CAPITOLO I
L’anno mille cinquecento ventisette ricco di avvenimenti e di sciagure. Movimenti delle milizie imperiali riunitesi nell’Emilia. Vicende di guerra nello stato pontificio. Richieste di aiuti del pontefice ai collegati e al re d’Inghilterra; dubbi dei collegati per le trattative del pontefice col viceré.
Sarà l’anno mille cinquecento ventisette pieno di atrocissimi e già per più secoli non uditi accidenti: mutazioni di stati, cattività di prìncipi, sacchi spaventosissimi di città, carestia grande di vettovaglie, peste quasi per tutta Italia grandissima; pieno ogni cosa di morte di fuga e di rapine. Alle quali calamità nessuna difficoltà ritardava a dare il principio che le difficoltà che aveva il duca di Borbone di potere muovere di Milano i fanti spagnuoli. Perché avendo convenuto insieme che Antonio de Leva rimanesse alla difesa del ducato di Milano, con tutti i fanti tedeschi che prima vi erano (nella sostentazione de’ quali si erano consumati tutti i danari raccolti da’ milanesi, e quegli riscossi per virtù delle lettere che aveva portate di Spagna) e con mille dugento fanti spagnuoli e con qualche numero di fanti italiani sotto Lodovico da Belgioioso e altri capi, e forse con qualche parte dei fanti tedeschi, restavano i fanti spagnuoli; i quali, non avendo ricevuti danari in nome di Cesare, ma sostentati con le taglie e con le contribuzioni, e avendo in preda le case e le donne de’ milanesi, continuavano volentieri nel vivere con tanta licenza; ma non potendo negarlo direttamente1, dimandavano di essere prima sodisfatti degli stipendi corsi insino a quello dì. Promessono finalmente di seguitare la volontà del duca, ricevute prima da lui cinque paghe: ma era molto difficile il farne provisione2, non bastando né i minacci né il votare delle case né le carceri a riscuotere danari da’ milanesi: dove anche, per nutrire l’esercito, erano citati gli assenti, e i beni di quelli che non comparivano erano donati a’ soldati. Finalmente, superate tutte le difficoltà, passorno le genti imperiali, il penultimo dì di gennaio, il fiume del Po, e il seguente dì una parte de’ tedeschi, i quali prima avevano passata la Trebbia, ripassatala, andorono ad alloggiare a Pontenuro3; il resto dell’esercito si fermò di là da Piacenza : essendo allo incontro il marchese di Saluzzo a Parma, e con tutte le genti distese per il paese. E il duca di Urbino, venuto a Casalmaggiore (avendo i viniziani rimesso in arbitrio suo il passare Po), cominciava a fare passare le genti; affermando, in caso che gli imperiali andassino, come da Milano si aveva avvisi, alla volta di Toscana, di volere passare in persona con seicento uomini d’arme novemila fanti e cinquecento cavalli leggieri, ed essere prima di loro a Bologna; e che il simile facesse, con la sua gente e con quella della Chiesa, il marchese di Saluzzo. Soprastette l’esercito imperiale circa venti dì, parte di qua parte di là da Piacenza, sopratenendolo4 in parte la difficoltà de’ denari (de’ quali insino a quel dì non avevano i tedeschi avuto alcuno dal duca di Borbone) parte l’avere egli inclinazione di porsi a campo a Piacenza, forse più per le difficoltà del procedere innanzi che per altra cagione. Però instava5 col duca di Ferrara che lo accomodasse di6 polvere per l’artiglierie e che venisse a congiugnersi seco, offerendo mandargli incontro cinquecento uomini d’arme e il capitano Giorgio7 con seimila fanti. Alla quale dimanda rispose il duca essere impossibile mandargli la polvere per il paese inimico, né potere senza pericolo tentare di unirsi seco per essere tutte le genti della lega in luogo vicino; ma quando tutte queste cose fussino facili, dovere considerare, Borbone, non potere fare cosa più comoda agli inimici e più desiderata da loro che attendere a perdere tempo intorno a quelle terre a una a una; e considerare, quando non pigliasse Piacenza, o se pure la pigliasse ma con lunghezza di tempo, dove resterebbe la sua riputazione, dove il modo di proseguire la guerra, avendo tanto mancamento di denari e di tutte le provisioni : il benefizio di Cesare, la via unica della vittoria essere camminare verso il capo, condursi, lasciato ogni altra impresa indietro, una volta8, a Bologna; donde potrebbe deliberare o di cercare di sforzare quella terra9, a che non gli mancherebbeno gli aiuti suoi, o di passare più innanzi alla volta di Firenze o di Roma.
Le quali cose mentre si trattano, e che Borbone provede a’ denari non solo per finire il pagamento degli spagnuoli ma eziandio per dare qualche cosa a’ fanti tedeschi, a’ quali credo che al partire da Piacenza desse due scudi per uno, era accesa gagliardamente la guerra nello stato della Chiesa; essendo nel campo ecclesiastico andato nuovamente Renzo da Ceri che era venuto di Francia, e il campo del papa era vicino al viceré che era a’ confini di Cepperano10; dove alcuni fanti italiani roppono trecento fanti spagnuoli. Ma nel modo della difesa dello stato ecclesiastico era varietà di opinioni. Perché Vitello, innanzi alla venuta di Renzo, aveva consigliato il pontefice che, abbandonata la provincia della Campagna, si mettessino in Tivoli dumila fanti, in Pelistrina11 dumila altri, e che il resto dello esercito si fermasse a Velletri per impedire l’andata del viceré a Roma. La qual cosa essendo già deliberata, Renzo, sopravenendo, dannò12 il riserrarsi in Velletri, per essere terra grande e male reparabile13, e per non lasciare procedere gli inimici tanto innanzi ; ma che l’esercito si fermasse a Fiorentino14, che non avendo a guardare tanti luoghi sarebbe più grosso, ed era luogo per proibire che gli inimici non venissino più innanzi : il quale consiglio approvato, si messeno in Frusolone15, residenza principale della Campagna16, lontano da Fiorentino cinque miglia, mille ottocento fanti, di quegli di Giovanni de’ Medici la più parte, che avevano preso il cognome17 delle bande nere, con Alessandro Vitello, Giovambatista Savello e Pietro da Birago condottieri di cavalli leggieri. Ma in questo mezzo i Colonnesi avevano occultamente indotto Napolione Orsino, abbate di Farfa, a pigliare l’armi in terra di Roma, come soldato di Cesare; la quale cosa dissimulando18 il pontefice, al quale ne era penetrata19 occultamente la notizia, e da chi prima aveva ricevuto danari, tiratolo con arte a andare a incontrare Valdemonte20, quando veniva di Francia, lo fece prendere appresso a Bracciano e metterlo prigione in Castello Santangelo21.
Attendeva il pontefice a provedere danari, né gli bastando i modi ordinari vendeva i beni di molte chiese e luoghi pii; e supplicando a’ prìncipi, ottenne di nuovo dal re di Inghilterra trentamila ducati, i quali gli portò maestro Rossello suo cameriere22: col quale venne Robadanges23, con diecimila scudi mandati dal re di Francia per conto della decima; la quale il papa stretto dalla necessità gli aveva concesso, con promissione di dargli, oltre a’ pagamenti de’ quarantamila scudi alla lega e de’ ventimila al papa ciascuno mese, trentamila ducati di presente e trentamila altri fra uno mese. Commesse anche il re di Inghilterra a maestro Rossello che intimasse al viceré e al duca di Borbone una sospensione d’armi, per dare tempo al trattato della pace24 che secondo la volontà di Cesare si teneva in Inghilterra, altrimenti protestargli25 la guerra : e pareva allora che quel re, cupido del matrimonio della figliuola col re di Francia, inclinasse al favore de’ collegati; il quale matrimonio subito che fusse succeduto, prometteva di entrare nella lega e rompere la guerra in Fiandra. Pareva anche molto inclinato particolarmente al beneficio del pontefice; ma non si potevano sperare i rimedi pronti da uno principe che non misurava bene le forze sue e le condizioni presenti d’Italia, e che anche non si era fermato in una determinata volontà; ritirandolo sempre in parte26 la speranza datagli da Cesare di mettere in sua mano la pratica della pace, benché non corrispondessino gli effetti : perché essendo andato a lui per questo effetto l’auditore della camera27, ancora che Cesare si sforzasse di persuadergli con molte arti questa essere la sua intenzione, nondimeno, aspettando di intendere prima quel che per la passata de’ tedeschi e dell’armata28 fusse succeduto in Italia, non dava risposta certa, mettendo eccezione ne’ mandati29 de’ collegati come se non fussino sufficienti. Mandò anche il re a Roma, per favorire la impresa del regno di Napoli, Valdemonte fratello del duca di Loreno30, che per l’antiche ragioni del re Renato pretendeva alla successione di quello reame. Ma al pontefice noceva appresso a’ confederati il trattare continuamente la concordia col viceré, dubitando che a ogn’ora non convenisse seco, e però parendo quasi inutile al re di Francia e a’ viniziani tutto quello che spendessino per sostenerlo: la quale suspizione31 accresceva il timore estremo che appariva in lui e i protesti cotidiani di non potere più sostenere la guerra, aggiunto all’ostinazione di non volere creare cardinali per denari, né aiutarsi, in tanta necessità e in tanto pericolo della Chiesa, co’ modi consueti, eziandio nelle imprese ambiziose e ingiuste, agli altri pontefici. Donde il re e i viniziani, per essere preparati a qualunque caso, si erano particolarmente riobligati di non fare concordia con Cesare l’uno senza l’altro; per la quale cagione il re, e per la speranza grande datagli dal re di Inghilterra di fare con lui, se convenivano del parentado32, movimenti grandi alla prossima primavera, diventava più negligente a’ pericoli d’Italia.
1. negarlo direttamente: rifiutarsi apertamente di farlo (di lasciare Milano).
2. farne provisione: provvedervi.
3. Pontenure.
4. sopratenendolo: trattenendolo.
5. instava: insisteva.
6. lo… di: gli fornisse.
7. Giorgio Frundsberg.
8. una volta: una buona volta.
9. di… terra: di prendere d’assalto quella città.
10. Caprano.
11. Palestrina.
12. dannò: disapprovò.
13. reparabile: fortificabile.
14. Ferentino.
15. Frosinone.
16. Della Campagna Romana.
17. cognome: soprannome.
18. dissimulando: fingendo di non sapere.
19. penetrata: arrivata,
20. Louis de Lorraine, conte di Vaudemont.
21. 1° febbraio 1527.
22. Sir John Russel.
23. Louis, signore di Rabodanges.
24. al… pace: alle trattative di pace.
25. protestargli: dichiarargli.
26. in parte: indietro.
27. Girolamo Ghinucci.
28. dell’armata: della flotta.
29. mettendo… mandati: facendo obiezioni sui mandati.
30. Antoine, duca di Lorena e di Bar.
31. La quale suspizione: il quale sospetto.
32. se… parentado: se si accordavano sul matrimonio.
CAPITOLO II
Inutili tentativi del viceré contro Frosinone. Tregua fra il pontefice e il viceré, e offerte di Cesare al pontefice. Ritirata dell’esercito del viceré da Frosinone.
Sollecitava in questo tempo il viceré di assaltare lo stato della Chiesa : dal quale essendo stati mandati dumila fanti spagnuoli a dare la battaglia a uno piccolo castello di Stefano Colonna, ne furono ributtati; e per lo spignersi egli innanzi, gli ecclesiastici lasciorno indietro la deliberazione fatta di battere Rocca di Papa; le genti del quale luogo avevano occupato Castel Gandolfo, posseduto dal cardinale di Monte, per essere male guardato. Finalmente il viceré, messi insieme dodicimila fanti, de’ quali, dagli spagnuoli e tedeschi infuora condotti in su l’armata, la maggiore parte erano fanti comandati1, si pose con tutto lo esercito, il vigesimo primo dì di dicembre, a campo a Frusolone2, terra debole e senza muraglia ma alla quale succedono in luogo di mura3 le case private e la grotta4, e stata messa in guardia dai capitani della Chiesa per non gli lasciare pigliare piede nella Campagna; e vi era anche vettovaglia per pochi dì: nondimeno il sito della terra, che è posta in su uno monte, dà facoltà a chi è dentro di potere sempre salvarsi da una parte avendo qualche poco di spalle5 : il che faceva più arditi alla difesa i fanti che vi erano dentro, oltre a essere de’ migliori fanti italiani che allora prendessino soldo. Né si potevano anche, per l’altezza del monte, accostare tanto l’artiglierie degli inimici (i quali vi avevano piantati tre mezzi cannoni e quattro mezze colubrine) che vi facessino molto danno : ma delle diligenze principali loro era lo impedire, quanto potevano, che non6 vi entrassino vettovaglie. Da altro canto il pontefice, benché esaustissimo di denari, e più pronto a tollerare la indignità di pregare di esserne proveduto da altri che la indignità di provederne con modi estraordinari, augumentava quanto poteva le genti sue di fanti pagati e comandati; e aveva di nuovo condotto Orazio Baglione, dimenticate le ingiurie fatte prima al padre e poi a lui: il quale, come disturbatore della quiete di Perugia, aveva lungamente tenuto prigione in Castello Santo Agnolo7. Con questi augumenti andava l’esercito del pontefice accostandosi per fare la massa8 a Fiorentino, e dare speranza di soccorso agli assediati. Fu finita a’ ventiquattro9 la batteria di Frusolone; ma non essendo tale che desse al viceré speranza di vittoria non fu dato l’assalto; e nondimeno Alarcone, travagliandosi intorno alle mura, fu ferito d’uno archibuso, e vi fu anche ferito Mario Orsino10. Ed era la principale speranza del viceré nel sapere essere dentro poche vettovaglie: delle quali anche pativa lo esercito che si ammassava a Fiorentino, perché le genti de’ Colonnesi, che erano in Paliano, Montefortino e Rocca di Papa, che soli si tenevano per loro, travagliavano assai la strada; e andando Renzo allo esercito, avevano rotto la compagnia de’ fanti di Cuio11 che gli faceva scorta. Uscirono nondimeno, uno giorno, trecento fanti di Frusolone e parte de’ cavalli, con Alessandro Vitello Giambatista Savello e Pietro da Birago; e approssimatisi a mezzo miglio di Larnata12, dove erano alloggiate cinque insegne13 di fanti spagnuoli, ne tirorono due insegne in una imboscata e gli ruppeno con la morte del capitano Peralta14 con ottanta fanti, e prigioni molti fanti con le due insegne. Attendeva intratanto il viceré a fare mine a Frusolone, e quegli di dentro contraminavano15, tanto sicuri delle forze degli inimici che ricusorono quattrocento fanti che i capitani volevano mandare dentro in loro soccorso.
E nondimeno, nel tempo medesimo, non erano manco calde le pratiche dello accordo : perché a Roma erano tornati il generale16 e lo arcivescovo di Capua17 : co’ quali era venuto Cesare Fieramosca napoletano, il quale Cesare aveva, dopo la partita del viceré, espedito di Spagna al pontefice, dandogli commissione che affermasse principalmente essergli stata molestissima l’entrata di don Ugo e de’ Colonnesi in Roma, con gli accidenti che ne erano seguiti; facessegli fede, Cesare essere desiderosissimo di comporre seco tutte le controversie, e che trattasse in nome suo la pace, alla quale dimostrandosi inclinato anche con gli altri collegati, diceva (secondo scriveva il nunzio) che se il pontefice eseguiva come aveva detto, di andare a Barzalona18, gli darebbe libera facoltà di pronunziarla19 ad arbitrio suo. Proponevano questi per parte del viceré sospensione d’armi per due o tre anni col pontefice e co’ viniziani, possedendo ciascuno come di presente possedeva, e pagando il pontefice cento cinquantamila ducati e i viniziani cinquantamila: cosa che benché fusse grave al pontefice, nondimeno tanto era inclinato a liberarsi dai travagli della guerra che, per indurre i viniziani a consentirvi, offeriva di pagare per loro i cinquantamila ducati. La risposta de’ quali per aspettare fece tregua, l’ultimo dì di gennaio, col viceré per otto dì, con patto che le genti della Chiesa non passassino Fiorentino, quelle del viceré non passassino Frusolone né lavorassino contro alla terra; essendo medesimamente proibito a quegli di dentro non20 fortificare, né mettere dentro vettovaglia se non dì per dì. E parendo al Fieramosca avere scoperto assai la intenzione del pontefice, e potere con degnità di Cesare scoprirgli la sua, gli presentò una lunga lettera di mano propria di Cesare, piena di buona mente21, di offerte e divozione verso il pontefice; e partito dipoi, per significare al viceré e al legato la sospensione fatta e ordinare che la si mettesse a esecuzione, trovò il dì seguente l’esercito che mosso da Fiorentino camminava alla volta di Frusolone; e avendo fatto intendere al legato la cosa, egli, non volendo interrompere la speranza grande che avevano i suoi della vittoria, date a lui parole, mandò, occultamente a dire alla gente che continuasse di camminare.
Non poteva l’esercito arrivare a Frusolone se non si insignoriva di uno passo a modo di uno ponte, situato alle radici del primo colle di Frusolone, al quale erano a guardia quattro bandiere di fanti tedeschi; ma arrivata la vanguardia guidata da Stefano Colonna, e venuta con loro alle mani, gli roppe e messe in fuga, ammazzati circa dugento di loro e presine quattrocento con le insegne; e così guadagnato il primo colle, gli altri si ristrinseno in luogo più forte, lasciata libera l’entrata in Frusolone agli ecclesiastici. I quali, essendo già vicina la notte, feceno l’alloggiamento in faccia loro; con speranza grande di Renzo e di Vitello (le azioni del quale in questa impresa procedevano con mala sodisfazione del pontefice) di avergli a rompere, o fermandosi o ritirandosi22; come si crede che senza dubbio sarebbe seguito se avessino o fatto lo alloggiamento in su il colle preso o se fussino stati avvertiti e desti a sentire la ritirata degli inimici. Perché il viceré, non il giorno seguente ma l’altro giorno, due ore innanzi dì, senza fare segno o suono di levarsi, si partì con l’esercito, abbruciata certa munizione che gli restava e lasciate molte palle di artiglierie, e ancora che, intesa la partita sua, gli ecclesiastici gli spignessino dietro i cavalli leggieri, che preseno delle bagaglie e qualche prigione di poco conto, non furono a tempo a fargli danno notabile. Lasciò nondimeno addietro qualche munizione, e si ritirò a Cesano e di quivi a Cepperano.
1. I soldati comandati erano soldati senza stipendio arruolati d’autorità.
2. Frosinone.
3. atta… mura: alla quale fanno da mura.
4. la grotta: la posizione scoscesa.
5. avendo… spalle: con un minimo di protezione alle spalle.
6. impedire… che… non: impedire… che.
7. Cfr. XIII, xvi.
8. per… massa: per raccogliere i soldati.
9. 24 gennaio 1527.
10. O Marzio, figlio di Giulio, signore di Monterotondo, capitano al servizio degli spagnoli.
11. Forse Pedro de Coij.
12. Forse Arnara.
13. insegne: schiere.
14. Forse Villegas de Peralta, che faceva parte del seguito di Lannoy.
15. contraininavano: preparavano mine per difendersi.
16. Quiñones.
17. Schonberg.
18. Barcellona.
19. pronunziarla: deciderla.
20. non: di.
21. di buona mente: di buoni propositi.
22. Soggetto dei due gerundi (con valore condizionale) sono i soldati del viceré.
CAPITOLO III
Deliberazione dei collegati di assalire il regno di Napoli. Princìpi dell’impresa, irresoluzione del pontefice; azioni dell’armata dei veneziani contro la Campania e dell’esercito negli Abruzzi. Ragioni per cui non procede l’impresa contro il regno di Napoli.
Per la ritirata del quale, il papa, preso animo e stimolato dagli imbasciadori de’ confederati a’ quali non poteva sodisfare altrimenti, si risolvé a fare la impresa del regno di Napoli. Perché e Robadanges, che aveva portato i diecimila ducati per conto della decima e i diecimila per conto di Renzo, aveva commissione non si spendessino senza consentimento di Alberto Pio, di Renzo e di Langes1, e in caso fussino sicuri che il pontefice non si accordasse; e i viniziani, a’ quali era andato maestro Rossello per indurgli ad accettare la tregua proposta dal viceré e approvata dal papa (ma per essersi in cammino rotto una gamba aveva mandato lo spaccio2), risposeno non volere fare la tregua senza la volontà del re di Francia, con tanto maggiore animo quanto si intendeva le cose di Genova essere ridotte in grandissima estremità di vettovaglie. Deliberossi adunque di assaltare il regno di Napoli con lo esercito per terra, e che per mare andasse l’armata3 con Valdemonte che levasse4 dumila fanti; ma Renzo, secondo la deliberazione del quale si spendevano i danari del re di Francia, deliberò, contro alla volontà del pontefice (al quale pareva5che tutte le forze si volgessino in uno luogo medesimo) di fare seimila fanti per entrare nello Abruzzi, sperando che per mezzo de’ figliuoli del conte di Montorio6, mandativi con tremila fanti, si occupasse l’Aquila facilmente : il che subito succedette, fuggendosene Ascanio Colonna, come intese si approssimavano.
Cominciorono con speranza grande i princìpi di questa impresa : perché se bene il viceré, messa guardia ne’ luoghi vicini, attendesse a riordinarsi quanto poteva, nondimeno, essendosi resoluta7 una parte delle sue genti, un’altra distribuita per necessità alla custodia delle terre, si credeva che resterebbe impegnato a resistere allo esercito terrestre; e però, che Renzo nello Abruzzi e l’armata della Chiesa e de’ viniziani, che erano ventidue galee, non arebbeno contrasto, portando massime tremila fanti di sopracollo8, e andandovi Orazio con dumila fanti e la persona di Valdemonte, al quale il pontefice aveva dato titolo di suo luogotenente. Ma le cose procedevano con maggiore tardità, perché l’esercito ecclesiastico non si era ancora il duodecimo dì di febbraio discostato da Frusolone9, aspettando da Roma l’artiglieria grossa e che Renzo entrasse nello Abruzzi e che arrivasse l’armata; e aveva anche dato qualche impedimento e fatto perdere tempo, che i fanti di Frusolone, ammutinati, volsono10 la paga, come guadagnata per la vittoria. Abbandonorno nondimeno, a’ diciotto dì, le genti del viceré Cesano e altri castelli circostanti, e si ritirorno a Cepperano11; per la ritirata de’ quali l’esercito ecclesiastico, il quale già cominciava a patire di vettovaglie, passò San Germano; e il viceré, temendo della somma delle cose12, si ritirò a Gaeta e don Ugo a Napoli. E nondimeno il pontefice, per la necessità de’ danari e temendo della venuta innanzi13 del duca di Borbone, all’esercito del quale non vedeva pronta la resistenza de’ collegati, continuando nella medesima inclinazione della concordia con Cesare, aveva procurato che maestro Rossello in nome del suo re andasse al viceré: da che nacque che Cesare Fieramosca ritornò a Roma il vigesimo primo dì di febbraio; donde, esposte le sue commissioni14, si partì il dì seguente, lasciato l’animo del pontefice confusissimo e pieno di irresoluzione. Al quale, perché non precipitasse all’accordo, i viniziani, al principio di marzo, offersono di numerargli15 fra quindici dì quindicimila ducati, quindicimila altri fra altri quindici dì, ottenuto da lui il giubileo16 per il loro dominio. Ma l’armata marittima del papa e de’ viniziani, la quale, soprastata con grave danno per aspettare l’armata franzese, si era il vigesimo terzo di febbraio ritirata, per i venti, all’isola di Ponzo17, fattasi poi innanzi saccheggiò Mola di Gaeta; dipoi, a’ quattro dì di marzo, messi fanti in terra a Pozzuolo e trovatolo bene provisto, si rimesse in mare. Dipoi, spintasi innanzi e posto in terra18 presso a Napoli, per la riviera di Castello a mare di Stabbia, dove era Diomede Caraffa19 con cinquecento fanti, combattutolo il terzo dì di marzo per via del monte, lo sforzò e saccheggiò, e il dì seguente la fortezza si arrendé. Sforzò, il decimo dì, la Torre del Greco e Surrente20; e molte altre terre di quella costa si detteno poi a patti. E aveva prima prese alcune navi di grani, di che Napoli, dove si faceva debole provisione, pativa assai, non avendo in mare ostacolo alcuno; e il secondo dì della quadragesima si appressò tanto al molo che il castello e le galee gli tiravano21; e prima i fanti andorono, per terra, tanto innanzi che fu forza che quegli di Napoli si ritirassino per la porta del mercato22 e la serrassino. Prese dipoi l’armata Salerno; ed essendo andato Valdemonte coli’armata dietro a certe navi, lasciate a Salerno dove era Orazio quattro galee23, il principe dì Salerno24, entrato per via della rocca con gente assai nella terra, fu rotto da Orazio, morti più di dugento fanti e presi prigioni assai. E nello Abruzzi il viceré liberato di prigione il conte vecchio di Montorio25 perché ricuperasse l’Aquila, fu fatto prigione da’ figliuoli; e Renzo, a’ sei di marzo, preso Siciliano26 e Tagliacozzo, andava verso Sora. E nondimeno, in tanta occasione, l’esercito terrestre, ridotto o per la negligenza de’ ministri27 o per le male provisioni del pontefice in carestia grande di vettovaglie, aveva il quinto dì di marzo cominciato a sfilarsi28.
Ma continuandosi tuttavia le pratiche della pace, venneno a Roma, il decimo di marzo, Fieramosca e Serone segretario del viceré29 : dove, il dì dinanzi, era arrivato Langes, con parole e promesse assai ma senza danari; non ostante che di Francia fusse stato significato che si era partito con ventimila ducati, per mettere fanti in sull’armata de’ navili grossi, quale si aspettava a Civitavecchia, e che ventimila altri ne portava al pontefice; confortandolo a fare la impresa del reame per uno de’ figliuoli, al quale si maritasse Caterina figliuola di Lorenzo de’ Medici nipote del pontefice. Perché il re, confidando nella pratica con Inghilterra e persuadendosi che il viceré, per il disordine di Frusolone, non potesse fare effetti30, e che lo esercito imperiale, poiché tanto tardava a muoversi, non avendo anche denari, non fusse per andare più in Toscana, non voleva più la tregua, eziandio per tutti, quando bene non si avesse a pagare denari, per non dare tempo a Cesare di riordinarsi: e nondimeno, trovandosi senza denari, né de’ ventimila ducati promessi al pontefice ciascuno mese né de’ danari della decima non gli aveva mandato altro che diecimila ducati, né a’ sette di marzo aveva ancora mandati i denari per i fanti dell’armata grossa, che era spesa comune tra lui e i viniziani; ed essendo di animo di non fare motto insino non conchiudeva con il re d’Inghilterra, gli pareva ragionevole che il pontefice aspettasse quello tempo. Però la impresa del regno di Napoli, cominciata con grande speranza, andava ogni dì raffreddando: perché l’armata, non essendo ingrossata né di legni nuovi né di gente e avendo a guardare i luoghi presi, poteva fare poco progresso; e lo esercito di terra, al quale le vettovaglie mandate da Roma per mare non erano, a’ quattordici di marzo, condottesi ancora, per il tempo, non solo non andava innanzi, ma diminuendo per il disordine delle vettovaglie, si ritirò finalmente a Piperno31; e i fanti che erano con Renzo diminuiti per non avere denari, in modo che egli, non avendo potuto mettere in mezzo32 il viceré, secondo il disegno, se ne ritornò a Roma: accrescendo questi disordini la pratica stretta che aveva il pontefice dello accordo, perché indeboliva le provisioni, fredde per sua natura, de’ collegati : il che da altro canto accresceva la inclinazione del pontefice allo accordo, indotto a qualche maggiore speranza dell’animo di Cesare, per essere stata intercetta una sua lettera nella quale commetteva al viceré che si sforzasse di concordare col pontefice, se già lo stato delle cose non lo consigliasse a fare altrimenti.
1. Guillaume du Bellay, signore di Langey, ambasciatore francese a Roma.
2. lo spaccio: un messo con un dispaccio.
3. l’armata: la flotta.
4. che levasse: che avrebbe dovuto prelevare.
5. pareva: sembrava opportuno.
6. Gianfranco Franchi e Giovanni Franchi vescovo dell’Aquila, figli di Lodovico Franchi conte di Montorio.
7. resoluta: dispersa.
8. sopracollo: carico.
9. Frosinone.
10. volsono: vollero.
11. Ceprano.
12. della… cose: per le sorti della guerra.
13. della… innanzi: dell’avanzata.
14. commissioni: istruzioni.
15. numerargli: versargli.
16. il giubileo: la remissione dei peccati, l’indulgenza.
17. Ponza.
18. posto in terra: fatto sbarcare i combattenti.
19. Conte di Maddaloni.
20. Sorrento.
21. gli tiravano: riuscivano a colpirlo.
22. Porta orientale.
23. Accolgo qui la modifica introdotta dalla Seidel Menchi rispetto al testo del Panigada, che è «ed essendo andato Valdemonte coll’armata dietro a certe navi lasciate a Salerno, dove era Orazio [con] quattro galee, il principe di Salerno» ; dove l’inserzione di con rende obbiettivamente incomprensibile il senso della frase.
24. Ferdinando Sanseverino.
25. Ludovico Franchi.
26. Ciciliano.
27. de’ ministri: di quelli che ne avevano la cura.
28. sfilarsi: sciogliersi, perdendo uomini alla spicciolata.
29. Juan Seron, plenipotenziario di Lannoy.
30. non… effetti: non avesse possibilità di successo.
31. L’attuale Priverno, in provincia di Latina.
32. mettere in mezzo: accerchiare.
CAPITOLO IV
Piano d’azione propostosi dal duca d’Urbino. Fazioni militari in Emilia e defezione del conte di Gaiazzo. Gli imperiali muovono il campo dalla Trebbia; meravigliosa costanza dei soldati. Movimenti degli eserciti avversari. Occupazione di Monza da parte del duca di Milano, e subito abbandono della città da parte dei suoi. Difficoltà dell’ esercito tedesco in Emilia; inattività delle milizie dei collegati e del duca d’Urbino. Malattia del Frundsperg.
Ma quello che lo moveva più era il vedere farsi continuamente innanzi Borbone con lo esercito imperiale, né le risoluzioni del duca d’Urbino né le provisioni de’ viniziani essere tali che lo rendessino sicuro delle cose di Toscana; il timore delle quali lo affliggeva sopramodo. Perché il duca d’Urbino, stando ancora le genti imperiali parte di qua parte di là da Piacenza, mutata la prima opinione di volere essere a Bologna con l’esercito veneto innanzi a loro, aveva risoluto ne’ suoi consigli1 che, come si intendesse la mossa degli inimici, lo esercito ecclesiastico, lasciato Parma e Modena bene guardate, si riducesse2 a Bologna; e che egli con l’esercito de’ viniziani camminasse alla coda degli inimici, lontano però sempre da loro, per sicurtà delle sue genti, venticinque o trenta miglia: col quale ordine3, volendo gli inimici pigliare poi la via di Romagna e di Toscana, si procedesse continuamente, camminando sempre innanzi a loro l’esercito ecclesiastico, col marchese di Saluzzo con le lance franzesi e co’ fanti suoi e de’ svizzeri, lasciando sempre guardia nelle terre donde gli inimici avessino dopo loro a passare, e raccogliendole poi di mano in mano secondo fussino passati. Del quale consiglio suo, mal capace agli altri capitani4, allegava molte ragioni; prima, non essere sicuro il mettersi con gli eserciti uniti in campagna5 per fare ostacolo agli imperiali che non passassino, perché sarebbe o pericoloso o inutile : pericoloso volendo combattere, perché essendo superiori di forze e di virtù se non di numero conseguirebbeno la vittoria; inutile, perché se gli imperiali non volessino combattere sarebbe in facoltà loro lasciare indietro l’esercito de’ collegati, ed essendo dipoi sempre innanzi a loro in ogni luogo farebbeno grandissimi progressi. Parergli, quando bene le cose fussino in potestà sua, migliore di tutte questa deliberazione; ma costrignerlo a questo medesimo la necessità: perché essendo già, secondo si credeva, quasi in moto l’esercito inimico, non essere tanto pronte le provisioni delle genti sue che e’ fusse certo di potere essere a tempo a andare innanzi; e anche avere a considerare, poi che i viniziani avevano rimessa in lui liberamente6 questa deliberazione, di non lasciare lo stato loro in pericolo, il quale se gli inimici vedessino sprovisto, potrebbeno, preso nuovo consiglio da nuova occasione, passato Po, voltarsi a’ danni loro. Con la quale ragione convinceva il senato viniziano, che per natura ha per obietto di7 procedere nelle cose sue cautamente e sicuramente; ma non sodisfaceva già al pontefice, considerando che con questo consiglio si apriva la via allo esercito imperiale di andare insino a Roma o in Toscana, o dove gli paresse; perché l’esercito che aveva a procedere, inferiore di forze, e diminuendone ogni dì per avere a mettere guardia nelle terre, non potrebbe resistere; né era certo che i viniziani, restando una volta indietro, avessino a essere così pronti a seguitargli co’ fatti come sonavano le parole del duca, considerando massime i modi con che si era proceduto in tutta la guerra; e giudicando che uniti tutti gli eserciti insieme, ne’ quali erano molto più genti che in quello degli imperiali, potessino più facilmente proibire loro il passare innanzi, impedire le vettovaglie e usare tutte le occasioni che si presentassino; né avere mai a essere tanto lontani da loro che non fussino a tempo a soccorrere, se si voltassino nelle terre de’ viniziani. La quale deliberazione gli dispiacque molto più quando intese che il duca d’Urbino, venuto il terzo dì di gennaio a Parma, sopravenutagli leggiera malattia, si ritirò il quartodecimo dì a Casalmaggiore; e di quivi, cinque dì poi, sotto nome di curarsi, a Gazzuolo; dove già alleggierito della febbre ma aggravato, secondo diceva, della gotta, aveva fatto venire la moglie. Il quale procedere8, sospetto molto al pontefice, chi voleva tirare a migliore senso9 arguiva che le pratiche sue degli accordi erano causa del suo procedere con questa sospensione. Ma il luogotenente, comprendendo, parte da quello che era verisimile parte per relazione di parole dette da lui10, che a questi modi sinistri11 lo induceva anche il desiderio della recuperazione del Montefeltro e di Santo Leo posseduto da’ fiorentini, giudicando che, se non si sodisfaceva di questo, sarebbeno il pontefice e i fiorentini nelle maggiori necessità abbandonati da lui, né gli parendo che queste terre fussino premio degno di esporsi a tanto pericolo, sapendo anche che il medesimo si desiderava a Firenze, gli dette speranza certa della restituzione come se n’avesse commissione dal pontefice : la quale cosa non fu approvata dal pontefice, indulgente più, in questo caso, all’odio antico e nuovo che alla ragione.
Stavano intanto gl’imperiali, avendo dato a’ tedeschi pochissimi denari, alloggiati vicini a Piacenza, dove era il conte Guido Rangone con seimila fanti; donde correndo12 qualche volta Paolo Luzasco e altri cavalli leggieri della Chiesa, uno giorno, accompagnati da qualche numero di fanti e da alcuni uomini d’arme, roppono gli inimici che correvano, preseno ottanta cavalli e cento fanti, e restorono prigioni i capitani Scalengo13, Zucchero e Grugno14 borgognone. Mandò dipoi Borbone, il nono dì di febbraio, dieci insegne15 di spagnuoli a vettovagliare Pizzichitene, e a’ quindici dì, il conte di Gaiazzo16 co’ cavalli leggieri e fanti suoi venne ad alloggiare al Borgo a San Donnino, abbandonato dagli ecclesiastici. Il quale, il dì seguente, per pratica tenuta prima con lui, e pretendendo egli di essere, perché non era pagato, libero dagli imperiali, passò nel campo ecclesiastico : condotto dal luogotenente, più per sodisfare ad altri che per seguitare il giudizio suo proprio, con mille ducento fanti e centotrenta cavalli leggieri, i quali aveva seco, e con condizione che, essendogli tolto da Cesare il contado suo di Gaiazzo, avesse dopo otto mesi il pontefice, insino lo ricuperasse, a pagargli ciascuno anno l’entrata equivalente.
Desiderava Borbone, seguitato il consiglio del duca di Ferrara (il quale nondimeno recusò di cavalcare nello esercito) di andare più presto a Bologna e a Firenze che soprasedere in quelle terre, di partire a ogn’ora17; ma a’ diciassette dì si ammutinorno i fanti spagnuoli dimandando denari, e ammazzorno il sergente maggiore mandato da lui a quietargli : e nondimeno, quietato il meglio possette il tumulto, a’ venti dì passò con tutto l’esercito la Trebbia e alloggiò a tre miglia di Piacenza; avendo seco cinquecento uomini d’arme e molti cavalli leggieri, i quali la più parte erano italiani, non mai pagati, i fanti tedeschi venuti nuovamente18, quattro o cinquemila fanti spagnuoli di gente eletta e circa dumila fanti italiani, sbandati e non pagati, essendo restati de’ tedeschi vecchi una parte a Milano, gli altri andati verso Savona, per dare favore alle cose di Genova, ridotta in grandissima angustia. Ed era certo maravigliosa la deliberazione di Borbone e di quello esercito che, trovandosi senza danari senza munizioni senza guastatori19 senza ordine20 di condurre vettovaglie, si mettesse a passare innanzi in mezzo a tante terre inimiche e contro a inimici che avevano molto più gente di loro; e più maravigliosa la costanza de’ tedeschi, che partiti di Germania con uno ducato solo per uno, e avendo tollerato tanto tempo in Italia con non avere avuto in tutto il tempo più che due o tre ducati per uno, si mettessino, contro a l’uso di tutti i soldati e specialmente della loro nazione, a camminare innanzi, non avendo altro premio o assegnamento21 che la speranza della vittoria; ancora che si comprendesse manifestamente che, riducendosi in luogo stretto22 le vettovaglie e avendo i nimici propinqui, non potrebbeno vivere senza denari : ma gli faceva sperare e tollerare assai l’autorità grande che aveva il capitano Giorgio con loro, che proponeva23 loro in preda Roma e la maggiore parte di Italia.
Spinsonsi, a’ ventidue dì, al Borgo a San Donnino; e il dì seguente, il marchese di Saluzzo e le genti ecclesiastiche, lasciato a guardia di Parma alcuni fanti de’ viniziani, si partirono da Parma per la volta di Bologna, con undici in dodicimila fanti24; lasciato ordine al conte Guido che da Piacenza venisse a Modena e i fanti delle bande nere a Bologna, restando in Piacenza guardia sufficiente. Così per il reggiano si condusseno, in quattro alloggiamenti25, tra Anzuola26 e il ponte a Reno. Nel quale tempo Borbone era intorno a Reggio. E il duca di Urbino, il quale, proponendogli il luogotenente a Casalmaggiore che si accrescesse il numero de’ svizzeri, l’aveva come cosa inutile recusato, ora instava seco che si proponesse a Roma e a Vinegia che si conducessino di nuovo quattromila svizzeri e dumila tedeschi; scusando la con tradizione27 fatta allora perché la stagione non consentiva che si uscisse alla campagna, e avere creduto che gli inimici si risolvessino28 prima: a’ quali, con questo augumento, prometteva di accostarsi. Consiglio29 disprezzato da tutti, perché a’ pericoli presenti non soccorrevano30 rimedi tanto tardi; potendo anche egli essere certissimo che queste cose, per le difficoltà de’ denari e volontà già disunite de’ collegati, non si potevano mettere a esecuzione.
Nel quale tempo il duca di Milano, che fatti tremila fanti difendeva Lodi e Cremona e tutto il di là da Adda, e scorreva nel milanese, occupò con subito impeto31 la terra di Moncia32; ma fu presto abbandonata da i suoi, avuto avviso che Antonio da Leva, che aveva accompagnato Borbone, ritornato a Milano andava a quella volta; e si diceva avere seco dumila fanti tedeschi de’ vecchi e mille cinquecento de’ nuovi, mille fanti spagnuoli e cinquemila fanti italiani sotto più capi.
Ma Borbone, passata Secchia, presa la mano sinistra, si condusse, a’ cinque di marzo, a Buonoporto33, dove lasciato le genti andò al Finale ad abboccarsi col duca di Ferrara, che lo confortò assai a indirizzarsi, lasciati da parte tutti gli altri pensieri, alla volta di Firenze o di Roma: anzi si crede che lo consigliasse a indirizzarsi, lasciata ogni altra impresa, verso Roma. Nella quale deliberazione cruciavano l’animo del duca di Borbone molte difficoltà, e specialmente il timore che l’esercito, condotto in terra di Roma, o per necessità o per desiderio di rinfrescarsi34, o incontrando in qualche difficoltà (come senza dubbio sarebbe incontrato se il pontefice non si fusse disarmato) non pigliasse per alloggiamento il regno di Napoli. Nel quale dì le genti de’ viniziani passorono Po, senza la persona del duca d’Urbino (il quale benché quasi guarito era ancora a Gazzuolo) ma con intenzione di camminare presto35. Alloggiò, il settimo dì, Borbone a San Giovanni in bolognese36, donde mandò uno trombetto a Bologna, dove si erano ritirate le genti ecclesiastiche, a dimandare vettovaglie, dicendo volere andare al soccorso del reame; e il dì medesimo si unirono seco gli spagnuoli che erano in Carpi, consegnata quella terra al duca di Ferrara: e le genti de’ viniziani erano in su la Secchia, risolute a non passare più innanzi se prima non intendevano la partita di Borbone da San Giovanni. Al quale veniva vettovaglia di quello di Ferrara, ma avendola a pagare e non avendo quasi denari, alloggiavano, per mangiare il paese37, molto larghi38, e correvano per tutto predando uomini e bestie, donde traevano il modo di pagare le vettovaglie : in modo che si conosceva certissimo che se avessino avuto riscontro39 potente, o se l’esercito ecclesiastico, il quale era in Bologna e all’intorno, avesse potuto mettersi in uno alloggiamento vicino a loro, si sarebbeno gli imperiali ridotti presto in molte angustie; perché continuando di alloggiare così larghi sarebbeno stati con molto pericolo, e ristrignendosi non arebbeno avuto il modo a pagare le vettovaglie. Ma nelle genti che erano a Bologna erano molti disordini, sì per la condizione del marchese, atto più a rompere una lancia40 che a fare offìzio di capitano, sì ancora perché i svizzeri e i fanti suoi non erano pagati a’ tempi debiti da’ viniziani; e Borbone, per potere camminare più innanzi, attendeva a provedersi da Ferrara di vettovaglie per più dì, di munizioni, di guastatori e di buoi, avendo seco insino allora quattro cannoni: e ancora che facesse varie dimostrazioni di quello che avesse in animo, nondimeno si ritraeva41 per cosa più certa avere in animo di passare in Toscana per la via del Sasso42; e il medesimo confermava Ieronimo Morone il quale, già molti dì, teneva segreta pratica col marchese di Saluzzo, benché, a giudizio di molti simulatamente e con fraude. Ma già avendo statuito dovere partire a’ quattordici dì di marzo, e perciò rimandato al Bondino i quattro cannoni il dì precedente, i fanti tedeschi, delusi43 da varie promesse de’ pagamenti e seguitati poi da’ fanti spagnuoli, gridando denari, si ammutinorono con grandissimo tumulto, e con pericolo non mediocre della vita di Borbone se non fusse stato sollecito a fuggirsi occultamente del suo alloggiamento; dove concorsi lo svaligiorno, ammazzatovi uno suo gentiluomo: per il che il marchese del Vasto andò subito a Ferrara, donde tornò con qualche somma, benché piccola, di denari. E sopravenne, a’ diciasette dì, neve e acqua smisurata, in modo che era impossibile che per la grossezza de’ fiumi e per le male strade l’esercito per qualche dì camminasse; e uno accidente di apoplessia sopravenuto al capitano Giorgio lo condusse quasi alla morte, con maggiore speranza che non fu poi il successo che, avendo almeno a restare inutile a seguitare il campo44, i fanti tedeschi, per la partita sua, non avessino a sopportare più le incomodità e il mancamento de’ denari. Erano in questo tempo le genti de’ viniziani a San Faustino presso a Rubiera : alle quali arrivò, il decimo ottavo dì di [marzo] il duca di Urbino; promettendo, secondo l’uso suo, al senato viniziano, quando era lontano dal pericolo, la vittoria quasi certa, non perciò per virtù dell’armi de’ confederati ma per le difficoltà degli inimici.
1. risoluto… consigli: programmato.
2. si riducesse: si ritirasse.
3. ordine; piano.
4. mal… capitani: poco persuasivo per gli altri capitani.
5. in campagna: in campo aperto.
6. liberamente: senza condizioni.
7. ha… di: tende a.
8. Il quale procedere: è oggetto di chi voleva tirare a miglior senso.
9. tirare… senso: interpretare in senso positivo.
10. per… lui: perché gli erano state riferite parole dette da lui.
11. modi sinistri: atteggiamenti pericolosi.
12. correndo: facendo scorrerie.
13. Giacomo Folgore Piossasco, signore di Scalenghe, governatore di Asti e capitano di cavalleggeri al servizio di Carlo V.
14. Detto anche Giugno oppure Grugnus.
15. insegne: schiere.
16. Roberto di Gianfrancesco Sanseverino.
17. a ogn’ora: al più presto.
18. nuovamente: per ultimi.
19. I guastatori erano operai addetti all’esecuzione dei lavori d’ingegneria militare.
20. ordine: programma, organizzazione.
21. assegnamento: garanzia di remunerazione.
22. riducendosi,., stretto: venendo a scarseggiare.
23. proponeva: prospettava.
24. con… fanti: con un numero di fanti compreso fra undici e dodicimila.
25. alloggiamenti: tappe.
26. Anzola.
27. la contradizione: l’opposizione.
28. si risolvessino: si sciogliessero, si disperdessero.
29. consiglio: parere.
30. soccorrevano: giovavano.
31. con… impeto: con un attacco improvviso.
32. Monza.
33. Buomporto sul Panaro.
34. rinfrescarsi- ristorarsi.
35. presto: rapidamente.
36. San Giovanni in Persiceto.
37. per… paese: per nutrirsi sfruttando la campagna.
38. molto larghi: in alloggiamenti molto distanziati.
39. riscontro: ostacolo, opposizione.
40. a… lancia: a gareggiare in un torneo.
41. si ritraeva: si deduceva.
42. L’attuale Sasso Marconi.
43. delusi: ingannati.
44. inutile… campo: impossibilitato a seguire l’esercito.
CAPITOLO V
Sfiducia del pontefice per l’esito della guerra e per gli scarsi aiuti del re di Francia e degli altri collegati; suoi timori per Firenze e per lo stato della Chiesa; suoi accordi con i rappresentanti di Cesare. Incauti provvedimenti del pontefice, troppo fiducioso negli accordi conchiusi; ostinazione dell’esercito imperiale nel volere seguitare la guerra. Inosservanza della tregua da parte dell’ esercito imperiale. Il viceré, rassicurato il pontefice, tratta a Firenze con inviati del Borbone.
In questo stato essendo da ogni banda ridotte le cose, il pontefice, invilito per non avere denari (alla quale difficoltà non voleva porre rimedio col creare nuovi cardinali), invilito per non succedere secondo i primi disegni la impresa del regno, perché già le genti sue per mancamento di vettovaglia si erano ritirate a Piperno, invilito perché le provisioni de’ franzesi amplissime di parole riuscivano, ognì dì più, scarsissime di effetti, come continuamente avevano fatto dal primo dì insino all’ultimo di tutta la guerra1. Perché, oltre alla tardità usata per il2 re in mandare il primo mese della guerra i quarantamila ducati, in espedire3 le cinquecento lancie e l’armata marittima, oltre al non avere voluto rompere, come era obligato, la guerra di là da’ monti, disegnato per uno de’ fondamenti principali di ottenere la vittoria, mancò eziandio nelle promesse fatte quotidianamente4. Aveva promesso di pagare al pontefice, oltre alla contribuzione ordinaria, ventimila ducati ciascuno mese, perché rompesse la guerra al reame di Napoli; ed essendo dipoi succeduta la tregua fatta per lo insulto di don Ugo e de’ Colonnesi5, confortandolo a non osservare la tregua, gli aveva riconfermato la medesima promessa, per servirsene o per la guerra di Napoli o per la difesa propria, e mandargli Renzo da Ceri, venuto appresso a lui per la difesa di Marsilia in grande estimazione: le quali cose, benché promesse insino al6 quinto dì di ottobre, si differirono tanto, per la tardità loro7 per i pericoli terrestri e per gli impedimenti del mare, che Renzo non prima che l’ quarto dì di gennaio arrivò a Roma senza danari, e dieci dì poi arrivorono ventimila ducati; de’ quali avendone ritenuti8 Renzo quattromila per le spese fatte da sé e sua pensione, diecimila per la impresa dello Abruzzi, soli seimila ne pervennono nel9 pontefice: il quale sotto10 queste promesse aveva, quasi tre mesi innanzi, rotta la tregua. Promesse il re di pagargli per la concessione delle decima, fra otto dì, scudi venticinquemila e trentacinquemila altri fra due mesi; ma di questi non ricevé mai il pontefice se non novemila portati da Robadanges. Partì dal re di Francia, il duodecimo dì di febbraio, Pagolo d’Arezzo; al quale, per dare maggiore animo alla guerra, promesse, oltre a tutti i predetti, ducati ventimila : i quali, mandati dietro a Langes11, non passorono mai Savona. Era obligato il re per i capitoli della confederazione a mandare dodici galee sottili; diceva averne mandate sedici, ma il più del tempo tanto male provedute e senza uomini da porre in terra che non partivano da Savona : le quali se, nel principio che si roppe la guerra contro al reame di Napoli, si fussino congiunte subito con le galee del pontefice e de’ viniziani, arebbono, secondo il giudicio comune, fatto grandissimi progressi. L’armata de’ grossi navili, certamente molto potente, benché molte volte promettesse mandarla verso il regno, per quale si fusse cagione, non si discostò mai dalla Provenza o da Savona; e dopo avere concorso a dare due paghe a’ fanti del marchese di Saluzzo, concordò co’ viniziani, i quali tenevano minore numero di gente che quelle alle quali erano obligati, che ’1 pagamento loro si traesse della contribuzione de’ quarantamila ducati12. E i conforti e gli aiuti del re di Inghilterra erano troppo lontani e troppo incerti. Vedeva i viniziani tardi ne’ pagamenti delle genti; per colpa de’ quali i fanti di Saluzzo e i svizzeri, che alloggiavano in Bologna, erano quasi inutili. Spaventavanlo le variazioni e il modo del procedere del duca d’Urbino, per la quale [cosa] conosceva non si avere a fare ostacolo alcuno che l’esercito imperiale non passasse in Toscana; donde, per la mala disposizione del popolo fiorentino, per lo avere i cesarei aderente la città di Siena, comprendeva cadere in gravissimo pericolo lo stato di Firenze ed eziandio quello della Chiesa. Queste ragioni lo commosseno13 : benché dopo molte pratiche e fluttazioni di animo, perché conosceva anche quanto fusse pernicioso e pericoloso il separarsi da’ collegati e rimettersi alla discrizione degli inimici. Nondimeno, non essendo aiutato a bastanza da altri né volendo aiutarsi quanto arebbe potuto da se medesimo, e prevalendo in lui il timore più presente, né sapendo fare con l’animo resistenza alle difficoltà e a’ pericoli, [si risolvé] ad accordare14 col Fieramosca e con Serone, che erano a Roma per questo effetto in nome del viceré, di sospendere l’armi per otto mesi, pagando allo esercito imperiale sessantamila ducati : restituissensi le cose tolte della Chiesa e del regno di Napoli e de’ Colonnesi, e a Pompeio Colonna la degnità del cardinalato, con l’assoluzione dalle censure (delle quali condizioni niuna fu più grave al pontefice, e alla quale condiscendesse con maggiore difficoltà): e avessino facoltà il re di Francia e i viniziani a entrarvi fra certo tempo; nel quale entrandovi, uscissino i fanti tedeschi di Italia; non vi entrando, uscissino dello stato della Chiesa ed eziandio di quello di Ferrara: pagassensi quarantamila ducati a’ ventidue del presente, il resto per tutto il mese15, e che il viceré venisse a Roma: il che al papa pareva quasi uno assicurarsi della osservanza di Borbone.
Fatto l’accordo, si richiamorono subito da ciascuna delle parti tutte le genti e l’armata del mare, e si restituirono le terre occupate, procedendo il pontefice con buona fede alla osservanza (le condizioni del quale16 erano molto superiori nel regno di Napoli); ma all’Aquila i figliuoli del conte di Montorio, diffidando potervi stare sicuri altrimenti, liberorono il padre, il quale subito, col favore della fazione imperiale, ne scacciò i figliuoli e la fazione avversa. Arrivò poi il viceré a Roma; per la venuta del quale il pontefice, giudicandosi assicurato del tutto della osservanza della concordia, licenziò con pessimo consiglio17 tutte le genti che nelle parti di Roma erano agli stipendi suoi, riservandosi solamente cento cavalli leggieri e dumila fanti delle bande nere : dandogli a questo maggiore animo il persuadersi che il duca di Borbone fusse inclinato alla concordia, per le difficoltà che aveva a procedere nella guerra (perché sempre aveva dimostrato a lui desiderarla) e per una sua lettere al viceré, intercetta dal luogotenente, per la quale lo confortava a concordare col pontefice quando si potesse farlo con onore di Cesare. Al quale ritornò, pochi dì dopo la giunta18 del viceré, a significare le cose fatte e a trattare della pace [ il generale di San Francesco].
Ma molto diversamente procedevano le cose intorno a Bologna: perché avendo il pontefice, subito dopo la stipulazione della tregua, espedito Cesare Fieramosca a Borbone perché approvasse la concordia, e ricevuto che avesse i danari levasse l’esercito del territorio della Chiesa, si scopersono, forse in Borbone ma senza dubbio ne’ soldati, infinite difficoltà, dimostrandosi ostinati a volere seguitare la guerra, o perché s’avessino proposto speranza di grandissimo guadagno o perché i danari promessi del pontefice non bastassino a sodisfargli di due paghe; e però molti credettono che se fussino stati centomila ducati arebbono facilmente accettata la tregua. Quel che ne fusse la cagione certo è che, dopo la venuta del Fieramosca, non cessavano di predare il bolognese come prima e fare tutte le dimostrazioni degli inimici19 ; e nondimeno Borbone, il quale faceva fare le spianate20 verso Bologna, e il Fieramosca davano speranza al luogotenente che non ostante tutte le difficoltà l’esercito accetterebbe la tregua, affermando Borbone essere necessitato a fare le spianate per intrattenere l’esercito con la speranza del procedere innanzi, insino a tanto l’avesse ridotto al desiderio suo, il quale era di conservarsi amico del pontefice. E nondimeno, nel tempo medesimo, venivano, per ordine del duca di Ferrara, allo esercito provisioni di farine guastatori carri polvere e instrumenti simili; il quale si gloriò poi, né i danari dati loro né tutti questi aiuti passare il valore di sessantamila ducati. E da altra parte, il duca di Urbino, simulando di temere che quello esercito, accettata la tregua, non si volgesse al Pulesine di Rovigo, ritirò le genti viniziane di là dal Po a Casale Maggiore.
Stettono così sospese le cose otto dì. Finalmente, o perché questa fusse stata sempre la intenzione del duca di Borbone o perché non fusse in potestà sua comandare all’esercito, scrisse Borbone al luogotenente che la necessità lo costrigneva, poiché non poteva ridurre alla volontà sua i soldati, di camminare innanzi; e così mettendo a esecuzione andò, il dì seguente che fu l’ultimo dì di marzo, ad alloggiare al ponte a Reno, con tanto ardore della fanteria che venendo nel campo uno uomo mandato dal viceré per sollecitare Borbone che accettasse la tregua sarebbe, se non si fusse fuggito, stato ammazzato dagli spagnuoli. Ma maggiore fu la dimostrazione contro al marchese del Guasto; il quale, essendosi partito dallo esercito per andare nel reame di Napoli, mosso o da indisposizione della persona o per non contravenire, secondo che scrisse al luogotenente, alla volontà di Cesare come gli altri, o da altra cagione, fu bandito dallo esercito per rebelle. Per la venuta del duca di Borbone al ponte a Reno, il marchese di Saluzzo e il luogotenente, essendo già certi che gli inimici andavano verso la Romagna, lasciata una parte de’ fanti italiani alla guardia di Bologna, non senza difficoltà di condurre i svizzeri (per il pagamento de’ quali fu necessitato il luogotenente prestare a Giovanni Vitturio diecimila ducati), si indirizzorono, la notte medesima, col resto dello esercito a Furlì, dove entrarono il terzo dì di aprile, lasciato in Imola presidio sufficiente a difenderla. Sotto la quale città passò, il quinto dì, il duca di Borbone per alloggiare più basso sotto la strada maestra.
Ma come a Roma pervenne la certezza che Borbone non aveva accettata la tregua, il viceré, dimostrandone grandissima molestia, e persuadendosi che, secondo aveva ricevuto gli avvisi primi21, procedesse perché fusse necessaria maggiore somma di danari, mandò uno suo uomo a offerire, di più, ventimila ducati, quali pagava delle entrate di Napoli; ma dipoi, inteso essere stato in pericolo, partì il terzo dì d’aprile da Roma per abboccarsi con Borbone, avendo promesso al pontefice che costrignerebbe Borbone ad accettare la tregua, se non con altro modo, col separare da lui le genti d’arme e la maggiore parte de’ fanti spagnuoli. Ma arrivato a’ sei dì in Firenze, si fermò quivi per trattare con uomini mandati da Borbone, come in luogo più opportuno; essendo già certo non si potere fermare lo esercito se non pagandogli molto maggiore somma di denari, e avendo questi a pagarsi da’ fiorentini, sopra i quali il pontefice aveva lasciato tutto il carico di provedervi.
1. Il periodo rimane sospeso.
2. per il: da parte del.
3. espedire: approntare e inviare.
4. quotidianamente: ogni giorno (anche al di fuori degli impegni maggiori relativi alla stipulazione della lega).
5. Cfr. XVII, xiii.
6. insino al: (di eseguire) entro il.
7. loro: dei francesi.
8. ritenuti: trattenuti.
9. nel: al.
10. sotto: facendo assegnamento su.
11. dietro a: subito dopo la partenza di.
12. che… ducati: che il danaro per pagare questi fanti fosse tratto dai quarantamila ducati che il re era tenuto a versare mensilmente, anziché da un contributo aggiuntivo del re.
13. lo commosseno: lo preoccuparono, spingendolo a prendere iniziative.
14. 29 marzo 1527.
15. per… mese: entro il mese.
16. del quale: del pontefice.
17. con… consiglio: con infelicissima decisione.
18. la giunta: l’arrivo.
19. fare… inimici: comportarsi in modo da mostrarsi completamente nemici.
20. fare le spianate: spianare la campagna eliminando gli ostacoli, per facilitare il passaggio dell’esercito.
21. secondo… primi: in base alle primo notizie che aveva avuto.
CAPITOLO VI
Vanità delle speranze del pontefice per la conclusione della tregua; opera del suo luogotenente perché non sia abbandonato dai collegati; incertezza di questi. Terre di Romagna prese dal Borbone; comunicazione del viceré al Borbone della conferma della capitolazione conchiusa a Roma. Il Borbone passa l’Apennino; il luogotenente del pontefice convince i collegati a passare in Toscana; maggior sicurezza di Firenze e maggior pericolo per Roma. Il pontefice fiducioso nella tregua licenzia le milizie.
Augumentavano queste varietà sommamente le difficoltà e i pericoli del pontefice, anzi già l’avevano augumentate molti dì : perché, nella incertitudine delle deliberazioni del duca di Borbone e di quello che avesse a partorire la venuta del viceré, aveva necessità degli aiuti de’ collegati; i quali raffreddavano le azioni sue, sollecitandogli in contrario la instanza e gli stimoli del suo luogotenente. Perché il pontefice con tutte le parole e dimostrazioni manifestava il desiderio sommo che aveva dello accordo, e la speranza grande che aveva che per l’opere del viceré dovesse succedere; e il luogotenente, da altro canto, comprendendo per molti segni che la speranza del pontefice era vana, e conoscendo che il raffreddarsi le provisioni de’ collegati metteva in manifestissimo pericolo le cose di Firenze e di Roma, faceva estrema instanza col marchese di Saluzzo e co’ viniziani per persuadere loro che l’accordo non arebbe effetto e confortargli che, se non per rispetto di altri almanco per interesse loro proprio, non abbandonassino le cose del pontefice e di Toscana; né dissimulando, per avere maggiore fede, che il papa ardentemente desiderava e cercava la tregua, e imprudentemente, non conoscendo le fraudi aperte degli imperiali, vi sperava; e che quando bene, col dargli aiuto, non ottenessino altro che facilitargli le condizioni dello accordo, essere questo a loro grandissimo benefizio, perché il papa, aiutato da loro, accorderebbe per sé e per i fiorentini con condizioni che nocerebbeno poco alla lega, abbandonato, sarebbe costretto per necessità obligarsi a dare agli imperiali somma grandissima di denari e qualche contribuzione grossa mensuale1, che sarebbeno quelle armi con le quali in futuro si farebbe la guerra contro a loro: e però dovere, se non volevano nuocere a se stessi, qualunque volta Borbone si movesse per offendere la Toscana, muoversi anche essi con tutte le forze loro per difenderla. Stava molto perplesso il marchese di Saluzzo in questa deliberazione; ma molto più vi stavano perplessi i viniziani, perché, scoperta a tutti la pusillanimità del pontefice, tenevano per certo che, eziandio dopo gli aiuti avuti di nuovo da loro, qualunque volta potesse conseguire lo accordo lo abbaccierebbe senza rispetto de’ confederati, e che però fussino astretti a cosa molta nuova2 : aiutarlo per fargli facile il convenire3 con gli inimici comuni. Consideravano che lo abbandonarlo causerebbe maggiore pregiudizio alle cose comuni; ma giudicavano mettersi in manifesto pericolo le genti loro, tra l’Apennino e gli inimici e nel paese già diventato avverso, se, mentre che erano in Toscana, il pontefice stabilisse o di nuovo facesse l’accordo4; e poteva anche nel5 senato quella dubitazione che il pontefice non6 facesse instanza che le genti loro passassino in Toscana, per costrignergli ad accettare, per pericolo di non7 le perdere, la sospensione8. Le quali perplessità aveva con minore difficoltà rimosse il luogotenente, dall’animo del marchese, ancora che molti del suo consiglio, per timore di non mettere le genti in pericolo, lo confortassino al contrario: però, come prima era stato pronto a venire a Furlì così non recusava, se il bisogno lo ricercasse, di passare in Toscana. Stavanne molto più sospesi i viniziani; i quali, per tenere il papa e i fiorentini in qualche speranza e da altro canto essere pronti a pigliare i partiti9 di giorno in giorno, ordinorno che il duca di Urbino partisse il quarto dì di aprile da Casalmaggiore, mandando la cavalleria per la via di Po dalla parte di là e la fanteria per il fiume. Il quale10, dimostrando qualche timore per la andata degli imperiali in Romagna, mandò dumila fanti de’ viniziani a guardia del suo stato; benché per molti si dubitasse, e per il11 pontefice particolarmente, che secretamente non avesse promesso a Borbone di non gli dare impedimento al passare in Toscana.
Il duca di Borbone in questo mezzo12, cercando da ogni parte vettovaglie, delle quali era in somma necessità, mandò una parte dello esercito a Cotignuola : la quale terra benché forte di muraglia, battuta che l’ebbe [con] pochi colpi, ottenne per accordo: perché gli uomni della terra, come molti altri luoghi di Romagna, temendo delle rapine de’ soldati amici, gli avevano recusati13. Presa Cotignuola, mandò a Lugo i quattro cannoni; e per provedersi di vettovaglie e per impedimento dell’acque, soprastette tre o quattro dì in su il fiume di Lamone; dipoi, il terzodecimo dì di aprile, passato il Montone, alloggiò a Villafranca, lontana cinque miglia da Furlì : nel quale dì il marchese di Saluzzo svaligiò cinquecento fanti, quasi tutti spagnuoli, che andavano sbandati cercando da vivere, verso Monte Poggiuoli14, come andava per la necessità quasi tutto il resto dello esercito. Alloggiò Borbone, il quartodecimo dì, sopra strada alla volta di Meldola15, cammino da passare in Toscana per la via di Galeata e di Val di Bagno; sollecitandolo molti i sanesi, che gli offerivano copia di vettovaglie e di guastatori16; e camminando con l’abbruciare i tedeschi tutti i paesi donde passavano, assaltarono la terra di Meldola, che si arrendé e nondimeno fu abbruciata. Il quale dì ebbe la nuova che il viceré, con consentimento del La Motta17 mandato a questo effetto da lui, aveva, il dì dinanzi, capitolato in Firenze : che, non si partendo nelle altre cose anzi riconfermando la capitolazione fatta in Roma, dovesse il duca di Borbone cominciare infra cinque dì prossimi a ritirarsi con l’esercito e, che, subito si fusse ritirato al primo alloggiamento, gli fussino pagati da’ fiorentini ducati sessantamila, a’ quali il viceré ne aggiugneva ventimila; pagassinsegli altri settantamila per tutto maggio prossimo, de’ quali il viceré per cedola di mano propria obligò Cesare a restituirne cinquantamila: ma questi ultimi non si pagassino se prima non fusse liberato Filippo Strozzi, e assoluto Iacopo Salviati dalla pena de’ trentamila ducati, come il viceré aveva promesso al pontefice, non ne’ capitoli della tregua ma sotto semplici parole.
Non ritardò questa notizia il duca di Borbone dallo andare innanzi, né la notizia ancora che il viceré si era partito di Firenze per condursi a lui e per stabilire tutte le cose che fussino necessarie : perché il viceré e per molte altre cagioni desiderava la concordia, e perché (per quello che io ho udito da uomini degni di fede) trattava che l’esercito si voltasse subito contro a’ viniziani, non per occupare le città del loro imperio ma per occupare la città medesima di Vinegia; sperando, con le barche e con gli uomini periti di quella navigazione che arebbe dal duca di Ferrara, e con le zatte18 che essi fabbricherebbono, poterla opprimere. E benché il viceré avesse promesso a Roma il rimuovere da Borbone la cavalleria e la maggiore parte de’ fanti spagnuoli, nondimeno, mentre che si trattava in Firenze, recusava di farlo19, dicendo non volere essere causa della ruina dello esercito di Cesare : anzi andò ad alloggiare il sesto [decimo] dì, a Santa Sofia, terra della valle di Galeata suddita a’ fiorentini; e sforzandosi, con la celerità e con la fraude, di prevenire che nel passare delle alpi non20 gli fusse fatto ostacolo alcuno (nelle quali, per il mancamento delle vettovaglie, qualunque sinistro avesse avuto era bastante a disordinarlo21), avendo ricevuto, il decimo settimo dì, a San Piero in Bagno, lettere dal viceré e dal luogotenente, della venuta sua, rispose all’uno e all’altro di loro averlo quello avviso trovato in alloggiamento tanto disagiato che era impossibile aspettarlo quivi, ma che il dì seguente l’aspetterebbe a Santa Maria in Bagno sotto l’alpi: mostrandosi, massime nelle lettere al luogotenentce, desiderosissimo dello accordo e di fare conoscere al pontefice il suo buono animo e la sua divozione, benché altrimenti avesse nella mente. Andò il viceré il dì destinato; e il medesimo dì il luogotenente, insospettito del camminare di Borbone, acciò che non prima entrassino gli inimici in Toscana che il soccorso, persuaso al marchese di Saluzzo con molte ragioni l’andare22 innanzi, e confutati efficacemente Giovanni Vitturio proveditore viniziano appresso al marchese e gli altri (i quali, per timore che le genti non si mettessino in pericolo, dimandavano che innanzi che si passasse in Toscana si desse sicurtà23 per dugentomila ducati o pegni di fortezze), lo condusse con tutte le genti a Berzighella24 : donde scrisse al pontefice avere tanto pronta la disposizione del marchese che non dubitava più di farlo passare con le sue genti in Toscana, e che teneva per certo che quelle de’ viniziani farebbono il medesimo; ma che quanto per la passata loro si assicuravano le cose di Firenze tanto si mettevano in pericolo quelle di Roma, perché Borbone, non gli restando altra speranza, sarebbe necessitato voltarsi a quella impresa, e trovandosi più propinquo a Roma, sarebbe difficile che il soccorso che si mandasse pareggiasse la sua prestezza, per passare in due alloggiamenti25 l’Apennino.
Al quale caso essendosi anche prima preparati, co’ viniziani e col duca d’Urbino, i fiorentini, avevano dato speranza e poi promesso, in caso che le genti loro passassino in Toscana, entrare nella lega, obligarsi a pagare certo numero di fanti, e non accordare con Cesare eziandio quando volesse il pontefice; e al duca d’Urbino, che passato il Po a Ficheruolo si era condotto a’ tredici dì al Finale e poi a Corticella, avevano, per Palla Rucellai mandato a trattare queste cose, offerto di restituirgli le fortezze di Santo Leo e di Maiuolo. Però fu manco difficile avere gli aiuti pronti come venne l’avviso che il viceré non solo non aveva trovato nel luogo destinato il duca di Borbone (il quale facendosi beffe di lui aveva, il dì medesimo, atteso a passare l’alpi) ma ancora era stato in grave pericolo di non26 essere morto27 dai contadini del paese, sollevati e tumultuosi per i danni e per le ingiurie ricevute dallo esercito: perché il marchese ancora che il duca d’Urbino, tiratolo a parlamento a Castel San Piero, cercasse di interporre o difficoltà o dilazione, fu pronto a passare l’alpi, in modo che a’ ventidue alloggiò al Borgo a San Lorenzo in Mugello ; e il duca di Urbino, non potendo onestamente28 discostarsene né volendo tirare a sé tutto il carico29, veduta la prontezza de’ franzesi, e sapendosi i viniziani essersi rimessi in lui30 (con commissione31 però, se subito che arrivasse in Toscana i fiorentini non facessino la confederazione, di ripassare subito l’esercito32), passò ancora egli e alloggiò, il vigesimo quinto dì del mese, a Barberino.
Borbone intanto, passate il medesimo dì l’alpi, alloggiò alla Pieve a Santo Stefano; la quale terra dallo assalto de’ suoi si difese francamente: e al pontefice, per intrattenerlo33 con le medesime arti e avere maggiore occasione di offenderlo, mandò uno uomo suo a confermare il desiderio che aveva di accordare seco, ma che veduta la pertinacia delle sue genti l’accompagnava per minore male; ma che lo confortava a non rompere le pratiche dello accordo, né guardare in qualche somma più di denari34. Ma era superfluo l’usare col pontefice queste diligenze : il quale, credendo troppo a quello desiderava, e troppo desiderando di alleggerirsi della spesa, subito che ebbe avviso della conclusione35 fatta in Firenze, con la presenza e consentimento del mandatario di Borbone, aveva imprudentissimamente licenziati quasi tutti i fanti delle bande nere; e Valdemonte, come in sicurissima pace, se ne era andato per mare alla volta di Marsilia.
1. mensuale: mensile.
2. nuova: insolita, inaudita.
3. il convenire: l’accordarsi.
4. stabilisse… l’accordo: confermasse l’accordo o ne concludesse uno nuovo.
5. poteva… nel: influiva… sul.
6. quella… non: il sospetto che il pontefice.
7. di non: di.
8. la sospensione: la tregua.
9. i partiti: le decisioni.
10. Il quale: il duca d’Urbino.
11. per… e per il: da parte di… e da parte del.
12. in questo mezzo: nel frattempo.
13. gli avevano recusati: avevano rifiutato il loro aiuto.
14. Monte Poggiolo.
15. Anche qui credo si debba accettare la correzione apportata dalla Seidel Menchi al testo del Panigada che è «sopra Strada alla volta di Meldola». Quindi sopra straila va inteso, come già altrove nel G. (cfr. Carteggi, XIII, 214 e Storia d’Italia, X, xII): a sud della via Emilia.
16. I guastatori erano operai addetti all’esecuzione dei lavori d’ingegneria militare.
17. Charles Choque de la Mothe-des-Noyers, segretario e luogotenente del Borbone.
18. zatte: zattere.
19. recusava di farlo: soggetto è il Borbone.
20. prevenire… non: passare i monti prima che.
21. disordinarlo: metterlo in difficoltà.
22. persuaso al… l’andare: calco della costruzione latina col dativo e l’accusativo.
23. sicurtà: garanzia.
24. Brisighella.
25. alloggiamenti: tappe.
26. di non: di.
27. morto: ucciso.
28. onestamente: con onore.
29. il carico: la responsabilità.
30. rimessi in lui: affidati a lui.
31. commissione: istruzione.
32. di… l’esercito: di far tornare subito indietro l’esereito.
33. intrattenerlo: illuderlo e tenerlo fermo.
34. né… danari: né tirare sulle spese.
35. della conclusione: dell’accordo.
Il Borbone presso ad Arezzo; deliberazioni dei collegati. Tumulto in Firenze; pericolosa condizione della città; come il tumulto viene sedato; calunnie contro il luogotenente del pontefice. Gravi conseguenze del tumulto per le operazioni dei collegati. Nuova confederazione del pontefice col re di Francia e coi veneziani.
Trovandosi adunque tutti gli eserciti in Toscana, e intendendosi da i collegati che Borbone era andato in uno dì dalla Pieve a Santo Stefano ad alloggiare alla Chiassa presso ad Arezzo, che fu il vigesimoterzo dì, cammino di diciotto miglia, si consultò tra’ capitani, che convenneno1 a Barberino, quello che fusse da fare, e facendo instanza molti di loro, e gli agenti del pontefice e de’ fiorentini, che gli eserciti uniti si trasferissino in qualche alloggiamento di là da Firenze, per tôrre a Borbone la facoltà di accostarsi a quella città, fu risoluto che il dì seguente, lasciate le genti per riposarle ne’ medesimi alloggiamenti, i capitani andassino a l’Ancisa lontana tredici miglia da Firenze2, per trasferirvi dipoi le genti se lo trovassino alloggiamento da fermarvisi sicuramente, come affermava Federico da Bozzole autore di questo consiglio. Ma essendo l’altro dì in cammino, e già propinqui a Firenze, uno accidente improviso e da partorire, se non si fusse proveduto, gravissimi effetti, dette impedimento grande a questa e all’altre esecuzioni che si sarebbeno fatte.
Perché, essendo in Firenze grandissima sollevazione d’animo e quasi in tutto il popolo malissima contentezza del presente governo, e instando3 la gioventù che, per difendersi, secondo dicevano, da’ soldati, i magistrati concedessino loro l’armi, innanzi se ne facesse deliberazione, il dì ventisei, nato nella piazza publica certo tumulto quasi a caso, la maggiore parte del popolo e quasi tutta la gioventù armata cominciò a correre verso il palagio publico. E dette fomento non piccolo a questo tumulto o la imprudenza o la timidità di Silvio cardinale di Cortona4; il quale avendo ordinato5 di andare insino fuora della città a incontrare il duca di Urbino per onorarlo, non mutò sentenza, ancora che, innanzi che si movesse, avesse inteso essere cominciato questo tumulto : donde spargendosi per la città egli essere fuggito, furono molti più6 pronti a correre al palazzo; il quale occupato dalla gioventù e piena la piazza di moltitudine armata, costrinseno il sommo magistrato a dichiarare rebelli con solenne decreto Ippolito e Alessandro nipoti del pontefice, con intenzione di introdurre di nuovo il governo popolare. Ma intratanto, entrati in Firenze il duca e il marchese con molti capitani e con loro il cardinale di Cortona e Ippolito de’ Medici, e messi in arme mille cinquecento fanti, che per sospetto erano stati tenuti più dì nella città, fatta testa7 insieme si indirizzorono verso la piazza; la quale, abbandonata subito dalla moltitudine, pervenne in potestà loro : benché, tirandosi sassi e archibusi da quegli che erano nel palagio, nessuno ardiva di fermarvisi, ma tenevano occupate le strade circostanti. Ma parendo al duca d’Urbino le genti che erano in Firenze non essere abbastanza a espugnare il palazzo e giudicando essere pericoloso, se non si espugnasse innanzi alla notte, che il popolo ripreso animo non tornasse di nuovo in su l’armi, deliberò, con consentimento di tre cardinali che erano presenti, Cibo, Cortona e Ridolfi, e del marchese di Saluzzo e de’ proveditori viniziani, congregati tutti nella strada del Garbo8 contigua alla piazza, chiamare una parte delle fanterie viniziane che erano alloggiate nel piano di Firenze vicine alla città. Donde preparandosi pericolosa contesa, perché lo espugnare il palazzo non poteva succedere senza la morte di quasi tutta la nobiltà che vi era dentro, e anche era pericolo che, cominciandosi a mettere mano all’armi e all’uccisioni, i soldati vincitori non saccheggiassino tutto il resto della città, si preparava dì molto acerbo e infelice per i fiorentini; se il luogotenente con presentissimo consiglio9 non avesse espedito10 questo nodo molto difficile, perché avendo veduto venire inverso loro Federigo da Bozzole, immaginandosi quel che era, partendosi subito dagli altri, se gli fece incontro per essere il primo a parlargli : della11 quale cosa, benché paresse di niuno momento12, ebbe origine principale il liberarsi quel dì la città di Firenze da così evidente pericolo. Era Federigo nel principio del tumulto andato in palagio, sperando di quietare, con l’autorità sua e con la grazia13 che aveva appresso a molti della gioventù, questo tumulto; ma non facendo frutto, anzi essendogli dette da alcuni parole ingiuriose, non aveva avuto piccola difficoltà a ottenere, dopo spazio di più ore, che lo lasciassino partire. Però uscito del palagio pieno di sdegno, e sapendo quanto, per le piccole forze e piccolo ordine che vi era, fusse facile di espugnarlo, veniva per incitare gli altri a combatterlo subitamente. Ma il luogotenente, dimostrandogli con brevissime parole quanto sarebbono molesti al pontefice tutti i disordini che succedessino, e di quanto detrimento alle cose comuni de’ confederati, e quanto fusse meglio l’attendere più tosto a quietare che ad accendere gli animi, e perciò essere pernicioso il dimostrare14 al duca di Urbino e agli altri tanta facilità di espugnare il palagio, lo tirò senza difficoltà talmente nella sentenza sua15 che Federico, parlando agli altri come precisamente volle il luogotenente, propose16 la cosa in modo e dette tale speranza di posare17 le cose senza armi che, eletta questa per migliore via, pregorono l’uno e l’altro di loro che andando insieme in palazzo, attendessino a quietare il tumulto, assicurando ciascuno da quello che18 potessino essere imputati di avere macchinato, il dì, contro allo stato : dove andati, col salvocondotto di quegli che erano dentro, non senza molta difficoltà, gli indusseno ad abbandonare il palagio il quale erano inabili a difendere. Così, posato il tumulto, tornorono le cose allo essere di prima. E nondimeno (come è più presente19 la ingratitudine e la calunnia che la rimunerazione e la laude alle buone opere) se bene allora ne fusse il luogotenente celebrato con somme laudi da tutti, nondimeno e il cardinale di Cortona si lamentò, poco poi, che egli, amando più la salute de’ cittadini che la grandezza de’ Medici, procedendo artificiosamente, fusse stato cagione che in quel dì non si fusse stabilito in perpetuo, con l’armi e col sangue de’ cittadini, lo stato alla famiglia de’ Medici; e la moltitudine poi lo calunniò che, dimostrando, quando andò in palagio, i pericoli maggiori che non erano, gli avesse indotti, per beneficio de’ Medici, a cedere senza necessità.
La tumultuazione di Firenze, benché si quietasse il dì medesimo e senza uccisione, fu nondimeno origine di gravissimi disordini; e forse si può dire che se non fusse stato questo accidente, non sarebbe succeduta quella ruina che poi prestissimamente succedette : perché il duca di Urbino e il marchese di Saluzzo, fermatisi in Firenze per la occasione di questo tumulto (benché senza necessità), non andorono a vedere, secondo la deliberazione che era stata fatta, l’alloggiamento dell’Ancisa; e il seguente dì Luigi Pisano e Marco Foscaro, oratore veneto appresso a’ fiorentini, veduta la instabilità della città, protestorono20 non volere che l’esercito passasse Firenze se prima non si conchiudeva la confederazione trattata, nella quale dimandavano contribuzione di diecimila fanti, parendo loro tempo da valersi delle necessità de’ fiorentini. Ma si conchiuse finalmente il vigesimo ottavo dì rimettendosi a quella contribuzione che sarebbe dichiarata dal pontefice; il quale si credeva che già si fusse ricongiunto co’ collegati. Aggiunsesi che, essendo venuto il tempo de’ pagamenti de’ svizzeri, né avendo Luigi Pisano, secondo le male provisioni che facevano i viniziani, danari da pagargli, passò qualche dì innanzi gli provedesse; in modo che si pretermesse il consiglio21 salutifero di andare con gli eserciti ad alloggiare all’Ancisa.
Nel quale stato delle cose il pontefice, inteso lo inganno usato al viceré da Borbone e la passata sua in Toscana, volto per necessità a’ pensieri della guerra, aveva conchiuso, a’ venticinque dì, di nuovo confederazione col re di Francia e co’ viniziani, cbligandogli a sovvenirlo di grosse somme di denari, né volendo obligare i fiorentini o sé ad altro che a quello che comportassino le loro facoltà; allegando la stracchezza in che era l’uno e l’altro di loro per avere speso eccessivamente. Le quali condizioni, benché gravi, approvate dagli oratori de’ confederati per separare totalmente il pontefice dagli accordi fatti col viceré, non erano approvate da’ principali : i viniziani improbavano22 Domenico Venereo23, oratore loro, di avere conchiuso senza commissione del senato una confederazione di grave spesa e di piccolo frutto, per la vacillazione del pontefice, il quale pensavano che a ogni occasione tornerebbe alla prima incostanza e desiderio dello accordo, e il re di Francia esausto di danari, e intento più a straccare Cesare con la lunghezza della guerra che alla vittoria, giudicava bastare ora che la guerra si nutrisse con piccola spesa ; anzi, se bene nel principio, quando intese la tregua fatta dal pontefice, gli fusse molestissima, nondimeno, considerando poi meglio lo stato delle cose, desiderava che il pontefice disponesse i viniziani, senza i quali egli non voleva fare convenzione alcuna, ad accettare la tregua fatta.
1. convenneno: s’incontrarono.
2. L’Incisa.
3. instando: insistendo, premendo.
4. Silvio Passerini.
5. ordinato: stabilito.
6. molti più: molti di più.
7. fatta testa: raccoltisi e schieratisi.
8. L’attuale via della Condotta.
9. con… consiglio: con decisione molto tempestiva.
10. espedito: districato.
11. della: dalla.
12. momento: peso.
13. grazia: simpatia, ascendente.
14. dimostrare: mostrare.
15. lo tirò… nella sentenza sua: lo acquisi… al proprio parere.
16. propose: presentò.
17. posare: placare, appianare.
18. assicurando… che: garantendo a ciascuno l’impunità per quello di cui.
19. presente: pronta, facile.
20. protestarono: dichiararono.
21. si… consiglio: non si mise in atto il progetto.
22. improbavano: rimproveravano.
23. Domenico Venier.
CAPITOLO VIII
Deliberazione del Borbone di marciare contro Roma, e lentezza del pontefice nel prendere provvedimenti. Scarsa sollecitudine dei romani alla richiesta d’aiuti del pontefice. Deliberazioni dei collegati di inviare milizie a Roma; fiducia di Renzo da Ceri nella possibilità di difendere Roma, e fiducia del pontefice in lui. Assalto dell’esercito tedesco a Roma; morte del Borbone; sacco della città. Milizie de’ collegati sotto Roma, donde subito si ritirano.
Ma in questo tempo il pontefice, al quale era molesto essersi trasferita la guerra in Toscana ma pure manco molesto che se si fusse trasferita in terra di Roma, soldava fanti e provedeva a’ denari, ma lentamente; disegnando di mandare Renzo da Ceri con gente contro a’ sanesi e anche assaltargli per mare, acciò che Borbone, implicato1 in Toscana, fusse impedito a pigliare il cammino di Roma : benché di questo gli diminuisse ogni dì il timore, sperando che, per le difficoltà che aveva Borbone di condurre inverso Roma le genti senza vettovaglie e senza denari e per l’opportunità2 che aveva dello stato di Siena, dove almanco si nutrirebbono i soldati, fusse per fermarsi alla impresa contro a’ fiorentini. Ma, o fusse stato altro il suo primo consiglio3, stabilito, come molti hanno detto, segretissimamente, insino al Finale, con l’autorità del duca di Ferrara e di Ieronimo Morone, o diffidando, poiché alla difesa di Firenze erano condotte le forze di tutta la lega, di potere fare frutto in quella impresa, né potendo anche sostentare più l’esercito senza denari, condotto insino a quel dì per tante difficoltà con vane promesse e vane speranze, e però necessitato o a perire o a tentare la fortuna, deliberò di andare improvisamente e con somma prestezza ad assaltare la città di Roma; dove e i premi della vittoria e per Cesare e per i soldati sarebbono inestimabili, e la speranza del conseguirgli non era piccola, poi che [il papa], con cattivo consiglio, aveva licenziato prima i svizzeri e poi i fanti delle bande nere, e ricominciato sì lentamente (disperato che fu l’accordo) a provedersi che giudicava non sarebbe a tempo a raccorre presidio sufficiente.
Partì adunque il duca di Borbone con tutto l’esercito, il dì vigesimo [sesto] di aprile, spedito4, senza artiglierie senza carriaggi; e camminando con incredibile prestezza, non lo ritardando né le pioggie, le quali in quegli dì furono smisurate, né il mancamento delle vettovaglie, si appropinquò a Roma in tempo che appena il pontefice avesse certa la sua venuta5, non trovato ostacolo alcuno né in Viterbo, dove il papa non era stato a tempo a mandare gente, né in alto luogo. Però il pontefice, ricorrendo (come prima gli era stato predetto avere a essere da uomini prudentissimi) nelle ultime necessità, e quando non gli potevano più giovare, a quegli rimedi i quali, fatti in tempo opportuno, sarebbono stati alla salute sua di grandissimo momento, creò per danari tre cardinali; i quali6 per l’angustia delle cose non gli potettono essere numerati7, né, gli8 fussino stati numerati, potevano, per la vicinità del pericolo, partorire più frutto alcuno. Convocò anche i romani, ricercandogli che in tanto pericolo della patria pigliassino prontamente l’armi per difenderla, e i più ricchi prestassino danari per soldare fanti, alla quale cosa non trovò corrispondenza alcuna. Anzi, è restato alla memoria9 che Domenico di Massimo, ricchissimo sopra a tutti i romani, offerse di prestare cento ducati: della quale avarizia patì le pene, perché le figliuole andorono in preda de’ soldati, egli co’ figliuoli fatti prigioni ebbono a pagare grandissime taglie.
Ma in Firenze, avuta la nuova della partita di Borbone, la quale, scritta da Vitello che era in Arezzo, ritardò uno dì più che non era conveniente a venire10, si deliberò da’ capitani che il conte Guido Rangone, con i cavalli suoi e con quelli del conte di Gaiazzo e con cinquemila fanti de’ fiorentini e della Chiesa, andasse subito, spedito, alla volta di Roma, seguitasse l’altro esercito appresso11 : sperando che, se Borbone andava con artiglierie, sarebbe questo soccorso a Roma innanzi a lui; se andava spedito, sarebbe sì presto dopo lui che, non avendo artiglierie ed essendo mediocre difesa in Roma, dove il papa aveva scritto avere seimila fanti, sarebbe sopratenuto tanto che12 arrivasse questo primo soccorso; il quale arrivato, non era pericolo alcuno che Roma si perdesse. Ma la celerità di Borbone e le piccole provisioni13 di Roma pervertirono14 tutti i disegni. Perché Renzo da Ceri, al quale il pontefice aveva dato il carico principale della difesa di Roma, avendo per la brevità del tempo condotto pochi fanti utili ma molta turba imbelle e imperita, raccolta tumultuariamente15 dalle stalle de’ cardinali e de’ prelati e dalle botteghe degli artefici e delle osterie, e avendo fatto ripari al Borgo deboli, a giudizio di tutti, ma a giudizio suo sufficienti, confidava tanto nella difesa che né permettesse che si tagliassino i ponti del Tevere per salvare Roma, se pure il Borgo e Trastevere non si potessino difendere; anzi, giudicando essere superfluo il soccorso, presentita la venuta del conte Guido, gli fece il quarto dì di maggio scrivere dal vescovo di Verona in nome del pontefice che, per essere Roma provista e fortificata a bastanza, vi mandasse solamente seicento o ottocento archibusieri, egli col resto delle genti andasse a unirsi con l’esercito della lega, col quale unito farebbe più frutto che rinchiuso in Roma : la quale lettera se bene non fece nocumento alcuno, perché il conte non era tanto innanzi che potesse essere a tempo16, certificò17 pure quanto male si calcolassino da lui i pericoli presenti. Ma non fu manco maraviglioso, se è maraviglia che gli uomini non sappino o non possino resistere al fato18, che il pontefice, che soleva disprezzare Renzo da Ceri sopra tutti gli altri capitani, si rimettesse ora totalmente nelle sue braccia e nel suo giudizio; e molto più che, solito a temere ne’ minori pericoli, era stato più volte inclinato ad abbandonare Roma quando il viceré andò col campo a Frusolone, ora, in tanto pericolo, spogliatosi della natura sua, si fermasse costantemente in Roma, e con tanta speranza di difendersi che, diventato quasi come procuratore19 degli inimici, proibisse non solo agli uomini di partirsene ma eziandio ordinasse non fussino lasciate uscirne le robe, delle quali molti mercatanti e altri cercavano per la via del fiume di alleggierirsi.
Alloggiò Borbone con l’esercito, il quinto dì di maggio, ne’ Prati presso a Roma, con insolenza militare mandò uno trombetto a dimandare il passo al pontefice (ma per la città di Roma) per andare con l’esercito nel reame di Napoli, e la mattina seguente in su il fare del dì, deliberato o di morire o di vincere (perché certamente poca altra speranza restava alle cose sue), accostatosi al Borgo della banda del monte di Santo Spirito, cominciò una aspra battaglia; avendogli favoriti la fortuna nel fargli appresentare20 più sicuramente, per beneficio di una folta nebbia che, levatasi innanzi al giorno, gli coperse insino a tanto si accostorno al luogo dove fu cominciata la battaglia. Nel principio della quale Borbone, spintosi innanzi a tutta la gente per ultima disperazione, non solo perché non ottenendo la vittoria non gli restava più refugio alcuno ma perché vedeva i fanti tedeschi procedere con freddezza grande a dare l’assalto, ferito, nel principio dello assalto, di uno archibuso, cadde in terra morto. E nondimeno la morte sua non raffreddò l’ardore de’ soldati, anzi combattendo con grandissimo vigore, per spazio di due ore, entrorno finalmente nel Borgo; giovando loro non solamente la debolezza grandissima de’ ripari ma eziandio la mala resistenza che fu fatta dalla gente. Per la quale, come molte altre volte, si dimostrò a quegli che per gli21 esempli antichi non hanno ancora imparato le cose presenti, quanto sia differente la virtù degli uomini esercitati alla guerra agli22 eserciti nuovi congregati di23 turba collettizia24, e alla25 moltitudine, popolare : perché era alla difesa una parte della gioventù romana sotto i loro caporioni e bandiere del popolo; benché molti ghibellini e della fazione colonnese deliberassino26 o almanco non temessino la vittoria degli imperiali, sperando per il rispetto della fazione di non avere a essere offesi da loro; cosa che anche fece procedere la difesa più freddamente. E nondimeno, perché è pure difficile espugnare le terre senza artiglieria, restorno morti circa mille fanti di quegli di fuora. I quali come si ebbeno aperta la via di entrare dentro, mettendosi ciascuno in manifestissima fuga, e molti concorrendo al Castello, restorono i borghi totalmente abbandonati in preda de’ vincitori; e il pontefice, che aspettava il successo27 nel palazzo del Vaticano, inteso gli inimici essere dentro, fuggì subito con molti cardinali nel Castello. Dove consultando se era da fermarsi quivi, o pure, per la via di Roma, accompagnati da’ cavalli leggieri della sua guardia, ridursi28 in luogo sicuro, destinato a essere esempio delle calamità che possono sopravenire a’ pontefici e anco quanto sia difficile a estinguere l’autorità e maestà loro, avuto nuove per Berardo da Padova, che fuggì dello esercito imperiale, della morte di Borbone e che tutta la gente, costernata per la morte del capitano, desiderava di fare accordo seco, mandato fuora29 a parlare co’ capi loro, lasciò indietro infelicemente il consiglio di partirsi30 ; non stando egli c i suoi capitani manco irresoluti nelle provisioni del difendersi che fussino nelle espedizioni31. Però il giorno medesimo gli spagnuoli, non avendo trovato né ordine né consiglio di difendere il Trastevere, non avuta resistenza alcuna, v’entrarono dentro; donde non trovando più difficoltà, la sera medesima a ore ventitré, entrarono per ponte Sisto nella città di Roma : dove, da quegli in fuora che si confidavano nel nome della fazione, e da alcuni cardinali che per avere nome di avere seguitato le parti di Cesare credevano essere più sicuri che gli altri, tutto il resto della corte e della città, come si fa ne’ casi tanto spaventosi, era in fuga e in confusione. Entrati dentro, cominciò ciascuno a discorrere tumultuosamente alla preda32, non avendo rispetto non solo al nome degli amici né all’autorità e degnità de’ prelati, ma eziandio a’ templi a’ monasteri alla reliquie onorate dal concorso33 di tutto il mondo, e alle cose sagre34. Però sarebbe impossibile non solo narrare ma quasi immaginarsi le calamità di quella città, destinata per ordine de’ cieli a somma grandezza ma eziandio a spesse direzioni35, perché era l’anno ……… che era stata saccheggiata da’ goti36. Impossibile a narrare la grandezza della preda, essendovi accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercatanti; ma la fece ancora maggiore la qualità e il numero grande de’ prigioni che si ebbeno a ricomperare37 con grossissime taglie: accumulando ancora la miseria e la infamia, che38 molti prelati presi da’ soldati, massime da’ fanti tedeschi, che per odio del nome della Chiesa romana erano crudeli e insolenti, erano in su bestie vili, con gli abiti e con le insegne delle loro dignità, menati a torno con grandissimo vilipendio per tutta Roma; molti, tormentati crudelissimamente, o morirono ne’ tormenti o trattati di sorte che, pagata che ebbono la taglia, finirono fra39 pochi dì la vita. Morirono, tra nella battaglia e nello impeto del sacco, circa quattromila uomini. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali (eziandio del cardinale Colonna che non era con l’esercito), eccetto quegli palazzi che, per salvare i mercatanti che vi erano rifuggiti con le robe loro e così le persone e le robe di molti altri, feciono grossissima imposizione di denari40 : e alcuni di quegli che composeno41 con gli spagnuoli furono poi o saccheggiati dai tedeschi o si ebbeno a ricomporre con loro. Compose42 la marchesana di Mantova43 il suo palazzo in44 cinquantaduemila ducati, che furono pagati da’ mercatanti e da altri che vi erano rifuggiti: de’ quali fu fama che don Ferrando45 suo figliuolo ne partecipasse di diecimila. Il cardinale di Siena46: dedicato47 per antica eredità de’ suoi maggiori al nome imperiale, poiché ebbe composto sé e il suo palazzo con gli spagnuoli, fu fatto prigione da’ tedeschi; e si ebbe, poi che gli fu saccheggiato da loro il palazzo, e condotto in Borgo col capo nudo con molte pugna, a riscuotere48 da loro con cinquemila ducati. Quasi simile calamità patirono il cardinale della Minerva49 e il Ponzetta50, che fatti prigioni da’ tedeschi pagorono la taglia, menati prima l’uno e l’altro di loro a processione per tutta Roma. I prelati e cortigiani spagnuoli e tedeschi, riputandosi sicuri dalla ingiuria delle loro nazioni51, furono presi e trattati non manco acerbamente che gli altri. Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine : non potendo se non dirsi essere oscuri a’ mortali i giudizi di Dio, che comportasse che la castità famosa delle donne romane cadesse per forza in tanta bruttezza e miseria. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignergli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furno le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dì seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari oro argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.
Arrivò, il dì medesimo che gli imperiali preseno Roma, il conte Guido co’ cavalli leggieri e ottocento archibusieri al ponte di Salara52, per entrare in Roma la sera medesima; ma inteso il successo53 si ritirò a Otricoli, dove si congiunse seco il resto della sua gente; perché, non ostante le lettere avute di Roma che disprezzavano54 il suo soccorso, egli, non volendo disprezzare55 la fama di essere quello che avesse soccorso Roma, aveva continuato il suo cammino. Né mancò (come è natura degli uomini, benigni e mansueti estimatori delle azioni proprie ma severi censori delle azioni d’altri) chi riprendesse il conte Guido di non avere saputo conoscere una predarissima occasione56, perché gli imperiali, intentissimi tutti a sì ricca preda, a votare le case, a ritrovare le cose occultate, a fare prigioni e a ridurre in luogo salvo i fatti57, erano dispersi per tutta la città, senza ordine di alloggiamenti senza riconoscere le loro bandiere senza ubbidire i segni de’ capitani; in modo che molti credetteno che se la gente che era col conte Guido si fusse condotta con prestezza in Roma non solo arebbeno conseguito, presentandosi al Castello non assediato né custodito di fuora da alcuno, la liberazione del pontefice ma ancora sarebbe succeduta loro più gloriosa fazione58, occupati tanto gli inimici alla preda che con difficoltà, per qualunque accidente, se ne sarebbe messo insieme numero notabile: essendo massime certo che, ancora poi per qualche dì, quando per comandamento de’ capitani o per qualche accidente si dava alle armi, non si rappresentava alle bandiere59 alcuno soldato. Ma gli uomini si persuadono spesso che se si fusse fatta o non fatta una cosa tale sarebbe succeduto certo effetto, che se si potesse vederne la esperienza si troverebbeno molte volte fallaci simili giudizi60.
1. implicato: impegnato.
2. l’opportunità: la possibilità di usufruire.
3. altro… consiglio: diverso il suo disegno primitivo.
4. spedito: senza bagagli.
5. in tempo… venuta: con una tale rapidità che il pontefice potette soltanto avere notizia della sua venuta.
6. i quali: si riferisce a danari.
7. numerati: versati.
8. gli: se gli.
9. è… memoria: si ricorda.
10. ritardò… venire: arrivò con un giorno di ritardo rispetto al momento che sarebbe stato opportuno.
11. seguitasse… appresso: seguisse da vicino l’altro esercito.
12. sarebbe… che: gli sarebbe stata fatta resistenza finché.
13. le …provisioni: i provvedimenti inadeguati.
14. pervertirono: sconvolsero e resero vani.
15. tumultuariamente: frettolosamente e alla rinfusa.
16. essere a tempo: arrivare in tempo.
17. certificò: dimostrò.
18. che… fato: cfr. Ricordi, C 138 (Opere, I, p. 767).
19. procuratore: ministro e fautore.
20. appresentare: comparire vicino alle mura.
21. per gli: dagli.
22. agli: dagli.
23. congregati di: formati da.
24. collettizia: raccogliticcia.
25. alla: dalla.
26. deliberassino: decidessero di favorire.
27. il successo: gli eventi, la conclusione della vicenda.
28. ridursi: rifugiarsi.
29. mandato fuora: si sottintende «un messo».
30. lasciò… partirsi: abbandonò infelicemente la decisione di andarsene.
31. espedizioni: esecuzioni, azioni.
32. discorrere… alla preda: correre qua e là… in cerca di preda.
33. concorso: afflusso.
34. sagre: sacre.
35. spesse direzioni: frequenti devastazioni (direzioni sta per «diruzioni»).
36. Nel 410.
37. ricomperare: riscattare.
38. accumulando… che: aggiungendosi anche alla miseria l’infamia derivante dal fatto che.
39. fra: dopo.
40. feciono… danari: acconsentirono a tassarsi di una somma grandissima di danaro.
41. composeno: si accordarono (dietro versamento di danaro).
42. Compose: riscattò.
43. Isabella di Ercole I d’Este.
44. in: dietro pagamento di.
45. Soldato dell’esercito imperiale.
46. Giovanni Piccolomini.
47. dedicato: devoto.
48. si ebbe… a riscuotere: dovette… riscattarsi.
49. Tommaso Caetani de Vio.
50. Ferdinando Ponzetti, cardinale di San Pancrazio.
51. rifiutandosi… nazioni: ritenendosi sicuri di non essere assaliti dai loro connazionali.
52. Ponte Salario, nel punto in cui la via Salaria attraversa l’Aniene.
53. inteso il successo: avuta notizia degli avvenimenti.
54. dispyezzavano: rifiutavano.
55. disprezzare: rinunziare a.
56. conoscere… occasione: cogliere un’occasione favorevolissima.
57. i fatti: si sottintende «prigioni».
58. sarebbe… fazione: avrebbero anche con maggior gloria avuto successo se avessero attaccato battaglia.
59. non… bandiere: non si presentava a prendere posto nella sua schiera.
60. Ma… giudizi: cfr. Ricordi, C 22 (Opere,I, p. 734).
Avanzata dell’esercito dei collegati verso Roma; fallimento del tentativo di liberare il pontefice. Lentezza dell’esercito dei collegati; indugi nella conclusione degli accordi per la resa fra il pontefice e gli imperiali. Inattività dell’ esercito dei collegati; inutili istanze del luogotenente del pontefice.
Restava adunque a’ rinchiusi nel Castello solamente la speranza del soccorso dello esercito della lega; il quale, partito da Firenze, non prima (credo) che ‘l terzo o il quarto dì di maggio (perché i viniziani erano stati lenti a pagare i svizzeri), camminava, precedendo una giornata1 il marchese di Saluzzo alle genti viniziane ma con ordine accordato2 tra il duca e lui che seguitassino per il medesimo cammino. Nondimeno, il settimo dì, il duca, contro all’ordine dato, si dirizzò dallo alloggiamento di Cortona alla volta di Perugia, per arrivare a Todi e poi a Orti3, e quivi passato il Tevere unirsi con gli altri. I quali, camminando per il cammino disegnato, sforzorono e saccheggiorono Castello della Pieve4, che aveva recusato di alloggiare dentro i svizzeri, con morte di seicento o ottocento uomini di quegli della terra. Per il quale disordine, intenta la gente alla preda, non si condusseno prima che a’ dieci dì al ponte a Cranaiuolo5, dove ebbeno avviso della perdita di Roma, e agli undici a Orvieto: dove, per consiglio di Federigo da Bozzole, si spinse il marchese di Saluzzo, egli e Ugo de’ Peppoli, con grossa cavalcata alla volta del Castello; disegnando egli e Ugo andare insino al Castello, e restando il marchese dietro per fare loro spalle6; sperando trovare sprovisti gli imperiali e avere, col subito arrivare, occasione di cavare di Castello il pontefice e i cardinali : sapendosi massime i soldati, per la grandezza della preda, posposti agli altri pensieri, non essere intenti ad altro. Ma il disegno riuscì vano, perché a Federigo, non essendo già molto lontani da Roma, cadde il cavallo addosso, dal quale offeso molto non potette andare più innanzi; e Ugo presentandosi presso al Castello essendo già fatto il dì, dove l’ordine7 era dovessino arrivare di notte, si ritirò: conoscendo, secondo diceva egli, scoperta l’occasione8, ma secondo diceva Federigo, temendo più che non sarebbe stato di bisogno.
Il duca di Urbino intratanto, inteso l’accidente di Roma, ancora che affermasse volere soccorrere con tutte le forze il pontefice, nondimeno, parendogli occasione di levare lo stato di Perugia di mano di Gentile Baglione, mantenutovi con l’autorità del pontefice, e rimetterlo in arbitrio de’ figliuoli di Giampaolo, accostatosi con le genti de’ viniziani a Perugia, costrinse con minacce Gentile a partirsene; e lasciatavi guardia sotto capi dependenti da Malatesta e da Orazio, de’ quali l’uno era rinchiuso in Castello Santo Agnolo l’altro era in Lombardia con le genti de’ viniziani, poiché in questa fazione ebbe consumato tre dì, si condusse, a’ quindici o a’ sedici, a Orvieto, essendo stato causa di molta dilazione il cammino preso da lui dall’alloggiamento di Cortona per andare di là dal Tevere alla volta di Roma. A Orvieto si convenneno insieme tutti i capi dello esercito per risolvere le fazioni future9. Sopra le quali il duca di Urbino, mostrato nel preambolo delle parole10 caldezza grande, proponeva11 molte difficoltà, ricordando sopra tutto il pensare alla sicurtà della ritirata se non riuscisse il soccorso del Castello; però volle statichi12 da Orvieto, per assicurarsi che nel ritorno non mancherebbeno di dare le vettovaglie allo esercito; e interponendo a tutte le cose lunghezza di tempo, risolvé finalmente di essere a’ diciannove a Nepi, e che il dì medesimo il marchese con le sue genti e il conte Guido co’ fanti italiani fussino a Bracciano, per andare tutti il dì seguente all’Isola, luogo lontano da Roma nove miglia13 : dove non furono gli eserciti (perché il duca soprastette a Nepi) prima che a’ ventidue. La quale dilazione fu causata dall’andata di Perugia, da essere stato alloggiato tre dì a’ piedi di Orvieto, e fermatosi uno dì nello alloggiamento di Nepi. La venuta de’ quali intendendosi dal pontefice, per lettere del luogotenente scrittegli da Viterbo, fu cagione che, essendo quasi conclusa la concordia tra gli imperiali e lui, recusò di sottoscrivere i capitoli, non tanto per la speranza che egli raccogliesse delle lettere (le quali, benché scritte cautamente, gli accennavano quel che, discorrendo14 il passato, potesse sperare del futuro) quanto per fuggire la ignominia che alla sua o timidità o precipitazione si potesse attribuire il non essere stato soccorso.
Era ne’ franzesi prontezza di soccorrere, e i viniziani con lettere calde augumentavano la medesima disposizione, avendone parlato ardentemente il principe15 nel consiglio de’ pregati16; però, non restando al duca altra scusa, volle che il dì seguente si facesse la mostra di17 tutti gli eserciti; sperando trovare il numero diminuito in modo che gli desse giusta cagione di ricusare il combattere: disegno che riuscì vano, perché nello esercito, ancora che molti se ne fussino partiti, erano restati più di quindicimila fanti, e tutta la gente dispostissima maravigliosamente a combattere. Consultossi, fatto la mostra, quello che fusse da fare; ed essendo molti disposti che si andasse a fare lo alloggiamento alla Croce di Montemari (come con grande instanza ricercavano quegli del Castello), allegando che, per essere alloggiamento forte e lontano da Roma tre miglia né essere da temere che gli imperiali uscissino ad alloggiare fuora di Roma lo stare quivi e il ritirarsi potersi fare senza pericolo, e da quello alloggiamento potersi meglio conoscere e meglio eseguire18 l’occasione di soccorrere il Castello. Ma non piacendo al duca questa risoluzione, accettò uno partito proposto innanzi al tempo19 da Guido Rangone, che offeriva con tutti i cavalli e le fanterie ecclesiastiche accostarsi la notte medesima al Castello per fare pruova di trarne il pontefice; pure che il duca d’Urbino col resto dello esercito si conducesse insino alle Tre Capanne20 per fargli spalle. Ma non si eseguì la notte questo disegno, perché il duca, stimolato dagli altri, cavalcò per riconoscere21 l’alloggiamento di Montemari22 : e nondimeno, appropinquatosi la notte, non passò le Tre Capanne. Ma essendosi per questa andata perdute molte ore vanamente, fu necessario differire l’eseguire la deliberazione fatta alla notte futura. Ma il dì medesimo, avendo il duca fatto riferire a certe spie (o vere o subornate) che fussino le trincee fatte in Prati più gagliarde, che non era la verità, e lo avere rotto (il che anche era falso) in più luoghi il muro del corridore23 donde si va dal Palazzo di Vaticano a Castello Santo Angelo, per potere, se si scopriva gente, soccorrere subito da più bande, e proposto da lui molte difficoltà, che tutte furono consentite24 da Guido e approvate da quasi tutti gli altri capitani, si conchiuse essere cosa impossibile di soccorrere allora il Castello; ributtati agramente25 dal duca alcuni degli altri capitani che si sforzavano, disputando, di sostentare la contraria opinione. Così restava in preda il pontefice, non si rompendo pure solamente una lancia per cavare di carcere colui che per soccorrere altri aveva soldato taiita gente e speso somma infinita di denari e commosso26 alla guerra quasi tutto il mondo. Trattossi nondimeno se quel che non si faceva di presente si potesse fare in futuro con maggiori forze: alla qual cosa, proposta dal duca, rispose esso medesimo che indubitatamente soccorrerebbe il Castello qualunque volta nello esercito fusse il numero di sedicimila svizzeri, condotti per ordinazione de’ cantoni, non computando in questi quegli che allora erano nello esercito, come27 già fatti inutili per la lunga dimora in Italia; e oltre a’ svizzeri, diecimila archibusieri italiani tremila guastatori e quaranta pezzi di artiglieria; ricercando il luogotenente che confortasse28 il pontefice (che si intendeva avere da vivere per qualche settimana) che aspettasse ad accordarsi tanto che si mettessino insieme queste forze. E replicando il luogotenente che intendeva29 la proposta sua in caso non si variasse intratanto lo stato delle cose, ma essendo verisimile che, in questo tempo, quegli che erano in Roma, con nuove trincee e fortificazioni, farebbeno il soccorso più difficile, e anche che del reame di Napoli verrebbeno a Roma le genti che erano state condotte dal viceré in su l’armata30, desiderare di sapere che speranza potesse dare al pontefice quando, come era verisimile, succedessino queste cose, rispose che in tale caso si farebbe il possibile; e soggiugneva che congiungendosi le genti che erano a Napoli a quelle di Roma sarebbeno in tutto più di dodicimila fanti tedeschi e otto in diecimila fanti spagnuoli: però, perdendosi il Castello, non si potere disegnare di vincere la guerra se non si avessino veramente almeno ventidue o ventiquattro mila svizzeri. Le quali dimande essendo come impossibili sprezzate31 da tutti, lo esercito, il primo dì di giugno, molto diminuito di fanti, si ritirò a Monteruosi32 ; non ostante che il papa, per favorirsene nelle pratiche dell’accordo, avesse fatto molta instanza che e’ soprasedesse a levarsi33: e la notte medesima, Piermaria Rosso e Alessandro Vitello con dugento cavalli leggieri passorono a Roma agli inimici.
1. una giornata: di una tappa.
2. ordine accordato: piano concordato.
3. Orte.
4. Città della Pieve.
5. Probabilmente Carnaiola.
6. fare loro spalle: proteggerli alle spalle.
7. l’ordine: il piano.
8. conoscendo… scoperta l’occasione: vedendo che… era venuta meno la possibilità di agire di sorpresa.
9. risolvere… future: decidere le azioni di guerra da compiere in seguito.
10. delle parole: del suo discorso.
11. proponeva: prospettava.
12. statichi: ostaggi.
13. Isola Farnese.
14. discorrendo: considerando.
15. il principe: il doge.
16. il… pregati: l’organo di governo corrispondente al senato.
17. si… di: si passassero in rassegna.
18. eseguire: cogliere e mettere a profitto.
19. innanzi al tempo: anzitempo, prematuramente.
20. A ovest del Vaticano.
21. riconoscere; esplorare.
22. Monte Mario.
23. corridore: corridoio.
24. consentite: ammesse.
25. ributtati agramente: confutati acerbamente.
26. commosso; spinto.
27. come: ha valore causale-modale, analogo a quello dell’ut latino.
28. ricercando.,, confortasse: chiedendo al luogotenente di esortare.
29. intendeva: considerava accettabile.
30. l’armata: la flotta.
31. sprezzate,: non tenute in alcun conto.
32. Monterosi, oggi in provincia di Viterbo,
33. soprasedesse a levarsi: rinviasse la partenza.
CAPITOLO X
Accordi fra il pontefice e gli imperiali; stretta sorveglianza del pontefice in Castel Sant’Angelo. Città che malgrado l’accordo rimangono alla devozione del pontefice; il duca di Ferrara occupa Modena, i veneziani Ravenna e Cervia, e Sigismondo Malatesta Rimini. Restaurazione del governo popolare in Firenze. Ragioni di odio dei fiorentini contro i Medici, e persecuzione ai loro fautori.
Aveva il pontefice, sperando sempre poco del soccorso, e temendo alla vita propria da’ Colonnesi e da’ fanti tedeschi1, mandato a Siena a chiamare il viceré, sperando, anche, da lui migliore condizione : il quale andò cupidamente, credendo essere capitano dell’esercito. Arrivato a Roma, dove passò con salvocondotto de’ capitani dello esercito, veduto essere contro a sé mala disposizione de’ fanti tedeschi e spagnuoli, i quali dopo la morte di Borbone avevano eletto per capitano generale il principe di Oranges, non ebbe ardire di fermarvisi; ma andando verso Napoli, incontrato nel cammino dal marchese del Guasto, don Ugo e Alarcone, vi ritornò per consiglio loro: e nondimeno, non essendo grato2 all’esercito, non ebbe più autorità né nelle cose della guerra né nel trattato della concordia col pontefice. Il quale finalmente, destituito3 di ogni speranza, convenne4 il sesto dì di giugno con gli imperiali, quasi con quelle medesime condizioni con le quali aveva potuto convenire prima : che il pontefice pagasse allo esercito ducati quattrocentomila, cioè centomila di presente, che si pagavano di denari argento e oro rifuggito nel Castello, cinquantamila fra venti dì, dugento cinquantamila fra due mesi, assegnando per il pagamento di questi una imposizione pecuniaria da farsi per tutto lo stato della Chiesa; mettesse in potestà di Cesare, per ritenerlo quanto paresse a lui, Castel Santo Angelo, le rocche di Ostia di Civitavecchia e di Civita Castellana, e le città di Piacenza di Parma e di Modona; restasse egli prigione in Castello con tutti i cardinali, che erano seco tredici, insino a tanto che fussino pagati i primi cento cinquantamila, dipoi andassino a Napoli o a Gaeta per aspettare quello che di loro determinasse Cesare; desse statichi5 allo esercito per l’osservanza de’ pagamenti (de’ quali la terza parte apparteneva agli spagnuoli) gli arcivescovi sipontino6 e pisano7, i vescovi di Pistoia e di Verona, Iacopo Salviati, Simone da Ricasoli8 e Lorenzo fratello del cardinale de’ Ridolfi9: avessino facoltà di partirsi sicuramente del Castello Renzo da Ceri, Alberto Pio, Orazio Baglione, il cavaliere Casale oratore del re di Inghilterra; e tutti gli altri che vi erano rifuggiti, eccetto il pontefice e i cardinali: assolvesse il pontefice dalle censure incorse i Colonnesi, e che quando fusse menato fuori di Roma vi restasse uno legato in nome suo, e l’auditorio della ruota proposto a rendere ragione10. Il quale accordo come fu fatto, entrò nel Castello con tre compagnie di fanti spagnuoli e tre compagnie di fanti tedeschi il capitano Alarcone; il quale, deputato alla guardia del Castello e della persona del pontefice, lo guardava con grandissima diligenza, ridotto in abitazioni anguste e con piccolissima libertà.
Ma non furono con la medesima facilità consegnate l’altre fortezze e terre promesse: perché quella di Civita Castellana era custodita in nome de’ collegati; quella di Civitavecchia recusò di consegnare Andrea Doria, benché n’avesse comandamento dal pontefice, se prima non gli erano pagati quattordicimila ducati, de’ quali diceva di essere creditore per gli stipendi suoi. A Parma e a Piacenza andò in nome del pontefice Giuliano Leno romano, architettore11, in nome de’ capitani Lodovico conte di Lodrone12, con comandamento alle città di obbedire alla volontà di Cesare; benché da altra parte avesse fatto occultamente intendere loro il contrario : le quali città, aborrendo lo imperio degli spagnuoli, recusorono di volergli ammettere. Ma i modonesi non erano più in potestà propria13, perché il duca di Ferrara, non pretermettendo14 l’occasione che gli davano le calamità del pontefice, minacciando di dare il guasto alle biade già mature, gli costrinse a dargli il sesto dì di giugno la città; non senza infamia del conte Lodovico Rangone15, il quale, benché il duca avesse seco poca gente, se ne partì, non fatto segno alcuno di resistenza: e disprezzò16 in questo il duca l’autorità de’ viniziani, i quali lo confortavano a non fare, in tempo tale, innovazione alcuna contro alla Chiesa. E nondimeno essi, non contenendo se medesimi17 da quello che dissuadevano agli altri, avuta intelligenza18 co’ guelfi di Ravenna, mandativi fanti sotto colore19 di guardarla per timore di quelli di Cotignuola, appropriorono a sé quella città; e ammazzato furtivamente il castellano, occuporono anche la fortezza, publicando volerla tenere in nome di tutta la lega; occuporono e20, pochi dì poi, Cervia e i sali che vi erano del pontefice. Nello stato del quale, non essendo né chi lo guardasse né chi lo difendesse, se non quanto da se stessi per interesse proprio facevano i popoli, occupò Sigismondo Malatesta con la medesima facilità la città e la rocca di Rimini.
Ma non avevano le cose sue avuta nella città di Firenze migliore fortuna. Perché, come vi fu la nuova della perdita di Roma, il cardinale di Cortona, impaurito per trovarsi abbandonato da’ cittadini che facevano professione di essere amici de’ Medici, non avendo modo, senza termini21 violenti ed estraordinari, di provedere a’ denari, né volendo per avarizia mettere mano a’ suoi, almeno insino a tanto che si intendesse il progresso22 degli eserciti che andavano per soccorrere il pontefice, non lo movendo alcuna necessità, perché nella città erano molti soldati, e il popolo spaventato per l’accidente seguito della occupazione del palazzo non arebbe avuto ardire di muoversi, deliberò di cedere alla fortuna; e, convocati i cittadini, lasciò libera a loro l’amministrazione della republica, ottenuti certi privilegi ed esenzioni, e facoltà a’ nipoti del pontefice di stare come cittadini privati in Firenze, e abolizione per ciascuno di tutte le cose perpetrate per il passato contro allo stato. Le quali cose conchiuse, il sestodecimo dì di maggio, egli co’ nipoti se ne andò a Lucca; dove pentitosi presto del partito preso con tanta timidità23, fece pruova di ritenersi24 le fortezze di Pisa e di Livorno, le quali erano in mano di castellani confidenti al pontefice; e nondimeno questi, fra pochi giorni, non sperando per la cattività del papa soccorso alcuno, ricevuta anche qualche somma di denari, consegnorono quelle fortezze a’ fiorentini. I quali in questo mezzo25, avendo ridotta26 la città al governo popolare, creorono gonfaloniere di giustizia per uno anno, e con facoltà di essere confermato insino a tre anni, Niccolò Capponi27, cittadino di grande autorità e amatore della libertà; il quale, desiderando sopra modo la concordia de’ cittadini e che il governo si riducesse a forma più perfetta che si potesse di republica, convocato il prossimo dì28 il consiglio maggiore, nel quale risedeva la potestà assoluta del deliberare le leggi e di creare tutti i magistrati, parlò in questa sentenza29:
Furono gravissime le parole del gonfaloniere e prudentissimi certamente i consigli, a’ quali se i cittadini avessino prestato fede sarebbe forse durata più lungamente la nuova libertà. Ma essendo maggiore lo sdegno in chi ricupera la libertà, che in chi la difende, e grande l’odio contro al nome de’ Medici per molte cagioni, e massime per avere avuto a sostentare in gran parte co’ danari propri le imprese cominciate da loro (perché è manifesto avere i fiorentini speso, nella occupazione e poi nella difesa del ducato di Urbino, ducati più di cinquecentomila, aitanti30 nella guerra mossa da Leone contro al re di Francia, e nelle cose che succederono dopo la morte sua dependenti da detta guerra ducati trecentomila, pagati a’ capitani imperiali e al viceré, innanzi la creazione di Clemente e poi, e ora più di secentomila nella guerra mossa contro a Cesare), cominciorono a perseguitare immoderatamente quegli cittadini che erano stati amici de’ Medici, perseguitare il nome del pontefice. Scancellorno per tutta la città impetuosamente le insegne della famiglia de’ Medici, affisse eziandio negli edifici fabbricati da loro; roppeno le immagini di Leone e di Clemente che stavano nel tempio della Annunziata, celebrato per tutto il mondo; costrinseno31 i beni del pontefice, a esazione di debiti vecchi, non pretermettendo cosa alcuna, la maggiore parte di loro, appartenente a32 concitare lo sdegno del pontefice, e a nutrire divisione e discordia nella città : e arebbono moltiplicato a maggiori disordini33 se non si fusse interposta l’autorità e prudenza del gonfaloniere, la quale però non bastava a rimediare a’ molti disordini.
1. temendo… tedeschi: temendo di essere ucciso dai Colonnesi o dai fanti tedeschi.
2. grato: gradito.
3. destituto: privato.
4. convenne: si accordò.
5. statichi: ostaggi.
6. Giovarmi Maria Ciocchi del Monte di Montesansavino, arcivescovo di Manfredonia, il futuro Giulio III.
7. Onofrio Bartolini.
8. Simone di Ranieri Ricasoli, signore di Castel Chiodato.
9. Figlio di Piero Ridolfi e di Contessina de’ Medici, fratello del cardinale Niccolò Ridolfi.
10. l’auditorio… ragione: il tribunale ecclesiastico preposto all’amministrazione della giustizia.
11. Dirigeva i lavori per la costruzione di San Pietro,
12. Commissario di Carlo V a Milano.
13. in… propria: liberi.
14. pretermettendo: lasciandosi sfuggire.
15. Fratello di Guido Rangone.
16. disprezzò: non tenne in nessun conto.
17. non… medesimi: non astenendosi essi stessi.
18. avuta intelligenza: accordatisi.
19. sotto colore: col pretesto.
20. e: anche.
21. termini: mezzi.
22. il progresso: come procedeva l’azione.
23. timidità: viltà.
24. fece… ritenersi: tentò di trattenere in sua mano.
25. in questo mezzo: nel frattempo.
26. ridotta: riportata.
27. Figlio di Piero Capponi.
28. il… dì: il giorno seguente.
29. Nota qui il Gherardi: «a questo punto, nel più antico codice (III, 966), l’autore scrisse: «lascisi lo spatio di tre carte». E tre carte infatti, anzi qualcosa più (pp. 2253 in parte e 2254-59) furono lasciate bianche nel Codice V, che immediatamente deriva da quello; e similmente tre carte e un po’ più (pp. 728-34) furono lasciate in VI-V. — L’edizione detta di Friburgo e quella del Rosini avvertono che l’orazione del Capponi trovasi nella Istoria di Benedetto Varchi, e l’edizione del Conti la riproduce in nota prendendola appunto dall’opera del Varchi [Nota del Panigada].
30. altanti: altrettanti.
31. costrinseno: confiscarono.
32. appartenente a: capace di.
33. arebbono… disordini: si sarebbero spinti a disordini sempre maggiori.
Disordine e pestilenza fra le milizie imperiali in Roma; invio di milizie francesi in Italia. Confederazione tra i re di Francia e d’Inghilterra; accordi fra i collegati contro Cesare. Pestilenza in molte parti d’Italia. Partenza dell’esercito francese per l’Italia. Fazioni di guerra in Lombardia.
Ma in Roma erano venuti, col marchese del Guasto e con don Ugo, tutti i fanti tedeschi e spagnuoli i quali erano nel reame di Napoli, in modo si dicevano essere, raccolti insieme, ottomila fanti spagnuoli dodicimila tedeschi e quattromila italiani; esercito, per la riputazione acquistata, per il terrore degli altri, per le deboli provisioni che si avevano da opporsi loro, da fare in Italia qualunque progresso. Ma essendone capitano in titolo e in nome solamente il principe di Oranges, ma in fatto governandosi da se stesso, e intento tutto alle prede e alle taglie e a riscuotere i danari promessi dal pontefice, non aveva pensiero alcuno degli interessi di Cesare; però non voleva partirsi di Roma. Dove governandosi tumultuosamente1, il viceré e il marchese del Guasto, temendo da’ fanti alle persone proprie2, se ne fuggirono: essi restorono esposti alla pestilenza, la quale già cominciata vi fece poi gravissimo danno; perderono la occasione di molte cose, e specialmente di Bologna (la quale città, benché vi fusse, dopo la perdita del Borgo, andato con mille fanti pagati da’ viniziani il conte Ugo de’ Peppoli, tumultuando Lorenzo Malvezzi, con assenso tacito di Ramazzotto e col seguito della fazione de’ Bentivogli, non senza difficoltà si conservò nella ubbidienza della sedia apostolica); e, quel che non importò forse meno, dettono spazio al re di Francia di mandare esercito potentissimo in Italia, con pericolo grandissimo che Cesare, dopo avere acquistata tanta vittoria, non3 perdesse il reame napoletano.
Perché indirizzandosi in Francia le cose a provisioni4 di nuova guerra, si era conchiusa, il vigesimoquarto dì di aprile, la confederazione trattata molti mesi tra il re di Francia e il re di Inghilterra, con condizione : che la figliuola5 di6 Inghilterra si maritasse al re di Francia o al duca di Orliens suo secondo genito, e che nello abboccamento7 de’ due re, disegnato di farsi alla Pentecoste tra Cales e Bologna8, convenissino9 a chi di loro due si avesse a dare; rinunziasse il re di Inghilterra al titolo del regno di Francia, ricevendo in ricompensa una pensione di cinquantamila ducati l’anno; entrasse nella lega fatta a Roma, obligandosi a muovere, per tutto luglio prossimo, la guerra a Cesare di là da’ monti con novemila fanti, e il re di Francia con diciottomila e con numero di lance e di artiglierie conveniente; e che in questo mezzo mandassino, l’uno e l’altro di loro, oratori a Cesare a intimargli la confederazione fatta, a ricercargli la liberazione de’ figli, e lo entrare nella pace con oneste10 condizioni, e in caso non accettasse infra uno mese, protestargli11 la guerra e dargli12 principio ; e fatto questo accordo, il re di Inghilterra entrò subito nella lega; ed egli e il re di Francia mandorono in poste13 due uomini a fare le intimazioni convenute a Cesare. I quali atti si feciono con più prontezza per Tarba14 e per l’oratore anglo15, andati in poste, che non si erano fatti per commissione del pontefice; perché Baldassarre da Castiglione nunzio suo, dicendo non essere da esacerbare tanto l’animo di Cesare, aveva recusato che se gli protestasse la guerra. Ma dipoi, avuto in Francia l’avviso della perdita di Roma, temperandosi il dispiacere minore del caso16 del pontefice con l’allegrezza maggiore della morte di Borbone, non parendo al re da lasciare cadere le cose di Italia, convenne a’ quindici di maggio co’ viniziani di soldare a comune diecimila svizzeri, pagando lui la prima paga e i viniziani la seconda e così seguitando successivamente; e mandare diecimila fanti sotto Pietro Navarra, e i viniziani ne soldassino diecimila altri tra loro e il duca di Milano; mandare di nuovo cinquecento lance e diciotto pezzi di artiglieria. E perché il re di Inghilterra, non ostante le convenzioni fatte, non concorreva17 prontamente a rompere la guerra di là da’ monti, la quale anche non sodisfaceva18 al re di Francia, desiderando ciascuno di loro di tenerla lontana da’ regni suoi, liberatisi da quella obligazione, convennono che quel re pagasse per la guerra di Italia, per tempo di mesi [sei], diecimila fanti. Per la instanza del quale principalmente, Lautrech, benché quasi contro alla sua volontà, fu dichiarato capitano generale di tutto l’esercito.
Il quale mentre si prepara per passare con le provisioni convenienti di danari e delle altre cose necessarie, non succedeva in Italia accidente alcuno di momento19. Perché l’esercito imperiale non si partiva di Roma, non ostante che quotidianamente ne morissino molti per la acerbità della pestilenza, la quale nel tempo medesimo faceva grandissimi progressi in Firenze e in molte parti di Italia; e l’esercito della lega, nella quale, con offensione gravissima di Cesare (perché, avendo per instanza fatta da loro20 commesso al duca di Ferrara il comporre in nome suo co’ fiorentini, ebbe quasi subito notizia della contraria deliberazione), erano, per la instanza del marchese di Saluzzo e de’ viniziani, entrati di nuovo i fiorentini, con obligazione di pagare cinquemila fanti, diminuito molto di numero, per essere i fanti de’ viniziani, quegli del marchese e i svizzeri male pagati, ritiratosi a canto a Viterbo, attendeva a temporeggiarsi; sforzandosi di mantenere alla divozione della lega Perugia, Orvieto, Spuleto e l’altre terre vicine: dove avendo dipoi inteso una parte dell’esercito imperiale essere uscito di Roma, benché lo facessino per respirare alquanto collo allargarsi21, dubitando non uscissino tutti, fatto il primo pagamento, si ritirò a Orvieto e dipoi presso a Castello della Pieve; e sarebbesi ritirato ne’ terreni de’ fiorentini se loro lo avessino consentito. Era anche entrata la pestilenza in Castel Santo Angelo, con pericolo grande della vita del pontefice; intorno [al quale] morirno alcuni di quegli che servivano la sua persona. Il quale, afflitto da tanti mali, né avendo speranza in altro che nella clemenza di Cesare, gli destinò legato, con consentimento de’ capitani, Alessandro cardinale di Farnese22 : benché egli, uscito con questa occasione del Castello e di Roma, recusò di andare alla legazione. Desideravano i capitani condurre il pontefice a Gaeta con tredici cardinali che erano con lui; ma egli, con molta diligenza con prieghi e con arte, procurava il contrario.
Finalmente Lautrech, fatte l’espedizioni23 necessarie, partì dalla corte l’ultimo dì di giugno con ottocento lance, e con titolo, perché così aveva voluto il re, di capitano generale di tutta la lega; e il re di Inghilterra, in luogo de’ diecimila fanti, si era tassato a pagare, cominciando al principio di giugno, scudi trentaduemila ciascuno mese, co’ quali si pagassino diecimila fanti tedeschi sotto Valdemonte, ottima banda e molto esercitata, per avere rotto più volte i luterani: e i diecimila fanti di Pietro Navarra erano parte franzesi parte italiani. Condusse24 ancora il re di Francia Andrea Doria, con otto galee e trentaseimila scudi l’anno.
Ma innanzi che Lautrech avesse passato i monti, le genti de’ viniziani e del duca di Milano congiunte andorono a Marignano: donde Antonio de Leva, uscito di Milano co’ fanti tedeschi con ottocento spagnuoli e altanti25 italiani, e con non molti cavalli, gli costrinse a ritirarsi. Nel quale tempo il castellano di Mus, condotto agli stipendi del re di Francia, mentre che in sul lago di Como aspetta la venuta de’ svizzeri, occupò per inganno la rocca di Monguzzo posta tra Lecco e Como, nella quale abitava Alessandro Benti-vogli come in casa propria. Mandò Antonio de Leva Lodovico da Belgioioso a recuperarla, il quale assaltatala invano tornò a Monda26. Ma avendo dipoi Antonio de Leva sentito che il castellano con dumila cinquecento fanti era venuto alla villa di Carato27, distante da Milano quattordici miglia, ritornò a Milano; dove lasciati solo dugento uomini, benché i viniziani vi fussino propinqui a dieci miglia, partitosi di notte col resto dell’esercito, assaltò all’improviso in sul levare del sole le genti del castellano; le quali sentito il romore, uscite dalle case dove alloggiavano, si ritirorno in uno piano circondato da siepi presso alla villa, non credendo esservi tutte le genti inimiche; e benché si mettessino in ordinanza28, furono in quel luogo basso come in carcere senza difesa presi e morti, eccetto molti i quali nel pincipio si fuggirono, essendosi accorti che il castellano aveva subito fatto il medesimo.
1. governandosi tumultuosamente: procedendo disordinatamente e quasi rivoltosamente.
2. temendo… proprie: temendo di essere uccisi dai soldati.
3. che… non: che.
4. previsioni: preparativi.
5. Maria d’Inghilterra, figlia di Enrico VIII e di Caterina d’Aragona.
6. di: del re di.
7. abboccamento: incontro.
8. Tra Calais e Boulogne.
9. convenissino: concordassero.
10. oneste: onorevoli.
11. protestargli: dichiarargli.
12. dargli: darle (alla guerra).
13. in poste: in fretta.
14. Gabriel de Grammont, arcivescovo di Tarbes.
15. Sir Francis Poyntz.
16. del caso: della disgrazia.
17. concorreva: contribuiva.
18. anche non sodisfaceva: non era neanche gradita.
19. accidente… momento: nessun fatto importante.
20. per… loro: dietro loro (dei fiorentini) richiesta.
21. collo allargarsi: allontanandosi dalla città e distribuendo gli alloggiamenti entro uno spazio maggiore.
22. Alessandro di Pierluigi Farnese, il futuro Paolo III.
23. l’espedizioni: i provvedimenti.
24. condusse: assunse.
25. altanti: altrettanti.
26. Monza.
27. Carate Brianza.
28. in ordinanza: in ordine di battaglia.