre Prospero, consentendogli occultamente il viceré di Napoli e il duca di Sessa, avea, quasi subito dopo la morte del pontefice, cominciato a trattare col duca di Ferrara: il quale, ricusato molte offerte fattegli dall’ammiraglio perché, ottenuto che ebbe Reggio, andasse all’espugnazione di Cremona, convenne24 finalmente con Prospero che, ricuperando per opera sua Modona, pagasse incontinente trentamila ducati e ventimila altri fra due mesi. La cosa pareva facile a eseguire, perché comandando Prospero al conte Guido Rangone soldato della lega e a’ fanti spagnuoli che si partissino di Modona niuno rimedio era che quella città abbandonata non inclinasse subito il collo al duca: e movevano Prospero con maggiore ardire a questa cosa, oltre alla causa publica, le cupidità private l’amicizia con Alfonso da Esti il desiderio comune a tutti i baroni romani di deprimere la grandezza de’ pontefici e la speranza che, alienata Modona e Reggio dalla Chiesa, Parma e Piacenza più agovolmente al duca di Milano pervenissino. La qual cosa, mentre che secretissimamente si trattava, pervenuta agli orecchi del conte Guido e da lui manifestata al Guicciardino, conobbe25 non potersi in alcuno modo interrompere26 se non si persuadeva a’27 capitani spagnuoli (i quali bene trattati e largamente pagati stavano volentieri in quella città) che, allegando28 non essere sottoposti all’autorità di Prospero Colonna insino a tanto non fussino pervenuti allo esercito, recusassino di partirsi da Modona se non per comandamento del duca di Sessa, per il cui comandamento entrati vi erano; con saputa del quale benché il governatore tenesse per certo trattarsi questa cosa29, si persuadeva che, essendo oratore di Cesare a Roma e reclamando il collegio, non solamente si vergognerebbe a dare tale commissione ma non potrebbe negare, alla richiesta de’ cardinali, di comandare apertamente il contrario. E succedette la cosa appunto30 secondo il disegno. Perché, quando Prospero mandò a comandare al conte Guido e agli spagnuoli che andassino per le necessità della guerra a Milano, il conte si scusò con molte ragioni allegando essere suddito della Chiesa e modonese, e i capitani spagnuoli, persuasi da lui e dal governatore, risposono a niuno altro che al duca di Sessa dovere in tal cosa ubbidire: le quali cose significate dal governatore al collegio de’ cardinali, chiamato subito al conclave il duca di Sessa, egli, non volendo rendere sospetto sé e per conseguente Cesare, non potette negare di non31 comandare per sue lettere a quegli capitani che non partissino. Anzi, come spesso succedono le cose contrarie a’ pensieri degli uomini, ne succedette che, leggendosi nel collegio certe lettere di Prospero intercette dal governatore, per le quali si palesava tutto il progresso32 della cosa, i cardinali aderenti al re di Francia, per l’opposizione de’ quali si difficultavano prima le provisioni de’ danari che per opera del cardinale de’ Medici si erano cominciati a mandare a Modona, conoscendo essere pernicioso al re che tal cosa avesse effetto, diventorno apertamente fautori che a Modona si mandassino danari; e il simigliante fece il cardinale Colonna, per dimostrare agli altri di anteporre a ogn’altro rispetto l’utilità della sedia apostolica. La quale diligenza benché fusse bastata a differire l’esecuzione delle convenzioni fatte con Alfonso da Esti, nondimeno, non essendo perciò rimosso il fondamento di questi pensieri, avevano in animo33 che il viceré di Napoli, il quale benché camminando lentamente veniva a Milano con quattrocento lancie e duemila fanti, quando passava da Modena ne levasse i fanti spagnuoli.

Ma a Milano, in questi tempi medesimi, augumentò la copia delle vettovaglie: perché, temendo l’ammiraglio che da’ soldati che erano in Pavia non34 fusse occupato il ponte fatto da lui in sul Tesino, per il quale venivano all’esercito le cose necessarie, rimosse l’esercito minore da Moncia per mandare alla custodia del ponte tremila fanti; degli altri una parte chiamò a sé, gli altri distribuì parte in Marignano parte a Biagrassa vicina al ponte; onde agli imperiali, ricuperata Moncia, perveniva più copiosamente la facoltà del cibarsi. Erano in questo tempo nell’esercito franzese (l’alloggiamento fortissimo del quale si distendeva dalla badia di Chiaravalle insino alla strada di Pavia, accostandosi da quella strada a Milano per minore spazio di un tiro di artiglieria35) ottocento cavalli leggieri seimila svizzeri duemila fanti italiani diecimila tra guasconi e franzesi; aveano al ponte del Tesino mille fanti tedeschi mille italiani, il medesimo numero a Biagrassa, ove era Renzo da Ceri; in Noara dugento lancie, tra in Alessandria e in Lodi duemila fanti : in Milano erano ottocento lancie ottocento cavalli leggieri cinquemila fanti spagnuoli seimila fanti tedeschi e quattromila italiani, oltre alla moltitudine del popolo ardentissima con l’animo e con le opere contro a’ franzesi; in Pavia il marchese di Mantova, con cinquecento lancie seicento cavalli leggieri dumila fanti spagnuoli e tremila italiani; a Castelnuovo di Tortonese erano con Vitello tremila fanti, benché poco dipoi, essendo passate alcune genti franzesi verso Alessandria, si ritirò a Serravalle per timore che non gli fusse impedita la facoltà del ritornarsi a Genova; e i viniziani avevano seicento uomini d’arme cinquecento cavalli leggieri e cinquemila fanti, de’ quali mandorno mille fanti a Milano, a richiesta di Prospero desideroso di servirsi della fama de’ loro aiuti, e poco dipoi un’altra parte a Cremona, per il sospetto di un trattato36 tenuto da Niccolò Varolo, il quale, per timore di non37 essere incarcerato, fuggì di quella città.

Finalmente l’ammiraglio, costretto dalla difficoltà delle vettovaglie, da’ tempi freddissimi e nevi grandissime, e dalla instanza e protesti che gli facevano i svizzeri perché non voleano tollerare più tante incomodità, deliberò discostarsi da Milano: ma innanzi publicasse il suo consiglio procurò che Galeazzo Visconte dimandasse facoltà di andare a vedere madonna Chiara38, famosa per la forma egregia del corpo ma molto più per il sommo amore che gli39 portava Prospero Colonna. Entrato in Milano introdusse ragionamenti di tregua, per i quali convennono insieme40, il dì seguente, allato a’ ripari, Alarcone, Paolo Vettori commissario fiorentino e Ieronimo Morone, e per l’ammiragio Galeazzo Visconte e il generale di Normandia41; i quali proposono che si sospendessino l’armi per tutto maggio, obligandosi a distribuire l’esercito per le terre42: e arebbono alla fine consentito di ridursi tutti di là dal Tesino, ma dannando43 i capitani di Cesare l’interrompere colla tregua la speranza che aveano della vittoria risposono non potere deliberare cosa alcuna senza la volontà del viceré. Onde l’ammiraglio, due dì poi, mosse innanzi all’aurora verso la riva del Tesino l’artiglierie, seguitò, come fu chiaro il giorno, con tutto l’esercito, procedendo con tale ordine che pareva non recusasse di combattere. La qual cosa come fu veduta nella città, non solo i soldati e il popolo chiedevano con altissime voci di essere menati ad assaltargli ma i capitani e gli uomini di maggiore autorità faceano appresso a Prospero Colonna instanza del medesimo, dimostrandogli la facilità della vittoria, perché né di forze si riputavano inferiori agli inimici e di animo sarebbono molto superiori; non potendo essere che la ritirata non avesse messo timidità grande nella maggiore parte di quello esercito, della quale molti fanti italiani, che all’ora medesima si partivano44, riferivano il medesimo. Ricordavangli la gloria infinita, la perpetuazione eterna del nome suo, se tante vittorie già acquistate confermasse con questa ultima gloria e trionfo. Ma nell’animo di Prospero era sempre fisso di fuggire quanto poteva di sottomettersi all’arbitrio della fortuna; e perciò, immobile nella sua sentenza non altrimenti che uno edificio solidissimo al soffiare de’ venti, rispondeva non essere ufficio di savio capitano lasciarsi muovere dalle voci popolari, non menare i soldati suoi ad assaltare gli inimici quando niuna altra speranza restava loro che difendersi. Assai essersi vinto, assai gloria acquistata, avendo senza pericolo e senza sangue costretto gli inimici a partirsi; né dovere essere infinita la cupidità degli uomini e potere ciascuno facilmente conoscere che senza comparazione maggiore sarebbe la perdita se le cose succedessino sinistramente che il guadagno se le succedessino prosperamente. Avere sempre con queste arti condotte a onorato fine le cose sue, sempre per esperienza conosciuto più nuocere a’ capitani la infamia della temerità che giovargli la gloria della vittoria : perché in parte di quella non veniva alcuno45, tutta e intera s’attribuiva al capitano; ma la laude de’ successi prosperi della guerra, almeno secondo la opinione degli uomini, comunicarsi a molti. Non volere, quando era già vicino alla morte, andare dietro a nuovi consigli46, né abbandonare quegli i quali, seguitati da lui per tutta la vita passata, gli aveano dato gloria utilità e grandezza. Divisonsi i franzesi in due parti : l’ammiraglio con la parte maggiore si fermò a Biagrassa47, terra distante da Milano quattordici miglia, gli altri mandò a Rosa48 distante da Milano sette miglia e, intra se medesime, miglia…49.

1. per tutto il dì: entro il dì.

2. San Martino al Lago.

3. risolvendosi: sciogliendosi.

4. come prima: appena.

5. la… cose: l’esito definitivo della guerra.

6. concorrere: affluire.

7. interrompere: impedire.

8. del: per il.

9. il paese: il territorio.

10. turbare le vettovaglie: disturbare il rifornimento di vettovaglie.

11. alle cose proprie: per se stesso.

12. Federico Fregoso, arcivescovo di Salerno.

13. incontratosi in: scontratosi con.

14. Figlio di Francesco Bernardino e come lui partigiano dei francesi.

15. Luogotenente di Giovanni de’ Medici.

16. succedevano: riuscivano.

17. convenuto: accordato.

18. perfidia: tradimento.

19. non impedissino: non ostacolassero, sbarrandogli il passo.

20. sollevato… macinato: diminuita la difficoltà di rifornirsi di farina.

21. gli spossi: i numerosi.

22. Saccomanno era quella parte del seguito dell’esercito addetta al trasporto di vettovaglie e bagagli.

23. maturità: ponderazione.

24. convenne: concordò.

25. conobbe: capì. Soggetto è Guicciardino.

26. interrompere: ostacolare.

27. se… a’: se non si convincevano i.

28. allegando: giustificandosi col pretesto di.

29. con saputa… questa cosa: si legga: benché il governatore tenesse per certo che egli era consapevole di questa trama.

30. E… appunto: e le cose andarono proprio.

31. non… di non: non potette rifiutarsi di.

32. il progresso: l’andamento.

33. avevano in animo: soggetti sono Prospero Colonna e gli imperiali.

34. temendo... che... non: temendo… che.

35. accostandosi… artiglieria: essendovi da quella strada a Milano una distanza minore di un tiro d’artiglieria.

36. di un trattato: di una congiura.

37. per… non: per timore di.

38. Clara (o Clarice) Visconti, detta Chiara di Pusterla, figlia di Galeazzo Visconti.

39. gli: le.

40. convennono insieme: s’incontrarono.

41. Thomas Bohier, signore di Saint-Ciergues e di Chenonceaux,

42. per le terre: per i luoghi fortificati.

43. dannando: disapprovando.

44. che… si partivano: che contemporaneamente si allontanavano.

45. in parte… alcuno: quella (la infamia della temerità) non veniva condivisa da nessuno.

46. andare… consigli: seguire metodi diversi.

47. Abbiategrasso.

48. Rosate.

49. Rosate distava km. 4,5 da Abbiategrasso.

CAPITOLO VI

II conclave e l’elezione di Clemente VII. Aspettazione dell’opera del nuovo pontefice. Vano tentativo di Renzo da Ceri contro la rocca di Arona. Morte di Prospero Colonna; giudizio dell’autore. Variazioni nel modo di condurre le guerre dopo Carlo VIII. Fallimento dell’impresa di Cesare contro la Francia.

Ma pochissimi dì poi che l’ammiraglio si era levato di quello alloggiamento, nel quale era stato circa…, succedette la creazione del nuovo pontefice, essendo già stati1 nel conclave cinquanta dì : nel quale entrati da principio trentasei cardinali e sopravenuti poi tre cardinali, consumorno tanto tempo con varie contenzioni; dividendo gli animi loro non solamente le volontà diverse di Cesare e del re di Francia ma eziandio la grandezza del cardinale de’ Medici. Il quale, oppugnato2 da tutti quegli che seguitavano l’autorità del re3, da alcuni di coloro ancora che dipendevano da Cesare, aveva in arbitrio suo le voci4 concordi di sedici cardinali, disposti assolutamente a eleggere lui e a non eleggere alcuno altro senza il suo consentimento, e promesse occulte da cinque altri di dare il voto alla elezione che si facesse di lui proprio; e lo favorivano oltre a questo lo imbasciadore di Cesare e tutti gli altri che l’autorità d’esso seguitavano: i quali fondamenti benché avesse avuti5 quasi tutti alla morte del pontefice Lione, nondimeno, era ora entrato nel conclave con la deliberazione più costante6 di non abbandonare, né per lunghezza di tempo né per qualunque accidente, le sue speranze, fondate principalmente perché7 alla elezione del pontefice è necessario concorrino i due terzi delle voci de’ cardinali presenti. Né gli ritraeva8 da queste divisioni o il pericolo comune d’Italia o il proprio dello stato della Chiesa; anzi, secondo che variavano i progressi9 della guerra, andava ciascuna delle parti differendo la elezione, sperando favore dalla vittoria di quegli che gli erano propizi; e si sarebbe differita molto più tempo se ne’ cardinali avversi al cardinale de’ Medici, i quali erano quasi tutti dei più vecchi del collegio, fusse stata la medesima unione a eleggere qualunque di loro che era in non eleggere lui, e deposte le cupidità particolari si fussino contentati di questo fine, che il cardinale de’ Medici non ascendesse al pontificato. Ma è molto difficile che mediante la concordia nella quale è mescolata discordia e ambizione si pervenga al fine che comunemente si cerca. Il cardinale Colonna, inimico acerbissimo del cardinale de’ Medici, ma per natura impetuoso e superbissimo, sdegnato co’ cardinali congiunti seco perché recusavano di eleggere pontefice il cardinale lacobaccio romano10, uomo della medesima fazione e molto dependente da lui, andò spontaneamente a offerire al cardinale de’ Medici di aiutarlo al pontificato11: il quale, per una cedola di mano propria, secretissimamente gli promesse l’officio della vicecancelleria che risedeva in persona sua12, e il palazzo suntuosissimo il quale, edificato già dal cardinale di San Giorgio13, era stato conceduto a lui dal pontefice Lione: donde acceso tanto più il cardinale della Colonna indusse nella sentenza sua il cardinale Cornaro e due altri. La inclinazione de’ quali come fu nota cominciorono molti degli altri, tirati, come spesso interviene ne’ conclavi, da viltà o ambizione, a fare a gara di non essere degli ultimi a favorirlo; in modo che la notte medesima fu adorato per pontefice14 di concordia comune di tutti, e la mattina seguente, che fu il giorno decimonono di novembre, fatta secondo la consuetudine la elezione per solenne scrutinio15; il dì medesimo precisamente che due anni innanzi era vittorioso entrato in Milano16. Credettesi che trall’altre cagioni gli avesse giovato l’entrata grande di benefici e uffici ecclesiastici, perché i cardinali quando entrorno nel conclave feciono concordemente una costituzione17 che l’entrate di quel che fusse eletto pontefice si distribuissino con eguale divisione negli altri18. Voleva continuare nel nome di Giulio; ma ammonito da alcuni cardinali essersi osservato che quegli che, eletti pontefici, non aveano mutato il nome avevano tutti finita la vita loro infra uno anno, assunse il nome di Clemente settimo, o per essere vicina la festività di quel santo19 o perché alludesse allo avere, subito che fu eletto, perdonato e ricevuto in grazia20 il cardinale di Volterra con tutti i suoi: il quale cardinale benché Adriano avesse, negli ultimi dì della vita, dichiarato inabile a intervenire nel conclave, vi era entrato per concessione del collegio, e stato insino all’estremo pertinace perché Giulio non fusse eletto.

Grandissima certamente per tutto il mondo era l’estimazione del nuovo pontefice; però21 la tardità della elezione, maggiore che già fusse accaduto lunghissimo tempo, pareva ricompensata con l’avere posto in quella sedia una persona di somma autorità e valore; perché aveva congiunta ad arbitrio suo la potenza dello stato di Firenze alla potenza grandissima della Chiesa, perché aveva tanti anni a tempo di Lione governato quasi tutto il pontificato, perché era riputato persona grave e costante22 nelle sue deliberazioni, e perché, essendo state attribuite a lui molte cose che erano procedute da Lione, ciascuno affermava esso essere uomo pieno di ambizione, di animo grande e inquieto e desiderosissimo di cose nuove; alle quali parti aggiugnendosi lo essere alieno dai piaceri e assiduo alle faccende, non era alcuno che non aspettasse da lui fatti estraordinari e grandissimi. La elezione sua ridusse23 subito in somma sicurtà lo stato della Chiesa. Perché il duca di Ferrara, spaventato che in quella sedia fusse asceso un tale pontefice, né sperando più di ottenere Modena per la venuta del viceré di Napoli, meno sperando ne’ franzesi, i quali prima per mezzo di Teodoro da Triulzi venuto nel campo suo gli facevano, perché aderisse a loro, grandissime offerte, lasciata sufficiente custodia in Reggio e in Rubiera, ritornò a Ferrara. Quietoronsi similmente le cose della Romagna; ove, sotto nome di opprimere la fazione inimica ma in verità stimolato da’ franzesi, era col seguito de’ guelfi entrato Giovanni da Sassatello, scacciatone nel pontificato di Adriano per la potenza de’ ghibellini.

Ma diviso che fu l’esercito franzese tra Biagrassa e Rosa, l’ammiraglio, appresso al quale non erano rimasti più che quattromila svizzeri, licenziò come inutili i fanti del Delfinato e di Linguadoca e mandò l’artiglierie grosse di là dal Tesino, con intenzione di aspettare in quello alloggiamento le genti che il re preparava per soccorrerlo, perché non temeva potervi essere sforzato e vi aveva abbondanza di vettovaglie: e nondimeno, per non perdere del tutto il tempo, mandò Renzo da Ceri con settemila fanti italiani a pigliare Arona, terra fortissima24 ne’ confini25 del Lago Maggiore, posseduta da Anchise Visconte; in soccorso del quale Prospero Colonna mandò da Milano mille dugento fanti. La rocca di Arona soprafà26 tanto la terra che è inutile il possedere questa a chi non possiede quella: però Renzo attendeva a battere la rocca, e avendovi dati più assalti ove furno morti molti de’ suoi, finalmente, poiché invano v’ebbe consumato circa a un mese, si partì; confermata l’opinione, che già molti anni era ampliata per tutta Italia, che più, in ninna parte, le azioni sue corrispondessino alla fama acquistata nella difesa di Crema.

Camminava in questo tempo alla morte Prospero Colonna, stato già ammalato otto mesi, non senza sospetto di veleno o di medicamento amatorio : però, dove27 prima gli era molestissima la venuta del viceré, non potendo poi più reggere le cure della guerra, l’aveva continuamente sollecitata. Venne adunque il viceré; ma accostatosi a Milano, per mostrare reverenza alla virtù e fama di tale capitano, soprastette28 qualche dì a entrarvi: pure, intendendo essere ridotto allo estremo e già alienato dello intelletto, entrò, per desiderio di vederlo, in tempo che sopravisse poche ore poi29; benché altri dichino che ritardò a entrarvi dopo la morte, che succedette il penultimo dì di quello anno30. Capitano certamente, in tutta la sua età31, di chiaro nome, ma salito negli ultimi anni della vita in grandissima riputazione e autorità; perito dell’arte militare e in quella di grandissima esperienza; ma non pronto a pigliare con celerità l’occasioni che gli potessino porgere i disordini o la debolezza degli inimici, come anche per il suo procedere cautamente non lasciava facile a loro l’occasione di opprimere lui; lentissimo per natura nelle sue azioni e a cui tu dia32 meritamente il titolo di cuntatore33: ma se gli debbe la laude d’avere amministrato le guerre più co’ consigli che con la spada, e insegnato a difendere gli stati senza esporsi, se non per necessità, alla fortuna de’ fatti d’arme. Perché all’età nostra ha avute molte varietà il governo della guerra: conciossiaché, innanzi che Carlo re di Francia passasse in Italia, sostenendosi la guerra molto più co’ cavalli di armadura grave che co’ fanti, ed essendo le macchine che si usavano contro alle terre34 incomodissime a condurre e a maneggiare, se bene tra gli eserciti si commettevano35 spesso le battaglie, piccolissime erano le uccisioni, rarissimo il sangue che vi si spargeva, e le terre assaltate tanto facilmente si difendevano (non per la perizia della difesa ma per la imperizia dell’offesa) che non era alcuna terra così piccola e così debole che non sostenesse per molti dì gli eserciti grandi degli inimici: di maniera che con grandissima difficoltà si occupavano con l’armi gli stati posseduti da altri. Ma sopravenendo il re Carlo in Italia, il terrore di nuove nazioni36, la ferocia37 de’ fanti ordinati a guerreggiare in altro modo, ma sopra tutto il furore delle artiglierie, empié di tanto spavento tutta Italia che a chi non era potente a resistere alla campagna38 niuna speranza di difendesi rimaneva; perché gli uomini, imperiti39 a difendere le terre, subito che s’approssimavano gli inimici s’arrendevano, e se alcuna pure si metteva a resistere era in brevissimi dì spugnata40. Così il reame di Napoli e il ducato di Milano furno quasi in un dì medesimo vinti e assaltati; così i viniziani, vinti in una battaglia sola41, abbandonorno subitamente tutto lo imperio che aveano in terra ferma; così i franzesi, non veduti non che altro gli42 inimici, lasciorno il ducato di Milano43. Cominciorno poi gli ingegni degli uomini, spaventati dalla ferocia delle offese, ad aguzzarsi a’ modi delle difese, rendendo le terre munite con argini con fossi con fianchi44 con ripari con bastioni; onde, aiutando anche molto questo effetto la moltitudine della artiglierie, nocive più nelle difensioni che nelle oppugnazioni, sono ridotte45 a grandissima sicurtà, le terre che sono difese, di non potere essere spugnate. A queste invenzioni dette, a tempo de’ padri nostri, forse in Italia principio la recuperazione di Otranto; dove Alfonso duca di Calavria entrato trovò, fatti da’ turchi, molti ripari incogniti agli italiani; ma rimasono più nella memoria degli uomini che nell’esempio. Prospero con queste arti difese due volte più chiaramente46 il ducato di Milano, esso medesimo, o solo o primo di alcuno altro, e offendendo e difendendo, coll’impedire agli inimici le vettovaglie, con l’allungare la guerra, tanto che ’1 tedio la lunghezza la povertà i disordini gli consumavano; e vinse e difese senza tentare giornate47, senza combattere, non traendo non che altro fuori la spada, non rompendo una sola lancia : onde aperta la via da lui a quegli che seguitorno, molte guerre, continuate molti mesi, si sono vinte più con la industria con l’arti con la elezione provida de’ vantaggi48, che con l’armi49.

Queste cose si feciono in Italia l’anno mille cinquecento ventitré. Preparoronsi per l’anno medesimo con grande espettazione molte cose di là da’ monti, le quali non partorirno effetti degni di tanti prìncipi. Perché Cesare e il re di Inghilterra aveano convenuto insieme50 e promesso al duca di Borbone di rompere con armi potenti la guerra, l’uno in Piccardia l’altro nella Ghienna; ma i movimenti del re di Inghilterra furno nella Piccardia quasi di niuno momento51, e quel che tentò il duca di Borbone nella Borgogna si dimostrò subito vano, perché, mancandogli i danari per pagare i fanti tedeschi, alcuni de’ capitani convenuti col re di Francia ne ritrassero una parte52, onde egli andò a Milano : ove Cesare, non gli piacendo che passasse in Ispagna forse per non dare perfezione al matrimonio, come era il suo desiderio, mandatogli per Beuren il titolo di luogotenente suo generale in Italia, lo confortò che si fermasse. Né dalla parte di Spagna procederono a Cesare le cose felicemente. Il quale, benché ardente alla guerra fusse venuto a Pampalona per entrare in Francia personalmente, e di già avesse mandato l’esercito di là da’ monti Pirenei, il quale avea occupato Salvatierra53 non molto distante da San Gianni di Pié di Porto, nondimeno, essendo stata maggiore la prontezza che non era la potenza (perché, per mancamento di danari, né poteva sostentare tante forze quanto sarebbe stato necessario a tanta impresa né aveva, per la medesima cagione, potuto raccorre l’esercito se non quasi alla fine dell’anno, donde ne’ luoghi freddi la stagione dell’anno gli moltiplicava le difficoltà, impedivalo la strettezza delle vettovaglie difficili a condursi per tanto cammino), fu costretto a dissolvere54 l’esercito, ragunato contro al consiglio55 quasi di tutti: tanto che Federigo di Tolleto duca di Alva, principe vecchio e di autorità, diceva, nel fervore della guerra, Cesare, in molte cose simile al re Ferdinando avolo materno, rappresentare56 più in questa deliberazione Massimiliano avolo paterno.

1. essendo… stati: soggetto sottinteso sono i cardinali.

2. oppugnato: avversato.

3. che… re: filofrancesi.

4. le voci: i voti.

5. i quali… avuti: benché avesse avuto questi appoggi.

6. più costante: più ferma.

7. perché: sul fatto che.

8. gli ritraeva: li faceva desistere.

9. i progressi: l’andamento.

10. Domenico Iacobazzi, cardinale di San Clemente dal 1517.

11. aiutarlo al pontificato: appoggiarlo per l’elezione al pontificato.

12. Che… sua: che era detenuta da una persona dipendente da lui.

13. Il palazzo di San Lorenzo in Damaso, costruito da Raffaele Riario, cardinale di San Giorgio e camerlengo della Chiesa.

14. fu… pontefice: gli furono resi gli omaggi e gli atti di sottomissione che si usa rendere ai pontefici.

15. per… scrutinio: con votazione regolamentare.

16. 19 novembre 1521 (cfr. XIV, IX).

17. una costituzione: una deliberazione.

18. con… altri: in parti uguali agli altri.

19. 23 novembre.

20. ricevuto in grazia: accolto benevolmente.

21. però: perciò.

22. grave e costante: prudente e ferma.

23. ridusse: riportò.

24. fortissima: molto ben fortificata.

25. ne’ confini: sulle rive.

26. soprafà: sovrasta.

27. dove: mentre.

28. soprastette: indugiò.

29. in… poi: poche ore prima che morisse.

30. 30 dicembre 1523.

31. in… età: per tutta la sua vita.

32. cui tu dia: cui si potrebbe dare.

33. cuntatore: temporeggiatore. Calco del latino cunctator.

34. terre: città fortificate.

35. si commettevano: si attaccavano. Cfr. il latino committere proelium,

36. nazioni: popoli.

37. la ferocia: il valore.

38. alla campagna: in campo aperto.

39. imperiti: inesperti.

40. spugnata: presa d’assalto,

41. Ad Agnadello.

42. non… gli: solo alla vista degli.

43. 1521

44. Fianchi erano i lati, muniti di artiglieria, che univano i bastioni con la parte interna delle mura.

45. ridotte: ritornate.

46. più chiaramente: più gloriosamente.

47. senza… giornate: senza affrontare battaglie campali.

48. con… vantaggi: col sapere sfruttare previdentemente le situazioni e le occasioni favorevoli.

49. Perché all’età nostra… con l’armi: Per tutto questo discorso cfr. Ricordi, C 64, Op. I, p. 746.

50. aveano… insieme: si erano accordati (cfr. XV, 1).

51. di niuno momento: di nessun peso.

52. ne… parte: ne (dei fanti tedeschi) assoldarono una parte.

53. Sauveterre.

54. dissolvere: sciogliere.

55. contro al consiglio: contro il parere.

56. rappresentare: somigliare, ricordare.

CAPITOLO VII

Accordi fra i collegati per condurre a fine la guerra. Contegno del pontefice. Fortunate azioni del marchese di Pescara e di Giovanni de’ Medici. Movimenti degli eserciti avversari. Azione dei veneziani a Garlasco e di Giovanni d’Urbino a Sartirana. Altri fatti di guerra nel ducato di Milano.

Séguita l’anno mille cinquecento ventiquattro; nel principio del quale, invitando le difficoltà de’ franzesi i capitani cesarei a pensare di porre fine alla guerra, chiamorno a Milano il duca di Urbino e Pietro da Pesero proveditore viniziano1, per consultare come s’avesse a procedere nella guerra : nel quale consiglio fu unitamente deliberato che, subito2 a Milano giugnessino seimila fanti tedeschi, i quali il viceré aveva mandato a soldare, l’esercito cesareo e de’ viniziani unito insieme si avvicinasse agli inimici per cacciargli, o coll’armi o colla fame, di quello stato. Alla qual cosa, giudicando avere forze sufficienti, niente altro repugnava3 che la difficoltà de’ danari; de’ quali dovendosi, per gli stipendi corsi, quantità grande a’ soldati, non si sperava potergli fare muovere di Milano e dell’altre terre se prima non si pagavano; né manco era necessario, avendo a stare 1’esercito alla campagna4, provedere che per l’avvenire corressino ordinatamente di tempo in tempo i pagamenti5. Sollevorono6 questa difficoltà in parte i milanesi, desiderosi di liberarsi dalle molestie della guerra, i quali prestorno al duca [novanta] mila ducati: disponendogli a questo più facilmente l’esempio de’ denari prestati quando Lautrech stette intorno a Milano, [i quali] erano stati dipoi, dell’entrate ducali, restituiti prontamente. Porse similmente a questa difficoltà la mano il pontefice; il quale, avendo sospettissima per la memoria delle cose passate la vittoria del re di Francia (benché con sommo artificio agli uomini che il re gli avea mandati dimostrasse il contrario), numerò7 occultissimamente all’oratore di Cesare ventimila ducati, e volle che i fiorentini, a’ quali il viceré dimandava, per virtù della confederazione fatta vivente Adriano, nuova contribuzione, pagassino come per ultimo residuo trentamila ducati.

Né aveva perciò il pontefice nell’animo di dimostrarsi per l’avvenire più favorevole all’una parte che all’altra; anzi, con tutto che Cesare e il re, mandatogli, subito che e’ fu assunto al pontificato, l’uno Beuren l’altro San Marsau8, si sforzassino congiugnerlo a sé, deliberava, rimossi che fussino i pericoli presenti, usando quella moderazione che nelle discordie de’ cristiani conviene a’ pontefici, attendere come non inclinato più all’uno che all’altro a procurare la pace: la quale deliberazione, grata al re, che aveva temuto che pontefice non9 avesse contro a lui la medesima disposizione che aveva avuto cardinale, dispiaceva per il contrario a Cesare, parendogli che, per la passata congiunzione, per l’averlo favorito dopo la morte di Lione e nella assunzione al pontificato, fusse conveniente che non si separasse da lui. Però gli fu molestissimo quel che gli fu significato10 per parte del pontefice, che, benché non spogliasse l’animo della benivolenza portatagli insino a quel dì, nondimeno, che avendo deposta la persona privata e diventato padre comune, era necessitato in futuro a non fare offici11 se non comuni.

Ma mentre che il viceré si prepara per andare contro agli inimici mandò Giovanni de’ Medici a campo a Marignano, la quale terra insieme con la fortezza si arrendé; e non molti dì poi il marchese di Pescara, il quale, disposto a non militare sotto Prospero Colonna, non prima che nell’estremità della sua12 vita era venuto alla guerra, avendo notizia che nella terra di Robecco13 alloggiavano con monsignore di Baiardo quattrocento cavalli leggieri e molti fanti, chiamato in compagnia Giovanni de’ Medici, assaltatigli improvisamente, presa la maggiore parte degli uomini e de’ cavalli, e dissipati14 e messi in fuga gli altri, ritornò subito a Milano, per non dare tempo agli inimici, che erano a Biagrassa, di seguitarlo: lodato in questo fatto di industria e di ardore ma molto più di celerità, perché Robecco, distante non più che due miglia da Biagrassa, è distante da Milano, donde erano partiti, diciassette miglia.

Ridotte a questo grado le cose della guerra, che la speranza de’ franzesi consisteva che agli inimici avessino a mancare danari, quella degli imperiali che a’ franzesi avessino a mancare le vettovaglie, perché non speravano potergli cacciare per forza dello alloggiamento fortissimo di Biagrassa, e nondimeno aspettando ciascuno soccorso, questi de’ fanti tedeschi quegli de’ svizzeri e altri fanti, l’ammiraglio, fatto abbruciare Rosa, ritirò quelle genti a Biagrassa, attendendo per incomodare gli inimici a fare correre e abbruciare tutto il paese. Ma venuti finalmente i fanti tedeschi, l’esercito imperiale, nel quale erano principali il duca di Milano il duca di Borbone il viceré di Napoli il marchese di Pescara, con mille secento uomini d’arme mille cinquecento cavalli leggieri settemila fanti spagnuoli dodicimila tedeschi e mille cinquecento italiani, lasciati alla guardia di Milano quattromila fanti, andò ad alloggiare a Binasco; ove, non molti dì poi, si unì con loro il duca di Urbino con secento uomini d’arme secento cavalli leggieri e seimila fanti de’ viniziani. Nel quale tempo il castello di Cremona, non potendo più resistere alla fame e avendo Federigo da Bozzole, che era in Lodi, tentato invano di soccorrerlo, s’arrendé agli imperiali. Andò dipoi l’esercito a Casera15, terra propinqua a cinque miglia a Biagrassa; dove l’ammiraglio, il quale aveva distribuito tra Lodi, Novara e Alessandria dugento lancie e cinquemila fanti, stava fermo, con ottocento lancie, ottomila svizzeri (a’ quali pochi dì poi se ne aggiunsono più di tremila altri) e con quattromila fanti italiani e dumila tedeschi; né ancora esausto16 di vettovaglie, perché n’avevano nell’esercito e ne’ luoghi vicini copia per due mesi. Impossibile era l’assaltargli, senza grandissimo pericolo, in alloggiamento tanto forte. Però gli imperiali, avendo più volte tentato di passare il Tesino, per interrompere che da quella parte non17 passassino vettovaglie, per insignorirsi delle terre tenevano di là dal Tesino e per impedire che venendo soccorso di Francia non si unisse con loro, ma soprastando per timore che Milano non restasse in pericolo, finalmente deliberorno di passare, giudicando che per la confidenza che avevano nel popolo milanese non fusse necessario molto presidio di soldati. Però ritornò il duca a Milano e con lui Giovanni de’ Medici, e vi restorno seimila fanti. Così passorno, il secondo dì di marzo, il fiume del Tesino sotto Pavia, in su tre ponti : alloggiò la battaglia18 a Gambalò, il resto dello esercito nelle ville vicine. Per la passata de’ quali, l’ammiraglio mandò subito Renzo da Ceri alla guardia di Vigevano; e temendo di non19 perdere quella terra e gli altri luoghi di Lomellina, i quali perduti sarebbe restato quasi assediato, passò egli, a’ cinque dì20, con tutto lo esercito, lasciati a Biagrassa cento cavalli e mille fanti, e alloggiò la vanguardia sua intorno a Vigevano, la battaglia a Mortara a due miglia di Gambalò, dove era il viceré; nel quale alloggiamento, molto sicuro, aveva comode le vettovaglie, perché avevano sicura la strada di Monferrato, Vercelli e Novara, e le vettovaglie venivano di terra in terra, tutte vicine l’una a l’altra e quasi per condotto21. Presentò l’ammiraglio, due dì continui, la battaglia agli inimici; i quali, benché si conoscessino superiori di numero e di virtù di soldati, recusorno di farla, non volendo mettere in pericolo la speranza del vincere quasi certa, perché per lettere intercette aveano presentito che a essi cominciavano a mancare danari.

Passato che ebbe l’esercito imperiale il Tesino, il duca di Urbino con le genti viniziane andò a campo a Garlasco, terra forte di sito, fossi e ripari, dove erano quattrocento fanti italiani; il quale, posto tra Pavia e Trumello22 di là dal Tesino, dove egli aveva disegnato di alloggiare, interrompeva non solo a lui ma a tutto il resto dello esercito le vettovaglie: e fatta la batteria23 gli dette il dì medesimo l’assalto, nel quale essendo quasi ributtato, molti de’ suoi passorono per l’acqua de’ fossi insino alla gola, essendovi ancora alcuni de’ fanti di Giovanni de’ Medici; e assaltorono con tale impeto che vi entrorono per forza, con grandissima uccisione di quegli di dentro. Accostossi dipoi l’esercito a San Giorgio verso la Pieve al Cairo24, per accostarsi a Sartirano, terra forte situata in sulla riva di qua dal Po25, e opportuna a impedire loro le vettovaglie; alla custodia della quale erano Ugo de’ Peppoli e Giovanni da Birago26 con alcuni cavalli e con [secento] fanti. Ma andatovi Giovanni d’Urbina27, coll’artiglierie e con dumila fanti spagnuoli, espugnò prima la terra e poi la rocchetta, uccisi quasi tutti i fanti e presi i capitani. Mossonsi i franzesi per soccorrere Sartirano, ma prevenuti dalla celerità degli inimici, inteso nel cammino quel che era succeduto, fermorno tutto l’esercito a Mortara.

Né ancora nell’altre parti del ducato di Milano procedevano felicemente le cose loro. I soldati lasciati in Milano costrinsono ad arrendersi la terra di San Giorgio sopra Moncia28, dalla quale andavano vettovaglie a Biagrassa; Vitello ricuperò la terra della Stradella, gli uomini della quale costretti dalla iniquità de’ soldati aveano chiamato fanti da Lodi; Paolo Luzzasco scontratosi in molti cavalli de’ franzesi gli messe in fuga; e Federico da Bozzole andato da Lodi ad assaltare Pizzichitone ne riportò, in cambio della vittoria, ferite e morti di molti de’ suoi. Solamente, alcuni cavalli de’ franzesi, scorrendo tra Piacenza e Tortona, tolsono quattordicimila ducati mandati allo esercito di Cesare.

1. Pietro di Niccolò Pesaro.

2. subito: appena.

3. repugnava: faceva ostacolo.

4. alla campagna: in campo aperto.

5. Corressino… i pagamenti: fossero corrisposti puntualmente gli stipendi,

6. Sollevorono: alleviarono.

7. numerò: versò.

8. François Green, signore di Saint-Marsault, ciambellano del re.

9. che… non: che.

10. significato: comunicato.

11. offici: atti di favore.

12. sua: di Prospero Colonna.

13. Robecco sul Naviglio.

14. dissipati: gbitragliati.

15. Casorate.

16. esausto: sfornito.

17. interrompere che… non: impedire che.

18. la battaglia: il grosso dell’esercito.

19. di non: di.

20. a’ cinque dì: il 5 marzo.

21. quasi per condotto: regolarmente, quasi come attraverso una conduttura.

22. Tromello.

23. fatta la batteria: scaricate le artiglierie, dopo averlo bombardato.

24. San Giorgio di Lomellina.

25. Sartirana di Lomellina,

26. Fuoruscito milanese.

27. Juan de Urbina, maestro del campo imperiale e allievo del marchese di Pescara.

28. San Giorgio su Legnano, a ovest di Monza,

CAPITOLO VIII

I grigioni assoldati dai francesi giunti a Cravina ritornano in patria. I francesi perdono Biagrassa; la peste a Milano. Bonnivet a Novara, quindi a Romagnano, ed al di là della Sesia inseguito dai nemici; assalti e scaramuccie; ferita e morte di Baiardo. Ritorno di Bonnivet in Francia. L’talia liberata pel momento dalle molestie della guerra, ma non dal sospetto che si rinnovino.

In queste difficoltà due erano le speranze dell’ammiraglio, l’una della diversione l’altra del soccorso; perché il re mandava per la montagna di Monginevra quattrocento lancie alle quali doveano unirsi diecimila svizzeri, e Renzo da Ceri conduceva per la via di Val di Sasina1 nel territorio di Bergamo cinquemila fanti grigioni, onde doveano passare a Lodi a congiugnersi con Federico da Bozzole col quale erano molti fanti italiani : persuadendosi l’ammiraglio che l’esercito di Cesare sarebbe costretto a ripassare, per la sicurtà di Milano, il fiume del Tesino. Incontro a questi mandò il duca di Milano Giovanni de’ Medici con cinquanta uomini d’arme trecento cavalli leggieri e tremila fanti; il quale, unitosi con trecento uomini d’arme trecento cavalli leggieri e quattromila fanti de’ viniziani, si accostò agli inimici venuti alla villa di Cravina2, tra i fiumi dell’Adda e del Brembo, e lontana otto miglia da Bergamo; e corse con una parte delle genti insino a’ loro alloggiamenti: i quali, il terzo dì dappoi3, querelandosi non avere trovato a Cravina né danari né cavalli né altri fanti, come dicevano essere stato promesso da Renzo, ritornorno al paese loro. Risoluto4 il movimento de’ grigioni, Giovanni de’ Medici spugnò5 Caravaggio, e di poi passato Adda messe con l’artiglierie in fondo6 il ponte che i franzesi aveano a Bufaloro in sul Tesino. Rimaneva ancora in potestà de’ franzesi, tra Milano e il Tesino, la terra di Biagrassa, ove erano molte vettovaglie e a guardia mille fanti sotto Ieronimo Caracciolo napoletano. Alla spugnazione della quale, perché posta in sul canale grande impediva le vettovaglie che molte [si] sogliono per quello canale condurre a Milano, si mosse Francesco Sforza, chiamato a sé Giovanni de’ Medici; e seguitandolo oltre a’ soldati tutta la gioventù del popolo milanese. Dettono l’assalto alla terra, avendola prima battuta con l’artiglierie da’ primi raggi del sole insino a mezzo il giorno, e l’espugnarono il dì medesimo; con singolare laude di Giovanni de’ Medici, nel quale apparì quel dì non solamente la ferocia7, colla quale avanzava tutti gli altri, ma prudenza e maturità8 degna di sommo capitano. Fu preso il Caracciolo, ammazzati molti fanti, molti ne fece sospendere9 Giovanni de’ Medici per punizione di essersi prima fuggiti da lui. Spugnata la terra s’arrendé la rocca, pattuita la salute di quegli che vi erano dentro. Fu lietissima10questa vittoria al popolo milanese; ma senza comparazione maggiore fu la infelicità che la letizia, perché da Biagrassa, dove era cominciata la peste, furno, per il commercio delle cose saccheggiate trasportate a Milano, sparsi in quella città i semi di tanto pestifera contagione; la quale, pochi mesi poi, si ampliò tanto che solamente in Milano tolse la vita a più di cinquantamila persone.

Ma di là dal Tesino, ove era la somma delle cose11, l’ammiraglio, dopo la perdita di Sartirano essendosegli di nuovo approssimati gli inimici, abbandonata Mortara si ritirò in due alloggiamenti a Novara; diminuito molto di forze, perché non solamente de’ fanti ma assai degli uomini d’arme erano alla sfilata12 ritornati in Francia: onde niuno altro intento era in lui che temporeggiarsi insino a tanto venisse il soccorso de’ svizzeri, i quali in numero circa ottomila erano già vicini a Ivrea. Da altra parte i capitani [imperiali] intenti a impedire la venuta loro, intenti a ridurre gli inimici in difficoltà di vettovaglie, occupavano le terre vicine a Novara, ammazzando i franzesi ove si trovavano lasciati alla guardia delle terre; e avendo messo presidio in Vercelli, per torre la facoltà a’ svizzeri di entrarvi, si fermorno a Biandrà tra Vercelli e Novara, in uno alloggiamento circondato da ogni parte di fossi d’alberi e acque. Finalmente l’ammiraglio, intendendo i svizzeri passata Ivrea essersi fermati in sul fiume della Sesia, il quale per la copia che in quelli dì vi era d’acque non aveano potuto passare, desideroso di unirsi con loro, più (come si credeva) per partirsi sicuro che per combattere, andò da Novara ad alloggiare a Romagnana in sul fiume medesimo13; ove, patendo di vettovaglie e diminuendo continuamente il numero delle sue genti, fece gittare il ponte tra Romagnana e Gattinara : e da altra parte gli inimici, venuti da Biandrà14 a Briona, andorno ad alloggiare appresso a Romagnana a due miglia. In queste angustie passorno i franzesi il fiume il dì seguente : la mossa15 de’ quali se fusse stata sollecitamente vegghiata16 dagli inimici, si crede che quel dì n’arebbono riportata pienissima vittoria. Ma erano diverse le sentenze17 de’ capitani, alcuni desiderando che si combattesse, alcuni che senza molestargli si lasciassino partire. Né pareva che nell’esercito fusse la providenza18 e il governo conveniente. Solo il marchese di Pescara, procedendo in tutte l’azioni col solito valore, pareva degno che a lui si riferisse la somma delle cose19 ; gli altri, invidiosi della virtù e gloria sua, cercavano di oscurarla più presto col detrarre20 e contradire che con la concorrenza delle opere.

Tardi pervenne allo esercito imperiale la notizia della partita de’ franzesi : la quale come fu intesa, molti cavalli leggieri e molti fanti, senza ordine senza insegne, guadato il fiume gli seguitorno; i quali pervenuti all’ultimo squadrone cominciorno a scaramucciare, e benché i franzesi, combattendo e camminando, gli sostenessino per lungo spazio di tempo, lasciorno finalmente sette pezzi di artiglieria e copia di munizioni e di vettovaglie, oltre a molte insegne di cavalli e di fanti, morti eziandio di essi non pochi nel combattere. Feciono i franzesi dimostrazione di alloggiare a Gattinara, terra distante un miglio da Romagnana, e intratanto facevano occultamente andare innanzi i carriaggi e l’artiglierie; ma come gli inimici, credendo che alloggiassino, furno cominciati a ritirarsi andorno più oltre circa sei miglia ad alloggiare a Ravisingo verso Ivrea21. Alloggiorno la sera medesima gli imperiali senza impedimenti in sul fiume, il quale passorno come prima22 cominciò a lucere la luna; non gli seguitando i viniziani, a’ quali, essendo entrati nel territorio del duca di Savoia, pareva avere trapassati gli oblighi della confederazione, per la quale non erano tenuti a altro che alla difesa del ducato di Milano. Procedevano i franzesi in battaglia23 bene ordinata con lento passo, avendo collocati nel retroguardo i svizzeri; da’ quali furno rimessi24 i primi cavalli e fanti che venendo disordinatamente gli assaltorno, essendo già i franzesi discostati da Ravisingo circa due miglia. Ma sopravenendo il marchese di Pescara co’ cavalli leggieri si rinnovò la battaglia, non tale che fermasse il camminare de’ franzesi; de’ quali in questo ultimo congresso25 fu ammazzato Giovanni Cabaneo e fatto prigione monsignore di Baiardo, percosso da uno scoppietto, della quale ferita morì poco di poi. Parve al marchese, ancora che già fussino sopravenuti molti soldati, non seguitare gli inimici più oltre, perché non avea seco artiglierie né altro che una parte sola dell’esercito. Così rimasti i franzesi senza molestia ritornorno, insieme co’ svizzeri, alle case loro; avendo lasciato a Bauri di là da Ivrea26 quindici pezzi d’artiglieria alla custodia di trecento svizzeri e di uno de’ signori del paese: ma né27 queste si salvorno, perché i capitani di Cesare, avutane notizia, mandorno a prenderle. Divisonsi poi i vincitori in più parti : a Lodi fu mandato il duca di Urbino, ad Alessandria il marchese di Pescara; le quali città sole si tenevano in nome del re, perché Novara, accostandovisi il duca di Milano e Giovanni de’ Medici, si era arrenduta: al viceré rimase la cura di andare incontro al marchese del Rotellino28, il quale con quattrocento lancie aveva passato i monti: ma questo, intesa la partita dell’ammiraglio, ritornò subito in Francia. Né feciono resistenza alcuna Boisì29 e Giulio da San Severino preposti alla guardia di Alessandria. Similmente Federico30, dimandato tempo di pochi dì per certificarsi se era vero che l’ammiraglio avesse passato i monti, convenne di lasciare Lodi; riservatasi facoltà, come eziandio era stato conceduto a quegli di Alessandria, di condurre in Francia i fanti italiani : i quali, in numero circa cinquemila (che tanti erano nell’una e l’altra città), furno poi alle cose del re di grandissimo giovamento.

Questo fine ebbe la guerra fatta contro al ducato di Milano sotto il governo dell’ammiraglio: per il quale non essendo indebolita la potenza del re di Francia né stirpate le radici de’ mali, non si rimovevano ma solamente si differivano in altro tempo tante calamità; rimanendo in questo mezzo31 Italia liberata dalle molestie presenti ma non dal sospetto delle future. Tentossi nondimeno per32 Cesare, stimolato dal duca di Borbone e invitato dalla speranza che l’autorità di quel duca avesse a essere di grandissimo momento, di trasferire la guerra in Francia, dimostrandosi pronto al medesimo il re di Inghilterra.

1. Valsassina.

2. Caprino Bergamasco.

3. il… dappoi: tre giorni dopo.

4. Risoluto: svanito.

5. spugnò: prese d’assalto.

6. messe… in fondo: fece… affondare.

7. la ferocia: l’ardimento.

8. maturità: ponderazione.

9. sospendere: impiccare.

10. Fu lietissima: fece molto piacere.

11. la… cose: il centro di maggiore interesse della guerra.

12. alla sfilata: alla spicciolata.

13. Romagnano Sesia.

14. Biandrate.

15. la mossa: l’azione.

16. vegghiata: sorvegliata.

17. le sentenze: i pareri.

18. la providenza: la previdenza.

19. la… cose: il potere supremo.

20. detrarre: denigrare.

21. Rovasenda.

22. come prima: appena.

23. battaglia: schieramento.

24. rimessi: respinti.

25. congresso: scontro.

26. Forse Bàiro.

27. : neanche.

28. Claude d’Orléans, duca di Longueville.

29. Jacques d’Amboise, signore di Bussy e di Reynel.

30. Federico Gonzaga da Bozzole.

31. in questo mezzo: nel frattempo.

32. per: da parte di.