CAPITOLO IX
L’esercito de’ collegati, per le condizioni difficili della guarnigione del castello, si accosta di nuovo a Milano. Meraviglia dei capitani svizzeri per la lentezza e l’indecisione dell’esercito. Resa del castello di Milano; patti della resa. Ritirata dell’esercito pontificio da Siena. L’Ungheria assalita dai turchi.
Andavansi in questo tempo consumando tanto le vettovaglie del castello che già gli assediati si appropinquavano alla necessità della dedizione1 ; la quale desiderando di allungare2 quanto potevano, perché erano da alcuni capi dello esercito de’ collegati nutriti con speranza di soccorso, la notte venendo il decimo settimo dì di luglio, messeno fuora per la porta del castello, di verso le trincee che lo serravano di fuora, più di trecento tra fanti donne e fanciulli e bocche disutili: allo strepito delle quali benché dalla guardia degli inimici fusse dato all’arme, nondimeno, non essendo fatta loro altra opposizione, ed essendo le trincee sì strette che con l’aiuto delle picche si potevano passare, le passorono tutte salve. Erano due trincee lontane due tiri di mano dal castello, e tra l’una e l’altra uno riparo di altezza circa quattro braccia3: il quale riparo, così come faceva guardia contro al castello, dava sicurtà a chi dal canto di fuora avesse assaltato le trincee. I quali usciti del castello, andati a Marignano dove era l’esercito, e fatto fede della estremità grande in che si trovavano gli assediati e della debolezza delle trincee, poiché insino alle donne e fanciulli le avevano passate, costrinseno i capitani a ritornare per fare pruova di soccorrerlo; consentendo il duca di Urbino, per non ricevere in sé solo questa infamia, di escusazione non tanto facile quanto prima, perché, essendo nello esercito più di cinquemila svizzeri, non militava4 più la causa principale che aveva allegata, di essere pericoloso l’accostarsi senza altri fanti [che] italiani a Milano. Perciò fu determinato nel consiglio, unitamente5, che lo esercito non più da altra parte ma dirittamente6 si accostasse al castello e che, preso le chiese di San Gregorio e di Santo Angelo vicine a’ rifossi7, alloggiasse sotto Milano. Con la quale deliberazione partiti da Marignano si condusseno in quattro dì, per cammino difficile a camminare per la fortezza delle fosse e degli argini, il vigesimo secondo dì di luglio tra la badia di Casaretto8 e il fiume del Lambro, in luogo detto volgarmente l’Ambra9; nel quale luogo il duca, variando quel che prima era stato deliberato nel consiglio, volle che si facesse l’alloggiamento, ponendo la fronte dello esercito alla badia a Casaretto vicina manco di due miglia a Milano, col fiume del Lambro alle spalle, e distendendosi da mano destra insino al navilio10, dalla sinistra insino al ponte11 : in modo che si poteva dire alloggiato tra porta Renza12 e porta Tosa, perché teneva poco di porta Nuova13 e, per questi rispetti e per la natura del paese, alloggiamento molto forte. E allegava il duca d’avere fatto mutazione da questo alloggiamento a quello de’ monasteri per la vicinità del castello, per non essere tanto sotto le mura che fusse necessitato a mettersi in pericolo e privato della facoltà di voltarsi dove gli paresse, e perché il minacciargli da più parti gli necessitava a fare in più luoghi guardie grandi; donde, rispetto al numero delle genti che avevano, si augumentavano le loro difficoltà.
Condotto in questo alloggiamento l’esercito (del quale una piccola parte, mandata il dì medesimo alla terra di Moncia, la ottenne per accordo, e il dì seguente espugnò con l’artiglierie la fortezza nella quale erano cento fanti napoletani), si ristrinseno i consigli di14 quello fusse da fare per metter vettovaglie nel castello di Milano, ridotto come si intendeva in estrema necessità; con intenzione di farne uscire Francesco Sforza. E benché molti de’ capitani, o perché veramente così sentissino15 o per dimostrarsi animosi e feroci16 in quelle cose che si avevano a determinare con più pericolo dello onore e delle estimazione di altri che sua, consigliassino che si assaltassino le trincee, nondimeno il duca di Urbino il quale giudicava fusse cosa pericolosissima, non contradicendo apertamente ma proponendo17 difficoltà e mettendo tempo in mezzo, impediva il farne conclusione : donde essendo rimessa la deliberazione al dì prossimo, i capitani svizzeri dimandorono di essere introdotti nel consiglio, nel quale ordinariamente non intervenivano. Le parole fece per loro18 il castellano di Mus, che avendone condotto la maggiore parte riteneva19 titolo di capitano generale tra loro. Il quale, avendo esposto che i capitani svizzeri si maravigliavano che, essendosi cominciata questa guerra per soccorrere il castello di Milano e trovandosi le cose in tanta necessità, si stesse, dove era bisogno di animo e di esecuzione, a consumare il tempo vanamente in disputare se era da soccorrere o no, [ disse] non potere credere non si facesse deliberazione opportuna alla salute comune e all’onore di tanti capitani e di tanto esercito; nel quale caso essi fare intendere che riceverebbeno per grandissima vergogna e ingiuria se, nello accostarsi al castello, non fusse dato loro quello luogo20 della fatica e del pericolo che meritava la fede e l’onore della nazione degli elvezi; né volere mancare di ricordare21 che, nel pigliare questa deliberazione, non avessino tanto memoria di quegli che avevano perduto con ignominia le imprese cominciate, che si dimenticassino la gloria e la fortuna di coloro che avevano vinto.
Nelle quali consulte mentre che il tempo si consuma, conoscendosi chiaramente per tutti la intenzione del duca aliena dal soccorrere, sopravenneno nuove, benché non ancora in tutto certe, che il castello era o accordato o in procinto di accordarsi : al quale avviso il duca prestando fede, disse, presente tutto il consiglio, questa cosa, se bene perniciosa per il duca di Milano, essere desiderabile e utile per la lega; perché la liberava dal pericolo che la cupidità o la necessità di soccorrere il castello non inducesse quello esercito a fare qualche precipitazione, essendo stata imprudenza grande di quegli che si erano mai persuasi che e’ si potesse soccorrere: che ora, essendo liberati da questo pericolo, si aveva di nuovo a consultare, e ordinare la guerra22 nel medesimo modo che se fusse il primo dì del principio di essa. Ebbesi poco poi la certezza dello accordo : perché il duca di Milano, essendo ridotto il castello in tanta estremità di vivere che appena poteva sostenersi uno giorno, e disperato totalmente del soccorso, poi che dallo esercito della lega, arrivato due dì innanzi in alloggiamento sì vicino, non vedeva farsi movimento alcuno, continuate le pratiche che già più dì, per trovarsi preparato a questo caso, aveva tenute col duca di Borbone (il quale, ritirato che fu l’esercito, aveva mandato in castello a visitarlo), conchiuse lo accordo il vigesimoquarto dì di luglio. Nel quale si contenne : che senza pregiudizio delle sue ragioni desse il castello di Milano a’ capitani, riceventilo in nome di Cesare, avuta facoltà da loro di uscirne salvo insieme con tutti quegli che erano nel castello; e gli fusse lecito fermarsi a Como, deputatogli per stanza23, col suo governo ed entrate, insino a tanto che si intendesse sopra le cose sue la deliberazione di Cesare; aggiugnendogli tante altre entrate che a ragione di anno ascendessino in tutto a trentamila ducati: dessigli salvocondotto per potere personalmente andare a Cesare; e si obligorono pagare i soldati che erano nel castello di quel che si doveva loro per gli stipendi corsi insino a quel dì, che si dicevano ascendere a ventimila ducati : dessinsi in mano del protonotario Caracciolo, Giannangiolo Riccio e il Poliziano, perché gli potesse esaminare; avuta la fede da lui di rilasciargli poi e fargli condurre in luogo sicuro: liberasse il duca di Milano il vescovo di Alessandria24, che era prigione nel castello di Cremona; e a Sforzino25 fusse dato Castelnuovo di Tortonese. Non si parlò in questa convenzione cosa alcuna del castello di Cremona; il quale il duca, non potendo più resistere alla fame, aveva commesso26 a Iacopo Filippo Sacco mandato da lui al duca di Borbone che, non potendo ottenere l’accordo altrimenti, lo promettesse loro. Ma egli accorgendosi, per le parole e modi del loro maneggio, del desiderio grande che avevano di convenire27, mostrando, il duca non essere mai per cedere questo, ottenne non se ne parlasse : perché i capitani imperiali, ancora che per molte congetture comprendessino non essere nel castello molte vettovaglie, e che la necessità presto era per fargli ottenere lo intento loro, nondimeno, desiderosi di assicurarsene, avevano deliberato di accettarlo con ogni condizione, non essendo certi che lo esercito della lega appropinquatosi non tentasse di soccorrerlo; nel quale caso, non confidando del potersi bene difendere le trincee, erano risoluti di uscire in su la campagna a combattere: il quale evento dubbio della fortuna fuggirono volentieri con accettare dal duca quello che potessino avere. Il quale, uscito il dì seguente del castello e accompagnato da molti di loro insino alle sbarre28 dello esercito, poiché vi fu dimorato uno dì, si indirizzò al cammino di Como; ma allegando, gli imperiali avergli promesso di dargli la stanza sicura in Como ma non già di levarne le genti che vi avevano a guardia, non volendo più fidarsi di loro, se bene prima avesse deliberato non fare cosa che potesse irritare più l’animo di Cesare, se ne andò a Lodi: la quale città fu dai confederati liberamente29 rimessa in sua mano. Né gli essendo stato de’ capitoli fatti osservata cosa alcuna, eccetto che lo avere lasciato partire salvi egli con tutti i suoi e con le robe loro, ratificò per instrumento30 publico la lega fatta dal pontefice e dai viniziani in nome suo.
Ma in questo tempo medesimo il pontefice, benché per i movimenti de’ Colonnesi avesse publicato il monitorio contro al cardinale e contro agli altri della famiglia della Colonna, nondimeno, vedendo molto diminuita la speranza di mutare il governo di Siena, ed essendogli molesto avere travagli nel territorio di Roma, prestò cupidamente orecchi a don Ugo di Moncada; il quale, non con animo di convenire31 ma per renderlo più negligente alle provisioni, proponeva che sotto certe condizioni si rimovessino le offese contro a’ sanesi e tra i Colonnesi e lui : a trattare le quali cose essendo venuto a Roma Vespasiano Colonna, uomo confidente al pontefice, fu cagione che il pontefice, il quale perduta in tutto la speranza di felice successo intorno a Siena trattava di fare levare dalle mura l’esercito, differì l’esecuzione di questo consiglio salutifero, aspettando, per minore ignominia, di farlo partire subito che fusse conchiuso questo accordo; e nondimeno moltiplicando continuamente i disordini e le confusioni di quello esercito, fu deliberato in Firenze di farlo ritirare. Accadde che il dì precedente a quello che era destinato a partirsi32, essendo usciti della città quattrocento fanti verso l’artiglieria alla quale era a guardia Iacopo Corso, egli, subito, con la sua compagnia voltò le spalle; e levato il romore33 e cominciata la fuga, tutto il resto dello esercito nel quale non era né ubbidienza né ordine, non avendo chi gli seguitasse né chi gli assaltasse, si messe da se medesimo in fuga, facendo a gara i capitani i commissari i soldati a cavallo e i fanti, ciascuno, di levarsi più presto dal pericolo, lasciate agli inimici le vettovaglie i carriaggi e l’artiglierie; delle quali dieci pezzi, tra grossi e piccoli, de’ fiorentini e sette de’ perugini furono condotti con grandissima esultazione e quasi trionfando in Siena : rinnovandosi con clamori grandi di quello popolo la ignominia delle artiglierie le quali, grandissimo tempo innanzi perdute da i fiorentini pure alle mura di Siena, si conservavano ancora in sulla piazza publica di quella città. Ricevettesi questa rotta il dì seguente nel quale in potestà de’ capitani cesarei pervenne il castello di Milano. E ne’ medesimi dì il pontefice, acciò che alle afflizioni particolari si aggiugnessino le calamità della republica cristiana, ebbe avvisi di Ungheria, Solimanno ottomanno, il quale si era mosso di Costantinopoli con potentissimo esercito per andare ad assaltare quel reame, poiché aveva passato il fiume del Savo34 senza contrasto (perché pochi anni innanzi aveva espugnato Belgrado), avere ora espugnato il castello, credo, di Pietro Varadino35 passato il fiume della Drava: donde, non gli ostando né monti né impedimenti de’ fiumi, si conosceva tutta l’Ungheria essere in manifestissimo pericolo.
1. dedizione: resa.
2. allungare: ritardare.
3. Un braccio corrispondeva a poco più di mezzo metro.
4. non militava: non sussisteva.
5. unitamente: all’unanimità,
6. dirittamente; direttamente.
7. I rifossi erano i fossati che circondavano le mura esterne.
8. Casoretto.
9. Lambrate.
10. Al Naviglio.
11. Il ponte sul Lambro.
12. Porta orientale.
13. Porta nord-orientale.
14. si… consigli di: si venne a consiglio su.
15. sentissino: pensassero.
16. feroci: arditi.
17. proponendo: prospettando.
18. Le… loro: parlò in nome loro.
19. riteneva: deteneva.
20. quello luogo: quella parte.
21. ricordare: ammonire.
22. ordinare la guerra: progettare un piano di guerra.
23. deputatogli per stanza: assegnatogli come residenza.
24. Pallavicino Visconti, accusato di avere istigato Bonifacio Visconti ad uccidere Francesco Sforza.
25. Sforza di Francesco Sforza, forse cugino di Francesco II Sforza.
26. commesso: ordinato.
27. convenire: accordarsi.
28. alle sbarre: al recinto dell’accampamento.
29. liberamente: senza condizioni.
30. per instrumento: con documento.
31. con… convenire: perché avesse intenzione di accordarsi.
32. 25 luglio 1526.
33. levato il romore: dato l’allarme.
34. La Sava.
35. Petrovaradin, che cadde il 28 luglio 1526.
CAPITOLO X
Richiesta del duca d’Urbino che venga nominato un capitano generale di tutta la lega; deliberazione di attendere gli svizzeri assoldati dal re di Francia, e di assalire Cremona. Ragioni di timori e di apprensione del pontefice. Sollecitazioni e incitamenti del pontefice al re di Francia. Trattative del pontefice anche col re d’Inghilterra. Trattative col duca di Ferrara.
Ma in Italia l’essere pervenuto in potestà di Cesare il castello di Milano pareva che avesse variato molto dello stato della guerra; essendo necessario, come diceva il duca di Urbino, fare nuovi disegni e nuove deliberazioni, come si arebbe avuto a fare se al principio non fusse stato in mano di Francesco Sforza il castello. Con la quale occasione, il dì medesimo che fu fatta la dedizione1, discorrendo2 al luogotenente del pontefice e al proveditore veneto lo stato delle cose, soggiunse bisognare uno capitano generale di tutta la lega, al quale fusse commesso il governo degli eserciti; né dimandare questo più per sé che per altri, ma avere bene deliberato di non prendere più, senza questa autorità, pensiero alcuno se non di comandare alle genti viniziane ; ricercandogli lo significassino3 a Roma e a Vinegia : dalla quale dimanda, fatta in tempo tanto importuno e con grandissima iracondia del pontefice, per rimuoverlo fu necessario che il senato viniziano mandasse in campo Luigi Pisano4, gentiluomo di grande autorità; per opera del quale si moderò, più presto alquanto che si estinguesse, questo ardore. Ma quanto al modo del procedere in futuro nella guerra, si deliberò che l’esercito non si rimovesse di quello alloggiamento insino a tanto venissino i svizzeri i quali si soldavano col nome e per mezzo del re di Francia; alla venuta de’ quali affermava il duca essere necessario fare due alloggiamenti da due bande diverse intorno a Milano, non per assaltare né per tentare di sforzarlo ma per farlo cadere per mancamento delle vettovaglie, il che diceva confidare potere succedere in termine di tre mesi: ribattendo sempre caldamente l’opinione di quegli che consigliavano che, fatti che fussino questi alloggiamenti, si tentasse di espugnare quella città; perché, essendo la lega potentissima di danari e avendone gli imperiali grandissima difficoltà, tutte le ragioni promettevano la vittoria della impresa, nessuna fare timore del contrario se non il desiderio di accelerarla, perché col tempo e con la pazienza consumandosi gli avversari non poteva mancare che le cose non si conducessino a felice fine. Ed essendogli qualche volta risposto, il discorso essere verissimo ogni volta che5 si potesse stare sicuro che di Germania non venisse soccorso di nuovi fanti (il quale quando venisse, tale che gli imperiali potessino uscire alla campagna, non si potere negare che le cose restassino totalmente sottoposte allo arbitrio della fortuna), replicava, in quello caso promettersi la vittoria non manco certa, perché conoscendo la caldezza di Borbone giudicava che ogni volta che e’ si reputasse pari di forze allo esercito de’ confederati si spignerebbe tanto innanzi che e’ darebbe a loro occasione di avere con facilità qualche prospero successo che accelererebbe la vittoria. Ma perché, per le difficoltà che si intendevano essere nella condotta de’ svizzeri, si dubitava che la venuta loro non tardasse molti dì, e però essere molto dannosa la perdita di tanto tempo, fu deliberato, per consiglio principalmente del duca di Urbino e instando anche al medesimo il duca di Milano, di mandare subito Malatesta Baglione, con trecento uomini d’arme trecento cavalli leggieri e cinquemila fanti, alla espugnazione di Cremona; impresa giudicata facile, perché vi erano dentro poco più di cento uomini d’arme dugento cavalli leggieri mille elettissimi fanti tedeschi e trecento spagnuoli, pochissime artiglierie e minore copia di munizioni, non molta vettovaglia, il popolo della città, benché invilito e sbattuto6, inimico, il castello contrario; il quale benché fusse stato separato dalla città con una trincea, nondimeno, per relazione di Annibale Picinardo castellano7, si poteva sperare di torgli i fianchi8, e però facilmente di espugnarla. Andò Malatesta con questi consigli9 a Cremona: per la partita del quale essendo diminuite le genti dello esercito, non stava il duca di Urbino con leggiero sospetto che le genti che erano in Milano non assaltassino una notte gli alloggiamenti, tanto erano lontane le cose dalla speranza della vittoria. Commettevansi10 nondimeno spessissime scaramuccie, per ordine di Giovanni de’ Medici; nelle quali benché apparisse molto la sua ferocia11 e la sua virtù, e il valore de’ fanti italiani stati oscuri insino che cominciorno a essere retti da lui; nondimeno non giovavano, anzi più presto nocevano, alla somma12 della guerra, per le frequenti uccisioni de’ fanti esercitati e di maggiore animo.
Ma in questo mezzo i successi avversi delle cose avevano indebolito molto dell’animo del pontefice, non bene proveduto di danari alla lunghezza, la quale già appariva, della guerra, né disposto a provederne con quegli modi che ricercava la importanza delle cose, e co’ quali erano soliti a provederne gli altri pontefici, non era bene sicuro della fede del duca di Urbino, né confidava molto della sua virtù: ricevuta anche grandissima alterazione che nella declinazione delle cose avesse dimandato il capitanato generale, onore solito a dimandarsi più presto per premio della vittoria. Ma lo turbava ancora molto più il non si vedere che gli effetti13 del re di Francia corrispondessino alle obligazioni della lega, e a quello che ciascuno si era promesso di lui. Perché, oltre all’essere proceduto molto lentamente al pagamento de’ quarantamila ducati per il primo mese, e la tardità usata alle provisioni necessarie per la espedizione14 de’ svizzeri, non si vedeva preparazione alcuna per dare principio a muovere la guerra di là da’ monti, allegando essere necessario che prima si facesse la intimazione a Cesare15, secondo che si disponeva per i capitoli della confederazione; perché, facendo altrimenti, il re di Inghilterra, il quale aveva lega particolare con Cesare a difensione comune, per avventura lo aiuterebbe, ma fatta la intimazione cesserebbe questo rispetto; e che però prontamente moverebbe la guerra, e sperava che il re di Inghilterra farebbe il medesimo : il quale prometteva, subito che fusse fatta la intimazione, protestare16 a Cesare, e dipoi entrare nella confederazione fatta a Cugnach. Procedeva anche il re freddamente a preparare l’armata marittima, e, quel che manifestava più l’animo suo, tardavano molto a passare i monti le cinquecento lancie le quali era obligato a mandare in Italia. E benché si allegasse procedere questa tardità o dalla negligenza de’ franzesi o dalla impotenza de’ danari e dal credito perduto negli anni prossimi17 co’ mercatanti di Lione, o dallo essere le genti d’arme in grandisimo disordine per il danno ricevuto nella giornata di Pavia, e perché da poi avevano avuto niuno o pochissimi denari, in modo che, avendosi a rimettere quasi del tutto in ordine, non potevano espedirsi18 senza lunghezza di tempo, nondimeno chi considerava più intrinsecamente i progressi19 delle cose cominciava a dubitare che il re avesse più cara la lunghezza della guerra che la celerità della vittoria, dubitando (com’è20 piccola la fede e confidenza che è tra’ prìncipi) che gli italiani, ricuperato che avessino il ducato di Milano, tenendo piccolo conto degli interessi suoi, o non facessino senza lui concordia con Cesare o veramente21 fussino negligenti a travagliarlo in modo che avesse a restituirgli i figliuoli. Accresceva la sospensione del pontefice che il re di Inghilterra, ricercato di entrare nella confederazione, della quale era stato confortatore, non corrispondendo alle persuasioni e promesse che aveva fatto prima, dimandava, più presto per interporre dilazione che per altra cagione, che i confederati si obligassino a pagargli i danari dovutogli da Cesare, e che lo stato e l’entrata promessagli nel regno di Napoli si trasferisse nel ducato di Milano. Temeva anche il pontefice che i Colonnesi, i quali con vari moti lo tenevano in continuo sospetto, con le forze del reame di Napoli non l’assaltassino. Però, raccolte insieme tutte le difficoltà, tutti i pericoli, faceva instanza co’ collegati che, oltre al sollecitare ciascuno per la sua parte le provisioni terrestri e marittime espresse ne’ capitoli della lega, si assaltasse comunemente il regno di Napoli con mille cavalli leggieri e dodicimila fanti e con qualche numero di gente d’arme; giudicando, per gli effetti succeduti insino a quel dì, che le cose non potessino succedere prosperamente se Cesare non fusse molestato in altro luogo che nel ducato di Milano.
Per le quali cagioni mandò al re di Francia Giovambattista Sanga romano, uno de’ suoi secretari, per incitarlo a pigliare la guerra con maggiore caldezza, dimostrandogli quanto esso si trovasse esausto e impotente a continuare nelle spese medesime se non era anche soccorso da lui di qualche quantità di denari : che, non ostante che nella confederazione non fusse stato trattato di assaltare il reame di Napoli mentre durava la guerra di Lombardia, si disponesse a fare questa impresa di presente; alla quale benché i viniziani, per non si aggravare di tante spese, avessino da principio fatto difficoltà, nondimeno, vinti dalla sua instanza22, avevano consentito di concorrervi, eziandio senza il re ma con tanto minore numero di gente quanto importava la sua porzione23: che il re per questa cagione, oltre alle cinquecento lance, alle quali aveva disegnato per capo il marchese di Saluzzo, mosso più, secondo diceva, dalla buona fortuna che dalla virtù dell’uomo, mandasse altre trecento lance in Lombardia, per poterne trasferire una parte nel reame di Napoli : che si sollecitasse la venuta dell’armata di mare, o per strignere con essa Genova o per voltarla al regno di Napoli; la quale benché dai franzesi fusse spedita24 con la medesima lentezza che si spedivano l’altre provisioni, nondimeno si andava continuamente sollecitando. Ed era l’armata del re quattro galeoni e sedici galee sottili, i viniziani tredici galee, il papa undici; della quale tutta era deputato capitano generale, a instanza del re, Pietro Navarra, non ostante che il papa avesse avuta più inclinazione a Andrea Doria. Fu oltre a tutte queste [cose] commesso al Sanga, secretissimamente, che tentasse il re25 a fare la impresa di Milano per sé, per dargli cagione che con tutte le forze sue si risentisse26 alla guerra.
Ebbe anche il Sanga commissione di andare poi al re di Inghilterra, per domandargli sussidio di denari : con ciò sia che quel re, che da principio desiderava tanto la guerra contro a Cesare che se la lega si fusse trattata in Inghilterra, come egli ed Eboracense desideravano, si crede sarebbe entrato nella confederazione; ma non avendo patito27 il tempo e la necessità del castello di Milano che si facesse lunga pratica, poiché vidde fatta la lega per gli altri, gli parve potersi stare di mezzo come spettatore e giudice.
Trattava anche il pontefice, stimolato da’ viniziani e non meno dal re di Francia, il quale a questo effetto aveva mandato il vescovo di Baiosa a Ferrara, di comporre le differenze28 con quello duca, benché più presto in apparenza che in effetto; proponendogli diversi partiti, e tra gli altri di dargli Ravenna in contracambio di Modona e di Reggio: cosa disprezzata dal duca, non solo perché, avendo già preso animo dalla ritirata dello esercito dalle porte di Milano, si rendeva più difficile che il solito a’ partiti propostigli, e a questo di Ravenna specialmente; e per essere molto diverse le entrate, e perché questo gli pareva mezzo da farlo venire, a qualche tempo29, in contenzione co’ viniziani.
1. la dedizione: la resa.
2. discorrendo: esponendo.
3. significassino: comunicassero.
4. Alvise Pisani, ambasciatore a Clemente VII.
5. ogni volta che: qualora.
6. sbattuto: abbattuto.
7. Annibale Picenardi (o Pizzinardi).
8. torgli i fianchi: mettere fuori uso le artiglierie poste sui bracci di mura che fiancheggiavano i baluardi.
9. con… consigli: con questo piano.
10. commettevansi: si attaccavano.
11. ferocia: animosità.
12. alla somma: al risultato.
13. gli effetti: le azioni concrete.
14. per la espedizione: per l’invio.
15. si… Cesare: si comunicasse formalmente a Cesare la stipulazione della lega.
16. protestare: dichiarare guerra. ;
17. prossimi: ultimi, recenti.
18. espedirsi: muoversi.
19. più… progressi: più a fondo l’andamento.
20. com’è: il come ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.
21. o veramente: oppure.
22. instanza: insistenza.
23. con… porzione: con un numero di soldati decurtato di una parte corrispondente a quella che toccava al re di fornire.
24. spedita: apprestata.
25. tentasse il re: sondasse il re per vedere se era disposto.
26. si risentisse: si svegliasse e prendesse parte attiva.
27. patito: consentito.
28. di… differenze: di appianare le controversie.
29. a… tempo: prima o poi.
Provvedimenti di Cesare per la guerra. Vani assalti di milizie dei collegati a Cremona. Deliberazione del duca d’Urbino di recarvisi con nuove milizie. Giudizi sfavorevoli intorno al modo con cui è stata condotta l’impresa contro Milano. Le armate veneziana, pontifìcia e francese dominano il mare intorno a Genova. Resa di Cremona.
Queste erano le pratiche le preparazioni e le opere de’ confederati, differite interrotte e variate, secondo le forze secondo i fini e i consigli de’ prìncipi. Ma non era già in Cesare, le deliberazioni del quale dependevano da se stesso, né negligenza né irresoluzione di quello che comportassino le forze sue. Perché avendo il re di Francia, a instanza degli oratori de’ confederati, denegato licenza al viceré (che la dimandò insino con le lacrime) di passare in Italia, egli, rifiutati doni di valore di ventimila ducati, se ne era ritornato in Spagna, portando seco (publicò lui) cedola di mano del re di Francia di essere parato all’osservanza dell’accordo di Madril, permutando la restituzione della Borgogna in pagamento di due milioni di ducati: al ritorno del quale, Cesare, perduta ogni speranza che il re di Francia osservasse la capitolazione deliberò mandarlo in Italia con una armata1 che portasse i fanti tedeschi, i quali in numero poco manco di tremila si stavano in Perpignano, e tanti altri fanti spagnuoli che in tutto facessino il numero di seimila; provedeva di mandare di nuovo a Milano centomila ducati, sollecitando la espedizione2 dell’armata, la quale non poteva essere sì presto perché, oltre al tempo che andava a metterla insieme e a preparare i fanti spagnuoli, era necessario pagare a’ tedeschi centomila ducati de’ quali erano creditori per gli stipendi passati; commetteva3 anche assiduamente in Germania che a Milano si mandasse soccorso di nuovi fanti, ma non vi provedendo a’ denari per pagargli, ed essendo il fratello per la povertà sua impotente a provedergli, procedeva molto tardi questa espedizione.
E nondimeno la tardità e i successi poco prosperi de’ confederati facevano che si potesse aspettare ogni dilazione. Perché Malatesta, condotto a Cremona, piantò, la notte de’ sette di agosto, l’artiglierie alla porta della Mussa4, giudicando quel luogo essere debole perché era male fiancheggiato5 e senza terrapieno; e volendo nel tempo medesimo dare lo assalto dalla banda del castello, giudicava a proposito battere in luogo lontano, perché fussino necessitati quegli di dentro a dividere tanto più le genti loro. Nondimeno, battuto che ebbe, parendogli che quel luogo fusse forte e bene riparato, e (credo) la batteria fatta tanto alto che restava troppo eminente da terra l’altezza del muro, si risolvé di non gli dare lo assalto ma cominciare, con consiglio6 diverso, una batteria nuova vicina al castello, in luogo detto Santa Monica, dove già aveva battuto Federigo da Bozzole: e nel tempo medesimo faceva due trincee in su la piazza del castello, una che tirava a mano destra verso il Po, dove quegli di dentro avevano fatto due trincee ; e sperava, con la sua, tôrre loro uno bastione al quale già si era avvicinato a sei braccia, il quale bastione era nella prima trincea loro appresso alla muraglia della terra; e pigliandolo, disegnava servirsene per cavaliere7 a battere a lungo della muraglia8 dove batterono i franzesi. Però gli imperiali facevano un altro bastione dietro all’ultima trincea loro. L’altra trincea di Malatesta era da mano sinistra verso la muraglia, e già tanto vicina alla loro che si aggiugnevano9 co’ sassi. E condotto le trincee al disegno suo, determinava fare la batteria. Né lo impedivano a fare lavorare10 l’artiglierie degli inimici, perché in Cremona non erano più che quattro falconetti11, poca munizione, e traevano12 molto poco. Nondimeno i fanti di dentro non restavano13, uscendo fuora, di travagliare quegli che lavoravano alle trincee, mettendogli spesso, non ostante avessino grossa guardia, in molte difficoltà: donde Malatesta, quasi incerto di quello che avesse da fare, confondeva, con non molta sua laude, con vari giudici scritti nelle sue lettere, i capitani dello esercito. I quali, vedendo la oppugnazione riuscire continuamente più diffìcile, feciono andare nel campo suo mille dugento fanti tedeschi, condotti di nuovo14 dai viniziani a spese comuni del pontefice e loro, sotto Michele Gusmuier rebelle di Cesare e del fratello15; e pochi dì poi, per provedere alla discordia ed emulazione che era tra Malatesta e Giulio Manfrone, vi andò dallo esercito con tremila fanti il proveditore Pesero, che di somma benivolenza16 era già diventato poco accetto al duca di Urbino. Ma la notte venendo i tredici dì di agosto, fece Malatesta piantare quattro pezzi di artiglieria tra la porta di santo Luca e il castello, per pigliare uno bastione; dove, essendosi battuto quasi tutto il dì, fece sboccare la trincea17, con speranza di pigliare la notte medesima il bastione. Ma alla quarta ora della notte, pochi fanti tedeschi assaltorno la guardia delle trincee che era, tra dentro e fuora, più di mille fanti, e disordinati gli costrinseno ad abbandonarla (benché il dì seguente furono costretti a partirsene); in modo che la trincea, fatta con tanta fatica, restò abbandonata dall’una parte e dall’altra. Ma la fortuna volle mostrarsi favorevole a quegli di fuori, se avessino saputo o conoscere o pigliare l’occasione: perché la notte, venendo i quindici, cascorono da se medesime circa cinquanta braccia di muraglia tra la porta di Santo Luca e il castello, insieme con un pezzo della artiglieria; dove se con prestezza, venuto che fu il dì, si fusse presentata la battaglia erano quegli di dentro, spaventati da accidente sì improviso, senza speranza di resistere, perché il luogo dove arebbeno avuto a stare alla difesa restava scoperto dall’artiglieria18 del castello. Ma mentre che Malatesta tarda, prima a risolversi poi a mettere in ordine di dare lo assalto, i soldati, lavorando di dentro sollecitamente, e copertisi, la prima cosa, co’ ripari dalla artiglieria del castello, si riparorono anche alla fronte degli inimici; in modo che quando fu presentato lo assalto, che erano già venti ore del dì, ancora che a quella banda si voltasse la maggiore parte del campo, nondimeno si accostorono, perché andavano troppo scoperti, con gravissimo danno; e accostatisi, erano, oltre all’altre difese, battuti da infiniti sassi gittati da quegli di dentro, in modo vi restò morto Giulio Manfrone il capitano Macone19 e molti altri soldati di condizione. Dettesi anche nel tempo medesimo un altro assalto per la via del castello, dove furno ributtati, benché con poco danno: ed era anche ordinato20 che alla batteria21 fatta da Santa Monica si desse un altro assalto, con ottanta uomini d’arme cento cavalli leggieri e mille fanti: ma, avendo trovato il fosso pieno di acqua e il luogo bene fortificato, si ritirorono senza tentare. Sopravenne poi il proveditore Pesero, con tremila fanti italiani con più di mille svizzeri e con nuova artiglieria, per potere fare due batterie gagliarde; in modo che, trovandosi più di ottomila fanti, disegnavano fare due batterie, dando l’assalto a ciascuna con tremila fanti, e assaltare anche dalla parte del castello con dumila fanti: e avendo condotto in campo grandissima quantità di guastatori, lavoravano sollecitamente alle trincee; delle quali essendo spuntata22 una a’ ventitré di agosto, ottenneno dopo lunga battaglia di coprire uno fianco23 degli inimici. La notte dipoi, precedente al dì vigesimo sesto, furno fatte due batterie; una guidata da Malatesta, di là dal luogo dove aveva battuto Federigo, l’altra alla porta della Mussa, guidata da Cammillo Orsino: l’una e l’altra delle quali ebbe poco successo; perché il terreno dove piantò Malatesta, per essere paludoso, non teneva ferma l’artiglieria, e acconsentendo24, ogni volta che la tirava, i colpi battevano troppo alto; quella di Cammillo fu bassa, ma si trovò che vi era la fossa con l’acqua e tanti fianchi di archibusi25 che non si poteva andare innanzi. Però, ancora che non ostante queste difficoltà si desse la battaglia, si ricevé quivi molto danno; e benché dal canto di Malatesta i fanti si conducessino alla muraglia, passati una fossa dove era l’acqua dentro più profonda che non si era inteso, furono facilmente ributtati. Fu anche dal canto del castello tirata giù26 una parte del cavaliere, e vi montorono su i fanti; ma la scesa dal lato di dentro era troppo alta, e avevano fatto gli imperiali da quella parte innanzi al castello tre mani27 di trincee con due mani di cavalieri e con fianchi28, e dopo quegli ancora ripari : però da ogni banda, e da un altro canto ancora sotto uno riparo, furono ributtati gli assaltatori che per tutto avevano assaltato con poco ordine e con piccolissimo danno degli inimici, morti e feriti molti di loro.
Costrinseno questi disordini e il perdersi la speranza di pigliare altrimenti Cremona (perché il quel campo mancava governo e obbedienza) il duca di Urbino a andarvi personalmente. Il quale, levato dello esercito che era intorno a Milano quasi tutti i fanti de’ viniziani, e lasciatavi una parte delle genti d’arme con tutte le genti ecclesiastiche e i svizzeri, che erano già arrivati in numero di tredicimila, sprezzando (ora che vi restava minore numero di gente, e spogliata di uno capo di tale autorità) quello pericolo che prima, quando vi era egli con maggiori forze, dimostrava continuamente di temere, e affermando non essere uso di genti di guerra, e degli spagnuoli manco che degli altri, assaltare altre genti di guerra nella fortezza de’ loro alloggiamenti, si condusse intorno a Cremona; disegnando di vincerla non per forza sola di batteria e di assalti, perché i ripari degli inimici erano troppo gagliardi, ma col cercare con numero grandissimo di guastatori accostarsi alle trincee e bastioni loro, e con la forza delle zappe più che con l’armi insignorirsene.
Fu imputato29 il governo di questa impresa contro allo stato di Milano dai capitani imperiali in molte cose, e principalmente della ritirata da porta Romana, ma non manco dello avere tentata da principio debolmente e con poche forze la oppugnazione di Cremona, confidandosi vanamente che fusse facile il pigliarla, e che dipoi scoprendosi le difficoltà avessino, continuandola, impegnatovi tale parte dello esercito che avesse impedito loro le occasioni maggiori che nel tempo che si consumò quivi si presentorono. Perché, essendo già arrivato in campo il numero intero tanto desiderato de’ svizzeri, si poteva facilmente, serrando Milano (secondo che sempre si era disegnato) con due eserciti, impedire la copia grande delle vettovaglie che per la via di Pavia continuamente vi entravano; le quali l’esercito solo che era a Lambrà30, per avere a fare circuito grande, non poteva impedire. Ma molto più importò perdere l’occasione che si aveva, forse, di sforzare Milano; perché nella gente che vi era dentro erano sopravenute tante infermità che, bastando con difficoltà quegli che erano sani a fare le fazioni e le guardie ordinarie, fu giudicio di molti, e degli imperiali medesimi, che se in quel tempo fussino stati travagliati strettamente31 portavano pericolo grande di non si perdere.
Ma maggiore e più certa occasione era anche quella di pigliare Genova. Perché essendo l’armata viniziana congiunta con quella del pontefice a Civitavecchia, e di poi fermatesi nel porto di Livorno per aspettare l’armata franzese, la quale con sedici galee quattro galeoni e quattro altri navili, condotta nella riviera di ponente, aveva, per accordo anzi per volontà della città, ottenuta Savona e tutta la riviera di ponente, e presi dipoi più navili carichi di grano che andavano a Genova, passò a Livorno a unirsi con l’altre. Erasi anche deliberato che, a spese comuni de’ collegati, si armassino nel porto di Marsilia dodici navi grosse, o per assaltare, secondo il consiglio di Pietro Navarra, insieme con le galee franzesi, l’armata la quale si preparava nel porto di Cartagenia, o almeno per rincontrarla32 nel mare. Dove fatta vela le tre armate, a’ ventinove di agosto, si fermorono l’ecclesiastica e la viniziana a Portofino, la franzese ritornò a Savona; donde senza contrasto, scorrendo tutti i mari, strignevano in modo Genova, dove era mancamento di vettovaglie, che non potendo entrarvi più per mare cosa alcuna non è dubbio che, se si fusse mandato qualche numero di gente per la via di terra a impedire quello che era solo il loro rifugio, bisognava che Genova s’accordasse: né i capitani delle armate, ora con lettere ora con messi propri, facevano instanza di altro; chiedendo che almanco si mandassino per la via di terra quattromila fanti. Ma né del campo di Cremona si poteva levare gente, e parendo al duca e agli altri pericoloso il diminuire l’esercito che era a Milano, si intrattenevano33 con la speranza che, spedita34 Cremona, si manderebbe una banda di gente sufficiente.
La quale impresa (come era gagliarda la virtù de’ difensori, e come le opere grandi che si fanno co’ guastatori ricercano molto tempo) procedeva ogni dì con maggiore lunghezza che non era stato creduto. Perché il duca, avendo voluto avere in campo dumila guastatori, molte artiglierie e munizioni e grandissima copia di instrumenti atti a lavorare, di ogni sorte, faceva assiduamente lavorare nelle trincee del castello e al bastione di verso il Po, per guadagnarlo e servirsene per cavaliere; ancora che gli inimici, avendone dubitato più dì, si erano tirati addietro con uno riparo gagliardo. E si lavorava ancora alle due teste35 della trincea che attraversava la piazza del castello, per rovinare i cavalieri che vi avevano; e tra le due trincee del campo si lavorava un’altra trincea larga sei braccia, coprendosi col terreno, innanzi e dal lato, per fare uno cavaliere, come si arrivasse alla fossa della trincea degli inimici. Lavoravasi ancora uno fosso fuora del castello verso il muro della terra, per andare a trovare36 il bastione di verso la muraglia rovinata; e dalla porta di Santo Luca insino alla muraglia medesima si lavorava un’altra trincea, né si cessava di battere con l’artiglierie piantate nel castello i ripari degli inimici; i quali per la malignità del terreno, che era terra molto trita, erano passati37 facilmente da quelle : non stando anco oziosi quegli di dentro, perché, per diffidenza di potere tenere lungamente le loro trincee e cavalieri, lavoravano uno fosso verso le case della città; e nondimeno uscivano spesso fuora con molto vigore, assaltando i lavori. E la notte venendo i sette, assaltorno le trincee che si lavoravano dalla banda del castello, da tre parti : dove trovato i fanti che le guardavano quasi tutti a dormire ne ammazzorono più di cento e parecchi capitani, e si condussero insino al rivellino38 del castello. E nondimeno le cose loro continuamente si strignevano. Perché fattosi il duca d’Urbino la via con le trincee insino a’ ripari loro, che separavano il castello dalla città, assaltandogli dipoi con qualche scoppiettiere e con qualche buono soldato coperto con gli scudi, faceva loro grande danno; e l’artiglieria anche, dalle torri del castello, faceva il medesimo. Però gli imperiali abbruciorono il loro riparo che si faceva di contro al cavaliere, perché non fusse parapetto39 a quelli di fuora; ed essendosi, a’ diciannove, sboccate due trincee40 nelle fosse loro, si ritiravano con altre trincee: delle quali il duca d’Urbino teneva poco conto, perché per la brevità del tempo non potevano essere bene fortificate e perché, ritirandosi più al largo, era necessaria a difenderle maggiore guardia; e nondimeno dalla banda del campo, se bene le opere fussino finite, si procedeva con qualche lentezza, essendo necessario riordinare e rinnovare i fanti de’ viniziani, stati molto tempo senza danari e però diminuiti molto di numero, sopravenendo sempre nelle cose de’ collegati disordine sopra disordine. A che mentre si attendeva uscivano spesso la notte a tentare41 le trincee, ma indarno, perché l’esperienza della percossa ricevuta aveva insegnato agli altri. Ma ricondotti i fanti a bastanza42, cominciò il duca di Urbino, a’ ventidue, a battere a una torre a canto alla batteria di Federigo43, dove avendo battuto pochissimi colpi, conoscendo gli inimici essere ridotti in termine che non potevano ricusare di accordarsi, mandò dentro uno trombetto a ricercare la città, col quale usciti fuora uno capitano tedesco uno capitano spagnuolo e Guido Vaina, il dì seguente fu fatta capitolazione : che, non avendo soccorso per tutto il mese, avessino a lasciare Cremona, e che a’ tedeschi fusse permesso andarsene in Germania, agli spagnuoli nel regno di Napoli, promettendo non andare fra44 quattro mesi alla difesa dello stato di Milano; lasciassino tutte le artiglierie e munizioni, e partissinsi con le bandiere serrate45 senza sonare tamburi o trombe, eccetto che nel levarsi46.
1. armata: flotta.
2. l’espedizione: l’allestimento.
3. commetteva: ordinava, dava istruzioni.
4. Porta Mosa, a sud-est.
5. male fiancheggiato; mal difeso ai fianchi.
6. con consiglio: con un piano.
7. Il cavaliere era un monte di terra circondato da mura e sormontato da una postazione d’artiglieria.
8. a… muraglia: per tutta la lunghezza del muro.
9. si aggiugnevano: riuscivano a colpirsi.
10. a… lavorare: a fare eseguire queste opere militari.
11. I falconetti erano piccoli pezzi di artiglierie che lanciavano palle di due libbre.
12. traevano: tiravano.
13. non restavano: non smettevano.
14. di nuovo: di recente.
15. Michael Gaissmayr (o Gaissmayer), capo dei contadini ribelli del Tirolo e di Salisburgo (1525-26). Battuto da Frundsberg, si era rifugiato a Venezia.
16. di… benivolenza: da molto benvoluto.
17. fece… trincea: fece continuare la trincea in modo da farla sboccare presso il bastione.
18. scoperto dall’ artiglieria: esposto ai colpi dell’artiglieria.
19. Macone da Correggio, capitano dei Veneziani.
20. ordinato: stabilito.
21. alla batteria: alla breccia aperta con l’artiglieria.
22. spuntata: terminata.
23. coprire uno fianco: mettere fuori uso una delle postazioni di artiglieria che fiancheggiavano i baluardi.
24. acconsentendo: cedendo al peso.
25. tanti… archibusi: tante file di archibugi che fiancheggiavano la porta.
26. tirata giù: abbattuta.
27. mani: file.
28. con fianchi: con postazioni laterali di artiglierie e di archibugi.
29. imputato: criticato.
30. Lambrate.
31. strettamente: con impegno e contanza
32. rincontrarla: affrontarla.
33. s’intrattenevano: venivano tenuti fermi a continuare la loro azione.
34. spedita: terminata l’impresa di.
35. teste: estremità.
36. trovare: raggiungere.
37. passati: colpiti e attraversati.
38. Il rivellino era un’opera di fortificazione esterna eretta davanti a un fronte di fortificazione.
39. parapetto: riparo, protezione..
40. sboccate due trincee: terminate due trincee che sboccavano.
41. tentare: attaccare.
42. ricondotti… bastanza: riportato i fanti ad un numero sufficiente.
43. Dove aveva già battuto Federico da Bozzole nel 1523 (cfr. XV, v).
44. fra: per.
45. serrato: ripiegate.
46. nel levarsi: al momento della partenza.
Risultato delle pratiche del pontefice coi re di Francia e d’Inghilterra. Grigioni al servizio dei collegati. Tiepide azioni di guerra fra gli avversari in Lombardia. Gravezze dei fiorentini e molestie dei senesi.
Aveva in questo mezzo il re di Francia, alla corte del quale si fermò, pochi dì poi, come legato, il cardinale de’ Salviati, partitosi di Spagna con licenza di Cesare, risposto alle richieste fattegli in nome del pontefice, escusandosi se le opere non sarebbono eguali alla volontà, per essere molto esausto di danari; ma nondimeno, se gli concedeva facoltà di riscuotere una decima dell’entrate beneficiali per tutto il regno, lo sovverrebbe, con una parte de’ danari che se ne riscotessino, di ventimila ducati il mese, e che concorrerebbe alla guerra di Napoli: cosa che ebbe molta dilazione, perché il pontefice, allegando la degnità della sedia apostolica, recusava di concederla. Denegava, benché da principio vi dimostrasse inclinazione, di attendere per sé all’acquisto del ducato di Milano, dissuadendonelo massime Lautrech e la madre: del rompere la guerra di là da’ monti dava speranza, ma diceva (il che si negava) essere necessario che precedesse la intimazione1; la quale fatta, offeriva di muovere la guerra a’ confini della Fiandra e di Perpignano, benché si comprendeva non v’avesse disposizione, non essendo in questo diverso l’animo suo da quello del re di Inghilterra. Appresso al quale l’espedizione2 fatta per parte del pontefice fece piccolissimo frutto: perché volendo il cardinale eboracense intrattenere3 ciascuno ed essere pregato da tutti, non procedevano a conclusione alcuna; anzi e il re e il cardinale rispondevano spesso : — A noi non appartengono4 le cose di Italia.— Anzi il re di Francia offeriva, consentendogli il pontefice le decime, volere convertire tutti i danari nella guerra di Italia; non lo consentendo, ne offeriva il mese ventimila, con condizione che non si spendessino se non o contro a Milano o cotro al regno di Napoli.
Nel quale tempo temendosi che i grigioni, i quali nell’assedio del castello di Milano avevano recuperato e spianato5 Chiavenna, non si conducessino col6 duca di Borbone, o almanco permettessino che i tedeschi che si aspettavano al soccorso suo passassino per il paese loro, il pontefice e i viniziani si obligorno di condurre dumila fanti grigioni agli stipendi loro, pagare al castellano di Mus7 (il quale, temendo del duca di Milano quando venne nell’esercito, si era fuggito di campo, e dipoi, pretendendo essere creditore per i pagamenti fatti a’ svizzeri, aveva fatti prigioni due imbasciadori viniziani che andavano in Francia) ducati cinquemila cinquecento che sforzati gli avevano promessi, restituirne a loro altrettanti che aveva estorti; fargli liberare da’ dazi nuovi imposti a chi navigava per il lago di Como da lui. I quali si obligorno di impedire il passo a’ tedeschi e operorno che Tegane8, condotto dal duca di Borbone con dumila fanti, non andasse.
Ma intanto procedevano l’altre cose di Lombardia tiepidamente. Perché l’esercito intorno a Milano, nel quale era diminuito molto il numero, ma non le paghe, de’ svizzeri, stava ozioso, non facendo altro che le consuete scaramuccie. Più sollecite e maggiori molestie partorivano l’opere degli spagnuoli che erano in Carpi; i quali, avendo tacitamente avvisi di spie e comodità di ricetti nel territorio del duca di Ferrara, davano impedimento grandissimo a’ corrieri e all’altre persone che andavano all’esercito; e correndo per tutti i paesi circostanti, insino nel bolognese e nel mantovano, non però contro ad altri che contro a’ sudditi ecclesiastici, facevano danni innumerabili. Era pure, finalmente, il marchese di Saluzzo con le cinquecento lancie franzesi passato nel Piemonte; per la venuta del quale Fabrizio Maramaus, che posto a campo a Valenza, nella quale era a guardia Giovanni da Birago, la batteva con l’artiglierie, si ritirò a Basignana : ma recusando il marchese passare più innanzi se dai confederati non gli erano pagati, per eguale porzione9, quattromila fanti, i quali aveva con questa intenzione10 menati di Francia, e facendone il re grandissima instanza, per sicurtà delle sue genti d’arme e per maggiore riputazione del marchese, fu necessario acconsentirlo. Occupò nel tempo medesimo Sinibaldo dal Fiesco la terra di Pontriemoli, posseduta da Sforzino; ma con la medesima facilità fu presto recuperata per mezzo della rocca. In Milano pativano assai di danari, perché da Cesare non ne veniva provisione alcuna; e la povertà e le spese intollerabili de’ milanesi erano tali che con difficoltà si riscotevano i trentamila ducati stati promessi dal popolo al duca di Borbone: col quale si condussono11, per non essere accettati agli stipendi de’ confederati per le spese grandissime che avevano Galeazzo da Birago e Lodovico conte da Belgioioso, i quali insino a quel dì avevano in ogni accidente seguitata la parte franzese. Giovanni da Birago occupò Novi. Ne’ quali movimenti lo stato del marchese di Mantova era come comune a ciascuno, scusandosi per essere soldato del pontefice e feudatario di Cesare; anzi, essendo propinqua al fine la condotta sua, si ricondusse per altri quattro anni col pontefice e co’ fiorentini, con espressa condizione di non essere tenuto di fare né con la persona né con lo stato suo contro a Cesare: benché nel principio della guerra avesse desiderato di andare personalmente nello esercito; il che non piacendo al pontefice perché non confidava del suo governo, gli aveva risposto che, essendo feudatario di Cesare, non voleva metterlo in questo pericolo.
Questo era allora lo stato delle cose di Lombardia. In Toscana i fiorentini, non avendo né eserciti né armi nel territorio loro, sentivano con lo spendere le molestie della guerra; [perché il pontefice], non avendo co’ modi ordinari danari, e ostinato a non ne provedere con gli estraordinari, lasciava con grandissima empietà addosso a loro quasi tutte le spese che si facevano in Lombardia. I sanesi non stavano senza molestia nelle parti marittime, perché Andrea Doria, il quale da principio aveva occupato Talamone e Portoercole, gli faceva continuamente guardare, benché Talamone, non molto poi, dal capitano preposto alla guardia fusse dato a’ sanesi; e i fuorusciti, fomentati dal pontefice, facevano nella Maremma qualche molestia: nella quale Giampaolo figliuolo di Renzo da Ceri, soldato del pontefice, presa furtivamente12 con alcuni cavalli la porta della terra13 di Orbatello, sopravenendo poi con i suoi cavalli e fanti occupò la terra.
1. la intimazione: la dichiarazione di guerra.
2. l’espedizione: l’invio dell’ambasciatore.
3. intrattenere: tenere in speranza e quindi in buoni rapporti.
4. A noi non appartengono: non ci riguardano.
5. spianato: distrutto completamente.
6. non… col: passassero al servizio del.
7. Giangiacomo de’ Medici di Malignano, castellano di Mus.
8. Dietegen von Salis.
9. per… porzione: in misura proporzionalmente uguale (al pagamento delle cinquecento lance).
10. intenzione: promessa.
11. col… condussono: al cui servizio accettarono di andare.
12. furtivamente: di sorpresa.
13. terra: città.
Capitolazione fra il pontefice ed i Colonna. Notizia della vittoria dei turchi sugli ungheresi; effetti sul pontefice. Perfidia dei Colonnesi contro il pontefice; tumulto provocato in Roma; tregua tra il pontefice, gli imperiali ed i Colonnesi. Conseguenza di essa in Lombardia; partenza dei soldati tedeschi e spagnuoli da Cremona.
Ma a Roma succederono cose di grandissimo momento, causate non per virtù di armi ma per insidie e per fraude, con ignominia grande del pontefice e con disordinare le speranze di Lombardia; dove si sperava, per l’acquisto di Cremona, condurre a fine la impresa di Genova e di potere, secondo i disegni fatti prima, fare due diversi alloggiamenti intorno a Milano. Perché dopo la rotta ricevuta a Siena, non sperando il pontefice potere travagliare con grandi effetti i Colonnesi, e avendo volto l’animo ad assaltare con maggiori forze, come è detto, il regno di Napoli, e da altro canto non sperando i Colonnesi né gli agenti di Cesare potere fare effetti notabili contro a lui, e desiderando ancora di torgli1 tempo insino a tanto venisse il viceré con l’armata di Spagna, mandato a Roma Vespasiano Colonna, alla fede del quale il papa credette, avevano, a’ ventidue di agosto, capitolato insieme: che i Colonnesi rendessino Anagnia e altri luoghi presi; ritirassino le genti nel reame di Napoli, né tenessino più soldati nelle terre le quali posseggono nel dominio ecclesiastico; non pigliassino l’armi a offesa del pontefice se non come soldati di Cesare, nel quale caso fussino tenuti a deporre in mano del pontefice gli stati che hanno nella giurisdizione ecclesiastica; potessino liberamente servire Cesare contro a ciascuno alla difensione del reame napoletano; e da altro canto il pontefice perdonasse a tutti l’offese fatte, abolisse il monitorio fatto al cardinale Colonna, non offendesse gli stati loro né gli lasciasse offendere dagli Orsini. Sotto la quale capitolazione mentre che il papa, tenendo conto più che di altro della fede di Vespasiano, incauto si riposa, avendo licenziato i cavalli e quasi tutti i fanti che aveva soldato, e quegli pochi che gli restavano mandati ad alloggiare nelle terre circostanti, e raffreddato anche i disegni dello assaltare il regno di Napoli, le spesse querele e protesti2 che avevano3 da Cremona e da Genova (donde era significato4 che, se i progressi de’ confederati non si interrompevano con potente diversione, quelle città non potevano più sostenersi)5, però6, non avendo modo a fare scopertamente guerra gagliarda e che partorisse rimedi sì subiti, volsono l’animo e i pensieri a opprimere con insidie il pontefice.
Le quali mentre che si preparano, acciò che alla afflizione che aveva per le cose proprie si aggiugnesse anche l’afflizione per le cose publiche, sopravenneno nuove che Solimanno ottomanno principe de’ turchi aveva rotto in battaglia ordinata7 Lodovico re di Ungheria, conseguendo la vittoria non manco per la temerità degli inimici che per le forze sue; perché gli ungheri, ancora che pochissimi di numero a comparazione di tanti inimici, confidatisi più nelle vittorie avute qualche volta per il passato contro a’ turchi che nelle cose presenti, persuasono al re, giovane di età ma di consiglio anche inferiore alla età, che per non oscurare la fama e l’antica gloria militare de’ popoli suoi, non aspettato il soccorso che veniva di Transilvania, si facesse incontro agli inimici, non recusando anche di combattere in campagna aperta, nella quale i turchi per la moltitudine innumerabile de’ cavalli sono quasi invitti. Corrispose adunque l’evento alla temerità e imprudenza: fu rotto l’esercito raccolto di tutta la nobiltà e uomini valorosi di Ungheria, commessa di loro grandissima uccisione, morto il re medesimo e molti de’ principali prelati e baroni del regno. Per la quale vittoria tenendosi per certo che il turco avesse a stabilire per sé8 tutto il regno di Ungheria con grandissimo pregiudizio di tutta la cristianità, della quale quello reame era stato moltissimi anni lo scudo e lo antemurale9, si commosse il pontefice maravigliosamente : come negli animi già perturbati e afflitti fanno maggiore impressione i nuovi dispiaceri che non fanno negli animi vacui dalle altre passioni. Però, rivolgendo nella mente sua nuovi pensieri, e dimostrando ne’ gesti nelle parole e nella effigie10 del volto smisurato dolore, chiamati i cardinali in concistorio, si lamentò efficacissimamente con loro di tanto danno e ignominia della republica cristiana; alla quale non era mancato egli di provedere, sì col confortare e supplicare assiduamente i prìncipi cristiani della pace sì col soccorrere in tanti altri gravi bisogni suoi quel regno di non piccola quantità di denari. Essere stata, per la difesa di quel regno e per il pericolo del resto de’ cristiani, molto incomoda e importuna la guerra presente, e averlo egli detto e conosciuto insino da principio; ma la necessità averlo indotto (poiché vedeva essere sprezzate tutte le condizioni oneste della quiete e sicurtà della sedia apostolica e di Italia) a pigliare l’armi, contro a quello che sempre era stata sua intenzione : perché e la neutralità usata per lui innanzi a questa necessità, e le condizioni della lega che aveva fatta, risguardanti tutte al benefìzio comune, dimostrare a bastanza non lo avere mosso alcuna considerazione degli interessi propri e particolari suoi e della sua casa. Ma poiché a Dio, forse a qualche buono fine, era piaciuto che e’ fusse ferito il corpo della cristianità, e in tempo che tutti gli altri membri di questo corpo erano distratti da altri pensieri che da quello della salute comune, credere la volontà sua essere che per altra via si cercasse di sanare sì grave infermità. E però, toccando questa cura più allo offìzio suo pastorale che ad alcuno altro, avere disposto, posposte tutte le considerazioni della incomodità del pericolo e della dignità sua, procurata il più presto potesse e con qualunque condizione una sospensione dell’armi in Italia, salire in su l’armata e andare personalmente a trovare i prìncipi cristiani, per ottenere da loro, con persuasioni con prieghi con lagrime, la pace universale de’ cristiani. Confortare i cardinali ad accingersi a questa espedizione, e ad aiutare il padre comune in sì pietoso offìzio11 ; pregare Dio che fusse favorevole a sì santa opera: la quale quando per i peccati comuni non si potesse condurre a perfezione, gli piacesse almeno concedergli grazia che, nel trattarla, innanzi ne fusse escluso dalla speranza gli sopravenisse la morte; perché nissuna infelicità nissuna miseria gli potrebbe essere maggiore che perdere la speranza e la facoltà di potere porgere la mano salutare in incendio tanto pernicioso e tanto pestifero. Fu udita con grande attenzione ed eziandio con non minore compassione la proposta del pontefice, e commendata12 molto; ma sarebbe stata commendata anche molto più se le parole sue avessino avuta tanta fede quanto in sé avevano degnità; perché la maggiore parte de’ cardinali interpretava che, avendo prese l’armi contro a Cesare nel tempo che già, per le preparazioni palesi de’ turchi, era imminente e manifesto il pericolo dell’Ungheria, lo commovesse più la difficoltà nella quale era ridotta la guerra che il pericolo di quel reame : di che non si potette fare vera esperienza13.
Perché i Colonnesi, cominciando a eseguire la perfidia disegnata, avevano mandato Cesare Filettino seguace loro con dumila fanti ad Anagnia, dove per il pontefice erano dugento fanti pagati; con dimostrazione, per occultare i loro pensieri, di volere pigliare quella terra. Ma avendo in fatto altro animo, occupati tutti i passi, e fatto estrema diligenza che a Roma non venissino altri avvisi de’ progressi14 loro, raccolte le genti mandate intorno ad Anagnia, e con quelle e con l’altre loro, che erano in tutto circa ottocento cavalli e tremila fanti, ma quasi tutte genti comandate15, camminando con grande celerità, né si presentendo in Roma cosa alcuna della venuta loro, arrivativi la notte che precedeva il dì vigesimo di settembre, preseno improvisamente tre porte di Roma; ed entrati per quella di San Giovanni Laterano, essendovi in persona non solo Ascanio e don Ugo di Moncada, perché il duca di Sessa era morto molti giorni innanzi a Marino, ma ancora Vespasiano, stato mezzano della concordia e interpositore, per sé e tutti gli altri, della sua fede, e il cardinale Pompeio Colonna, traportato tanto dalla ambizione e dal furore che avesse cospirato nella morte violenta del pontefice, disegnando anche, come fu comune e costante opinione, costretti con la violenza e con l’armi i cardinali a eleggerlo, occupare con le mani sanguinose e con l’operazioni scelerate e sacrileghe la sedia vacante del pontefice. Il quale, intesa che già era giorno la venuta loro, che già erano raccolti intorno a San Cosimo e Damiano16, pieno di terrore e di confusione, cercava, vanamente, di provedere a questo tumulto; perché né aveva forze proprie da difendersi, né il popolo di Roma, parte lieto de’ suoi sinistri parte giudicando non attenere a sé il danno publico17, faceva segno di muoversi. Perciò, accresciuto l’animo degli inimici, venuti innanzi, si fermorono con tutte le genti a Santo Apostolo18, donde spinseno per ponte Sisto in Trastevere circa cinquecento fanti con qualche cavallo; i quali, ributtato19 dopo qualche resistenza Stefano Colonna di Pilestrina20 dal portone di Santo Spirito, che soldato del pontefice era ridotto21 quivi con dugento fanti, si indirizzorono per Borgo vecchio alla volta di San Piero e del palazzo pontificale, essendovi ancora dentro il pontefice. Il quale, invano chiamando l’aiuto di Dio e degli uomini, inclinando a22 morire nella sua sedia, si preparava, come già aveva fatto Bonifazio ottavo nello insulto di Sciarra Colonna23, di collocarsi con l’abito e con gli ornamenti pontificali nella cattedra pontificale; ma rimosso con difficoltà grande da questo proposito dai cardinali che gli erano intorno, che lo scongiuravano a muoversi, se non per sé almanco per la salute di quella sedia e perché nella persona del suo vicario non fusse sì sceleratamente offeso l’onore di Dio, si ritirò insieme con alcuni di loro, de’ suoi più confidenti, in Castello, a ore diciassette, e in tempo che già non solo i fanti e i cavalli venuti prima ma eziandio tutto il resto della gente saccheggiavano il palazzo e le cose e ornamenti sagri della chiesa di San Piero: non avendo maggiore rispetto alla maestà della religione e allo orrore del sacrilegio che avessino avuto i turchi nelle chiese del regno di Ungheria. Entrorono dipoi nel Borgo, del quale saccheggiorono circa la terza parte; non procedendo più oltre al timore dell’artiglierie del Castello. Sedato poi il tumulto, che durò poco più di tre ore perché in Roma non fu fatto danno o molestia alcuna, don Ugo, sotto la fede del pontefice e ricevuti per statichi24 della sicurtà sua i cardinali Cibo25 e Ridolfi26 nipoti cugini del pontefice, andò a parlargli in Castello; dove usate parole convenienti a vincitore, propose condizioni di tregua. Sopra che, essendo differita la risposta al dì seguente, fu conchiusa la concordia, cioè tregua, tra il pontefice in nome suo e de’ confederati e tra27 Cesare, per quattro mesi, con disdetta di due altri mesi28, e con facoltà a’ confederati di entrarvi infra due mesi; nella quale fussino inclusi non solo lo stato ecclesiastico e il regno di Napoli ma eziandio il ducato di Milano i fiorentini i genovesi i sanesi e il duca di Ferrara, e tutti i sudditi della Chiesa mediate e immediate29. Fusse obligato il pontefice ritirare subito di qua da Po le genti sue che erano intorno a Milano, e rivocare dall’armata Andrea Doria con le sue galee, e gli imperiali e i Colonnesi a levare le genti di Roma e di tutto lo stato della Chiesa e ritirarle nel reame di Napoli; perdonare a’ Colonnesi e a chiunque fusse intervenuto in questo insulto; dare per statichi della osservanza Filippo Strozzi e uno de’ figliuoli di Iacopo Salviati, il quale si obligò a mandarlo a Napoli infra due mesi, sotto pena di trentamila ducati. Alla quale tregua concorse l’una parte e l’altra cupidamente: il pontefice per non essere in Castello vettovaglia da sostentarsi; don Ugo, benché reclamando i Colonnesi, perché gli pareva fatto assai a benefizio di Cesare, e perché quasi tutta la gente con che era entrato in Roma, carica della preda, si era dissipata30 in diverse parti.
Da questa tregua si interroppeno31 tutti i disegni di Lombardia e tutto il frutto della vittoria di Cremona: perché non ostante che, quasi ne’ medesimi dì, arrivasse allo esercito con le lancie franzesi il marchese di Saluzzo, nondimeno, mancando le genti del pontefice, che per la tregua, il settimo dì di ottobre, si ritirorono la maggiore parte a Piacenza, si disordinò non meno il disegno del mandare gente a Genova che il disegno fatto di strignere Milano con due eserciti. Dette anche qualche disturbo che il duca d’Urbino, fatto che ebbe l’accordo con quegli di Cremona, non aspettata la consegnazione andò in mantovano, ancora che già sapesse la tregua fatta a Roma, a vedere la moglie32; e avendo consentito alle genti che erano in Cremona prorogazione di tempo a partirsi, aspettò la partita loro intorno a Cremona tanto tempo che non fu allo esercito prima che a mezzo il mese di ottobre, con gravissimo detrimento di tutte le faccende: perché si trattava di mandare gente a Genova, ricercate più che mai da Pietro Navarra e dal proveditore dell’armata viniziana, ed essendo nello esercito, ricongiunte vi fussino le genti viniziane, tante forze che bastavano a fare questo effetto senza partirsi di quello alloggiamento. Perché e col marchese di Saluzzo erano venute cinquecento lancie e quattromila fanti, e vi si aspettavano di giorno in giorno i duemila fanti grigioni condotti per l’accordo che si fece con loro; e il pontefice, ancora che facesse palese dimostrazione di volere osservare la tregua, nondimeno, avendo occultamente diversa intenzione, aveva lasciato nello esercito quattromila fanti sotto Giovanni de’ Medici, sotto pretesto che fussino pagati dal re di Francia : scusa che aveva apparente colore33, perché Giovanni de’ Medici era continuamente34 soldato del re, e sotto suo nome riteneva la compagnia delle genti d’arme. Partironsi finalmente le genti di Cremona, della quale città fu consegnata la possessione a Francesco Sforza; e i tedeschi col capitano Curadino se ne andorono alla volta di Trento : ma i cavalli e i fanti spagnuoli, avendo passato Po per tornarsene nel regno di Napoli, ed essendo fatta loro qualche difficoltà dal luogotenente di concedere le patenti e i salvocondotti sufficienti (perché era molesto al pontefice che andassino a Napoli), preso allo improviso il cammino per la montagna di Parma e di Piacenza, e dipoi ripassato con celerità il Po alla Chiarella35, si condussono salvi nella Lomellina e dipoi a Milano. Né solo partì dalle mura di Milano, per l’osservanza della tregua, il luogotenente con le genti del pontefice, ma eziandio si discostò da Genova Andrea Doria con le sue galee : contro alle quali erano, pochi dì prima, usciti di Genova seimila fanti tra pagati e volontari (perché in Genova erano quattromila fanti pagati), con ordine di assaltare prima secento fanti, i quali con Filippino dal Fiesco erano in terra, sperando che rotti quegli le galee, perché il mare era molto turbato, non si potessino salvare; ma Filippino aveva fatto, nella sommità delle montagne appresso a Portofino, tali fortificazioni di ripari e di bastioni che gli costrinse a ritirarsi con non piccolo danno. E nondimeno, non molti dì poi, non so sotto quale colore36, Andrea Doria con sei galee ritornò a Portofino, per continuare insieme con gli altri nell’assedio marittimo di Genova.
1. torgli: fargli perdere.
2. protesti: proteste.
3. avevano: soggetto sono i Colonnesi e gli agenti di Cesare.
4. era significato: veniva comunicato.
5. Il periodo a questo punto rimane sospeso perché la reggente è priva di verbo.
6. però: perciò. Ma il senso preciso di ciò a cui si fa riferimento è oscuro, perché coincide con la parte mancante del periodo precedente.
7. in… ordinata; in regolare battaglia campale (a Mohàcs, il 29 agosto 1526).
8. avesse… sé: avrebbe affermato il proprio dominio su.
9. antemurale: baluardo.
10. effigie: espressione.
11. pietoso offìzio: devota opera.
12. commendata: lodata.
13. di che… esperienza: il che non si potette accertare sulla base dei fatti.
14. de’ progressi: delle azioni.
15. comandate: arruolate d’autorità.
16. Sullo pendici orientali del Palatino.
17. non… publico: che il danno dello stato non lo riguardava.
18. Santi Apostoli.
19. ributtato; respinto e costretto a ritirarsi.
20. Stefano di Francesco Colonna, dei signori di Palestrina.
21. era ridotto: era venuto.
22. inclinando a: volendo.
23. Nel 1303.
24. statichi: ostaggi.
25. Innocenzo di Franceschetto Cibo e di Maddalena de’ Medici.
26. Niccolò di Pietro Ridolfi e di Contessina de’ Medici.
27. tra: è un errore (sta probabilmente per con).
28. con… mesi, con l’obbligo reciproco che tra la decisione di ognuna delle due parti di rompere la tregua e la rottura effettiva di essa intercorressero altri due mesi.
29. mediate e immediate: indiretti e diretti.
30. dissipata: dispersa.
31. si interroppeno: furono vanificati.
32. Eleonora Ippolita Gonzaga.
33. che… colore: che appariva attendibile.
34. continuamente: tuttora.
35. Ponte Gerola.
36. sotto… colore: con quale pretesto.
CAPITOLO XIV
Intimazione a Cesare della lega conclusa fra il pontefice il re di Francia ed i veneziani. Spostamenti delle milizie dei collegati in Lombardia. Il Frondsperg raccoglie in Germania milizie per scendere in Italia; nuove deliberazioni del duca d’Urbino.
Ma nel tempo medesimo che queste cose succedevano con vari eventi in Italia, gli oratori del pontefice del re di Francia e de’ viniziani intimorono1, il quarto dì di settembre (tanta dilazione era stata interposta a fare questo atto), a Cesare la lega fatta, e la facoltà che gli era data di entrarvi con le condizioni espresse ne’ capitoli; al quale atto essendo stato presente l’oratore del re di Inghilterra, gli dette una lettera del suo re che lo confortava modestamente2 a entrare nella lega. Il quale, udita la intimazione, rispose agli imbasciadori, non comportare la degnità sua che entrasse in una confederazione fatta principalmente contro allo stato e onore suo; ma che, essendo stato sempre dispostissimo alla pace universale, di che aveva fatto dimostrazione sì evidente, si offeriva a farla di presente se essi avevano i mandati sufficienti: da che si credeva avesse l’animo alieno, ma che proponesse questa pratica per maggiore sua giustificazione, e per dare causa al re di Inghilterra di soprasedere3 l’entrare nella lega; raffreddare con questa speranza le provisioni de’ collegati; e indurre poi, co’ mezzi del trattarla4, qualche gelosia e diffidenza tra loro. E nondimeno sollecitava da altro canto le provisioni dell’armata, che si diceva essere di quaranta navi e di seimila fanti pagati. Per sollecitare la partita della quale, che si metteva insieme nel porto tanto memorabile5 di Cartagenia, partì a’ ventiquattro dì di settembre dalla corte il viceré; dimostrandosi Cesare molto più pronto e più sollecito alle faccende che non faceva il re di Francia : il quale, ancora che stretto da interessi sì gravi, consumava la maggiore parte del tempo in piaceri di caccie di balli e di intrattenimenti di donne. I figliuoli del quale, disperata la osservanza dell’accordo, erano stati condotti a Vagliadulit. Costrinse la venuta di questa armata il pontefice, sospettoso della fede del viceré e degli spagnuoli, ad armarsi. Però non solo chiamò a Roma Vitello con la compagnia sua e de’ nipoti, ma eziandio cento uomini d’arme del marchese di Mantova e cento cavalli leggieri di Pieromaria Rosso6, e dallo esercito gli furono mandati dumila svizzeri a spese sue e tremila fanti italiani; e nondimeno continuava in affermare di volere andare in Spagna ad abboccarsi con Cesare : da che lo dissuadevano quasi tutti i cardinali, massime non andando a cosa certa, e confortandolo a mandare prima legati.
Ritornato il duca d’Urbino all’esercito, e senza speranza alcuna di ottenere o con la forza dell’armi o con la fame Milano, e facendo i capitani dell’armate7 grandissima instanza che si mandassino genti a molestare per terra Genova, deliberò, per potere fare questo effetto, discostarsi con l’esercito dalle mura: di Milano; ma disposte le cose in modo che continuamente fussino impedite le vettovaglie che andassino a quella città. Però dette principio alla fortificazione di Moncia, per potervi lasciare genti le quali attendessino a molestale le vettovaglie che si conducevano del monte di Brianza e di altri luoghi circostanti; e fortificata l’avesse, trasferire l’esercito in uno alloggiamento donde si impedissino le vettovaglie che continuamente vi andavano da Biagrassa e da Pavia: il quale alloggiamento come fusse fortificato, andasse verso Genova il marchese di Saluzzo co’ fanti suoi e con una banda di svizzeri. Ma essendo, o per arte o per natura del duca, tali queste deliberazioni che non si potevano mettere a esecuzione se non con lunghezza molto maggiore che non conveniva allo stato delle cose e alla necessità nella quale era Genova, ridotta in tanta estremità di vettovaglie che con difficoltà si poteva più sostenere, né mancando a ottenerla altro che il dare impedimento alle vettovaglie che vi si conducevano per terra, non si conducevano le cose disegnate a effetto; non ostante che nello esercito si trovassino quattromila svizzeri, dumila grigioni, quattromila fanti del marchese di Saluzzo, quattromila pagati dal pontefice sotto Giovanni de’ Medici, e i fanti de’ viniziani; i quali secondo gli oblighi e secondo l’affermazione loro erano diecimila, ma secondo la verità numero molto minore. Levossi finalmente lo esercito, l’ultimo dì di ottobre, dallo alloggiamento nel quale era stato lungamente, e si ridusse a Pioltello, lontano cinque miglia dal primo alloggiamento; essendosi nel levare fatto una grossa scaramuccia con quegli di Milano, co’ quali uscì Borbone in persona. Ed era la intenzione del duca soprastare a Pioltello tanto che fusse dato fine alla fortificazione di Moncia, nella quale pensava lasciare dumila fanti con alcuni cavalli, e dipoi condursi a Marignano; dove deliberato l’altro alloggiamento, e presolo e fortificato, e forse prima, secondo diceva, preso Biagrassa, mandare dipoi le genti a Genova : cose di tanta lunghezza che davano giustissima cagione o di accusarlo di timidità o di avere sospetto di qualche fine più importante, non ostante che egli allegasse per parte di sua scusa le male provisioni de’ viniziani; i quali non pagando i fanti a’ tempi debiti non avevano mai se non molto difettivo il numero promettevano, e partendosene, di quegli che avevano, sempre, per il soprastare8 delle paghe, molti, erano necessitati rimetterne di nuovo molti quando davano la paga : in modo che, come verissimamente diceva, aveva sempre una nuova milizia e uno nuovo esercito.
Ma quella dilazione, che insino a qui pareva stata volontaria, cominciò ad avere cagione e colore9 di necessità. Perché, dopo molte pratiche tenute in Germania di mandare soccorso di fanti in Italia, le quali per la importanza dello arciduca e per non avere Cesare mandatovi provisione di danari erano state vane, Giorgio Fronspergh, affezionato alle cose di Cesare e alla gloria della sua nazione, e che due volte capitano di grosse bande di fanti era stato con somma laude in Italia per Cesare contro a’ franzesi, deliberato con le facoltà private sostenere quello in che mancavano i prìncipi, concitò con l’autorità sua molti fanti e col mostrare la occasione grande di predare e di arricchirsi in Italia, che, con ricevere da lui uno scudo per uno, lo seguitassino al soccorso di Cesare; e ottenuto dallo arciduca sussidio di artiglierie e di cavalli si preparava a passare, facendo la massa di10 tutte le genti tra Bolzano e Marano11. In Lomellina erano stati qualche mese cavalli e fanti della lega. La fama del quale apparato, penetrata in Italia, dette cagione al duca di Urbino di levare il pensiero da molestare Genova, ridotta quasi in ultima estremità; non ostante che Andrea Doria, diminuite le dimande [fatte] prima, non facesse instanza di avere più di mille cinquecento fanti, disegnando di farne egli altrettanti : i quali anche il duca gli negò, allegando per scusa la necessità che aveva avuto di fare andare dallo esercito mille cinquecento fanti de’ viniziani in vicentino, per timore che i viniziani avevano che il soccorso tedesco non si dirizzasse a quel cammino; la quale opinione il duca confutava, persuadendosi farebbeno la via di Lecco. Per la quale cagione stava fermo a Pioltello, per essere più propinquo a Adda; publicando12 volere andare a incontrargli e combattere con loro di là da Adda, all’uscita di Valle di Sarsina13.
1. intimorono: dichiararono formalmente.
2. modestamente: con moderazione.
3. soprasedere: ritardare.
4. co’… trattarla: usando nelle trattative metodi adeguati.
5. Cfr. Livio, XXXII, xvII.
6. Figlio di Troilo, marchese di San Secondo, aveva militato sotto Giovanni de’ Medici.
7. armate: flotte.
8. il soprastare: il ritardo.
9. colore: aspetto.
10. facendo… di: raccogliendo.
11. Merano.
12. publicando: affermando pubblicamente.
13. Valsassina.
CAPITOLO XV
Nuovi inviati del pontefice al re di Francia; trattative con lui e col re d’Inghilterra. Milizie pontificie contro le terre dei Colonna. Vani tentativi di trattative del pontefice col duca di Ferrara. L’esercito del Frondspergh nel mantovano; deliberazioni del duca d’Urbino.
Così, cominciando a tornare in nuove e maggiori difficoltà le cose di Lombardia, era anche acceso nuovo fuoco in terra di Roma. Perché il pontefice, costernato di animo per lo accidente de’ Colonnesi, inclinato con l’animo alla pace, e allo andare con l’armata1 a Nerbona per trattarla personalmente con Cesare, aveva, subito partiti che furono gli inimici di Roma, mandato Paolo da Arezzo suo cameriere al re di Francia perché, con consentimento suo, passasse a Cesare, per la pratica della pace e per fare anche intendere al re le sue necessità e i suoi pericoli e dimandargli centomila ducati per sua difesa. Nelle quali cose era tanto discordante da se medesimo2che, volendo dal re denari e maggiore prontezza alla guerra, non solo gli negava le decime, instando di volerne per sé la metà (il che il re recusava, dicendo non si essere mai costumato nel reame di Francia), ma ancora non si risolveva a creare cardinale il gran cancelliere3, il quale, per l’autorità che aveva ne’ consigli del re, e perché per sua mano passavano tutte le espedizioni di denari4, poteva essergli in tutti i suoi disegni di grandissimo momento. Non mancò il re condolersi con Paolo e con gli altri nunzi del caso di Roma, offerire le forze sue alla sua difesa, mostrargli che non poteva più fidarsi di Cesare, dargli animo e confortarlo a non perseverare nella tregua; nel quale caso, e non altrimenti, diceva volere pagare i ventimila ducati promessi per ciascuno mese : a che anche, e a non andare a Nerbona, lo confortò il re di Inghilterra; il quale, inteso lo accidente seguito, gli mandò venticinquemila ducati. Sconfortava il re di Francia l’andata del pontefice a’ prìncipi, come cosa che per la importanza sua meritava molta considerazione; e dinegò da principio che Paolo andasse a Cesare, o perché avesse sospetto che il pontefice non cominciasse con lui pratiche separate o perché, come diceva, fusse più onorevole trattare la pace per mezzo del re di Inghilterra che parere di mendicarla da Cesare : benché, non molto poi, essendo fatta da Roma, di nuovo instanza della sua andata, la consentì, o perché pure5 desiderava la pace o perché cominciasse a dispiacergli che la fusse trattata dal re di Inghilterra. I progressi6 del quale erano tali che meritamente dubitava di non essere, per gli interessi suoi propri7, tirato a condizioni non convenienti: con ciò sia che quel re, anzi sotto il suo nome il cardinale eboracense, pieno di ambizione e desideroso di essere giudice del tutto, proponesse condizioni estravaganti; e avendo anche fini diversi da’ fini degli altri, si lasciasse dare parole8 da Cesare, [e] non avesse l’animo alieno che il ducato di Milano fusse, per mezzo della pace, del duca di Borbone, pure che a lui si congiugnesse la sorella di Cesare, acciò che a sé restasse facoltà libera di maritare la figliuola al re di Francia. I conforti adunque fatti al pontefice dall’uno e l’altro re, il dubbio di non perdere la fede co’ collegati, e privato degli appoggi loro restare in preda di Cesare e dei suoi ministri, gli stimoli de’ consultori suoi medesimi, lo sdegno conceputo contro a’ Colonnesi e il desiderio, col farne giusta vendetta, di ricuperare in qualche parte l’onore perduto, lo indusseno a volgere contro alle terre de’ Colonnesi quelle forze che prima solamente per sua sicurtà aveva chiamate a Roma; giudicando nessuna ragione costrignerlo a osservare quello accordo il quale aveva fatto non volontariamente ma ingannato dalle loro fraudi e sforzato, sotto la fede ricevuta, dalle loro armi.
Mandò adunque il pontefice Vitello con le genti sue a’ danni de’ Colonnesi, disegnando di abbruciare e fare spianare tutte le terre loro, perché, per l’affezione inveterata de’ popoli e della parte, il pigliarle solamente era di piccolo pregiudizio; e nel medesimo tempo publicò uno monitorio contro al cardinale e agli altri della casa, per virtù del quale privò poi (che fu il vigesimo primo dì di…9) il cardinale della dignità del cardinalato: il quale prima, volendosi difendere con la bolla della simonia10, aveva in Napoli fatto publiche appellazioni e appellato al futuro concilio. Contro agli altri Colonnesi, i quali nel reame di Napoli soldavano cavalli e fanti, soprasedette11 la pronunziazione della sentenza. Le genti entrate nelle terre loro abbruciorono Marino e Montefortino, la fortezza del quale si teneva ancora per i Colonnesi, spianorono Gallicano e Zagarolo; non pensando i Colonnesi a difendere altro che i luoghi più forti e specialmente la terra di Paliano, la quale terra [è] di sito forte e da potere con difficoltà condurvi l’artiglieria; né vi si poteva andare per altro che per tre vie che l’una non poteva soccorrere l’altra; e ha la muraglia grossissima, e gli uomini della terra bene disposti a difenderla: e nondimeno si credette che se Vitello con prestezza fusse andato ad assaltarla, non ostante vi fussino rifuggiti molti delle terre prese, l’arebbe ottenuta, perché non vi erano dentro soldati. Ma mentre differisce lo andarvi, secondando la natura sua, piena, nello eseguire, di difficoltà e di pericoli, entratovi dentro cinquecento fanti tra tedeschi e spagnuoli mandativi del reame di Napoli (i quali vi entrorono di notte), e dugento cavalli, la renderono in modo difficile che Vitello, che nel tempo medesimo aveva gente intorno a Grottaferrata, non ardito di tentare più la impresa di Paliano, né anche quella di Rocca di Papa, ma mandate alcune genti a battere con l’artiglierie la rocca di Montefortino guardata da’ Colonnesi, deliberò di unire tutte le genti a Valmontone, più per attendere alla difesa del paese, se del reame si movesse cosa alcuna, che con speranza di potere fare effetto importante : di che appresso al pontefice acquistò imputazione assai. Il quale, ne’ tempi che aveva disegno12 assaltare il regno di Napoli, e poi quando chiamò le genti a Roma per sua difesa, aveva desiderato che vi andassino Vitello e Giovanni de’ Medici, capitani congiunti di benivolenza e di parentado13, e dell’uno de’ quali la timidità pareva bastante a temperare e a essere temperata dalla ferocia14 dell’altro : ma tirando i fati Giovanni a presta morte in Lombardia, aveva, per consiglio del luogotenente, servendosi intratanto nelle cose minori di Vitello, differito a chiamarlo insino a tanto avesse cagione o di maggiore necessità o di maggiore impresa, per non privare in questo mezzo lo esercito di Lombardia di lui, che per lo animo e virtù sua era di molto terrore agli inimici e di presidio agli amici; e tanto più, riscaldando15 la venuta de’ fanti tedeschi.
La quale, congiunta agli avvisi che si avevano dello essere in procinto di partirsi del porto di Cartagenia l’armata di Spagna, costrinseno il pontefice, stimolatone molto da’ collegati e dai consiglieri suoi medesimi, a pensare a fare qualche composizione (da che sempre era stato alienissimo) col duca di Ferrara; non tanto per assicurarsi de’ movimenti suoi quanto per trarne somma grande di denari, e per indurlo a cavalcare nello esercito come capitano generale di tutta la lega. Sopra che avendo praticato molte volte con Matteo Casella faventino, oratore del duca appresso a lui, e parendogli trovarne desiderio nel duca, commesse al luogotenente suo che era a Parma che andasse a Ferrara, dandogli, in dimostrazione16 uno breve di mandato amplissimo ma ristrignendo la commissione a consentire di reintegrare il duca di Modena e di Reggio, col ricevere da lui in brevi tempi dugentomila ducati, obligarlo a scoprirsi17 e cavalcare come capitano della lega, e che il figliuolo suo primogenito18 pigliasse per moglie Caterina figliuola di Lorenzo de’ Medici; trattandosi anche se vi fusse modo di dare con dote equivalente una figliuola del duca per moglie a Ippolito de’ Medici, figliuolo già di Giuliano19; e con molte altre condizioni: le quali non solo erano per se stesse quasi inestricabili20, per la brevità del tempo, ma ancora il pontefice, che non ci conscendeva se non per ultima necessità, aveva commesso che non si facesse, senza suo nuovo avviso e commissione, la intera conclusione. La quale commissione allargò pochi dì poi, così nelle condizioni come nella facoltà del conchiudere, perché ebbe avviso che il viceré di Napoli era con trantadue navi arrivato nel golfo di San Firenze in Corsica21, con trecento cavalli dumila cinquecento fanti tedeschi e tre in quattromila22 fanti spagnuoli. Ma era già diventata vana la volontà del pontefice, perché in su l’armata medesima era uno uomo del duca di Ferrara il quale, spedito dal luogo predetto con grande diligenza, non solo significò al duca la venuta della armata ma gli portò ancora da Cesare la investitura di Modena e di Reggio, e la promissione, sotto parole del futuro23, del matrimonio di Margherita di Austria, figliuola naturale di Cesare, in Ercole primogenito del duca. Per le quali cose Alfonso, che prima con grandissimo desiderio aspettava la venuta del luogotenente, mutato consiglio, parendogli anche che per l’approssimarsi i fanti tedeschi e l’armata le cose di Cesare cominciassino molto a esaltarsi, significò24, per Iacopo Alvarotto padovano suo consigliere, al luogotenente (che partito il vigesimo quarto dì da Parma era già condotto a Cento) la espedizione25 ricevuta di Spagna; per la quale se bene non fusse obligato a offendere né il pontefice né la lega, nondimeno, avendo ricevuto tanto beneficio da Cesare, non era conveniente trattasse più di operargli contro; e che, essendo interrotta per quella la negoziazione per la quale andava a Ferrara, aveva voluto significargliene perché la taciturnità sua non desse giusta cagione di sdegno al pontefice: non gli negando però ma rimettendo in lui lo andare o non andare a Ferrara. Dalla quale proposta compreso il luogotenente essere vana l’andata sua, non volendo mettervi più senza speranza di frutto della riputazione del pontefice, richiamato anche dalla necessità delle cose di Lombardia, si ritornò, interposti però nuovi ragionamenti di concordia in altra forma, subito a Modena : riducendosi ogni dì più tutto lo stato della Chiesa da quella banda in maggiore pericoli.
Conciossiaché Giorgio Fronspergh co’ fanti tedeschi, in numero di tredici in quattordicimila, preso il cammino per Valdisabbio26 e per la Rocca di Anfo, condotti verso Salò, erano già arrivati a Castiglione dello Strivieri in mantovano. Contro a’ quali il duca d’Urbino, che pochi dì innanzi per essere spedito27 a andargli a incontrare aveva condotto l’esercito a Vauri sopra Adda, tra Trezzo e Cassano, e gittato quivi il ponte e fortificato lo alloggiamento, lasciatovi il marchese di Saluzzo con le genti franzesi e co’ svizzeri grigioni e co’ suoi fanti, partì il decimonono di novembre da Vauri, conducendo seco Giovanni de’ Medici, seicento uomini d’arme molti cavalli leggieri e otto in novemila fanti; con disegno non di assaltargli direttamente alla campagna28 ma, infestandogli e incomodandogli delle vettovaglie (il quale modo solo diceva essere a vincere gente di tale ordinanza), condurgli in qualche disordine. Condussesi a’ ventiuno a Sonzino, donde spinse Mercurio con tutti i cavalli leggieri e una banda di uomini d’arme per infestargli, e dare tempo allo esercito di raggiugnergli; dubitando già, per essere quel dì medesimo alloggiati alla Cavriana, di non arrivare tardi : di che, scusando la tardità della partita sua da Vauri, trasferiva la colpa nella negligenza e avarizia del proveditore Pisani, per la quale era stato necessitato soprastare uno dì o due più, per aspettare che in campo fussino i buoi per levare l’artiglierie; dal quale difetto diceva poi essere proceduto grandissimo disordine e quasi la rovina di tutta la impresa.
1. l’armata; la flotta.
2. discordante da se medesimo: contraddittorio.
3. Antoine du Prat.
4. le… denari: i provvedimenti finanziari.
5. pure: in fondo, ormai.
6. I progressi: le azioni.
7. suoi propri: del re d’Inghilterra.
8. dare parole: allettare e ingannare.
9. novembre.
10. Si tratta della bolla contro la simonia, emessa da Giulio II (cfr. X, Iv). Il Colonna faceva riferimento a questa bolla per dichiarare nulla l’elezione di Clemente VII, che egli accusava di aver comprato i voti.
11. soprasedette: rinviò.
12. che… disegno: in cui progettava di.
13. Paolo, zio di Vitello, aveva sposato Girolama di Roberto Orsini, sorella di Alfonsina, moglie di Piero de’ Medici.
14. ferocia: animosità.
15. riscaldando: essendo imminente.
16. in dimostrazione: formalmente.
17. scoprirsi: prendere apertamente posizione nella guerra.
18. Il futuro Ercole II.
19. Figlio di Giuliano, duca di Nemours.
20. inestricabili: complicate fino all’impossibile.
21. San Fiorenzo, sulla costa settentrionale.
22. tre in quattromila: fra i tre e i quattromila.
23. sotto parole del futuro: è la traduzione letterale della locuzione tardo-latina per verba de futuro. In diritto canonico l’espressione è usata quando un uomo e una donna dichiarano di sposarsi entro un determinato tempo. Qui la locuzione sembra avere però un significato più generico.
24. significò: comunicò.
25. la espedizione: l’ambasciata.
26. Val Sabbia.
27. spedito; pronto,
28. alla campagna: in campo aperto.
Fazione di Borgoforte; ferita e morte di Giovanni de’ Medici. Scontro delle flotte nemiche vicino a Codemonte; la flotta di Cesare a Gaeta. Marcia dell’esercito tedesco; truppe imperiali inviate da Milano a Pavia. Provvedimenti difensivi dei collegati; i tedeschi alla Trebbia.
Si era insino a ora stato in ambiguo1 quale dovesse essere il cammino de’ tedeschi : perché si credette prima che per il bresciano e per il bergamasco andassino alla volta di Adda, con disegno di essere incontrati dalle genti imperiali, e accompagnati con loro andarsene a Milano; erasi creduto di poi volessino passare Po a Casalmaggiore e di quivi trasferirsi alla via di Milano. Ma essendo a’ ventidua dì venuti a Rivalta2, otto miglia da Mantova tra il Mincio e Oglio (nel quale dì alloggiò il duca a Prato Albuino3), e non avendo passato il Mincio a Goito, dava indizio volessino passare il Po a Borgoforte o Viadana più presto che a Ostia4 e nelle parti più basse, e passando a Ostia sarebbe stato segno di pigliare il cammino di Modena e di Bologna; dove, nell’uno luogo e nell’altro, si soldavano fanti e facevano provisioni. Preseno dipoi i tedeschi, a’ ventiquattro, la via di Borgoforte; dove, non avendo loro artiglieria, arrivorono quattro falconetti5, mandati loro per Po dal duca di Ferrara: aiuto in sé piccolo ma che riuscì grandissimo per benefizio della fortuna. Perché essendo il duca di Urbino, seguitandogli, entrato nel serraglio6 di Mantova nel quale erano ancora loro, corse, nell’accostarsi a Borgoforte, alla coda loro, benché con poca speranza di profitto, Giovanni de’ Medici co’ cavalli leggieri; e accostatosi più arditamente perché non sapeva che avessino avute artiglierie, avendo essi dato fuoco a uno de’ falconetti, il secondo tiro roppe la gamba alquanto sopra al ginocchio a Giovanni de’ Medici; del quale colpo, essendo stato portato a Mantova, morì pochi dì poi7, con danno gravissimo della impresa, nella quale non erano state mai dagli inimici temute altre armi che le sue. Perché, se bene giovane di ventinove anni e di animo ferocissimo8, la esperienza e la virtù erano superiori agli anni e, mitigandosi ogni dì il fervore della età e apparendo molti indizi espressi9 di industria e di consiglio, si teneva per certo che presto avesse a essere nella scienza militare famosissimo capitano. Camminorono dipoi i tedeschi, non infestati più da alcuno, lasciato indietro Governo10, alla via di Ostia lungo il Po, essendo il duca d’Urbino a Borgoforte; e a’ venti otto dì, passato il Po a Ostia, alloggiorono a Revere: dove, soccorsi di qualche somma di denari dal duca di Ferrara e di alcuni altri pezzi di artiglieria da campagna, essendo già in tremore grandissimo Bologna e tutta la Toscana, perché il duca di Urbino, ancoraché innanzi avesse continuamente affermato che passando essi Po lo passerebbe ancora egli, se ne era andato a Mantova, dicendo volere aspettare quivi la commissione del senato viniziano se aveva a passare Po o no. Ma i tedeschi, passato il fiume della Secchia, si volseno al cammino di Lombardia per unirsi con le genti che erano a Milano.
Nel quale tempo, il viceré partito da Corsica con venticinque vaselli11, perché due [navi] erano, per l’ira del mare, innanzi arrivasse a San Firenze, andate a traverso12 e cinque sferrate13 dalle altre andavano vagando, riscontrò14 a’ ventidue dì, sopra Sestri di Levante, con sei galee del re di Francia cinque del Doria e cinque de’ viniziani; le quali appiccatesi insieme15, sopra Codemonte, combatterono da ventidue ore del dì insino alla notte : e scrisse il Doria avere buttato in fondo una loro nave dove erano più di trecento uomini, e con l’artiglieria trattata male16 tutta l’armata; e che per il tempo tristo le galee erano state sforzate a ritirarsi sotto il monte di Portofino, e che aspettavano la notte medesima l’altre galee che erano a Portovenere ; e venendo o non venendo volevano, alla diana17, andare a cercarla18. Nondimeno, benché la seguitassino insino a Livorno, non potetteno raggiugnerla perché si era dilungata dinanzi a loro per molte miglia: conciossiaché gli inimici, credendo fusse corso o in Corsica o in Sardigna, non furono presti a seguitarlo. Seguitò poi il cammino suo il viceré, ma travagliato dalla fortuna19 ; sparsa l’armata sua : una parte, dove era don Ferrando da Gonzaga, stracorse20 in Sicilia, che dipoi si ridusseno a Gaeta, dove poseno in terra certi fanti tedeschi; egli col resto dell’armata arrivò al Porto di Santo Stefano. Donde, non avendo certezza de’ termini in che si trovassino le cose, mandò a Roma al pontefice il comandatore Pignalosa21, con buone parole della mente22 di Cesare; egli, come il mare lo permesse, si condusse con l’armata a Gaeta.
I fanti tedeschi intanto, passata Secchia e andati verso Razzuolo23 e Gonzaga, alloggiorono il terzo di dicembre a Guastalla, il quarto a Castelnuovo24 e Povi25 lontano dieci miglia da Parma; dove si congiunse con loro il principe di Oranges, passato da Mantova con due compagni, a uso di archibusiere privato. A’ cinque, passato il fiume dell’Enza al ponte in su la strada maestra, alloggiorno a Montechiarucoli26, standosi ancora il duca d’Urbino, non mosso da’ pericoli presenti, a Mantova con la moglie; e a’ sette, i tedeschi passato il fiume della Parma alloggiorno alle ville di Felina27, essendo le pioggie grandi e i fiumi grossi. Erano trentotto bandiere28, e per lettere intercette del capitano Giorgio29 al duca di Borbone, si mostrava molto irresoluto di quello avesse a fare. Passorono agli undici dì il Taro, alloggiorono a’ dodici al Borgo a San Donnino30, dove contro alle cose sacre e l’immagini de’ santi avevano dimostrato il veleno luterano; a’ tredici a Firenzuola31, donde con lettere sollecitavano quegli di Milano a congiugnersi con loro: ne’ quali era il medesimo desiderio, ma gli riteneva il mancamento de’ denari, perché gli spagnuoli minacciavano non volere uscire di Milano se non erano pagati del vecchio, e già cominciavano a saccheggiare. Ma finalmente furono accordati, con difficoltà, da’ capitani in32 cinque paghe: per le quali fu necessario spogliare le chiese degli argenti e incarcerare molti cittadini. E secondo gli pagavano gli mandavano a Pavia, con difficoltà grandissima perché non volevano uscire di Milano. Le quali cose ricercando tempo, mandorono di là da Po, per accostarsi a’ tedeschi, alcuni cavalli e fanti italiani.
Aveva fatta instanza il luogotenente che, per sicurtà dello stato della Chiesa da quella banda, il duca di Urbino passasse Po con le genti viniziane, il quale non solo aveva differito, ora dicendo aspettare avviso della volontà de’ viniziani ora allegando altre cagioni, ma dimostrando al senato essere pericolo che, passando egli il Po, gli imperiali non assaltassino lo stato loro, aveva ottenuto gli commettessino che non passasse; anzi aveva intrattenuto più dì i fanti che erano stati di Giovanni de’ Medici, sollecitati dal luogotenente a passare Po per difesa delle cose della Chiesa. E avendo il marchese di Saluzzo, richiesto dal luogotenente di soccorso, passato Adda, mosso ancora perché, essendo diminuiti i svizzeri e i fanti grigioni, gli pareva essere debole nello alloggiamento di Vauri, i viniziani, che prima avevano consentito che ’l marchese passasse Po in soccorso del pontefice con diecimila fanti tra svizzeri e i suoi, pagati da loro de’ quarantamila ducati del re di Francia (de’ quali ricevere e spendere restata la cura a loro, quando il pontefice fece la tregua, era sospizione, e fu poi molto maggiore, che ne convertissino nel pagamento delle genti loro qualche parte), lo pregavano, per consiglio del duca di Urbino, che non passasse: e perciò il duca, chiamatolo a parlamento a Sonzino, soprastette tanto a venirvi che il marchese si partì; nondimeno, non solo fece ogni opera di farlo soprastare, per vedere meglio che facessino i tedeschi, ma eziandio lo confortò apertamente a non passare. A che lo ritardava anche che i pagamenti de’ svizzeri, che in condotta erano seimila ma in fatto poco più di quattromila, non erano in ordine: i quali pagare, insieme co’ quattromila fanti del marchese, apparteneva a’ viniziani. Per la quale cagione se bene si differisse insino al vigesimo settimo di dicembre il passare suo, mandò nondimeno parte della cavalleria franzese con qualche fante ad alloggiare in diversi luoghi del paese, per disturbare le vettovaglie a’ fanti tedeschi, stati già molti dì a Firenzuola. Per quella cagione medesima fu mandato Guido Vaina con cento cavalli leggieri al Borgo a San Donnino, e Paolo Luzasco uscito di Piacenza si accostò a Firenzuola; donde una parte de’ tedeschi, per più comodità del vivere, andò ad alloggiare a Castello Arquà33. Per sospetto de’ quali si era prima proveduta Piacenza, ma non con quelle forze le quali parevano convenienti; perché il luogotenente, avendo sempre, dopo la venuta de’ tedeschi, temuto che la difficoltà del fare progresso in Lombardia non sforzasse gli imperiali al passare in Toscana, desiderava pigliassino animo di andare a campo a Piacenza. Per la quale cagione, incognita a qualunque altro, eziandio al pontefice, differiva il provedere Piacenza talmente che si disperassino di espugnarla, provedendola perciò in modo non potessino occuparla con facilità, e sperando che quando v’andassino non avesse a mancare modo di mettervi soccorso. Ma la lunga dimora de’ tedeschi ne’ luoghi vicini, esclamando ciascuno del pericolo34 di quella città, lo costrinse a consentire che vi andasse il conte Guido con grossa gente: dove anche per ordine de’ viniziani, che avevano promesso, per soccorrere alle necessità del pontefice, mandarvi a guardia mille fanti, vi fu mandato Babone di Naldo, uno de’ loro capitani; ma per i mali pagamenti tornorono35 presto a quattrocento. Passò finalmente Saluzzo, non avendo in fatto più che quattromila tra svizzeri e grigioni e tremila fanti de’ suoi; e condotto al Pulesine36, ancora che si desiderasse non partisse di quivi per infestare lo alloggiamento di Firenzuola, dove anche spesso scorreva il Luzasco, si ridusse per più sicurtà a Torricella e a Sissa. Ma due dì poi i tedeschi, partiti da Firenzuola, andorono a Capineti37 e luoghi circostanti; e il conte di Gaiazzo, presa Rivolta38, passò la Trebbia: né si intendeva quale fusse il disegno del duca di Borbone, o di andare a campo a Piacenza, come fusse uscito di Milano, o pure passare innanzi alla volta di Toscana. Passorono poi, l’ultimo dì dell’anno, i tedeschi la Nura39, per passare la Trebbia e aspettare quivi Borbone, essendo alloggiamento manco infestato dagli inimici.
Francesco Guicciardini. Incisione di G. Imperiale del 1640.
1. stato in ambiguo: stati dubbiosi.
2. Rivalta sul Mincio.
3. Pralboino.
4. Ostiglia.
5. I falconetti erano piccoli pezzi d’artiglieria che lanciavano palle di due libbre.
6. Era chiamata Serraglio la linea di fortificazioni che proteggeva Mantova.
7. 30 novembre 1526.
8. ferocissimo: audacissimo.
9. espressi: chiari.
10. Governolo sul Mincio.
11. vaselli: vascelli.
12. andate a traverso: affondate.
13. sferrate: disancorate.
14. riscontrò: si scontrò.
15. appiccatesi insieme: venute a battaglia.
16. trattata male: danneggiata.
17. alla diana: all’alba.
18. cercarla: si riferisce all’armata nemica.
19. fortuna: tempesta.
20. stracorse: andò a finire.
21. Ruy (o Rodrigo) Diez de Piñalosa.
22. della mente: sulle intenzioni.
23. Reggiolo.
24. Castelnuovo di sotto.
25. Poviglio.
26. Montechiarugolo.
27. Felino.
28. bandiere: schiere.
29. Frundsberg.
30. L’attuale Pidenza.
31. Fiorenzuola d’Arda.
32. furono accordati… in: furono placati… dietro pagamento di.
33. Castell’Arquato.
34. esclamando… del pericolo: protestando a gran voce… per il pericolo.
35. tornorono: si ridussero.
36. Polesine Parmense.
37. Carpaneto Piacentino.
38. Rivalta Trebbia.
39. Il Nure.
CAPITOLO XVII
Brevi del pontefice a Cesare e risposte di questo; offerte del generale di San Francesco al pontefice di trattare la tregua a nome di Cesare; trattative di tregua e provvedimenti di guerra del pontefice; mutamento di contegno del viceré verso il pontefice. Maggiori esigenze di Cesare per la pace coi collegati. Capitolazione del duca di Ferrara con Cesare.
Nella quale freddezza delle cose di Lombardia, procedente non tanto dalla stagione asprissima dell’anno quanto dalla difficoltà che aveva Borbone di pagare le genti, per la quale erano, per la provisione de’ denari, vessati e tormentati maravigliosamente i milanesi (per la quale necessità Ieronimo Morone, condannato alla morte, compose1, la notte precedente alla mattina destinata al supplicio, di pagare ventimila ducati, al quale effetto era stata fatta la simulazione di decapitarlo; co’ quali uscito di carcere diventò subito, col vigore del suo ingegno, di prigione del duca di Borbone suo consigliere e, innanzi passassino molti dì, quasi assoluto suo governatore), erano tra il papa e il viceré grandi i trattati di tregua o di pace; ma più veri e più sostanziali i disegni del viceré di fare la guerra, preso animo, poi che fu arrivato a Gaeta, dai conforti2 de’ Colonnesi e dallo intendere che il pontefice, perduto totalmente d’animo ed esausto di denari, appetiva grandemente l’accordo, e predicando a tutti la sua povertà e il suo timore, né volendo creare cardinali per denari come era confortato da tutti, accresceva l’ardire e la speranza di chi disegnava di offenderlo. Perché il pontefice, il quale non era entrato nella guerra con la costanza dell’animo conveniente, aveva scritto, insino il3 vigesimo sesto dì di giugno [un brieve a Cesare] acerbo e pieno di querele, escusandosi di essere stato necessitato da lui alla guerra; ma parendogli, poi che l’ebbe espedito, che fusse troppo acerbo, ne scrisse subito un altro più mansueto, commettendo4 a Baldassare da Castiglione suo nunzio che ritenesse5 il primo; il quale, già arrivato, era stato presentato il decimosettimo dì di settembre; fu dipoi presentato l’altro, e Cesare separatamente, benché in una espedizione medesima6, rispose all’uno e all’altro secondo le proposte7: allo acerbo acerbamente, al dolce dolcemente. Aveva avidamente prestato orecchi al generale di San Francesco8, il quale, andandosene, quando si mosse la guerra, in Spagna, ebbe dal papa imbasciate dolci a Cesare; e di nuovo ritornato a Roma, per commissione di Cesare, aveva riferito assai della sua buona mente9: e che sarebbe contento venire in Italia con cinquemila uomini c presa la corona dello imperio, passare subito in Germania per dare forma alle cose di Luter, senza parlare del concilio; accordare co’ viniziani con oneste condizioni; rimettere in due giudici diputati dal papa e da lui la causa di Francesco Sforza, il quale se fusse condannato, dare quello stato al duca di Borbone; levare lo esercito di Italia, pagando il papa e i viniziani trecentomila scudi o più per le paghe corse10 (pure, che questo si tratterebbe per ridurlo a somma più moderata); restituire al re i figliuoli, avuto da lui in due o più termini due milioni d’oro : mostrava essere facile lo accordare col re d’Inghilterra, per non essere somma grande e il re di Francia averla già offerta. E per trattare queste cose, le quali il pontefice comunicò tutte con gli oratori franzesi e viniziani, offeriva il generale tregua per otto o dieci mesi, dicendo avere da Cesare il mandato amplissimo in sé e nel viceré o in don Ugo11. Per la quale esposizione il pontefice, udito Pignalosa e intesa la partita del viceré dal Porto di Santo Stefano, mandò il generale a Gaeta per trattare seco; perché e12 i viniziani non arebbono recusata la tregua, pure che vi avesse consentito il re di Francia: il quale non se ne dimostrava alieno, anzi la madre aveva mandato a Roma Lorenzo Toscano13, dimostrando inclinazione alla concordia nella quale fussino compresi tutti. E parendogli nissuna pratica potere essere bene sicura senza la volontà di Borbone, mandò a lui per le medesime cagioni uno suo limosiniere che era a Roma; il quale il duca poco dipoi rimandò al pontefice a trattare. E nondimeno, nel tempo medesimo, non abbandonando la provisione dell’armi14, mandò Agostino Triulzio cardinale legato allo esercito di Campagna; e preparandosi ad assaltare eziandio per mare il regno di Napoli, e per difesa propria, arrivò, il terzo di dicembre, a Civitavecchia Pietro Navarra, con ventotto galee del pontefice de’ franzesi e de’ viniziani : nel quale tempo, o poco poi, era, con l’armata delle vele quadre15, arrivato Renzo da Ceri a Savona, mandato dal re di Francia per cagione della impresa disegnata contro al reame di Napoli. E da altro canto, Ascanio Colonna con dumila fanti e trecento cavalli venne in Valbuona16, a quindici miglia di Tivoli, dove sono terre dello abate di Farfa e di Giangiordano. Mandò anche il pontefice, pochi dì poi, l’arcivescovo di Capua al viceré; il quale anche, insino al vigesimo dì di ottobre, aveva mandato a Napoli, sotto nome delle cose degli statichi17, e particolarmente di Filippo Strozzi. Ma il viceré, intesa la debolezza del pontefice, non parlava più umanamente. Preseno a’ dodici di dicembre i Colonnesi, co’ quali era il cardinale, Cepperano18, che non era guardato, e le genti loro sparse per le castella di Campagna; e da altro canto Vitello, con le genti del pontefice, ridotto fra Tivoli, Palestrina e Velletri. Presono poi Pontecorvo, non guardato, e Ascanio poi dette la battaglia invano a Scarpa19, castello della badia di Farfa, luogo piccolo e debole : ed egli e il cardinale con quattromila fanti correvano per Campagna, ma ributtati da qualunque voleva difendersi. Accostossi dipoi Cesare Filettino con mille cinquecento fanti, di notte, ad Alagnia20; nella quale intromessi già furtivamente da alcuni uomini della terra cinquecento fanti, per una casa congiunta alle mura, furono ributtati da Gianlione da Fano, capo de’ fanti che vi aveva il pontefice. Tornò poi il generale dal viceré, e riportò che egli consentirebbe alla tregua per qualche mese, acciò che intratanto si trattasse la pace, ma dimandare denari e, per sicurtà, le fortezze di Ostia e di Civitavecchia. Ma in contrario di lui scrisse l’arcivescovo di Capua (giunto a Gaeta dopo la partita sua, e forse mandatovi con malo consiglio21 dal pontefice) che il viceré non voleva più tregua ma pace col pontefice solo o con il pontefice e co’ viniziani, pagandogli denari per mantenere lo esercito per sicurtà della pace, e poi trattare tregua con gli altri : o perché veramente avesse mutato sentenza o per le persuasioni, come molti dubitarono, dello arcivescovo.
Nel quale tempo Paolo da Arezzo, arrivato alla corte di Cesare co’ mandati del pontefice, de’ viniziani e di Francesco Sforza (dove anche il re di Inghilterra volle che per la medesima causa della pace andasse l’auditore della camera22, perché vi era anche prima il mandato del re di Francia23), lo trovò variato di animo, per avere avuto avviso della arrivata de’ tedeschi e dell’armata in Italia. Però, partendosi dalle condizioni ragionate prima, dimandava che il re di Francia osservasse in tutto l’accordo di Madril, e che la causa di Francesco Sforza si vedesse per giustizia24 da i giudici deputati da lui. Così la intenzione di Cesare riceveva variazione dai successi delle cose25 ; e le commissioni date da lui a’ ministri suoi che erano in Italia avevano, per la distanza del luogo, o espressa o tacita condizione di governarsi secondo la varietà de’ tempi e delle occasioni. Però il viceré, avendo deluso26 più dì con pratiche vane il pontefice, né voluto consentire una sospensione d’armi per pochi dì tanto si vedesse l’esito di questo trattato27, partì, a’ venti, da Napoli per andare alla volta dello stato della Chiesa, proponendo nuove condizioni estravaganti dello accordo28.
Seguitò, l’ultimo dì dell’anno, la capitolazione del duca di Ferrara, fatta per mezzo di uno oratore suo, col viceré e con don Ugo, che aveva il mandato da Cesare; benché con poca sodisfazione di quello oratore, astretto quasi con minacce e con acerbe parole dal viceré di consentire : che il duca di Ferrara fusse obligato con la persona e con lo stato contro a ogni inimico di Cesare; fusse capitano generale di Cesare in Italia con condotta di cento uomini d’arme e di dugento cavalli leggieri, ma obligato a mettergli insieme co’ danari propri, i quali gli avessino a essere o restituiti o accettati ne’ conti suoi29 : che per la dota della figliuola naturale di Cesare, promessa al figliuolo, ricevesse di presente la terra di Carpi e la fortezza di Novi, appartenente già ad Alberto Pio, ma che le entrate, insino alla consumazione del matrimonio, si compensassino con gli stipendi suoi; e che Vespasiano Colonna e il marchese del Guasto rinunziassino alle ragioni vi pretendevano: pagasse, recuperato che avesse Modona, dugentomila ducati, ma che in questi si computassino quegli che dopo la giornata di Pavia aveva pagati al viceré; ma non recuperando Modona gli fussino restituiti tutti i denari che prima aveva sborsato: fusse Cesare obligato alla sua protezione, né potesse fare pace senza comprendervi dentro lui, con l’assoluzione delle censure e delle pene incorse poi che si era declarato confederato di Cesare; e delle incorse innanzi, fare ogni opera per fargliene consentire30. Così, nella fine dell’anno mille cinquecento ventisei, tutte le cose si preparavano a manifesta guerra.
1. compose: concordò.
2. dai conforti: dalle esortazioni.
3. insino il: fin dal.
4. commettendo: ordinando.
5. ritenesse: non consegnasse.
6. in… medesima: mandando insieme le due risposte.
7. secondo le proposte: conformemente ai contenuti e al tenore.
8. Francisco de Quiñones.
9. aveva… mente: aveva parlato molto delle sue buone intenzioni.
10. corse: scadute.
11. avere… Ugo: che Cesare aveva dato piena autorità decisionale in tal senso a lui stesso, al vicerè o a don Ugo.
12. e: anche.
13. Elemosiniere ordinario del re.
14. non… armi: senza sospendere di provvedere alla guerra.
15. delle vele quadre: dei vascelli a vele quadre.
16. Forse Vallevona, a nord-est di Tivoli.
17. sotto… statichi: col pretesto di trattative riguardanti gli ostaggi.
18. Ceprano.
19. L’attuale Cineto Romano.
20. Anagni.
21. con malo consiglio: con infelice decisione.
22. Girolamo Ghinucci.
23. Antoine de Lorraine.
24. si… giustizia: si risolvesse per via giuridica.
25. riceveva… cose: variava secondo l’andamento della situazione.
26. deluso: ingannato.
27. tanto… trattato: finché si vedesse dove approdavano queste trattative.
28. estravaganti dello accordo: che non avevano attinenza con l’accordo.
29. accettati… suoi: ascritti a suo credito.
30. fargliene consentire: fargliele condonare.