IL PRIMO GIORNO

 

Alle quattro del pomeriggio, il treno notturno per Jarmuli si svegliò con un fremito e lasciò fischiando la stazione. I passeggeri costretti alla reciproca compagnia per le quattordici ore seguenti si guardarono di traverso chiedendosi come sarebbe andata. Nella carrozza A2, tre donne si scambiarono delle occhiate. “Chiedeteglielo voi” si leggeva nello sguardo implorante che Gouri rivolgeva a Latika e Vidya. I loro occhi si rifiutavano di incontrare i suoi.

Per le tre donne, tre amiche, era il primo viaggio insieme. Erano in uno scompartimento tutto grigio e blu, con due grandi pannelli di vetro come finestrini e quattro cuccette. Per salire sulle cuccette superiori bisognava essere agili. Gouri, che secondo il numero sul biglietto avrebbe dovuto dormire sopra, riusciva a malapena a fare le scale ormai se caricava il peso sul ginocchio destro invece che sul sinistro. Si girò verso la quarta passeggera nella cabina e disse, “Mi scusi, se non le dispiace…”

La ragazza era concentrata su una guida turistica, penna in mano. Girò una pagina e appuntò qualcosa sul margine. Gouri aspettò. La ragazza non alzò gli occhi. Gouri guardò Vidya come per conferma, mormorò un secondo mi scusi, poi si avvicinò e sfiorò la spalla della ragazza con un dito.

Al che la ragazza trasalì e di scatto si mise una mano davanti alla bocca. “Oh, non volevo… cioè…” Gouri indietreggiò. Neanche fosse stata un orco a due teste, invece che una vecchia signora dal viso tondo.

La ragazza scosse il capo, quasi a voler sgombrare la mente. I capelli erano un nido d’uccello con striature nere e marroni, intrecciato a fili colorati. Passò la mano tra le treccine e si tolse le cuffiette dalle orecchie traforate di anellini d’argento o rame, tranne due minuscoli cerchietti d’oro che portava ai lobi.

Gouri non avrebbe voluto chiedere un favore a quella giovane creatura ostile, ma le sue vecchie ossa non le lasciavano altra scelta. Riprese fiato e disse, “Ho un biglietto per la cuccetta di sopra ma, vede, le mie ginocchia non sono più buone per salire… se non le dispiace… naturalmente può restare seduta al finestrino finché vuole. Solo per la notte, per dormire, se potessimo fare a cambio…”

La ragazza indossava una t-shirt turchese con le parole BEEN THERE DONE THAT BINNED IT, Visto Fatto Archiviato, ondulate sul busto come se percorressero valli e colline. Aveva pantaloni tagliati all’altezza del polpaccio e il tessuto era tenuto insieme da una dozzina di cerniere che attraversavano di sbieco le gambe. Le donne intravidero dei tatuaggi e non erano sicure se il luccichio all’altezza delle sopracciglia provenisse da un piercing. Vidya moriva dalla voglia di dire, “Avete visto come si conciano le ragazze al giorno d’oggi? E poi si lamentano se gli uomini le infastidiscono!”

La ragazza scrollò le spalle. “Nessun problema.” Il volto si aprì in un sorriso d’inattesa dolcezza. “La cuccetta di sopra va benissimo.” Riprese in mano le cuffiette.

Grandi occhi neri su un viso a punta, quasi da cervo, e sembra altrettanto scattante, osservò Latika. Distolse lo sguardo e si mise a trafficare con il telefono, per evitare di fissarla.

Incoraggiata dal sorriso, Gouri si rivolse entusiasta alla ragazza. “La mia amica Latika riesce ancora a salire su quelle cuccette lassù, ma io no. Non ci restano tanti anni, sa, per poter viaggiare! Ci siamo dette, siamo amiche da una vita e non siamo mai andate da nessuna parte insieme. Jarmuli, ho detto! Ho sempre voluto ritornare al tempo di Vishnu. E Latika, che sarebbe lei, vuole starsene seduta a guardare il mare e bere acqua di cocco. Così abbiamo lasciato a casa figli e nipoti ed eccoci qua! Io mi chiamo Gouri, a proposito, e questa è Vidya. E lei?”

“Nomi” disse la ragazza, mentre il suo sorriso spariva davanti alla cascata d’informazioni di Gouri. “Piacere.” Continuò ad armeggiare con le cuffiette.

“Va in vacanza a Jarmuli?” Questa volta la domanda arrivava da Vidya, che guardava la ragazza da sopra la montatura degli occhiali. “Da dove viene?”

“Vengo da… da tanti paesi. Soprattutto Oslo, direi” rispose la ragazza. “Non sono in vacanza. Sono qui per… fare ricerche per un documentario.” Mentre Vidya stava per chiedere su cosa fosse il documentario, la ragazza aggiunse “Sul turismo religioso, le città tempio, quel genere di cose. Il mio capo voleva qualcosa sulla Kumbh Mela. Ce n’è voluto, ma alla fine l’ho convinta che anche Jarmuli andava bene.”

La ragazza riprese il libro, s’infilò le cuffiette e cercò la pagina a cui era arrivata. Nel corridoio, un bambino proiettile in calzoncini rossi strizzò gli occhi, mandò su di giri una motocicletta immaginaria e cominciò a sbandare per il vagone. Da un punto imprecisato del treno arrivò la voce tesa e arrabbiata di una donna: “Lo guardi tu, invece.”

“Un film! Interessante! Anche mio figlio fa questo genere di lavoro.” Vidya sorrise, compiaciuta della coincidenza. Si allungò in avanti per raccontarle la storia e la ragazza si tolse di nuovo le cuffiette, questa volta con palese riluttanza.

“Oh, che gran viavai quando era scapolo e viveva ancora a casa, quei matti degli amici del cinema, persino attori famosi! Restavano anche tutta la notte! Che baraonda, tanto di quel caffè, ore e ore a cucinare e poi spazzolavano la tavola in quattro e quattr’otto. Una volta…”

Era chiaro che la ragazza voleva essere lasciata in pace! A volte gli amici sanno essere davvero stupidi, eppure anche in un’amicizia di lunga data ci sono cose che non si possono dire in faccia, per paura di offendere. “Mi hai portato quel libro di Dick Francis da leggere, Vidya?” chiese Latika. “O te ne sei dimenticata?” Diversivo tattico, così l’avrebbe definito suo marito. Per lei era solo una questione di tatto.

La ragazza approfittò visibilmente dell’interruzione per rimettersi le cuffiette e tornare al libro. Vidya si interruppe a metà frase, con aria offesa. Prese ad armeggiare con un mazzo di bigliettini bianchi che tirò fuori dalla borsa e posò sopra un libro, quello che le aveva chiesto Latika. Lavorare la calmava, da sempre. Cominciò a scrivere sui bigliettini. Si accorse che Latika non aveva più chiesto del libro di Dick Francis. In realtà non lo aveva mai voluto, Vidya lo sapeva bene, né prima né adesso.

Lasciata la città, ora il treno sfrecciava oltre la baraccopoli che costeggiava le banchine della linea ferroviaria. I passeggeri si erano sistemati ai loro posti e avevano tirato fuori riviste, cibo da sgranocchiare, mazzi di carte. Il bambino che prima si era lanciato come un missile tra i corridoi delle carrozze, era rimasto buono per un po’. In quel momento avviò di nuovo il motore della motocicletta e nel giro di pochi secondi andò a sbattere contro una donna che arrivava dalla direzione opposta. “Di chi è questo bambino?” gridò la donna. “Perché non lo tenete d’occhio?” Il bambino si distese a pancia in giù sul pavimento, ai piedi della donna. Poi, dopo un piagnucolio seguito da veri e propri singhiozzi, si abbandonò a urla di rabbia. Una voce maschile disse, “Vai a prenderlo.” Una donna, “Sempre io!”

“Che tormento, quel bambino. Scommetto che piangerà tutta la notte” commentò Latika. E in un coro all’unisono, quasi in risposta a una vecchia barzelletta che conoscevano tutte: “L’hanno tirato su male!” Neanche Vidya poté fare a meno di ridere. Tornò a scrivere in un preciso stampatello, ma ora con il sorriso sulle labbra.

“Cosa fai, Vidya?” chiese Latika, contenta che il muro del silenzio fosse stato abbattuto. “Sei sempre così indaffarata.” Quarant’anni di lavoro nella burocrazia avevano condotto oggi Vidya a un istintivo atteggiamento di compita presunzione. Non alzò la testa finché non finì di scrivere tutti i biglietti. Ciascuno diceva:

GOURI GANGULY, PRESSO LO SWIRLING SEA HOTEL, JARMULI, FINO AL 14 FEBBRAIO 2006. TELEFONO: 697565437.
INDIRIZZO ABITUALE: TARINI APARTMENTS, 13A/5 HAZRA ROAD, CALCUTTA

“Voglio che tu metta un bigliettino in ogni tasca della borsa, Gouri” disse Vidya. “Se dovessi addormentarti e non ricordare più dove ti trovi, sarà più facile che qualcuno ti riporti da noi.”

La sua voce trasudava saggezza e previdenza. Tutti quelli che conoscevano Vidya la ammiravano per questo: pensava sempre a tutto e a tutti. Aveva un viso largo e squadrato, con occhi, sopracciglia, naso e bocca ben disegnati e proporzionati, eppure non si capiva come mai l’effetto complessivo fosse appena simmetrico. Il sari di cotone ben stirato, la crocchia ordinata dei capelli, la modestia dei semplici orecchini d’oro dimostravano l’efficienza e il senso pratico che la contraddistinguevano. Indossava sandali idrorepellenti che aveva comprato il giorno prima appositamente per quel viaggio al mare e nella borsa teneva un flacone di disinfettante per le mani, una confezione di salviette umidificate al profumo di rosa e boccette di medicinali omeopatici di base. Dopo aver messo tutto in valigia era rimasta a sedere per ben cinque minuti di calma accanto al bagaglio e aveva ripassato a mente la lista delle tante cose che sarebbero potute servire a lei e alle amiche e che non aveva ancora preso.

Gouri, con la testa appoggiata al finestrino, ripeteva un bhajan sottovoce. Gli occhi scorrevano sulle baraccopoli, sui tralicci dell’alta tensione, sui negozi, sulle fogne, sulla gente che si accalcava impaziente ai passaggi a livello e su una pubblicità che si vedeva sfrecciare davanti a ogni muro che incontrava. Era scritta a lettere così grandi e nere che non poteva evitarla: DURO IN UN MINUTO PER ORE DI PIACERE.

Rivolse lo sguardo ad alcuni cani che frugavano tra un mucchio di spazzatura. Fradici tuguri di plastica, fango e mattoni in fossi d’acqua stagnante. Foreste di antenne TV sui tetti. Il rapido scorcio di un campo di riso e poi più nulla. Di tanto in tanto, e solo per una fuggevole manciata di secondi, intravedeva le sagome delle capanne di fango e la superficie scintillante degli stagni e allora ripensava al villaggio dove si arrampicava sugli alberi con i cugini e li rincorreva tra l’erba che cresceva lungo il fiume e che si trasformava in una nuvola fiorita di bianco in autunno, l’erba così alta che ci si perdevano dentro, si chiamavano ad alta voce, e si tenevano per mano dopo essersi ritrovati.

“Perché deve portarsi dietro tutti quei biglietti?” La voce di Latika s’intromise nel sogno a occhi aperti di Gouri. “Non è un po’ esagerato?” Frugò nella borsa in cerca di una spazzola, guardando di nascosto la ragazza. Non avevano bisogno di essere spazzolati, ogni tanto, quei capelli? Come si faceva con quelle trecce, quelle perline e quei fili intrecciati in testa? Latika portava i capelli con un taglio corto che tendeva a spettinarsi ma si manteneva sempre pulito, le incorniciava bene i tratti delicati del viso e faceva risaltare la montatura degli occhiali in tartaruga. Erano di un lucido color melanzana. Era stata in angoscia per settimane prima di decidere per quella tinta, rimpiangendo la semplicità dei tempi in cui i capelli erano o bianchi o neri, senza sfumature intermedie, ma in segreto si complimentava con se stessa per aver mandato all’aria la prudenza e aver osato qualcosa di audace.

L’attenzione di Vidya non era stata per niente scalfita. “Gouri ha bisogno di molti bigliettini. Si dimentica dove mette le cose. Vi ricordate di quando abbiamo perso i primi dieci minuti di un film perché non riusciva a trovare i biglietti dentro la borsa?”

“Poteva succedere a chiunque,” disse Latika, “io nella mia borsa non trovo mai niente.”

“Be’, io non voglio farmi cogliere impreparata, visto che andiamo in un posto che non conosciamo. Tutto qui. Soprattutto considerato che si è dimenticata di portare il telefono.”

Era stata troppo severa? Vidya diede un colpetto a Gouri con il gomito. Doveva essere un gesto affettuoso, per dimostrare che non voleva criticarla, ma l’amica – non poté fare a meno di pensarlo – si scansò quasi con disgusto. Gouri sembrava ogni anno sempre più tonda. Vidya si domandò come avrebbero fatto, lei e Latika, a gestirla. Aveva braccia e gambe affusolate, ma il busto era massiccio, una zucca appollaiata su un paio di fiammiferi. Era già un miracolo che non si ribaltasse. Anche la testa era in equilibrio precario. Negli ultimi due anni era come se avesse il cervello infestato dalle termiti. Si ripeteva di continuo, dimenticava dove metteva le cose, dimenticava i nomi. Era persino capace di dimenticarsi di aver mangiato e di ricominciare da capo. Gouri di solito aveva un’indole mansueta, ma ora andava gestita. Quando si offendeva diventava battagliera: “No, non mi hai telefonato, ieri” e “Certo che no, non ho ancora mangiato un involtino di pesce.” Vidya si svegliava spesso alle tre di notte e restava a fissare il buio. Forse quelle creaturine che riducevano in polvere il cervello di Gouri prendevano tempo prima di arrivare da lei. Erano lì, in attesa.

“Non è così grave” disse Gouri dall’angolo in cui si era rannicchiata. “È solo che ci metto un po’ più di tempo a fare le cose, tutto qui.” Avrebbe preferito che le amiche non parlassero di lei in quel modo, e soprattutto non in presenza di quella giovane seduta di fronte – com’è che si chiamava? L’aveva detto, il nome?

Gouri si girò verso il finestrino e vide che l’acqua piovana aveva increspato il vetro. Ora la campagna era un’ombra che si distingueva appena. Un viso cadente – il suo, lo riconobbe – le restituiva lo sguardo. Alle sue spalle vedeva Vidya, con le sopracciglia inarcate e la bocca schiusa per prendere il fiato necessario a pronunciare altre parole di ammonimento. Le ombre sempre più cupe all’esterno avevano trasformato i finestrini del treno in specchi. Gouri notò qualcosa, si portò le mani alle orecchie, sui lobi, e si domandò che fine avevano fatto gli orecchini di perla che era convinta di indossare. Li aveva presi dall’armadio e li aveva appoggiati sulla toeletta la sera prima, di quello era certa. O no? Appoggiò la fronte sul finestrino screziato di pioggia, accostò il palmo delle mani agli occhi per schermarli dalla luce e scrutò l’imbrunire. Non c’era niente da guardare, ma rimase con la faccia sul vetro, a fissare il vuoto.

“Mettiamo che ti dimentichi il nome dell’albergo. E non ti ricordi il numero di telefono di casa. Allora? Che c’è di male? Questi biglietti non sono mica pesanti!”

Gouri prese la borsa. Le varie cerniere si aprirono e si richiusero con un sibilo una dopo l’altra. Infilò un biglietto in ogni singolo scomparto. Quando ebbe finito alzò gli occhi senza dire una parola e Vidya distolse lo sguardo dicendo, “Sono sicura di aver preso quelle caramelle, quelle gelatine di frutta che si mangiavano una volta sul tram.”

Il treno prese velocità e l’imbarazzo fu superato. Cominciarono a parlare di vicini e parenti, delle fatiche della vita quotidiana. “Deve incastrare cento cose per venirmi a trovare” disse Latika a proposito della figlia che viveva a Firenze e tornava a casa un anno sì e uno no con il marito e i figli. “Ma se sapesse quanti capelli grigi in più mi ritrovo in testa dopo ogni visita! Lo sapete che non sono la donna di casa migliore del mondo. Certo, sono contentissima di vedere i nipoti – e mio genero – ma non avete idea di quanta acqua minerale devo mettere da parte! E poi salsicce, pasta! E formaggio! I bambini non mangiano altro.”

In casa loro, circondate da famigliari e collaboratori domestici, non potevano mai chiacchierare e spettegolare in quel modo, ma lì sul treno non dovevano preoccuparsi che qualcuno potesse sentirle. Ormai la ragazza si era appisolata con la testa sul finestrino, il libro messo da parte, testa e spalle che si muovevano ogni tanto al ritmo della musica pompata nel cervello.

“Sì, l’acqua minerale. Confezioni su confezioni di acqua minerale ogni volta che viene a trovarmi mio nipote da New York” commentò Vidya.

Arrivò il controllore e le acquietò con la sua aria accigliata. Viaggiavano tutte alla tariffa scontata prevista per gli anziani. Il controllore chiese loro di esibire un documento per dimostrare di aver superato i sessanta. Gouri e Latika porsero obbedienti le carte d’identità. Vidya prese a frugare nella borsa borbottando, “Sono sicura che era qui. Sicurissima.” Alla fine svuotò l’intero contenuto sul sedile in una cascata di fazzolettini, medicinali, penne, spille da balia ed elastici, ma senza riuscire a trovare la patente di guida che le serviva.

Il controllore aspettò con un’espressione da cui si leggeva che cercava a fatica di mantenere la calma. L’uniforme bianca era tesa sulla pancia. Le correnti d’aria che arrivavano dalle bocchette dell’impianto di condizionamento erano gelide eppure aveva il naso lucido di sudore e ogni tanto doveva risistemarsi gli occhiali sul naso con l’indice. “Dovrò farle la multa, se non ha un documento da mostrarmi” disse.

“Una volta avevi una carta d’identità dell’ufficio…”

“Sono in pensione da anni, Latika!”

Da dietro gli occhiali, Gouri ammiccò al controllore. Una focaccia dolce con le uvette al posto degli occhi, ecco la mia Dida, le diceva sempre il nipote. “Non vede che abbiamo tutte i capelli bianchi, che potremmo essere sua madre? Anche i suoi, di capelli…” e Gouri gli sorrise indicando Latika. “Anche i suoi, non hanno un gran colore!”

Lo sguardo del controllore si rivolse per un istante alla testa di Latika, poi studiò la punta della penna. Latika era agitatissima. Infilò la spazzola nella borsa, furente di rabbia. Aveva avuto delle perplessità su quel viaggio fin dall’inizio, avrebbe dovuto fidarsi dell’istinto e restarsene a casa. Se non avevano mai viaggiato tutte e tre insieme prima di allora, doveva pur esserci un motivo: si sarebbero stancate l’una dell’altra nel giro di mezza giornata. Sul lato opposto del corridoio vide una coppia d’innamorati seduti uno accanto all’altro, intenti a osservare qualcosa che solo loro potevano vedere. Bei tempi. In passato, quando suo marito era ancora vivo, c’era sempre qualcuno con cui andare in vacanza. Poco importava se non le era mai stato seduto accanto in quel modo, neanche da giovane.

Il treno sferragliò sopra un ponte; un assistente di bordo percorse la carrozza lasciando pile di lenzuola e coperte sulle cuccette vuote. Vidya frugava ancora nell’ennesima borsa, ma qualcosa nelle parole di Gouri era riuscito ad ammorbidire il controllore, che disse, “E va bene.” Lasciò la molla del portablocco che aveva in mano, smise di tamburellare con la penna. Agitò un dito davanti alle loro facce come se fossero tre scolarette che avevano combinato una marachella. “Per questa volta vi lascio andare. Non provateci di nuovo al ritorno. Altrimenti pagherete il doppio.”

Poi si rivolse alla ragazza e si fermò per un istante a osservarla. Le spalle e il collo di Nomi scattavano a ritmo di musica. Aveva gli occhi chiusi.

“Signora?” disse il controllore, con un tono che lo faceva sembrare un insulto. Tamburellò le dita sul ripiano di formica che si allungava dalla parete tra le due cuccette. “Biglietto!”

Il rumore la fece scattare come una molla e si tolse le cuffiette. Assonnata e confusa, prima aprì la cerniera di una tasca dei pantaloni, poi un’altra, e poi un’altra ancora. Alla fine tirò fuori un pezzo di carta stropicciato e umido di sudore e tornò a sedersi con un sospiro di sollievo. Il controllore lo prese con la punta delle dita, quasi fosse troppo sudicio per toccarlo. “Nomita Frederiksen, femmina, venticinque anni.” Verificò che il nome sul biglietto corrispondesse a quello che aveva sulla lista, e allungò un’occhiata oltre il portablocco per guardarla. Poi, per dimostrare che stava solo facendo il suo lavoro, si concentrò di nuovo sul biglietto e controllò i dati una seconda volta.

La ragazza rimase con lo sguardo fisso sul panorama oltre il finestrino, di tanto in tanto acceso dai lampi della luce che illuminava i paesini e le stazioni, attraversati a tutta velocità. Quando infine il controllore le riconsegnò il biglietto, lo mise nello zaino, si infilò di nuovo le cuffiette e richiuse gli occhi. Con il mento appoggiato alle ginocchia abbracciate strette, i piedi nudi e adornati di anelli che sfioravano la cuccetta, occupava lo spazio di un cane raggomitolato su se stesso e dava l’impressione di essere altrettanto autosufficiente.

Era passata un’ora, forse due, quando si fermarono a una stazione. Fuori brillavano le luci, neon bianchi che il vetro fumé dei finestrini smorzava in un giallo malsano. Un flusso di gente si muoveva verso la loro carrozza, borse e valigie in mano. Appena fuori dal finestrino c’era una bancarella del tè. Una donna cenciosa gironzolava lì accanto, in cerca di qualcosa da mangiare. Indossava una lurida sottogonna e una camicia da uomo troppo grande e abbottonata male. Il fagotto informe di stracci e i capelli impiastrati rendevano in qualche modo più intensa la cruda bellezza del viso. Latika ebbe l’impulso di scendere dal treno e salvarla prima che potesse farsi male.

La donna si accostava alle persone raccolte sul binario, tirava appena una camicia o sfiorava un braccio, quasi pensasse che il ribrezzo che provavano nel sentirsi toccare potesse indurli a sganciare un paio di rupie. Ma appena si avvicinava, si facevano tutti da parte. Quando raggiunse un uomo tarchiato con l’aria da delinquente e allungò una mano verso di lui, provando a ingraziarselo con un sorriso, Latika chiuse gli occhi. Non voleva vedere. Non avrebbe mai saputo più niente di quella stracciona avvolta nella torbida caligine del binario, di com’era andata a finire. Il treno non era che un branco di persone lanciate in corsa attraverso un paesaggio con cui non avevano alcun legame. Erano già troppi i frammenti di vite altrui che conservava dentro di sé, quell’accumulo di sedimenti da cui ogni tanto qualche pezzetto riaffiorava e la raggiungeva nei sogni.

Quando aprì gli occhi aveva ormai perso di vista la donna e la ragazza nel loro scompartimento si era alzata in piedi. Prese lo zaino e lo issò sulle spalle.

“Dove va?” le chiese Vidya.

“A dare un’occhiata, no? Tanto scendono tutti.” La ragazza indicò il corridoio, la gente che faceva su e giù, usciva e tornava, qualcuno con una bibita gassata in bottiglia.

“Ma non c’è niente da vedere. Quanto ci fermeremo? Di tempo per le soste ne abbiamo già perso abbastanza.” Vidya sbirciò fuori. “Non so che stazione sia. Kathalbari, forse? Non staremo fermi per molto, allora.”

La ragazza era già scomparsa in corridoio prima che Vidya finisse di parlare. La videro spuntare un paio di minuti dopo, sul binario. Separata dalla distanza e dal vetro del finestrino, sembrava ancora più straniera. Gouri, che aveva appena terminato le preghiere della sera, mise da parte il rosario e aprì gli occhi. “Che idea strampalata!” disse. “Scendere dal treno! Compra da mangiare? Preferirei morire di fame che correre certi rischi.”

Latika rise all’idea alquanto improbabile che Gouri, paffuta e rubiconda com’era, potesse morire di fame o correre rischi. “Sarebbe anche ora! Sono sicura che pensi già alla cena.”

La ragazza andò verso la bancarella, tra la folla che sgomitava. Tutti spingevano tutti nel tentativo di salire a bordo o comprare qualcosa da mangiare prima che il treno ripartisse. Era circondata da uomini che le fissavano vogliosi le trecce ai capelli, le orecchie traforate di orecchini e le curve segnate dal turchese della t-shirt. A bordo del treno, le donne erano schermate dal rumore e dalle grida sul binario, ma la videro muovere le labbra. In mezzo a tutti quegli uomini sembrava più piccola e più esile, costretta ad alzarsi in punta di piedi per farsi notare dall’ambulante. Agitò una banconota da cinquanta rupie sopra la testa. L’uomo allungò la mano, prese i soldi, le lanciò una lunga occhiata, staccò una confezione di panini dall’espositore e gliela consegnò. E anche un bicchiere di plastica con del tè.

“Perché non ritorna?” disse Vidya. “Ha quello che voleva, no? Non avrei dovuto lasciarla scendere. Una ragazzina straniera!”

“Non ti ha certo chiesto il permesso” disse Latika. “Sembra tanto, ma sono passati solo…” Controllò l’orologio. “Due minuti.”

Poi videro la ragazza superarle e incamminarsi sul binario con pane e tè. Quando girò a sinistra, dove era riapparsa la stracciona, capirono che aveva comprato da mangiare per lei. La ragazza andò dalla donna e le porse i panini. La donna non se ne accorse e lei le toccò un gomito.

Latika notò lo sguardo bramoso con cui le stavano guardando due uomini che gironzolavano sul binario. Trattenne il fiato, scosse la testa per allontanare un improvviso, cattivo presentimento, si disse di non fare tanto la melodrammatica – poi vide uno dei due uomini avvicinarsi piano alla ragazza. La guardava con aria maliziosa e le diceva qualcosa. Lei fece finta di niente. Come per sbaglio, ancora con il sorriso sulle labbra, lui le sfiorò il seno con il braccio. La ragazza fece un passo indietro e in un unico gesto fulmineo che non poteva essere durato più di un secondo, lasciò il pane alla donna e versò il tè bollente in faccia all’uomo. Gli diede un calcio nello stinco e all’inguine e lui portò di scatto le mani sul viso. L’uomo barcollò, cadde sul binario.

D’un tratto, come se guardassero un film muto, le donne sul treno videro la bancarella scivolare all’indietro. Il lampione appena fuori arretrò di due passi, poi tre. Videro la ragazza che si girava a guardare il treno che si allontanava dal binario, la ragazza che cominciava a correre, velocissima nonostante lo zaino, che correva come se fosse questione di vita o di morte, con il secondo dei due uomini che la inseguiva. La folla li nascose per un istante, poi riapparvero. Li videro restare sempre più indietro e Gouri emise un verso angosciato. “Come farà adesso? Come farà?”

“La catena! Dovremmo tirare la catena!” Era stata Latika a parlare, dopo essere scattata in piedi dal suo posto. Alzarono gli occhi sopra le loro teste, verso il punto dove avrebbe dovuto trovarsi il freno d’emergenza, e videro che penzolava dalla parete, la molla era rotta. “PER ARRESTARE IL TRENO TIRARE LA CATENA” diceva un cartello rosso sotto il meccanismo ormai inservibile. “Ogni uso immotivato o sconveniente del dispositivo verrà punito. Multe fino a…” Il resto era nascosto da graffiti.

Si voltarono di nuovo a guardare fuori, ma il treno aveva superato l’estremità del binario ancora illuminato dai neon e si inoltrava già nel buio inchiostro della campagna. Le sbarre ai finestrini proiettavano riquadri rigati di luce che scivolavano via mentre il treno acquistava velocità. Era troppo tardi per fare qualsiasi cosa. Tornarono a sedersi, fiaccate dall’ansia. Fissarono il posto al finestrino, ora libero. Era successo tutto troppo in fretta. Dov’era la ragazza? Era riuscita a salire su un’altra carrozza del treno, o era rimasta a terra in quella stazione senza nome? E se quell’uomo fosse riuscito a raggiungerla? E se fosse caduta? Sui binari?

Latika disse, “Non può essere caduta mentre cercava di salire. Il treno si sarebbe fermato.”

Vidya sbirciò sotto i sedili. “Aveva solo quello zaino, come bagaglio? Qui non c’è nient’altro. Perché se l’è portato dietro?”

“Forse pensava che glielo avrebbero rubato, se l’avesse lasciato qui” disse Latika. “È quello che dicono ai turisti che vengono da queste parti.”

Il treno, quasi si fosse alleggerito ora che aveva perso un passeggero, s’inclinò e cominciò ad andare più veloce. Sferragliò sopra i ponti, sfrecciò oltre stazioni minuscole e superò rombando altri treni scagliati in direzione opposta verso il loro oblio. Dentro la carrozza, il cupo ronzio della conversazione, lo scatto metallico dei bagagli che si aprivano e si chiudevano. Il bambino sulla motocicletta immaginaria aveva ricominciato ad accelerare su e giù per il corridoio.

Sedevano tutte e tre immobili, il buonumore vacanziero smorzato dall’assenza di una ragazza che neppure conoscevano. Quando arrivarono i carrelli della cena dovettero dire all’inserviente di portare via il quarto pasto. L’uomo non fece domande. Senza la minima espressione, rimise sul carrello il vassoio d’acciaio con riso, dal e verdure d’avanzo e proseguì le consegne. Tornò da loro dopo un po’ per ritirare i vassoi vuoti e vide che non avevano ancora tolto la pellicola d’allumino che copriva il cibo.

Più tardi Latika aprì coperte e lenzuola e salì sulla cuccetta superiore. Vidya si era già sistemata nella sua, una sagoma inerte sul fianco, gli occhi chiusi. Latika si distese nel bagliore azzurrino della luce di cortesia e rimase ad ascoltare il brontolio di un uomo che russava, intervallato al clangore sferragliante del treno. Il rumore la tenne sveglia tutta la notte, o almeno così le sembrò fino a quando non aprì gli occhi ed era mattino, il treno si era fermato, la luce del sole splendeva radiosa e sulla pelle sentiva già la vicinanza del mare. Scesero alla stazione di Jarmuli, senza scambiare una parola, ognuna intenta a scandagliare il binario affollato per scorgere un segno di trecce colorate e turchese.

C’è un sogno che faccio spesso. Sono una neonata, tenuta in aria da un uomo. Lui è disteso su un letto, ha le ginocchia piegate e mi tiene in alto sopra di lui, il mio viso davanti al suo, le sue mani sotto le mie braccia, e si dondola sulla schiena fino quasi a capovolgersi. Mi porta ogni volta al limite della capriola. Poi si ferma per un secondo. Dopodiché rotola di nuovo in senso contrario. Vorrei supplicarlo di smettere, ma mi è morta la voce e non riesco a dire una parola. Mi sveglio fradicia di sudore.

Sapevo che il posto dove sono cresciuta si trovava vicino a Jarmuli. Anche se lo avevo lasciato da bambina, credevo che mi sarebbe tornato tutto in mente. Scesi alla stazione di Jarmuli e mentre mi dirigevo all’albergo divorai il paesaggio e gli edifici come se potessero riempirmi di ricordi. E invece niente. Aspettavo il momento in cui avrei riconosciuto tutto. Non c’è mai stato. Arrivata nella mia stanza d’albergo, invece di fermarmi a disfare il bagaglio rilessi i mazzetti di ritagli di giornale per convincermi di essere nel giusto. Quando fu pomeriggio ero ormai sfinita. Misi da parte i ritagli e chiusi gli occhi. Quando mi svegliai dal solito sogno dell’uomo che mi faceva dondolare da neonata, da quel terrore familiare che mi soffocava, solo allora ebbi la certezza di trovarmi nel posto dov’ero arrivata in barca all’età di sei o sette anni.

Dopo essere scese dalla barca, viaggiammo a lungo a bordo di un altro furgone. In alcuni tratti la strada costeggiava il mare, in altri attraversava paesini e rovine. Persi il primo dente da latte mentre eravamo nel furgone. Provai a cercarlo sotto il sedile, ma quando mi misi in ginocchio per dare un’occhiata, mi ritrovai persa in una foresta di gambe, cartacce e resti di cibo.

Alla fine il furgone varcò un alto cancello in lamiera sormontato da una fila di spunzoni di ferro. Il cancello si chiuse alle nostre spalle. Il furgone si fermò e scendemmo. La donna che era con noi ci apriva la strada. Ci incamminammo lungo sentieri sterrati, rossi e ben tenuti, attraversammo giardini in cui c’erano delle casette. Ci accompagnarono in un edificio quadrato. A una a una ci misero sotto un rubinetto e ci fecero il bagno. Vidi le altre bambine con solo la biancheria addosso, tanti uccellini bagnati sotto la pioggia. Erano esili, con le gambe storte. Assomigliavano a me. Lavate di fresco, vestite con tuniche di cotone, mano nella mano, fummo accompagnate in una casa. Era schermata da alberi e rampicanti. All’interno, nella stanza dove aspettavamo, la luce alle finestre si era fatta verde chiaro e gialla.

La stanza era tappezzata di quadri che raffiguravano un uomo dai lunghi capelli. Uno copriva quasi per intero una parete laterale. Era molto più alto di tutte noi. Non riuscivo a distogliere lo sguardo perché sembrava che gli occhi del quadro mi seguissero dappertutto. Davanti al dipinto c’erano dei bastoncini d’incenso che avevano uno stucchevole profumo di morte. Mentre aspettavamo, gli incensi si ridussero a pelosi steli di cenere. Sul pavimento erano stesi lunghi cuscini e materassi rosso scuro. Non so se questa sia la descrizione esatta di com’era la stanza quel giorno, o se invece la ricordo così per tutte le volte che ci andai in seguito e dovetti aspettare. Era sempre la stessa: i quadri, l’incenso, i cuscini rossi. Alla porta c’erano due donne, le mani piene di petali di rosa. Una era quella che aveva viaggiato con noi sulla barca, l’altra aveva i capelli dorati.

Dopo un po’, l’uomo dei quadri varcò la soglia e le due donne si drizzarono. Quella con i capelli dorati fece un gesto verso i piedi dell’uomo e disse “Guruji”. Lui ci degnò a malapena di uno sguardo. Ci liquidò con un movimento della mano mentre ci inchinavamo e ci superò per entrare nella seconda stanza, calpestando i petali di rosa che le donne spargevano davanti ai suoi passi.

Adesso, ripensando a quando arrivò il mio turno e mi trovai davanti a quella seconda porta, la mente trasforma l’immagine. La porta resta chiusa. Prima che tocchi a me, esco in silenzio dalla fila e corro fuori in giardino. E lì, sotto un albero, c’è mio fratello. Mi rivolge il suo sorriso sdentato. “Stupida asinella che non sei altro! Dov’eri finita?” dice. Mi fa dondolare su una spalla. “Non hai più i denti davanti!” dice.

Ma non è andata così. Non avrei potuto correre in giardino perché le donne non ci facevano uscire dalla fila. Quella con i capelli come fili d’oro e occhi azzurri come gocce di cielo era la persona più alta che avessi mai visto. Si portò una delle sue lunghe dita alle labbra, girò gli occhi, scosse la testa. Capivo che intendeva quello che mi diceva sempre mamma: “Zitta, non dire una parola.”

La porta si aprì. Un riquadro di luce. Entrai. La porta si chiuse alle mie spalle. L’uomo che ci era appena passato davanti sedeva su un’ampia sedia all’altro capo della stanza. Guruji. Era vestito di giallo e aveva i capelli lucidi e neri fino alle spalle. Non era come altri sadhu che avevo visto. Aveva il viso pulito e liscio come quello di una donna, niente ciocche aggrovigliate né barba. Mi guardò come se non vedesse altro. Rimase a lungo seduto a osservarmi, senza dire nulla. Pensai che potesse vedermi dentro, trapassare la tunica, la pelle e le ossa, fino in profondità. Quando alzò la mano per farmi segno di avvicinarmi, vidi che aveva braccia due volte più grosse di quelle di mio padre. Papà era pelle e ossa ma riusciva a sollevare grossi rami e a tagliare tronchi d’albero con la sua accetta.

Guruji si diede un colpetto sulle ginocchia perché gli salissi in grembo. Poi mi tenne stretta contro di sé. Aveva il petto caldo e nudo, e gli sentivo battere il cuore.

“Pensi di non avere nessuno” disse la sua voce sopra la mia testa, e la sentii vibrare in tutto il corpo. “Non è vero. Io sono tuo padre e tua madre, adesso. Sono il tuo paese. Sono il tuo maestro. Sono il tuo Dio.” Lo disse come una cantilena, come se fossero parole ripetute spesso, e sempre uguali.

Aveva un sorriso gentile. Devo aver sorriso anch’io perché mi mise un dito in bocca. Mi accarezzò la gengiva nello spazio vuoto lasciato dal dente da latte.

“Quando l’hai perso?” Il tono era affettuoso, come quello di mio padre quando cadevo e mi facevo male. Chiuse gli occhi e mormorò un mantra. “Ho pregato per te. Ogni volta che hai paura, pensa alla mia faccia. Ti terrà al sicuro. Sei nel mio ashram, adesso. Questo è il tuo rifugio. Nessuno ti farà del male. Qui hai cibo e vestiti, hai amici con cui giocare e andrai a scuola.”

Mise la mano in una scatola di acciaio e tirò fuori un laddu che m’infilò in bocca. “Non dire alle altre bambine che te l’ho dato. Con loro non l’ho fatto” disse. “Mantieni il silenzio, non raccontare una sola parola a nessuno. Questa è la tua iniziazione. Sei nata una seconda volta.”

Ricordo l’ashram molto bene anche se non riesco a ricordare niente di niente di quello che c’era intorno. Erano montagne o palazzi? C’erano negozi o case, nelle vicinanze? Ci passava davanti una strada? Si sentivano i suoni del traffico quando eravamo dentro? Nella mia testa l’ashram è in un luogo sperduto, l’unico edificio sulla faccia della terra. A volte mi domando quanto ci sia di vero in ciò che ricordo. Ho letto che si possono avere ricordi molto concreti e particolareggiati anche di cose che non ci sono mai accadute o di posti dove non siamo mai stati. Un po’ come i funghi, che nascono nei luoghi caldi e umidi, i ricordi spumano dagli interstizi del nostro cervello: è lì che si generano, che vivono e muoiono, senza aver alcun legame con il mondo esterno, una melma capace di rivestire ogni cosa finché diventa impossibile distinguere ciò che è reale da ciò che è solo immaginato.

Ricordo con chiarezza, però, che l’ashram era enorme e all’ombra di tanti alberi. Di notte avevamo paura a restare fuori da sole soprattutto perché avevamo sentito che ogni sera liberavano cinque cani per fare la guardia. Nell’area circostante c’erano altre casette distanti dalla nostra, destinate ai discepoli di Guruji. Andavano e venivano. Erano tanti, di ogni parte del mondo. Sul nostro lato della proprietà c’era la casa di Guruji e qualche altra costruzione, il nostro dormitorio, un refettorio per i pasti, una sala per la puja e la scuola.

Molti anni dopo, la mia nuova mamma adottiva mi avrebbe chiesto, dopo l’ennesimo lungo silenzio a tavola durante la cena: “Raccontami della scuola laggiù, raccontami dei compagni, della casa, raccontami qualcosa.” E io mi sarei chiesta cosa dire, da dove cominciare. Potevo raccontarle che il primissimo giorno di scuola all’ashram era stato in un edificio giallo – questo era facile. La fece sperare. Aspettava che aggiungessi dell’altro. Non dissi nulla. Restammo entrambe ad ascoltare il suono del vicino che potava la siepe. Un bambino fuori in bici gridò qualcosa a un amico. E continuavo a non trovare nulla da dire. Poi la mia mamma adottiva ricevette una telefonata dalla sorella e smise di aspettare che parlassi.

Fuori vedevo un uccellino bianco e azzurro e la siepe che cingeva il minuscolo giardino e poi, sull’altro lato della strada, case bianche dai tetti rossi. Ogni casa era identica a quella accanto. Il sole era come una luna in questo paese, e la luce mi dava la sensazione di vedere tutto attraverso una perla. Faceva freddo e gli alberi erano senza foglie. Non avevo mai visto un albero spoglio, prima. La mamma adottiva aveva abbassato la voce, parlava piano e in fretta, anche se non avrei potuto capire cosa diceva alla sorella.

Cos’altro avrei potuto raccontarle?

Ovviamente sapeva che ero stata in diversi orfanotrofi prima di arrivare da lei, e quando parlai dell’ashram glielo descrissi solo come uno dei tanti orfanotrofi. Le dissi che la scuola non era lontana dal dormitorio dove trascorrevamo la notte. A scuola ci andavamo dopo il latte e la banana del mattino. Le raccontai che la scuola aveva un cortile con un albero di jamun. Mi bloccai quando dovetti spiegarle cos’era un jamun: era aspro, dolce, oppure amaro? Come facevo a spiegarle che aveva un gusto strano, e che dopo aver mangiato i frutti la lingua ci diventava grossa e viola? E mentre cercavo un modo per descrivere i jamun, venivo distratta dal ricordo di come, durante il giorno, noi bambine della barca fossimo sempre impegnate fra lezioni e faccende, al pari di tutte le nostre coetanee, anche se poi la notte sentivo una bambina digrignare i denti così forte da farmi rabbrividire e un’altra singhiozzare. Quando sentivo che il cuscino era bagnato di lacrime e saliva, solo allora capivo che quello che ero rimasta ad ascoltare era il mio stesso pianto. Come potevo raccontarlo alla mamma adottiva? Cominciavo a strappare minuscoli pezzettini del tovagliolo di carta che non dimenticava mai di sistemare accanto alla mia tazza con i cereali. Immergevo il cucchiaio e provavo a contare le uvette, le nocciole sbriciolate, e così mi concentravo sui cereali per sciogliere il nodo che mi si era formato in gola non so come. La mia mamma adottiva mi osservava e aspettava un po’, poi sospirava, si alzava e cominciava a lavare i piatti. Io mi chinavo sui coriandoli del tovagliolo, come se lei non ci fosse, e non ci fossero neanche la stanza né i cereali che continuavo a girare con il cucchiaio nella tazza, senza mangiarli, nella mia testa il richiamo rauco dei corvi diventava assordante ed ero di nuovo nella classe torrida, con la panca dura e stretta sotto di me.

La scuola del nostro ashram aveva tanti studenti. C’erano anche bambine e bambini che venivano da fuori ogni giorno per le lezioni. Restavano in disparte e in classe sedevano in file lontane dalle nostre. Erano più alti di noi, avevano vestiti della loro misura, scarpe meno scorticate. Ci guardavano e poi distoglievano lo sguardo, come se non ci avessero neanche visto. Li consideravamo forestieri, gente che veniva da un altro paese, un paese dove non saremmo mai andate, neanche in visita. Alcuni dei bambini restavano all’ashram proprio come noi, ma entravano da un’altra porta, sedevano all’estremità opposta della stanza, e quando finivano le lezioni se ne andavano ai loro dormitori, così lontani dai nostri da doverci arrivare con un furgone. Non li vedevamo mai al di fuori della scuola.

Il primo giorno diedero a ognuno di noi una serie di libri e una scatola di pastelli a cera. Erano dodici, disposti in fila, come un arcobaleno dentro una custodia di cartone. C’era anche una scatola di metallo con dentro una matita, un temperino e una gomma. Credo di averla aperta e chiusa molte volte. Ricordo il suono, lo scatto che faceva. Sono sicura di aver tirato fuori la gomma e averla annusata, di averci infilato i denti, cosa che mi piace fare ancora oggi.

La donna che ci consegnò queste cose portava i capelli raccolti in due trecce. Aveva gli occhi truccati, un filo di kajal nero tutto intorno. “Sono la vostra maestra” disse. “Chiamatemi Didi. Disegnate un palloncino nel vostro album. Coloratelo con un pastello.”

Ci diede le spalle e disegnò un palloncino alla lavagna. Ci volava sopra, attaccato a un lungo filo. Aprii il mio album da disegno nuovo di zecca e copiai il palloncino volante sulla prima pagina. Dalla fila dei pastelli nuovi presi un blu scuro. Cominciai a riempire il palloncino di colore. Premetti forte il pastello sulla carta. Il colore impiastricciò la pagina. Se lo toccavo, mi diventavano le dita blu.

La voce della maestra, molto vicina alle mie orecchie, mi disse, “Quando colori qualcosa, non andare da tutte le parti, colora sempre nella stessa direzione.” Mi prese il pastello dalla mano e disse, “Così.” I tratti erano sciolti e sicuri. Disse, “Resta dentro la linea, non uscire mai. Capito?” Ci insegnavano questo, all’ashram: a non uscire mai. Fuori dalla linea c’era il pericolo. Fuori ci avrebbero ucciso o rinchiuso in prigione.

Sulla faccia della maestra c’era così tanta cipria che era bianca come il gesso. Aveva i baffetti neri. Quando si piegava sul mio album da disegno, le trecce mi penzolavano davanti al naso. In fondo erano chiuse con dei fiocchi. Aveva un segno di cenere sulla fronte con un punto rosso all’interno. Se penso a lei mi ritorna in mente l’odore d’incenso nella casa di Guruji e quello dell’olio di cocco e del sapone. Allontanò il viso, posò il pastello sul banco e passò alle file più avanti. Continuai a fissarla, le trecce con i fiocchi oscillavano a ogni passo.

Prima che potessi prenderlo, il pastello rotolò giù dal banco e finì per terra.

Mi chinai sotto la panca per raccoglierlo. Laggiù c’erano solo gambe – gambe di maschi, gambe di femmine, gambe di tavoli e sedie. Sembrava tutto molto più grande rispetto alla stanza di sopra. Era un labirinto. Non riuscivo a trovare il pastello perché quel labirinto mi dava le vertigini, proprio come quando mi ero messa a cercare il dente caduto nel furgone. Rimasi lì accovacciata, senza avere il coraggio di riemergere se non con il pastello.

A un certo punto una bambina s’intrufolò sotto la panca e mi si accovacciò accanto. Aveva gambe sottili come stecchi. La testa sembrava troppo grande per lei. S’infilò nello spazio sotto i banchi e mi fece un sorriso. Un sorriso di denti storti e sporgenti. Mentre io avevo una massa di capelli ispidi, i suoi erano lisci e sottili e arrivavano fino alle spalle. Aveva gli occhi lucidi, così grandi che sembrava potessero uscire dalle orbite. In seguito scoprii che si chiamava Piku.

Con Piku là sotto insieme a me, tutto diventò meno strano. Le gambe dei mobili tornarono a essere gambe di mobili. Si mise a gattonare tra le sedie: ero piccola, ma lei ancora di più. Dopo un attimo mi aveva già riportato il pastello. Fu così che io e Piku diventammo amiche.

Non ricordo molte altre cose del mio primo anno di scuola, ma ricordo che un giorno ci dissero che la maestra si era ammalata. Ci inventammo delle storie su di lei. Una delle bambine disse che era scappata per sposarsi, un’altra che era morta ed era diventata un fantasma che viveva in cima all’albero di neem. La maestra, invece, tornò: forse dopo qualche giorno, forse dopo qualche settimana. Quando entrò, in classe calò il silenzio. Aveva una fasciatura intorno alla testa e una benda sull’occhio. Le trecce con i fiocchi non c’erano più. Le labbra gonfie assomigliavano a due peperoncini di gomma. Non ci rendemmo conto che la fissavamo, ma dopo un po’ ci ricordammo di alzarci, la salutammo in coro con un Buongiorno, Didi, come eravamo abituati a fare ogni mattina.

Si sedette al suo posto e abbandonò la testa sulla cattedra. La fasciatura aveva una macchia rossa e tonda proprio in cima. Sotto le bende, la testa sembrava liscia come una palla.

Dopo un po’ la rialzò e disse, “Ho avuto un incidente.” Poi prese un sorso d’acqua dal bicchiere sul tavolo e lo ricoprì con un tovagliolino. Sollevò il libro di aritmetica e disse, “Pagina cinque.”

Fu tutto un frusciare di fogli mentre la classe apriva i libri. Da una delle altre aule sentimmo un insegnante gridare “Seduti!”

“Ripetete insieme a me,” disse Didi, “due per uno due, due per due quattro, due per tre sei, due per quattro otto.”

Ripetemmo le tabelline. La guardavamo tutti a bocca aperta.

Due per uno due, due per due quattro.

Aveva chiuso l’occhio non bendato e incrociato le braccia ondeggiando al ritmo della nostra versione cantata delle tabelline.

Due per cinque dieci, due per sei dodici.

Perdevo sempre il conto dei numeri. Li ripetevo senza capire cosa dicevo.

“Due per otto sedici” disse Didi. “Mi hanno dato sedici punti in testa.”

Ripetemmo tutti, “Due per otto sedici, mi hanno dato sedici punti in testa.”

Allora aprì l’occhio. Smise di ondeggiare. Vidi che l’occhio aveva un taglio sull’angolo, e il sangue ci si era incrostato sopra come un pezzetto di plastica bruciata. Disse piano, “Per mettermi i punti hanno dovuto radermi i capelli. Mi hanno dovuto tagliare le trecce.”

Quello non lo ripetemmo. Nessuno disse niente. Il ventilatore ronzava, cigolava, schioccava. Didi ci guardò senza alcuna espressione. “Ecco cosa vi aspetta” disse. “Cosa aspetta tutti quanti.” Aveva uno sguardo velato, confuso. Si portò una mano alla testa e si toccò dove un tempo c’erano le trecce. Di punto in bianco si alzò. Non prese i libri né il righello con cui ci bacchettava sulle nocche. Lasciò la stanza senza aggiungere una parola.

Aspettammo per un po’ che tornasse. Poi cominciammo a bisbigliare tra di noi. Passò altro tempo e due bambine cominciarono a litigare, a tirarsi i capelli e a graffiarsi e mordersi. Il resto della classe assisteva allo spettacolo. L’insegnante dell’aula accanto entrò come una furia e gridò, “Cos’è questo putiferio? Dov’è la vostra Didi?”

“Per quanto ancora hai intenzione di fissare i cereali e borbottare sottovoce, Nomi?” disse brusca la mia mamma adottiva. “Guarda che disastro hai combinato con quei pezzi di tovagliolo.” Mi tolse la ciotola e spazzò via la carta stracciata, scuotendo la testa come a dire che aveva abbandonato ogni speranza di capirci qualcosa, con me. Quasi inconsapevole di cosa stesse facendo, prese un grosso barattolo di pasta e cominciò a versarla a manciate in una pentola sui fornelli dove aveva messo a bollire delle uova. “Ho chiesto alla scuola dove vai adesso, sai, e mi hanno detto, Ma come? A casa non parla?” Metà della pasta mancò la pentola e finì sul pavimento, ma lei continuò a versarla a manciate, noncurante. Aveva un tono troppo acuto. Gli insegnanti le avevano detto che a scuola avevo molti amici, che giocavo a pallone e frequentavo le lezioni di kickboxing. Aveva frugato nella mia stanza, confessò, e scoperto che avevo riempito interi album da disegno di uccelli morti, banderuole rotte e filo spinato. Si chiedeva come mai non disegnassi niente di allegro. Dei fiori, il sole, prati verdi. Si chiedeva dove sbagliasse. Dalla pentola schizzarono gocce d’acqua bollente, si scottò. Smise di buttare la pasta. Rimase immobile, la mano dentro il barattolo e le spalle abbandonate.