Gli è sempre piaciuto passare per un benefattore, e in parte lo è stato, anche se i soldi con i quali aiutava i meno fortunati grondavano sangue a fiotti. E molti suoi connazionali lo hanno considerato una sorta di eroe popolare, alla Robin Hood per intenderci, che correva in soccorso dei diseredati del suo Paese.
Al netto dei giudizi interessati (il suo e quello dei suoi fan), Pablo Escobar sarà sempre ricordato per essere stato uno dei più grandi narcotrafficanti al mondo. Tra i più ricchi, sicuramente, ma pure tra i più violenti come dimostrano le guerre che hanno trasformato alcune zone della Colombia in uno sterminato Far West nel quale sono state ammazzate migliaia di persone: moltissimi delinquenti, ma anche tanta gente perbene che aveva inutilmente tentato di arginare i “cartelli” della droga.
Nonostante un lungo periodo vissuto tra i lussi e con in mano il potere di decidere chi doveva vivere e chi doveva morire, la carriera di don Pablo non è stata molto lunga: è morto il giorno dopo aver compiuto quarantaquattro anni, freddato dalla polizia mentre tentava di scappare dall’ennesimo arresto, forse l’ultimo. Una fine prematura e ingloriosa per uno come lui. Se fosse rimasto vivo, gli sarebbe toccato in sorte un destino che lo aveva sempre terrorizzato: l’estradizione negli Stati Uniti, dove avrebbe assaggiato per la prima volta il sapore sgradevole della detenzione dura, niente a che vedere con le allegre carceri colombiane che aveva frequentato fino ad allora.
Sono quasi trent’anni che “El Patron” – come lo chiamavano in tanti – è passato a miglior vita, e la sua epopea è stata raccontata in molti libri, in diversi film e in un discreto numero di serie televisive; il passaggio al cinema e alla TV ne ha amplificato la fama a dismisura trasformandolo in una sorta di affascinante icona del male.
Trent’anni dopo la scomparsa, la Colombia porta ancora i segni del suo dominio; e i segni li portano sulla pelle i familiari dei giudici, dei poliziotti, dei politici e dei giornalisti che lo hanno sfidato pur consapevoli che avrebbero pagato un prezzo altissimo.
La fame. O, nel migliore dei casi, la povertà. Nella Medellín degli anni ’50 per un bambino è facile porsi una domanda: cosa devo fare per non vivere di stenti come i miei genitori che fanno i contadini? Per chi vuole una soluzione rapida al problema, la risposta è una sola ed è semplice: fame e povertà si superano solo facendo molti soldi e in poco tempo. E molti soldi in poco tempo arrivano soltanto se fai il delinquente.
Pablo Escobar, nato nel 1949, comincia a violare il codice penale già da adolescente. Uno dei primi “lavoretti” è quello di rubare nei cimiteri, successivamente si specializza nei furti d’auto. Ed è proprio dopo aver rubato un’auto, nel 1974, che finisce in carcere per la prima volta. E dietro le sbarre stringe un’amicizia solida con Alberto Prieto, uno che ha le mani in pasta nel commercio della droga. Pablo si rivela un eccellente apprendista e nel giro di poco tempo riesce a diventare un punto di riferimento per il narcotraffico. Anche perché è abituato a usare le maniere forti, senza alcuna pietà. Quando ha di fronte un interlocutore, gli pone sempre la stessa domanda: “plata o plomo?”, vale a dire “soldi o piombo?”.
La tendenza a saltare ogni forma di contrattazione lo porta, infatti, a risolvere tutte le questioni con grande velocità: o corrompe o uccide. Del resto possiede soldi e ferocia in uguale abbondanza.
In mezzo al crimine c’è spazio per i sentimenti. L’amore scocca prestissimo. Lei ha dodici anni e si chiama Victoria Eugenia Henao; lui di anni ne ha ventitré. Nonostante la voragine anagrafica che li separa, lui se ne invaghisce perdutamente, la corteggia con serenate appassionate. Agli occhi della ragazzina è una sorta di principe azzurro come se ne vedono solo nelle favole. Ma la favola ha una durata molto breve. Quando Victoria cede alle lusinghe di quell’uomo che ha quasi il doppio dei suoi anni e diventa la signora Escobar, le gioie si assottigliano e lasciano spazio alle mortificazioni. Un po’ alla volta viene messa in disparte, comincia a essere maltrattata e soppiantata dalle amanti. La fedeltà non è nel repertorio del narcotrafficante e il matrimonio più volte rischia di andare in mille pezzi; lei, però, non ha il coraggio necessario per lasciarlo e alla fine sopporta stoicamente le relazioni extraconiugali del consorte. Anche perché – considerando il carattere di Pablo – nel caso volesse mandarlo al diavolo, le conseguenze potrebbero essere pericolose.
Escobar è piuttosto intraprendente e nel breve volgere di qualche anno diventa il capo indiscusso del cosiddetto cartello di Medellín. La sua ascesa è inarrestabile. Commercia soprattutto cocaina, e tonnellate di “polvere bianca” inondano in particolare gli Stati Uniti. Stando a quanto ha raccontato il figlio Juan Pablo, alla fine del 1981 il babbo e lo zio Gustavo creano la prima flotta di aeroplani ed elicotteri da utilizzare per il trasporto della droga. Per moltiplicare gli affari acquistano tre Aero Commander, un Cheyenne, un Twin Otter e un Learjeto. Comprano pure due elicotteri, uno Hughes 500 e un Bell 206 Ranger:
Gli aeromobili arrivavano direttamente dalla Florida grazie a un giro di broker: la droga usciva, al loro posto arrivavano aeromobili carichi di contante. E alcuni restavano a disposizione del Patròn, che poteva utilizzarli a suo piacimento senza troppe noie da parte dell’Autorità del trasporto civile colombiana, presieduta in quegli anni dal futuro presidente della Repubblica Alvaro Uribe Velez, dai suoi detrattori spesso indicato come “collaboratore” del neonato regno criminale di Escobar.
(aviazionecivile.blogspot.com/2016/09/gli-aerei-e-elicotteri-
di-pablo-escobar.html)
Don Pablo non è un personaggio banale. È abile a giocare su più tavoli e inoltre vuole capitalizzare il potere che sta acquisendo sul fronte criminale. Grazie al sostegno che si è assicurato dalla popolazione più debole (alla quale regala denaro, case, strutture sportive) si lancia in politica e arriva addirittura in Parlamento. Sul finire degli anni ’70 è consigliere comunale di Envigado, ma nel 1982 si candida nella lista Movimento Rivoluzionario Liberale e viene eletto deputato della Camera dei rappresentanti. L’esperienza però dura poco per colpa del coraggioso quotidiano «El Espectador» che tira fuori una storia da molti dimenticata o fintamente ignorata: nel 1976 il non ancora deputato Escobar era stato arrestato perché sospettato di trafficare droga. Una macchia troppo grossa per passare inosservata e poco dopo “El Patron” è costretto a dare le dimissioni e a rinunciare al seggio in Parlamento. Due anni dopo si vendicherà contro il giornale che ha stroncato sul nascere le sue ambizioni di uomo delle istituzioni.
Il narcotraffico intanto lo rende ricchissimo. Però difendere il business non è molto semplice: la concorrenza del cartello di Cali viene respinta a suon di morti, se ne conteranno almeno 3.000 nel giro di qualche anno.
Nel frattempo si è chiuso nel suo personale e inaccessibile regno costruito in località Puerto Triunfo: si chiama “Hacienda Napoles” ed è una tenuta di circa 5.000 ettari che ospita pure un affollato zoo privato con 1.500 specie di animali tra cui ippopotami, giraffe, leoni, elefanti. Ovviamente non manca una pista per gli elicotteri.
Il cartello di Escobar non solo uccide i rivali ma fa piazza pulita di giudici e poliziotti che con il loro lavoro ostacolano gli affari sporchi. Uno dei primi a lasciarci la pelle è il ministro della giustizia Rodrigo Lara Bonilla (1985), poi tocca al magistrato Hernando Baquero (1986). Fanno una brutta fine anche il capo della polizia Jaime Ramírez (1986) e il giudice Gustavo Zuluaga (uno dei primi a perseguire il criminale di Medellín). Moriranno per mano dei narcos pure la giudice María Helena Díaz (1989), il colonnello della polizia Valdemar Franklin (1989), il candidato alla presidenza Luis Carlos Galán (1989).
Nemici giurati di don Pablo sono soprattutto i cronisti di El Espectador, un quotidiano che nei suoi riguardi è stato sempre piuttosto aggressivo. El Espectador non è solamente uno dei giornali più antichi del Paese: è anche il primo che – eroicamente, verrebbe da dire – si è sempre chiesto da dove provenissero le sterminate ricchezze di Escobar. Ed è anche lo stesso che lo ha costretto alle dimissioni da deputato.
Un affronto del genere però non poteva non prevedere una punizione esemplare e infatti la sera del 17 dicembre del 1986 il direttore Guillermo Cano muore in un agguato, abbattuto con otto colpi di mitragliatrice al petto. Il giorno dopo sulla prima pagina del giornale campeggia un titolo che è anche un guanto di sfida: “Seguimos adelante”, ovvero “Andiamo avanti”.
Va avanti pure “El Patron”, il cui odio non si placa mai, tant’è che continua a colpire duro. All’alba del 2 settembre del 1989 i suoi uomini abbandonano un furgone davanti alla sede del quotidiano. Alle 6:30 l’automezzo esplode provocando danni enormi: il tetto è pesantemente danneggiato, l’ingresso della redazione è devastato. Poco dopo, i narcotrafficanti fanno irruzione nell’abitazione dove la famiglia del defunto direttore Cano fa le vacanze, e la incendiano.
Escobar non accetta interferenze che possano disturbare la sua attività. E usa qualsiasi sistema per neutralizzare i nemici, reali o potenziali che siano. Oltre che per contrastare i cartelli avversari, in primo luogo l’odiata concorrenza che arriva da Cali, usa la forza pure per evitare che si approvino delle leggi che rendano più facile e veloce l’estradizione negli Stati Uniti. In quest’ottica rientra il rapimento, avvenuto il 18 gennaio del 1988, di Andrés Pastrana, candidato a sindaco di Bogotá per il Partito conservatore: l’obiettivo è costringere il presidente Virgilio Barca a non approvare i trattati che prevedono l’estradizione; del resto “El Patron” ha sempre sostenuto che è meglio morire in Colombia che finire in un carcere americano:
Escobar gli fece una lezione di quasi due ore, spiegando nel dettaglio tutti gli aspetti del narcotraffico: la semina, la produzione, il trasporto, l’esportazione e il riciclaggio dei profitti. Poi gli regalò due libri: un Guinnes dei primati e un romanzo di Jeffrey Archer. Mentre lo salutava, senza battere ciglio Escobar disse a Pastrana che il giorno dopo avrebbe sequestrato il procuratore Carlos Mauro Hoyos (che sarebbe morto nel tentativo di sequestro). Pastrana fu liberato dalla polizia il 25 gennaio e venne eletto sindaco di Bogotá. Dieci anni dopo sarebbe diventato presidente della Colombia.
(www.internazionale.it/opinione/alessio-marchionna/2013/12/02/
tre-storie-su-pablo-escobar)
Nel 1988, quando oramai la sua fama è planetaria, Pablo Escobar concede un’intervista a Yolanda Ruiz dell’emittente “Rcn La Radio”, nel corso della conversazione il narcotrafficante giustifica in tutti i modi il suo essere diventato un criminale pericoloso e brutale, sostenendo di essere uno dei pochi che fa del bene alla comunità:
Quello che vedo è che tutte queste persone accusate pubblicamente di appartenere al narcotraffico sono davvero le uniche che stanno investendo nel Paese, cioè le uniche che danno lavoro alla gente della Colombia.
(www.internazionale.it/opinione/alessio-marchionna/2013/12/02/tre-storie-su-pablo-escobar)
Gli affari gli vanno così bene che nell’estate del 1989 la rivista «Forbes» lo inserisce nell’elenco degli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio di almeno 3 miliardi di dollari.
Il 19 giugno del 1991 Escobar compie un gesto in apparenza clamoroso: si consegna alla polizia. Non è una decisione avventata né è l’inizio di un improbabile percorso di redenzione. La scelta di arrendersi è dovuta al fatto che nella nuova Costituzione è previsto il divieto di concessione dell’estradizione dei cittadini colombiani. Dunque, lui non sarà mai spedito negli Stati Uniti per essere processato e poi condannato a pene pesantissime. Ma invece di nascondersi o scappare, potrà starsene in uno degli “accoglienti” penitenziari colombiani. Infatti viene rinchiuso a El Catedral di Envigado, dove esiste solo la sua legge e in cui può condurre un’esistenza godendo di tutti gli agi di cui può disporre un imprenditore miliardario.
La detenzione è solo una presa in giro, tant’è che può riceve chiunque. A fargli visita è pure Diego Armando Maradona, e a raccontarlo sarà lo stesso calciatore argentino; per “El Patron” era come stare a casa:
Il carcere in cui si trasferì volontariamente nel 1991, in cambio della promessa del presidente César Gaviria Trujillo di non estradarlo, non era da meno. Lo ha raccontato Diego Armando Maradona, che ricevette l’invito a giocare una partita amichevole in quel carcere “da una persona colombiana molto importante”, in cambio di una quantità enorme di soldi. “Quando sono entrato sembrava un hotel di lusso di Dubai, lì me l’hanno presentato. Mi dissero: Diego, questo è El Patrón”, ha raccontato il calciatore. “Visto che non seguo le notizie e non guardo la televisione, non sapevo chi fosse”.
(www.wired.it/attualita/politica/2015/12/02/vera-storia-pablo-escobar/)
Oltre a Maradona, c’è un altro calciatore che ha conosciuto Escobar, fino a diventarne un estimatore. È René Higuita, per molti anni portiere della nazionale colombiana. Higuita non solo non ha negato il rapporto che lo legava al trafficante di droga, ma in un’occasione si è rifiutato di collaborare con la polizia del suo Paese, come racconterà lui stesso in un’intervista al canale argentino Fox Sports:
Le autorità in Colombia mi hanno detto di consegnare Pablo Escobar in modo da non arrestarmi. Sapevano che ero innocente, ma in tutte le persecuzioni che avevano iniziato contro di lui, iniziarono a mettere i suoi conoscenti in prigione. La gente mi considerava suo amico dopo che l’ho visitato nel carcere di La Catedral. Risposi che non sapevo nulla e che anche se avessi saputo non avrei detto nulla. Era compito delle autorità. Io ero grato a Pablo Escobar per aver illuminato i campi da calcio quando nessun altro lo aveva fatto.
(www.corrieredellosport.it/news/calcio/2020/06/04-70444706/
higuita_saro_sempre_grato_a_pablo_escobar_)
Come tutti gli altri boss della criminalità, pure Escobar tende all’auto-assoluzione presentandosi agli occhi del mondo come un benefattore impegnato a riparare le ingiustizie che commette lo Stato. Nell’estate del 1991 il quotidiano «Washington Time» gli fa pervenire una serie di domande per un’intervista, e lui risponde così:
Sono in pace con la mia coscienza. Ho lottato per cause giuste: la famiglia, la libertà, la protezione degli emarginati, i diritti umani. il mio denaro è servito per scopi sociali e ad aiutare la mia gente. Se ho commesso degli errori sono qui per pagare: e se sono colpevole, Dio ed il sistema giudiziario del mio Paese daranno il loro verdetto.
(Ansa, 17 luglio 1991)
Nell’intervista Escobar propone anche la sua personale “ricetta” per distruggere l’impero che lui stesso ha creato e si scaglia contro gli americani accusati di fare peggio di quanto non faccia lui:
L’istruzione è l’arma per sconfiggere il traffico di droga. Gli USA hanno ottenuto molti successi nella lotta ai trafficanti, molti dei quali sono morti o sono in prigione. Ma il commercio continuerà a fiorire finché tutti gli sforzi dei governi non saranno indirizzati a potenziare il settore dell’istruzione e dell’informazione. La cocaina sta invadendo il mondo, occorre però sottolineare che esiste una terribile differenza fra i danni arrecati dalla cocaina e quelli conseguenti all’uso di “crack”. Ricordate che i sudamericani fanno giungere la cocaina negli Stati Uniti, ma che il “crack” è prodotto in laboratori negli USA.
(Ibidem)
La vita del narcotrafficante è comoda, ma di tanto in tanto c’è qualcosa che non va sempre nel verso giusto. E nel luglio del 1992 organizza una sommossa nel carcere che lo ospita:
Neppure l’azione massiccia di duecento soldati ha avuto ragione della rivolta del penitenziario di Envigado, il “carcere allegro” nel quale è rinchiuso “El padrino” del Cartello di Medellín, Pablo Escobar Gaviria, secondo molti il più ricco e potente narcotrafficante del mondo. Tutto è iniziato la notte scorsa quando, per protesta contro la militarizzazione del carcere ed il minacciato trasferimento a un altro, lo stesso Escobar con 13 suoi luogotenenti, ha scatenato la rivolta prendendo in ostaggio il viceministro di giustizia, Eduardo Mendoza, ed il direttore del sistema penitenziario colombiano, il colonnello Hernando Navas, oltre a due funzionari non meglio identificati. L’intervento dei militari riusciva nell’intento di liberare gli ostaggi, ma i rivoltosi non si arrendevano. Si rifugiavano in un sotterraneo – dove si trovavano ancora nel pomeriggio (ora italiana) e con una comunicazione fatta pervenire a una radio locale annunciavano che la loro resa avverrà solo se gli verranno concesse garanzie adeguate dal governo del presidente Cesar Gaviria Trujillo, che proprio per la crisi del carcere non è ancora volato a Madrid dove si tiene il vertice ispanoamericano.
(Adnkronos, 22 luglio 1992)
Il narcotrafficante ne approfitta per scappare, una evasione che avviene senza problemi: si dice che abbia corrotto le guardie e che sia uscito dal portone principale.
Pablo Escobar resta libero e vivo fino al 2 dicembre del 1993, quando viene intercettato dalla polizia a Medellín. Il conflitto a fuoco è violento ma alla fine resta a terra solo don Pablo.
È dunque finita come lui stesso aveva sempre auspicato: meglio morto in Colombia che estradato negli Stati Uniti.
Di “El Patron” restano i film, i libri e le serie TV. Non certo i luoghi simbolo del suo potere. Nel 2019, a Medellín, con l’esplosivo è stato abbattuto Palazzo Monaco, una delle resistenze storiche di Escobar. A veder crollare la dimora del capo del cartello di Medellín c’erano i figli, le vedove e i vedovi e i familiari di magistrati, poliziotti, politici, giornalisti fatti assassinare dai narcos. Nel luogo in cui sorgeva l’edificio è stato realizzato un parco chiamato “Inflexión” che ricorda le 46.612 vittime provocate dalla guerra di un pugno di criminali.