CAPITOLO I
Viva attesa in Italia delle decisioni del re di Francia liberato dalla prigionia. Ragioni di rammarico contro Cesare esposte dal re di Francia agli inviati del pontefice e dei veneziani; veri intenti del re. Difficili condizioni del duca di Milano assediato nel castello, e gravezze degli abitanti del ducato per il mantenimento dei soldati di Cesare. Malcontento e tumulti in Milano.
La liberazione del re di Francia, ancora che alla solennità dei capitoli fatti e alla religione de’ giuramenti1 e delle fedi date tra loro, e al vincolo del nuovo parentado, fusse aggiunto il pegno di due figliuoli, e in quegli il primogenito destinato a tanta successione, sollevò i prìncipi cristiani in grandissima espettazione, e fece volgere inverso di lui gli occhi di tutti gli uomini, i quali prima erano solamente volti verso Cesare; dependendo diversissimi né manco importanti effetti dalla deliberazione sua dello osservare o no la capitolazione fatta a Madril. Perché, osservandola2, si vedeva che Italia impotente a difendersi per se medesima se ne andava senza rimedio in servitù, e si accresceva maravigliosamente l’autorità e la grandezza di Cesare: non osservando, era necessitato Cesare o dimenticare, per la inosservanza del re di Francia, le macchinazioni fattegli contro dal duca di Milano, restituirgli quel ducato perché il pontefice e i viniziani non avessino causa di congiugnersi col re, e perdere tanti guadagni sperati dalla vittoria; o pure, potendo più in lui la indegnazione conceputa col duca di Milano e il desiderio di non avere in Italia l’ostacolo de’ franzesi, stabilire3 la concordia col re, convertendo in pagamento di danari l’obligazione della restituzione della Borgogna; o veramente4, non volendo cedere né all’una cosa né all’altra, ricevere contro a tanti inimici una guerra5, eziandio quasi per confessione sua molto difficile, poiché per fuggirla si era ridotto a lasciare con tanto pericolo il re di Francia.
Ma non si stette lungamente in ambiguità6 quale fusse la mente7 del re. Perché essendo, subito che arrivò a Baiona, ricercato da uno uomo del viceré di ratificare lo appuntamento8, come aveva promesso di fare subito che e’ fusse in luogo libero, differiva di giorno in giorno con varie escusazioni : con le quali per nutrire la speranza di Cesare, mandò uno uomo proprio a significargli non avere fatta subito la ratificazione, perché era necessario, innanzi procedesse a questo atto, mollificare gli animi [de’] suoi, malcontenti delle obligazioni che tendevano alla diminuzione della corona di Francia; ma che non ostante tutte le difficoltà osserverebbe indubitatamente quanto aveva promesso. Da che potendosi assai comprendere quello che avesse nello animo, sopravenneno pochi dì poi gli uomini mandati dal pontefice e da’ viniziani; a’ quali non fu necessario usare molta diligenza per chiarirsi della9 sua inclinazione. Perché il re, avendogli ricevuti benignamente, ne’ primi ragionamenti che poi ebbe con l’uno e l’altro di loro separatamente, si querelò molto della inumanità che, nel tempo che era stato prigione, lo imperadore gli aveva usata, non trattandolo come principe tale quale era, né con quello animo che doverebbe fare uno principe che avesse commiserazione delle calamità di uno altro principe, o considerazione che quello che era accaduto a lui potesse anche accadere a se medesimo. Allegava lo esempio di Adovardo, re d’Inghilterra, quello che fu chiamato Adovardo Gambiglione10 : che, essendogli presentato Giovanni re di Francia11, preso nella giornata di Pottieri, dal principe di Gales suo figliuolo12, non solo lo aveva ricevuto benignamente ma eziandio lasciatolo in libera custodia13 in tutto il tempo che stette prigione nella isola, aveva sempre familiarmente conversato seco14, ammessolo alle sue caccie e a’ suoi conviti; né però per questo avere perduto il prigione, o conseguito accordo manco favorevole per lui: da che essere nato tra loro tanta dimestichezza e confidenza che Giovanni, eziandio poi che, liberato, era stato più anni in Francia, ritornasse volontariamente in Inghilterra per desiderio di rivedere l’ospite suo. Aversi memoria solo di due re di Francia che fussino stati fatti prigioni in battaglia, Giovanni e lui; ma essere non manco notabile la diversità degli esempli, poiché l’uno poteva essere allegato per esempio della benignità, l’altro per esempio della acerbità del vincitore. Ma non avere trovato animo più placato o mansueto verso gli altri; anzi essersi, per i parlamenti avuti seco al Madril, certificato15 che egli, occupato da somma ambizione, non pensava ad altro che a mettere in servitù la Chiesa, Italia tutta e gli altri prìncipi. Desiderare che il papa e i viniziani avessino animo di pensare alla salute propria, perché dimostrerebbe loro quanto fusse desideroso di concorrere16 alla salute comune, e di restrignersi con loro a pigliare l’armi contro a Cesare; non per ricuperare per sé lo stato di Milano o accrescere altrimenti la sua potenza, ma solo perché, col mezzo della guerra, potesse conseguire i figliuoli e Italia la libertà: poi che la troppa cupidità non aveva lasciato lume17 a Cesare di obligarlo in modo che e’ fusse tenuto a stare nella capitolazione. Conciossiaché, e prima quando era nella rocca di Pizzichitone e poi in Spagna nella fortezza di Madril, avesse molte volte protestato18 a Cesare, poiché vedeva la iniquità delle dimande sue, che, se stretto dalla necessità cedesse a inique condizioni o quali non fusse in potestà sua di osservare, che non solo non le osserverebbe, anzi, reputandosi ingiuriato da lui per averlo astretto a promesse inoneste19 e impossibili, se ne vendicherebbe se mai ne avesse l’occasione. Né avere mancato di dire molte volte quello che per loro stessi potevano sapere, e che credeva anche essere comune a gli altri regni : che in potestà del re di Francia non era obligarsi, senza consentimento degli stati generali del reame, ad alienare cosa alcuna appartenente alla corona : non permettere le leggi cristiane che uno prigione di guerra stesse in carcere perpetua, per essere pena conveniente agli uomini di male affare, non trovata per supplizio di chi fusse battuto dalla acerbità della fortuna; sapersi per ciascuno essere di nessuno valore le obligazioni fatte violentemente20 in prigione, ed essendo invalida la capitolazione non restare anche obligata la sua fede, accessoria e confermatrice di quella; precedere i giuramenti fatti a Remes21, quando con tanta cerimonia e con l’olio celeste si consacrano i re di Francia, per i quali22 si obligano di non alienare il patrimonio della corona : però non essere manco libero che pronto a moderare la23 insolenza di Cesare. E il medesimo desiderio mostrò di avere la madre, e la sorella di Alanson, che per essere stata vanamente in Spagna si lamentava assai della asprezza di Cesare, e tutti i principali della corte che intervenivano nelle faccende segrete; conchiudendo che, se e’ venivano i mandati del pontefice e de’ viniziani, si verrebbe subito alla conclusione della lega : la quale dicevano essere bene si maneggiasse24 in Francia, per avere più facilità di tirarvi il re d’Inghilterra, come mostravano speranza grande dovesse succedere. Queste cose si dicevano con grande asseverazione25 dal re di Francia e da’ suoi, ma in secreto erano molto diversi i suoi pensieri: perché, disposto totalmente a non dare a Cesare la Borgogna, aveva anche l’animo alieno di non26 muovere, se non costretto da necessità, le armi contro a lui; ma trattando di confederarsi con gli italiani, sperava che Cesare, per non cadere in tante difficoltà si indurrebbe a convertire in obligazione di danari l’articolo della restituzione della Borgogna; nel quale caso nessuno rispetto delle cose d’Italia l’arebbe ritenuto, per desiderio di riavere [i figliuoli], a convenire seco27.
Ma i messi del pontefice e i viniziani, ricevuta tanta speranza da lui, significorono28 subito la risposta avuta, in tempo che in Italia crescevano la necessità e l’occasione29 del congiugnersi contro a Cesare. La necessità, perché il duca di Milano, il quale da principio, parte per colpa de’ ministri suoi parte per il breve tempo che ebbe a provedersi, aveva messo poca vettovaglia in castello né quella poca era stata dispensata con quella moderazione che si suole usare per gli uomini collocati in tale stato, faceva tutto dì intendere (come ebbe sempre mezzo di scrivere, ancora che e’ fusse assediato nel castello) non avere da mangiare per tutto il mese di giugno prossimo, e che non si facendo altra provisione sarebbe necessitato rimettersi alla discrezione di30 Cesare: e se bene si credeva che, come è costume degli assediati, proponesse maggiore strettezza31 che in fatto non aveva, nondimeno si avevano molti riscontri32 che gli avanzava poco da vivere; e il lasciare andare il castello in mano di Cesare, oltre alla riputazione che si accresceva, faceva molto più difficile la recuperazione di quello stato. Ma non meno pareva che crescesse l’occasione, per essere ridotti i popoli tutti in estrema disperazione. Conciossiaché, non mandando Cesare denari per pagare la sua gente, alla quale si dovevano già molte paghe, né vi essendo modo di provederne di altro luogo, avevano i capitani distribuito gli alloggiamenti della gente d’arme e de’ cavalli per tutto il paese, gravandolo a contribuire, qual terra a questa compagnia quale a quell’altra; le quali33 erano necessitate ad accordare co’ capitani e co’ soldati questo peso con denari34: il che si esercitava sì intollerabilmente che allora fusse costante fama, affermata da molti che avevano notizia delle cose di quello stato, che il ducato di Milano pagasse ciascuno dì a’ soldati di Cesare ducati cinquemila, e si diceva che Antonio de Leva riscoteva per sé solo trenta ducati ciascuno giorno. La fanteria ancora, alloggiata in Milano e per l’altre terre, non solo voleva essere provista da’ padroni delle case dove abitavano di tutto il vitto loro ma, riducendosi35spesso molti fanti in una casa medesima, era il padrone di quella necessitato di provedere al vivere di tutti; e l’altre case, non avendo da dare loro gli alimenti, bisognava si componessino con denari36: e toccavano talvolta a uno fante solo più alloggiamenti, che37, da uno in fuora che gli provedeva del vitto, gravava gli altri a pagargli denari.
Questa condizione miserabile, ed esercitata con tanta crudeltà, aveva disperato gli animi di tutto il ducato e specialmente quegli del popolo di Milano, non assuefatto, innanzi alla entrata del marchese di Pescara in Milano, a essere gravato di alimenti o di contribuzione per gli alloggiamenti de’ soldati; e il quale, essendo potente di numero e di armi, ancoraché non in quella frequenza38 che soleva essere innanzi alla peste, non poteva tollerare tanta insolenza e acerbissime esazioni : dalle quali per liberarsi, o almeno per moderarle in qualche parte, benché i milanesi avevano mandati a Cesare imbasciadori, erano stati espediti39 con parole generali ma senza alcuna provisione40. Né mancava anche Milano, non gravato secondo la41 sua proporzione di quel numero di soldati che l’altre terre, avere a pagare42 denari per le spese publiche, cioè di quelle che accadesse fare per ordine de’ capitani per conservazione delle cose di Cesare: i quali denari esigendosi difficilmente43, si usavano per44 i ministri proposti alle esazioni molte acerbità. Per le quali cose essendo condotto il popolo in estrema disperazione si convenneno popolarmente tra loro medesimi di resistere con l’armi in mano alle esazioni, e che ciascuno che fusse gravato dagli esattori chiamasse i vicini a difenderlo; i quali tutti, e dietro a loro gli altri che fussino chiamati, concorressino, al comandamento de’ capitani deputati per molte parti della città, per resistere a quegli che facessino le esazioni e a’ soldati che volessino favorirgli. Il quale ordine poi che fu dato, accadde che uno fabbro della città, essendo andati gli esattori a gravarlo, concitò45 per sua difesa i vicini; dietro a’ quali concorrendo gli altri del popolo si fece per la città grandissima sollevazione46 : per la quale sedare essendo concorsi Antonio de Leva e il marchese del Guasto, e in compagnia loro alcuni de’ principali gentiluomini di Milano, si quietò finalmente il tumulto, ma ricevuta promessa da’ capitani che, contenti delle entrate publiche, non graverebbeno alcuno per altre imposizioni né metterebbeno in Milano altri soldati. Non durò questa concordia se non insino a l’altro giorno47, perché essendo venuto avviso che alla città si accostavano nuovi soldati il popolo di nuovo prese l’armi, ma con maggiore tumulto e molto più ordinato e con maggiore concorso che non si era fatto il dì precedente. Al quale impeto cominciando i capitani a temere di non potere resistere, ebbeno (così affermano molti) inclinazione di partirsi con la gente da Milano; e si crede che così arebbeno messo in esecuzione se il popolo avesse unitamente dimostrato di volere procedere alla offensione loro e de’ soldati. Ma cominciorno imperitamente a saccheggiare la corte vecchia, dove risedeva il capitano della giustizia criminale con certo numero di fanti; cominciando a volere fare il principio da quello che doveva essere l’ultimo della loro esecuzione48: dal quale disordine i capitani imperiali avendo ripreso animo, fortificate le loro strade e chiamata la maggiore parte de’ fanti che stavano allo assedio del castello, si congregorono insieme per resistere se il popolo volesse assaltargli. Questo dette occasione a quegli che erano assediati di uscire fuora del castello ad assaltare i ripari fatti dalla parte di dentro49, ma si ritirorono presto non vedendo avere soccorso dal popolo; il quale, parte per essere inesperto all’armi parte per portare alle case loro le robe guadagnate nel sacco di corte vecchia, non solo non faceva l’operazioni convenienti ma si andava più presto risolvendo50 : con la quale occasione i capitani, interponendosi alcuni de’ gentiluomini, sedorono anche questo tumulto, ma con promissione di cavare tutti i soldati della città e del contado di Milano, eccetto i fanti tedeschi che erano allo assedio del castello. Così facilmente dalla astuzia degli uomini militari si era fuggito uno gravissimo pericolo, elusa la imperizia dell’armi de’ popolari, e i disordini ne’ quali facilmente la moltitudine tumultuosa, e che non ha capi prudenti o valorosi, si confonde. Ma non essendo per queste concordie né dissolute le intelligenze51 né deposte l’armi del popolo, anzi dimostrandosi ogni dì disposizione di maggiore sollevazione, pareva a chi pensava di travagliare le cose di Cesare occasione di grandissimo momento; considerando massime le poche forze e l’altre difficoltà che avevano gli imperiali, e ricordandosi che, nelle guerre prossime52, l’ardore maraviglioso che il popolo di Milano e dell’altre terre avevano avuto in favore loro era stato grandissimo fondamento alla difensione di quello stato.
1. alla… giuramenti: al sacro vincolo dei giuramenti. Cfr. il latino religio iusiurandi.
2. osservandola: se la osservava.
3. stabilire: consolidare.
4. o veramente: oppure.
5. ricevere,., una guerra: essere costretto a far fronte… ad una guerra.
6. non… ambiguità: non si dubitò a lungo.
7. la mente: l’intenzione.
8. lo appuntamento: l’accordo.
9. per… della: per comprendere chiaramente la.
10. Edoardo III (1327-77).
11. Giovanni il Buono (1350-64).
12. Edoardo detto il Principe Nero, morto nel 1376.
13. in… custodia: a piede libero (cfr. il lat. custodia libera)
14. conversato seco: avuto rapporti con lui.
15. certificato: accertato.
16. concorrere: contribuire.
17. lume: intelligenza.
18. protestato: dichiarato.
19. inoneste: disonorevoli.
20. le… violentemente: gli obblighi assunti in stato di costrizione.
21. Reims.
22. per i quali: in virtù dei quali (giuramenti).
23. moderare la: porre freno alla.
24. si maneggiasse: si trattasse e concludesse.
25. con… asseverazione: molto fermamente.
26. di non: dal.
27. ritenuto … a convenire seco: trattenuto… dall’accordarsi con lui.
28. significarono: riferirono.
29. crescevano… l’occasione: aumentava la necessità e si mostrava sempre più favorevole l’occasione.
30. rimettersi… di: arrendersi senza condizioni a.
31. proponesse… strettezza: dipingesse le proprie difficoltà maggiori di quelle.
32. riscontri: indizi.
33. gravandolo… le quali: obbligando a contribuire al sostentamento delle compagnie gli abitanti dei vari luoghi, i quali.
34. accordare… questo peso con danari: concordare… la somma da pagare per questo onere.
35. riducendosi: raccogliendosi.
36. si… danari: si accordassero dietro pagamento di danaro.
37. che: si riferisce a uno fante.
38. frequenza: popolosità.
39. espediti: rimandati indietro.
40. provisione: provvedimento concreto.
41. secondo la: rispetto alla.
42. Né mancava anche Milano… avere a pagare: e nemmeno Milano era esentata… dall’obbligo di pagare.
43. esigendosi difficilmente: essendo difficile riscuoterli.
44. per: da parte di.
45. concitò: sobillò.
46. 24-25 aprile 1526.
47. a…, giorno: al giorno successivo.
48. cominciando… esecuzione: cominciando la loro azione con un atto che avrebbe dovuto essere non il primo ma l’ultimo.
49. i ripari… dentro: le opere di difesa erette all’interno della città per proteggerla dagli attacchi del castello.
50. risolvendo: sciogliendo, disperdendo.
51. dissolute le intelligenze: sventati i complotti, sciolte le intese.
52. prossime: ultime, recenti.
CAPITOLO II
Ragioni per cui il pontefice propende ad accordi col re di Francia contro Cesare. Decisione del pontefice e dei veneziani di conchiudere la confederazione col re di Francia. Assoldamento di milizie.
Erano in questi termini le cose d’Italia quando sopravennono gli avvisi di Francia della pronta disposizione e offerte del re, e della richiesta fatta da lui che e’ si mandassino i mandati1 ; e nel tempo medesimo gli imbasciadori del re d’Inghilterra che erano appresso al pontefice lo confortorono assai a pensare che si moderasse la grandezza di Cesare, e a dare animo al re di Francia di non osservare la capitolazione. Per le quali cose non solo i viniziani, che in ogni tempi e in occasioni molti minori avevano confortato a pigliare l’armi, ma il pontefice ancora, che molto diffìcilmente si disponeva a entrare in questo travaglio, gli parve essere necessitato a raccorre la somma de’ discorsi suoi2 e non differire più di fare qualche deliberazione. Le ragioni, che a’ mesi passati l’avevano inclinato alla guerra, non solo erano le medesime ma ancora più considerabili e più potenti : perché e quanto tempo più si erano allungate le pratiche Cesare aveva potuto scoprire meglio3 l’animo del pontefice essere alieno dalla grandezza sua; e il pontefice, per lo accordo che egli aveva fatto col re di Francia, era entrato in giusto sospetto di non potere ottenere condizioni eque da lui, e che gli4 avesse in animo di opprimere il resto d’Italia; e il pericolo ogni dì più era presente, approssimandosi il castello di Milano alla dedizione5. Incitavano l’animo suo le ingiurie che si rinnovavano dai capitani imperiali; i quali, dopo la capitolazione fatta a Madril, avevano mandato ad alloggiare nel piacentino e nel parmigiano uno colonnello6 di fanti italiani, dove facevano infiniti danni; e querelandosene il pontefice, rispondevano che per7 non essere pagati vi erano venuti di propria autorità8. Commovevanlo eziandio le cose forse più leggiere ma interpretate, come si fa nelle sospizioni9 e nelle querele, nella parte10 peggiore : perché Cesare aveva publicato in Spagna certi editti pragmatici11 contro alla autorità della sedia apostolica, per virtù de’ quali essendo proibito a’ sudditi suoi trattare cause beneficiali di quegli regni nella corte romana, ebbe ardire uno notaio spagnuolo, entrato nella ruota di Roma il dì deputato alla udienza, intimare in nome di Cesare ad alcuni che desistessino di litigare in quello auditorio. Né solo pareva che per la liberazione del cristianissimo fusse sciolto quel nodo che aveva tenuto implicati12 gli animi di ciascuno, che i franzesi per riavere il suo re fussino per abbandonare la lega, e la compagnia del re di Francia si conosceva di molto più importanza alla impresa che non sarebbe stata quella della madre e del governo, ma ancora si vedevano maggiori l’altre occasioni13. Perché la sollevazione del popolo di Milano pareva di non piccolo momento14 e, per la carestia che era di vettovaglie in quello stato, si giudicava fusse vantaggio grande assaltare gl’imperiali innanzi che per la ricolta avessino comodità di vettovaglie le terre forti, innanzi si perdesse il castello di Milano e che Cesare avesse più tempo di mandare in Italia nuove genti o provisione di danari. E veniva in considerazione che il re di Francia, il quale per la memoria delle cose passate verisimilmente si diffidava del pontefice, non vedendo in lui ardore alla guerra, non si risolvesse15 a osservare la concordia fatta a Madril o a rifermarla16 di nuovo; né si dubitava che, congiunte insieme tante forze terrestri e marittime e la facoltà di continuare nelle spese, benché gravi, lungamente, che le condizioni di Cesare, abbandonato da tutti gli altri ed esausto di danari, sarebbeno molto inferiori nella guerra. Solamente faceva scrupolo in contrario17 il timore che il re, per il rispetto de’ figliuoli non abbandonasse gli altri collegati, come si era dubitato non facesse il governo di Francia quando il re era prigione. Pure il caso si riputava diverso: perché, pigliando l’armi contro a Cesare con tante occasioni18, pareva che sì grande fusse la speranza di ricuperargli con le forze, e con questo19 avesse a succedere con tanta sua riputazione, che e’ non avesse causa di prestare orecchi a concordia particolare20, la quale succederebbe non solo con ignominia sua ma eziandio con pregiudicio21 proprio, se non presente almeno futuro; perché il permettere che Cesare riducesse Italia ad arbitrio suo non poteva, alla fine, essere se non molto pericoloso al reame di Francia. Dalla quale ragione si inferiva similmente che avesse a esercitare ardentissimamente la guerra: perché pareva inutilissimo consiglio22, confederandosi contro a Cesare, privarsi della recuperazione de’ figliuoli con l’osservanza della concordia; e nondimeno, da altra parte, pretermettere23 quelle cose per le quali poteva sperare di conseguirgli gloriosamente con l’armi.
Considerorno forse, quegli che discorsono24 in questo modo, più quello che ragionevolmente si doveva fare che non considerorno quale sia la natura e la prudenza de’ franzesi: errore nel quale certamente spesso si cade nelle consulte e ne’ giudizi che si fanno della disposizione e volontà di altri25. Anzi forse non considerorono perfettamente quanto i prìncipi, consci il più delle volte della inclinazione propria ad anteporre l’utilità alla fede, siano facili a persuadersi il medesimo degli altri prìncipi; e che però il re di Francia, sospettando che il pontefice e i viniziani, come per l’acquisto del ducato di Milano fussino assicurati della potenza di Cesare, diventassino negligenti o alieni dagli interessi suoi, giudicasse essergli più utile la lunghezza della guerra che la vittoria, come mezzo più facile a indurre Cesare, stracco dai travagli e dalle spese, a restituirgli con nuova concordia i figliuoli. Ma movendo il pontefice le ragioni precedenti, e molto più la penitenza26 di avere aspettato oziosamente il successo della giornata di Pavia, e lo essere statone morso e ripreso di timidità27 da ciascuno, le voci di tutti i suoi ministri, di tutta la corte, di tutta Italia, che lo increpavano28 che la sedia apostolica e Italia tutta fussino ridotte in tanti pericoli per colpa sua, deliberò finalmente non solo di confederarsi col re di Francia e con gli altri contro a Cesare ma di accelerarne la conclusione29, e per gli altri rispetti e per questo massime, che le provisioni potessino essere a tempo a soccorrere il castello di Milano innanzi che per la fame si arrendesse agli inimici. La quale necessità fu cagione di tutti i mali che seguitorono : perché altrimenti, procedendo più lentamente, il pontefice, dalla autorità del quale dependevano in questa agitazione30 non poco i viniziani, arebbe aspettato se Cesare, commosso dalla inosservanza del re di Francia, proponesse per sicurtà comune quelle condizioni che prima aveva denegate. E quando pure fusse stato necessitato a pigliare le armi, non essendo costretto a dimostrarne al re di Francia tanta necessità, arebbe facilmente ottenute da lui per sé e per i viniziani migliori condizioni; ma senza dubbio sarebbono stati meglio distinti31 gli articoli della confederazione, stabilita maggiore sicurtà della osservanza, e ultimatamente32 non cominciata la guerra se prima non si fussino mossi i svizzeri e ridotte in essere33 tutte le provisioni necessarie, e forse entrato nella confederazione il re di Inghilterra : col quale, per la distanza del cammino34, non s’ebbe tempo a trattare. Ma parendo al pontefice e al senato viniziano, per il pericolo del castello, di somma importanza la celerità, espedirono35 subito ma secretissimamente i mandati di fare la confederazione agli uomini loro; con condizione che, per minore dilazione, si riferissino quasi a quegli medesimi capitoli che prima erano stati trattati con madama la reggente.
Ma sopravenendo pure tuttavia avvisi nuovi della necessità del castello, entrò il pontefice in considerazione che, essendo necessario che, per essere impedito il cammino diritto da Roma alla corte di Francia, gli spacci andassino con lungo circuito per il cammino de’ svizzeri, e che essendo facil cosa che nel capitolare36 nascesse qualche difficoltà per la quale di necessità si interponesse tempo, che potrebbe accadere che e’ si tardasse tanto a conchiudere la confederazione che, se si differisse a cominciare dopo la conclusione a fare le provisioni per soccorrere il castello, era da dubitare non fussino fuora di tempo : e però, consultato37 questo pericolo co’ viniziani, stimolati ancora dagli agenti del duca di Milano che erano a Roma e a Vinegia e da molti partigiani suoi che proponevano vari partiti, si risolverono preparare tante forze che paressino bastanti a soccorrere il castello, per usarle subito che38 di Francia si fusse avuta la conclusione della lega; e intratanto dare speranza al popolo di Milano, e fomentare varie pratiche proposte loro nelle terre di quello stato. Però unitamente conchiuseno che i viniziani spignessino a’ confini loro, verso il fiume dell’Adda, il duca d’Urbino con le loro genti d’arme e seimila fanti italiani; e il pontefice mandasse a Piacenza il conte Guido Rangone con seimila fanti. E perché e’ pareva necessario avere uno grosso numero di svizzeri (anzi il duca di Urbino faceva intendere a’ viniziani essere necessario a conseguire totalmente la vittoria avere dodicimila svizzeil), e il pontefice e i viniziani, per non si scoprire tanto contro a Cesare insino non avessino certezza che la lega fusse fatta, non volevano mandare in Elvezia uomini loro a levargli39, fu udito40 Gianiacopo de’ Medici milanese; il quale mandato dal duca di Milano (per essere intervenuto allo omicidio di Monsignorino Visconte) castellano della rocca di Mus, conosciuta l’occasione de’ tempi e la fortezza del luogo, se ne era fatto padrone. Il quale, facendo intendere che molti mesi innanzi aveva tenute pratiche con vari capitani svizzeri per questo effetto, offerse di fare muovere, subito che gli fussino mandati seimila ducati, seimila svizzeri, non soldati41 per decreto de’ cantoni ma particolarmente42; a’ quali come fussino scesi nel ducato di Milano s’avesse a dare il compimento della paga. E, come accade nelle imprese che da uno canto sono reputate facili dall’altro sono sollecitate dalla strettezza del tempo, non solo l’offerta di costui, essendo massime approvata dai ministri del duca di Milano e da Ennio vescovo di Veroli, al quale il pontefice prestava fede nelle cose de’ svizzeri per averle in nome della Chiesa trattate lungamente, e però era stato per suo ordine molti mesi a Brescia, e allora stava appresso al proveditore viniziano, donde continuamente trattava con molti di quella nazione, fu senza pensare più innanzi accettata dal papa e da’ viniziani; ma ancora fu udito in Vinegia Ottaviano Sforza vescovo di Lodi che offeriva di levarne facilmente numero grande, e da loro, subito, senza consultarne altrimenti col pontefice, spedito in Elvezia per soldarne altri seimila, nel modo medesimo e co’ medesimi pagamenti. Dalle quali cose male intese43 nacque, come di sotto si dirà, principio grande di mettere in disordine la impresa che con tanta speranza si cominciava.
1. i mandati: il mandato (agli ambasciatori) di concludere l’accordo.
2. raccorre… suoi: tirare le fila delle proprie considerazioni.
3. aveva… meglio: tanto meglio aveva potuto rendersi conto.
4. gli: egli (Cesare).
5. dedizione: resa.
6. Il colonnello era l’insieme di più compagnie di soldati.
7. per: ha valore causale.
8. di… autorità: di propria autonoma iniziativa.
9. nelle sospizioni: quando si è pieni di sospetti.
10. nella parte: nel senso.
11. pragmatici: normativi.
12. implicati: perplessi.
13. ancora… occasioni: anche la situazione generale sembrava presentare occasioni più favorevoli.
14. momento: peso.
15. non si risolvesse: avrebbe potuto decidersi.
16. rifermarla: riconfermarla.
17. faceva… contrario: faceva dubitare a favore dell’ipotesi contraria.
18. con tante occasioni: potendo approfittare di tante occasioni favorevoli,
19. con questo: in questo modo (con le forze).
20. concordia particolare: accordo bilaterale.
21. pregiudicio: danno.
22. inutilissimo consiglio: deliberazione del tutto priva di utilità.
23. pretermettere: non fare.
24. discorsono: considerarono e giudicarono.
25. Considerarono… altri: cfr. Ricordi, C 128 (Opere, I, pp. 764-65) e C 151 (Opere, I, p. 771).
26. la penitenza: il pentimento.
27. morso… timidità: attaccato e accusato di aver avuto paura.
28. lo increpavano: gli rimproveravano.
29. accelerarne la conclusione: si sottintende «del confederarsi».
30. agitazione: trattative.
31. meglio distinti: più precisi.
32. ultimatamente: infine.
33. ridotte in essere: fatte.
34. per… cammino: per la lunga distanza.
35. espedirono: mandarono.
36. nel capitolare: nella stipulazione definitiva dell’accordo.
37. consultato: esaminato in comune.
38. subito che: appena.
39. levargli: reclutarli.
40. fu udito: si accettò la proposta di.
41. soldati: assoldati.
42. particolarmente: privatamente.
43. intese: disposte e guidate.
Dichiarazioni e proposta del re di Francia al viceré riguardo alle condizioni concluse con Cesare, e indugio della conclusione degli accordi col pontefice e coi veneziani. Sdegno di Cesare per la proposta del re di Francia e sue deliberazioni. Conclusione e patti della lega fra il pontefice i veneziani ed il re di Francia. Il pontefice ed i veneziani deliberano la rottura della guerra.
Ma mentre che queste cose si preparano in Italia, cominciando Cesare a sospettare delle dilazioni interposte alla ratificazione, il viceré di Napoli, il quale insieme con gli statichi1 e con la regina Elionora si era fermato nella terra di Vittoria per condurgli al re subito che avesse adempiuto le cose contenute nella capitolazione, andò e con lui Alarcone, per commissione di Cesare, al re di Francia, il quale da Baiona si era trasferito a Cugnach, per certificarsi2 interamente della sua intenzione. Dal quale benché e’ fusse ricevuto con grandissimo onore e carezze, e come ministro di Cesare e come quello da chi il re cristianissimo riconosceva in grande parte la sua liberazione, lo trovò in tutto alieno da volere rilasciare la Borgogna; scusandosi ora che non potrebbe mai avere il consentimento del regno, ora che non arebbe mai volontariamente consentito a una promessa che per essere di tanto pregiudizio alla corona di Francia era impossibile a lui l’osservarla : ma che, desiderando quanto poteva di mantenersi l’amicizia cominciata con Cesare e dare perfezione al parentado, sarebbe contento, tenendo fermo tutte l’altre cose convenute tra loro, pagare a Cesare in luogo del dargli la Borgogna due milioni di scudi; dimostrando che non altro lo indurrebbe a confermare con questa moderazione3 la confederazione fatta a Madril che la inclinazione grande che aveva di essere in bona intelligenza4 con Cesare, perché non gli mancavano né offerte né stimoli del pontefice, del re d’Inghilterra e de’ viniziani per incitarlo a rinnovare la guerra. La quale risposta e ultima sua deliberazione e il viceré significò5 a Cesare, e il re vi mandò uno de’ suoi segretari a esporgli il medesimo. Donde procedette che, benché i mandati del pontefice e de’ viniziani, prima molto desiderati, fussino arrivati nel tempo medesimo, il re, inclinato più alla concordia con Cesare, e però deliberato di aspettare la risposta sopra questo partito nuovo del quale il viceré gli aveva dato speranza, cominciò apertamente a differire la conclusione della confederazione: non dissimulando totalmente, perché era impossibile tenerlo occulto, di trattare nuova concordia con Cesare, la quale essendogli stata proposta dal viceré non poteva fare nocumento alcuno l’udirla6; e affermando efficacemente, benché altrimenti avesse in animo, che non farebbe mai conclusione alcuna se con la restituzione de’ figliuoli non fusse anche congiunta la relassazione7 del ducato di Milano e la sicurtà di tutta Italia. La quale cosa sarebbe stata bastante a intepidire l’animo del pontefice se, per il sospetto fisso nell’animo, non avesse giudicato che il confederarsi col re di Francia fusse unico rimedio alle cose sue.
Ma è cosa maravigliosa quanto l’animo di Cesare si perturbasse ricevuto che ebbe l’avviso del viceré, e intesa la esposizione del segretario franzese; perché gli era molestissimo cadere della speranza della recuperazione della Borgogna desiderata sommamente da lui, per la amplificazione della sua gloria e per la opportunità di quella provincia a cose maggiori8. Indegnavasi grandemente che il re di Francia, partendosi dalle promesse e dalla fede data, facesse dimostrazione manifesta a tutto il mondo di disprezzarlo; e gli pungeva anche l’animo non mediocremente una certa vergogna che, avendo contro al consiglio di quasi tutti i suoi, contro al giudicio universale di tutta la corte, contro a quello che, poi che si era inteso l’accordo fatto, gli era stato predetto di Fiandra da madama Margherita sorella del padre suo9 e da tutti i ministri suoi di Italia, misurata10 male la importanza e la condizione delle cose, si fusse persuaso che il re di Francia avesse a osservare. Ne’ quali pensieri, calcolato diligentemente quel che convenisse alla degnità propria e in quali pericoli e difficoltà rimanessino in qualunque caso le cose sue, deliberò di non alterare il capitolo che parlava della restituzione di Borgogna: più presto, concordandosi col pontefice, consentire alla reintegrazione di Francesco Sforza, come se più fusse secondo il decoro suo perdonare a uno principe minore che, cedendo alla volontà di uno principe potente ed emulo della grandezza sua, fare quasi confessione di timore; più presto avere la guerra pericolosissima con tutti che rimettere11 la ingiuria ricevuta dal re di Francia. Perché dubitava che il pontefice, vedendo essere stata sprezzata l’amicizia sua, non avesse alienato totalmente l’animo da lui; e gli accresceva il sospetto lo intendere che oltre allo avere mandato uno uomo in Francia a congratularsi, vi mandava publicamente uno imbasciadore; e molto più che nuovamente12 aveva condotto a’ soldi suoi13, sotto colore14 di assicurare le marine dello stato della Chiesa dai mori, Andrea Doria con otto galee e con trentacinquemila ducati di provisione l’anno: la quale condotta, per la qualità della persona e per non avere mai prima il pontefice pensato a potenza marittima, e per essere egli15 stato più anni agli stipendi del re di Francia, gli dava sospizione non16 fusse fatta con intenzione di turbare le cose di Genova. Però, preparandosi a qualunque caso, fece in uno tempo medesimo molte provisioni : sollecitò la passata in Italia del duca di Borbone, la quale prima procedeva lentamente, ordinando che di Italia venissino a Barzalona sette galee sue che erano a Monaco per aggiugnerle alle tre galee di Portondo17, e sollecitando che in Italia portasse provisione di centomila ducati, perché l’andata sua senza denari sarebbe stata vana; destinò18 don Ugo di Moncada al pontefice, con commissione19, secondo publicava, da sodisfargli : ma questo limitatamente20, perché volle andasse prima alla corte del re di Francia, acciò che, inteso dal viceré se vi era speranza alcuna che il re volesse osservare, o non passasse più innanzi o, passando, variasse le commissioni secondo lo stato e la necessità delle cose.
Ma a ogni consiglio salutifero del pontefice si opponeva il pericolo dello arrendersi il castello di Milano, già vicino alla consunzione; il timore che tra il re di Francia e Cesare non21 si stabilisse, con qualche mezzo, la congiunzione22; la incertitudine di quel che avesse a partorire la venuta di don Ugo di Moncada, nella quale era sospetto l’avere prima a passare per la corte di Francia; sospette di poi, quando bene passasse in Italia, le simulazioni e le arti loro23. Però, sollecitando insieme co’ viniziani la conclusione della confederazione, il re finalmente, poiché per la venuta di don Ugo ebbe compreso Cesare essere alieno da alterare gli articoli della capitolazione, temendo che il differire più a confederarsi non inducesse il pontefice a nuove deliberazioni, e giudicando che per questa confederazione sarebbeno appresso a Cesare in maggiore esistimazione le cose sue24, e che forse il timore piegherebbe in qualche parte l’animo suo, stimolato ancora a questo medesimo dal re d’Inghilterra, il quale più con le persuasioni che con gli effetti favoriva questa conclusione, ristrinse le pratiche25 della lega. La quale il decimosettimo dì di maggio dell’anno millecinquecentoventisei si conchiuse, in Cugnach, tra gli uomini del consiglio procuratori del re da una parte, e gli agenti del pontefice e de’ viniziani dall’altra, in questa sentenza26: che tra il pontefice il re di Francia i viniziani e il duca di Milano (per il quale il pontefice e i viniziani promesseno la ratificazione) fusse perpetua lega e confederazione, a effetto di fare lasciare libero il ducato di Milano a Francesco Sforza e di ridurre in libertà27 i figliuoli del re: che a Cesare si intimasse28 la lega fatta, e fusse in facoltà sua di entrarvi in termine di tre mesi, restituendo i figliuoli al re, ricevuta per la liberazione loro una taglia onesta che avesse a essere dichiarata29 dal re di Inghilterra, e rilasciando anche il ducato di Milano interamente a Francesco Sforza, e gli altri stati di Italia nel grado che erano innanzi si cominciasse l’ultima guerra: che di presente, per la liberazione di Francesco Sforza assediato nel castello di Milano e per la ricuperazione di quello stato, si movesse la guerra con ottocento uomini d’arme settecento cavalli leggieri e ottomila fanti per la parte del pontefice, e per la parte de’ viniziani con ottocento uomini d’arme mille cavalli leggieri e ottomila fanti, e del duca di Milano con quattrocento uomini d’arme trecento cavalli leggieri e quattromila fanti, come prima30 ne avesse la possibilità ; e intratanto mettessino per lui i quattromila fanti il pontefice e i viniziani: il re di Francia mandasse subito in Italia cinquecento lance, e durante la guerra pagasse ogni mese al pontefice e a’ viniziani quarantamila scudi, co’ quali si conducessino31 fanti svizzeri: che il re rompesse subito la guerra a Cesare di là da i monti, da quella banda che più gli parasse opportuno, con esercito almanco di dumila lance e di diecimila fanti e numero sufficiente d’artiglierie : armasse dodici galee sottili32 e i viniziani tredici a spese proprie; unisse il pontefice a queste le galee con le quali aveva condotto Andrea Doria; e che la spesa delle navi necessarie per detta armata fusse comune; con la quale armata si navigasse contro a Genova; e dipoi vinto o indebolito in Lombardia l’esercito cesareo si assaltasse potentemente per terra e per mare il reame di Napoli; del quale, quando si acquistasse, avesse a essere investito re chi paresse al pontefice, benché in uno capitolo separato si aggiugnesse che non potesse disporne senza consenso de’ collegati, riservatogli nondimeno i censi antichi che soleva avere la sedia apostolica e uno stato per chi paresse a lui, di entrata di quarantamila ducati: che, acciò che il re di Francia avesse certezza che la vittoria che si ottenesse in Italia e l’acquisto del reame di Napoli faciliterebbe la liberazione de’ figliuoli, che in tale caso, volendo Cesare infra quattro mesi dopo la perdita di quel reame entrare nella confederazione con le condizioni soprascritte, gli fusse restituito, ma non accettando questa facoltà, avesse il re di Francia in perpetuo sopra il reame di Napoli uno censo di ducati settantacinquemila l’anno : non potesse il re di Francia, in tempo alcuno né per qualunque cagione, molestare Francesco Sforza nel ducato di Milano, anzi fusse obligato insieme con gli altri a difenderlo contro a ciascuno e a procurare quanto potesse che tra i svizzeri e lui si facesse nuova confederazione, ma avesse da lui censo annuo di quella quantità che paresse al pontefice e a’ viniziani, non potendo però arbitrare33 manco di cinquantamila ducati l’anno: avesse Francesco Sforza a ricevere ad arbitrio del re moglie nobile di sangue franzese, e fusse obligato ad alimentare condecentemente34 Massimiliano Sforza suo fratello in luogo della pensione annua la quale riceveva dal re : fusse restituita al re la contea di Asti, e ricuperandosi Genova vi avesse quella superiorità che vi soleva avere per il passato; e che volendo Antoniotto Adorno, che allora ne era doge, accordarsi con la lega, fusse accettato, ma riconoscendo il re di Francia per superiore, nel modo che pochi anni innanzi aveva fatto Ottaviano Fregoso : che da tutti i collegati fusse richiesta a Cesare la restituzione de’ figliuoli regi, e ricusando farlo gli fusse denunziato35, in nome di tutti, che i confederati non pretermetterebbeno36 cosa alcuna per conseguirla; e che finita la guerra di Italia, o almanco preso il regno di Napoli, e indebolito talmente lo esercito cesareo che e’ non fusse da temerne, fussino obligati aiutare il re di Francia di là da’ monti contro a Cesare, con mille uomini d’arme mille cinquecento cavalli leggieri e diecimila fanti, o di danari in luogo delle genti, a elezione del re: non potesse alcuno de’ confederati senza consentimento degli altri convenire con Cesare; al quale fusse permesso, in caso entrasse nella confederazione, andare a Roma per la corona imperiale, con numero di gente non formidabile37, da dichiararsi dal pontefice e da’ viniziani: che morendo eziandio alcuno de’ collegati la lega restasse ferma, e che il re di Inghilterra ne fusse protettore e conservatore, con facoltà di entrarvi; ed entrandovi si desse a lui nel regno di Napoli uno stato di entrata annua di ducati trentacinquemila, e uno di diecimila, o nel regno medesimo o in altra parte d’Italia, al cardinale eboracense. Recusò il pontefice che in questa confederazione fusse compreso il duca di Ferrara, ancora che desiderato dal re di Francia e da’ viniziani; anzi ottenne che nella confederazione si esprimesse, benché sotto parole generali, che i confederati fussino obbligati ad aiutarlo alla recuperazione di quelle terre delle quali era in disputa con la Chiesa. De’ fiorentini non fu dubbio che effettualmente non fussino compresi nella confederazione, disegnando il pontefice non solo valersi delle genti d’arme e di tutte le forze loro ma ancora di fargli concorrere38 seco, anzi sostentare per la maggiore parte le spese della guerra: ma per non turbare a quella nazione i commerci che avevano nelle terre suddite a Cesare, né mettere in pericolo i mercatanti loro, non furono nominati come principalmente collegati ma detto solamente che, per rispetto del pontefice, godessino tutte le esenzioni privilegi e benefici della confederazione come espressamente compresi, promettendo il pontefice per loro che per modo alcuno non sarebbeno contro alla lega. Né si providde chi avesse a essere capitano generale dello esercito e della guerra, perché la brevità del tempo non patì che si disputasse in sulle spalle di chi, per l’autorità e qualità sua, e per essere confidente di tutti39, fusse bene collocato tanto peso, non essendo massime facile trovare persona in chi concorressino tante condizioni.
Stipulata la lega, il re, il quale non aveva ancora in fatto rimosso l’animo dalle pratiche col viceré di Napoli, differì di ratificarla e di dare principio alla espedizione delle genti d’arme e de’ quarantamila ducati per il primo mese, insino a tanto venisse la ratificazione del pontefice e de’ viniziani; la quale dilazione benché turbasse la mente loro, nondimeno, strignendoli a andare innanzi le medesime necessità, fatta la ratificazione, deliberorno di cominciare subitamente, sotto titolo di volere soccorrere il castello di Milano, la rottura della guerra. E però il pontefice, il quale prima aveva mandato a Piacenza con le sue genti d’arme e con cinquemila fanti il conte Guido Rangone governatore generale dello esercito della Chiesa, vi mandò di nuovo con altri fanti e con le genti d’arme de’ fiorentini Vitello Vitelli, che ne era governatore, e Giovanni de’ Medici, quale fece capitano generale della fanteria italiana; e per luogotenente suo generale nello esercito e in tutto lo stato della Chiesa, con pienissima e quasi assoluta potestà, Francesco Guicciardini, allora presidente della Romagna. E i viniziani da altra parte augumentorno l’esercito loro, del quale era capitano generale il duca d’Urbino e proveditore Pietro da Pesero; fermandolo a Chiari in bresciano, con commissione che l’uno e l’altro esercito procedesse al danno de’ cesarei senza rispetto40 o dilazione alcuna.
1. statichi: ostaggi.
2. per certificarsi: per informarsi.
3. moderazione: modifica.
4. in… intelligenza: in buoni rapporti.
5. significò: comunicò.
6. non poteva… l’udirla: non aveva alcun peso negativo (rispetto alla confederazione con loro) il prenderne conoscenza.
7. relassazione: cessione.
8. per… maggiori: per la comodità che offriva quella provincia in vista della realizzazione di progetti più ambiziosi.
9. Margherita d’Asburgo, figlia di Massimiliano, governatrice di Fiandra.
10. misurata: valutata.
11. rimettere: perdonare.
12. nuovamente: recentemente.
13. condotto… suoi: assunto al suo servizio.
14. sotto colore: col pretesto.
15. egli: Andrea Doria.
16. sospizione non: sospetto che.
17. Rodrigo de Portundo, capitano di galee spagnole.
18. destinò: mandò.
19. commissione: istruzione, mandato.
20. limitatamente: con riserva.
21. che… non: che.
22. la congiunzione: l’accordo.
23. loro: degli spagnoli.
24. sarebbono… sue: la sua posizione apparirebbe a Cesare più forte e temibile.
25. ristrinse le pratiche: intensificò le trattative.
26. in questa sentenza: in questi termini.
27. ridurre in libertà: liberare.
28. si intimasse: si dichiarasse formalmente.
29. dichiarata: stabilita, fissata.
30. come prima, appena.
31. si conducessino: si assoldassero.
32. Le galee sottili erano galee più piccole di quelle normali, di forma stretta e allungata e con poco fondo.
33. non… arbitrare: senza però che essi (il pontefice e i veneziani) potessero stabilire.
34. alimentare condecentemente: fornire di un sostentamento che gli permettesse di vivere dignitosamente.
35. dinunziato: dichiarato.
36. pretermetterebbono: tralascerebbero.
37. formidabile: temibile.
38. concorrere: contribuire.
39. essere… tutti: godere della fiducia di tutti.
40. rispetto: riguardo, esitazione.
Tentativi di accordi di Ugo di Moncada a nome di Cesare col duca di Milano. Tentativi di accordi di Ugo di Moncada a nome di Cesare col pontefice. Lettere di Antonio de Leva intercette dal luogotenente del pontefice. Attesa in Italia di soldati svizzeri e ragioni del loro ritardo. Tumulti provocati a Milano dai capitani cesarei.
Era intratanto arrivato a Milano don Ugo di Moncada; il quale, benché la lega stipulata fusse ancora occulta al viceré e a lui, nondimeno, diffidando per le risposte del re che le cose si potessino più ridurre alla sodisfazione di Cesare1, aveva seguitato il suo cammino in Italia : dove, menato seco nel castello il protonotario Caracciolo2, fatta al duca ampia fede della benignità di Cesare, lo tentò che si rimettesse3 alla volontà sua. Ma rispondendo il duca che, per le ingiurie fattegli dai suoi capitani, era stato necessitato a ricorrere agli aiuti del pontefice e de’ viniziani, senza partecipazione de’ quali non era conveniente disponesse di se medesimo, gli dette don Ugo speranza la intenzione di Cesare essere che le imputazioni che gli erano date si vedessino4 sommariamente per il protonotario Caracciolo, prelato confidentissimo a lui; accennando farsi questo più presto per restituirgli lo stato con maggiore conservazione della riputazione di Cesare che per altra cagione, e che parlato che avesse col pontefice darebbe perfezione a queste cose: e nondimeno non consentì che prima si levasse l’assedio, e si promettesse di non innovare cosa alcuna, come il duca faceva instanza. Credettesi, e così divulgò poi la fama, che le facoltà date da Cesare a don Ugo fussino molto ampie, non solo di convenire col pontefice con la reintegrazione del5 duca di Milano ma eziandio di convenire col duca solo, assicurandosi che, restituito nello stato6, non nocesse alle cose di Cesare; ma non commesso così se non con limitazione di quello che consigliassino7 i tempi e la necessità; e che don Ugo, considerando in che estremità fusse ridotto il castello, e che la concordia col duca non giovava alle cose di Cesare se non quanto fusse mezzo a stabilire la concordia col pontefice e co’ viniziani, giudicasse inutile il comporre con lui solo. Feciono dipoi don Ugo e il protonotario condurre a Moncia il Morone, che era prigione nella rocca di Trezo8, più presto perché il protonotario pigliasse informazione da lui, avendo a essere giudice della causa, che per altra cagione.
Da Milano andò da poi don Ugo a Roma, avendo prima scritto a Vinegia che mandassino autorità sufficiente allo oratore loro di Roma per potere trattare le cose occorrenti9: dove arrivato si presentò insieme col duca di Sessa innanzi al pontefice10, proponendogli11 con parole magnifiche essere in potestà sua accettare la pace o la guerra; perché Cesare, ancora che per la sua buona mente12 avesse inclinazione più alla pace, era nondimeno e con l’animo e con le forze parato e a l’una e a l’altra. A che avendogli risposto il pontefice generalmente, dolendosi però che i mali termini usati seco dai suoi ministri e la tardità della venuta sua fussino cagione che, dove prima era libero di se medesimo, si trovasse ora obligato ad altri, ritornati a lui il dì seguente, gli esposeno la intenzione di Cesare essere : lasciare libero il ducato di Milano a Francesco Sforza, deponendosi però il castello in mano del protonotario Caracciolo insino a tanto che, per onore di Cesare, avesse conosciuto13 la causa, non sostanzialmente, ma per apparenza e cerimonia; terminare con modo onesto le differenze14 sue co’ viniziani; levare lo esercito di Lombardia co’ pagamenti altre volte ragionati15; né, in contracambio di queste cose, ricercare altro da lui se non che non si intromettesse tra Cesare e il re di Francia. A questa proposta rispose il pontefice: credere che e’ fusse noto a tutto il mondo quanto avesse sempre desiderato di conservare l’amicizia con Cesare, né avere mai ricercatolo di maggiori cose di quelle che spontaneamente gli offeriva; le quali, desiderando lui più il bene comune che lo interesse proprio, non potevano essere più secondo la sua sodisfazione : continuare e16 ora nel medesimo proposito, ancora che gli fussino state date molte cagioni di alterarlo; e nondimeno udire al presente con maggiore molestia d’animo che le gli fussino concedute che non aveva udito quando gli erano state denegate, perché non era più in potestà sua, come era stato prima, di accettarle : il che non essere proceduto per colpa sua ma per l’avere Cesare tardato tanto a risolversene: la quale [tardità] aveva causato che, non gli essendo mai stata porta speranza alcuna di assicurare le cose comuni d’Italia, e in questo mezzo [vedendo] consumarsi17 il castello di Milano, era stato necessitato, per la salute sua e degli altri, confederarsi col re di Francia; senza il quale, non volendo mancare alla osservanza della fede, non poteva più determinare cosa alcuna. Nella quale risposta avendo, non ostante molte replicazioni in contrario, perseverato costantemente, don Ugo, poiché gli ebbe parlato più volte invano, malcontento, ed egli e i capitani imperiali, che, esclusa la speranza della pace, le cose tendessino a manifesta guerra, la quale, per la potenza della lega e per le condizioni disordinate18 che avevano, riputavano molto difficile il sostenere, [se ne andò nelle terre dei Colonnesi].
Furono dal luogotenente del pontefice intercette lettere che Antonio de Leva scriveva al duca di Sessa, avvisandolo della mala disposizione del popolo di Milano, e che la cosa non teneva altro rimedio che l’aiuto di Dio; e lettere di lui medesimo e del marchese del Guasto scritte a don Ugo dopo la partita sua da Milano, dove lo sollecitavano della pratica dello accordo, facendo instanza che e’ gli avvisasse subito del seguito, con ricordargli il pericolo loro e dello esercito di Cesare.
Ma non era già tanta confidenza negli animi di chi aveva a disporre delle forze della lega quanto era il timore de’ capitani imperiali. Perché il duca di Urbino, nel quale aveva in fatto a consistere il governo degli eserciti, per il titolo di capitano generale che aveva delle genti viniziane, e per non vi essere uomo eguale a lui di stato, di autorità e di reputazione, stimando forse più che non era giusto la virtù delle genti spagnuole e tedesche e diffidando smisuratamente de’ soldati italiani, aveva fisso nello animo di non passare il fiume della Adda se con l’esercito non erano almanco cinquemila svizzeri; anzi dubitando che, se solamente con le genti de’ viniziani passava il fiume dell’Oglio, gli imperiali passassino Adda e andassino ad assaltarlo, faceva instanza che lo esercito ecclesiastico, che già era a Piacenza, passato il Po sotto Cremona, si andasse a unire con quello de’ viniziani, per accostarsi poi a Adda e aspettare in su le rive di quel fiume e in alloggiamento forte la venuta de’ svizzeri. La quale, oltre alla natura loro, aveva riscontrato19 in molte difficoltà, essendo stata data imprudentemente al castellano di Mus e al vescovo di Lodi la cura del condurli20: perché la vanità21 del vescovo di Lodi era poco efficace a questo maneggio, e il castellano era intento principalmente a fraudare una parte de’ danari mandatigli per pagarne i svizzeri; né avevano, l’uno o l’altro di loro, tanta autorità appresso a quella nazione che fusse bastante a farne levare22, massime con sì piccola quantità di danari, numero sì grande, così presto come sarebbe stato di bisogno; e questa anche si corrompeva23 per la emulazione nata tra loro, intenti più ad ambizione e a gli interessi particolari che ad altro. Aggiunsono anche qualche difficoltà gli agenti che erano per il re di Francia nelle leghe di Elvezia, perché non avevano notizia quale fusse sopra questa cosa la mente del re né se era contraria o conforme alla sua intenzione24; perché, non per inavvertenza ma studiosamente25, per quegli consigli che spesso parendo molto prudenti riescono troppo acuti, si era pretermesso26 di dare notizia al re di questa espedizione27. Perché Alberto Pio, oratore regio appresso al pontefice, aveva dimostrato essere pericolo che se il re intendesse, innanzi alla conclusione della lega, l’ordine dato di soldare i svizzeri non andasse più tardo a conchiuderla, parendogli già a ogni modo che senza lui fusse cominciata dal pontefice e da’ viniziani la guerra con Cesare. Così ritardandosi la venuta de’ svizzeri si ritardava il più principale e il più potente de’ fondamenti disegnati per soccorrere il castello di Milano, non ostante che il vescovo e il castellano della venuta loro prestissima dessino quotidianamente certa e presentissima speranza
Ma i capitani cesarei, poi che veddeno prepararsi scopertamente la guerra, per non avere in uno tempo medesimo a combattere con gli inimici di dentro e di fuora, [deliberorono] di assicurarsi del popolo di Milano; il quale diventando ogni dì più insolente non solo negava loro tutte le provisioni dimandavano, ma eziandio se alcuno de’ soldati spagnuoli fusse trovato per la città separato dagli altri era ammazzato da i milanesi. Captata28 adunque occasione dai disordini che si facevano per la terra, dimandorno che alcuni capitani del popolo si uscissino di Milano; donde nata sollevazione furono alcuni spagnuoli che andavano per Milano ammazzati da certi popolari : e però Antonio de Leva e il marchese, fatto tacitamente accostare le genti a Milano, protestato29 non essere più obligati agli accordi fatti a’ dì passati, il dì decimosettimo di giugno fatto ammazzare in loro presenza, per dare principio al tumulto, uno della plebe che non aveva fatto loro reverenza, e dopo lui tre altri, e usciti degli alloggiamenti con una squadra di fanti tedeschi, detteno cagione al popolo di dare all’armi. Il quale, se bene nel principio sforzò la corte vecchia e il campanile del vescovado dove era guardia di fanti italiani, combattendo alla fine senza ordine, come fanno i popoli imperiti, più con le grida che con l’armi, ed essendo offesi molto dagli scoppiettieri, posti ne’ luoghi eminenti che prima avevano occupati, ne erano feriti e ammazzati molti di loro: in modo che, crescendo continuamente i disordini e il terrore, e avendo i fanti tedeschi cominciato a mettere fuoco nelle case vicine, e già approssimandosi alla città le fanterie spagnuole chiamate da’ capitani, il popolo, temendo degli estremi mali, convenne30 che i suoi capitani e molti altri de’ popolari, i quali vi consentirono, si partissino di Milano, e che la moltitudine deponesse l’armi sottomettendosi alla obbedienza de’ capitani. I quali accelerorono di31 fare cessare con queste condizioni il tumulto innanzi che i fanti spagnuoli entrassino dentro, dubitando che, se entravano mentre che l’una e l’altra parte era in su l’armi, non fusse in potestà loro di raffrenare l’impeto militare che la non andasse a sacco: dalla quale cosa aveano l’animo alieno, e per timore che lo esercito arricchito di sì grossa preda non si dissolvesse32 o diminuisse notabilmente, come perché, considerando la carestia de’ danari e l’altre difficoltà che arebbeno nella guerra, giudicavano essere più utile conservare quella città, per potervi lungamente dentro pascere lo esercito, che consumare in uno giorno tutto il nervo e lo spirito33 che aveva.
1. ridurre… Cesare: mettere in modo soddisfacente per Cesare.
2. Marino Aocanio Caracciolo, membro del corpo diplomatico imperiale.
3. lo… rimettees: cérco d’indurlo a rimettersi.
4. si vedessino: fossero giudicate.
5. con… del: accettando di reintegrare il.
6. restituito nello stato: rimesso al potere.
7. non… consigliassino: queste istruzioni erano subordinate a ciò che avessero consigliato.
8. Trezzo.
9. le cose occorrenti: le questioni che si presentavano.
10. 16 giugno.
11. proponendogli: dichiarandogli.
12. per… mente: per le sue buone intenzioni.
13. conosciuto: giudicato.
14. le differenze: le controversie.
15. ragionati: detti, concordati.
16. e: anche.
17. consumarsi: indebolirsi, essere vicino ad arrendersi.
18. per… disordinate: per le difficoltà finanziarie.
19. riscontrato: urtato.
20. la… condurli: l’incarico di assoldarli.
21. la vanità: la leggerezza.
22. levare: assoldare.
23. si corrompeva: veniva minata.
24. se… intenzione: soggetto sottinteso della frase è questa cosa. Quindi sua intenzione va inteso: sua (del re) volontà.
25. studiosamente: volutamente.
26. pretermesso: omesso.
27. espedizione: spedizione.
28. Captata: presa.
29. protestato: dichiarato.
30. convenne: concordò.
31. accelerarono di: si affrettarono a.
32. dissolvesse: disperdesse.
33. il… spirito: la forza e la vita.
CAPITOLO V
Acquisto di Lodi da parte dei collegati. Importanza di tale acquisto; attesa degli svizzeri e spostamenti dell’ esercito veneto-pontificio; dispareri fra i capi dell’esercito. Arrivo di soldati svizzeri all’esercito dei collegati; deliberazione di accostarsi a Milano per gli aiuti al castello.
Pareva adunque che le cose della lega non procedessino con quella prosperità che gli uomini si avevano promesso da principio, essendosi già trovate tante difficoltà nella venuta de’ svizzeri e mancato il fondamento1 del popolo di Milano. Ma nuovo accidente che sopravenne gli rendé la riputazione e la facilità del vincere molto maggiore e più manifesta che prima. Eransi, in tanta mala contentezza anzi nella estrema disperazione del ducato di Milano, tenute, già qualche mese, per mezzo di varie persone, diverse pratiche di novità quasi in ogni città di quello stato; ma riuscendo l’altre vane, ne ebbe effetto una, tenuta dal duca d’Urbino e dal proveditore viniziano, nella città di Lodi, con Lodovico Vistarino gentiluomo di quella città. Il quale, movendosi o per essere stato antico servidore della casa Sforzesca o dalla2 compassione della sua patria, trattata da Fabbrizio Maramuaus3, colonnello di mille cinquecento (il Capella dice di settecento4) fanti napoletani, con la medesima asperità che dagli spagnuoli e da i tedeschi era trattato Milano, deliberò di mettere dentro le genti de’ viniziani, non ostante che (secondo scrive il Capella) fusse soldato degli imperiali : ma egli affermava, e il duca di Urbino lo confermava, che aveva prima dimandato e ottenuto licenza5, sotto escusazione di non potere più intrattenere6 senza danari i fanti a’ quali era preposto. L’ordine della cosa7 fu stabilito in questo modo: che la notte de’ ventiquattro di giugno, Malatesta Baglione, con tre o quattromila fanti de’ viniziani, si accostasse, quasi in sul fare del dì, alle mura, dalla banda di certo bastione, per essere messo dentro dal Vistarino. Il quale poco [innanzi], accostatosi con due compagni a quello bastione il quale guardavano sei fanti, come per rivedergli8, e seguitato da alcuni i quali aveva occultati in certe case vicine, occupò il bastione, ammazzate (secondo scrive il Capella) con tanta prestezza le guardie che non fu sentito strepito alcuno; perché, se bene aveva dato prima il nome9 secondo il costume militare, essi sospettando erano venuti seco all’armi : né fu senza pericolo, essendo concorsi alcuni allo strepito, di non riperdere il bastione, perché cominciorno a combattere; nella quale quistione Lodovico fu ferito10. Ma essendo già ridotto all’ultima necessità, arrivò Malatesta con le genti; le quali salite in sul bastione medesimo con le scale entrorono nella terra : donde Fabrizio Maramaus, il quale, sentito lo strepito, veniva verso le mura con una parte de’ suoi fanti, fu costretto a ritirarsi nella rocca. La terra11 fu vinta; e la più parte de’ suoi fanti, che erano alloggiati separatamente per la città, svaligiati e fatti prigioni. Nella quale arrivò non molto poi, con una parte delle genti, il duca di Urbino; il quale essendo, per approssimarsi più, il dì precedente andato ad alloggiare a Orago12 in sul fiume dell’Oglio, e passatolo per ponte fatto a tempo13 la notte medesima, come intese l’entrata di Malatesta passò per ponte simile il fiume dell’Adda, e posto in Lodi maggiore presidio perché si difendesse se per la rocca entrava soccorso, ritornò subito all’esercito: ma non perciò vi andò secondo riferiva Pietro da Pesero14, senza qualche titubazione e perplessità. Ma venuto l’avviso a Milano, il marchese del Guasto con alcuni cavalli leggieri e con tremila fanti spagnuoli, co’ quali era Giovanni d’Urbina, si spinse a Lodi senza tardare; e messa la fanteria senza ostacolo per la porta del soccorso nella rocca, situata in modo che si poteva entrarvi per una via coperta15 naturale, senza pericolo di essere battuto o offeso, da i fianchi16 della città (essendo già, come io credo, statovi e partito il duca d’Urbino), dalla rocca entrò subito nella città, e si condusse insino in sulla piazza; in sulla quale la gente menata da Malatesta e il rinfrescamento17 che era venuto poi aveva fatto la sua testa18, poste in guardia molte cose e la strada che andava alla porta donde erano entrati, per potersene uscire salvi se gli imperiali gli soprafacessino. Combattessi al principio gagliardamente, e fu opinione di molti che se gli spagnuoli avessino perseverato nel combattere arebbeno ricuperato Lodi; perché i soldati viniziani, ne’ quali per l’ordinario non era molta virtù, si trovavano assai stracchi. Ma il marchese diffidando, o per avervi trovato più numero di gente che da principio non aveva creduto o per immaginarsi che lo esercito viniziano fusse propinquo, si staccò presto dal combattere19, e lasciata la guardia nel castello si ritirò a Milano. Sopravenne dipoi il duca d’Urbino, il quale si gloriava di avere fatto passare l’esercito, senza fermarsi, per ponti in su due fiumi grossi; e attese a stabilire più la vittoria, ingrossandovi di gente, per resistere se gli inimici di nuovo vi ritornassino, e facendovi piantare l’artiglierie; ma quegli di dentro, perché non aspettavano soccorso e potevano difficilmente difendere il castello, capace per il piccolo circuito di poca gente, la notte seguente, essendo raccolti da i cavalli che a questo effetto furno mandati da Milano, abbandonorono il castello.
Lo acquisto di Lodi fu di grandissima opportunità e di riputazione20 non minore alle cose della lega, perché la città era bene fortificata e una di quelle che sempre si era disegnato che gli imperiali avessino a difendere insino allo estremo. Da Lodi si poteva, senza alcuno ostacolo, andare insino in su le porte di Milano e di Pavia; perché queste città, situate come in triangolo, sono vicine l’una e l’altra venti miglia (però gli imperiali vi mandorono subito da Milano mille cinquecento fanti tedeschi); e trovavasi guadagnato il passo d’Adda, che prima era riputato di qualche difficoltà; levato ogni impedimento dell’unione degli eserciti; tolta la facoltà di soccorrere, quando fusse assaltata, Cremona (nella quale città era a guardia il capitano Curradino21 con mille cinquecento fanti tedeschi); e privati gli inimici di uno luogo opportunissimo a travagliare lo stato della Chiesa e quello de’ viniziani : donde era voce comune per tutto l’esercito che, procedendosi innanzi con prestezza, gli imperiali si ridurrebbono in grandissima perplessità22 e confusione. Ma altrimenti sentiva23 il duca d’Urbino, già risoluto che l’accostarsi a Milano senza una grossa banda di svizzeri fusse cosa di molto pericolo. Ma non volendo scoprire agli altri totalmente questa sua opinione, deliberò, con fare poco cammino e soprasedere sempre almanco uno dì per alloggiamento, dare tempo alla venuta de’ svizzeri; sperando dovessino arrivare allo esercito in pochissimi dì, e disprezzando tutto quello che si proponeva fusse da fare in caso non venissino, non ostante che per i progressi succeduti24 insino a quel dì fusse da dubitarne25. Perciò, essendo lo esercito ecclesiastico, il dì dopo l’acquisto di Lodi, andato ad alloggiare a San Martino, a tre miglia appresso a Lodi26, fu conchiuso nel consiglio comune che, soprastati27 ancora uno dì gli ecclesiastici e i viniziani ne’ medesimi alloggiamenti, andassino poi il dì prossimo ad alloggiare a Lodi Vecchio, lontano da Lodi cinque miglia (dove dicono essere stato edificato Lodi da Pompeio magno) e distante tre miglia dalla strada maestra verso Pavia, a cammino che accennava28 a Milano e a Pavia, per tenere in più sospensione i capitani imperiali : il quale dì gli eserciti ecclesiastici e viniziani camminando si unirono in su la campagna, pari quasi di fanteria (che in tutto erano poco manco di ventimila fanti) ma i viniziani più abbondanti di genti d’arme e di cavalli leggieri, de’ quali gli ecclesiastici tuttavia29 si provedevano, e ancora con molto maggiore provisione di artiglieria e di munizioni e di tutte le cose necessarie. A Lodi Vecchio, dove si dimorò il giorno seguente, mutato consiglio, fu deliberato di camminare in futuro in su la strada maestra, per fuggire il paese30 che fuora della strada è troppo forte di fosse e di argini, e perché era riputato più facile il soccorrere il castello per quella via, che aveva a voltare verso porta Comasina, che per la via di Landriano che aveva a voltare a porta Verzellina, dove il condursi, per la qualità del paese, era più difficile; e perché, andando da quella banda era più sicuro il condurre le vettovaglie e più facile il ricevere i svizzeri, perché erano più alle spalle. Con questa risoluzione si condusse, l’ultimo di giugno, l’esercito unito a Marignano; dove consigliandosi quello si avesse a fare, inclinava il duca d’Urbino ad aspettare la venuta de’ svizzeri, la quale era nella medesima e forse maggiore incertitudine che prima; parendogli che senza queste spalle31 di ordinanza ferma fusse molto pericoloso, con gente nuova e raccolta tumultuariamente32, accostarsi a Milano; benché vi fussino pochi cavalli, tremila fanti tedeschi e cinque in33 seimila fanti spagnuoli, e questi senza denari e con poca provisione di vettovaglie. Dal quale parere discrepavano34 i pareri di molti degli altri capitani: i quali giudicavano che, procedendo con la gente ordinata e con gli alloggiamenti sempre il dì precedente riconosciuti35, si potesse accostarsi a Milano senza pericolo, perché il paese è per tutto sì forte che senza difficoltà si poteva sempre alloggiare in sito munitissimo; né pareva loro verisimile che l’esercito cesareo fusse per uscire in campagna ad assaltargli, perché essendo necessario che e’ lasciassino assediato il castello, né potendo anche per sospetto del popolo spogliare al tutto di gente la città di Milano, restava di numero troppo piccolo ad assaltare uno esercito sì grosso; il quale, benché fusse raccolto nuovamente36, abbondava pure di molti fanti sperimentati alla guerra e dove erano tanti capitani de’ più riputati di Italia. Ed essendo l’accostarsi a Milano senza pericolo, non essere ancora senza speranza della vittoria lo accostarsi: perché non essendo i borghi di Milano fortificati, anzi, per la negligenza usata a riordinargli, aperti da qualche parte, non pareva credibile che gli imperiali si avessino a fermare a difendere circuito tanto grande (della quale [cosa] pareva si vedessino indizi manifesti, con ciò sia che, atteso poco alla riparazione de’ borghi, si fussino tutti volti alla fortificazione della città); e abbandonando i borghi, ne’ quali l’esercito andrebbe subito ad alloggiare, non pareva che la città potesse avere lunga difesa; non solo per trovarsi lo esercito senza denari e con poca vettovaglia, ma perché e Prospero Colonna e molti altri capitani avevano sempre giudicato essere molto difficile il difendere Milano contro a chi avesse occupato i borghi, sì perché la città è debolissima di muraglia (facendo muro in molti luoghi le case private) sì eziandio perché i borghi sono vantaggiosi alla città: e si aggiugneva l’avere il castello a sua divozione.
Dependevano principalmente questa e l’altre deliberazioni dal duca di Urbino; perché, se bene fusse solamente capitano de’ viniziani, gli ecclesiastici, per fuggire le contenzioni e perché altrimenti non si poteva fare, aveano deliberato di riferirsi a lui37 come a capitano universale. Ma egli, benché non lo movessino queste ragioni a andare innanzi, per le instanze efficacissime le quali, per ordine de’ loro superiori, gliene facevano il luogotenente del pontefice e il proveditore viniziano (al parere de’ quali poiché anche aderivano molti altri capitani, gli pareva che il soprasedere quivi lungamente, non avendo maggiore certezza della venuta de’ svizzeri, potesse essere con grave suo carico e infamia), però, sopraseduto l’esercito due dì a Marignano, si condusse il terzo dì di luglio a San Donato38 lontano cinque miglia da Milano, deliberato di andare innanzi più per sodisfare al desiderio e al giudizio di altri che per propria deliberazione; ma con intenzione di mettere sempre uno dì in mezzo tra l’uno alloggiamento39 e l’altro, per dare più tempo alla venuta de’ svizzeri : de’ quali mille, finalmente, scesi in bergamasco, venivano alla via dello esercito; e continuavano, secondo il solito, gli avvisi spessi40della venuta degli altri. Però, il quinto dì di luglio, andò l’esercito ad alloggiare a tre miglia di Milano, passato San Martino, fuora di strada in su la mano destra, in alloggiamento forte e bene sicuro; dove il dì medesimo si fece una fazione41 piccola contro ad alcuni archibusieri spagnuoli fattisi forti42 in una casa, e il dì seguente, stando il campo nel medesimo alloggiamento, un’altra simile: e il medesimo dì arrivorono nel campo cinquecento svizzeri, condotti da Cesare Gallo43. Quivi si consultò del modo del procedere più innanzi; e ancoraché la prima intenzione fusse stata di andare dirittamente a soccorrere il castello di Milano, dove le trincee che lo serravano di fuora non erano sì gagliarde che non si potesse sperare di superarle, nondimeno parve al duca d’Urbino, il consiglio del quale era alla fine approvato da tutti gli altri (e che ne’ consigli proponeva e non aspettando che gli altri rispondessino diceva l’opinione sua, o almanco nel proporre usava tali parole che per se stessa veniva a scoprirsi, in modo che gli altri capitani non pigliavano assunto di contradirgli) che gli eserciti camminassino per la diritta44 a’ borghi di Milano; allegando che, per le spianate45 che sarebbe necessario di fare per la fortezza del paese, il volere condursi fuori della strada maestra al soccorso del castello sarebbe cosa lunga né senza pericolo di qualche disordine, perché si arebbe a mostrare troppo dappresso il fianco agli inimici e si darebbe loro facoltà di fare più potente resistenza, perché unirebbeno tutte le forze loro dalla banda del castello, dove, altrimenti, sarebbeno necessitati stare divisi per resistere agli inimici e non abbandonare la guardia del castello; e perché conducendosi con gli eserciti a porta Romana, sarebbe sempre in potestà de’ capitani della lega voltarsi facilmente, secondo che alla giornata46 apparisse essere opportuno, a quale banda volessino. Secondo il quale consiglio si fece deliberazione che il settimo dì si alloggiasse a Bufaleta47 e Pilastrelli48, ville vicine a mezzo miglio di Milano, sotto i tiri dell’artiglierie loro, e le quali sono circostanti alla strada maestra; con intenzione da quegli alloggiamenti pigliare i partiti che fussino dimostrati buoni dall’occasione e da i progressi49 degli inimici: i quali era opinione di molti che, veduto gli eserciti alloggiati in luogo sì vicino, non avessino a volere mettersi alla difesa, massime notturna, de’ borghi, per essere in più luoghi ripieni i fossi e spianati i ripari, e da qualche banda tanto aperti che difficilmente si potevano difendere.
1. il fondamento: l’appoggio.
2. dalla: per la.
3. Fabrizio Maramaldo (o Marramao).
4. Cfr. CAPELLA, ed. cit., libro IV, 167-68.
5. dimandato… licenza: chiesto e ottenuto di lasciare il servizio.
6. intrattenere: mantenere.
7. l’ordine della cosa: il piano d’azione.
8. rivedergli: passarli in rassegna.
9. il nome: la parola d’ordine.
10. La contraddizione evidente fra la prima e la seconda parte del periodo sul particolare dell’assalto alla città si deve a due diverse fonti a cui attinse l’Α. come vien dimostrato dalla lezione primitiva del cod. III 896 riportata dal Gherardi in nota (IV, 24, 25); da essa risulta appunto come l’una delle due fonti fosse il Capella, e l’altra è indicata con le parole «A noi venne l’avviso che». [Nota del Panigada].
11. la terra: la città.
12. Urago d’Oglio.
13. fatto a tempo: costruito provvisoriamente per l’occasione.
14. Era il provveditore veneziano nell’esercito della lega.
15. via coperta: galleria.
16. Fianchi erano i lati muniti di artiglieria che univano i bastioni alle mura.
17. rinfrescamento: rinforzo.
18. aveva… testa: si era fortificato e messo in schieramento di battaglia.
19. si staccò… dal combattere: smise… di combattere.
20. opportunità… riputazione: vantaggio… prestigio.
21. Forse Konradin Spezger von Glurn.
22. perplessità: incertezza e disordine.
23. sentiva: pensava.
24. per… succeduti: per l’atteggiamento avuto (dagli svizzeri).
25. dubitarne: della venuta degli svizzeri.
26. San Martino in Strada.
27. soprastati: dopo essere rimasti.
28. a… accennava: in una direzione per la quale si poteva andare.
29. tuttavia: continuamente.
30. per… paese: per evitare la campagna.
31. senza queste spalle: senza questo appoggio e protezione.
32. nuova… tumultuariamente: senza esperienza e messa insieme frettolosamente.
33. in: o.
34. discrepavano: discordavano.
35. riconosciuti: esplorati e fissati.
36. nuovamente: da poco.
37. riferirsi a lui: rimettersi alle sue decisioni.
38. San Donato Milanese.
39. alloggiamento: tappa.
40. spessi: frequenti.
41. una fazione: uno scontro.
42. fattisi forti: fortificatisi.
43. Cäsar Gali di Coira.
44. per la diritta: direttamente, seguendo la strada maestra.
45. le spianate: i lavori di spianamento del terreno, comprendenti anche la costruzione di ponti su fiumi e canali.
46. alla giornata: di volta in volta, all’occasione.
47. Buffalora.
48. Pilastrella.
49. da ì progressi: dal procedere.
CAPITOLO VI
Arrivo del duca di Borbone con milizie spagnuole in Milano. L’esercito veneto-pontificio sotto Milano; scaramuccie coi nemici. Improvvisa deliberazione del duca d’Urbino di scostarsi da Milano. Meraviglia generale per la ritirata dei collegati.
Ma la notte precedente al dì nel quale doveva farsi innanzi l’esercito, il duca di Borbone, il quale pochi dì innanzi era arrivato a Genova con sei galee e con lettere di mercatanti per centomila ducati, entrò con circa ottocento o… fanti spagnuoli, quali aveva condotti seco, in Milano; sollecitatone molto dal marchese del Guasto e da Antonio de Leva: dalla venuta del quale i soldati pigliorono molto animo. E per la medesima1 si potette comprendere la negligenza o la fredda disposizione, studiosamente2, del re di Francia alla guerra. Perché avendo il pontefice, nel principio quando condusse agli stipendi suoi Andrea Doria, consultato seco con che forze e apparati si dovessino tentare le cose di Genova, propose molta facilità3 tentandola4 in tempo che già fusse cominciata la guerra nel ducato di Milano, e che con le sue otto galee si congiugnessino le galee le quali il re di Francia aveva nel porto di Marsilia, o che almanco impedissino la venuta, con le galee, del duca di Borbone; perché, restando in tale caso con le sue otto galee signore del mare, non poteva la città di Genova stare molti dì col mare serrato per le mercatanzie, per gli esercizi e per le vettovaglie : e benché il re promettesse che impedirebbe la venuta del duca di Borbone furono parole vane, perché l’armata sua non era in ordine, e i capitani delle galee, parte per carestia di danari parte per negligenza e forse per volontà, erano stati espediti tardi de’ pagamenti5, come poi anche succedette delle genti d’arme.
Ma essendo incognita di fuori la venuta del duca di Borbone, la deliberazione dello andare innanzi con l’esercito fu pervertita6 dal duca di Urbino, o per avvisi ricevuti, secondo si credette, da Milano o per relazione di qualche esploratore. Mutata la diffidenza avuta insino a quel dì [in speranza] non minore, affermò al luogotenente del pontefice, presente il proveditore veneto, tenere per certo che il dì seguente sarebbe felicissimo7; perché se gli inimici uscivano a combattere (il che non credeva dovessino fare) indubitatamente sarebbono vinti, ma non uscendo, che certamente, o il dì medesimo abbandonerebbono Milano ritirandosi in Pavia o almanco, abbandonata la difesa de’ borghi, si ridurrebbono nella città; la quale, perduti i borghi, non potrebbono totalmente difendere: e ciascuna di queste tre cose bastare a conseguire la vittoria della guerra. Però il dì seguente, che fu il settimo di luglio, lasciato lo alloggiamento disegnato il dì dinanzi, con speranza di guadagnare i borghi senza contrasto, e aspirando alla gloria d’avergli presi camminando d’assalto, spinse qualche banda di scoppiettieri a porta Romana e a porta Tosa; dove, non ostante gli avvisi avuti i dì precedenti e il dì medesimo del volersi partire, gli spagnuoli si erano fermi in quella parte de’ borghi, non per fare quivi, secondo si disse, continua8 resistenza ma per ritirarsi in Milano più presto come uomini militari, e con avere mostrato il volto agli inimici, che volere che e’ trovassino i borghi vilmente abbandonati. Dalla quale resistenza non solo si conservasse più la riputazione del loro esercito, essendo massime in facoltà sua ritirarsi sempre nella città senza disordine, ma eziandio poteva nascere loro occasione da pigliare animo a perseverare nella difesa de’ borghi; il che era di grandissima importanza, perché il ritirarsi nella città era partito più presto necessario che da eleggere spontaneamente, e per l’altre ragioni e perché, riducendosi dentro a circuito sì stretto, era più facile impedire che vettovaglie non9 entrassino in Milano; senza le quali non potevano, per non essere ancora condotte le biade nuove, sostenersi lungamente. Appresentatosi10 adunque [con] gli scoppiettieri alle due porte, dove gli spagnuoli oltre al difendersi non cessavano continuamente di lavorare, il duca, trovata, fuora dell’opinione che aveva avuta, la resistenza, fece accostare a uno tiro di balestro a porta Romana tre cannoni, quali piantati bravamente cominciò a battere la porta e fare pruova di fare levare uno falconetto11, il quale fu levato; fece smontare molti de’ suoi per dare l’assalto, e ordinò si accostassino le scale: nondimeno, non continuando nel proposito di dare l’assalto, si ridusse la fazione in scaramuccie leggiere di scoppietti e di archibusi a’ ripari12; dove, avendo quelli di dentro vantaggio grande rispetto al sito, furno morti di quegli di fuora circa quaranta fanti e feritine molti. La porta era stata battuta [con] molti colpi ma con poco danno per essere i cannoni lontani : ma dicendo13 essere l’ora tarda ad alloggiare il campo14 non dette l’assalto, e alloggiò lo esercito nel luogo medesimo, benché, per la brevità del tempo, con qualche confusione; lasciò a’ tre cannoni buona guardia, e il resto del campo alloggiò quasi tutto a mano destra della strada; sperando ciascuno molto della vittoria, perché, per avvisi di molti e per relazione di prigioni presi da Giovanni di Naldo soldato de’ viniziani, si aveva nuove gl’imperiali, caricate molte bagaglie, essere più presto in moto di partirsi che altrimenti; e a tempo arrivorno in campo la sera medesima cannoni de’ viniziani.
Ma si variò poco poi non solo la speranza ma tutto lo stato della cosa. Perché essendo, quasi in su il principio della notte, usciti fuora alcuni fanti spagnuoli ad assaltare l’artiglieria, furno rimessi dentro15 da’ fanti italiani che erano a guardia di quella: ancora che il duca d’Urbino dicesse che erano stati messi in disordine. Il quale, passate già poche ore della notte, trovandosi ingannato dalla speranza conceputa che alle porte e a’ ripari de’ borghi gli fusse stata fatta resistenza, e ritornandogli in considerazione il timore che prima aveva della fanteria degli inimici, fece precipitosamente deliberazione di discostarsi con lo esercito; e cominciatala subito a mettere in esecuzione col dare principio a fare partire l’artiglierie e le munizioni, e comandato alle genti viniziane che si ordinassino per partirsi, mandò per il16 proveditore a significare17 al luogotenente e ai capitani ecclesiastici la deliberazione che aveva fatta; confortandogli a fare anche essi, senza dilazione, il medesimo. Alla quale voce, come di cosa non solo nuova ma contraria alla espettazione di ciascuno, confusi e quasi attoniti, andorono a trovarlo, per intendere più particolarmente i suoi pensieri e fare pruova di indurlo a non si partire. Il quale, con parole molto determinate e risolute, si lamentò che contro al parere suo, solamente per sodisfare ad altri, si fusse tanto accostato a Milano, ma che era più prudenza ricorreggere l’errore fatto che perseverarvi dentro; conoscere che, per non essere stato per la brevità del tempo alloggiato il dì dinanzi ordinatamente, e per la viltà de’ fanti italiani dimostratasi la sera medesima allo assalto delle artiglierie, che il dimorare l’esercito quivi insino alla luce prossima sarebbe la distruzione non solo della impresa ma di tutto lo stato18 della lega; perché era sì certo vi sarebbeno rotti che, non ci avendo una minima dubitazione, non voleva disputarla19 con alcuno; con ciò sia che gl’imperiali avevano la sera medesima piantato uno sagro20 tra porta Romana e porta Tosa, che batteva per fianco lo alloggiamento pericolosissimo de’ fanti de’ viniziani, e che la notte medesima ne pianterebbono degli altri, e come fusse il giorno, fatto dare all’arme, e necessitato l’esercito a mettersi in ordinanza, lo batterebbeno per fianco, e così disordinatolo, usciti fuora ad assaltarlo, lo romperebbeno con grandissima facilità: dolergli che la brevità del tempo, e lo essere nell’esercito suo molto maggiori impedimenti di artiglierie e di munizioni che nello esercito ecclesiastico, l’avesse costretto a cominciare prima a levarsi che a comunicarlo con loro; ma ne’ partiti che si pigliano per necessità essere superfluo il fare escusazione: avere fatto maggiore esperienza21 che avesse fatto mai capitano alcuno, essendosi messo di cammino22 a dare lo assalto a Milano; bisognare ora usare la prudenza, né disperare, per la ritirata, della vittoria della impresa: essersi Prospero Colonna, e con forse manco giuste cagioni, levato da Parma già mezza presa; e nondimeno avere poco poi gloriosamente acquistato tutto il ducato di Milano: confortare gli ecclesiastici a seguitare la sua deliberazione, né differire il levarsi; perché replicava loro di nuovo che, trovandogli il sole in quello alloggiamento, resterebbeno rotti senza rimedio; e che però ciascuno ritornasse allo alloggiamento di San Martino. Rispose il luogotenente che, benché ciascuno pensasse le deliberazioni sue essere fatte con somma prudenza, nondimeno che nessuno di quegli capitani conosceva cagione che necessitasse a levarsi con tanta prestezza; e ridurgli in memoria23 quel che, veduta la ritirata loro, farebbe il duca di Milano disperato di essere soccorso; quanto animo perderebbeno il pontefice e i viniziani, e le imaginazioni che per la declinazione delle imprese, massime ne’ princìpi, sogliono nascere nelle menti de’ prìncipi; potersi, se lo alloggiamento fatto disordinatamente era causa di tanto pericolo, rimediarvi facilmente, senza tôrre tanta riputazione a quello esercito, con lo alloggiarlo di nuovo con migliore ordine e con discostarlo tanto che bastasse ad assicurarlo da’ sagri piantati dagli inimici. Confermò il duca di nuovo la prima conclusione; né potersi, secondo la ragione24 della guerra, pigliare altra deliberazione : volere assumere in sé questo carico, e che e’ si sapesse per tutto il mondo egli esserne stato autore: né essere bene consumare più il tempo vanamente in parole, perché era necessario essersi levati innanzi alla fine della notte. Con la quale conclusione ciascuno, tornato a’ suoi alloggiamenti, attese a espedirsi25 e a sollecitare la partita delle genti. Delle quali quelle che erano dinanzi si levorono con tanto spavento che, partendosi quasi con dimostrazione di essere rotti, si sfilorono26 molti fanti e molti cavalli de’ viniziani, de’ quali alcuni non si fermorono insino fussino condotti a Lodi; e l’artiglierie de’ viniziani passorono di là da Marignano, ma rivocate27 si fermorono quivi : il resto della gente, e il retroguardo massime, partì ordinato. Né volle Giovanni de’ Medici, che con la fanteria ecclesiastica era nella ultima parte dello esercito, muoversi insino a tanto non fusse bene chiaro il giorno, non gli parendo conveniente riportarne in cambio della sperata vittoria la infamia del fuggirsi di notte: il che fare non essere stato necessario dimostrò l’esperienza, perché degli imperiali non uscì alcuno fuora de’ ripari ad assaltare la coda dello esercito; anzi, avendo, come fu dì, veduto tanto tumultuosa levata, restorono pieni di somma ammirazione28, non sapendo immaginarne la cagione. E accrebbe ancora la infamia di questa ritirata che, benché il duca avesse detto volere che le genti si fermassino a San Martino, nondimeno ordinò tacitamente che i maestri del campo29 de’ viniziani conducessino le loro a Marignano, mosso dal timore o che gli inimici non andassino ad assaltarlo allora in quello alloggiamento, o almeno, come esso medesimo confessò poi, tenendo per certo che il castello di Milano, veduto discostarsi il soccorso dimostrato30 (di che niuna cosa spaventa più gli assediati), s’avesse ad arrendere (nel quale caso non arebbe avuto ardire di stare fermo a San Martino), giudicasse essere manco disonorevole ritirarsi in una sola volta che fare in sì breve spazio di tempo due ritirate : e però, non si fermando le artiglierie e le bagaglie e le prime squadre dello esercito viniziano a San Martino, camminavano verso Marignano. Di che ricercando il luogotenente di intendere dal duca la cagione, rispose che non faceva, in quanto alla sicurtà, differenza dall’uno all’altro, perché giudicava tanto sicuro dagli inimici l’alloggiamento di San Martino quanto quello di Marignano; ma essere per questo da anteporre l’alloggiamento di Marignano, perché le genti stracche dalle fazioni dei dì precedenti, non ricevendo quivi travagli dagli inimici, potrebbeno con più comodità riposarsi e riordinarsi. E replicandosi, quanto, nella sicurtà pari dell’uno e dell’altro alloggiamento, togliesse più la speranza del soccorso agli assediati nel castello di Milano il ritirarsi l’esercito a Marignano che se si fermasse a San Martino, rispose, con parole concitate, non volere, mentre che aveva in mano il bastone31 de’ viniziani, lasciare usare ad altri l’autorità sua; volere andare ad alloggiare a Marignano. In modo che l’uno e l’altro esercito, assai disonoratamente e con grandissimi gridi di tutti i soldati, potendo usare, ma per contrario, le parole di Cesare: — Veni, vidi, fugi, — si condusse ad alloggiare a Marignano; con deliberazione del duca di stare fermo quivi insino a tanto che nel campo arrivassino non solo il numero di cinquemila svizzeri, a’ quali si erano ristrette le promesse del castellano di Mus e del vescovo di Lodi (che nell’ora medesima che il campo si levava era arrivato con cinquecento), ma eziandio tanti altri che facessino il numero di dodicimila; perché giudicava non si potere fare più fondamento nel castello di Milano, non si potere o sforzare o ridurre alla necessità di arrendersi quella città, per mancamento delle cose necessarie, senza due eserciti, e ciascuno da per sé sì potente che fusse bastante a difendersi da tutte le forze unite degli inimici.
Così si ritirorno dalle mura di Milano gli eserciti l’ottavo di luglio; commovendo32 molti non solo l’effetto della cosa ma eziandio la infelicità dello augurio, perché il dì medesimo, di consentimento comune de’ collegati, si publicava a Roma a Vinegia e in Francia, con le cerimonie e solennità consuete, la lega. E a giudizio della maggiore parte degli uomini ebbe sì poca necessità il pigliare uno partito di tanta ignominia che molti dubitassino che il duca non fusse stato mosso da ordinazione occulta del senato viniziano, il quale, a qualche proposito33 incognito agli altri, desiderasse la lunghezza della guerra; altri dubitassino che il duca, ritenendo alla memoria le ingiurie ricevute da Lione e dal presente pontefice quando era cardinale, e temendo che la grandezza sua non gli mettesse in pericolo lo stato, non gli fusse o per odio o per timore grata la vittoria sì presta della guerra; massime che gli dava giusta cagione di timore dello animo del pontefice il tenere i fiorentini Santo Leo con tutto il Montefeltro, e sapere che la piccola figliuola restata di Lorenzo de’ Medici34 riteneva continuamente35 il nome di duchessa d’Urbino. Nondimeno, il luogotenente del pontefice si certificò36 per mezzi indubitatissimi che a’ viniziani fu molestissima la ritirata, e che non avevano cessato mai di sollecitare lo accostarsi lo esercito a Milano sperando molto nella facilità della vittoria; e considerato non essere verisimile che il duca se avesse sperato di ottenere Milano, avesse voluto privarsi di gloria tanto maggiore di quella che molto innanzi avesse avuto alcuno altro capitano, quanto era maggiore la fama e la riputazione dello esercito imperiale di quella che molti anni innanzi avesse avuto alcuno altro esercito in Italia (alla quale gloria seguiva dietro quasi per necessità la sicurtà del suo stato, perché il pontefice, e per fuggire tanta infamia e per non fare tale offesa a’ viniziani, non arebbe avuto ardire di assaltarlo); e considerato anche diligentemente i progressi37 di tutti quegli dì, ebbe per più verisimile (nella quale sentenza concorsono molti altri) che il duca, caduto dalla speranza la quale due giorni innanzi aveva conceputa del dovere gl’imperiali abbandonare almanco i borghi, ritornasse con tanta veemenza alla sua prima opinione (per la quale aveva temuto più le forze loro e più diffidatosi della virtù de’ fanti italiani che non facevano gli altri capitani) che, rappresentandosegli maggiore timore che agli altri38, cadesse precipitosamente in quella deliberazione.
1. per la medesima: da questa anche (si riferisce a venuta).
2. studiosamente: di proposito.
3. propose… facilità: prospettò l’impresa come molto facile.
4. tentandola: si riferisce ad un sottinteso «impresa» ed ha valore condizionale.
5. espediti… pagamenti: pagati in ritardo.
6. pervertita: modificata.
7. felicissimo: favorevolissimo.
8. continua: ferma e costante.
9. impedire che… non: impedire che.
10. appresentatosi: presentatosi, fattosi vedere.
11. fare… falconetto: tentare di mettere fuori uso un falconetto (piccolo pezzo di artiglieria).
12. a’ ripari: che sparavano stando a) coperto.
13. dicendo: soggetto è il duca d’Urbino.
14. ad… campo: per fare accampare l’esercito.
15. rimessi dentro: respinti e costretti a ritirarsi dentro le mura.
16. per il: per mezzo del.
17. significare: comunicare.
18. lo stato: la situazione e le possibilità di successo.
19. disputarla: discuterne.
20. Il sagro era un grosso pezzo d’artiglieria che tirava palle da 6 a 20 libbre.
21. avere… esperienza: aver corso rischi maggiori.
22. di cammino: subito dopo la marcia e senza riposarsi.
23. ridurgli in memoria: ricordargli.
24. la ragione; lo leggi.
25. espedirsi: prepararsi alla partenza.
26. si sfilorono: disertarono alla spicciolata.
27. rivocate: richiamate indietro.
28. ammirazione: meraviglia.
29. I maestri del campo erano i responsabili della scelta del luogo in cui porre l’accampamento e della sua sicurezza.
30. dimostrato: che si era fatto avanti e si era mostrato loro.
31. il bastone: il comando.
32. commovendo: spaventando.
33. a… proposito: per qualche fine.
34. Caterina di Lorenzo de’ Medici e di Madeleine de la Tour d’Auvergne.
35. riteneva continuamente: conservava ancora.
36. si certificò: si accertò.
37. i progressi: il comportamento.
38. rappresentandosegli… altri: entrato in timore maggiore che gli altri.
CAPITOLO VII
Preoccupazione del pontefice per le vicende della guerra e per il pericolo di tumulti in Roma. Vano tentativo del pontefice di mutare il governo di Siena; milizie pontificie, fiorentine e di fuorusciti sotto le mura della città.
Confuse questa ritirata molto il pontefice e i viniziani, condotti già con la speranza in termine1 che di dì in dì aspettavano l’avviso dello acquisto di Milano, ma il pontefice massime, non preparato né co’ denari né con la costanza dell’animo alla lunghezza della guerra; al quale anche, a Roma e altrove nello stato suo, si scoprivano di molte difficoltà. Perché essendo alla guardia di Carpi trecento fanti spagnuoli e qualche numero di cavalli, cominciorono a scorrere con gravissimi danni per tutto il paese circonstante della Chiesa, dando anche impedimento grande a’ corrieri e a’ denari che da Roma e da Firenze andavano allo esercito; a’ quali non si poteva, con mettere piccola guardia nelle terre, ovviare: e il pontefice, entrato nella guerra con pochi denari e soprafatto dalle spese grandissime, difficilmente poteva co’ denari suoi e con quegli che continuamente gli erano per conto della guerra porti da Firenze, fare provedimenti bastanti a reprimergli; essendo massime occupato in impresa nuova in Toscana, e necessitato a stare in sull’arme dalla parte di Roma. Perché don Ugo, il duca di Sessa partitosi dalla legazione, Ascanio, e Vespasiano Colonna ridottosi2 nelle castella de’ Colonnesi propinque a Roma, facevano molte dimostrazioni di volere suscitare dalla parte di Roma qualche travaglio; e già alcuni de’ loro partigiani si erano fatti forti in Alagna3, terra della Campagna4: i movimenti de’ quali era sforzato a stimare5 il pontefice, per rispetto della fazione ghibellina di Roma quanto6 perché, pochi dì innanzi, si erano scoperti segni della mala disposizione della plebe romana contro a lui. Perché avendo, quando condusse Andrea Doria, sotto colore7 di assicurare i mari di Roma dalle fuste8 de’ mori, dalle quali era impedita non mediocremente l’abbondanza della città, augumentati per sostentare quella spesa certi dazi, i macellari, essendo renitenti a pagargli, si erano tumultuosamente congregati all’abitazione del duca di Sessa, che ancora non era partito da Roma; alla quale concorseno armati quasi tutti gli spagnuoli che abitavano in Roma: benché questo tumulto facilmente si quietasse.
Ma alla impresa [del] mutare lo stato di Siena era stato ambiguo9 il pontefice, essendo vari i consigli di quegli che gli erano appresso. Perché alcuni, confidandosi nel numero grande de’ fuorusciti e nella confusione del governo popolare, gli persuadevano fusse molto facile il mutarlo, ricordando di quanta importanza fusse in questo tempo l’assicurarsene, perché, in ogni disfavore che sopravenisse, il ricetto che vi potessino avere gli inimici sarebbe molto pericoloso alle cose di Roma e di Firenze; altri affermavano essere consiglio più prudente dirizzare le forze in uno luogo solo che implicarsi in tante imprese, con piccola anzi quasi niuna diversificazione degli effetti, perché alla fine quegli che rimanessino superiori in Lombardia rimarrebbono superiori per tutto; né doversi tanto confidare delle forze o del seguito de’ fuorusciti (le speranze de’ quali riuscivano quasi sempre vanissime) che la mutazione di quello stato si tentasse senza potenti provisioni, le quali gli era difficile il fare, sì per la grandezza della spesa come perché aveva mandati tutti i suoi capitani principali alla guerra di Lombardia: le quali ragioni sarebbeno forse prevalute appresso a lui se quegli che reggevano10 in Siena fussino proceduti con quella moderazione la quale, nelle cose che importano poco, debbono usare i minori verso i maggiori, avendo più rispetto alla11 necessità che alla giusta indegnazione. Ma accadde che, avendo molto prima uno certo Giovambatista Palmieri sanese, il quale aveva dalla republica la condotta in Siena di cento fanti, datogli speranza come le genti sue si accostassino a Siena di introdurle per una fogna che passava sotto le mura appresso a uno bastione, e avendo il pontefice mandatovi, a sua richiesta, due fanti confidati12, all’uno de’ quali Giovambatista commesse13 il portare la sua bandiera, i magistrati della città (con saputa de’ quali Giovambatista eludendo14 il pontefice trattava questa cosa), quando parve loro il tempo opportuno, presi i due fanti e fattone solennemente il processo, e divulgato per tutto il trattato15, ne presono publicamente il debito supplicio16, per infamare il pontefice quanto potettono. Aggiunsesi che pochi dì poi mandorono gente ad assediare Giovanni Martinozzi, uno de’ fuorusciti, quale dimorava nel contado di Siena alla tenuta sua di Montelifré. Dalle quali cose, come fatte in ingiuria sua, esacerbato l’animo del pontefice, deliberò tentare di rimettere i fuorusciti in Siena con le forze sue e de’ fiorentini, ma con provisioni più deboli che non conveniva, massime di fanti pagati; e perché alla debolezza dell’esercito non supplisse il valore o la autorità de’ capitani, vi prepose [Virginio] Orsino conte della Anguillara, Lodovico conte di Pitigliano e [Giovan Francesco] suo figliuolo, Gentile Baglione e Giovanni da Sassatello. I quali, fatta la massa delle genti17 al ponte a Centina, e dipoi trasferitisi alle Tavernelle in sul fiume della Arbia18, fiume famoso appresso agli antichi per la vittoria memorabile de’ ghibellini contro a’ guelfi di Firenze19, si accostorono, il decimo settimo dì di giugno, alle mura di Siena con nove pezzi d’artiglieria de’ fiorentini milledugento cavalli e con più di ottomila fanti, ma quasi tutti o comandati20 del dominio della Chiesa e de’ fiorentini o mandati senza danari ai fuorusciti da amici loro del perugino e di altri luoghi : e nel tempo medesimo Andrea Doria, con le galee e con mille fanti di sopracollo21 assaltò i porti de’ sanesi. Ma non essendosi, nello accostarsi alle mura di Siena, fatto dentro segno alcuno di tumulto, come avevano sperato i fuorusciti, fu necessario fermarsi con l’esercito per attendere alla espugnazione della città; nella quale erano sessanta cavalli e trecento fanti forestieri: però, accostatisi alla porta di Camollia, cominciorno a battere con l’artiglierie le mura da quella parte. Ma nella città forte di sito e la quale era stata fortificata, e di circuito sì grande che la minore parte circondava l’esercito, era il popolo (prevalendo più in lui l’odio del pontefice e de’ fiorentini che l’affezione a’ fuorusciti) disposto e unito alla conservazione di quel governo; e pel contrario nello esercito di fuora inutile la gente non pagata, i capitani di poca riputazione e tra loro non piccole divisioni, i fuorusciti divisi non solo nelle deliberazioni e nelle provisioni quotidiane ma discordanti eziandio per la forma del futuro governo, volendo già dividere e ordinare di fuora quel che non si poteva stabilire se non da chi era di dentro. Per le quali condizioni, ed essendo state battute le mura invano né avendo ardire di dare la battaglia, si cominciava già a sperare poco nella vittoria.
1. in termine: al punto.
2. ridottosi: ritiratosi.
3. Anagni.
4. Campagna Romana.
5. a stimare: a prendere in considerazione.
6. quanto: e anche.
7. sotto colore: col pretesto.
8. Le fuste erano navi a remi leggere e veloci, più piccole delle galee.
9. ambiguo: incerto.
10. reggevano: governavano.
11. avendo… alla: tenendo più conto della.
12. confidali: di sua fiducia.
13. commesse il: affidò il compito di.
14. eludendo: ingannando.
15. il trattato: il complotto.
16. ne… supplicio: li giustiziarono pubblicamente.
17. fatto… genti: raccolti i soldati.
18. Taverne d’Arbia.
19. Nel 1260.
20. comandati: arruolati d’autorità.
21. di sopracollo: caricati su di esse.
Difficoltà del re di Francia di ottenere soldati svizzeri. Tristi condizioni dei milanesi alla mercé delle soldatesche cesaree; speranze nel duca di Borbone e parole d’un milanese a lui. Vane promesse del duca di Borbone ai milanesi. Licenza riprovevole delle milizie de’ collegati.
Ma, in questo tempo medesimo, in Lombardia crescevano le difficoltà de’ collegati. Perché se bene de’ svizzeri condotti dal castellano di Mus e dal vescovo di Lodi ne fussino finalmente arrivati allo esercito cinquemila, nondimeno, non parendo numero bastante al duca di Urbino, si aspettavano quegli i quali, in nome del re di Francia, erano stati mandati a dimandare da’ cantoni; sperando che, se non per altro, almeno che per cancellare la ignominia ricevuta nella giornata di Pavia, avessino a essere prontissimi a concedergli; e che per la medesima cagione i fanti conceduti avessino a procedere alla guerra (massime in tanta speranza della vittoria) con immoderato ardore. Ma in quella nazione, la quale pochi anni innanzi, per la ferocia1 sua e per la autorità acquistata, aveva avuto opportunità grandissima ad acquistare amplissimo imperio, non era più né cupidità di gloria né cura degli interessi della republica2, ma pieni di incredibile cupidità si proponevano per ultimo fine dello esercizio militare ritornare a casa carichi di danari : però, trattando la milizia secondo il costume de’ mercatanti, e i cantoni, o pigliando publicamente le necessità di altri per occasioni di loro utilità o pieni di uomini venali e corrotti, concedevano o negavano i fanti secondo questi fini; e i capitani che erano ricercati di condursi3, per avere migliore condizione quanto maggiore vedevano il bisogno di altri, più si tiravano in alto4 facendo dimande impudentissime e intollerabili. Per queste cagioni, avendo il re ricercato i cantoni, secondo i capitoli della confederazione che aveva con loro, che gli concedessino i fanti i quali di consenso comune si avevano a pagare co’ quarantamila ducati che sborsava il re di Francia, avevano i cantoni, dopo lunghe consulte, risposto, secondo l’uso loro, non volergli concedere se prima non erano sodisfatti dal re di tutto quello doveva loro per conto delle pensioni che era obligato a pagare ciascuno anno : la quale essendo somma grande, e diffìcile a pagare con brevità di tempo, furno necessitati, ottenuta anche non senza difficoltà licenza dai cantoni, a soldare capitani particolari5. Le quali cose, oltre alla dilazione molto perniciosa, nello stato che erano le cose, non riuscirno con quella stabilità e riputazione che se si fussino ottenuti6 dalle leghe7.
Con la quale occasione gli imperiali, non ricevendo intratanto molestia alcuna dagli inimici, i quali oziosamente dimoravano a Marignano, attendevano con somma sollecitudine a fortificare Milano; non la città, come facevano da principio della guerra, ma i ripari e i bastioni de’ rifossi8; non diffidando più, per l’animo che avevano preso e per la riputazione diminuita degli avversari, di potergli difendere. E avendo spogliato delle armi il popolo di Milano e mandate fuora le persone sospette, non solo non n’avevano più scrupolo o timore ma, avendolo ridotto in asprissima servitù, erano restati senza pensieri de’ pagamenti de’ soldati; i quali, alloggiati per le case de’ milanesi, non solo costrignevano i padroni delle case a provederli quotidianamente del vitto abbondante e delicato ma eziandio a somministrare loro denari per tutte l’altre cose delle quali avevano o necessità o appetito; non pretermettendo9, per esserne provisti, di usare ogni estrema acerbità. I quali pesi essendo intollerabili, non avevano i milanesi altro rimedio che cercare di fuggirsi occultamente di Milano, perché il farlo palesemente era proibito: donde, per assicurarsi di questo, molti de’ soldati, massime gli spagnuoli, perché ne’ fanti tedeschi era più modestia e mansuetudine, tenevano legati per le case molti de’ loro padroni, le donne e i piccoli fanciulli, avendo anche esposta alla libidine loro la maggiore parte di ciascuno sesso e età. Però, tutte le botteghe di Milano stavano serrate, ciascuno aveva occultate in luoghi sotterranei o altrimenti reconditi le robe delle botteghe le ricchezze delle case e le ricchezze e ornamenti delle chiese; le quali neanche per questo erano in tutto sicure, perché i soldati, sotto specie10 di cercare dove fussino l’armi, andavano diligentemente investigando per tutti i luoghi della città, sforzando ancora i servi delle case a manifestarle: delle quali, quando le trovavano, ne lasciavano a’ padroni quella parte pareva loro. Donde era sopramodo miserabile la faccia11 di quella città, miserabile l’aspetto degli uomini ridotti in somma mestizia e spavento: cosa da muovere estrema commiserazione, ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l’avevano veduta pochi anni innanzi pienissima di abitatori, e per la richezza de’ cittadini, per il numero infinito delle botteghe ed esercizi, per l’abbondanza e delicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e suntuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, per la natura degli abitatori inclinati alle feste e a’ piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia ma floridissima e felicissima sopra tutte l’altre città di Italia; e ora si vedeva restata quasi senza abitatori, per il danno gravissimo che vi aveva fatto la peste, e per quegli che si erano fuggiti e continuamente si fuggivano; gli uomini e le donne con vestimenti inculti e poverissimi, non più vestigio o segno alcuno di botteghe o di esercizi per mezzo de’ quali soleva trapassare12 grandissima ricchezza in quella città, e l’allegrezza e ardire degli uomini convertito tutto in sommo dolore e timore.
Confortògli nondimeno alquanto la venuta del duca di Borbone persuadendosi che, poi che secondo era fama aveva portato provisione di denari e che per la ritirata dello esercito de’ collegati parevano alquanto diminuite le necessità e i pericoli, avessi anche in parte a mitigarsi tante gravezze e acerbità; e molto più sperorono che il duca, al quale era publicata essere dato da Cesare il ducato di Milano, avesse, per benefizio suo e per conservarsi per interesse proprio più intere l’entrate e le condizioni della città, a provedere che e’ non fussino più così miserabilmente lacerati. La quale speranza restava loro sola, perché per gli imbasciadori mandati a Cesare comprendevano non potere aspettare da lui rimedio alcuno, o perché per essere troppo lontano non potesse per la salute loro fare quelle provisioni che fussino necessarie o, per essere in lui (come più volte aveva dimostrato l’esperienza) molto minore la compassione delle oppressioni e miserie de’ popoli che il desiderio di mantenere, per interesse dello stato suo, l’esercito; al quale non provedendo, a’ tempi13, de’ pagamenti debiti, non poteva né egli né i capitani proibire che si astenessino dalle insolenze e dalle ingiurie: e tanto più che i capitani, e per acquistare la benivolenza de’ soldati e perché lo essere ogni cosa in preda era anche con emolumento loro14, non avevano ingrata questa licenza militare; poiché, per mancare i pagamenti, avevano qualche scusa di tollerarla. Però, congregati insieme in numero grande tutti quegli che in Milano avevano qualche condizione più eminente che gli altri, dimostrando nel volto negli abiti ne’ gesti lo stato miserabile della patria e di ciascuno di loro, si condusseno con molte lacrime e lamenti innanzi al duca di Borbone; al quale uno di loro, a chi fu imposto dagli altri, parlò, secondo intendo, in questa sentenza15 :
— Se questa patria miserabile, la quale ha sempre per giustissime cagioni desiderato d’avere uno principe proprio, non fusse al presente oppressa da calamità più acerbe e più atroci che abbia mai alla memoria degli uomini tollerato alcuna città, sarebbe stata, illustrissimo duca, ricevuta con maraviglioso gaudio la vostra venuta : perché quale maggiore felicità16 poteva avere la città di Milano che ricevere uno principe datogli da Cesare, di sangue nobilissimo, e del quale la sapienza la giustizia il valore la benignità la liberalità abbiamo, in vari tempi, noi medesimi molte volte esperimentata? Ma la iniquissima fortuna nostra ci costrigne a esporre a voi, perché da altri non speriamo né aspettiamo rimedio alcuno, le nostre estreme miserie, maggiori senza comparazione di quelle che le città debellate per forza dagli inimici sogliono patire dalla avarizia17 dall’odio dalla crudeltà dalla libidine e da tutte le cupidità de’ vincitori. Le quali cose, per se stesse intollerabili, rende ancora più gravi l’esserci a ogni ora rimproverato che le si fanno [in] pena della infedeltà del popolo di Milano verso Cesare; come se i tumulti concitati a’ dì passati fussino stati concitati con publico consentimento e non, come è notorio, da alcuni giovani sediziosi i quali temerariamente sollevorono la plebe, sicura, per la povertà, di potere perdere18, cupida sempre per sua natura di cose nuove; e la quale, facile a essere ripiena di errori vani, di false persuasioni, si sospigne all’arbitrio di chi la concita, come si sospigne al soffio de’ venti l’onda marina. Noi non vogliamo, per escusare o alleggerire le imputazioni presenti, raccontare quali siano state gli anni passati le operazioni del popolo milanese, dalla prima nobiltà insino alla infima plebe, per servizio di Cesare : quando la città nostra, per la devozione inveterata al nome cesareo, si sollevò con tanta prontezza contro a’ governatori e contro all’esercito del re di Francia19, quando poi con tanta costanza sostenemmo due gravissimi assedi20, sottomettendo volontariamente le nostre vettovaglie le nostre case alle comodità de’ soldati, sostentandogli, perché mancavano gli stipendi di Cesare, prontissimamente co’ danari propri, esponendo con tauta alacrità in compagnia de’ soldati le nostre persone, il dì e la notte, a tutte le guardie a tutte le fazioni militari a tutti i pericoli; quando, il dì che si combatté alla Bicocca, il popolo di Milano con tanta ferocia difese il ponte, per il quale passo solo speravano i franzesi potere penetrare negli alloggiamenti dell’esercito cesareo21. Allora da Prospero Colonna dal marchese di Pescara dagli altri capitani, insino da Cesare medesimo, era magnificata la nostra fede, esaltata insino al cielo la nostra costanza. Delle quali cose chi è migliore e più certo testimonio che voi che, presente nella guerra dello ammiraglio22, vedesti, lodasti, anzi spesso vi maravigliasti di tanta fedeltà, di tanto ardente disposizione? Ma cessi in tutto la memoria di queste cose, non si compensino i demeriti co’ benemeriti23. Considerinsi le azioni presenti: non recusiamo pena alcuna se nel popolo di Milano apparisce vestigio di malo animo contro a Cesare. Amava certamente il popolo di Milano grandemente Francesco Sforza come principe stato dato da Cesare, come quello del quale il padre l’avolo il fratello erano stati nostri signori, e per l’espettazione che s’aveva della sua virtù; e per queste cagioni ci fu molestissimo lo spoglio suo, fatto subitamente senza conoscere la causa24, non essendo noi certificati25 che avesse macchinato contro a Cesare, anzi affermandosi, per lui e per molti altri, essere stata più presto cupidità di chi allora governava l’esercito che commissione cesarea: e nondimeno la città tutta giurò in nome di Cesare, sottoponendosi alla ubbidienza de’ capitani. Questa è stata la deliberazione della città di Milano, questo il consentimento publico, questo il consiglio, e specialmente della nobiltà; la quale che ragione, che giustizia, che esempio consente che abbia a essere per i delitti particolari con tanta atrocità lacerata? Ma non apparì anche ne’ dì medesimi de’ tumulti la fede nostra? perché, nella sollevazione della moltitudine, chi altri che noi si interpose con l’autorità e co’ prieghi a fargli deporre l’armi? chi altri che noi, l’ultimo dì del tumulto, persuase a’ capi e a’ giovani sediziosi che si partissino della città? alla moltitudine, che si sottomettesse alla ubbidienza de’ capitani? Ma e la commemorazione delle opere nostre e la giustificazione delle calunnie opposteci sarebbe forse necessario o conveniente se i supplìci che noi patiamo fussino corrispondenti a’ delitti de’ quali siamo accusati, o almanco se non li trapassassino di molto; ma che differenza è dall’una cosa all’altra! Perché noi abbiamo ardire di dire, giustissimo principe, che se i peccati di ciascuno di noi fussino più gravi che fussino mai stati i peccati e le sceleratezze commesse da alcuna città verso il suo principe, che le pene, anzi l’acerbità de’ supplìci che noi immeritamente sopportiamo, sarebbono maggiori senza proporzione di quello che avessimo meritato. Abbiamo ardire di dire che tutte le miserie tutte le crudeltà tutte le immanità26 (taciamo per onore nostro delle libidini) che abbia mai, alla memoria degli uomini, sopportate alcuna città alcuno popolo alcuna congregazione d’abitatori, raccolte insieme tutte, siano una piccola parte di quelle che, ogni dì ogni ora ogni punto di tempo, sopportiamo noi; spogliati in uno momento di tutta la roba nostra, costretti gli uomini liberi, con tormenti con carceri private con catene messe a’ corpi di molti de’ nostri dai soldati, a provedergli del vitto continuamente, a uso non militare ma di prìncipi, a provedergli di tutte quelle cose che caggiono nella cupidità loro, a pagare ogni dì a loro nuovi danari; li quali essendo impossibile a pagare, gli costringono con minacci con ingiurie con battiture con ferite : in modo che non è alcuno di noi che non ricevesse per somma grazia, per somma felicità, nudo, a piede, lasciate in preda tutte le sostanze, potersi salvo della persona fuggire da Milano, con condizione di perdere in perpetuo e la patria e i beni. Desolò, a tempo de’ proavi nostri, Federigo Barbarossa questa città27, crudelissimo contro agli abitatori contro agli edifìci contro alle mura : e nondimeno, che furono le miserie di quegli tempi comparate alle nostre? non solo per tollerarsi più facilmente la crudeltà dello inimico come più giusta che la crudeltà ingiusta dell’amico, ma eziandio perché uno dì, due dì, tre dì, saziorono l’ira e la acerbità del vincitore, finirono i supplìci de’ vinti; noi già perseveriamo più di uno mese in queste acerbissime miserie, accrescono ogni ora i nostri tormenti e, simili a’ dannati nell’altra vita, sopportiamo senza speranza di fine quello che prima aremmo creduto essere impossibile che la condizione umana tollerasse. Speriamo pure che la magnanimità tua, la tua clemenza abbia a soccorrere a tanti mali, che abbia a provedere che una città diventata leggittimamente tua, commessa alla tua fede, non sia con tanta immanità totalmente distrutta; che comperando28 con questa pietà gli animi nostri, meritando perpetua memoria di padre e risuscitatore di una città sì memorabile per tutto il mondo, fonderai più in uno dì il principato tuo con la benivolenza e con la divozione de’ sudditi che non fanno gli altri prìncipi nuovi in molti anni con l’armi e con le forze. La somma29 della orazione nostra è che, se per qualunque cagione la volontà tua è aliena da liberarci da tanta crudeltà, se qualche impedimento ti interrompe, che noi ti supplichiamo con tutti gli spiriti che voi spigniate addosso a tutto questo popolo, a tutti noi a ognuno a ogni sesso a ogni età, il furore l’armi il ferro e l’artiglierie dello esercito: perché a noi sarà incredibile felicità essere impetuosamente morti, più presto che continuare nelle miserie e ne’ supplìci presenti; né sarà manco celebrata la pietà tua, se in altro modo non puoi soccorrerci, che infamata la loro immanità; né a noi manco lieto il terminare in questo modo la nostra infelicissima vita, né manco allegra a quegli che ci amano la nostra morte che soglia essere a’ padri e a’ parenti la natività de’ figliuoli e degli altri congiunti cari. —
Seguitorono queste parole miserabili le lamentazioni e i pianti di tutti gli altri. A’ quali il duca rispose con grandissima mansuetudine, dimostrando avere sommo dispiacere delle loro infelicità né minore desiderio di sollevare e beneficare quella città e tutto il ducato di Milano; scusando che quello che si faceva non solo era contro alla volontà di Cesare ma ancora contro alla intenzione di tutti i capitani, e che la necessità, per non avere avuto modo a pagare i soldati, gli aveva indotti più presto a consentire questo che ad abbandonare Milano, o mettere in pericolo la salute dello esercito, e tutto lo stato che aveva Cesare in Italia in preda degli inimici. Avere portato seco qualche provisione di denari, ma non tanta che bastasse, per l’essere creditori di molte paghe; nondimeno, che se la città di Milano gli provedesse di trentamila ducati per la paga di uno mese, che condurrebbe l’esercito ad alloggiare fuora di Milano: affermando che, se bene sapeva che altre volte fussino stati ingannati di simili promesse, potrebbeno starne sicurissimi alla parola e alla fede sua; e aggiugnendo, pregare Dio che se mancasse loro gli fusse levato il capo dal primo colpo dell’artiglieria degli inimici. La quale somma, benché alla città tanto esausta fusse gravissima, nondimeno trapassando tutte l’altre calamità la miseria dello alloggiare i soldati, accettata la condizione proposta, cominciorono con quanta più prestezza potettono a provedergli. Ma benché una parte de’ soldati, ricevuti i danari secondo che si pagavano, fusse mandata ad alloggiare ne’ borghi di porta Romana e di porta Tosa, per guardare i ripari e attendere a fortificargli (come anche si lavorara alla trincea di verso il giardino30, nel luogo nel quale fu fatta da Prospero Colonna), nondimeno ritenevano, non meno che quegli che erano restati dentro, i medesimi alloggiamenti e continuavano nelle medesime acerbità; o non tenendo conto Borbone della sua promessa o non potendo, come si crede, resistere alla volontà e alla insolenza de’ soldati, fomentati anche da alcuni de’ capitani, che volentieri, o per ambizione o per odio, difficultavano i suoi consigli. Della quale speranza privato il popolo di Milano, non avendo più né dove sperare né dove ricorrere, cadde in tanta disperazione che è cosa certissima alcuni, per finire tante acerbità e tanti supplizi morendo, poiché vivendo non potevano, si gittorono da luoghi alti nelle strade, alcuni miserabilmente si sospeseno31da se stessi: non bastando però questo a mitigare la rapacità e la fiera immanità32 de’ soldati.
Erano in questo tempo molto miserabili le condizioni del paese, lacerato con grandissima empietà dai soldati de’ collegati; i quali, aspettati prima con grandissima letizia da tutti gli abitatori, aveano per le rapine ed estorsioni loro convertita la benivolenza in sommo odio: corruttela generale della milizia del nostro tempo, la quale, preso esempio dagli spagnuoli, lacera e distrugge non manco gli amici che gli inimici. Perché se bene per molti secoli fusse stata grande in Italia la licenza de’ soldati, nondimeno l’avevano in infinito augumentata i fanti spagnuoli, ma per causa se non giusta almeno necessaria, perché in tutte le guerre di Italia erano stati malissimo pagati: ma (come33 [per] gli esempli, benché abbino principio escusabile, si procede sempre di male in peggio) i soldati italiani, benché non avessino la medesima necessità perché erano pagati, seguitando l’esempio degli spagnuoli cominciorono a non cedere34 in parte alcuna alle loro enormità. Donde, con grande ignominia della milizia del secolo presente, non fanno i soldati più alcuna distinzione dagli inimici agli amici; donde non manco desolano i popoli e i paesi quegli che sono pagati per difendergli che quegli che sono pagati per offendergli.
1. ferocia: valore.
2. della repubblica: della comunità.
3. che… condursi: cui veniva chiesto di farsi assumere.
4. si… alto: aumentavano il prezzo.
5. particolari; privati.
6. ottenuti: soggetto è i fanti.
7. dalle leghe: dagli organi pubblici.
8. I rifossi erano fossati che circondavano le mura esterne.
9. pretermettendo: trascurando.
10. sotto specie: col pretesto.
11. la faccia: l’aspetto.
12. trapassare: affluire.
13. a’ tempi: al momento giusto.
14. era… loro: arricchiva anche loro.
15. secondo… sentenza: a quanto mi risulta, in questo tenore.
16. felicità: fortuna.
17. avarizia: avidità.
18. di… perdere: di non avere nulla da perdere.
19. Nel 1521 (cfr. XIV, IX e XIII).
20. Nel 1521 e nel 1523 (cfr. XIV, XIII e XV, III e v).
21. Cfr. XIV, XIV.
22. La spedizione del 1523, comandata dall’ammiraglio Bonnivet (cfr. XV, III e V).
23. non… benemeriti: non vogliamo risarcire le nostre colpe (presunte) con le nostre benemerenze.
24. lo spoglio… causa: la sua deposizione, fatta improvvisamente e senza, debito procosso.
25. certificati: certi.
26. le immanità: le brutalità.
27. Nel 1162.
28. comperando: acquistando al tuo favore.
29. la somma: la sostanza.
30. Il giardino attiguo al castello, subito fuori del lato nord-est delle mura.
31. si sospesone: s’impiccarono.
32. la… immanità: la bestiale ferocia.
33. come; ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.
34. cedere: essere da meno.