In ogni tempo, a Parigi, c’è stata una classe di uomini molto numerosa, il cui solo mestiere è vivere a spese degli altri: nulla è più astuto delle manovre continue di questi intriganti, non v’è nulla che non sappiano escogitare, nulla che non sappiano immaginare per far cadere, in un modo o nell’altro, la vittima nelle loro maledette reti: mentre il grosso dell’esercito lavora nella città, dei distaccamenti si alzano in volo, si spargono per le campagne, e, soprattutto, viaggiano nelle vetture pubbliche; adesso che abbiamo chiaramente indicato la situazione, torniamo alla giovane novizia che presto compiangeremo nel vederla in mani tanto malvagie. Rosette de Flarville, figlia di un bravo borghese di Rouen, a forza di insistenze era riuscita finalmente a ottenere dal padre il permesso di andare a passare il carnevale a Parigi presso un certo signor Mathieu, suo zio, ricco usuraio, in Rue Quincampoix. Rosette, sebbene alquanto sempliciotta, aveva i suoi diciotto anni compiuti, un volto incantevole, era bionda, begli occhi azzurri, una pelle da sbalordirne e un seno, sotto il velo di garza, che faceva intuire a qualunque intenditore che quanto la fanciulla copriva valeva almeno quel che si vedeva… La separazione non era avvenuta senza lacrime: era la prima sera che il buon padre lasciava la figlia; la quale era molto prudente, sapeva benissimo come comportarsi, si recava da un parente fidato, sarebbe tornata a Pasqua e questi erano tutti motivi di consolazione; ma Rosette era molto bella, molto fiduciosa del prossimo e andava in una città assai pericolosa per il gentil sesso di provincia che vi sbarca ricco solo di innocenza e di virtù. Tuttavia la bella parte, fornita di tutto quel che le serve per brillare a Parigi nella sua piccola sfera, oltre a una gran quantità di gioielli e di regali per lo zio Mathieu e le cugine figlie di lui; Rosette viene affidata al cocchiere, il padre la bacia, il cocchiere frusta i cavalli e tutti piangono, chi da una parte chi dall’altra. Ma non è vero che i sentimenti dei figli sono teneri quanto quelli dei padri: la natura ha permesso che i primi trovassero nei piaceri di cui si inebriano motivi di distrazione che li allontanano, sia pure involontariamente, dagli autori dei loro giorni e raffreddano nei loro cuori i sentimenti di tenerezza, più isolati, più ardenti, e ben altrimenti sinceri nell’animo dei padri e delle madri, grazie a quella fatale indifferenza che, rendendoli insensibili agli antichi piaceri della giovinezza passata, fa sì che essi non abbiano più interesse che per questi sacri oggetti che li riconducono alla vita.
Rosette seguì la legge universale, le sue lacrime cessarono ben presto di scorrere e, tutta presa dal piacere che le veniva dal pensiero di vedere Parigi, non tardò a far conoscenza con altre persone che vi si recavano e che sembrava conoscessero la città assai meglio di lei. La sua prima domanda fu dove si trovasse Rue Quincampoix. «È nel mio quartiere, signorina», risponde un tipo dall’aria divertente ma ben fatto che, a causa del genere di uniforme che indossava e dell’autorità con cui parlava, monopolizzava la conversazione nel gruppo dei viaggiatori sballottati dalla carrozza. «Come, signore, abitate in Rue Quincampoix?» «Ma da più di venti anni!» «Quand’è così», dice Rosette, «voi conoscete certamente bene mio zio Mathieu». «Il signor Mathieu è vostro zio, signorina?» «Certamente, signore, sono sua nipote; vado a trovarlo, passerò l’inverno da lui e con le mie due cugine, Adélaïde e Sophie, che certo conoscete.» «Se le conosco, signorina! E come potrei non conoscere sia il signor Mathieu, che è il mio vicino di casa, sia le signorine sue figlie, di una delle quali, sia detto per inciso, sono innamorato da almeno cinque anni.» «Siete innamorato di una delle mie cugine? Scommetto che è Sophie.» «No, per la verità è Adélaïde, un volto incantevole.» «È quel che si dice anche a Rouen, perché, per la verità, io non le ho mai vedute, è la prima volta nella mia vita che vado nella capitale.» «Dunque, signorina, voi non conoscete né le vostre cugine né, senza dubbio, il signor Mathieu.» «Eh, no, mio Dio, il signor Mathieu lasciò Rouen l’anno in cui mia madre mi partorì e non vi è mai più tornato.» «È un uomo di grandissima onestà, che sarà felicissimo di accogliervi.» «Una bella casa, non è vero?» «Sì, ma ne affitta una parte, lui occupa solo l’appartamento al primo piano.» «E il pianterreno.» «Certamente, e anche qualche camera in alto, a quel che credo.» «Si tratta di un uomo ricchissimo, ma certo non gli farò fare brutta figura: guardate un po’ qua, cento bei doppi luigi che mio padre mi ha dato per vestirmi alla moda per non sfigurare con le mie cugine, e dei bei regali che porto a loro, guardate: questi orecchini valgono per lo meno cento luigi e sono per Adélaïde, per la vostra innamorata; e questa collana che non vale certo di meno è per Sophie; e non è tutto, guardate qua, questa scatola col ritratto di mia madre fino a ieri era stimata cinquanta luigi e più, ebbene, è per mio zio Mathieu, è un regalo che gli fa mio padre. Sono sicura che tra abiti, denaro e gioielli ho con me non meno di centocinquanta luigi.» «Non avevate certo bisogno di tutto questo per essere accolta convenientemente dal signor vostro zio, signorina», disse il furfante che teneva d’occhio la bella e i suoi luigi. «Farà certo più gran conto della vostra presenza che di tutte queste cosette.» «Non importa, non importa, mio padre è un uomo che fa bene quel che fa, e non vuole che si dica male di noi perché abitiamo in provincia.»
«In verità, signorina, si prova un tale piacere a stare in vostra compagnia che vorrei non lasciaste mai più Parigi e che il signor Mathieu vi desse suo figlio per marito.» «Suo figlio? Ma non ne ha.» «Suo nipote, voglio dire, quel bel giovanottone…» «Chi, Charles?» «Charles, esatto, perbacco, il migliore dei miei amici.» «Ma come, voi avete conosciuto anche Charles, signore?» «L’ho conosciuto, signorina? Molto di più, lo conosco ancora ed è espressamente per incontrarlo che vado a Parigi». «Vi sbagliate, signore, è morto; ero destinata a lui fin dall’infanzia, non lo conoscevo, ma mi avevano detto che era una persona assai piacevole; ha voluto fare il soldato a ogni costo, è andato in guerra ed è morto.» «Bene, bene, signorina, vedo che i miei desideri si realizzeranno; siatene certa, sto per sbalordirvi: Charles non è morto, lo si credeva, è tornato da sei mesi, e mi ha scritto che sta per sposarsi; d’altra parte, se vi si manda a Parigi, non dubitatene, signorina, è per farvi una sorpresa, tra quattro giorni sarete la moglie di Charles e quel che portate non sono che doni di nozze.» «Francamente, signore, le vostre congetture sono assai verosimili; se metto insieme quel che dite con alcune affermazioni di mio padre che mi stanno tornando alla mente, vedo che niente è tanto probabile come quel che prevedete… Come! Mi sposerò a Parigi! Sarò una signora di Parigi, ah, signore, che felicità! Ma se così è, bisogna che voi sposiate Adélaïde, ce la metterò tutta per convincere mia cugina e in quattro staremo benissimo.»
Queste erano dunque le conversazioni di viaggio della dolce e buona Rosette col mascalzone che la sondava, ripromettendosi di tirare al più presto un buon partito da quell’ingenua che si apriva con lui con tanto candore: che bel colpo per la banda libertina, cinquecento luigi e una bella fanciulla, dica chi vuole quale dei sensi non sarebbe solleticato da un siffatto incontro. Appena si fu vicini a Pontoise: «Signorina», dice lo scroccone, «mi viene un’idea, vado a prendere da qui dei cavalli di posta per precedervi da vostro zio e annunciargli il vostro arrivo; essi vi verranno sicuramente incontro, ne sono certissimo, e in questo modo non sarete sola al vostro arrivo in questa grande città». La proposta viene accettata, il giovane galante monta a cavallo, si affretta a preavvertire gli attori della sua commedia e, quando li ha istruiti e prevenuti a dovere, due carrozze conducono a Saint-Denis la pretesa famiglia; si scende all’albergo, lo scroccone si incarica di fare le presentazioni, Rosette incontra il signor Mathieu, Carlone tornato dalla guerra e le due affascinanti cugine; molti baci, la ragazza normanna consegna le sue lettere, il bravo Mathieu versa lacrime di gioia nell’apprendere che suo fratello è in buona salute, non si aspetta di essere a Parigi per distribuire i regali, Rosette troppo ansiosa di mostrare la generosità di suo padre si affretta subito a distribuirli, nuovi abbracci, nuovi ringraziamenti e tutto il corteo si dirige al quartier generale dei nostri furfanti che alla bella vien detto essere Rue Quincampoix. Si arriva ad una casa di assai bella apparenza, la signorina di Flarville è sistemata come si conviene, la sua valigia è portata in una camera e non si ha altro pensiero che di mettersi a tavola; là si provvede a far bere la convitata fino ad annebbiarle il cervello: abituata a bere solamente sidro, la si convince che il vino della Champagne è sugo delle mele di Parigi, la candida Rosette fa tutto quel che gli altri vogliono e alla fine la sua ragione è svanita; una volta incapace di capire viene spogliata nuda, e i nostri furfanti, assicuratisi che sul corpo non ha più nulla se non le attrattive che le ha prodigato la natura, non volendo lasciarle nemmeno quelle senza approfittarne, godono di lei in tutta libertà per tutta la notte; soddisfatti alla fine per aver avuto da questa povera ragazza tutto quel che era possibile ricavarne, soddisfatti di averle tolto la ragione, l’onore e il denaro, la ricoprono con un orribile abito cencioso e, prima che si faccia giorno, la lasciano sugli scalini di San Rocco. La sventurata, che apre gli occhi nello stesso momento in cui il sole sorge, sconvolta dallo stato orribile in cui si trova, si tocca, si interroga e chiede a sé stessa se è morta o viva; degli scostumati la circondano, ed ella è per lungo tempo il loro zimbello e finalmente, dopo che lo ha chiesto, la conducono da un commissario al quale racconta la sua triste storia, supplica di scrivere a suo padre e di darle nel frattempo asilo da qualche parte; il commissario vede tanto candore e tanta onestà nelle risposte di questa disgraziata creatura che la ospita nella sua stessa casa, il buon borghese normanno arriva e dopo molte lacrime versate da una parte come dall’altra riconduce a casa la sua diletta figlia che, a quanto si dice, non ebbe più per tutta la vita il desiderio di vedere la depravata capitale della Francia.
«Lettore, gioia, salute e benessere», dicevano in altri tempi i nostri buoni avi dopo aver conclusa la loro storia. Perché dunque aver paura di imitare l’educazione e la franchezza? Dirò dunque, come loro: «Lettore, salute, ricchezza e piacere; se le mie chiacchiere ti son state gradite, assegnami un angolino nella tua cameretta; se ti ho annoiato, ricevi le mie scuse e gettami nel fuoco».