In quello stesso periodo, l’editore John Murray fornì prove irrefutabili del fatto che mio padre mi avesse pensato, se non il giorno del mio primo compleanno, in altri momenti dell’anno precedente. In novembre il sublime terzo canto del Pellegrinaggio di Childe-Harold fu pubblicato con grande successo e si vendette benissimo. Se mio padre non avesse ritenuto indecoroso per un gentiluomo accettare del denaro per le sue poesie, senz’altro le sue difficoltà economiche si sarebbero risolte in fretta.
Siccome mia madre e i nonni rifiutarono di documentarsi sull’accoglienza che era stata riservata al poema, ci vollero alcune settimane perché le informazioni arrivassero a Kirkby Mallory. Quando accadde, quelle notizie fecero quasi tremare le fondamenta della dimora. Naturalmente mia madre e i miei nonni non resistettero alla tentazione di procurarsi una copia per vedere se le voci che correvano dicessero il vero, se Byron avesse parlato di questioni personali proprio come in Addio del poeta a sua moglie e Saggio satirico. Con loro grande disappunto, proprio come mia madre aveva temuto, mio padre aveva usato di nuovo la sua poesia, destinata a essere letta in tutta la nazione e in molti paesi esteri, per esprimere i propri sentimenti sulla Separazione e su di me.
Ho già detto come inizia il canto, con un’invocazione alla figlia neonata che ha lasciato in Inghilterra. Dopo avere narrato i viaggi di Childe-Harold da Dover a Waterloo e lungo il Reno fino in Svizzera per centoquattordici strofe, il narratore torna a parlare di me.
Mia figlia! Questo canto cominciò col tuo nome, col tuo nome ancora, mia Ada, terminerà. Io non posso vederti né udirti, ma non mai padre fu unito come me con sua figlia; tu sei l’amica verso la quale si projettano le ombre dei miei anni avvenire. Tu non devi rivedere più il volto di tuo padre, ma la mia voce si farà udire fra i tuoi sogni e giungerà fino al tuo cuore, allorché il mio sarà agghiacciato dalla morte. Tu udirai ancora questa voce paterna innalzarsi dalla mia tomba per parlarti del mio amore.
L’idea che mio padre avesse pensato a me più spesso e più intensamente di chiunque altro, compresa la famiglia affettuosa che si era occupata di me con tanta cura nel mio primo anno di vita, non fu accettata da mia madre. Mia nonna rimase ancora più indignata, e lo rimproverò per avermi abbandonato, anche se tecnicamente era stata mia madre a lasciare il marito, e né lei né mia madre né mio nonno lo avevano voluto vicino a me.
Rimasero indifferenti alle espressioni di nostalgia di mio padre, che liquidarono come artifici poetici usati per suscitare la compassione del pubblico e dei tribunali. «“Cullarti leggermente sulle mie ginocchia”» lesse ad alta voce mia nonna, con insolita amarezza «“e imprimerti sulle labbra il bacio di un padre, queste cure soavi non doveano appartenermi”. Di chi è la colpa, mi chiedo?»
«Mamma, ti prego!» esclamò mia madre con voce stanca, massaggiandosi le tempie per alleviare il mal di testa. «Smetti di leggere, per favore».
Mia nonna strinse le labbra. «Oh, sì, non dobbiamo sentire di nuovo le strofe più offensive…»
«Esatto, non dobbiamo sentirle…»
«“Pure quand’anche l’odio ti fosse prescritto come un dovere, tutto mi assicura che tu mi amerai”».
«Quindi ci tocca sentirle ugualmente» ribatté mia madre in tono acido, rivolgendosi a nessuno in particolare.
Mia nonna indicò le pagine sparse sul divano tra lei e mia madre. «È un’offesa inammissibile. Parlerò ai miei avvocati di questa… questa calunnia, di queste bugie ignobili, scandalose. Non stiamo insegnando a Ada a odiare suo padre. Non ne parliamo e basta».
«Come può credere Byron che Ada imparerà ad amarlo quando centinaia di chilometri li separano…?» Sulla sua poltrona preferita accanto al camino, mio nonno guardò accigliato le pagine e scosse il capo con sincero rimpianto. «Spero che la sua sia una speranza vana».
«E come osa calunniare te, Annabella, con questo titolo che dà a tua figlia: “Figlia dell’amore, tu però nascesti in mezzo alle angosce e fosti nutrita di amarezza”?» Gli occhi di mia nonna brillarono di indignazione. «Come osa? Ada è nata tra le braccia amorevoli di sua madre, ed è stata nutrita qui, da noi, la sua famiglia, dalle nostre cure e dal nostro affetto. Altroché “amarezza”!»
«Meriterebbe una bella lezione» borbottò mio nonno. «Gliela farei vedere io, l’amarezza».
«Mamma, papà, vi prego di calmarvi» intervenne mia madre. «Niente di tutto questo ci fa bene. E certo non fa bene a Ada». Prese la poesia, piegò le pagine con gesti bruschi e le infilò nel libro che stava leggendo, il trattato di Francesco Bacone Sull’avanzamento e sul progresso del sapere umano e divino. «Che sia ben chiaro: Ada non deve leggere le poesie di Byron quando sarà in grado di farlo da sola, nessuno dovrà leggergliele né parlarne in sua presenza. È evidente che le parole di suo padre l’hanno turbata, e non c’è da stupirsene».
I miei nonni mi guardarono, seduta sul pavimento, circondata dai miei blocchi di legno preferiti, mentre tremante e sconvolta avevo momentaneamente dimenticato i miei giochi. Lasciarono cadere il discorso, allora e in seguito, almeno in mia presenza, ma un’ombra calò sull’allegro clima natalizio nelle settimane che seguirono. Una volta sorpresi mia nonna che guardava con aria torva il ritratto coperto di mio padre nella stanza da biliardo, come se avesse voglia di bruciarlo invece di lasciarlo appeso sul camino un giorno di più.
Anche se Lady Noel era indignata per mia madre, non con lei, mia madre trovava le sue lagnanze e la sua indignazione costante insopportabili. Anche se sono sicura che mia nonna non ne avesse l’intenzione, forse mia madre coglieva una critica implicita nelle sue tristi parole, come se Lady Noel stesse rimproverandola per avere scelto tra i vari corteggiatori quello meno adatto a renderla felice. In ogni caso, mia madre decise che anche una dimora vasta come Kirkby Mallory era troppo piccola per lei e mia nonna, e disse ai genitori che la sua salute fragile la obbligava a trasferirsi in un luogo dove avrebbe dormito meglio e dove c’era aria buona, capace di restituirle forza e vitalità. Decise di prendere una casa a Frognal, Hampstead, e sarei andata con lei, insieme alla sua domestica e alla mia bambinaia. Il giorno della partenza, il 1° aprile, mia nonna mi strinse forte e pianse, e mentre la carrozza si allontanava e la salutavo dal finestrino ebbi l’impressione che le si spezzasse il cuore.
I nonni mi mancavano moltissimo, ma mia madre era sollevata liberandosi finalmente dalla loro costante preoccupazione e non sentendosi più continuamente osservata; la nuova sistemazione la rendeva più felice e anch’io, di conseguenza, ero più serena. Poco dopo il nostro arrivo, però, mia madre ricevette un documento ufficiale che stabiliva che, sebbene avesse l’affidamento esclusivo della sottoscritta, a causa del processo ancora in corso ero sotto la tutela del Lord Cancelliere. Da lontano mio padre stava affermando i suoi diritti in base alla legge inglese, e apparentemente temeva ancora che mia madre mi portasse all’estero e si stabilisse in una terra straniera dove lui non avrebbe più goduto di alcun diritto. In gennaio arrivò una lettera di mio padre tramite la solita intermediaria, zia Augusta. «Richiedo una conferma esplicita del fatto che Ada non verrà portata fuori dal paese per nessuna ragione» scrisse a sua sorella. «Ripeto che non ho intenzione di portarle via la bambina finché rimane in Inghilterra, ma pretendo che la piccola non si allontani dal paese». Mia madre non aveva alcun desiderio di portarmi all’estero, ma le richieste di mio padre, che considerava un’«inutile interferenza», la indignavano profondamente. Se non fosse stato per la decisione di giustizia che legittimava quella pretesa di Byron, credo che mia madre mi avrebbe portato di là dalla Manica per una vacanza in Francia solo per dispetto.
Mia madre allora non sapeva, e io l’avrei scoperto solo molti anni dopo, che quello stesso mese era nata la figlia illegittima di mio padre a Bath, a circa duecento chilometri a ovest di casa nostra a Hampstead. Si chiamava Allegra Byron ed era la figlia di Claire Clairmont, la sorellastra di Mary Godwin Shelley. La signora Shelley, naturalmente, era la moglie del poeta Percy Bysshe Shelley, figlia della scrittrice Mary Wollstonecraft e del filosofo William Godwin e autrice di un eccellente romanzo, Frankenstein, che sarebbe stato pubblicato l’anno successivo. Non so invece cos’abbia fatto di notevole Miss Clairmont e non ho mai conosciuto sua figlia, la mia sorellastra, che morì in Italia di malattia a soli cinque anni. Nel corso della mia infanzia ho sempre desiderato un fratello o una sorella. Forse ho intuito, in qualche modo, di aver perso una sorella e ne ho pianto la scomparsa.
Hampstead era un posto piacevole e grazioso, e casa nostra era confortevole. Avevamo l’aria buona di campagna che voleva mia madre, e spesso facevamo passeggiate lunghe, o così parevano a me, e le mie gambette corte e sode si muovevano rapide per non restare indietro rispetto all’andatura svelta ed elegante di mia madre. Purtroppo non avevo compagni di gioco, perché non mi era permesso frequentare altri bambini, ma mia madre si costruì progressivamente una cerchia di amici. Grazie al suo rango e alla sua ricchezza si fece accettare tra le dame e i gentiluomini più distinti dell’aristocrazia del posto, e scelse le persone da frequentare non per il loro ceto ma per i loro pregi intellettuali, artistici o spirituali. Preferiva la compagnia di reverendi o pastori, dissidenti e riformatori, la drammaturga non sposata Joanna Baillie e la celebre attrice Sarah Siddons. Alcuni dei suoi amici amavano i bambini ed erano gentili con me, ma in genere erano troppo assorbiti da questioni serie e idee importanti per sprecare tempo prezioso a fingere di preparare dolci con una bambina precoce. Venivano a bere il tè e a cena per fare colpo su Lady Byron e lasciarsi impressionare da lei, e siccome era inevitabilmente la dama più altolocata del gruppo, tutti le rendevano omaggio, una situazione che non le dispiaceva affatto, ne sono certa.
Quando vedevo mia madre al centro dell’attenzione in mezzo agli amici mi sentivo ancora più sola, e in mancanza di compagni di gioco adatti le chiesi se non potessi avere almeno un cane.
«Assolutamente no» dichiarò lei. «Non potrei sopportare il rumore e la sporcizia. I cani da caccia posso tollerarli, perché sono necessari e restano fuori, ma non intendo permettere ad altri animali di insediarsi in casa mia e di sporcarmi i tappeti».
«Posso allora avere un gattino? Sono più tranquilli».
«Ma combinano un sacco di guai anche loro, con le unghie. No, è fuori discussione».
«E un coniglietto?»
«No, Ada» disse mia madre fermamente. «Non hai il permesso di portare animali in casa».
Né da nessun’altra parte, pensai triste. Mi proibì di chiederglielo ancora, ma non poteva impedirmi di immaginare quanto sarebbe stato bello avere un animaletto da coccolare, da amare e al quale sussurrare i miei segreti. Le scene che immaginavo erano così meravigliose che cominciai a fingere di avere un cucciolo tutto mio, uno springer spaniel bianco e marrone che avevo chiamato Freddy. Era un compagno simpaticissimo, sempre desideroso di giocare e di esplorare il giardino con me. Se non era piacevole come avere un cane vero, non era certo colpa sua.
Un pomeriggio di primavera, mia madre e la sua amica Miss Montgomery raggiunsero me e Mrs Grimes in giardino, dove giocavo fingendo di insegnare a Freddy a coricarsi sulla schiena e a porgere la zampa. «Con chi stai parlando?» chiese mia madre bruscamente, mentre Miss Montgomery si guardava attorno con aria sospettosa, quasi aspettandosi di veder comparire un brigante mascherato da dietro un pero.
«Con nessuno» risposi.
«Eppure ti ho sentito parlare». Guardò Mrs Grimes, che si era alzata di scatto dalla panchina, stringendo il lavoro a maglia e una matassa di filo. «E usavi una voce strana per parlare alla tata».
«Stava solo giocando, Lady Byron» disse Mrs Grimes. «Le piace fingere di avere un cucciolo per amico. È solo un gioco».
«È bianco e marrone e ha il pelo morbidissimo» dissi con un sorriso.
Lo sguardo di mia madre si colmò di una strana apprensione mentre mi si avvicinava rapida. Ammutolii. «Vedi un cane qui, ora?» domandò, inginocchiandosi accanto a me e afferrandomi la mano.
Mi feci piccola sotto il suo sguardo indagatore. «Non è che lo veda. Non è reale, ma a volte pare che lo sia…»
Si ritrasse inorridita, e capii di avere detto la cosa sbagliata. «Ogni quanto lo vedi, questo cane? Vedi anche altre cose?»
«Io…» Lanciai uno sguardo impotente a Mrs Grimes, ma mia madre si spostò per bloccarmi la visuale. «Sento te, e Mrs Grimes, e…»
«È solo un gioco infantile» intervenne la bambinaia. «Credevo che fosse innocuo».
«Dimenticate forse chi è suo padre?» chiese mia madre. Mi lasciò andare la mano e si alzò di scatto, ma non smise di fissarmi. «Ada, se vedi ancora animali o persone che non ci sono, o senti voci quando nessun altro è nella stanza, devi dirlo immediatamente a me o alla tua bambinaia. Hai capito?»
Spaventata, deglutii e annuii.
Mrs Grimes corse da me e mi posò le mani sulle spalle. «Non è nulla, signora, era solo un gioco, davvero».
Avevo visto uomini adulti impallidire sotto lo stesso sguardo gelido che mia madre rivolse a quel punto a Mrs Grimes. «Ve l’ho già detto, e non lo ripeterò. Mettete in pericolo la vita e la salute mentale della bambina quando le permettete di usare l’immaginazione. Che non si ripeta».
Mrs Grimes abbozzò un inchino e mormorò parole di scusa e promesse, e mia madre mi gettò un ultimo sguardo di avvertimento prima di avviarsi verso casa, con Miss Montgomery che le correva appresso per non restare indietro.
«Mi dispiace» dissi a Mrs Grimes, trattenendo le lacrime.
«Va tutto bene, piccola».
«Significa…» Trassi un respiro profondo. «Significa che non posso più giocare con Freddy?»
La sua unica risposta fu un sospiro e un bacio sulla testa. Immaginai Freddy che correva via con un bastone in bocca e scompariva.
Poi mi venne in mente una cosa: ricordai che mio padre adorava i cani, in particolare i terranova. Se fosse stato lui a crescermi, ero sicura che mi avrebbe permesso di tenere tutti i cani che volevo. Un principio di rabbia, come un pennacchio di fumo che si libra dalle braci, mi nacque nel cuore, e mi chiesi in quali altri modi la mia vita avrebbe potuto essere diversa se mio padre mi avesse portato con sé in qualche luogo nascosto del continente europeo, come mia madre e i miei nonni avevano temuto.
Nell’estate del 1817 mia madre voleva recarsi in Scozia con la sua amica Frances Carr, e siccome Miss Carr non doveva sobbarcarsi il fastidio di bambini piccoli, mia madre decise di lasciarmi a Kirkby Mallory. I miei nonni furono felici di riprendermi, e sebbene avvertissi la mancanza di mia madre più delle altre volte in cui mi aveva lasciato, mia nonna e la bambinaia riempivano il vuoto improvviso delle mie giornate con giochi, canzoni e abbracci e mi viziavano con dolci prelibatezze che mia madre si negava e che non erano quindi mai autorizzate sulla nostra tavola.
Consideravo Kirkby Mallory casa mia, e adoravo i suoi saloni spaziosi e le gallerie luminose, il profumo di fiori freschi in primavera ed estate, di caminetti sempre accesi in autunno e inverno, di quercia calda, biancheria pulita e libri vecchi in ogni stagione. L’eccezione era la cucina, dove aleggiavano gli aromi che si desideravano cogliere nel regno di una cuoca generosa e dinamica, amante di stufati, arrosti e dolci. Più restavo lontana durante i viaggi con mia madre, più tempo mi serviva, al ritorno, per sentirmi davvero a casa e non semplicemente in visita. Ero lì da quasi due settimane quando racimolai infine il coraggio sufficiente per infilarmi nella stanza da biliardo dove intendevo mettere alla prova il mio ardire fissando il misterioso ritratto coperto e riflettendo sui terrori che poteva nascondere la tenda.
Con mio enorme stupore, scoprii che il quadro e la sua tenda erano scomparsi. Diversi ritratti più piccoli riempivano lo spazio sopra il camino, uno di Lord Wentworth, il fratello di mia nonna, che era morto senza essersi sposato e le aveva lasciato Kirkby Mallory Hall, un altro di mia nonna da giovane, prima del matrimonio, e altri delle zie di mia madre, giovani e fresche come boccioli in primavera. I ritratti di famiglia avevano uno sguardo fisso, compiacente, come se fossero sempre stati lì, incapaci di concepire che quella posizione prestigiosa fosse mai appartenuta a qualcun altro. Per un inquietante momento, mi chiesi se avessi solo immaginato il grande quadro che era rimasto appeso a lungo sotto il drappo, ma mi ripresi quasi subito, assicurando a me stessa che non mi stavo sbagliando.
Il ritratto di mio padre era stato tolto: ma perché, e che fine aveva fatto? Desideravo saperlo, ma capivo che non era il caso di chiederlo.
I mesi estivi trascorsero lietamente, interrotti da improvvisi, forti e dolorosi momenti di solitudine e di nostalgia per mia madre. Qualche amico della mia età sarebbe stato una grande consolazione, ma gli unici amici potenziali erano i figli dei domestici o i bambini del villaggio, considerati inadatti per la figlia di Lady Byron.
Anche se vedevo i miei coetanei molto di rado, e in genere da lontano, in agosto, non si sa come, riuscii a prendere la malattia più comune dei bambini, la varicella. Fu un tormento. Piangevo per il prurito e bruciavo di febbre. Invocavo mia madre, e lei e mia nonna si scrivevano spesso, quindi sapevo che era al corrente della mia malattia, eppure non tornava.
«Quando viene la mamma?» chiesi una sera a nonna mentre mi metteva a letto; avevo la febbre, stavo male e mi sentivo abbandonata. «Non le hai detto che ho bisogno di lei?»
«Mi dispiace, tesoro» disse nonna, ravviandomi i capelli. «Tua madre pensa che sarebbe imprudente venire adesso, perché rischierebbe di ammalarsi anche lei. Non vogliamo certo che si ammali, vero?»
«No» risposi con una vocina desolata. Non avevo assolutamente pensato ai pericoli per mia madre, il che dimostrava senz’altro che ero una bambina cattiva ed egoista.
Non so cos’avrebbe potuto fare mia madre che mia nonna e la tata non facessero già. Anche i bambini più buoni possono diventare piccoli tiranni, credendosi assolutamente autorizzati a pretendere tutto l’amore e la disponibilità degli adulti che si occupano di loro, e io non ero certo migliore degli altri. Mrs Grimes era instancabile nei suoi sforzi per alleviare le mie sofferenze – non dormiva, si fermava a malapena per mangiare o bere, lasciava la mia camera con riluttanza – e questo mi commosse. Il suo impegno non nasceva dal senso del dovere, ma da autentico affetto, e rimasi tanto colpita da questa rivelazione che una volta, quando si chinò su di me per rinfrescare la pezzuola che mi aveva posato sulla fronte, le presi la mano, la attirai a me e le gettai le braccia al collo. «Ti voglio bene, Mrs Grimes» dissi, con tutto l’ardore che sentivo nel mio corpo febbricitante.
«Ti voglio bene anch’io, piccola». Mrs Grimes mi adagiò di nuovo sul cuscino, sorrise e mi baciò sulla fronte. «Adesso devi fare la brava bambina e dormire, così guarisci e possiamo ricominciare a giocare in giardino. Puoi farlo per me?»
Annuii e chiusi gli occhi obbediente, con il cuore gonfio, e presto mi addormentai profondamente.
Da quel giorno cominciai a migliorare poco per volta, giorno dopo giorno, finché la febbre passò e le macchie rosse se ne andarono. Alla fine di settembre, dopo essere stata rassicurata sul fatto che il pericolo del contagio non esisteva più, mia madre tornò a Kirkby Mallory. Pur essendo felice di rivederla, non potei evitare di notare che era diversa: più triste, più tranquilla, più apprensiva riguardo al futuro. All’inizio mi dissi, con la certezza di ogni bambino convinto di trovarsi al centro dell’universo, che la mia malattia l’aveva spaventata, che temeva si ripresentasse per uccidermi. Forse ero stata più vicina alla morte di quanto mi avessero fatto credere.
Mi sbagliavo, invece, come scoprii una sera sentendo mia madre confidarsi con nonna, quando si fermarono fuori dalla mia stanza prima di andare a dormire. Sapendo che sarebbero state scontente di trovarmi ancora sveglia, mi finsi addormentata, e udii mia madre sospirare profondamente. Quando nonna le chiese il motivo di tanta tristezza, confessò che la Separazione stava cominciando ad apparirle in tutta la sua cupa realtà. «All’inizio ero così sollevata all’idea di essere libera che non ho pensato alla solitudine che avrei provato» disse a mia nonna, con voce tanto bassa che riuscii appena a distinguere le parole. «Poi mi sono occupata di ottenere l’affidamento di Ada, e quella battaglia non mi ha lasciato il tempo di guardarmi dentro o di farmi domande sul futuro. Solo dalla metà di quest’estate il fardello della mia solitudine ha cominciato a pesarmi sulle spalle. Mi sembra di dover attraversare un deserto al buio, carica di collera, delusioni e dolore, e non mi piace affrontare questo viaggio da sola».
A quel punto quasi mi alzai a sedere per dirle che non era sola, che aveva me, e che sarei stata ben lieta di accompagnarla dappertutto. Ma mi trattenni, e fu mia nonna, invece, a rassicurare mia madre dicendole che non era sola, che i suoi genitori la amavano profondamente e sarebbero stati ben contenti di dividere con lei il suo fardello.
«Grazie, mamma» replicò. «Ti sono grata, ma piango la fine del mio matrimonio e di tutti i sogni e le speranze della mia giovinezza».
«Non tutte le tue speranze per il futuro sono perdute» obiettò nonna. «Sei ancora molto giovane, e hai Ada».
Nel silenzio che seguì, immaginai che mia madre scrollasse il capo. «La mia presa su Ada è tenue, ed è minacciata da più parti».
«Minacciata? Da chi?»
«Da Mrs Grimes, tanto per cominciare, a quanto mi dici. Ada le vuole bene».
«Certo che le vuole bene, per fortuna. Questo non significa che voglia meno bene a te. Nessuno può sostituire una madre nel cuore di un figlio. Tu vuoi meno bene a me perché ne vuoi a tuo padre o a Ada?»
«Certo che no». Mia madre respirò profondamente. «Hai ragione. In Ada trovo grandi speranze e promesse, se i rami e i germogli di Byron in lei possono essere potati. Non intendo crogiolarmi nella malinconia. Troverò una soluzione, qualche impresa nobile per occupare i miei pensieri e riempire le ore».
A quel punto avanzarono, lasciandomi riflettere su quello strano dialogo, perché era raro che discutessero in modo così spontaneo e sincero. Mentre riflettevo, la mia curiosità si trasformò in preoccupazione, ma alla fine mi addormentai.
Il mattino dopo aspettai che Mrs Grimes venisse a vestirmi. Avevo lo stomaco che mi brontolava per la fame, ed era già tardi, trovavo molto strano che non si facesse vedere. Poi mi venne un pensiero terribile: forse aveva preso la varicella. Spinsi via le coperte, scesi dal letto e avanzai lungo il corridoio fino alla stanzetta della mia bambinaia. La trovai che piegava il contenuto del suo armadio in pile ordinate sul letto vicino a una borsa di tela robusta. Mentre la guardavo dalla soglia, in silenzio, infilò delle calze nel bagaglio, poi una sottogonna di mussola.
«Che cosa stai facendo?» chiesi allarmata.
Soffocò un grido e si voltò verso di me con una mano sul petto. Notai che non indossava la solita uniforme, ma l’abito blu con i bottoni di madreperla che portava nei giorni liberi. «Mio Dio, piccola!» esclamò, riprendendo fiato. «Mi hai fatto paura. Non è venuto nessuno a vestirti o a portarti a fare colazione?»
La fissai perplessa. Perché qualcun altro avrebbe dovuto svolgere i compiti che lei eseguiva ogni mattina invariabilmente? Il mio sguardo si posò sulla borsa, poi si spostò sulle pile di abiti sulla trapunta. «Parti per un viaggio?»
Mrs Grimes strinse le labbra e annuì.
«Dove vai?»
Sorrise e riprese a fare i bagagli, ma le tremava la bocca, come se dovesse fare uno sforzo per tenerla ferma. «A casa della mia sorella minore, a Manchester».
«Posso venire anch’io?»
«Mi dispiace, piccola, ma non è possibile. Mancheresti troppo alla tua famiglia».
«E quando torni?»
Mi guardò con aria triste per un istante. «Forse dovresti andare a cercare tua madre o tua nonna e chiedere a una di loro di vestirti per colazione».
Mi sentii sprofondare. «Non ho fame». C’era qualcosa che non andava. «Non puoi vestirmi tu, per favore?»
Udii dei passi in corridoio dietro di me, e quando mi voltai vidi mia madre che arrivava. «Ada, tesoro, cosa fai in piedi?»
«È ora di alzarsi» replicai stupidamente. Mi ero aspettata un rimprovero per essere rimasta a letto così a lungo, ma mia madre sembrava ignara della regola infranta. Non gliene avrei certo parlato io.
«Vieni, allora». Mi tese una mano. «Andiamo a vestirci».
Dubbiosa, mi volsi a guardare Mrs Grimes, e quando annuì presi la mano di mia madre e mi avviai felice con lei in camera mia. Non capitava quasi mai che mia madre mi vestisse o mi portasse a fare colazione, quindi era un’occasione speciale.
A tavola si sedette accanto a me mentre mangiavo il porridge e il pane con burro e marmellata, ma lei non prese nulla. Mi ascoltò annuendo con aria assente mentre dicevo che avrei voluto un gattino, forse per il mio compleanno, e se era troppo presto allora magari per Natale. Non fece menzione della sua avversione per gli animali, e lo presi come un segnale incoraggiante. Dopo mi lavò il viso e le mani e mi permise di andare con lei nello studio, dove mi esercitai a scrivere delle lettere, in realtà poco più di segni tremanti e indecifrabili a matita, che però tracciavo con grande sforzo e concentrazione. Mi divertii a tal punto che solo quando cominciai ad avere fame per pranzo ricordai Mrs Grimes e il suo viaggio imminente.
Certa che non se ne fosse andata senza salutare, corsi di sopra e mi precipitai in camera sua, ma scoprii che lei non c’era più, i suoi abiti erano scomparsi, così come la borsa e i pochi oggetti a lei cari che aveva tenuto fuori dalla mia portata sopra il cassettone: un piccolo vaso di vetro dove metteva sempre fiori freschi, un libro di preghiere che era appartenuto a suo nonno, una teiera di porcellana con raffigurate scene allegre nei giardini del castello di Windsor, che aveva vinto in un concorso di ortografia quando andava a scuola.
Corsi alla finestra e guardai fuori, ma non la vidi. «Mrs Grimes?» chiamai, e quando non ebbi risposta mi precipitai giù all’ingresso principale, aprii la porta a fatica, corsi fuori e guardai lungo il viale, da una parte e dall’altra. Non vidi nessuna carrozza, neppure una nuvoletta di polvere a indicare che fosse partita di recente.
Un lacchè mi trovò lì e mi convinse a tornare dentro e a chiudere la porta, e siccome non volevo che finissimo nei guai, gli obbedii. Trovai mia madre nell’ingresso, ma prima che potesse rimproverarmi le chiesi: «Mrs Grimes se n’è andata?»
«Sì, Ada».
«Ma non mi ha salutato prima di andare, non è gentile da parte sua. La rimprovererò al suo ritorno». Guardai mia madre contrariata. «Quando torna?»
«Non sta a te rimproverare la bambinaia».
«Non la rimprovererò, allora. Glielo dirò». Feci un respiro profondo, trattenendo le lacrime. «Quando torna?»
Mia madre sospirò e allungò una mano verso di me, ma non intendevo lasciarmi gabbare due volte la stessa mattina, e non la presi. «Mrs Grimes non sarà più la tua bambinaia» disse, lasciando ricadere la mano. «Avrai una nuova tata a partire da domani. È molto gentile, dolce e carina, e credo che ti piacerà molto».
«La detesterò!» gridai, stringendo le mani a pugno. «Voglio Mrs Grimes!»
Allora il licenziamento di Mrs Grimes mi parve una decisione puramente arbitraria, presa sul momento, un colpo di testa. Quello che seppi solo anni dopo, quando scoprii le lettere che mia madre e mia nonna si erano scambiate quell’estate, era che mia madre progettava di licenziare Mrs Grimes da mesi. Dalla Scozia aveva scritto a mia nonna lamentandosi del fatto che Mrs Grimes aveva un «modo egoista di esercitare l’autorità direttamente contrario ai miei desideri», e aveva fallito nei suoi tentativi «di moderare il temperamento della bambina». Aveva già assunto un’altra bambinaia con ottime referenze, e voleva che mia nonna lo annunciasse a Mrs Grimes mentre lei era in viaggio per evitare situazioni sgradevoli. «Non oso tornare finché la faccenda non sarà sistemata» aggiunse.
Mia nonna non era d’accordo sul licenziamento di Mrs Grimes, alla quale era stato promesso un ingaggio di due anni, e non intendeva essere lei a dare la brutta notizia alla donna. «Mia cara figlia, se vuoi licenziare la Grimes tanto vale che lo faccia tu» aveva scritto per tutta risposta. «È stata una bambinaia esemplare e non saprei proprio che motivo addurre».
«Non dobbiamo darle una ragione, se non che sono insoddisfatta dei suoi servizi» ribatté mia madre. «Ada è troppo ostinata e disobbediente; una tata migliore l’avrebbe liberata di questi difetti. Forniscile quella ragione, se proprio devi. Le scriverò buone referenze e potrà usarle per cercare un altro posto. Ti va bene così?»
A mia nonna non andava bene, ma alla fine si rassegnò all’inevitabile. Continuò a sostenere che Mrs Grimes doveva restare, descrivendo nei minimi dettagli le cure instancabili che mi aveva prodigato quando mi ero ammalata. Quando questo argomento si rivelò inutile, cercò almeno di addolcire la brutta notizia del licenziamento, e propose di pagare lei stessa a Mrs Grimes l’intero stipendio dei due anni pattuiti tra lei e mia madre. Quest’ultima, però, era contraria, e siccome mia nonna rifiutava di essere la portatrice di notizie tanto brutte e ingiuste, giunsero a un punto morto dei negoziati.
«Mi dispiace di dover prendere l’iniziativa apparentemente brutale del licenziamento della bambinaia al mio ritorno» scrisse mia madre, il cui tono esasperato era palpabile. «Sono assolutamente consapevole delle conseguenze dolorose e pericolose del presentarmi a Ada nel ruolo che sono stata fin troppo spesso costretta ad assumere ai suoi occhi, quello della cattiva. So, purtroppo, che per molto tempo Ada piangeva ogni volta che mi vedeva; non c’è da stupirsene, visto che le punizioni toccavano sempre a me. Era una cosa che mi faceva imbestialire, e che ha ancora lo stesso effetto. Sono ben decisa a non restare neanche una settimana in casa in presenza della Grimes».
E mantenne la parola. Lasciò a Mrs Grimes un solo giorno per andarsene, e mi distrasse deliberatamente, quel mattino, per evitare una straziante scena di addio tra le lacrime.
Adesso sono più vecchia di quanto non fosse mia madre allora, e la conosco troppo bene per credere che fosse stata costretta a licenziare la mia amata bambinaia perché non aveva fatto il suo dovere, sebbene sia possibile che lei ne fosse convinta. Mrs Grimes fu mandata via non perché non riuscisse a domare la mia testardaggine, ma perché mi aveva insegnato a volerle bene, e non mi si poteva permettere di voler bene a qualcuno più di quanto ne volessi a mia madre. Era una scena che si sarebbe ripetuta per tutta la mia infanzia: quando mi affezionavo troppo a una tata o una governante, quella povera donna veniva mandata via.
Anche se da bambina non possedevo tutti gli elementi di cui sarei entrata in possesso da adulta, imparai una lezione importante in quelle circostanze per me dolorose: se amavo troppo qualcuno, quella persona mi veniva tolta.