NOTA STORICA

Il Ridolfi (Genesi cit.) ha dimostrato che la composizione della Storia d’Italia cominciò nel 1535, come storia dei fatti successivi alla battaglia di Pavia. Si tratta di due libri che si conservano in ben tre rifacimenti e che, in tutte le stesure si interrompono sempre alla stessa altezza, ossia agli avvenimenti legati alla luogotenenza del Guicciardini in quel periodo. Nel suo lavoro il Ridolfi fa anche riferimento ad una informazione contenuta nella prefazione del Sansovino all’edizione veneziana del 1572 : Guicciardini nel 1527 avrebbe parlato a Iacopo Nardi della propria intenzione di scrivere le «cose fatte da lui medesimo a imitazione di Cesare», e il Nardi lo avrebbe invece esortato a narrare, piuttosto che le sue imprese, le vicende del suo tempo, per «fuggir l’invidia» nella quale sarebbe incorso se avesse parlato «di sé medesimo». Questa notizia, per quanto nei particolari di dubbia autenticità, è tuttavia interessante. Infatti, sebbene appaia alquanto improbabile che l’intenzione di scrivere dei commentari sia stata messa da parte in seguito ai consigli del Nardi, non sembra tuttavia irrilevante che il progetto di narrare «le cose fatte da lui medesimo» risalga al 1527, cioè proprio a quel periodo in cui la dimensione autobiografica irrompe violentemente nella produzione guicciardiniana (cfr. su questo la mia Introduzione e la Nota storica al volume primo delle Opere di F. Guicciardini, Utet, 1970). La coincidenza di questa notizia con il momento in cui l’autore scriveva le tre orazioni Consolatoria, Accusatoria e Defensoria non sembrerebbe poi un fatto di pura invenzione, soprattutto se si pensa che la Defensoria si interrompe proprio nel momento in cui l’oratore sta per rispondere «particularmente» alle accuse dell’avversario, accuse che sono appunto queste : «l’una che nella legazione di Spagna io procurai col re el ritorno de’ Medici; l’altra, che io tolsi la piazza e el Palazzo al popolo el dì di San Marco; la terza, che io sono stato causa di questa guerra». Il De Caprariis osserva a questo proposito che forse «era nell’autore l’idea che essa avrebbe trovato il suo seguito in quest’altra opera che andava meditando e di cui aveva parlato al Nardi» (op. cit., p. 113). Comunque, al di là delle ipotesi e al di là dello stesso aneddoto riferito dal Sansovino, resta fuori discussione un fatto ben preciso e testimoniato con estrema evidenza dalle tre orazioni: nel 1527 il Guicciardini tentava di ripercorrere la propria azione politica e di compendiarla in una narrazione documentata che ne desse ragione e la giustificasse. Se infatti nella Defensoria l’argomento non viene affrontato direttamente, ciò accade nell’Accusatoria e, ancora più diffusamente, nella Consolatoria, dove l’amico di Francesco, per quanto parli di «errore di giudicio, el quale in simili cose tanto incerte e importanti accade spesso», non rinuncia, al di là della consolazione, a rievocare le circostanze che accompagnarono la deliberazione di Clemente VII di aderire alla lega di Cognac. Non solo ricorda che «la deliberazione di fare la guerra, poi che si intese el re di Francia non volere osservare la capitulazione fatta con lo imperatore a Madrid, ebbe poca anzi nessuna consulta», ma si sofferma anche ad indicare più precisamente i dati della situazione politica, allo scopo di illuminare «la natura del caso» : «ognuno che considererà particularmente le ragioni che sono in questa materia, sarà costretto a confessare che atteso e’ mali termini che erano usati al papa, el cammino della monarchia di Italia a che si vedeva andare Cesare, la opportunità grande che pareva che avessi el papa per aver seco el re di Francia e viniziani, e la inclinazione a questa parte del re di Inghilterra; la debolezza che si mostrava negli imperiali per avere in Italia poca gente, essere sanza danari e co’ populi dello stato di Milano inimicissimi, e che le arme non si pigliorono né per ambizione né per altro fine che per liberarsi da questo pericolo; chi considererà, dico, queste ragione, sarà sforzato a confessare che rare volte fu per alcuno principe presa impresa né sì giusta né sì necessaria, né con maggiore speranza della vittoria» (vol. cit., p. 499).

È quindi abbastanza documentato che, dopo gli avvenimenti del 1527, Guicciardini prestava una particolare attenzione al proprio operato recente, e non solo entro l’ambito della sua personale vicenda dei rapporti con la repubblica fiorentina, ma anche all’interno di un più vasto contesto politico in cui era stato parte attiva. Ma, se la politica da lui svolta e propugnata si collocava in un ambito che travalicava sia Firenze che lo stato pontificio, in un ambito cioè italiano e addirittura europeo, è anche vero però che (al di là dell’azione pratica) negli scritti del periodo compreso tra il 1527 e il 1530 il discorso guicciardiniano è prima (nelle orazioni e nei ricordi del 28) un discorso essenzialmente personalistico, e poi, anche quando assume nelle Cose fiorentine le caratteristiche del discorso storico, rimane circoscritto entro limiti strettamente cittadini. Ed è del resto fiorentino l’ambito in cui in un primo momento l’autore tenta, nella pratica politica, di realizzare contemporaneamente sia il suo ideale di buon governo sia il tentativo di opposizione antiasburgica. Nel primo periodo della repubblica restaurata Guicciardini agisce in due direzioni: come luogotenente pontificio continua a ricoprire il suo incarico anche dopo il sacco di Roma, e come uomo politico appoggia la direzione moderata del Capponi. Il violento impatto successivo con la realtà fiorentina che lo colpisce personalmente e gli preclude ogni possibilità di azione nella città sta senz’altro all’origine dell’involuzione in senso personalistico e cittadino registrabile negli scritti di questo periodo. Le Considerazioni e i Ricordi del 1530 si collocano già al di là di questi interessi: nelle une il discorso politico si frantuma nelle precise distinzioni ed osservazioni particolari; negli altri viene travalicato e in gran parte espulso da un interesse teorico e definitorio nettamente dominante. Entrambi gli scritti, a parte le loro profonde differenze (ma non si dimentichi che sono praticamente contemporanei), hanno in comune una caratteristica ben precisa: il superamento dell’autobiografismo e l’espulsione del tema politico, almeno nelle forme e nei modi in cui si era manifestato precedentemente.

Ma l’attività politica del Guicciardini non era certo terminata con il 1530; e dal 1530 al 1535 egli aveva ben potuto constatare gli sviluppi di quello che si può ben definire il suo fallimento politico. Era un fallimento su tutta la linea: l’ideale costituzionale che era sembrato realizzabile durante la prima repubblica del Capponi era crollato prima col predominio politico degli Arrabbiati e poi con la restaurazione del potere mediceo; e la politica anti-imperiale propugnata dopo la battaglia di Pavia aveva registrato un altrettanto clamoroso ed irrimediabile fallimento con la sconfitta francese ed i trattati di Barcellona e di Cambrai. Il timore dello strapotere imperiale, che era stato la molla principale dell’attività pratica del Guicciardini dopo Pavia era diventato una realtà, ed ormai la situazione italiana appariva come il risultato definitivo di un processo irrimediabilmente compiuto. La stessa morte di Clemente VII, avvenuta nel 1534, poteva ben assumere agli occhi del Guicciardini un significato emblematico: Clemente poteva, ad onta di tutti i suoi gravi limiti, rappresentare l’ultimo principe italiano, che per opporsi al potere imperiale aveva promosso quell’azione di difesa dell’indipendenza comune iniziata dopo la battaglia di Pavia. È quindi ben comprensibile che dopo la morte di Clemente VII (che poi chiuderà la Storia d’Italia) prenda corpo nella mente dello scrittore il disegno di ricostruire gli avvenimenti di quegli anni, ossia la storia di quel tentativo fallito. La prima redazione dell’opera si apre appunto con questa frase : «Nessuna giornata successa in Italia da poi che per la imprudentia de’ prìncipi e per lo malo fato suo vi entrorono gli oltramontani generò più varie dispositione negli animi di ognuno che questa facta a Pavia». Ma questa prima stesura venne interrotta probabilmente da un altro avvenimento, anch’esso significativo ed emblematico della situazione politica determinatasi in Italia dopo il 1530.

All’inizio del 1536 Guicciardini andò a Napoli al seguito del duca Alessandro, per difenderlo di fronte a Carlo V contro le richieste dei fuorusciti fiorentini. Di questo episodio non è tanto importante per il nostro argomento il fatto che fu proprio Guicciardini a pronunciare il discorso contro i fuorusciti, quanto il fatto che in quell’occasione si rivelò chiaramente in tutta la sua corposità la situazione di assoggettamento degli stati italiani al potere imperiale. Fu l’imperatore in prima persona a decidere della sorte di Firenze: Alessandro otteneva la conferma del ducato e in cambio non solo si dichiarava protetto e suddito di Carlo V, ma gli cedeva anche le fortezze, il che voleva dire accettare sia formalmente che nella sostanza il diretto controllo imperiale sul proprio stato. Guicciardini si rendeva indubbiamente conto che Firenze era solo una tra le tante testimonianze di quel fatto compiuto ed irreversibile che era il dominio degli «oltramontani» in Italia.

Al ritorno da Napoli egli riprese il lavoro interrotto, che ebbe altre due redazioni, restate entrambe interrotte allo stesso momento in cui si interrompe la prima stesura, ossia alla luogotenenza dell’autore. Nella quarta redazione, che è quella definitiva in 20 libri, i due libri incompiuti che costituivano il primo nucleo diventano il libro XVI e la parte iniziale del libro XVII, e la narrazione comincia dal 1494 per concludersi, come abbiamo detto, nel 1534 con la morte di Clemente VII. Il primitivo terminus a quo, la battaglia di Pavia, diventa così l’ultimo e decisivo episodio di un processo apertosi più di trent’anni prima con l’invasione di Carlo VIII.

Anche nelle Storie fiorentine l’autore poneva marcatamente l’accento sulla radicale e violenta modificazione apportata in Italia dall’invasione francese del 1494 sui metodi di guerra e sui rapporti politici tra gli stati italiani. Anche nel Dialogo il 1494 è indicato come il momento d’inizio della dominazione straniera e delle guerre d’Italia. Quindi non si può certo affermare che soltanto all’inizio della quarta redazione della Storia al Guicciardini baleni siffatta interpretazione. Tuttavia ciò che nell’ultima opera caratterizza la scelta di questo punto di partenza è la prospettiva in cui l’episodio viene considerato: mentre prima l’invasione francese e la situazione italiana costituivano lo sfondo della storia di Firenze e del problema costituzionale, ora diventano il centro dell’interesse dell’autore. Nel primo nucleo dell’opera era già presente la coscienza che l’Italia era ormai diventata, da contesto di singoli stati politicamente autonomi, una unità geografica il cui ruolo principale era quello di terreno di scontro e di dominio delle grandi potenze europee. Narrare le vicende successive alla battaglia di Pavia voleva dire spiegare come si era giunti a questa situazione, partendo dai più vicini precedenti. Il successivo mutamento del disegno dell’opera risponde invece ad un obbiettivo diverso : indicare le cause prime del nuovo stato di cose, di una situazione che appare come lo sbocco fatale di una lunga crisi che è durata ben quarant’anni, poiché all’origine del definitivo stabilirsi del predominio imperiale sugli stati italiani sta appunto il primo ingresso degli «oltramontani».