Presentare oggi la Storia d’Italia significa soprattutto spiegare perché quest’opera, che per secoli ha condizionato nella cultura europea l’immagine della decadenza italiana rinascimentale, esercita tuttora sul lettore una presa ed un potere persuasivo che vanno ben al di là dei suoi pregi squisitamente storiografici. Va da sé che in questa sede sarebbe fuor di luogo pretendere di illustrare esaurientemente, nella loro successione e variazione diacronica, le ragioni del successo dell’opera; se non altro perché ciò presupporrebbe una illustrazione altrettanto esauriente del pubblico dei lettori, pubblico di volta in volta diverso e portato a reagire diversamente secondo il momento storico e la fisionomia culturale del singoli. D’altro canto è ovvio che, come per tutte le grandi opere letterarie, le ragioni della perdurante fruibilità della Storia guicciardiniana, se per un verso stanno nelle reazioni dei lettori, che sono presi ora dagli uni ora dagli altri aspetti dell’opera e la reinterpretano di volta in volta condizionali da esigenze diverse, per altro verso risiedono inevitabilmente all’interno dell’opera e sono sempre riportabili al complesso dei meccanismi che fanno funzionare il testo nei confronti del lettore provocandone le reazioni.
È appunto sul funzionamento del testo che concentreremo la nostra attenzione, cercando di illustrarlo nella sua complessità e tentando di chiarirne il messaggio, anch’esso complesso, che ne scaturisce. Nella consapevolezza che il presupposto della nostra descrizione è una riduzione drastica e massiccia nei confronti della vitalità diacronica dell’opera, poiché ci occuperemo esclusivamente del suo funzionamento per noi, lettori di oggi. Ma teniamo a chiarire che questa voluta delimitazione del nostro discorso, ben lungi dal derivare da un atteggiamento antistorico, nasce al contrario da una profonda esigenza di storicizzazione del testo riguardo all’oggi e dalla profonda convinzione che tale operazione non sia meno valida né meno corretta di altre, quando, beninteso, si svolga nel pieno e rigoroso rispetto del testo. Riteniamo inoltre che sia questo il modo più efficace e diretto per chiarire, fuori da ogni illusione totalizzante, le ragioni profonde della vitalità, cioè della grandezza, di quest’opera.
È evidente che l’intenzione di illustrare le caratteristiche che ci sembrano dominanti nel funzionamento della Storia implica una considerazione dell’opera come testo letterario. Questo punto di vista discende direttamente da ciò che si è accennato sopra sulla perdurante fruibilità del testo, fenomeno che non può scaturire da altro che dalle sue caratteristiche peculiarmente letterarie, e certamente non dalle sue qualità scientifiche, che da tempo sono state superate e che oggi altro non possono rappresentare se non una testimonianza di metodo, ossia un documento storico, per il quale sarebbe fuor di luogo porsi il problema della persuasione esercitata sul lettore di oggi, tanto più trattandosi di un testo di più di quattro secoli fa.
Diciamo subito che la Storia d’Italia si presenta, pur nella sua notevole estensione, come un’opera estremamente compatta e che il principale fattore di questa coesione è dato dal continuo rapporto di solidarietà fra i tre piani del testo: narrazione, interpretazione, ideologia. Sia il racconto dei fatti che il discorso storico e ideologico a questi connesso si condizionano con una reciprocità strettissima e mai interrotta, che coinvolge tutti i livelli di organizzazione del testo, dalle grandi strutture portanti ai minimi fatti di stile. È proprio qui — come si cercherà di dimostrare — il meccanismo centrale che permette al testo di esercitare sul lettore un’azione persuasiva fortissima e talvolta addirittura tirannica, poiché tutto converge ad imporre, direttamente o indirettamente, una ben precisa interpretazione dei fatti che sono oggetto del racconto e a farne scaturire una altrettanto precisa, per quanto complessa, visione generale della realtà.
Questo meccanismo entra in azione fin dalle prime righe, in quel breve intervento proemiale dove il narratore presenta al lettore l’argomento dell’opera. I termini della presentazione forniscono subito, ancora in limine, una ben precisa chiave di lettura di tutta l’opera. Innanzitutto il termine post quem non è indicato da una data ma da un evento di cui sono suggerite rapidamente e quasi implicitamente (ma appunto perciò con immediata efficacia) le motivazioni:
Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri prìncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla (I, I).
È evidente che «franzesi» e «nostri prìncipi medesimi» sono legati dal predicato «chiamate» in un doppio rapporto: uno grammaticale ed esplicito, apparentemente neutro e privo di connotazioni; l’altro implicitamente critico e sottolineato in senso negativo dal «medesimi», che pone l’accento sull’assurdità, o per lo meno sulla non ovvietà, del chiamare da parte di quello specifico soggetto, quello specifico oggetto. Questa critica implicita viene subito parzialmente esplicitata dall’altro nesso verbale, «cominciorono… a perturbarla», su cui successivamente viene polarizzata l’attenzione del lettore attraverso il modo di connotazione della materia che sarà oggetto di racconto:
materia, per la varietà e grandezza loro, molto memorabile e piena di atrocissimi accidenti, avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l’ira giusta d’Iddio ora dalla empietà e sceleratezze degli altri uomini, essere vessati. Dalla cognizione de’ quali casi, tanto vari e tanto gravi… (I, I).
E poco più avanti la sottolineatura criticamente negativa del rapporto tra «nostri prìncipi medesimi» e «armi de’ franzesi» (già richiamata peraltro dalla generica allusione alle «empietà e sceleratezze degli altri uomini») viene ribadita dalla ben più esplicita e specifica indicazione che conclude il proemio in forma di massima:
quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’ popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.
Dove le «turbazioni» non sono che una ripetizione variata, e quindi un implicito richiamo, al «perturbarla
» dell’inizio.
Oltre a queste due coordinate interpretative (negatività della materia che sarà oggetto della narrazione e responsabilità di «coloro che dominano»), vengono fornite al lettore due coordinate ideologiche: la miseria della condizione umana e l’instabilità della fortuna, di cui la narrazione offrirà «innumerabili esempli».
Tutto ciò chc sarà oggetto della narrazione viene quindi inserito preliminarmente entro due recinti interpretativi; l’uno specifico e strettamente legato alla materia trattata, l’altro universale e valido in assoluto, scaturente direttamente dai principi generali di una concezione pessimistica della realtà, rispetto alla quale tutto il racconto ha la funzione di exemplum probante.
Le motivazioni che nel capoverso successivo introducono il racconto degli antefatti si legano ad entrambi i piani di discorso: quello storico-politico e quello ideologico. L’informazione che «le calamità d’Italia» «cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora più liete e felici», colloca tutta la narrazione che seguirà sotto il segno dell’instabilità delle cose umane e presenta l’intera storia, ancora tutta da raccontare, come un capovolgimento dal bene al male, dalla felicità alla miseria.
Entro questa informazione è inglobata una frase parentetica in cui il narratore si presenta come storico, cioè come interprete dei fatti e ricercatore delle cause, oltreché espositore degli eventi: «acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali»1.
Da questa rapida presentazione che il narratore fa di sé come storico prende l’avvio una partizione interna dell’opera, articolata dagli interventi del narratore in quattro sezioni:
1. L’antefatto, la cui narrazione prende l’avvio da questo momento, arretrando di quattro anni rispetto al termine post quem indicato nell’esordio, e partendo quindi non dal 1494, anno dell’invasione di Carlo VIII, ma dal 1490. Quest’epoca è presentata in termini nettamente positivi, quasi un eden perduto, caratterizzato dalla prosperità, dalla pace, dalla libertà e dalla sicurezza. Le «cagioni » di questo stato desiderabile, il migliore verificatosi in Italia dopo il declino dell’impero romano, sono attribuite direttamente alla politica dell’equilibrio, il cui merito principale va a Lorenzo de’ Medici. Circa la prima metà del primo libro è occupata dal racconto dell’incrinamento progressivo di questa politica e delle discordie e ambizioni dei prìncipi italiani, fino all’imminenza dell’evasione francese (I, IX)·
2. La prima fase della vicenda che è oggetto specifico della narrazione si apre, secondo le indicazioni dell’esordio, con l’entrata di Carlo VIII in Italia. L’episodio è sottolineato da un intervento del narratore la cui funzione proemiale mi pare indiscutibile:
entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocento novantaquattro, conducendo seco in Italia i semi di innumerabili calamità, di orribilissimi accidenti, e variazione di quasi tutte le cose: perché dalla passata sua non solo ebbono principio mutazioni di stati, sovversioni di regni, desolazioni di pacsi, eccidi di città, crudelissime uccisioni, ma ezian dio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità insino a quel dì non conosciute; e si disordinorono di maniera gli instrumenti della quiete e concordia italiana che, non si essendo mai potuta riordinare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere e eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla (I, IX).
È evidente che in questo passo il piano della narrazione e quello dell’interpretazione si integrano senza residui. Il lettore viene a conoscenza di un elemento fondamentale nell’interpretazione complessiva della storia da raccontare: l’origine di tutti i mali che verranno sta appunto nell’invasione francese del 1494; e l’evento è connotato in termini che, ribadendo ed enfatizzando quelli con cui tutta la materia della narrazione è stata presentata nell’esordio, hanno anche la funzione di motivare il termine post quem indicato in quella sede. D’altra parte a queste connotazioni negative si aggiunge una motivazione più specifica, che funge anche da anticipazione narrativa: a questo evento è riconducibile l’origine delle invasioni di «altre nazioni» e «eserciti barbari» che si succederanno nel corso dell’opera. Questa anticipazione copre il racconto dei primi diciotto anni di storia, dal 1494 (I, IX) al 1511 (X, v), quando ormai i francesi si sono insediati nel ducato di Milano e gli spagnoli nel regno di Napoli.
3. La seconda fase della vicenda si apre a questo punto, sottolineata da un altro brano, anch’esso con funzione evidentemente proemiale. Le anticipazioni narrative (anche qui strettamente integrate con il giudizio interpretativo) vengono fornite dal narratore al lettore attraverso lo schermo del commento dei contemporanei. L’evento commentato è la lega antifrancese stipulata da Giulio II «sotto nome di liberare Italia dai barbari». Alle previsioni ottimistiche di coloro che sono presi dalla «magnificenza e giocondità del nome» si contrappongono le previsioni di coloro che (evidente proiezione del narratore) giudicano «considerando forse più intrinsecamente la sostanza delle cose né si lasciando abbagliare gli occhi dallo splendore del nome». Il loro giudizio, nettamente pessimistico, è questo: «Avere da desiderare Italia che la discordia e consigli malsani de’ nostri principi non avessino aperta la via d’entrarvi all’armi forestiere; ma che, poi che per la sua infelicità due de’ membri più nobili erano stati occupati dal re di Francia e dal re di Spagna, doversi riputare minore calamità che amendue vi rimanessino, insino a tanto che la pietà divina o la benignità della fortuna conducessino più fondate occasioni (perché dal fare contrapeso l’un re all’altro si difendeva la libertà di quegli che allora non servivano) che il venire tra loro medesimi alle armi; per le quali, mentre durava la guerra, si lacererebbono, con depredazioni con incendi con sangue e con accidenti miserabili le parti ancora intere, e finalmente quel di loro che rimanesse vincitore l’affliggerebbe tutta con più acerba e più atroce servitù» (X, VI). Questo commento, oltre a riprendere i termini negativi dell’esordio e del passo sull’invasione francese del 1494, anticipa il seguito della storia, fino alla sua conclusione, che si verificherà diciotto anni dopo, nel 1530, quando, con la fine dell’assedio di Firenze, ultimo focolaio di guerra rimasto in Italia dopo le paci di Barcellona e di Cambrai, terminano definitivamente le guerre d’Italia (XX, II).
4. La conclusione: a questo punto la vicenda si è chiusa. La parte finale dell’opera (XX, III-VII), che comprende gli anni dal 1531 al 1534, non è che una appendice illustrativa della nuova situazione. Situazione appunto di «acerba» e «atroce» servitù, conformemente alle previsioni dei commentatori più acuti del 1511. Non a caso i fatti salienti avvenuti in Italia che sono oggetto del racconto sono due: Carlo V stabilisce la forma del governo di Firenze; Carlo V fa da arbitro nelle controversie tra Clemente VII e il duca di Ferrara. Si tratta di informazioni emblematiche, che fungono da eloquenti se gnali del fatto che la politica degli stati italiani è ormai tutta nelle mani di colui che ha vinto lo scontro tra le due potenze «oltramontane» e che questo vincitore è ormai l’arbitro assoluto della situazione.
Ci troviamo quindi di fronte ad una partizione estremamente simmetrica della cronologia, cui corrisponde una partizione quasi altrettanto simmetrica sul piano dell’estensione di testo occupata da ciascuna parte. Ai quattro anni dell’antefatto, la cui narrazione si estende per circa la prima metà del primo libro, corrispondono i quattro anni successivi al 1530, che occupano poco più della seconda metà dell’ultimo libro2; mentre i diciotto anni corrispondenti alla prima fase della vicenda e quelli corrispondenti alla seconda occupano circa dieci libri ciascuno, a partire non dall’apertura di libro, ma rispettivamente circa dalla metà del I e del X libro. È evidente che questa grande quadripartizione è motivata nel testo da una ben precisa interpretazione storica imposta dal narratore, il quale presenta al lettore tutti i fatti narrati come i momenti successivi di un unico processo di decadenza, in virtù del quale si approda da una situazione ottimale al suo contrario, attraverso due tappe principali che conducono l’una dalla pace alla guerra, l’altra dalla libertà alla servitù.
Il discorso interpretativo coinvolge quindi direttamente le grandi strutture dell’opera, piegandone tutta la mole ad una scansione generale, il cui rilievo è completamente autonomo dai due procedimenti più visibili di scansione, costituiti dalla divisione in libri e dall’andamento annalistico della narrazione; per quanto — come si vedrà — anche queste partizioni minori siano tutt’altro che inoperanti.
Che la quadripartizione generale sia il veicolo più macroscopico del discorso interpretativo è documentato con evidenza da tutta la serie di richiami e di parallelismi oppositivi che mettono in rapporto la narrazione degli antefatti con la parte finale dell’opera. Le due sezioni si corrispondono infatti, oltreché sul piano della cronologia, anche su quello dell’organizzazione tematica e narrativa. Sia nella prima metà del primo libro che nella seconda metà dell’ultimo il motivo dominante è la pace: nell’antefatto la pace è il punto di partenza per la guerra; nella conclusione la pace è l’approdo della guerra. È un apparente ritorno ciclico al punto di partenza, smentito però dalle circostanze opposte che accompagnano la pace all’inizio e alla fine. Circostanze nel primo caso esposte direttamente dal narratore, nel secondo sottintese, ma ben conosciute dal lettore attraverso tutta la narrazione che precede. La pace di cui si parla nell’antefatto corrisponde ad uno stato ottimale che non ha precedenti se non nella lontana antichità:
Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono più di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtù e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni sue più fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti prìncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose publiche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva (I, I).
A questa pace nella libertà e nella prosperità corrisponde alla fine dell’opera la pace calamitosa caratterizzata dalla servitù, dalla devastazione successiva a 36 anni di guerre praticamente ininterrotte3 e persino dalla degradazione delle capacità individuali. Non è certo un caso che la Storia d’Italia si concluda con la morte di Clemente VII. La funzionalità interpretativa di questa scelta diventa chiara solo se la si pone in rapporto con la narrazione degli antefatti, dove il primo evento negativo è indicato nella morte di Lorenzo de’ Medici. Le circostanze che accompagnano questa morte convergono tutte ad indicare in questo improvviso fatto naturale il più remoto inizio del processo di deterioramento che sarà oggetto della narrazione:
Tale era lo stato delle cose, tali erano i fondamenti della tranquillità d’Italia, disposti e contrapesati in modo che non solo di alterazione presente non si temeva ma né si poteva facilmente congetturare da quali consigli o per quali casi o con quali armi s’avesse a muovere tanta quiete. Quando, nel mese di aprile dell’anno mille quattrocento novantadue, sopravenne la morte di Lorenzo de’ Medici; morte acerba a lui per l’età, perché morì non finiti ancora quarantaquattro anni; acerba alla patria, la quale, per la riputazione e prudenza sua e per lo ingegno attissimo a tutte le cose onorate e eccellenti, fioriva maravigliosamente di ricchezze e di tutti quegli beni e ornamenti da’ quali suole essere nelle cose umane la lunga pace accompagnata. Ma e fu morte incommodisima al resto d’Italia (I, II).
Diametralmente opposte sono le circostanze che accompagnano la morte di Clemente VII, che tra l’altro (e la cosa non è certamente priva di significato) è anch’egli un Medici. Muore «odioso alla corte, sospetto a’ prìncipi, e con fama più presto grave e odiosa che piacevole», ed è stato «cagione di tanto esterminio della sua patria» (XX, VII), contro la quale aveva provocato una guerra «lunga e grave» considerata ingiusta persino dai propri alleati4, col risultato di riaffermare il dominio dei Medici mediante «i supplizi e le persecuzioni de’ cittadini» in una città «esaustissima di danari, privata dentro e fuora di molti abitatori, perdute le case e le sostanze e più che mai divisa in se medesima» (XX, II). Questo quadro della Firenze di Clemente VII non solo si contrappone al quadro della Firenze di Lorenzo, ma sembra concentrare, esasperandoli in un piccolo spazio, tutti i dati relativi alla devastazione e all’impoverimento dell’Italia che si sono accumulati via via nel corso della narrazione, e soprattutto nella seconda parte. Lo squallore di Firenze appare quindi al lettore un campione dello squallore italiano e, in quanto tale, risulta in opposizione con la presentazione dell’Italia intorno al 1490 comparsa all’inizio dell’opera.
Dal rapporto oppositivo tra l’apertura e la conclusione della Storia emerge non solo l’indicazione di un deterioramento oggettivo ma anche quella di una sorta di degenerazione delle qualità e capacità individuali. E anche su questo punto — su cui più avanti dovremo ancora soffermarci — non è né casuale né privo di significato il parallelismo implicito tra Lorenzo e Clemente, perché il confronto tra queste due figure, di cui l’una apre e l’altra chiude il racconto, è anche un confronto di capacità e di ruoli politici. Alla «industria e virtù» di Lorenzo de’ Medici si attribuisce il merito principale nella conservazione della «felicità d’Italia»; si pone l’accento sulla grandezza del suo nome e della sua autorità presso gli altri stati italiani e si espone la sua politica in termini che denotano tutti chiarezza d’idee e quindi risolutezza, oltreché saggezza e lungimiranza:
E conoscendo che alla republica fiorentina e a sé proprio sarebbe molto pericoloso se alcuno de’ maggiori potentati ampliasse più la sua potenza, procurava con ogni studio che le cose d’Italia in modo bilanciate si mantenessino che più in una che in un’altra parte non pendessino: il che, senza la conservazione della pace e senza vegghiare con somma diligenza ogni accidente benché minimo, succedere non poteva (I, I).
Lorenzo è insomma il perno della politica dell’equilibrio, e non è certo una informazione priva di un orientamento interpretativo quella che viene data per motivare il fatto che la sua morte fu «incommodissima al resto d’Italia» : «era mezzo a moderare e quasi uno freno ne’ dispareri e ne’ sospetti i quali, per diverse cagioni, tra Ferdinando e Lodovico Sforza, prìncipi di ambizione e di potenza quasi pari, spesse volte nascevano» (I, II). È l’indicazione di un ruolo politico di primissimo piano, che verrà messo in maggiore rilievo a breve distanza, quando cominceranno le «calamità d’Italia», provocate appunto dalla rivalità e dal sospetto tra questi prìncipi. Clemente VII si presenta con caratteristiche nettamente antitetiche, le quali, oltre ad emergere via via nel corso della narrazione, vengono compendiate nel famoso confronto tra lui ed il suo parente e predecessore Leone X. Manca di «grandezza e inclinazione di animo a fini generosi e magnanimi» ; ciò che caratterizza il suo comportamento è la «timidità dell’animo», la «cupidità di non spendere», l’ «irresoluzione » e la «perplessità ». È quindi spesso succube dei suoi ministri, dai quali «pareva più presto menato che consigliato», rendendosi «appresso alla maggiore parte degli uomini disprezzabile e quasi ridicolo» (XVI, XII). Persino di fronte al proprio pericolo personale, nell’imminenza del sacco di Roma, si mostra ridicolmente privo di tempestività e di risolutezza5.
Si ha l’impressione che il parallelismo oppositivo che attraverso l’organizzazione del racconto si instaura tra questi due personaggi funga anche da segnale di una diminuzione e quasi di una degradazione, che coinvolge, oltre alla situazione oggettiva, anche gli individui che sono protagonisti della vicenda.
La Storia d’Italia pullula di parallelismi e di richiami impliciti e distanziati, provocati sia dall’organizzazione del racconto che dagli interventi del narratore. Rapporti analoghi a quelli che abbiamo individuato tra antefatto e conclusione possono essere indicati, con caratterizzazioni varie e con funzioni di volta in volta diverse, anche tra le due più ampie sequenze narrative centrali; tanto più che in queste esercitano un’azione di primo piano anche le scansioni provocate dalla divisione in libri e dal passaggio da un anno all’altro. Queste scansioni, ben lungi dal configurarsi come puro ossequio alla tradizione umanistica, vengono invece frequentemente investite di funzionalità e sfruttate per articolare in segmenti minori la grande quadripartizione di fondo, intensificando e rafforzando la solidarietà tra racconto e discorso.
L’ordinamento annalistico6 è, secondo i momenti, più o meno evidenziato. Spesso il passaggio da un anno all’altro è indicato rapidamente nel corso della narrazione, sicché la sua funzione è soltanto quella di informare il lettore del momento in cui si svolgono gli avvenimenti, datandoli7. Il modo in cui viene indicato il passaggio di anno non assume alcun rilievo nel contesto, la cui continuità non viene minimamente interrotta da informazioni del tipo: «nel principio dell’anno» (1498, III, XIV), «l’ultimo dì dell’anno» (1512, X, IX); informazioni che possono anche essere parentetiche (come: «già cominciato l’anno 1528», XVIII, xv). La datazione è in questi casi completamente assorbita dall’evento a cui si riferisce e gli è nettamente subordinata; quindi il passaggio di anno non genera altra scansione che quella relativa al succedersi degli eventi narrati: che uno di essi si collochi al principio o alla fine dell’anno non implica un suo rilievo maggiore rispetto ad eventi che si collocano in un momento qualsiasi dell’anno; anzi talvolta questi ultimi, quando sono accompagnati da una datazione precisa, vengono ad assumere un rilievo nettamente maggiore. È il caso, ad esempio, dell’arrivo di Carlo VIII ad Asti, «il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocento novantaquattro» (I, IX). Le indicazioni rapide del passaggio di anno a puro fine di datazione complessiva o specifica hanno quindi spesso la rilevanza di una qualsiasi informazione; sicché questo modo di scansione annalistica può essere, per la sua scarsissima funzionalità, assimilato addirittura ai casi, assai rari, in cui il passaggio di anno non è neppure indicato e il lettore lo deduce dalla data di un avvenimento, che per esempio si colloca in aprile, dopo che quello datato precedentemente si collocava in ottobre8.
A questi passaggi sostanzialmente occultati fanno riscontro quelli che, marcatamente sottolineati, vengono a stabilire nel testo scansioni direttamente funzionali sia sul piano della narrazione9 che su quello dell’interpretazione10, oppure su entrambi contemporaneamente. Sicché l’annalismo, per un verso messo in sordina, diventa per altro verso un fattore di primo piano nell’organizzazione del testo e le scansioni provocate da alcuni passaggi di anno vengono ad assumere una funzionalità identica a quella della partizione in libri, che non è mai occultata o inoperante, ma viene sempre abilmente utilizzata in direzione narrativa11 o interpretativa12. Viene in tal modo a stabilirsi una continua interferenza tra la quadripartizione generale dell’opera, la divisione in libri ed i momenti rilevanti della scansione annalistica.
Per esempio l’annuncio delle «innumerabili calamità» e degli «orribilissimi accidenti» con cui il narratore in I, IX sottolinea il passaggio dall’illustrazione degli antefatti al racconto vero e proprio è preceduto, oltreché dalle «calamità» e dagli «atrocissimi accidenti» annunciati nell’esordio, dall’informazione che è cominciato il 1494, «anno infelicissimo a Italia, e in verità anno principio degli anni miserabili, perché aperse la porta a innumerabili e orribili calamità» (I, VI). Indicazione seguita anche dal passo di I, IX, di poco precedente a quello su Carlo VIII, in cui «il consentimento de’ cieli e degli uomini pronunziavano a Italia le future calamità». Sicché, soltanto nello spazio relativamente breve della prima metà del I libro, per ben quattro volte il narratore interviene ad annunciare la vicenda, che è ancora tutta da raccontare, in termini che sono praticamente sempre gli stessi. È evidente l’azione persuasiva che esercita sul lettore la ripetizione martellante di ben precisi elementi tematici. È chiaro ad esempio che, in sede di antefatto, il concentrarsi entro una piccola zona del testo delle anticipazioni citate, oltre ad aprire ed intensificare l’attesa del racconto inserendo il lettore entro il clima del «dispiacere» e dello «spavento» degli uomini che saranno spettatori degli eventi, ha anche la funzione di giustificare implicitamente ed in anticipo sulla narrazione la scelta, tutta fondata sull’interpretazione storica dell’autore, di quel momento e di quell’evento come punto d’avvio della narrazione. Altrove le scansioni degli anni e dei libri vengono usati, sempre al fine di inculcare nel lettore l’interpretazione dell’autore, con procedimenti meno espliciti ed evidenti: la ripetizione dello stesso motivo si dissimula entro l’organizzazione del racconto ed assume l’apparenza di un dato puramente informativo. È ciò che avviene ad esempio nell’ultima parte, dove gli anni 1529, 1532 e l’apertura del XX libro sono accompagnati dal motivo della pace, sul quale però non si articolano mai passi riconducibili direttamente alla voce del narratore. Si tratta di rapide informazioni pienamente assorbite nel corpo della narrazione e che passano al momento quasi inosservate; ma il loro ripetersi in coincidenza con ogni scansione del testo fissa l’attenzione del lettore su questo motivo, che quasi inavvertitamente finisce con l’imporsi come il dato caratterizzante di quest’ultima parte del racconto13. È alla fine inevitabile, per chi legge, tornare con la memoria all’antefatto e paragonare questa pace con quella. Tanto più che la pace è stata lungo tutta l’opera, e soprattutto nella prima parte, un motivo ricorrentemente accostato a quello della guerra e delle turbazioni, proponendosi sempre come oggetto mai raggiunto di speranza da parte degli uomini.
L’accostamento dei due motivi contrapposti caratterizza tutta una serie di passi che acquistano rilevanza anche perché si collocano in corrispondenza del cambio di libro, che inoltre più d’una volta coincide col cambio di anno. Il procedimento più frequentemente usato in questi casi è quello di prospettare un’attesa di miglioramento, seguita subito da un’anticipazione che delude questa attesa preannunciando un peggioramento. Si comincia con l’apertura del III libro, dove il lettore apprende che dopo la battaglia di Fornovo «la ritornata poco onorata del re di Francia di là da’ monti» «lasciò negli animi degli uomini speranza non mediocre che Italia, percossa da infortunio tanto grave, avesse presto a rimanere del tutto libera dallo imperio insolente de’ franzesi», speranza confermata come legittima e fondata dalla voce del narratore e da questa stessa voce subito dopo smentita con l’annuncio di «nuove turbazioni»14. Il III libro termina con la morte di Carlo VIII, sopravvenuta proprio mentre si temeva un suo prossimo ritorno in Italia. Il IV libro si apre appunto sul motivo della liberazione dal timore dopo questa morte improvvisa:
Liberò la morte di Carlo re di Francia Italia dal timore de’ pericoli imminenti dalla potenza de’ franzesi, perché non si credeva che Luigi duodecimo nuovo re avesse, nel principio del suo regno, a implicarsi in guerre di qua da’ monti.
Ma a questa momentanea liberazione dal pericolo si contrappone subito la previsione pessimistica del futuro:
Ma non rimasono già gli animi degli uomini consideratori delle cose future liberi dal sospetto che il male differito non diventasse, in progresso di tempo, più importante e maggiore.
La previsione pessimistica attenua e cancella progressivamente il motivo iniziale della liberazione dal timore, prima con motivazioni specifiche riguardanti il nuovo sovrano15, poi con la convalida dell’ipotesi, offerta a breve distanza da un’informazione che funge da vero e proprio indizio16. E il libro IV si chiude infatti con la conquista del ducato di Milano da parte del re di Francia, avvenuta nel 1500, anno annunciato nel corso del libro come anno «vario e memorabile» e pieno di «movimenti» «grandi». Gli annunci di successive e sempre più gravi turbazioni si ripetono nei successivi passaggi di anno: dal 1501, per cui «molto più importanti cose si ordinavano» da parte del re di Francia (V, III) al 1503, anno «pieno se mai niuno de’ precedenti di cose memorabili e di gravissimi accidenti» (V, XII). Dopo questi successivi turbamenti della situazione italiana, che sembrano avere una pausa con la sconfitta subita dai francesi a Cerignola e l’assoggettamento del regno di Napoli agli spagnoli, ritorna il motivo della pace nell’apertura del VII libro, che coincide con il passaggio dal 1505 al 1506:
Queste cose erano succedute l’anno mille cinquecento cinque; il quale benché avesse lasciato speranza che la pace d’Italia, dappoi che erano estinte le guerre nate per cagione del regno di Napoli s’avesse a continuare, nondimeno apparivano da altra parte semi non piccoli di futuri incendi.
E a confermare via via questa previsione, oltreché con la narrazione anche con l’anticipazione, contribuisce la sottolineatura marcata dei successivi passaggi di anno sul motivo negativo della guerra e della perturbazione 17.
Da questo momento in poi la contrapposizione tra la speranza di pace e l’annuncio della guerra si sbilancia progressivamente verso il suo polo negativo. L’apertura del libro VIII smentisce, insieme alla speranza di pace, ogni ipotesi di ritorno al passato e fornisce al lettore, mediante l’anticipazione, l’immagine di una situazione definitivamente deteriorata e di un processo ormai non reversibile:
Non erano tali le infermità d’Italia, né sì poco indebolite le forze sue, che si potessino curare con medicine leggiere; anzi, come spesso accade ne’ corpi ripieni di umori corrotti, che uno rimedio usato per provedere al disordine di una parte ne genera di più perniciosi e di maggiore pericolo, così la tregua fatta tra il re de’ romani e i viniziani partorì agli italiani, in luogo di quella quiete e tranquillità che molti doverne succedere sperato aveano, calamità innumerabili, e guerre molto più atroci e molto più sanguinose che le passate.
La speranza di miglioramento è un motivo completamente assorbito dagli elementi tematici opposti del contesto, dove, anche sul piano sintattico, appare subordinato e soffocato. Il paragone col corpo malato e l’anticipazione riportano violentemente in primo piano i termini negativi e calamitosi dell’esordio e dell’antefatto, enfatizzandoli attraverso la motivazione che segue, la quale conferma e specifica il peggioramento sia mediante la valutazione complessiva delle vicende già narrate sia recuperando il motivo delle sofferenze dei popoli, annunciate nell’esordio ma non ancora comparse nel racconto:
perché se bene in Italia fussino state, già quattordici anni, tante guerre e tante mutazioni, nondimeno, o essendosi spesso terminate le cose senza sangue o le uccisioni state più tra’ barbari medesimi, avevano patito meno i popoli che i prìncipi. Ma aprendosi in futuro la porta a nuove discordie, seguitorono per tutta Italia, e contro agli italiani medesimi, crudelissimi accidenti, infinite uccisioni, sacchi ed eccidi di molte città e terre, licenza militare non manco perniciosa agli amici che agli inimici, violata la religione, conculcate le cose sacre con minore riverenza e rispetto che le profane.
Questo passo, che ha tutte le caratteristiche di un proemio, oltre ad avere la funzione specifica di introdurre gli eventi che saranno narrati nelle pagine successive (lega di Carnbrai, sconfitta di Venezia e successive vicende di guerra), prepara il lettore a quella che abbiamo definito la seconda fase della vicenda e che, come si è detto, si apre a distanza di circa due libri col lungo brano di commento alla lega santa, dove il deterioramento della situazione viene sottolineato in termini ancora più espliciti e definitivi. T1 ricorso alla voce dei contemporanei che commentano i fatti in X, VI sembrerebbe avere la funzione specifica di sottolineare l’illusorietà e addirittura la stoltezza di qualsiasi speranza di ritorno al passa.to. I1 $udizio di coloro che nutrono tale illusione presenta tutte le caratteristiche della superficialità e dell’errore:
molti, presi dalla magnificenza e giocondità del nome, esaltavano con somme laudi insino a l cielo così alto proposito, chiamandola professione veramente degna della maestà pontificale; né potere la grandezza dell’animo di Giulio avere assunto impresa più generosa, né meno piena di prudenza che di magnanimità, avendo con la industria sua commosso l’armi de’ barbari contro a’ barbari: onde spargendosi contro a’ franzesi più il sangue degli stranieri che degli italiani, non solamente si perdonerebbe al sangue nostro, ma cacciata una delle parti sarebbe molto facile cacciare con l’armi italiane l’altra già indebolita ed enervata.
Il giudizio contrapposto di coloro che prevedono il peggio è invece fondato su di una valutazione che, rompendo l’illusorietà delle apparenze ingannevoli, tocca la vera realtà che sta al di là delle parole e della cortina fumogena che esse generano:
Altri, considerando forse più intrinsecamente la sostanza delle cose né si lasciando abbagliare gli occhi dallo splendore del nome, temevano che le guerre che si cominciavano con intenzione di liberare Italia da’ barbari nocerebbono molto più agli spiriti vitali di questo corpo che non avevano nociuto le cominciate con manifesta professione e certissima intenzione di soggiogarla; ed essere cosa più temeraria che prudente lo sperare che l’armi italiane […] fussino sufficienti a cacciare di Italia il vincitore; al quale quando mancassino tutti gli altri rimedi non mancherebbe mai la facoltà di riunirsi co’ vinti a ruina comune di tutti gli italiani: ed essere molto più da temere che questi movimenti dessino occasione di depredare Italia a nuove nazioni che da sperare che, per l’unione del pontefice e de’ viniziani, s’avessino a domare i franzesi e gli spagnuoli.
In rapporto con questa puntigliosa e recisa confutazione dell’ipotesi di miglioramento mutano i termini dell’opposizione tra pace e guerra. Nell’apertura dei libri III, IV e VII la speranza di pace si è configurata più o meno esplicitamente come speranza di un ritorno alla situazione ottimale dell’antefatto, e così si configura ancora in X, VI; ma con una differenza sostanziale, perché ora questa speranza coincide inequivocabilmente con il giudizio sbagliato di coloro che si lasciano ingannare dalle apparenze. La valutazione giusta, quella di chi considera «intrinsecamente la sostanza delle cose», elimina ogni ipotesi di miglioramento e stabilisce altri due termini in opposizione: in luogo di un meglio corrispondente alla situazione del 1490 e di un peggio corrispondente con il presente della narrazione, subentrano il meno peggio corrispondente con il mantenimento dello status quo ed un peggioramento ulteriore possibile nel prossimo futuro: dato che ormai in Italia si sono insediate due potenze straniere, «doversi riputare minore calamità che amendue vi rimanessino, insino a tanto che la pietà divina o la benignità della fortuna conducessino più fondate occasioni» «che il venire tra loro medesimi alle armi». Si noti come i mezzi di un effettivo miglioramento si collochino ormai al di fuori di ogni previsione umana e vengano affidati a forze esterne ed esenti da ogni controllo terreno, quali la pietà di Dio o il favore della fortuna.
Questo lungo passo, non a caso collocato quasi all’esatta metà dell’opera, motiva e condiziona in modo determinante i successivi interventi proemiali collocati in apertura dei libri XIII, XIV e XVIII, il cui tenore appare fortemente mutato rispetto all’apertura dei libri III, IV, VII.
I contemporanei che commentano i fatti non sono più animati dalla speranza di un ritorno definitivo alla pace e alla libertà, ma possono tutt’al più sperare in una pausa della guerra, durante la quale si potrebbero ricreare le condizioni per una concordia interna. È questa la speranza che nasce dopo l’accordo di Noyon, quando sembrò che «avesse Italia, vessata e conquassata da tanti mali, a riposarsi per qualche anno» (XIII, I). Ma anche questa speranza, ben ridimensionata, di pace è destinata alla delusione. Delusione tanto più amara ed assurda, quanto più la speranza si fonda su di una valutazione avallata direttamente dal narratore:
Dunque non senza giusta cagione si giudicava che la concordia e la pace tra i prìncipi tanto potenti avesse a spegnere tutti i semi delle discordie e delle guerre italiane.
Non è quindi un errore di giudizio a far sì che la previsione ottimistica venga subito smentita dai fatti, bensì una serie di circostanze divenute ormai talmente oggettive da essere incontrollabili e da assumere ancora, ma questa volta in senso decisamente negativo, la fisionomia di forze extraumane ed incoercibili:
E nondimeno, o per la infelicità del fato nostro o perché, per essere Italia divisa in tanti prìncipi e in tanti stati, fusse quasi impossibile, per le varie volontà e interessi di quegli che l’avevano in mano, che ella non stesse sottoposta a continui travagli, ecco che […] si scopersono princìpi di nuovi tumulti.
La situazione esposta all’inizio dell’antefatto, quando non si poteva nemmeno immaginare come avrebbe potuto essere sconvolta «tanta quiete», è a questo punto letteralmente capovolta e la discesa verso il peggio appare ancora più chiaramente inarrestabile. Le stesse brevi pause della guerra18 non hanno alcuna conseguenza positiva, poiché ormai gli arbitri della situazione italiana sono fuori dall’Italia. È questo il motivo centrale dell’apertura del XIV libro, che coincide con l’inizio del 1521:
cominciorono pochi mesi poi a perturbarsi le cose d’Italia, con guerre molto più lunghe maggiori e più pericolose che le passate; stimolando l’ambizione di due potentissimi re, pieni tra loro di emulazione di odio e di sospetto, a esercitare tutta la sua potenza e tutti gli sdegni in Italia: la quale, stata circa tre anni in pace, benché dubbia e piena di sospizione, pareva che avesse il cielo il fato proprio e la fortuna o invidiosi della sua quiete o timidi che, riposandosi più lungamente, non ritornasse nella antica felicità.
È totalmente scomparsa, a questo punto, ogni speranza, sia pur vaga e ridimensionata, di miglioramento e, ancora una volta, il male futuro viene attribuito a forze extraumane, su cui per definizione l’uomo non ha alcun potere di controllo.
Ora il lettore non ha più dubbi sulla piega che prenderà la vicenda: la sua attesa nasce unicamente dalla curiosità di conoscere nei particolari il seguito della storia e la sua conclusione, che una serie di indizi gli fanno prevedere negativa. Il passaggio di anno e l’apertura di libro non vengono più sfruttati per trasmettere attraverso la voce del narratore l’interpretazione dell’autore, ma per vivacizzare la narrazione, sempre più dettagliata e oggettivizzante, degli eventi e dei rapporti politici. Le scansioni hanno da questo momento in poi due funzioni possibili: o, come già è accaduto, ribadiscono l’annuncio delle calamità sottolineando le tappe successive di una discesa ormai fatalmente vertiginosa19, oppure mettono in luce le reazioni dei contemporanei, cosa anche questa accaduta già più volte, ma ora articolata in termini assai diversi. Gli uomini che guardano gli eventi o li attendono non reagiscono più con la valutazione o la previsione politica. Il loro predicato fondamentale non è più il giudizio, ma l’incertezza, il timore, o addirittura il terrore20. L’atteggiamento nuovo dei contemporanei è in piena coerenza con l’atteggiamento nuovo del narratore, che si preoccupa di fornire una quantità sempre maggiore di informazioni, tendendo più a raccontare, documentandoli, i singoli fatti e a fornirne le motivazioni dirette e le circostanze, che a riportarli, interpretandoli complessivamente, nell’ambito di un più generale discorso storico-politico, il quale si è ormai pienamente imposto al lettore ed è perciò diventato superfluo. L’unico modo d’intervento del narratore diventa così la pura anticipazione riassuntiva, come nell’apertura del libro XVIII, in concomitanza con l’inizio del 1527, ossia con l’aprirsi dell’ultima e definitiva fase della vicenda:
Sarà l’anno mille cinquecento ventisette pieno di atrocissimi e già per più secoli non uditi accidenti: mutazioni di stati, cattività di prìncipi, sacchi spaventosissimi di città, carestia grande di vettovaglie, peste quasi per tutta Italia grandissima; pieno ogni cosa di morte di fuga e di rapine.
Questo annuncio breve e concitato si pone in evidente parallelismo sia con l’apertura del libro VIII sia con l’esordio dell’opera21 e concentra, portandoli ai limiti estremi del negativo (e quindi al massimo dell’efficacia), i motivi calamitosi che si sono ripetuti via via lungo il corso della narrazione. È l’ultimo intervento esplicito del narratore, il cui discorso interpretativo si conclude sostanzialmente in questi termini apocalittici, che riprendono e chiariscono l’annuncio generico dell’esordio. Le «calamità con le quali sogliono i miseri mortali» «essere vessati», annunciate in quella sede e manifestatesi parzialmente nel corso della narrazione, si concentrano «tutte», nella loro spaventosa globalità, in quest’ultima fase della vicenda. Le promesse fatte al lettore stanno per essere pienamente mantenute, e il narratore non deve fare altro che eseguire il suo compito naturale e primario, quello di narrare, e può a questo punto permettersi di non intervenire più in prima persona: il puro racconto dei fatti sarà la prova oggettiva e tangibile della validità della sua interpretazione.
Abbiamo tralasciato finora di prendere in considerazione lo sviluppo e la configurazione che assume nel testo un altro motivo centrale dell’esordio: gli errori di «coloro che dominano». Questo è ovviamente un elemento fondamentale dell’interpretazione ed è inscindibile per un lungo tratto del testo dagli eventi narrati, eventi sempre negativi e da un certo momento in poi incontrollabili, ma pur sempre provocati da precise responsabilità dei governanti. Quasi in tutte le scansioni narrative che abbiamo considerato sopra trova conferma e applicazione specifica la frase che conclude l’esordio dell’opera:
quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’ popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.
Ma questo sarebbe un elemento tematico inerte, per quanto ricorrente, se a metterlo continuamente in evidenza non contribuisse con il suo peso determinante il modo di organizzazione del racconto e la presenza di un suo preciso (sebbene non unico) orientamento verso questo elemento cardinale dell’interpretazione. Le «calamità d’Italia» hanno appunto negli errori dei prìncipi la loro prima origine. Praticamente tutti i principali stati italiani sono responsabili della prima invasione francese, ed in particolare Lodovico Sforza. Questa indicazione, continuamente ripetuta e variata, costituisce senz’altro l’elemento informatore nella narrazione dell’antefatto22, tutta impostata sui motivi dell’ambizione della discordia e dell’errore. L’estendersi progressivo di questi predicati a tutti gli stati italiani rappresenta nel quadro delle «cagioni» il fattore che più marcatamente mette in evidenza l’incrinatura e la degenerazione dei rapporti politici dopo il cambio di guardia provocato dalla morte di Lorenzo de’ Medici e di Innocenzo VIII e, poco dopo, di Ferdinando d’Aragona23. Su questa situazione di generale e improvviso deterioramento s’innesta l’errore fatale di Lodovico, che alla fine delibera di «assicurarsi con l’armi forestiere24». E, alla fine del I libro, come se non bastassero tutte le indicazioni convergenti su questo motivo della responsabilità fornite al lettore nell’antefatto, la narrazione della conquista del regno di Napoli da parte dei francesi è seguita da un commento che ribadisce in termini espliciti la frase conclusiva dell’esordio, attribuendo l’alienazione di questa «preclara e potente parte d’Italia» unicamente alle «discordie domestiche, per le quali era abbagliata la sapienza tanto famosa de’ nostri prìncipi».
Il secondo episodio, la conquista del ducato di Milano da parte di Luigi XII, trova ancora nella discordia nell’ambizione e nell’errore le cause più dirette. La speranza di pace che, all’inizio del III libro, segue al ritorno di Carlo VIII in Francia sarà delusa proprio per gli errori congiunti di Lodovico Sforza e del senato veneziano. Anche in questo caso le responsabilità dei prìncipi appaiono decisive e prive di qualsiasi attenuante; e il giudizio negativo senza possibilità di appello è sottolineato da parte del narratore con l’ipotesi di un comportamento diverso che avrebbe potuto, in quel momento, garantire la possibilità di un ritorno alla situazione precedente al 1494:
se, acciecati dalle cupidità particolari, non avessino, eziandio con danno e infamia propria, corrotto il bene universale, non si dubita che Italia, reintegrata co’ consigli e le forze loro nel pristino splendore, sarebbe stata per molti anni sicura dall’impeto delle nazioni oltramontane. Ma l’ambizione, la quale non permesse che alcuno di loro stesse contento a’ termini debiti, fu cagione di rimettere presto Italia in nuove turbazioni.
Il racconto della nuova conquista francese, che si svolgerà nel libro successivo, è preceduto da una serie di indicazioni convergenti sul motivo dell’ambizione e della discordia tra i prìncipi, che, nell’illusione di trarre vantaggi particolari dalla nuova guerra, offrono il terreno favorevole all’ambizione di Luigi XII25. In questa occasione è il senato veneziano ad offrire ai francesi il principale appoggio contro Lodovico Sforza. Cambiano i protagonisti ma non la natura degli errori commessi né tanto meno gli stimoli che spingono a provocare «nuove turbazioni». Lodovico aveva chiamato Carlo VIII spinto dal timore di perdere il potere illegittimamente usurpato con quelle «sceleratezze» cui suole «condurre gli uomini la sete pestifera del dominare» ; i veneziani si lasciano indurre ad appoggiare le imprese di Luigi XII «dall’odio e dalla cupidità di dominare, veementi autori di ogni pericolosa deliberazione». All’errore di un principe si aggiunge quello di un altro e le conseguenze sono sempre peggiori: all’alienazione del regno di Napoli si aggiunge quella del ducato di Milano e mentre ogni volta per il vinto è «piena ogni cosa di fuga e di terrore», aumentano l’ambizione e l’ardire del vincitore26. Il regno di Napoli, che con una politica di concordia tra i prìncipi italiani avrebbe potuto essere liberato dai francesi e tornare nelle mani di sovrani italiani27, viene invece prima diviso tra francesi e spagnoli (V, v) e poi conquistato per intero da questi ultimi, dopo una lunga guerra che ha impoverito e ridotto il territorio in condizioni «miserabili» (VI, x). Conformemente alle anticipazioni fornite al momento dell’entrata in Italia di Carlo VIII, un’altra nazione straniera è venuta ad assalire gli stati italiani.
Con questo terzo episodio di conquista il processo di peggioramento apertosi nel 1494 è già avanzato; ma non perciò si attenua la discordia tra i prìncipi, sempre più accecati dall’ambizione e sempre più tesi, appoggiandosi all’uno o all’altro dei dominatori stranieri, a sfruttare la situazione per quelli che ritengono i propri vantaggi. E, mentre le calamità continuano senza sosta ad abbattersi sull’Italia, il ruolo di promuovere «nuove turbazioni» passa a Giulio II, la cui volontà di «accendere guerra» si indirizza contro i veneziani, i quali dal canto loro provocano con i propri errori l’unione di Luigi XII e Massimiliano, appoggiati dal pontefice, contro di loro. Le guerre, sempre più rovinosamente devastatrici, diventano d’ora in poi ininterrotte, e la loro causa prima continua ad essere individuata dal narratore negli errori di «coloro che dominano» :
La cagione di tanti mali, se tu la consideri generalmente, fu come quasi sempre l’ambizione e la cupidità dei prìncipi: ma considerandola particolarmente, ebbono origine dalla temerità e dal procedere troppo insolente del senato viniziano (VIII, I).
Poco dopo è ancora Giulio II «autore e cagione principale di più lunghe e maggiori calamità d’Italia» (X, IV), perché con la lega antifrancese da lui provocata si apre la seconda fase della vicenda italiana, che, dopo un’altra lunga serie di guerre, si concluderà con l’asservimento totale ad una potenza oltramontana.
Anche nella seconda parte della narrazione i prìncipi italiani continuano ad accumulare errori: Firenze paga con il ritorno dei Medici appoggiati dalle truppe ispano pontifìcie la sua indecisa neutralità28; i veneziani, senza essere minimamente ammaestrati dal recente passato, si alleano ancora una volta con i francesi esponendosi agli attacchi congiunti degli spagnoli e degli imperiali29; Leone X acquista per Lorenzo de’ Medici il ducato di Urbino con una guerra ignominiosamente lunga e dispendiosa30 e poi, lasciandosi guidare da vane e infondate ambizioni, affretta la guerra tra Carlo V e Francesco I31; infine, come già si è detto, è tutt’altro che priva di errori e di cecità la politica di Clemente VII.
Insomma sia nella prima che nella seconda fase della storia i prìncipi italiani appaiono abbagliati dall’errore e dall’ambizione e agiscono sempre con «poca prudenza» ; anzi, man mano che il racconto procede, la loro incapacità politica sembra aumentare ed evidenziarsi progressivamente, con esiti sempre più «perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’ popoli». Ma, a partire dal 1512, il rapporto tra le colpe dei prìncipi e le «calamità d’Italia» non si presenta più come un rapporto direttamente e strettamente consequenziale, perché la discordia tra i prìncipi non è più indicata come causa prima ed unica degli eventi. Come negli interventi proemiali del narratore la speranza della pace viene progressivamente soffocata dall’annuncio della guerra, ormai diventata condizione permanente, così la discordia tra stato e stato in Italia non costituisce più la causa diretta della guerra, ma si presenta come una condizione endemica e quasi fatalmente ineliminabile32.
Gli errori dei prìncipi riscontrati ed evidenziati puntualmente dal I al X libro sono stati la causa prima e ormai lontana di tutto il processo di deterioramento che è oggetto della narrazione. Ma nella seconda fase di questo processo la situazione è ormai talmente deteriorata che la decisione saggia o imprudente del singolo stato italiano non ha più il potere di impedire o di provocare gli eventi. A questo punto gli «instrumenti della quiete italiana» si sono talmente disordinati che l’iniziativa è completamente sfuggita dalle mani dei governanti italiani: le decisioni che contano vengono prese fuori d’Italia e in Italia sia i prìncipi che i popoli non possono che subirle.
Non è certo un caso che nella seconda parte della narrazione l’attenzione del narratore si sposti più frequentemente che nella prima parte sugli eventi che si verificano fuori d’Italia, e che tali spostamenti vengano giustificati con la stretta dipendenza delle «cose» italiane da quelle degli altri paesi33.
Del resto, anche nella prima parte l’errore e l’ambizione caratterizzano non solo il comportamento degli italiani, ma anche quello dei vincitori oltramontani. Anche se in un primo momento coronate dalla vittoria, le loro decisioni sono più d’una volta sbagliate, come spesso dimostra, a distanza di tempo, la successiva sconfitta del vincitore. È questa ad esempio una condizione che sembra caratterizzare la politica dei sovrani francesi e/o dei loro ministri dall’inizio alla fine della storia.
L’accecamento politico dei principi italiani permette a Carlo VIII di conquistare con grande facilità il regno di Napoli; ma Carlo VIII è un sovrano completamente incapace, «spogliato di quasi tutte le doti della natura e dell’animo»34. Ostinato, ma ad un tempo influenzabilissimo, decide di compiere l’impresa italiana prestando fede ad alcuni suoi favoriti avidi e corrotti e lasciandosi trasportare «da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato più tosto in leggiera volontà e quasi impeto che in maturità di consiglio» (I, IV). Se ciò rende agli italiani ancor più ignominiosa la sconfìtta, d’altro canto lo scarso valore del vincitore compromette subito la buona fortuna che gli ha reso incredibilmente facile la vittoria. Cominciano così a delinearsi fin dall’inizio quelle caratteristiche negative che accompagneranno con continuità lungo tutta la narrazione il comportamento politico e militare dei francesi: imprudenza, negligenza, insolenza, scarsa resistenza al disagio, ma anche corruzione e avidità35. Il possesso del regno di Napoli viene messo in pericolo con una rapidità quasi pari a quella della conquista e la perdita diviene irrimediabile con il sovrano successivo, certo incomparabilmente meglio dotato di qualità naturali, ma servito da ministri avidi incapaci e discordi tra loro36. La cruenta sconfitta subita a Napoli da Luigi XII, pur così distanziata nel testo dalla facile conquista di Carlo VIII, viene ad essa direttamente collegata come sua conseguenza. Ciò avviene attraverso un’informazione decisamente priva di rilievo da un punto di vista strettamente storiografico, ma altrettanto decisamente funzionale in direzione interpretativa: il dolore della corte e di «tutto il regno di Francia» dopo la sconfitta:
e si sentivano per tutto il reame le voci degli uomini e delle donne che maladivano quel dì nel quale prima entrò ne’ cuori de’ suoi re, non contenti di tanto imperio che possedevano, la sfortunata cupidità di acquistare stati in Italia (VI, x).
È questo uno dei tanti momenti in cui l’organizzazione del racconto e la scelta del materiale narrativo instaurano un rapporto tra due punti distanziati della narrazione, provocando nel lettore un recupero ed una reinterpretazione del dato precedentemente acquisito, che viene subito relazionato con l’ultima informazione, provocando nel lettore una reazione interpretativa che sembra tanto più valida quanto più appare autonoma ed emergente soltanto da due dati «oggettivi». Giunto a questo punto del racconto, il lettore non può non collegare le voci meledicenti dei sudditi francesi dopo la battaglia del Garigliano al parere contrario alla spedizione in Italia che nell’ormai lontano 1494 avevano dato a Carlo VIII «coloro che per nobiltà e opinione di prudenza erano di maggiore autorità» (I, IV). Il parere di costoro viene adesso, a distanza di tanti anni e di tanti eventi, confermato non solo dai fatti ma dal giudizio dei sudditi «di tutto il reame». E questa conferma non può non coinvolgere anche il lettore, il quale d’altra parte si è già trovato nel primo libro di fronte ad un intervento del narratore imperniato sulla differenza di comportamento politico tra Ludovico Sforza e Carlo VIII, da un lato e i loro predecessori dall’altro. Il passo, immediatamente successivo all’illustrazione dei patti conclusi tra i due prìncipi (I, IV) provoca dichiaratamente nella narrazione una pausa riflessiva:
Non è certo opera perduta o sanza premio il considerare la varietà de’ tempi e delle cose del mondo.
Segue, subito dopo, la contrapposizione: Francesco Sforza aveva appoggiato Ferdinando d’Aragona «mosso non da altro che da parergli troppo pericoloso al ducato suo di Milano che di uno stato così potente in Italia i franzesi tanto vicini si insignorissino» ; e, dal canto suo, Luigi XI «aveva sempre recusato di mescolarsi in Italia, come cosa piena di spese e difficoltà e all’ultimo perniciosa al regno di Francia». Il giudizio negativo che il narratore esprime sulla politica diametralmente opposta dei loro figli e successori è chiarissimo:
Ora, variate l’opinioni degli uomini ma non già forse variate le ragioni delle cose, e Lodovico chiamava i franzesi di qua da’ monti, non temendo da uno potentissimo re di Francia, se in mano sua fusse il regno di Napoli, di quello pericolo che il padre suo, valorosissimo nell’armi, aveva temuto se l’avesse acquistato uno piccolo conte di Provenza; e Carlo ardeva di desiderio di fare guerre in Italia, preponendo la temerità di uomini bassi e inesperti al consiglio del padre suo, re di lunga esperienza e prudente.
Questo giudizio, che verrà confermato dal racconto dei fatti successivi, dalla prigionia di Lodovico all’estromissione definitiva dei francesi dall’Italia nel 1529, è omogeneo a quello sulla politica sbagliata di Piero de’ Medici in rapporto a quella giusta del padre Lorenzo, dato dal narratore, quasi negli stessi termini, poche pagine prima37, e a quello, di poco successivo, sulla politica, nettamente meno saggia di quella del padre Ferdinando, di Alfonso d’Aragona38; oltreché a quello su Alessandro VI, pontefice incomparabilmente più indegno del suo predecessore Innocenzo VIII39. Il concentrarsi di queste contrapposizioni entro il racconto degli antefatti fornisce al lettore una serie di segnali convergenti tutti verso un’unica indicazione, che in seguito emergerà sempre più chiaramente: la stretta connessione tra il deteriorarsi della situazione oggettiva e il deteriorarsi delle capacità individuali dei prìncipi, che appaiono dovunque diminuite, non solo in Italia, ma anche fuori d’Italia40. Sicché l’errore caratterizza, in un modo o nell’altro, l’operato di tutti i personaggi del racconto, ed investe non solo i sovrani, ma anche i loro ministri e persino entità impersonali e collettive come gli eserciti41. Per esempio ad ogni sconfitta subita dai francesi vengono messi in rilievo gli errori militari e le discordie tra i capitani; di modo che gli eserciti francesi, pur continuando fino alla fine del racconto a devastare l’Italia e ad opprimere e impoverire i popoli, rivelano ben presto, e man mano che gli eventi si susseguono in modo sempre più macroscopico, qualità negative talmente accentuate da offuscare fino a cancellarli quei requisiti di valore, di fedeltà, di efficienza e di incorruttibilità che avevano reso «formidabile» l’esercito di Carlo VIII al momento dell’arrivo in Italia42. Anche coloro che in prima persona hanno aperto il processo di deterioramento italiano sono quindi in seguito ripetutamente vinti da altri e commettono a loro volta una serie di errori che determinano anche per essi un progressivo deterioramento.
I ruoli appaiono in tal modo analoghi e continuamente scambievoli, e tutta la vicenda, non solo italiana, ma europea, si presenta per questo aspetto come un enorme ed intricato gioco delle parti, in cui alla fine vinti e vincitori sono tutti, per un verso o per l’altro, perdenti e, bene che vada, non riescono mai a trovarsi in uno stato del tutto soddisfacente. Persino Carlo V, il vincitore definitivo, compie grossi errori, tra cui il più pericoloso è indubbiamente quello di liberare a durissime condizioni il re di Francia, con il risultato di provocare una nuova e dispendiosissima guerra, che mette in pericolo la potenza acquistata in Italia dagli imperiali dopo la battaglia di Pavia43. E, sebbene alla fine l’esito di questa guerra gli sia favorevole, non riesce a trarne tutte le soddisfazioni che se ne era ripromesso, perché non ottiene da Clemente VII la convocazione del concilio e non può impedire che si concluda tra il papa e Francesco I un parentado a lui molto molesto, per il timore che i due facciano «maggiore congiunzione contro a sé»44. Anche un personaggio come Giulio II, che è forse quello a cui più costantemente arride la fortuna (ad onta di tante decisioni precipitose e imprudenti) non si ritiene mai pienamente soddisfatto della propria situazione, e fino all’ultimo momento della sua vita è agitato da progetti sempre più ambiziosi e smisurati.
Come nessuno è esente da errori, così nessuno si salva completamente dalla sconfitta o dall’insoddisfazione; ma sconfitta ed insoddisfazione non sono quasi mai provocate direttamente dall’errore del singolo, così come il successo non deriva sempre dalla saggezza e comunque mai esclusivamente da essa. Nessuno nella Storia d’Italia è fino in fondo faber fortunae suae, poiché sempre nella vicenda del singolo hanno un peso determinante, oltre al proprio operato, l’operato degli altri singoli e le circostanze esterne, fattori entrambi mai pienamente prevedibili e controllabili. A questa sfasatura tra l’agire del singolo e le sue conseguenze corrisponde la sfasatura tra la storia dei singoli e la storia complessiva. E questo divario sembra risolversi in ultima analisi in una assurda mancanza di rapporto tra gli individui che muovono la storia ed il movimento della storia, che pure sarebbe inimmaginabile senza di essi. Si pensi ad esempio alla vicenda di Lodovico il Moro, che è presentato come il primo e diretto responsabile delle calamità d’Italia, avviate proprio da lui allorché decide di «tentare ogni cosa per muovere Carlo ottavo re di Francia ad assaltare il regno di Napoli» (I, III). Che questo sia un gravissimo errore anche da un punto di vista soggettivo è subito comunicato al lettore, che apprende questa informazione dopo una premessa relativamente lunga in cui il narratore esprime preventivamente il proprio giudizio:
applicò i pensieri suoi più a medicare dalle radici il primo male che innanzi agli occhi se gli presentava, che a quegli che di poi ne potessino risultare; né si ricordando quanto sia pernicioso l’usare medicina più potente che non comporti la natura della infermità e la complessione dello infermo, e come se l’entrare in maggiori pericoli fusse rimedio unico a’ presenti pericoli…
L’anticipazione vaga contenuta in questo passo è ripetuta in seguito numerose volte45; sicché il lettore, ben prima di giungere alla fine del IV libro, sa che questo personaggio pagherà molto cari i propri errori. E, quando la vicenda di Lodovico si conclude rovinosamente, la reazione del lettore non può che essere di soddisfacimento, e per l’attesa finalmente conclusa e per il fatto che la fine miserabile di questo personaggio, dopo le numerose anticipazioni del narratore, gli si presenta inevitabilmente come il meritato e quasi provvidenziale castigo delle sue colpe storiche. Impressione del resto ulteriormente avallata dal narratore nel commento che chiude il IV libro e si apre con una frase quasi lapidaria nella sua costruzione antitetica: «rinchiudendosi in una angusta carcere i pensieri e l’ambizione di colui che prima appena capivano i termini di tutta Italia» (IV, XIV). Ma alla soddisfazione subentra subito la coscienza che la rovina di Lodovico, ben lungi dal risarcire i danneggiati, si risolve in un ulteriore peggioramento della situazione generale. Se il IV libro si chiude con il commento del narratore alla vicenda individuale di Lodovico, il V, riprendendo la narrazione e riportando in primo piano la storia complessiva, sottolinea implicitamente la gratuità della reazione soddisfatta (che è del lettore e del narratore insieme) alla pagina precedente:
Dalla vittoria tanto piena e tanto prospera del ducato di Milano era augumentata di maniera l’ambizione e l’ardire del re di Francia che arebbe facilmente, la state medesima, assaltato il reame di Napoli se non l’avesse ritenuto il timore de’ movimenti de’ tedeschi (V, I).
L’attenzione si è spostata dal vinto al vincitore: Lodovico ha pagato le sue colpe, ma ciò non significa la fine del processo che con quelle si è aperto; anzi, la rovina di Lodovico coincide oggettivamente col compiersi di un’altra tappa sulla strada dell’alienazione degli stati italiani.
Anche la morte di Alessando VI, altro responsabile delle guerre d’Italia, è accompagnata da indicazioni che sembrerebbero sottolinearne con soddisfazione il carattere di punizione e quasi di contrappasso: Alessandro VI muore avvelenato dal veleno che lui aveva destinato ad altri, e «tutta Roma» si affolla a guardare il suo cadavere «con incredibile allegrezza», «non potendo saziarsi gli occhi d’alcuno di vedere spento un serpente che con la sua immoderata ambizione e pestifera perfidia, e con tutti gli esempli di orribile crudeltà di mostruosa libidine e di inaudita avarizia, vendendo senza distinzione le cose sacre e le profane, aveva attossicato tutto il mondo» (VI, IV). Una analoga e ancora più esplicita indicazione di contrappasso accompagna la fine del Valentino, che poco dopo la morte del padre va in rovina «esperimentando in se medesimo di quegli inganni co’ quali il padre ed egli avevano tormentato tanti altri» (VI, VI). Ma né per la loro fine la politica della Chiesa diventa meno perturbatrice e guerrafondaia, né d’altra parte la loro precedente buona fortuna è stata connessa alla saggezza o alla moralità del loro agire. E se talvolta la buona fortuna può derivare anche da una politica intelligente, come nel caso di Ferdinando il cattolico, all’intelligenza si unisce un comportamento scorretto e riprovevole, che il narratore non manca di mettere in evidenza46; e più d’una volta né oculatezza né moralità sono all’origine del successo. È il caso di Giulio II, Leone X, Clemente VII, per i quali semmai il successo o il recupero dopo la sconfitta sono strettamente legati alla loro posizione di pontefici e ai rapporti molto particolari tra i principi cristiani e la Chiesa47.
Sicché, se il successo non è la necessaria conseguenza del ben fare, nemmeno la fine miserabile di alcuni colpevoli si spiega tutta con le loro colpe, ed ha invece tutti i requisiti della casualità non necessaria e non predeterminata. L’ «allegrezza» del popolo romano alla morte di Alessandro VI, così come la reazione positiva del lettore di fronte alla rovina di Lodovico, sono possibili soltanto perché di fronte a questi eventi si crea per un attimo l’illusione di una giustizia immanente alle cose; ma si tratta, appunto, di una illusione, che il narratore si preoccupa sempre di smentire, o implicitamente attraverso l’organizzazione del racconto (è il caso di Lodovico e del passaggio dal IV al V libro), oppure direttamente, come nel caso di Alessandro VI, dove al passo relativo all’ «allegrezza» dei romani fa seguire un lungo intervento assai significativo:
e nondimeno era stato esaltato, con rarissima e quasi perpetua prosperità, dalla prima gioventù insino all’ultimo dì della vita sua, desiderando sempre cose grandissime e ottenendo più di quello desiderava.
A questa smentita, specifica e relativa al singolo caso, dell’illusione della colpa punita, segue un lungo passo di carattere generale, in cui la considerazione del narratore, estendendosi all’ambito generale della condizione umana, sottolinea la totale arazionalità delle vicende individuali e nega di conseguenza a tutte quelle che compaiono nella storia narrata ogni consequenzialità e coerenza logica tra merito e successo, demerito e sconfitta:
Esemplo potente a confondere l’arroganza di coloro i quali, presumendosi di scorgere con la debolezza degli occhi umani la profondità de’ giudici divini, affermano ciò che di prospero o di avverso avviene agli uomini procedere o da’ meriti o da’ demeriti loro: come se tutto dì non apparisse molti buoni essere vessati ingiustamente e molti di pravo animo essere esaltati indebitamente; o come se, altrimenti interpretando, si derogasse alla giustizia e alla potenza di Dio; la amplitudine della quale, non ristretta a’ termini brevi e presenti, in altro tempo e in altro luogo, con larga mano, con premi e con supplici sempiterni, riconosce i giusti dagli ingiusti (VI, IV).
La parte finale sulla giustizia divina accentua questo concetto e nega ulteriormente ogni possibile illusione di giustizia e razionalità immanenti alla vita umana, relegando in un tempo e in un luogo completamente al di fuori della storia e del mondo ogni possibile giusto compenso.
La assoluta e ineliminabile mancanza di razionalità entro la vicenda terrena del singolo, fa così riscontro al divario tra le vicende individuali e la vicenda complessiva delle «cose accadute» in Italia; divario che, come si diceva, si risolve in ultima analisi nella oggettiva mancanza di rapporti razionali tra la storia e gli individui. Se è vero che senza gli individui non sono pensabili gli eventi narrati, se è anche vero che con una interpretazione razionale è possibile cogliere i nessi di causalità tra i singoli accadimenti, ciò non implica affatto una razionalità interna alle cose e immanente alla storia. Si fraintenderebbe pericolosamente il messaggio della Storia d’Italia se si facesse corrispondere alla solida e talvolta rigida simmetria della sua costruzione l’indicazione di una realtà che si muove secondo una logica interna e quindi oggettiva. È vero invece il contrario: l’ordine assoluto che caratterizza l’opera sia nelle grandi strutture portanti che nei minimi fatti stilistici è diretto sempre e senza alcuna eccezione all’indicazione del disordine. In questa antitesi continua tra la logica della scrittura ed il contenuto del messaggio, in questa profonda divaricazione tra l’ordine della ragione ed il disordine caotico dell’oggetto che la ragione analizza, sta forse ciò che con termine vago ed ingenuo (ma non perciò privo di significato) chiameremmo la grandezza della Storia guicciardiniana; ossia la sua capacità di presa e di persuasione sul lettore, almeno sul lettore di oggi, il quale — al di fuori e al di qua di quella che può essere la propria personale ideologia — non può considerare la storia della sua epoca che come un coacervo di orrori e di follie, magari tutti spiegabili attraverso l’analisi; ma sempre tali e tanti e così caoticamente intrecciati da presentare ricorrentemente ai suoi occhi l’immagine di un groviglio assurdo nel quale la ragione può far luce, senza che mai questa luce possa risolversi in modificazione diretta e attiva delle cose. E l’opera guicciardiniana sembra offrirgli una conferma potente e disperata della incapacità della ragione umana a plasmare secondo le sue esigenze di coerenza e di giustizia la storia, anch’essa umana, ma dominata da forze così violentemente disumane e caotiche da presentarsi ricorrentemente come una mostruosa entità immodificabile. Ed è chiaro che allorché la storia, che è poi tutta la realtà umana, assume questa fisionomia, cercare di presentarla agli altri sotto spoglie diverse, e con un movimento retto da leggi antropomorfe di ordine, di logica o di finalismo, significa anche fare violenza alla ragione, usandola non per chiarire ma per confondere, non per analizzare la realtà ma per mascherarla, volendo non solo farla accettare qual è, ma addirittura farla accettare per buona. È appunto ciò che accade oggi attraverso tutta una serie di tentativi giustificazionisti e compromissori, tanto più mistificanti e pericolosi, quanto più camuffati di laicismo e addirittura di materialismo. Ed è ciò che non accade mai nella Storia d’Italia, dove non c’è altra logica che quella inerente all’interpretazione del narratore, e questa logica ap pare tanto più potente e inesorabile, quanto più la storia narrata appare intrinsecamente priva di ogni immaginabile razionalità finalistica. In questo senso forse la Storia guicciardiniana costituisce tuttora un esempio di onestà intellettuale e di corretto uso degli strumenti di analisi, oggi incomparabilmente più perfezionati, ma troppo frequentemente deviati verso usi impropri.
La Storia d’Italia è una complessa e vastissima rete di cause ed effetti, entro la quale vengono relazionati eventi ed azioni, storia generale e storie individuali; ed è in virtù di questa concatenazione causale stabilita dal narratore che tutte le «cose accadute» non si presentano staccate e indipendenti l’una dall’altra, bensì legate l’una all’altra senza soluzione di continuità, dalla prima all’ultima, come i momenti successivi di un unico processo. Ma, come si diceva, la concatenazione causale dei fatti non si presenta mai come concatenazione razionale. Se il post hoc ergo propter hoc vale nella storia guicciardiniana come in ogni opera narrativa, è anche vero che il propter hoc non si accompagna mai ad una giustificazione che non sia quella, ad esso tautologicamente intrinseca, della causalità. È sempre evidente che il narratore compie, a posteriori sulla materia del suo racconto l’operazione demiurgica di ordinamento generale del caos; ma è altrettanto evidente che il cosmo derivato da questa operazione è un ordinatissimo edificio intelletuale, in cui è racchiuso il caos, il groviglio irrazionale dei fatti, che non diventa meno assurdo in seguito all’intervento dello storico, che è tale proprio perché ordinatore e illustratore del caos. In questo senso il narratore della Storia d’Italia è onnisciente, ed è tale anche se più d’una volta, da storico, non si pronuncia nettamente per l’una o per l’altra ipotesi: ciò che conta (ed emerge continuamente dal testo) è la sua capacità di trarre dalla massa aggrovigliata degli eventi spaventosi e discontinui un filo lungo il quale essi possono disporsi secondo una successione continua, che, appunto in quanto successione, è anche concatenazione causale. Ed è solo il narratore che crea questa concatenazione, stabilendo volta per volta la successione, e la causalità, entrambe interne al suo discorso interpretativo ed in palese opposizione alla congerie insensata ed amorfa delle «cose accadute». Non è certo privo di significato che più d’una volta nel testo venga sottolineata questa operazione demiurgica instauratrice di rapporti: è il caso ad esempio di tutte le volte in cui il narratore interviene in prima persona a giustificare la scelta attuata all’interno del materiale di cui dispone; cosa che si verifica non solo quando — come si è già detto — la sua attenzione si sposta dagli avvenimenti italiani a quelli europei, ma anche laddove si introducono digressioni48 e si raccolgono insieme fatti già narrati sparsamente49, oppure quando si ritorna indietro con la narrazione50. In tutti questi casi è sempre il rapporto causale instaurato dal narratore a giustificare esplicitamente i movimenti della narrazione. Anche quando il narratore, mostrando appieno la sua onniscienza, penetra addirittura nei pensieri profondi dei suoi personaggi, collega esplicitamente questi momenti d’invenzione agli eventi documentati e documentabili secondo un rapporto di causa e di effetto. È il caso, tanto per fare un esempio tra i tanti, dell’atteggiamento di Ferdinando re di Napoli nell’imminenza dell’invasione francese (I, v). Egli non «dimostrava d’averne molto timore» e si dichiarava sicuro e protetto da ogni possibile attacco, allegando una serie di argomenti concernenti le sue forze e la debolezza degli avversari. Alla fine di queste argomentazioni esposte come spesso accade in forma di discorso indiretto, segue un’informazione del narratore, che inficia la veridicità di queste dichiarazioni, introducendo nel racconto i veri e profondi pensieri di Ferdinando, in realtà preoccupatissimo e tutt’altro che ottimista sul proprio futuro:
Queste cose si dicevano da Ferdinando publicamente, magnificando la sua potenza e estenuando quanto poteva le forze e l’opportunità degli avversarii; ma, come era re di singolare prudenza e di esperienza grandissima, intrinsecamente gravissimi pensieri lo tormentavano, avendo fissa nell’animo la memoria de’ travagli avuti, nel principio del regno suo, da questa nazione. Considerava profondamente dovere avere la guerra con inimici bellicosissimi e potentissimi, e molto superiori a sé […]. Accrescevangli il timore molte predizioni infelici alla casa sua […]; cose nella prosperità credute poco, come cominciano a apparire l’avversità credute troppo.
La contrapposizione tra l’essere e il parere (frequentissima nell’opera), è qui drammatizzata dall’uso dei due discorsi indiretti e contrapposti, il secondo dei quali capovolge una per una tutte le argomentazioni del primo. E l’essere, ossia la verità che lo storico indica al di là delle apparenze e delle dichiarazioni, e che quindi non può che essere da lui ipotizzata, si accampa nel testo come la causa prima del comportamento politico, documentato e documentabile, del personaggio:
Angustiato da queste considerazioni, e presentandosegli maggiore senza comparazione la paura che le speranze, conobbe non essere altro rimedio a tanti pericoli che o il rimuovere, quanto più presto si poteva, con qualche concordia, la mente del re di Francia da questi pensieri o levargli parte de’ fondamenti che lo incitavano alla guerra. Perciò…
È accaduto quindi nel concreto del racconto un capovolgimento nell’ordine delle operazioni compiute preventivamente dallo storico sul suo materiale: ciò che gli si poteva offrire come sicuramente documentato era solo il primo e l’ultimo momento della sequenza narrativa: le dichiarazioni pubbliche di Ferdinando e gli atti politici, con quelle contrastanti. I pensieri di Ferdinando non possono che essere frutto di una invenzione verisimile scaturente dalla considerazione dell’antitesi tra dichiarazioni e comportamento, due fatti eterogenei tra i quali non è possibile alcun nesso causale, senza un anello intermedio, che il narratore inventa, ponendolo con estremo rilievo al centro della sequenza e facendone la cerniera causale tra due accadimenti privi per se stessi di qualunque rapporto logico.
In momenti come questo (e non sono pochi nella Storia d’Italia) il lettore tocca con mano non solo l’onniscienza del narratore ma anche la stretta omogeneità tra il racconto d’invenzione e il racconto storiografico sul piano dell’organizzazione. Tuttavia l’onniscienza del narratore storiografo sembrerebbe qualcosa di molto più complesso e difficile rispetto all’onniscienza del narratore d’invenzione, sia perché la scelta tra i possibili narrativi è necessariamente più limitata, sia perché — almeno nel nostro testo — il narratore deve insieme far note sia le cose che le cagioni. La sua operazione demiurgica deve quindi attuarsi su due piani che gli si presentano prioritariamente separati: la cernita delle cose, congerie di per sé informe e irrelata, e la loro disposizione secondo un rapporto di cagioni che è istituito a posteriori dal narratore e ne condiziona inevitabilmente la scelta. L’equilibrio che il narratore guicciardiniano persegue e innegabilmente ottiene è appunto quello di un ordine delle cagioni che determina la successione e la stessa presenza delle cose, senza però semplificarle al punto da nasconderne la caotica e oggettiva contraddittorietà. A questo risultato complesso e difficile concorrono in modo diverso due fattori: da un lato le grandi strutture narrative, scaturenti dall’interpretazione della materia come processo, e quindi come racconto; dall’altro la sintassi, che raccoglie le minime sequenze del racconto entro un organismo articolatissimo e talvolta addirittura grandioso, nel quale trovano sistemazione gerarchica tutte le cose, riscattate in virtù dei nessi sintattici dalla loro primitiva natura di congerie informe ed irrelata, ma non riscattate al punto che il lettore non scorga nelle loro relazioni un ordine interamente stabilito dal narratore, il quale, pur dominando col discorso la propria materia, non rinuncia a segnalarne la totale ed insensata caoticità.
Prendiamo ad esempio uno di quei lunghi periodi in cui si accumulano le informazioni e proviamo a leggerlo prima tenendo conto dei nessi sintattici che distinguono le reggenti dalle subordinate, poi abolendo idealmente questi nessi. Per comodità visiva sottolineeremo i nessi sintattici e porremo su due colonne le reggenti e le subordinate:
Risolveronsi in questo mezzo nel reame di Napoli tutte le reliquie della guerra de’ franzesi:
perché la città di Taranto con le fortezze, oppressata dalla fame, si arrendé a’ viniziani
che l’avevano assediata con la loro armata, i quali, dopo averla ritenuta molti dì, ed essendo già nato sospetto che se la volessero appropriare, la restituirono finalmente a Federigo, instandone assai il pontefice e i re di Spagna; ed
essendosi inteso a Gaeta che la nave normanda, avendo combattuto sopra Porte Ercole con alcune navi de’ genovesi che aveva incontrate, seguitando dipoi il suo cammino, vinta dalla tempesta del mare era andata a traverso, i franzesi
che erano in quella città, alla quale il nuovo re era tornato a campo, ancora che, secondo che era la fama, avessino provisione da sostenersi qualche mese, giudicando che alla fine il re loro non sarebbe più sollecito a soccorrergli che e’ fusse stato a soccorrere tanta nobiltà e tante terre che si tenevano per lui, accordorono con Federigo per mezzo di Obignì,
il quale per alcune difficoltà nate nella consegnazione delle fortezze di Calavria non era ancora partito da Napoli, di lasciare la terra e la fortezza,
avendo facoltà di andarne salvi per mare in Francia con tutte le robe loro (III, XI).
È evidente che i membri principali di questo periodo sono due: l’informazione generale data inizialmente al lettore ed il chiarimento di questa informazione introdotto dal nesso causale subito dopo. Questo secondo membro si divide a sua volta in due parti principali, contenenti l’una l’informazione della resa di Taranto, l’altra l’informazione della resa di Gaeta. Tra l’una e l’altra di queste due informazioni si inseriscono due serie di informazioni subordinate e secondarie, relative l’una alla prima e l’altra alla seconda informazione fondamentale. Il rapporto quantitativo tra le informazioni subordinate e quelle fondamentali è nettamente sbilanciato a favore delle subordinate; tanto che, senza la costruzione rigidamente ipotattica del periodo, le informazioni fondamentali rischierebbero di essere fagocitate e di annegare nelle circostanze che le accompagnano facendo saltare ogni rapporto gerarchico. Basterebbe sostituire, anche solo in parte, l’ipotassi con la paratassi, per trovarci di fronte ad un puro elenco di accadimenti irrelati, in cui ogni cosa ha lo stesso valore dell’altra e in cui tutto annega nel caos; tutto, tranne l’informazione iniziale, esplicitamente riassuntiva, e quindi interpretativa, cioè direttamente riconducibile al narratore. È quindi chiaro come l’ipotassi complessa e talvolta grandiosa della Storia d’Italia abbia una funzione che non è certo quella dell’ornatus o della paludata solennità. Anche se può darsi benissimo che Guicciardini ambisse a questo, ciò che importa è che nel testo questo modo di articolazione sintattica si presenta come il veicolo naturale e necessario di una narrazione storiografica nella quale si compie il difficile connubio tra la razionalità di una interpretazione soggettiva che non rinuncia mai ad imporsi al lettore e l’oggettiva irrazionalità delle cose narrate. Entrambe vengono comunicate al lettore proprio attraverso la costruzione gerarchica e attentamente bilanciata di un discorso in cui il gran numero di cose dette non è informe congerie soltanto perché il narratore vi introduce una serie di rapporti che le mettono in relazione.
Sarebbe a questo punto opportuna ed illuminante una esposizione ampia ed approfondita della sintassi nella Storia d’Italia, tenendo presenti i vari tipi di rapporti instaurati dai nessi sintattici e le relazioni reciproche tra questi nessi. Ovviamente ciò non è possibile in questa sede, perché siffatta esposizione ci porterebbe abbondantemente fuori dai limiti concessi alla presentazione di un’opera. Riteniamo tuttavia necessario soffermarci brevemente su questo terreno, esaminando rapidamente due delle categorie principali sotto le quali forse potrebbero essere collocate con un minimo di astrazione tutte (o indubbiamente gran parte di esse) le relazioni evidenziate dalla sintassi guicciardiniana: la causalità e l’opposizione. Entrambi questi rapporti ci sembrano particolarmente importanti, proprio perché soprattutto attraverso di essi passa la bipolarità ideologica del messaggio guicciardiniano, in cui la necessità dell’indagine razionale esige la continua messa in rilievo dei rapporti di causa e di effetto; e d’altro canto la coscienza della contraddittorietà dell’oggetto d’indagine implica l’esigenza di presentarlo al lettore in tutte le sue componenti, quasi sempre disarmoniche e contrastanti.
Credo che se si facesse un computo numerico delle motivazioni e delle opposizioni presenti nel testo, la quantità delle une e delle altre risulterebbe sostanzialmente paritaria. È naturalmente superfluo precisare che le articolazioni sintattiche segnalatrici di questi rapporti sono nell’un caso e nell’altro varie e numerose. Ne elenchiamo solo alcune, nella convinzione di presentare un elenco fortemente incompleto. La motivazione passa, oltreché attraverso i nessi esplicitamente causali, anche attraverso le relative (che spessissimo hanno valore causale), le gerundive (quasi sempre con funzione motivante, più d’una volta legata alla funzione temporale), i nessi misti di tipo modal-causale (tipico il come, ricalcato sull’ut latino); e non di rado la stessa proposizione finale ha una forte funzione motivante. L’opposizione non è indicata soltanto dall’avversativa, ma anche dalla concessiva, dalla comparativa, dalla disgiunzione, e perfino dalle articolazioni di tipo condizionale. L’intrecciarsi di motivazioni e di opposizioni in rapporto ad un unico oggetto d’informazione concretizza con estrema evidenza quella contraddittorietà dell’oggetto, che, ben lungi dall’essere celata o ridotta dal discorso del narratore, viene da esso recepita, ordinandosi secondo una logica, la cui coerenza non può mai coincidere con la linearità e che trova appunto perciò nella complessità dell’ipotassi la sua naturale articolazione. Si veda ad esempio come le considerazioni sull’elezione di Carlo V re dei romani si distinguano in due serie, l’una motivante, l’altra oppositiva, perfettamente calibrate sul piano quantitativo:
opposizione Depresse questa elezione molto l’animo del re di Francia e di quegli che in Italia dependevano da lui, e per contrario inanimì molto chi aveva speranze o pensieri contrari,
motivazione vedendo congiunta tanta potenza in uno principe solo, giovane, e al quale si sentiva per molti vatieini essere promesso grandissimo imperio e stupenda felicità;
doppia e se bene non fusse copioso di danari quanto era il re di
opposizione Francia, nondimeno era tenuto di grandissima importanza il potere empiere gli eserciti suoi di fanteria tedesca e spagnuola, fanteria di molta estimazione e valore: cosa che per il contrario accadeva al re di Francia,
doppia perché non avendo nel regno suo fanti da opporre a que-
motivazione sti non poteva implicarsi in guerre potenti, se non cavando, con grandissima spesa e qualche volta con grandissima difficoltà, fanteria di paesi forestieri;
opposizione la quale cosa lo costringeva a intrattenere con grande spesa e diligenza i svizzeri, tollerare da loro molte ingiurie, e nondimeno non essere mai totalmente sicuro né della loro costanza né della loro fede (XIII,
XIII).
L’equilibrio tra motivazione e opposizione provoca a sua volta tra questi due rapporti una relazione di interferenza, che sembrerebbe uno dei principali fattori di complessità nella scrittura guicciardiniana. Per chiarire questo fenomeno bisogna tener conto della differenza originaria e per così dire costituzionale di funzioni tra motivazione e opposizione. La motivazione ha la funzione primaria di illustrare le cagioni, e quindi si configura come il tramite naturale attraverso cui il narratore trasmette al lettore una ben precisa ed univoca interpretazione dei fatti, considerati sia singolarmente che nella loro totalità; ed abbiamo già osservato come sia soprattutto il complesso delle motivazioni a mettere in evidenza quella concatenazione causale senza la quale non potrebbe darsi né processo né interpretazione né racconto. La funzione dell’opposizione è invece esattamente opposta: laddove la motivazione collega e stabilisce una continuità, l’opposizione divide ed instaura la discontinuità e addirittura l’incompatibilità tra gli oggetti; e se il rapporto di causalità è condizione necessaria del racconto, il rapporto oppositivo è invece la virtuale negazione del racconto. I due rapporti sono cioè costituzionalmente antitetici. È evidente quindi che, quando si verifica la compresenza di entrambi, viene in luce una nuova relazione entro la quale — ferma restando la funzione naturale della motivazione — l’opposizione assume di volta in volta una funzione diversa secondo il rapporto che la collega alla motivazione.
La funzione più pacifica dell’opposizione si verifica quando, assumendo la forma della disgiunzione, viene assorbita all’interno del rapporto causale ed opera in piena solidarietà con esso. Ecco un esempio:
ma il gonfaloniere, o persuadendosi, contro alla sua naturale timidità, che gli inimici disperati della vittoria dovessino da se stessi partirsi o temendo de’ Medici in qualunque modo ritornassino in Firenze, o conducendolo il fato a essere cagione della ruina propria e delle calamità della sua patria, allungava artificiosamente la spedizione degli imbasciadori (XI, IV).
Nei numerosi passi di questo genere che s’incontrano nella Storia d’Italia la compresenza di diverse cause possibili, ognuna delle quali esclude l’altra, è direttamente funzionale all’articolazione del rapporto causale: il narratore non individua con sicurezza la causa, ma circoscrive il campo delle cause possibili; il lettore è lasciato libero di scegliere una delle tre motivazioni indicate; ed intanto per il tramite della disgiunzione passa anche il giudizio negativo sull’operato del personaggio, oltreché l’anticipazione narrativa sulle conseguenze di questo operato, che nel racconto costituisce a sua volta la motivazione dello scacco subito dalla repubblica fiorentina. In quasi tutti i casi in cui la motivazione si articola mediante la disgiunzione, la molteplicità delle cause possibili è un segnale del giudizio negativo del narratore, anche e soprattutto laddove la disgiunzione comunica, oltre alla possibilità di cause diverse, anche l’ipotesi della loro compresenza. L’articolazione di una o più ipotetiche relazioni causali è infatti quasi sempre contigua, o almeno vicina, all’indicazione che un certo atto non sembra avere alcuna ragion d’essere, e che quindi è un errore, le cui motivazioni, forzatamente sbagliate, non possono che essere del tutto soggettive e quindi arbitrarie e non completamente afferrabili. È il caso, ad esempio, di Leone X, che pur potendo conservare la pace — come tra l’altro sarebbe stato suo dovere di pontefice — e pur non avendo nessuna «cagione che lo necessitasse a desiderare o suscitare la guerra», affretta lo scontro tra Carlo V e Francesco I. Il narratore non rinuncia a cercare le cause di questo comportamento, elencando in un lungo brano varie possibili motivazioni, tutte soggettive, tra le quali non sceglie, anzi ne ipotizza addirittura la compresenza. Ed è chiaro da quel che precede che l’articolazione disguintiva del rapporto causale ha essenzialmente la funzione di ribadire il giudizio negativo espresso nella parte precedente:
Lione, costituito in tale stato, o riputandosi grande infamia lo avere perduto Parma e Piacenza, acquistate con tanta gloria da Giulio, o non potendo contenere lo appetito ardente allo acquisto di Ferrara o parendogli, se moriva senza avere fatto qualche cosa grande, lasciare infame la memoria del suo pontificato, o dubitando, come diceva egli, che i due re, esclusi ciascuno dalla speranza di averlo congiunto seco e per questo poco abili a offendersi insieme, condiscendessino finalmente tra loro a qualche congiunzione che fusse a depressione della Chiesa e di tutto il resto d’Italia, o sperando, come io udi’ poi dire al cardinale de’ Medici conscio di tutti i suoi secreti, cacciati i franzesi di Genova e del ducato di Milano, potere poi facilmente cacciare Cesare del reame napoletano, vendicandosi quella gloria della libertà d’Italia alla quale prima aveva manifestamente aspirato l’antecessore […]; qualunque lo movesse di queste cagioni, o una o più o tutte insieme, voltò tutti i pensieri alla guerra e a unirsi con uno di questi due prìncipi, e, congiunto con lui, muovere in Italia l’armi contra a l’altro (XIV, I).
È chiaro che in questo caso l’assunzione dell’opposizione entro la motivazione ha il risultato di deviare parzialmente la funzione propria della relazione causale; poiché l’indicazione delle cagioni è strumentalizzata in direzione del giudizio negativo, sottolineato appunto dalla inconsistenza delle cagioni possibili. E la deviazione del rapporto causale è qui particolarmente evidenziata dalla massima che precede il brano citato e che nella sua assertività priva di dubbi rappresenta la vera e oggettiva motivazione del comportamento sbagliato di Leone X:
Ma è vero quello che si dice: non hanno gli uomini maggiore inimico che la troppa prosperità, perché gli fa impotenti di se medesimi, licenziosi e arditi al male e cupidi di turbare il bene proprio con cose nuove.
Quando invece l’opposizione non assume la forma della disgiunzione, il suo rapporto con la motivazione è chiaramente un rapporto antitetico: il termine oppositivo, ponendosi al di fuori della relazione tra causa ed effetto, lo inficia parzialmente; non perché ne provochi la negazione diretta ma perché con la stessa presenza di una condizione o di una possibilità diversa da quella che agisce nel racconto come causa operante, prospetta implicitamente (e più d’una volta anche esplicitamente) la possibilità virtuale di un’altra relazione di causa ed effetto, togliendo di conseguenza al rapporto specifico indicato dal narratore ogni carattere di inevitabile necessità e sottolineando di contro la natura puramente accidentale, e quindi non logica e non razionale, dell’accadimento. Quando questo rapporto oppositivo è esplicito, assume frequentemente la forma del periodo ipotetico seguito dall’avversativa, come nel commento all’esito della battaglia della Ghiaradadda:
Per la quale resistenza tanto valorosa di una parte dell’esercito, fu allora opinione costante di molti che se tutto l’esercito de’ viniziani entrava nella battaglia arebbe ottenuta la vittoria: ma il conte di Pitigliano con la maggiore parte si astenne dal fatto d’arme; o perché, come diceva egli, essendosi voltato per entrare nella battaglia fusse urtato dal seguente squadrone de’ viniziani che già fuggiva, o pure, come si sparse la fama, perché non avendo speranza di potere vincere, e sdegnato che l’Alviano avesse contro alla autorità sua presunto di combattere, migliore consiglio riputasse che quella parte dell’esercito si salvasse che il tutto per l’altrui temerità si perdesse (VIII, IV).
In questo caso la motivazione del fatto realmente accaduto e contrapposto all’ipotesi assume la forma disgiuntiva che abbiamo considerato sopra e, in modo simile a ciò che accade nell’esempio precedente, la disgiunzione degrada la funzione primaria della motivazione, trasferendo la funzione motivante all’effetto, che (verificatosi per l’una o per l’altra causa) è a sua volta causa diretta della sconfitta dei veneziani.
Altrove, come nel caso della ribellione fiorentina del 1527, l’ipotesi segue alla diretta indicazione del rapporto causale primario e ne sottolinea, oltreché l’accidentalità, l’importanza. Sicché l’opposizione presenta con la motivazione un doppio rapporto di antitesi e di solidarietà:
La tumultuazione di Firenze, benché si quietasse il dì medesimo e senza uccisione, fu nondimeno origine di gravissimi disordini; e forse si può dire che se non fusse stato questo accidente, non sarebbe succeduta quella ruina che poi prestissimamente succedette (XVIII, VII).
Ma l’opposizione non caratterizza soltanto la sintassi della frase e del periodo. Come la motivazione instaura una concatenazione causale ininterrotta che percorre tutta la durata e l’estensione dell’opera, così anche il rapporto oppositivo è un procedimento che caratterizza anche sia le singole sequenze narrative che l’organizzazione generale del testo. Abbiamo già visto all’inizio come la grande quadripartizione dell’opera emerga anche in virtù dei parallelismi oppositivi tra antefatto e conclusione, tra prima e seconda parte. Ed abbiamo anche rilevato in molti degli interventi del narratore la presenza ricorrente dall’opposizione tra il motivo della pace e quello della guerra. Il rapporto oppositivo appare quindi un fattore integrante dei diversi livelli del testo, che ne risulta fortemente caratterizzato, dal piano della scrittura a quello delle grandi strutture organizzative, oltreché sul piano delle sequenze narrative, in cui, così come avviene all’interno del periodo, il rapporto causale si intreccia strettamente al rapporto oppositivo, che anzi rivela nella sequenza narrativa una presenza forse più evidente e massiccia di quanto non accada nella sintassi del periodo. Ci limitiamo a citare parzialmente le pagine immediatamente successive alla battaglia di Ravenna:
Pervenne la nuova della rotta a Roma […] sentita con grandissima paura e tumulto da tutta la corte. Però i cardinali, concorsi subitamente al pontefice, lo strignevano con sommi prieghi che, accettando la pace, la quale non diffidavano potersi ottenere assai onesta dal re di Francia, si disponesse a liberare oramai la sedia apostolica e la persona sua da tanti pericoli […]. Da altra parte, gli imbasciadori del re d’Aragona facevano in contrario gravissima instanza […]. Le quali cose udiva il pontefice con somma ambiguità e sospensione, e in modo che si potesse facilmente comprendere, combattere in lui da una parte l’odio lo sdegno e la pertinacia insolita a essere vinta o a piegarsi, dall’altra il pericolo e il timore […] però rispondeva a’ cardinali volere la pace […] e nondimeno non ne rispondeva con tale risoluzione né con parole tanto aperte che facessino piena fede della sua intenzione […]. Nel qual tempo sopravvenne Giulio de’ Medici […] in nome per raccomandarsegli in tanta calamità ma in fatto per riferirgli lo stato delle cose: da cui avendo inteso pienamente quanto fussino indeboliti i franzesi […] dalla quale relazione confortato molto il pontefice, introdottolo nel concistorio gli fece riferire a’ cardinali le cose medesime […]. Perseveravano nondimeno i cardinali a stimolarlo alla pace: dalla quale benché con le parole non si mostrasse alieno, aveva nondimeno nell’animo di non l’accettare se non per ultimo e disperato rimedio […].
Lampeggiò in questo stato alcuna speranza della pace. Perché il re di Francia […] aveva occultamente mandato Fabrizio Carretta […;] proponendo […] le quali condizioni, benché i due cardinali temessino che essendo di poi succeduta la vittoria non fussino più consentite dal re, né ardirono proporle in altra maniera, né egli, essendo tanto onorate per lui, né volendo ancora manifestare quella occulta deliberazione che aveva nell’animo, potette recusarle; anzi forse giudicò essere più utile ingegnarsi di fermare con questi ragionamenti l’armi del re, per avere maggiore spazio a vedere i progressi di coloro ne’ quali si collocavano le reliquie delle speranze sue. Però […] sottoscrisse […] questi capitoli, aggiugnendo a’ cardinali la fede di accettargli se il re li confermava; e al cardinale del Finale […] e al vescovo di Tivoli […] commesse per lettere si trasferissino al re per trattare queste cose; ma non espedì loro né mandato né possanza di conchiuderle.
Insino a questo termine procedettono i mali del pontefice, insino a questo dì fu il colmo delle sue calamità e de’ suoi pericoli: ma dopo quel dì cominciorono a dimostrarsi continuamente le speranze maggiori, e a volgersi alla grandezza sua, senza alcuno freno, la ruota della fortuna. Dette principio a tanta mutazione la partita subita del La Palissa di Romagna […].
Dalle quali cose confermato molto l’animo del pontefice, poi che cessava il timore presente degli inimici forestieri e de’ domestici, dette il terzo dì di maggio con grandissima solennità principio al concilio […]; ove celebrata […] la messa dello Spirito santo, ed esortati con una publica orazione i Padri a intendere con tutto il cuore al bene publico e alla degnità della cristiana religione, fu dichiarato, per fare fondamento all’altre cose che in futuro s’aveano a statuire, il concilio congregato essere vero, legittimo e santo concilio, e in quello risedere indubitatamente tutta l’autorità e la potestà della Chiesa universale: cerimonie bellissime e santissime, e da penetrare insino alle viscere de’ cuori degli uomini, se tali si credesse che fussino i pensieri e i fini degli autori di queste cose quali suonano le parole (X, XIV).
Sembrerebbe che, allorché ci si sposta dal periodo alla sequenza narrativa il rapporto di opposizione tenda a prevalere quantitativamente su quello di causa, come se quest’ultimo possa emergere soltanto dall’insieme delle contraddizioni oggettive c soggettive, o piuttosto come se fosse soltanto il complesso di queste, o a caso una tra esse, a poter essere indicato come causa diretta di un certo effetto. E sempre e comunque il rapporto oppositivo segnala il disordine e le contraddittorietà del reale.
Entro questo polo del messaggio ideologico della Storia d’Italia trova ampia possibilità di applicazione il rapporto antitetico tra apparenza e realtà, che — per le sue numerose e svariate applicazioni — viene a costituire nel testo una direzione tematica fondamentale. Le pagine che abbiamo ultimamente citato ne offrono alcuni esempi: Giulio de’ Medici va da Giulio II con uno scopo dichiarato diverso da quello reale; il pontefice esprime con le parole intenzioni diverse da quelle vere; le cerimonie «bellissime e santissime» del concilio nascondono «pensieri» e «fini» diversi dalle parole. Il rapporto oppositivo tra apparenza e realtà costituisce indubbiamente un’altro segnale del caos delle cose accadute, di fronte alle quali il narratore può stabilire la concatenazione causale solo distinguendo ciò che è da ciò che sembra essere; e da questo punto di vista l’indicazione della verità contrapposta all’apparenza indica ricorrentemente l’attuarsi di una operazione fondamentale da parte del narratore storico, il quale seleziona il materiale a propria disposizione stabilendo una gerarchia tra ciò che deve entrare nella concatenazione causale da lui individuata e ciò che, essendo soltanto apparenza, rischia, se non è individuato con chiarezza, di mettere in crisi la corretta interpretazione dei fatti. È un procedimento che abbiamo visto in atto già due volte, prima nella contrapposizione tra i commenti diversi dei contemporanei alla lega santa (X, VI), e poi nel passo sui pensieri e sulle dichiarazioni di Ferdinando d’Aragona (I, V).
Ma indubbiamente l’ambito entro il quale si dispiega con maggiore ampiezza ed articolazione il rapporto oppositivo tra apparenza e realtà è quello dei rapporti politici. Senza timore di essere smentiti, si può affermare con sicurezza che tutti i rapporti interindividuali che compaiono nel testo sono caratterizzati da questa opposizione. Innanzitutto gli errori commessi dai principi sono dovuti quasi sempre all’incapacità di scorgere il pericolo reale che si nasconde dietro le apparenze del vantaggio immediato. Da questo difetto conoscitivo dei singoli derivano anche, come abbiamo visto, tutte le sconfitte e le calamità che si susseguono ininterrottamente nel racconto. Ma c’è un’altra configurazione del rapporto oppositivo tra apprenza e realtà, che si presenta con una tale continuità ed insistenza, da apparire come una caratteristica ineliminabile dei rapporti interindividuali: il celare volutamente da parte dei personaggi i propri fini mascherandoli con la menzogna. L’inganno e la finzione compaiono in quasi tutti gli atti politici che sono oggetto della narrazione. I personaggi della Storia guicciardiniana agiscono sempre «sotto colore», «sotto specie», «sotto titolo», «sotto nome» di scopi diversi da quelli reali; le azioni che accompagnano il loro operato sono sempre «dimostrare», «far professione», «dare voce» di ciò che non è o non vogliono. A questi termini, per così dire attivi, dell’inganno, fanno riscontro quelli passivi, corrispondenti agli effetti della menzogna: l’ignorare, il credere, l’illudersi, lo sperare. Ma, poiché tutti sanno che essi stessi e tutti gli altri mentono, la menzogna genera anche il sospetto e il dubbio, che a loro volta generano altre menzogne. Ne deriva, da parte del narratore, una continua demolizione della politica ufficiale delle dichiarazioni e delle ambascerie, che si rivela perciò senza alcuna eccezione una entità fittizia sovrapposta artificiosamente alla politica vera delle intenzioni e dei rapporti di forza. Al groviglio della realtà oggettiva fa riscontro così il groviglio dei rapporti intersoggettivi: alla rete delle cause e degli effetti si sovrappone e si contrappone, non solo la rete delle contraddizioni irrazionali che muovono la storia, ma anche la rete dell’inganno e dell’ignoranza, costruita dagli uomini. E quest’ultima costituisce un complesso ancora più aggrovigliato dell’altra, perché, se è vero che la menzogna del singolo si costruisce secondo l’ordine razionale dei mezzi e dei fini, è anche vero però che tutte le menzogne di tutti i singoli vengono a costruire un mondo ancora più assurdo ed aggrovigliato di quello degli eventi oggettivi ; un complesso irrazionale e fittizio, ma non perciò del tutto inoperante sui fatti. È evidente che ne deriva un’altra interferenza, col risultato di immettere nella narrazione un altro fattore di vivacità e di movimento. Si vedano ad esempio le pagine sulla situazione di Federico d’Aragona, contro il quale — ed a sua insaputa — stanno per muoversi insieme gli eserciti del re di Francia e del re di Spagna, da lui considerato proprio alleato:
Contro a’ quali movimenti il re Federigo, non sapendo che l’armi spagnuole fussino sotto specie di amicizia preparate contro a lui, sollecitava Consalvo Ferrando, il quale con la armata del re di Spagna era, sotto simulazione di dargli aiuto, fermatosi in Sicilia, che venisse a Gaeta; avendogli messe in mano alcune terre di Calavria, dimandate da lui per farsi più facile l’acquisto della sua parte, ma sotto colore di volerle per sicurtà delle sue genti. E sperava Federigo, congiunto che fusse Consalvo con l’esercito suo […], avere esercito potente a restistere, senza essere necessitato a rinchiudersi per le terre, a’ franzesi. E per assicurarsi dalle fraudi, essendogli accusati il principe di Bisignano e il conte di Meleto d’avere occulte pratiche col conte di Caiazzo, che era con l’esercito francese, gli aveva fatti incarcerare. Con le quali speranze […] si fermò con l’esercito a San Germano; ove aspettando gli aiuti spagnuoli e le genti che gli conducevano i Colonnesi, sperava d’avere con più felice successo a difendere l’entrata del regno che non aveva, nella venuta di Carlo, fatto Ferdinando suo nipote.
Nel quale stato delle cose era certamente Italia ripiena di incredibile sospensione, giudicandosi per ciascuno che questa impresa avesse a essere principio di gravissime calamità; perché né l’esercito preparato dal re di Francia pareva sì potente che dovesse facilmente superare le forze unite di Federigo e di Consalvo, e si giudicava che cominciando a irritarsi gli animi di re sì potenti avesse l’una parte e l’altra a continuare la guerra con maggiori forze, onde facilmente potessino sorgere per tutta Italia, per le varie inclinazioni degli altri potentati, gravi e pericolosi movimenti. Ma si dimostrorono vani questi discorsi subito che l’esercito franzese fu giunto in terra di Roma. Perché gli oratori franzesi e spagnuoli, entrati insieme nel concistorio, notificorono al pontefice la lega e la divisione fatta tra’ loro re, per potere attendere, come dicevano, all’espedizione contro agli inimici della religione cristiana […]. E perciò, non si dubitando più quale avesse a essere il fine di questa guerra e convertito il timore degli uomini in somma ammirazione, era molto desiderata da ciascuno la prudenza del re di Francia […]. Ma, non era nel concetto universale desiderata meno l’integrità e la fede di Ferdinando, maravigliandosi tutti gli uomini che, per cupidità di ottenere quella parte del reame, si fusse congiurato contro a uno re del sangue suo, e che per potere più facilmente sovvertirlo l’avesse sempre pasciuto di promissioni false di aiutarlo; e oscurato lo splendore del titolo di re cattolico […].
La nuova della concordia di questi re spaventò in modo Federigo che, ancora che Consalvo, mostrando di disprezzare quello che si era publicato a Roma, gli promettesse con la medesima efficacia di andare al soccorso suo, si partì dalle prime deliberazioni (V, v).
In queste pagine si concentrano tutti gli aspetti, conoscitivi e pragmatici, del rapporto oppositivo tra apparenza e realtà. Dall’ignoranza dell’ingannato dovuta alla simulazione dell’ingannatore nasce la speranza vana del successo e l’inadeguata azione politica. Poi, spostandosi l’osservazione al di fuori del rapporto tra ingannato e ingannatore, viene indicata l’opposizione tra le previsioni della gente basate sulle apparenze note e il manifestarsi della verità, che una volta conosciuta smentisce le previsioni. Seguono due opposizioni, l’una tra gli scopi reali dell’accordo e gli scopi falsi dichiarati pubblicamente, l’altra tra il titolo splendido di gloria e l’operato fraudolento di Ferdinando. Infine l’opposizione tra la simulazione che prosegue e la sua inefficacia, dopo che l’ingannato è venuto a conoscenza della verità. È evidente che queste pagine non sono strettamente necessarie al racconto dei fatti e che le informazioni che esse forniscono sono supplementari e puramente circostanziali: il lettore ha già saputo (V, III) dell’accordo tra i due sovrani, ed attende di conoscere gli sviluppi della guerra nel regno di Napoli; queste pagine costituiscono quindi un innegabile fattore di ritardo. Ma è anche chiaro che non si tratta di una interruzione aneddotica del racconto, che trova invece in queste informazioni un’articolazione tutt’altro che episodica, dato che in tutti i suoi momenti la narrazione abbraccia insieme la concatenazione degli eventi ed il gioco politico interindividuale. E, come la concatenazione causale stabilita dal narratore è nel concreto del testo inseparabile dal groviglio della realtà oggettiva, così solo con un grande sforzo di astrazione è possibile separare i rapporti interindividuali da quelli di causa e di effetto.
Vorrei ora accennare brevemente ad un altro procedimento che, insieme all’opposizione, coopera in modo determinante a trasmettere al lettore le connotazioni irrazionali e contraddittorie che caratterizzano la storia narrata: la ripetizione. Qui non importa tanto rilevare la presenza di questo procedimento sul piano stilistico, che pure ne offre esempi assai numerosi e vistosi, quanto sul piano dell’organizzazione e del funzionamento del testo, e quindi del discorso interpretativo e ideologico che ne scaturisce. Abbiamo visto già come il narratore negli interventi proemiali sottolinei ripetutamente negli stessi termini gli episodi principali della vicenda narrata, e come anche l’opposizione tra pace e guerra ed il prelevare di quest’ultima si ripetano con lo stesso procedimento con una continuità martellante e ossessiva. Basterebbero questi interventi a conferire a tutto il racconto l’andamento della ripetizione. Ma è la stessa organizzazione tematica e narrativa del testo a caratterizzarlo in questo modo: gli errori che sono all’origine del primo episodio calamitoso si ripetono nella loro sostanza continuamente, provocando una serie di eventi le cui grandi linee ed i cui effetti appaiono simili al primo, e che sono sempre più disastrosi proprio per il loro susseguirsi e accumularsi. Il passato non insegna nulla per il futuro, e quindi la storia non è che il ripetersi, sempre più atroce, della stessa calamità. È evidente che questa immagine ripetitiva della storia può scaturire dall’organizzazione del racconto solo in seguito alla scelta attuata prioritariamente dall’autore all’interno del materiale di cui disponeva, scelta avvenuta chiaramente non nel senso della differenziazione ma in quello della similarità e della omologazione. Ed è indicativo che la similarità, suggerita appunto mediante la ripetizione, non concerne soltanto i grandi episodi della vicenda, ma anche una serie di circostanze, che potrebbero essere trascurate o addirittura omesse senza compromettere né la veridicità né la completezza del racconto storiografico. Si considerino per esempio gli episodi distanziati, e diversi per le premesse ed il contesto in cui si verificano, dell’entrata di Carlo VIII a Firenze e a Roma nel 1494 (I, XI e XII) e di Luigi XII a Genova dopo la ribellione del 1507 (VII, VI).
Nel 1494 Carlo VIII entra prima in Firenze «con tutto l’esercito», «armato» e «con la lancia in sulla coscia» e poco dopo a Roma, «armato, con la lancia in sulla coscia, come era entrato in Firenze». A distanza di molti anni e di molte pagine, Luigi XII entra in Genova «con tutte le genti d’arme e arcieri della guardia», «armato tutto con l’armi bianche, con uno stocco nudo in mano». È naturale ed inevitabile per il lettore porre in relazione di similarità questo episodio con gli altri due e riconoscere in tutti un comune denominatore, la cui natura va ben al di là dei particolari quasi aneddotici della descrizione ed investe in pieno il rapporto di sottomissione del vinto alla forza del vincitore.
Nella Storia d’Italia sono ovviamente numerosissime altre entrate di vincitori in città italiane, soprattutto a Napoli e a Milano, gli stati più lungamente e tormentosamente sottoposti a mutamenti politici. È evidente che in tutti questi casi ad assicurare la vittoria del nuovo sovrano sono sempre le armi, e che ai fini della narrazione storica poco importa che vi sia o no il consenso delle popolazioni al nuovo dominatore. Eppure questa è una informazione ricorrente con sensibile frequenza in termini praticamente identici: Carlo VIII entra a Napoli «ricevuto con tanto plauso e allegrezza d’ognuno che vanamente si tenterebbe di esprimerlo» (I, XIX); a Milano Luigi XII è «ricevuto con grandissima letizia» (IV, IX); poco dopo il popolo milanese accoglie lo spodestato Lodovico con «desiderio e letizia» (IV, XIII); Ferdinando il cattolico vincitore dei francesi è ricevuto a Napoli con «desiderio e espettazione» (VII, IV); più avanti Massimiliano Sforza entra a Milano «con incredibile allegrezza di tutti i popoli» (XI, v); e Francesco Sforza «è incredibile a dire con quanta letizia fusse ricevuto dal popolo milanese» (XIV, XIV). In tutti questi episodi le popolazioni, che (data la concezione essenzialmente politica e pragmatica della storia che sta ovviamente alla base dell’opera guicciardiniana) non appaiono mai come protagonisti, ma come elemento sostanzialmente passivo, assumono per breve tempo una posizione di primo piano nel resoconto degli avvenimenti. E questo loro emergere è ancora più evidente se si considerano le motivazioni che accompagnano di volta in volta le accoglienze festose al nuovo sovrano. In tutti i casi «l’odio» contro i dominatori presenti provoca il desiderio del nuovo dominatore, del resto già vincitore e quindi inevitabile; ma sempre, una volta che questi è subentrato al potere, la popolazione, che «si era imprudentemente persuasa» di migliorare radicalmente le proprie condizioni, converte «l’ardente desiderio» «in ardente odio» e «l’odio» verso il vecchio sovrano in «benivolenza». Questa continua altalena dell’atteggiamento dei popoli non è mai determinante, come si diceva, sugli eventi e sulle decisioni politiche, ma ciò nonostante, accompagna per un lungo tratto dell’opera le grandi mutazioni. La sua funzione sembrerebbe duplice: da un lato la ricorrente attesa del meglio, sempre delusa, è omogenea a quell’attesa sempre delusa di pace su cui abbiamo visto imperniarsi gli eventi proemiali del narratore; dall’altro il ripetersi ricorrente del «desiderio» e dell’ «allegrezza» nei confronti del nuovo dominatore costituisce una sorta di accompagnamento degli errori reiterati «di coloro che dominano». Come questi, «acciecati dalle cupidità presenti» e dalle «discordie particolari», si fanno «autori di nuove turbazioni», così i popoli, nell’illusione di migliorare il proprio stato, diventano «cupidi di cose nuove»51. Il modo iterativo della comparsa di queste informazioni, tutte coerenti e complementari agli interventi proemiali del narratore, ha la specifica funzione di un segnale ricorrente che affianca il racconto dei grandi eventi storici e coopera con esso a confermare ulteriormente l’interpretazione del narratore.
Ma le reiterate accoglienze festose ai nuovi dominatori hanno anche la funzione di esemplificare in modo probante il giudizio del narratore sul popolo, giudizio generale e quindi valido anche al di là dell’ambito della vicenda narrata. Il narratore lo esprime a chiare lettere sin dall’inizio del secondo libro dove il lettore viene informato che nel popolo napoletano «l’ardente desiderio» dei francesi «era già convertito in ardente odio», sicché «non con minore desiderio aspettavano occasione di poter richiamare gli Aragonesi che pochissimi mesi innanzi avessino desiderato la loro distruzione» (II, IV). Questa informazione è seguita da una considerazione di carattere generale:
Tale è la natura de’ popoli, inclinata a sperare sempre più di quel che si debbe e a tollerare manco di quel ch’è necessario, e ad avere sempre in fastidio le cose presenti.
È una delle tante massime che accompagnano la narrazione degli eventi e costituiscono la cerniera più macroscopica tra racconto e discorso ideologico. La Storia d’Italia pullula letteralmente di considerazioni generali in virtù delle quali i singoli episodi diventano exempla di verità valide in assoluto. Ma sarebbe indubbiamente troppo semplicistico e riduttivo limitare alla ricognizione di queste massime l’illustrazione del messaggio ideologico scaturente del testo. Innanzitutto si rischierebbe di circoscrivere ai momenti in cui esse compaiono il loro ambito di applicazione, e inoltre si rischerebbe di limitare a ciò che le massime comunicano le componenti ideologiche dell’opera. In realtà non è mai la massima isolata a provocare autonomamente il messaggio ideologico, che scaturisce invece dal rapporto, anche distanziato, tra la considerazione generale, la scelta del materiale narrativo e l’organizzazione del racconto. La considerazione del narratore sulla natura dei popoli assume credibilità soprattutto attraverso il modo iterativo con cui viene presentato il comportamento dei popoli, che agiscono sempre nello stesso modo di fronte agli stessi fatti. È la narrazione che, confermando e arricchendo l’ambito di applicazione della massima, provoca sul lettore una ben precisa deduzione di carattere ideologico, che scatta anche laddove la massima non c’è. Consideriamo ad esempio il motivo dell’instabilità delle cose umane, enunciato fin dall’esordio ed esaminiamone alcune applicazioni tra le molte. La prima segue, alla fine del IV libro, al commento sulla fine di Lodovico Sforza e conclude il libro con l’informazione che il fratello Ascanio, fatto anche lui prigioniero, «fu messo nella torre di Borges, stata prigione pochi anni innanzi del medesimo re che ora lo incarcerava». L’informazione è seguita immediatamente da questo commento: «tanto è varia e miserabile la sorte umana, e tanto incerte a ognuno ne’ tempi futuri le proprie condizioni». La massima è in questo caso direttamente collegata all’episodio, che diventa exemplum di essa. Ma in altri luoghi del testo si incontrano almeno tre episodi analoghi a questo, che, pur non essendo accompagnati da alcuna considerazione di carattere generale, non possono che apparire al lettore altri exempla della stessa massima, tanto più probanti di essa, in quanto semplicemente indicati nel corso della narrazione e apparentemente non sottolineati: Lodovico Sforza che, rifugiandosi in Germania, passa «per quegli luoghi dove già, nel tempo che era collocato in tanta gloria e felicità, aveva ricevuto Massimiliano, quando più presto come capitano suo e de’ viniziani che come re de’ romani passò in Italia» (IV, IX); Giulio II, che durante l’assalto di Sassuolo, sente «con giubilo grande» «dalla camera medesima il tuono delle artiglierie sue intorno a Sassuolo, dalla quale aveva, pochi dì innanzi, sentito con gravissimo dispiacere il tuono di quelle degli inimici intorno a Spilimberto» (IX, XII); Massimiliano che va presso l’esercito inglese all’assedio di Thérouane «riconoscendo quegli luoghi ne’ quali, ora dissimile a se medesimo, aveva, giovanetto, rotto con tanta gloria l’esercito di Luigi undecimo re di Francia» (XII, I).
È soprattutto attraverso il ripetersi di questi episodi che il motivo dell’instabilità delle cose umane esercita sul lettore la propria forza di persuasione. Più che l’enunciazione sono gli «innumerabili esempli» a dare credibilità e fondatezza alla massima, fornendole una serie di riprove oggettive.
Inoltre il discorso ideologico complessivo che emerge dalla Storia d’Italia è molto più ricco e articolato di quello che si potrebbe ricavare estrapolando le massime del testo. Dalla sola ricognizione di esse si ricava un quadro dell’ideologia guicciardiniana perfettamente identico a quello dei Ricordi del 1530, da cui la maggior parte delle massime presenti nella Storia sono tratte. Ma in realtà, se si evita questa indebita operazione antologica e si considera l’organizzazione e il funzionamento concreto del testo, l’ideologia guicciardiniana appare alquanto mutata rispetto a quella degli ultimi Ricordi. Innanzitutto viene ad aggiungersi alle altre una nuova componente, la cui portata non può assolutamente essere trascurata: la storia, intesa sia come realtà oggettiva e transindividuale che come realtà dei rapporti interindividuali. È appunto attraverso la meditazione sulla storia che passa, modificandosi, l’ideologia dei Ricordi. Attraverso questo filtro il pessimismo guicciardiniano si articola e si acuisce. La storia transindividuale e la storia interindividuale sono due aspelli della realtà distinti, ma inscindibili nell’ultima opera del Guicciardini, e grazie alla loro reciproca e continua interferenza la vicenda narrata rispecchia in sé sia le caratteristiche della storia generalmente intesa che quelle della natura e della condizione umana: ne emerge una visione complessiva della realtà che, contrariamente a quanto avveniva negli ultimi Ricordi, è totalmente priva di indicazioni positive. I Ricordi, pur contenendo già tutte le indicazioni negative che compaiono nella Storia, lasciavano aperte per il singolo individuo alcune vie di affermazione: la prudenza poteva ancora determinare il successo, l’essere buono non aveva meno importanza dell’essere tenuto buono, la fede (e addirittura la stessa follia) poteva fare cose grandi; dal governarsi con la ragione potevano derivare una dignità ed una soddisfazione superiori addirittura a quelle del successo. Nella Storia d’Italia questi barlumi scompaiono. Sul groviglio assurdo ed insensato della storia può affermarsi soltanto la ragione indagatrice dello storico, ma del tutto a posteriori e senza alcuna possibilità di intervento attivamente modificatore della realtà. D’altra parte gli individui, autori e vittime ad un tempo della storia, presentano connotati nettamente sbilanciati in senso negativo: l’incapacità, l’errore, la doppiezza, la malvagità. La storia, cioè tutta la realtà umana, non ha alcuna grandezza che non sia quella del male. La ragione può affermarsi soltanto allorché la si indaghi dall’esterno e dopo che uno dei suoi processi si è concluso; e l’unico frutto della ragione è la conoscenza: conquista faticosissima perché procede sempre su di un terreno minato dal disordine e dall’irrazionalità, e conquista in ultima analisi sterile, perché non può andare al di là di se stessa. Ma la conoscenza è anche l’unica possibilità di affermazione che resti all’uomo: il suo unico punto di vantaggio sul male sta nel riconoscerlo e nell’indicarlo: solo attraverso l’indicazione del male e in opposizione ad esso è possibile affermare quelle aspirazioni ad un ordine morale e razionale che la realtà continuamente nega ma di cui la ragione non deve liberarsi.
È questo — pensiamo — il significato ideologico dell’ultima opera guicciardiniana, dove la concezione innegabilmente pragmatica e politica della storia si salda con una meditazione filosofica, il cui moralismo profondo e severo, ben lungi dal travestire di panni ottimistici la condizione umana o dall’eludere lo scontro sempre perdente con la realtà, è pur tuttavia il segnale ripetuto della ineliminabile aspirazione della ragione ad un mondo diverso. E nel capolavoro guicciardiniano la ragione si afferma con tanta maggiore potenza quanto meno s’illude di trovare la propria immagine nella storia e quanto più differenzia la realtà da questa immagine.
1. È evidente nella Storia d’Italia la precisa coscienza da parte del Guicciardini della differenza tra narratore e autore, che tra l’altro, com’è noto, è anche uno dei personaggi della storia, prima come ambasciatore della repubblica fiorentina al re di Spagna (X, VIII e XI, IV) e poi come ministro dei pontefici (XIII, XVI; XIV, II; XIV, v; XIV, x; XV, IV; XV, v, ecc.). Infatti di Francesco Guicciardini personaggio si parla solo in terza persona, anche quando viene identificato con «quello che scrisse questa istoria» ; mentre invece la prima persona è sempre presente laddove si discutono giudizi ed opinioni, quando si introducono digressioni o quando si giustifica un passaggio narrativo.
2. È quindi evidente che, quando si parla di incompiutezza dell’opera, si deve alludere alla mancata revisione stilistica dell’ultima parte e alle lacune che l’autore si riservava di riempire, ma certamente non ad una probabile intenzione di proseguire la narrazione al di là della morte di Clemente VII. E la maggiore brevità del XX libro rispetto agli altri si spiega col fatto che il Guicciardini aveva originariamente diviso l’opera in 19 libri, diventati poi 20 in seguito al consiglio del Corsi, che aveva proposto questo numero come «più perfetto»
3. L’immagine della devastazione e dell’impoverimento generale si va precisando via via che procede la narrazione e si accumulano i saccheggi, gli assedi, i guasti, le vessazioni. Queste indicazioni, sebbene non del tutto assenti nella prima parte dell’opera, diventano particolarmente frequenti e marcate dal VI libro in poi. Ne citiamo soltanto alcune, a partire appunto dal passo di VI, x sulle «miserabili» «condizioni degli uomini» del regno di Napoli, «esausto per le lunghe guerre e consumato». Qui per la prima volta compare il motivo della licenza intollerabile dei soldati, che è tanto più molesta ai popoli, quanto più è nuova e «fuora degli esempli passati» : «Perché se bene dopo i tempi antichi, ne’ quali la disciplina militare s’amministrava severamente, i soldati erano stati sempre licenziosi e gravi a’ popoli, nondimeno, non disordinate ancora in tutto le cose, vivevano in gran parte de’ soldi loro né passava a termini intollerabili la loro licenza. Ma gli spagnuoli primi in Italia cominciorno a vivere totalmente delle sostanze de’ popoli […]: dal quale principio ampliandosi la corruttela, perché l’imitazione del male supera sempre l’esempio come per il contrario l’imitazione del bene è sempre inferiore, cominciorno poi e gli spagnuoli medesimi e non meno gli italiani a fare, o siano pagati o non pagati, il medesimo; talmente che con somma infamia della milizia odierna, non sono più sicure dalla sceleratezza de’ soldati le robe degli amici che degli inimici». Si vedano poi altri momenti successivi della narrazione in cui vengono accentuati i motivi della devastazione e dell’impoverimento: «Ma mentre che dall’armi tedesche e italiane sono così vessati i contadi di Padova di Vicenza e di Verona, era ancora più miserabilmente lacerato il paese del Friuli e quello che in Istria ubbidiva a’ viniziani» (VIII, IX); «dentro alle mura, per le rapine de’ soldati stati alla guardia nostra, siamo stati miserabilmente spogliati di tutte le facoltà; e chi non sa quel che, di fuora, per la guerra continua abbiamo patito? e che rimane più in questo misero paese che sia salvo? Arse tutte le case delle nostre possessioni, tagliati tutti gli alberi, perduti gli animali, non condotte al debito fine già due anni le ricolte, impedite in grande parte le semente, senza entrate e senza frutti, senza speranza che mai più possa risorgere questo distruttissimo paese, siamo ridotti in tante angustie, in tanta miseria che, avendo consumato per sostentare la vita nostra, per resistere a infinite spese che di necessità abbiamo fatte, tutto quello che occultamente ci avanzava, non sappiamo più come in futuro possiamo pascere noi medesimi e le famiglie nostre» (IX, III, discorso del capo della legazione vicentina al principe di Anhalt); «Così per le mani de’ franzesi, da’ quali si gloriavano i breseiani essere discesi, cadde in tanto sterminio quella città, non inferiore di nobiltà e di degnità ad alcuna altra di Lombardia, ma di ricchezze, eccettuato Milano, superiore a tutte l’altre: la quale, essendo in preda le cose sacre e le profane, né meno la vita e l’onore delle persone che la roba, stette sette di continui esposta alla avarizia alla libidine e alla licenza militare» (X, x); «Ottenuta la vittoria, Milano e l’altre terre che si erano aderite a’ franzesi mandorno a dimandare perdono, il quale fu conceduto, ma obligandosi a pagare quantità grande di danari; […] e tutti si pagavano a’ svizzeri […]. I quali, per ricôrre tutto il frutto che si poteva, entrarono poi nel marchesato di Monferrato e nel Piamonte, incolpati d’avere ricettato l’esercito franzese; dove, parte predando parte componendo i miseri popoli, ma astenendosi da violare la vita e l’onore, feciono grandissimi guadagni» (XI, XII); «Ma non meno si rallegravano i veronesi e tutte l’altre città e popoli sottoposti alla loro republica; perché speravano, riposandosi per beneficio della pace, aversi a liberare da tante vessazioni e tanti mali, che così miserabilmente avevano, ora da una parte ora dall’altra, tanto tempo sopportati» (XII, XXII); «circa tremila fanti spagnuoli stati più mesi in Sicilia […] passorono a Reggio Calabria; e procedendo con fare per tutto gravissimi danni verso lo stato della Chiesa, messono in grave terrore il pontefice» (XIII, XVI); «tutte le sostanze della città [Genova] andorno in preda de’ vincitori; molte famiglie ricche obligandosi, chi a questa compagnia di soldati chi a quella, di pagare quantità grande di danari, e assicurandole o con pegni o con cedole di mercantati, ricomperorno che le loro case non fussino saccheggiate. Salvossi nel medesimo modo il catino, tanto famoso, che con grandissima riverenza si conserva nella chiesa cattedrale. La preda fu inestimabile, di argenti di gioie di danari e di ricchissima supellettile, essendo quella città, per la frequentazione della mercatura, piena di infinite ricchezze» (XIV, xIV); «E nondimeno questi successi non sollevavano le infelicità di quello ducato [Milano], aggravato eccessivamente dallo esercito cesareo per non ricevere i pagamenti: il quale essendo andato ad alloggiare in Asti e nello astigiano, avendo tumultuato per la medesima cagione, predò tutto il paese insino a Vigevano; in modo che i milanesi, per fuggire il danno e il pericolo del paese, furono costretti promettere loro le paghe di certi tempi, che importavano circa ducati centomila» (XV,I); «E avendo spogliato delle armi il popolo di Milano e mandate fuora le persone sospette, non solo non n’avevano più scrupolo o timore ma, avendolo ridotto in asprissima servitù, erano restati senza pensieri de’ pagamenti de’ soldati; i quali, alloggiati per le case de’ milanesi, non solo costrignevano i padroni delle case a provederli quotidianamente di vitto abbondante e delicato ma eziandio a somministrare loro denari per tutte l’altre cose delle quali avevano o necessità o appetito; non pretermettendo, per esserne provisti, di usare ogni estrema acerbità. […] Donde era sopramodo miserabile la faccia di quella città, miserabile l’aspetto degli uomini ridotti in somma mestizia e spavento: cosa da muovere estrema commiserazione, ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l’avevano veduta pochi anni innanzi pienissima di abitatori, e per la ricchezza de’ cittadini, per il numero infinito delle botteghe ed esercizi, per l’abbondanza e delicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e suntuosissimi ornamenti, cosi delle donne come degli uomini, per la natura degli abitatori inclinati alle feste e a’ piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia ma floridissima e felicissima sopra tutte l’altre città d’Italia; e ora si vedeva restata quasi senza abitatori, per il danno gravissimo che vi aveva fatto la peste, e per quegli che si erano fuggiti e continuamente si fuggivano; gli uomini e le donne con vestimenti inculti e poverissimi, non più vestigio o segno alcuno di botteghe o di esercizi per mezzo de’ quali soleva trapassare grandissima ricchezza in quella città, e l’allegrezza e ardire degli uomini convertito tutto in sommo dolore e timore» (XVII, VIII). Si vedano infine due delle informazioni concernenti il sacco di Roma: «Impossibile a narrare la grandezza della preda, essendovi accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercatanti; ma la fece ancora maggiore il numero grande de’ prigioni che si ebbeno a ricomperare con grossissime taglie […] Ed era fama che, tra denari oro e argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore» (XVIII, VIII).
4. Cfr. XIX, xv: «e Oranges, benché con gli oratori che erano appresso a lui detestasse senza rispetto la cupidità del papa e la ingiustizia di quella impresa, nondimeno aveva chiarito non potere mancare di continuarla senza la restituzione de’ Medici».
5. Cfr. XVIII, VIII.
6. L’ordinamento annalistico è stato generalmente considerato soltanto come una concessione retorica alla storiografia umanistica, e in quanto tale fu criticato aspramente dal Ranke. Diverso il giudizio del Fueter, secondo il quale si tratta di una esteriorità di scarsa importanza e, tutto sommato priva di ripercussioni negative sull’opera: «non era poi così male adatto alla materia ed aveva per lo meno il vantaggio che il lettore non perdeva mai di vista il nesso goncralc; inoltre il Cuicciardini non interrompeva, come facevano gli umanisti, la narrazione al volger dell’anno con notizie di cronaca» (cfr. Storia della storiografia moderna, p. 100). Diverso è il punto di vista del Gilbert (Intr. alla Storia d’Italia, Einaudi, cit.), che scorge in questo e in altri elementi della storiografia umanistica adottati dal Guicciardini fattori che danno alla Storia unità intellettuale e ne accrescono l’efficacia, ed osserva: «Organizzando la narrazione annalisticamente, Guicciardini accentuò il senso dell’impotenza umana di fronte al premere degli eventi».
7. Gli anni in questione sono: 1495 (I, XVII), 1496 (III, IV), 1498 (III, XIV), 1505 (VI, XIII), 1508 (VII, XI), 1510 (VIII, XVI), 1512 (X, IX), 1514 (XII, III), 1515 (XII, VIII), 1516 (XII, xvIII), 1519 (XIII, XI), 1522 (XIV, XII), 1524 (XV, VII), 1525 (XV, XIII), 1528 (XVIII, XV), 1530 (XX, I).
8. Si tratta degli anni dal 1490 al 1493 (I, I-VIII), che sono argomento dell’antefatto, e degli anni 1533 e 1534 (XX, VI-VII), che sono gli ultimi. E quest’ultima omissione non sembrerebbe casuale, perché parzialmente parallela alle omissioni dell’antefatto. Le altre omissioni invece rispondono ad un vero e proprio occultamento dell’ordinamento annalistico, che in questi casi, rari a dire il vero, risulta propriamente trasgredito. Si tratta degli anni 1499 (IV, VII) e 1509 (VIII, I).
9. Sono gli anni: 1501 (V, III), 1502 (V, VI), 1504 (VI, VII), 1507 (VII, V), 1511 (IX, XIII), 1517 (XII, XXII), 1518 (XIII, IX), 1520 (XIII, XV), 1529 (XIX, VII), 1531 (XX, III), 1532 (XX, V).
10. I passaggi in questione si distinguono da quelli precedentemente indicati per la loro accentuazione interpretativa. Ma ciò non toglie che quasi sempre contengano anche elementi spiccatamente accentuati in senso narrativo, primo tra tutti l’anticipazione. Sono gli anni: 1494 (I, VI), 1500 (IV, XIII), 1503 (V, XII), 1506 (VII, I), 1513 (XI, VII), 1521 (XIV, I), 1523 (XV, I), 1526 (XVI, XIV), 1527 (XVIII, I).
11. Cfr. l’apertura dei libri II, V, VI, IX, X, XI, XII, XV, XVII, XIX,
12. Cfr. l’apertura dei libri I, III, IV, VIII, XIII, XIV, XVIII.
13. Le informazioni si susseguono così: «Seguita l’anno mille cinquecento ventinove; nel principio del quale cominciò ad apparire qualche indizio di disposizione, da qualunque parte, alla pace» (XIX, VII); «Posto, per la pace e confederazione predetta, fine a sì lunghe e gravi guerre, continuate più di otto anni con accidenti tanto orribili, restò Italia tutta libera da’ tumulti e da’ pericoli dell’armi, eccetto la città di Firenze; la guerra della quale aveva giovato alla pace degli altri, ma la pace degli altri aggravava la guerra loro» (apertura del libro XX); «Finì in queste agitazioni l’anno mille cinquecento trenta e succedette il mille cinquecento trentuno, nel quale fu piccola materia di movimenti» (XX, III) ; III «Non ebbe questo anno trentuno altri accidenti; e si andò continuando anche la quiete nel futuro anno, il quale fu più pericoloso per guerre esterne che per movimenti di Italia» (XX, v).
14. «onde risonavano per tutto le laudi del senato viniziano e del duca di Milano…: i quali se, acciecati dalle cupidità particolari, non avessino, eziandio con danno e infamia propria, corrotto il bene universale, non si dubita che Italia, reintegrata co’ consigli e le forze loro nel pristino splendore, sarebbe stata per molti anni sicura dall’impeto delle nazioni oltramontane. Ma l’ambizione […] fu causa di rimettere presto Italia in nuove turbazioni». Sul motivo delle colpe dei principi, su cui si articolano e l’ipotesi di miglioramento e la successiva negazione anticipatrice del peggioramento, torneremo più avanti.
15. «essendo pervenuto a tanto imperio uno re maturo d’anni esperimentato in molte guerre ordinato nello spendere e, senza comparazione, più dependente da se stesso che non era stato l’antecessore; e al quale non solo appartenevano, come a re di Francia, le medesime ragioni al regno di Napoli ma ancora pretendeva che per ragioni proprie se gli appartenesse il ducato di Milano» (IV, I).
16. «Però, pochi dì dopo la morte del re Carlo, con deliberazione stabilita nel suo consiglio, si intitolò non solamente re di Francia e, per rispetto del reame di Napoli, re di Ierusalem e dell’una e l’altra Sicilia, ma ancora duca di Milano; e per fare noto a ciascuno quale fusse la inclinazione sua alle cose d’Italia scrisse subito lettere congratulatorie della sua assunzione al pontefice a’ viniziani a’ fiorentini, e mandò uomini propri a dare speranza di nuove imprese, dimostrando espressamente d’avere nell’animo d’acquistare il ducato di Milano» (IV, I).
17. «Alla fine di questo anno 1506, acciò che l’anno nuovo non cominciasse senza materia di nuove guerre, seguitò la rebellione de’ genovesi dalla divozione del re di Francia» (VII, v). «Con queste azioni e incertitudini si finì l’anno mille cinquecento sette. Ma nel principio dell’anno mille cinquecento otto, non potendo queitarsi gli ingegni mobili de’ bolognesi…» (VII, XI).
18. Cfr. ad esempio XIII, IX: «Séguita l’anno mille cinquecento diciotto, nel quale Italia (cosa non accaduta già molti anni) non sentì movimento alcuno, benché minimo, di guerra. Anzi appariva la medesima disposizione in tutti i prìncipi cristiani; tra’ quali, essendone autore il pontefice, si trattava, più presto con ragionamenti apparenti che con consigli sostanziali, la espedizione universale di tutta la cristianità contro a Selim principe de’ turchi». Si noti come anche laddove non c’è, la guerra sia sempre al centro dell’attenzione.
19. Si veda ad esempio il commento alla conquista di Rodi da parte dei turchi, in XV, I: «Questo fine ignominioso al nome cristiano, questo frutto delle discordie de’ nostri prìncipi, ebbe l’anno mille cinquecento ventidue, tollerabile se almanco l’esempio del danno passato avesse dato documento per il tempo futuro. Ma continuandosi le discordie tra i prìncipi, non furono minori i travagli dell’anno mille cinquecento ventitré». Si veda anche questo passo di XVI, XIV: «Consumato con queste azioni, disposte più alla guerra che alla pace, l’anno della natività del Figliuolo del sommo Dio mille cinquecento venticinque, cominciò l’anno mille cinquecentoventisei, pieno di grandi accidenti e di maravigliose perturbazioni».
20. Cfr. l’apertura dei libri XV, XVI, XVII: «La vittoria nuova contro a’ franzesi, benché avesse quietato le cose di Lombardia, non aveva per ciò diminuito il sospetto che il re di Francia […] non avesse, innanzi passasse molto tempo, ad assaltare di nuovo il ducato di Milano» (XV, I); «Essendo adunque, nella giornata fatta nel barco di Pavia, non solo stato rotto dall’esercito cesareo l’esercito franzese ma restato ancora prigione il re cristianissimo […] non si potrebbe esprimere quanto restassino attoniti tutti i potentati d’Italia; a’ quali, trovandosi quasi del tutto disarmati, dava grandissimo terrore l’essere restate l’armi cesaree potentissime in campagna, senza alcuno ostacolo degli inimici» (XVI, I); «La liberazione del re di Francia […] sollevò i priccipi cristiani in grandissima espettazione, e fece volgere inverso di lui gli occhi di tutti gli uomini, i quali prima erano solamente volti verso Cesare, dependendo diversissimi né manco importanti effetti dalla dclibcrazione sua dello osservare o no 1s capitolazione Palla a Madri1» (XVII, I)
21. Infatti gli «atrocissimi e già per più secoli non uditi accidenti» trovano riscontro negli «atrocissimi accidenti» dell’esordio, e, per contrasto, nello stato felice d’Italia prima dell’invasione francese, stato mai provato da «più di mille anni». Il parallelismo col libro VIII è poi evidente, oltreché sul piano tematico (anche lì erano annunciati nuovi e «crudelissimi accidenti») anche sul piano formale, per la presenza dell’enumerazione, che sia nel libro VIII che nel libro XVIII chiude l’apertura. Questo parallelismo simmetrico, per cui entrano in rapporto, a distanza di dieci libri, le due aperture, non è l’unico presente nella Storia, dove sono evidenti parecchie simmetrie tra prima e seconda parte della narrazione centrale. Balza per esempio all’occhio l’analogia tematica e costruttiva tra l’apertura del III libro e quella del XIII, così come quella tra l’apertura del IV e del XIV libro.
22. Cfr. soprattutto I, II-III.
23. Cfr. I, II: «Tanta variazione feciono per la morte di Innocenzio ottavo le cose della Chiesa. Ma variazione d’importanza non minore aveano fatta, per la morte di Lorenzo de’ Medici, le cose di Firenze». Cfr. anche le osservazioni sull’importanza della morte di Ferdinando in I, VI: «La morte di Ferdinando si tenne per certo che nocesse alle cose comuni; perché, oltre che arebbe tentato qualunque rimedio atto a impedire la passata de’ franzesi, non si dubita che più difficile sarebbe stato fare che Lodovico Sforza della natura altiera e poco moderata d’Alfonso s’assicurasse che disporlo a rinnovare l’amicizia con Ferdinando».
24. Cfr. I, III: «deliberò, per assicurarsi con l’armi forestiere, poi che e nelle forze proprie e nelle amicizie italiane non confidava, di tentare ogni cosa per muovere Carlo VIII re di Francia ad assaltare il regno di Napoli, il quale per l’antiche ragioni degli Angioini appartenersegli pretendeva». È qui che avviene la saldatura con l’esordio e che si chiarisce tutta la portata polemica e narrativa del modo con cui viene indicato il termine post quem della narrazione: «dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri principi medesimi,…».
25. Cfr. IV, I: «Alla quale cosa se gli presentava opportunità non piccola, avendo la morte di Carlo causate negli italiani inclinazioni molto diverse dalle passate: perché il pontefice, stimolato dagli interessi propri, i quali conosceva non potere saziare stando quieta Italia, desiderava che le cose di nuovo si turbassino; e i viniziani, cessato il timore che per le ingiurie fatte a Carlo avevano avuto di lui, non erano d’animo alieno da confidarsi del nuovo re. La quale disposizione era per augumentarsi ogni dì più, perché Lodovico Sforza, se bene conoscesse dovere avere più duro e più implacabile inimico, nutrendosi con la speranza con la quale si nutriva similmente Federigo d’Aragona che e’ non potesse così presto attendere alle cose di qua da’ monti, e impedito dallo sdegno presente a discernere il pericolo futuro, non era per astenersi da opporsi loro nelle cose di Pisa».
26. Cfr. l’apertura del libro V: «Dalla vittoria tanto piena e tanto prospera del ducato di Milano era augumentata di maniera l’ambizione e l’ardire del re di Francia che arebbe facilmente, la state medesima, assaltato il reame di Napoli se non l’avesse ritenuto il timore de’ movimenti de’ tedeschi».
27. Cfr. III, I: «Ma l’ambizione, la quale non permesse che alcuno di loro stesse contento a’ termini debiti, fu cagione di rimettere presto Italia in nuove turbazioni, e che non si godesse il frutto della vittoria che ebbono poi contro all’esercito franzese, che era rimasto nel regno di Napoli; la quale vittoria la negligenza e i consigli imprudenti del re lasciorono loro facilmente conseguire».
28. Cfr. XI, IV: «In tale modo fu oppressa con l’armi la libertà de’ fiorentini, condotta a questo grado principalmente per le discordie de’ suoi cittadini: al quale si crede non sarebbe pervenuta se (io passerò la neutralità imprudentemente tenuta, e l’avere il gonfaloniere lasciato pigliare troppo animo agli inimici del governo popolare) non fosse stata eziandio negli ultimi tempi negligentemente procurata la causa publica. […] Per il quale discorso apparisce che se i fiorentini avessino, dopo che furono cacciati i franzesi, procurato diligentemente di assicurare mediante la concordia le cose loro, o se si fussino fortificati di armi di soldati esperti, o non si sarebbe il viceré mosso contro a loro, o trovata difficoltà nello opprimergli arebbe facilmente composto con danari».
29. Cfr. XI, IX e XII, X.
30. Cfr. XIII, VIII: «In questa maniera si terminò la guerra dello stato di Urbino, continuata otto mesi, con gravissima spesa e ignominia de’ vincitori».
31. Cfr. XIV, I: «Principio a nuovi movimenti dettono quegli i quali, obbligati più che gli altri a procurare la conservazione della pace, più spesso che gli altri la perturbano, e accendono con tutta la industria e autorità loro il fuoco; il quale, quando altro rimedio non bastasse, doverebbono col proprio sangue procurare di spegnere. Perché, se bene tra Cesare e il re di Francia crescessino continuamente le male inclinazioni, nondimeno né avevano cagioni molto urgenti alla guerra presente né eccedevano tanto l’uno l’altro di potenza in Italia né di alcuna opportunità che, senza compagnia di qualcun altro de’ principi italiani, fussino bastanti a offendersi. […] in modo che si credeva che se il pontefice, perseverando a stare di mezzo tra tutti due, stesse vigilante e sollecito a temperare, con l’autorità pontificale e con la fede che gli darebbe la neutralità, gli sdegni, e a reprimere l’origine de’ consigli inquieti, si avesse a conservare la pace»
32. Cfr. XIII, I: «E nondimeno, o per la infelicità del fato nostro o perché, per essere Italia divisa in tanti principi e in tanti stati, fusse quasi impossibile, per le varie volontà e interessi di quegli che l’avevano in mano, che ella non stesse sottoposta a continui travagli, ecco che […] si scopersono princìpi di nuovi tumulti»
33. Cfr. XI, VI: «Parrà forse alieno dal mio proposito, stato di non toccare le cose succedute fuora d’Italia, fare menzione di quel che l’anno medesimo si fece in Francia; ma la dependenza di quelle da queste, e perché a’ successi dell’una erano congiunti molte volte le deliberazioni e i successi dell’altra, mi sforza a non le passare del tutto tacitamente ». Si veda anche l’apertura del libro XII, esplicitamente collegata a questo passo: «Succedettono nell’anno medesimo nelle regioni oltramontane pericolosissime guerre, le quali saranno raccontate da me per la medesima cagione e con la medesima brevità con la quale le toccai nella narrazione dell’anno precedente».
34. La prima presentazione di Carlo VIII segue immediatamente all’intervento in cui il narratore, subito dopo aver informato il lettore dell’arrivo del sovrano ad Asti, sottolinea, con l’annuncio delle calamità che si abbatteranno sull’Italia, il passaggio dalla narrazione degli antefatti alla narrazione della vicenda che è argomento specifico dell’opera: «E per maggiore infelicità, acciocché per il valore del vincitore non si diminuisseno le nostre vergogne, quello per la venuta del quale si causorno tanti mali, se bene dotato sì amplamente de’ beni della fortuna, spogliato di quasi tutte le doti della natura e dell’animo» (I, IX). A questa premessa segue un ritratto che è forse il più negativo tra tutti quelli presenti nell’opera: «Perché certo è che Carlo, insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccola, di aspetto, se tu gli levi il vigore e la degnità degli occhi, bruttissimo, e l’altre membra proporzionate in modo che e’ pareva quasi più simile a mostro che a uomo: né solo senza alcuna notizia di buone arti ma appena gli furno cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido di imperare ma abile più a ogn’altra cosa, perché aggirato sempre da’ suoi non riteneva con loro né maestà né autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva povero di prudenza e di giudicio. Già, se alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsicamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio. Inclinazione alla gloria ma più presto con impeto che con consiglio, liberalità ma inconsiderata e senza misura o distinzione, immutabile talvolta nelle deliberazioni ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà meritava più convenientemente nome di freddezza e di remissione di animo». Questa presentazione, per così dire, a tutto tondo del personaggio nel momento in cui entra sulla scena del racconto, costituisce nell’opera un’eccezione, poiché in genere il carattere dei personaggi si manifesta via via che agiscono (cfr. su questo il Gilbert, che giustamente osserva: «Disegnando i caratteri in base alle azioni con cui i singoli interferiscono nel corso della storia, G. raggiunge un grado considerevole di realismo psicologico»). E l’eccezione si spiega col fatto che il ritratto di Carlo VIII, in questo preciso punto del testo, ha anche altre importanti funzioni, oltre a quella di caratterizzare il personaggio: sottolineare l’assurdità quasi fatale che accompagna l’inizio delle calamità d’Italia e ribadire implicitamente la pesante responsabilità dei prìncipi italiani. Comunque, nonostante questo ritratto complessivo, l’inettitudine di Carlo VIII si manifesta anche attraverso le indicazioni, le circostanze e i giudizi che accompagnano le sue azioni. Ne citiamo rapidamente alcuni: «era traportato da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato più tosto in leggiera volontà e quasi impeto che in maturità di consiglio» (I, IV); «Tanto piccoli furono gli ordini e i fondamenti di muovere una guerra così grave! guidandolo più la temerità e l’impeto che la prudenza e il consiglio» (I, IX); «Aveva il re … quasi stabilito di ritornarsene presto in Francia, mosso più da leggiera cupidità che da prudente considerazione» (II, v); «era incredibile l’ardore che il re e tutta la corte avevano di ritornarsene in Francia: come se il caso che era stato bastante a fare acquistare tanta vittoria fusse bastante a farla conservare» (TT, V); «Né in tante necessità, e pericoli de’ suoi provisione alcuna di Francia compariva: perché il re, fermatosi a Lione, attendeva a giostre a torniamenti e a piaceri, deposti tutti i pensieri delle guerre; affermando sempre di volere di nuovo attendere alle coso d’Italia ma non ne dimostrando co’ fatti memoria alcuna» (III, III). E infine: «mori il re Carlo in Ambuosa, per accidente di gocciola, detto da’ fisici apoplessia, sopravenuto mentre stava a vedere giocare alla palla, tanto potente che nel medesimo luogo finì tra poche ore la vita, con la quale aveva con maggiore impeto che virtù turbato il mondo, ed era pericoloso non lo turbasse di nuovo» (III, xv). Carlo VIII esce dalla scena mantenendo inalterati i caratteri con cui vi è entrato. Persino l’indicazione della circostanza della morte (avvenuta nel corso di un’occupazione innegabilmente frivola) ribadisce implicitamente il giudizio d’incapacità e di pigrizia comparso nella presentazione iniziale.
35 «Ma non era pari alla fortuna la diligenza o il consiglio, governandosi tutte le cose freddamente e con grandissima negligenza e confusione: perché i franzesi, diventati per tanta prosperità più insolenti ch’ ’l solito, lasciando portare al caso le cose di momento, non attendevano ad altro che al festeggiare e a’ piaceri; e quegli che erano grandi appresso al re, a cavare privatamente della vittoria più frutto potevano senza considerazione alcuna della degnità o dell’utilità del suo principe» (II, III). «Certo è che molte di queste cose procederono per la negligenza e imprudenza de’ franzesi […]; altri, potendosi difendere, si arrenderono o per viltà o per l’animo debole a sostenere le incomodità degli assedi» (III, VII).
36. Cfr. VI, VII: «Fu considerato che, oltre a quello che si poteva attribuire alla discordia e al poco governo de’ capitani franzesi e alla asprezza de’ tempi, e il non essere i franzesi e i svizzeri abili quanto gli spagnuoli a tollerare con l’animo il tedio della lunghezza delle cose né col corpo le incomodità e le fatiche, due cose principalmente aveano impedita al re di Francia la vittoria. L’una, la lunga dimora che fece l’esercito, per la morte del pontefice, in terra di Roma […] l’altra, l’avarizia de’ commissari regi, i quali fraudando il re ne’ pagamenti de’ soldati, e disordinando per la medesima intenzione le vettovaglie, furono non piccola cagione della diminuzione di quello esercito». contenti di tanto imperio che possedevano, la sfortunata cupidità di acquistare stati in Italia (VI, x).
37.Cfr. I, 11: «era succeduto, nella grandezza del padre, Piero maggiore di tre figliuoli, ancora molto giovane, ma né per l’età né per l’altre sue qualità atto a reggere peso sì grave, né capace di procedere con quella moderazione con la quale procedendo, e dentro e fuori, il padre, e sapendosi prudentemente temporeggiare tra’ principi collegati, aveva, vivendo, le publiche e le private condizioni amplificate, e, morendo, lasciata in ciascuno costante opinione che per opera sua principalmente si fusse la pace d’Italia conservata». Su Piero de’ Medici in rapporto al padre Lorenzo cfr. anche I, XIV: «incitando ancora più gli uomini la superbia e il procedere immoderato di Piero, discostatosi in molte cose dai costumi civili e dalla mansuetudine de’ suoi maggiori: donde quasi insino da puerizia era stato sempre odioso all’universalità de’ cittadini, e in modo che è certissimo che il padre Lorenzo, contemplando la sua natura, si era spesso lamentato con gli amici più intimi che l’imprudenza e arroganza del figliuolo partorirebbe la ruina della sua casa».
38. Cfr. I, VI: «La morte di Ferdinando si tenne per certo che nocesse alle cose comuni; perché, oltre che arebbe tentato qualunque rimedio atto a impedire la passata de’ franzesi, non si dubita che più difficile sarebbe stato fare che Lodovico Sforza della natura altiera e poco moderata d’Alfonso s’assicurasse che disporlo a rinnovare l’amicizia con Ferdinando, sapendo che ne’ tempi precedenti era stato spesso inclinato, per non avere cagione di controversie con lo stato di Milano, a piegarsi alla sua volontà». Un implicito confronto tra Alfonso e Ferdinando si trova anche in I, I: «Concorreva nella medesima inclinazione della quiete comune Ferdinando di Aragona re di Napoli, principe certamente prudentissimo e di grandissima estimazione; con tutto che […] fusse molto stimolato da Alfonso duca di Calavria suo primogenito, il quale malvolentieri tollerava che Giovan Galeazzo Sforza duca di Milano, suo genero, […] fusse depresso e soffocato da Ludovico Sforza suo zio […]. E nondimeno Ferdinando, avendo più innanzi agli occhi l’utilità presente che l’antica inclinazione o la indegnazione del figliuolo, benché giusta, desiderava che Italia non si alterasse».
39. Cfr. I, II.
40. Si veda ad esempio il passo su Enrico VIII, i cui disegni imprudenti di guerra contro la Francia contrastano con la politica prudente del padre Enrico VII: «se bene avesse avuto per ricordo dal padre, nello articolo della morto, che per quiete e sicurtà sua continuasse l’amicizia col regno di Francia, per la quale gli erano pagati ciascuno anno cinquantamila ducati, nondimeno, mosso dalla caldezza della età e dalla pecunia grandissima lasciatagli dal padre, non pareva che avesse manco in considerazione i consigli di quegli che, cupidi di cose nuove e concitati dall’odio che quella nazione ha comunemente grandissimo contro al nome de’ franzesi, lo confortavano alla guerra che la prudenza ed esempio del padre; il quale, non discordante de’ franzesi, ancora che fatto re d’uno regno nuovo e perturbatissimo, aveva con grande obedienza e con grandissima quiete governato e goduto il suo regno» (VIII, XVI). Il deterioramento può investire addirittura la storia del singolo individuo, come avviene nel caso di Massimiliano d’Asburgo, principe valorosissimo in gioventù e invece totalmente inetto nella maturità.
41. Non si salva da questo deterioramento generale nemmeno il senato veneziano, della cui saggezza e oculatezza viene nella Storia d’Italia fortemente ridimensionato il mito. Non è un caso che la maggior parte dei discorsi contrapposti presenti nell’opera si svolgano proprio nel senato veneziano e che in questi casi finisca sempre col prevalere il parere peggiore, cosa che il narratore non manca di sottolineare almeno due volte: «Non potette tanto questa sentenza, sostentata da si potenti ragioni e dalla autorità di molti che erano de’ principali e de’ più savi del senato, che non potesse molto più la sentenza contraria, concitata dall’odio e dalla cupidità del dominare, veementi autori di qualunque pericolosa deliberazione» (IV, VI); «Commossono di modo gli animi della maggiore parte le parole di Domenico Trivisano che, come già qualche anno era stato spesse volte quasi fatale in quello senato, fu, contro al parere di molti senatori grandi di prudenza e di autorità, seguitato il consiglio peggiore» (VIII, I). Anche gli svizzeri vengono presentati come un popolo corrotto in cui si sono offuscate le antiche virtù: «Ha fatto grande il nome di questa gente, tanto orrida e inculta, l’unione e la gloria dell’armi, con le quali, per la ferocia naturale e per la disciplina dell’ordinanze, non solamente hanno sempre valorosamente difeso il paese loro ma esercitato fuori del paese la milizia con somma laude […] assuefattisi, per la cupidità del guadagno, a essere negli eserciti, con taglie ingorde e con nuove dimande, quasi intollerabili, e oltre a questo, nel conversare e nell’ubbidire a chi gli paga, molto fastidiosi e contumaci. In casa, i principali non si astengono da ricevere doni e pensioni da’ prìncipi per favorire e seguitare nelle consulte le parti loro: per il che, riferendosi le cose publiche all’utilità private e fattisi vendibili e corruttibili, sono tra loro medesimi sottentrate le discordie» (X, VIII).
42. Cfr. I, XI: «Facevano tali artiglierie molto formidabile a tutta Italia l’esercito di Carlo; formidabile, oltre a questo, non per il numero ma per il valore de’ soldati. Perché essendo le genti d’arme quasi tutte di sudditi del re, e non di plebe ma di gentiluomini, i quali non meramente ad arbitrio de’ capitani si mettevano o rimovevano, e pagate non da loro ma da i ministri regi aveano le compagnie non solo i numeri interi ma la gente fiorita e bene in ordine di cavalli e d’armi, non essendo per la povertà impotenti a provedersene, e facendo ciascuno a gara di servire meglio, così per lo istinto dell’onore, il quale nutrisce ne’ petti degli uomini l’essere nati nobilmente, come perché dell’opere valorose potevano sperare premi, e fuora della milizia e nella milizia, ordinata in modo che per più gradi si saliva insino al capitanato. I medesimi stimoli avevano i capitani, quasi tutti baroni e signori o almanco di sangue molto nobile, e quasi tutti sudditi del regno di Francia; i quali […] non avevano altro intento che meritare laude appresso al suo re, donde non aveano luogo tra loro né la instabilità di mutare padrone, o per ambizione o per avarizia, né le concorrenze con gli altri capitani per avanzargli con maggiore condotta».
43. Anche in questo caso la decisione viene presa dopo due discorsi contrapposti, ed anche in questo caso è esplicita da parte del narratore l’indicazione dell’errore politico: «Varie furono l’opinioni degli altri del consiglio, parlato che ebbe il viceré; parendo a tutti quelli che erano di sincero giudizio che lo accordare col re di Francia, nel modo proposto, fusse deliberazione molto pericolosa. Nondimeno, poteva ne’ fiamminghi tanto il desiderio di recuperare la Borgogna, come antico patrimonio e titolo de’ principi suoi, che non gli lasciava discernere la verità; e fu anche fama che in molti potessero assai i donativi e le promesse larghe fatte da’ franzesi. E sopra tutto Cesare, o perché così fusse la prima sua inclinazione o perché appresso a lui l’autorità del viceré, congiunta massime a quella di Nassau che sentiva il medesimo, fusse di grandissimo momento, o perché gli paresse troppa indegnità essere costretto di perdonare a Francesco Sforza, udiva volentieri chi consigliava l’accordo col re di Francia» (XVI, XV).
44. Cfr. XX, VI.
45. Cfr. I, XIV, dove l’episodio aneddotico dell’incontro di Piero de’ Medici con Lodovico, dopo la consegna delle fortezze fiorentine a Carlo VIII, ha soprattutto la funzione di anticipare la fine di Lodovico: «Né pare in questo luogo da pretermettere quel che argutamente rispose a Piero de’ Medici Lodovico Sforza, che arrivò il dì seguente all’eser’cito: perché scusandosi Piero che, essendo andatogli incontro per onorarlo, l’avere Lodovico fallito la strada era stato cagione che la sua andata fusse stata vana, rispose molto prontamente: — Vero è che uno di noi ha fallito la strada, ma sarete forse voi stato quello. Quasi rimproverandogli che per non avere prestata fede a’ consigli suoi fusse caduto in tante difficoltà e pericoli. Benché i successi seguenti dimostrorno avere fallito il cammino diritto ciascuno di loro, ma con maggiore infamia e infelicità di colui il quale, collocato in maggiore grandezza, faceva professione di essere con la prudenza sua la guida di tutti gli altri». Si veda poi l’apertura del II libro, dove si allude insieme alla questione di Pisa e ai danni che ne deriveranno per Lodovico: «Mentre che queste cose si facevano in Roma e nel reame napoletano, crescevano in altra parte d’Italia le faville d’uno piccolo fuoco, destinato a partorire alla fine grandissimo incendio in danno di molti, ma principalmente contro a colui che per troppa cupidità di dominare l’avesse suscitato e nutrito». Chiari elementi impliciti di anticipazione sono poi contenuti in questo passo di III, IV, sempre in relazione alle mire di Lodovico su Pisa: «Accresceva questi disegni e speranze fallaci la persuasione, nella quale poco ricordandosi della varietà delle cose umane si nutriva da se stesso, d’avere quasi sotto i piedi la fortuna, della quale affermava publicamente essere figliuolo: tanto era invanito de’ prosperi successi […]. Con le quali regole misurando il futuro, e giudicando la prudenza e lo ingegno di tutti gli altri essere molto inferiore alla prudenza e ingegno suo, si prometteva d’avere a indirizzare sempre a arbitrio suo le cose d’Italia e di potere con la sua industria circonvenire ciascuno: la quale vana impressione …». Si veda ancora l’esplicita anticipazione di IV, II: «Ma era fatale che lo incendio di Pisa, stato suscitato e nutrito dal duca di Milano per appetito immoderato di dominare, avesse finalmente ad abbruciare l’autore».
46. Citiamo soltanto alcuni dei numerosi momenti in cui l’abilità politica di questo personaggio viene connotata dagli attributi della menzogna e della doppiezza: «la quale querela aveva Ferdinando coperta con astuzia e pazienza spagnuola» (V, III); «in che non procedeva con molta sincerità Ferdinando ma cercava nutrire il cardinale di Roano, cupidissimo del pontificato, con questa speranza: con le quali arti prese in modo l’animo suo che, forse con non piccolo detrimento delle cose del suo re, si accorse tardi, e dopo molti segni che dimostravano il contrario, quanto fussino in quel principe diverse le parole dalle opere, e quanto fussino occulti i consigli suoi» (VII, VIII); «ingegnandosi di dimostrare con la prontezza il contrario di quello che sentiva nello animo» (VIII, I); «dal re d’Aragona, con tutto che avesse agli altri confederati promesso molto, si spargevano dimostrazioni e romori, secondo la sua consuetudine, ma non si facevano apparati di molto momento» (VIII, III); «molto efficacemente contradicevano gli oratori di Cesare e del re di Francia; concorrendo con loro in publico al medesimo l’oratore del re d’Aragona, benché, temendo per l’interesse del regno di Napoli della grandezza del re di Francia né confidandosi in Cesare per la sua instabilità procurasse occultissimamente in con trario col pontefice» (VIII, XII); «alla qual cosa lo confortava medesimamente, ma molto occultamente, il re d’Aragona» (IX, I); «nelle quali cose, benché occultissimamente procedesse non era possibile che del tutto si coprissino i pensieri suoi» (IX, V); «E nondimeno il medesimo re, procedendo con le solite arti, dimostrava desiderare più la guerra contro a’ mori, né rimuoverlo da quella utilità o comodo proprio, né altro che la divozione avuta sempre alla sedia apostolica» (X, IV) ; «e l’arti e le simulazioni dell’Aragonese erano tali che il re, prestando minore fede a’ fatti che alle parole, colle quali affermava che mai piglierebbe l’armi contro a lui, si lasciava in qualche parte persuadere che quel re non sarebbe così congiunto con l’armi manifeste agli inimici suoi come era congiunto co’ consigli occulti» (X, IV); «aveva astutamente nutrito le speranze del Navarro» (XI, VI); «ritenendosi lo instrumento per potere usare le simulazioni e arti sue» (XII, VI) ; «licenziò tutte le genti che aveva raccolte, non tenendo più conto della promessa fatta quell’anno a’ confederati di muovere la guerra nella Francia che avesse tenuto delle promesse fatte a’ medesimi negli anni precedenti» (XII, XI); «Re di eccellentissimo consiglio e virtù, e nel quale, se fusse stato costante nelle promesse, non potresti facilmente riprendere cosa alcuna […] superiore sempre e quasi domatore di tutti gli inimici suoi. E, ove manifestamente appari congiunta la fortuna con la industria, coprì quasi tutte le sue cupidità sotto colore di onesto zelo della religione e di santa intenzione al bene comune» (XII, XIX).
47. Per quanto riguarda Clemente VII questo concetto emerge chiaramente dalla stessa narrazione dei fatti. Ma non mancano in altre occasioni formulazioni esplicite in questo senso. La più estesa chiude non a caso la digressione sul potere temporale della Chiesa: «Per le quali operazioni perduta del tutto ne’ cuori degli uomini la riverenza pontificale, si sostenta nondimeno in parte l’autorità per il nome e per la maestà, tanto potente ed efficace, della religione, e aiutata molto dalla facoltà che hanno di gratificare a’ principi grandi e a quegli che sono potenti appresso a loro, per mezzo delle degnità e delle altre concessioni ecclesiastiche. Donde, conoscendosi essere in sommo rispetto degli uomini, e che a chi piglia l’armi contro a loro risulta grave infamia e spesso opposizione di altri prìncipi e, in ogni evento, piccolo guadagno, e che vincitori esercitano la vittoria ad arbitrio loro, vinti conseguiscono che condizione vogliono, e stimolandogli la cupidità di sollevare i congiunti suoi di gradi privati a principati, sono stati da molto tempo in qua spessissime volte lo instrumento di suscitare guerre e incendi nuovi in Italia» (IV, XII). Si veda poi la frase che apre il giudizio del narratore su Giulio II: «Principe di animo e di costanza inestimabile ma impetuoso e di concetti smisurati, per i quali che non precipitasse lo sostenne più la riverenza della Chiesa, la discordia de’ prìncipi e la condizione de’ tempi, che la moderazione e la prudenza» (XI, VIII). Un’altra indicazione di questo genere è fornita a proposito di Leone X: «temeva il re di Francia che queste cose non si trattassino con volontà del pontefice; del quale appariva anche in altro il malo animo […]. E nondimeno (tanta è la maestà del pontificato) il re si ingegnava di placarlo con molti offici» (XII, XXI).
48. Si veda ad esempio come la lunga digressione sul potere temporale della Chiesa venga motivata dalla necessità di chiarire al lettore quali erano i pretesti giuridici di cui Alessandro VI poteva ammantare la propria ambizione ed ottenere dal re di Francia aiuti militari contro i vicari di Romagna: «Per dichiarazione della qual cosa, e di molt’altre succedute ne’ tempi seguenti, ricerca la materia che si faccia menzione che ragioni abbia la Chiesa sopra le terre di Romagna e sopra molte altre, le quali o ha in vari tempi possedute o ora possiede; e in che modo, instituita da principio meramente per la amministrazione spirituale, sia pervenuta agli stati e agli imperi mondani; e similmente che si narri, come cosa connessa, che congiunzioni e contenzioni sieno state, per queste e altre cagioni, in diversi tempi tra i pontefici e gli imperadori» (IV, XII). Invece la digressione sulle nuove terre scoperte da Cristoforo Colombo è motivata, oltreché dalla sua parziale connessione con le vicende italiane, soprattutto dalla sua importanza mondiale: «Ma non aveva dato tanta molestia a’ viniziani la guerra de’ turchi quanta molestia e detrimento dette l’essere stato intercetto dal re del Portogallo il commercio delle spezierie, le quali i mercanti e i legni loro conducendo da Alessandria, città nobilissima, a Vinegia, spargevano con grandissimo guadagno per tutte le provincie della cristianità. La quale cosa, essendo stata delle più memorabili che da molti secoli in qua siano accadute nel mondo, e avendo, per il danno che ne ricevè la città di Vinegia, qualche connessità con le cose italiane, non è al tutto fuora del proposito farne alquanto distesamente memoria» (VI, IX).
49. Ad esempio le pagine dedicate alla politica dei pontefici nei confronti di Ferrara hanno dichiaratamente la funzione di motivare e chiarire il giudizio del narratore sulla confederazione di Clemente VII con Carlo V: «Fu adunque il consiglio di Clemente, secondo il tempo che correva, prudente e bene considerato. Ma sarebbe stato forse più laudabile se in tutti gli articoli della capitolazione avesse usato la medesima prudenza, e voltato l’animo più presto a saldare tutte le piaghe di Italia che ad aprire e inasprirne qualcuna di momento; imitando i savi medici, i quali, quando i rimedi che si fanno per sanare la indisposizione degli altri membri accrescono la infermità del capo o del cuore, proposto ogni pensiero de’ mali più leggieri e che aspettano tempo, attendono con ogni diligenza a quello che è più importante e più necessario alla salute dello infermo. Il che perché s’intenda meglio è necessario ripetere più da alto parte delle cose già narrate, ma sparsamente, di sopra, riducendole in uno luogo medesimo» (XVI, II).
50. Si veda ad esempio il passo di XVI, XI che precede immediatamente il noto parallelo tra Leone X e Clemente VII: «Combattevano il pontefice da ogni parte con queste ragioni gl’imbasciadori e agenti de’ principi ma non manco i ministri suoi medesimi, perché la casa e il consiglio suo era diviso; de’ quali ciascuno favoriva la propria inclinazione con tanto minore rispetto quanto era maggiore l’autorità che s’avevano arrogata con lui, ed egli insino a quel tempo assuefattosi a lasciarsi in grande parte portare da coloro che arebbono avuto a obbedire a’ cenni suoi, né essere altro che ministri ed esecutori delle volontà e ordini del padrone. Per intelligenza di che, e di molte altre cose che occorsono, è necessario dichiarare più da alto».
51. Non è certo casuale che l’ultima accoglienza festosa tributata da un popolo al nuovo dominatore sia quella dai milanesi a Francesco Sforza nel libro XIV; libro nell’apertura del quale si presenta ai contemporanei l’ultima alternativa tra guerra e pace. Come, sotto l’incalzare degli avvenimenti, svanisce per il narratore e i suoi portavoce ogni speranza di pace, così i popoli, e in particolare quello di Milano, sottoposti sempre più brutalmente alle vessazioni e alle conseguenze della guerra, hanno ormai poco da rallegrarsi della vittoria dell’uno o dell’altro contendente. Nel libro successivo, dopo la perdita di Biagrassa da parte dei francesi, si legge: «Fu lietissima questa vittoria al popolo milanese; ma senza comparazione maggiore fu la infelicità che la letizia, perché da Biagrassa, dove era cominciata la peste, furno, per il commercio delle cose saccheggiate, sparsi in quella città i semi di tanto pestifera contagione; la quale pochi mesi poi si ampliò tanto che solamente in Milano tolse la vita a più di cinquantamila persone» (XV, VIII).