Può sembrare strano che il pensiero economico italiano del Settecento abbia avuto i suoi maggiori cultori nel Sud, che fin d’allora era economicamente «area depressa». Ma il motivo era proprio questo. Nel Nord, e soprattutto nella Lombardia in piena ascesa, l’economista non pensava: faceva. Faceva o l’imprenditore nella sua manifattura e nella sua «cascina», o l’amministratore al servizio di un governo che all’economia badava molto come quello austriaco. Lo abbiamo visto parlando dei Verri e dei Beccaria: uomini di notevole competenza, ma per nulla dottrinari, anzi unicamente preoccupati di problemi pratici e di riforme immediate e concrete.
Essi erano parte del «sistema» e coi loro scritti cercavano di procurarvisi delle posizioni di potere. I voli nei cieli astratti della teoria non li attraevano.
Nel Sud accadeva il contrario. Di un riassetto economico c’era un grandissimo bisogno, che faceva da stimolante a questi studi. Ma agli uomini che vi si dedicavano il regime borbonico non offriva possibilità di azione concreta; e ciò li costringeva a restare nel campo della pura dottrina. Era anche questo uno dei tanti frutti del divorzio – in atto in tutta Italia, ma particolarmente nel Sud – fra società e cultura. L’illuminato governo austriaco utilizzava gl’intellettuali facendone dei riformatori o comunque dei collaboratori. Quello borbonico li teneva in anticamera non lasciando loro altro scampo che l’astratta speculazione.
Fu il caso, per esempio, di Antonio Genovesi che, nato a Milano, sarebbe probabilmente diventato il consulente finanziario del Viceré; e invece, nato a Castiglione di Salerno, dovette contentarsi di una cattedra universitaria, e gli andò bene. Era figlio di contadini, ma non dei più poveri, che naturalmente lo avviarono all’unica carriera remunerativa, quella ecclesiastica. Il prete da cui lo misero a lezione s’ispirava a criteri pedagogici piuttosto personali: quando l’allievo sbagliava, l’appendeva per i piedi e gli riempiva la testa di pugni. Riuscì tuttavia a ficcarglici quanto bastava ad avviarlo al seminario, dove nel ’36 – e aveva ventiquattr’anni – fu ordinato controvoglia sacerdote.
Per sua fortuna, invece che in parrocchia finì in cattedra, grazie all’aiuto di monsignor Celestino Galiani, che gli procurò quella di metafisica all’università. Alto, forte di spalle, cordiale, indulgente, espositore chiarissimo e ordinato, fu subito l’idolo degli studenti e cliente fisso dei salotti colti, dove incontrò il meglio di Napoli, da Vico a un commerciante fiorentino, Intieri, che lo contagiò della sua passione per la meccanica e l’economia. Quanto Genovesi vi fosse portato, lo dimostrava un suo trattatello, già pubblicato, di metafisica morale, che s’ispirava al metodo matematico e confutava quello aristotelico. E la cosa aveva fatto arricciare il naso ai censori della Curia, per i quali Aristotile restava ille philosophus, l’incontestabile, la Corte di Cassazione.
Altrettanti sospetti suscitarono i suoi Elementi fisico-matematici, in cui dissertava sul principio dei corpi, il loro peso, la forza di gravitazione eccetera. Non diceva nulla di nuovo. Ma lo diceva in un modo nuovo: semplice, chiaro, accessibile a tutti, e quindi antiaccademico. Molti studenti disertarono i loro corsi per iscriversi al suo, e questo naturalmente gli valse i malumori e l’invidia dei suoi colleghi. Essi cercarono pretesti per attaccarlo, e non faticarono molto a trovarne. Genovesi s’ispirava soprattutto agl’Inglesi, Bacone e Locke, e come loro faceva dell’esperimento il metodo di ricerca della verità, mettendo da parte quella «rivelata», di cui la Chiesa si considerava la suprema depositaria. Era facile perciò accusarlo d’incredulità, e dall’incredulità all’eresia il passo è breve. Il cardinale Spinelli e l’abate Molinari fecero condannare alcune tesi dei suoi Elementi di metafisica e gli sbarrarono la strada alla più importante cattedra di teologia.
Quella che lì per lì egli considerò una disgrazia, fu invece la sua fortuna. Per prevenire guai peggiori, si diede agli studi economici nei quali era difficile dar di capo nel dogma, e l’amico Intieri gli venne in aiuto creando a sue spese una cattedra di commercio e meccanica, la prima a venire istituita in Europa. Il corpo accademico cercò d’impedire a Genovesi di assumerla. Ma il Primo Ministro Tanucci gliela fece assegnare d’autorità.
Il successo fu enorme, e non soltanto fra gli studenti. Le lezioni di quel professore moderno, eclettico, coraggioso, semplice e antiretorico diventarono famose in tutto il mondo, e per ascoltarle vennero a Napoli illustri personaggi come il Duca di Magdeburgo e il Principe di Brunswick. Un giorno si vide seduto a un banco anche un vecchio contadino dalle spalle curve e dai capelli bianchi, di fronte al quale Genovesi si tolse rispettosamente il berretto accademico. Era suo padre, che alla fine della lezione si alzò e disse: «Ho capito anch’io». Il figlio gli baciò la mano.
Le Università di Oxford e di Padova gli fecero allettanti proposte: le rifiutò. Il Tanucci gli rimproverava di non farsi mai vedere a Corte: rispose che non sopportava le mondanità, i pettegolezzi e le bizze di Maria Carolina. Ma con le rose c’erano anche le spine. Le accuse di ateismo e di eresia si facevano sempre più insistenti contro di lui. L’abate Magli ne fece materia d’un libello talmente acrimonioso che Genovesi chiese al cappellano dell’università di proibirne la pubblicazione. L’ottenne, ma poi se ne pentì, e perfino nel testamento ne chiese perdono al suo avversario. Era incapace di rancori, ma soffriva degli attacchi al punto che se ne ammalò di cuore. Questo non gl’impedì di seguitare a lavorare accanitamente. Anzi, la sua opera più importante, le Lezioni sul commercio e l’economia civile, la compose proprio allora, e il Tanucci ne fece il suo vangelo per cercar di realizzare nel Reame le riforme che Maria Teresa realizzava in Lombardia e Pietro Leopoldo in Toscana.
Genovesi gliene preparò il piano, dimostrando con dati le deleterie conseguenze delle arcaiche strutture feudali del Sud. Nel solo Napoletano su 1994 proprietà terriere, 1936 appartenevano a nobili e preti che ne vivevano parassitariamente senza apportarvi alcuna migliorìa. Esentati i latifondisti da ogni contributo, tutto il peso fiscale ricadeva sui contadini. Genovesi proponeva una radicale riforma agraria e la formazione di un personale tecnico agguerrito con studi universitari che avrebbero dovuto prendere il posto di quelli di teologia e di giurisprudenza. Chiedeva l’applicazione dei metodi di cultura intensiva introdotti in Inghilterra da Tull e un’audace politica d’investimenti perché – diceva, ed era uno dei primi a dirlo – il denaro non è la ricchezza, ma solo uno strumento della ricchezza: l’oro che affluisce dalle Americhe, se resta improduttivo, farà soltanto rialzare i prezzi e condannerà l’Europa alla miseria.
Se Tanucci avesse potuto applicare questa lezione, Genovesi sarebbe diventato il suo Pompeo Neri, cioè un uomo d’azione. Purtroppo, l’accorto Ministro non riuscì a vincere le resistenze dei nobili, sostenuti dalla prepotente e scervellata regina Maria Carolina, e anche lui fu liquidato. Genovesi dovette contentarsi della pura dottrina; ma la servì così bene che alla sua scuola si formò il fior fiore della futura intellighenzia.
Sempre più contestato e malato, alla fine fu costretto a lasciare la cattedra. Ma siccome la miserabile pensione che gli avevano assegnato non gli bastava, seguitò a dare lezioni private. «Ho cinquantasei anni, e sembro un vecchio di ottanta» scriveva a un amico. Morì l’anno dopo, e mezza Napoli s’incolonnò dietro il suo feretro.
Di tutt’altra pasta era Ferdinando Galiani, nipote di quel monsignor Celestino che aveva tanto protetto e aiutato il Genovesi. Anche le sue origini erano diverse: veniva da un’agiata famiglia di magistrati abruzzesi, ma era stato affidato allo zio perché lo facesse istruire a Napoli. Anche lui ebbe un precettore piuttosto manesco, don Giacomo Catalano. Ma di lì a poco fu l’allievo a picchiare il maestro, e ne nacque un rapporto così affettuoso che il Catalano rimase poi sempre a servizio di Galiani come suo segretario.
Il particolare è rivelatore: fin da ragazzo il Galiani amava la polemica. La faceva anche con gli altri suoi pedagoghi sebbene lo zio, che lo adorava, avesse scelto i migliori: il Cusano, futuro Vescovo di Palermo, e il Buonafede, che in fatto di filosofia andava per la maggiore. In casa di don Celestino si adunava il meglio di Napoli, dal Vico all’Intieri. Ma il giovane Ferdinando teneva testa a tutti con una vivacità, uno spirito, un’arguzia che mandavano in sollucchero il monsignore. Piaceva anche alle donne sebbene fosse piuttosto brutto, piccolo di statura, con la testa a pera, gli occhi miopi; e le donne piacevano a lui.
Seguitarono a piacergli anche dopo che fu nominato abate. (Tanto per intenderci, visto che questa qualifica nel Settecento ricorre con molta frequenza: essa veniva data a titolo onorifico non solo a dei semplici preti come il Chiari e il Parini, ma anche a seminaristi e a laici autorizzati a vestire l’abito ecclesiastico.) La mondanità lo attraeva, e non c’era salotto di cui egli non diventasse subito la «stella». Non c’è da stupirsi che sia stato lui il primo a dire che «il tempo è moneta». Gl’impegni mondani gliene lasciavano così poco che, per utilizzarlo al massimo, invece di scrivere, dettava, e a tale velocità che il povero Catalano stentava a tenergli dietro con la penna. A diciott’anni pubblicò una splendida traduzione di Locke perché aveva imparato perfettamente l’inglese, oltre al francese, al tedesco e allo spagnolo; e a ventidue un Trattato della moneta in ben cinque volumi, che lo rese di colpo celebre in tutt’Europa.
Le invidie naturalmente furono proporzionali al successo. Dissero ch’era un superficiale, lo accusarono d’improvvisazione e di plagio. Nella prefazione di una successiva ristampa, il Galiani ammise francamente di essersi giovato degli studi e ritrovati altrui. Ma questo non toglie nulla ai suoi meriti di grande divulgatore, e il primo a riconoscerli fu il maestro di tutti: Adamo Smith. Fra le sue molte intuizioni c’è anche quella, modernissima, che sui costi di produzione quello che più incide è il lavoro, e che pertanto la vera ricchezza d’un Paese è la manodopera qualificata.
Il vero difetto di Galiani era l’allergia agli approfondimenti. Gliel’impediva la varietà dei suoi interessi. Al contrario di Vico, eternamente sprofondato nel suo solitario monologo e incapace di uscirne, il socievole Galiani si lasciava tentare un po’ da tutto – storia, scienze naturali, geografia, geologia – e, aiutato da una prodigiosa capacità di assimilazione, su tutto riusciva a portare dei baleni d’intelligenza. A un certo momento si appassionò di pietre laviche, ne mise insieme una piccola collezione, e la mandò in regalo a papa Lambertini con questa dedica: «Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes fiant», Beatissimo Padre, fa’ che queste pietre diventino pane, cioè in parole povere: sgancia un po’ di quattrini. E il Lambertini, ch’era un uomo spiritoso, sganciò assegnando all’impertinente abatino il canonicato di Amalfi che comportava una rendita di quattrocento ducati l’anno.
A essa si aggiunsero quelle del patrimonio che lo zio, morendo, gli aveva lasciato. Ora Galiani era ricco e poteva soddisfare tutti i suoi capricci. Era membro dell’Accademia Ercolanense, scriveva un trattato sulla conservazione dei grani, viaggiava per l’Italia, teneva corrispondenza con gli enciclopedisti francesi. E alla fine il Tanucci, che lo aveva in gran simpatia, lo nominò segretario dell’ambasciata di Napoli a Parigi.
Dapprincipio Galiani ci si trovò male. Abituato alla luminosità e alla vivacità estroversa di Napoli, quella città grigia e un po’ inamidata non gli piacque. Poi ci fu la sua presentazione ufficiale a Corte. Sentendosi ancora più piccolo dinanzi al solenne Re, disse in un inchino: «Maestà, io non sono che l’anticipo del segretario. Il segretario viene dopo». Il Re rise, la battuta fece il giro della capitale, e tutti i suoi salotti si aprirono allo spiritoso napoletano. Il più ospitale fu quello della signora d’Epinay, che abbiamo già incontrato come amica di Grimm e protettrice di Rousseau. Galiani s’innamorò di questa donna non bella e non più giovane, ma dolce e materna, e ne fu ricambiato. Parigi accettò quella liaison del tutto in tono col suo costume.
Quella società, in cui mondanità e cultura si sposavano così bene, era la più congeniale a Galiani e ne stuzzicava gli estri. Egli poteva abbandonarsi a tutte le stravaganze, compresa quella di farsi regolarmente accompagnare da una scimmia ammaestrata e vestita all’ultima moda, che si era portata al seguito da Napoli insieme al fido Catalano. A chi gliene chiedeva il perché, rispondeva che il vero segretario d’ambasciata era lei. Questo naturalmente non piaceva all’ambasciatore Cantillana, già molto seccato della popolarità di cui godeva il suo subalterno. La scimmia aveva intuito la sua antipatia, la ricambiava, e un giorno per dispetto gli versò sulla parrucca l’olio di una lampada. Furioso, l’ambasciatore ordinò che la bestia venisse uccisa, ma Galiani obiettò che, trattandosi di un segretario d’ambasciata, essa aveva diritto di difendersi in un regolare processo. Tutta Parigi si appassionò a quella disputa, e corse a sentire l’arringa di Galiani, il quale ne prese spunto per corbellare Erasmo Darwin, nonno del grande naturalista, di cui aveva anticipato le teorie evoluzioniste. A furor di popolo, la scimmia fu assolta. Ma poco dopo lo stesso Galiani dovette farla sopprimere perché aveva tentato di strangolare una sua amica di cui era gelosissima.
Furono i migliori anni di Galiani. Stava a letto fino a mezzogiorno, riceveva gli amici in camera come un Re i suoi cortigiani, aveva l’armadio pieno di pellicce, portava il monocolo, faceva il giro dei salotti che se lo contendevano perché la sua presenza consacrava la loro fama, vi raccoglieva battute di spirito, ve ne seminava di sue, corbellava il regime e ne godeva tutti i piaceri. Pur con un forte accento napoletano – che coloriva il suo discorso e mandava in visibilio gli ascoltatori –, parlava splendidamente il francese, e in questa lingua compose uno spregiudicato trattatello sulle donne in cui sosteneva che, per avere successo, esse dovevano essere mezzo devote e mezzo prostitute: il che era un po’ forte per un abate, ma non per una Chiesa che accettava tutto, purché non si toccassero i suoi privilegi. Quando tornò a Napoli per curarsi la gotta alle terme d’Ischia, non vide l’ora di ripartire, sebbene gli proponessero incarichi importanti.
Certamente avrebbe finito i suoi giorni a Parigi, se un incidente diplomatico non avesse posto fine alla sua missione. Per la sua benedetta mania delle indiscrezioni, un giorno confidò all’ambasciatore danese che il Tanucci avversava l’alleanza tra le dinastie borboniche di Parigi, Napoli e Parma, perseguita invece dal primo ministro francese Choiseul. Questi lo riseppe e impose al Tanucci il richiamo dell’abate. Galiani ne pianse di disperazione. «Mi hanno spezzato il cuore» disse alla signora d’Epinay, che non avrebbe mai più rivisto, ma con cui rimase in corrispondenza fino all’ultimo.
A Napoli lo trattarono bene. Gli diedero importanti incarichi e un buon stipendio. Ma non si ritrovava più in quella città ciabattona, dove mondanità e cultura restavano divorziate, anzi non si erano mai sposate. La sua brillante epigrammatica conversazione non trovava più pareti che ne rimandassero l’eco. Imbronciato e scontroso, passava le sue giornate a scrivere lettere ai suoi amici parigini, gli unici coi quali valeva la pena discorrere, anche di lontano. Mandò loro anche il testo di una sua commedia satirica, Socrate immaginario, che fu rappresentata a Parigi con immenso successo, tanto che i critici lo paragonarono – esagerando – al miglior Molière.
Il colpo di grazia al suo morale lo dette la morte della signora d’Epinay. Era stata, fra tante passeggere avventure, l’unica donna della sua vita. E da quel momento non fu più lui. Si rifugiava nella musica frequentando i concerti. Ogni tanto ne diceva qualcuna su Maria Carolina, che detestava, e sul suo amante Acton. Con tutte quelle che aveva raccolto in tanti anni di Parigi, il suo repertorio non era mai a corto di battute. Gli altri ci si divertivano, ma lui no. Preferiva restarsene in casa a canticchiare le sue arie preferite – aveva molto orecchio e una discreta voce di baritono – accompagnandosi sul cembalo, a leggere i suoi Dante, Boccaccio e Machiavelli, e a comporre saggi critici sul dialetto napoletano.
Si sentì male a Venezia dove lo avevano mandato in missione, ed ebbe appena il tempo di farsi riportare a Napoli. Morì d’apoplessia nell’87, che non aveva ancora sessant’anni.
Non era stato un grand’uomo. Era stato un Voltaire «alla pommarola», in formato dialettale. Il suo talento non era sostenuto né dalla passione civile di un Giannone, né dall’alta coscienza di un Muratori o di un Genovesi. Ma era stato senza dubbio l’intellettuale italiano più cosmopolita, più elegante, più versatile, il solo che avesse saputo accoppiare le qualità dell’uomo di mondo a quelle dell’uomo di cultura. Forse fu tradito dalla facilità del suo talento. Riuscendo in tutto, non s’era impegnato in nulla. Ma quello che aveva dato, certamente poco a confronto di ciò che avrebbe potuto, non è da buttar via. La sua diagnosi della situazione economica e sociale del Mezzogiorno era esatta. Anche lui, come Genovesi, identifica le cause della miseria meridionale nella ragnatela delle barriere doganali che inceppano il Reame, nell’assenteismo dei latifondisti, nei gravami fiscali che schiacciano il contadino, nell’arretratezza dei metodi di coltura, nella mancanza di una politica del credito che dia l’aìre allo sviluppo industriale. Dice ai governanti: «Ma perché tenete in cassa dieci milioni di scudi d’oro, invece di utilizzarli in migliorìe agricole e impianti di manifatture?» Ma lo dice senza l’impeto polemico del Genovesi.
Forse, ben utilizzato, avrebbe dato di più. Ma in un regime che tirava soltanto a campare come quello borbonico, aveva tirato a campare anche lui. E c’era riuscito al meglio.