4.

Il sorriso vi traccia il solco di una lagrima avvenire

Settembre 1817-luglio 1818

Decisi di detestare la mia nuova bambinaia e di fare in modo che mi odiasse, o che odiasse tanto la situazione da dare le dimissioni. Siccome dovevo pur avere una tata, se avessi indotto questa intrusa ad andarsene, mia madre avrebbe dovuto far tornare Mrs Grimes. Divenni così una campionessa di capricci, rifiutavo di alzarmi dal letto a meno di essere trascinata, mi dibattevo quando la donna cercava di lavarmi o vestirmi, tiravo calci alla sedia durante i pasti, rifiutavo di mangiare, scappavo via quando era l’ora delle lezioni, mi nascondevo al momento di dormire e, in generale, mi comportavo in modo insopportabile.

La nuova bambinaia diede le dimissioni dopo una settimana. Andai a dormire felice quella notte, aspettando di riaccogliere Mrs Grimes a Kirkby Mallory il giorno seguente. Ma il mattino successivo, dopo colazione, che consumai comportandomi in modo impeccabile, venni convocata nello studio di mia madre per conoscere una bambinaia nuova, una signora accigliata che avrebbe potuto chiamarsi “Con me non si scherza”.

Durò due giorni. Non ho esagerato nel definirmi una campionessa.

Il giorno della sua partenza mi fu ordinato di restare in camera mia da sola per riflettere sui miei peccati. Tenni il broncio, ma in silenzio, sperando di guadagnare qualche punto per buona condotta, tanto più che era caduta la prima neve dell’inverno e desideravo andare a giocare prima che si sciogliesse. Poco prima di pranzo venni chiamata al piano inferiore per incontrare una distinta signora di una certa età con i capelli chiari, la pelle chiara, gli occhi chiari. A quanto pareva era stata bambinaia nella casa di una cugina della regina Carlotta, e voleva conoscermi prima di acconsentire a occuparsi di me.

Resistette un’ora.

Quella sera mia madre mi mandò a letto senza cena, e come punizione anche peggiore partì per una settimana a Londra senza neanche salutarmi. Arrabbiata, sconfortata, doppiamente abbandonata, rafforzai il mio proposito e mi ripromisi silenziosamente che non gliel’avrei data vinta, quella battaglia.

Ma avevo sopravvalutato la furbizia del mio piano, e dopo due giorni mia nonna mi prese in braccio, mi baciò e mi disse: «Mrs Grimes manca anche a me, e sono certa che anche lei senta la tua mancanza, ma tua madre ha deciso, non c’è niente da fare, tanto vale che tu la smetta di terrorizzare quelle povere bambinaie».

Mi resi conto allora che la Gran Bretagna era popolata, evidentemente, da numerosissime zitelle disposte a occuparsi di bambini antipatici e disobbedienti che abitavano in belle dimore, e non era possibile esaurirle tutte. Mrs Grimes non sarebbe mai tornata da me.

Quando questa verità incontrovertibile venne infine assimilata, la mia ribellione perse mordente, e tornai a essere quasi sopportabile. Mia madre restò con noi a Kirkby Mallory per lunghi periodi, e ciò contribuì a lenire il dolore della mia perdita. Le tate andavano e venivano, vecchie e giovani, allegre e cupe. Una volta udii mia madre preparare una di loro a incontrarmi, o forse avvertirla di ciò che l’aspettava dicendo: «L’intelletto di Ada è così precoce che è già in grado di ricevere impressioni che la influenzano, anche se ignoro fino a che punto. Dovete quindi fare molta attenzione a ciò che dite e fate in sua presenza». La donna balbettò che sarebbe stata attenta a prodigarmi solo le influenze più positive, ma venne licenziata nel giro di due settimane per manchevolezze che ora ho dimenticato.

Arrivò il mio secondo compleanno, e alcuni amici di mia madre vennero a trovarla per celebrare l’occasione, ma nessun amico mio, perché non ne avevo. Mentre giocavo con un’arca di Noè di legno piena di graziosi animaletti scolpiti che avevo ricevuto dai nonni, sentii mia madre dire a un amico: «Ada mi ama quanto desidero e più di quanto mi aspettassi, perché avevo la strana paura che non le sarei piaciuta». Non potevo protestare dicendo che evidentemente l’amavo e l’avrei sempre amata, perché mi sarei tradita e avrei dovuto confessare che stavo origliando. Né potei confidare a qualcuno la mia tristezza quando confidò a qualcun altro: «A mano a mano che cresce, il mio cuore si schiude alla dolce influenza dei suoi sorrisi». Non avevo mai immaginato che il suo cuore fosse chiuso nei miei confronti, ma mi consolai al pensiero che ora, se non altro, si stesse aprendo.

Una settimana circa dopo il mio compleanno, mia madre seppe che mio padre aveva venduto la proprietà della sua famiglia, Newstead Abbey, per la straordinaria somma di novantaquattromilacinquecento sterline al colonnello Thomas Wildman, ex compagno di studi di mio padre a Harrow. Anche se la tenuta era quasi in rovina, sono sicura che mio padre rimpiangeva di doversene separare, ma dovette anche provare un sollievo enorme all’idea di saldare i debiti e di potersi mantenere all’estero. La proprietà non sarebbe rimasta nella nostra famiglia in ogni caso, perché essendo femmina non avrei potuto ereditarla, e la Separazione rendeva assai improbabile che mio padre avesse un erede maschio legittimo. Anche così, mia madre soffrì molto per la perdita di Newstead, più per l’ideale romantico che aveva rappresentato che per la proprietà stessa.

Questo rimpianto si aggiunse all’infelicità per il fallimento del suo matrimonio, ma mia madre, indomabile, rifiutava di cedere alla disperazione. Aveva detto a mia nonna che sarebbe sfuggita alla malinconia dedicandosi a una missione nobile, e decise quindi di consacrarsi all’educazione dei figli dei più poveri. Durante i suoi viaggi in Scozia, aveva visitato la scuola per l’infanzia che il socialista Robert Owen aveva creato vicino a Glasgow, e la scuola che la sua amica Harriet Siddons aveva fondato a Edimburgo. Lì il vecchio e superato sistema fondato sull’apprendimento mnemonico e le umiliazioni pubbliche degli scolari era stato eliminato. La forma nuova e moderna di insegnamento enfatizzava la «giocosità», il far leva sulla curiosità naturale del bambino nei confronti del mondo per invogliarlo a imparare. In classe erano esposte immagini a colori vivaci di animali e campioni raccolti in campi e boschi; si favorivano le passeggiate in campagna; altri elementi essenziali della formazione erano musica, arte, ballo e disegno accanto a lettura e scrittura. Nessuno scolaro veniva mai picchiato o minacciato, né a parole né, tanto meno, fisicamente.

Mia madre riteneva a sua volta che con un’educazione adeguata i figli delle classi lavoratrici povere avrebbero migliorato la propria indole, aumentato le loro competenze e ne avrebbero tratto un beneficio che si sarebbe esteso a tutta la società. Decise di creare una scuola primaria a Seaham, finanziandola di tasca sua e tralasciando le lezioni tradizionali a favore di un ambiente felice e piacevole in cui si imparava giocando, e i bambini lo adoravano.

Io non avrei frequentato quella scuola, naturalmente; le bambine del mio ceto, quando ricevevano un’istruzione, seguivano lezioni private a casa, e anche se ero intelligente, ero ancora un po’ troppo piccola per la scuola vera e propria. Sono però sicura che la nuova filosofia dell’educazione di mia madre la influenzò nella ricerca continua di una tata adeguata. Dopo un breve periodo senza bambinaia – un periodo di pausa noioso, ma anche piacevole – nel corso del quale mia madre si lamentò di avere assunto e licenziato le uniche candidate adatte nel raggio di centocinquanta chilometri, trovò una persona molto promettente, che le era stata suggerita dalla sua amica Selina Doyle. Mia madre elogiò Miss Clara Thorne a cena la sera prima del suo arrivo, ma mi aspettavo che non avesse maggiore successo delle precedenti.

Il mattino successivo mi svegliai con la sensazione che una grave sventura stesse per abbattersi su di me, e quando fui costretta a scendere per incontrare Miss Thorne ero così infelice che non riuscii neanche a levare il capo per lanciarle uno sguardo indagatore quando mia madre ci presentò. Quasi ogni bambinaia riesce a sopportare qualche giorno in compagnia di una bambina amorfa, ma alla fine tutte si annoiavano e se ne andavano, oppure facevano qualcosa di poco «simpatico» nel tentativo di suscitare in me una reazione, provocando la disapprovazione di mia madre e un licenziamento immediato. Miss Thorne sembrava sopportare la noia meglio delle altre. Io collaboravo, apatica, quando cercava di vestirmi, consumavo i pasti ma in silenzio, e anche se non avevo l’energia di prestare attenzione quando mi leggeva qualcosa o mi invitava a cantare con lei, almeno non facevo scenate.

Un mattino venne in camera mia, dove fissavo il soffitto con aria afflitta, e invece di salutarmi o di ordinarmi di alzarmi disse: «Vi dispiace se guardo fuori dalla finestra?»

Non volevo rispondere, ma la stranezza della domanda esigeva una risposta. «Fate come volete».

«Grazie» disse allegra, come se l’avessi accolta con buona grazia, alla stregua di una signorina educata. Con la coda dell’occhio la vidi attraversare la stanza con il solito passo svelto e guardare fuori, alzandosi in punta di piedi per vedere meglio. Miss Clara Thorne era piuttosto piccola di statura, con lucidi capelli bruni raccolti in un’acconciatura elegante alla base del collo, occhi castani luccicanti, il nasino all’insù, labbra color rubino che di solito si increspavano in un sorriso. Avevo sentito la domestica di mia madre dire a un lacchè che era la figlia naturale di un grande proprietario terriero scozzese e di un’attrice, e che dopo che sua madre era morta di consunzione quando lei aveva solo due anni, suo padre aveva fatto in modo che lei crescesse sotto la tutela di un ministro rispettato. Con il passare del tempo, essendosi la ragazza rivelata intelligente, il padre aveva predisposto anche la sua istruzione. Sebbene il proprietario terriero a quanto pareva la trovasse adorabile e non facesse mistero dei loro rapporti, la ragazza non avrebbe ereditato la sua fortuna, né poteva sposare un buon partito perché era figlia illegittima, quindi obbligata a guadagnarsi da vivere come bambinaia o governante.

«Mmh» mormorò Miss Thorne, allontanandosi dalla finestra.

Non disse nient’altro, e dopo un lungo silenzio le chiesi: «Che cosa?»

«Oh, nulla. Pensavo solo di avere sentito Puff che cantava, fuori, ma devo essermi sbagliata».

Aggrottai la fronte, incuriosita. «Chi è Puff?»

«Puff, naturalmente. Tutti conoscono Puff». Quando mi limitai a sbattere le palpebre, perplessa, sgranò gli occhi. «Volete dire che non avete mai sentito parlare di Puff, la dama di compagnia preferita della Regina delle Fate?»

«So cos’è una regina» dissi prudente, non desiderando fare la figura dell’ignorante.

Miss Thorne si mise le mani sui fianchi e mi guardò allibita. «State dicendo che non solo non avete mai sentito parlare di Puff, ma non sapete cosa sono le fate?»

Scossi il capo, imbarazzata.

«Oh, povera me. Dobbiamo fare subito qualcosa per rimediare a quest’imperdonabile lacuna nella vostra educazione». Mi tese una mano e, quando non feci nulla, mi indicò a gesti di alzarmi dal letto. «Avanti, sbrigatevi! Non abbiamo un momento da perdere».

Mi alzai subito, mi lavai e mi vestii, e mentre facevo colazione Miss Thorne mi raccontò del magico, enigmatico popolo che abitava i luoghi più misteriosi e incantati d’Inghilterra e Scozia, oltre all’Irlanda e il Galles e certe regioni della Francia. Erano quasi tutte creature minuscole, graziose, delicate e alate, ma alcune erano tozze, pelose e con le corna. Molte erano allegre, capricciose e gentili, ma alcune erano lunatiche e gelose, e perfino feroci quando venivano provocate. Erano tutte magiche.

Puff era una fata molto speciale, bella e buona, dolce e generosa. Portava un abito di soffione argentato, e le ali erano come quelle di una libellula, iridescenti, nelle sfumature argento, rosa, azzurro. Amava cantare e suonare un minuscolo liuto d’argento, e la magia della sua voce melodiosa consolava chi aveva perso qualcuno, incoraggiava chi era avvilito e ispirava i timidi.

Nelle settimane che seguirono imparai molto sulle fate, sulle loro strane abitudini, la magia e le loro birichinate, le loro abitudini e i luoghi dove abitavano, gli inganni e il carattere, gli incantesimi per proteggersi dai loro fratelli più cattivi. Miss Thorne raccontava delle storie sul loro conto con estrema parsimonia, come ricompensa per la buona condotta o le lezioni che imparavo, e mi trasformai in fretta da una birbantella immusonita, disobbediente e arrabbiata nella bambina più brava e rispettosa del Leicestershire. Imparai l’alfabeto e i numeri da uno a venti, e quando vidi che i miei progressi facevano tanto piacere a mia madre, mi impegnai ancora di più per essere una bambina a modo e una scolara diligente. Se fossi diventata abbastanza brava, pensavo con una buona dose di risentimento, mi avrebbe dedicato le stesse attenzioni che riservava ai figli dei poveri.

Mentre l’inverno passava, cominciai ad adorare Miss Thorne. Mrs Grimes mi mancava ancora, ma il dolore sordo si era trasformato in un affetto malinconico. Accogliemmo la primavera insieme, e Miss Thorne mi mostrò gli uccelli che costruivano i nidi con rametti, rampicanti e pezzetti di spago, e trovammo il nido di uno scricciolo tra due rami di un olmo, così basso che riuscii a guardarci dentro quando mi sollevò. Settimana dopo settimana vi facemmo ritorno: una volta vi vedemmo tre uova, e poco tempo dopo tre uccellini appena nati. Per ore sedemmo una accanto all’altra sull’erba lunga e morbida a osservare, incantate, la mamma scricciolo che volava avanti e indietro a portare cibo ai suoi piccoli. «Un giorno saranno cresciuti e voleranno via da soli» mi disse Miss Thorne, con un sorriso e un leggero colpetto di gomito. «Proprio come te».

Risi, perché l’idea che un giorno sarei stata abbastanza grande da volare via da mia madre, o che mi venisse voglia di farlo, era troppo assurda da concepire.

Miss Thorne mi insegnò tutto dei semi, come nascevano e germogliavano, ma inventò anche magnifiche storie su Puff, la sua regina, e tutte le altre fate della sua corte, quali erano amiche e quali litigavano tra loro, chi si comportava bene e chi combinava in continuazione pasticci buffi. C’era sempre un cambiamento percettibile quando si passava dalla scienza alle storie, un innalzamento o abbassamento del tono in base al soggetto, una musicalità nella voce. Trovavo l’una affascinante e l’altra spassosissima, e mentre la primavera lasciava il posto all’estate, assimilai una sapiente miscela di entrambi.

Mia madre era molto impegnata con la scuola, e la vedevo meno spesso di quanto avrei voluto, ma un giorno nel bel mezzo dell’estate, durante una breve visita, lasciò a Miss Thorne il pomeriggio libero e suggerì una passeggiata nella foresta perché le mostrassi cos’avevo imparato nel campo delle scienze naturali. Emozionata e fiera le indicai il nido, le giovani querce, gli anelli concentrici, chiari e scuri, nel tronco di un albero caduto, e così via. Poi ci addentrammo ancora nel bosco e, senza riflettere, le indicai un cerchio di funghi largo un metro e mezzo. «Guarda, mamma!» esclamai. «Un circolo magico!»

Lei mi lanciò un’occhiata strana. «Sono funghi. Connessi tra loro sottoterra».

«Sì, volevo dire funghi» mi affrettai a replicare.

Si accigliò, mi si avvicinò e scrutò la mia espressione. «Dove hai sentito parlare di cerchi magici?»

«Non ricordo. Penso di averli visti in un libro».

Non appena quelle parole mi furono uscite di bocca capii che quella bugia mi avrebbe condannata. Riconoscevo le lettere dell’alfabeto ma sapevo leggere solo il mio nome, e anche se avessi visto il disegno di un circolo magico in un libro, avrei avuto bisogno che qualcuno mi leggesse la didascalia.

La nostra piacevole passeggiata in mezzo alla natura si interruppe bruscamente. Ritornammo a casa, dove mi venne preparato il pranzo – mamma rimase con me, sorseggiando il tè in silenzio, senza mangiare nulla, mentre mi osservava attentamente – e poi venni mandata in camera mia a esercitarmi a scrivere i numeri. Sentii Miss Thorne tornare, venne convocata nello studio di mia madre e, con il cuore che mi batteva come quello di un piccolo scricciolo, aspettai con l’orecchio premuto contro la porta il suono dei suoi passi sulle scale.

Quando la sentii passare davanti alla mia stanza, diretta in camera sua, presi coraggio e la seguii. La scena alla quale assistetti mi ricordava in modo agghiacciante il mio ultimo incontro con Mrs Grimes: il guardaroba con gli sportelli spalancati, una borsa da viaggio aperta, una bambinaia adorata che piegava ordinatamente i suoi indumenti.

«Mi dispiace!» esclamai piangendo. «È colpa mia. Ho dimenticato di non parlare di magia».

«Oh, piccola Ada, non sentitevi in colpa». Miss Thorne sorrise affettuosa e aprì le braccia, e corsi a farmi stringere da lei. «Sono stata io a ignorare la proibizione delle favole. Il fatto che non avessi idea che fossero proibite e di stare infrangendo una regola non cambia nulla». La sua voce assunse una sfumatura nuova, tagliente ma ironica. «Meglio che vada, ora, perché non posso promettere di non raccontare altre favole. Vedete, mi pare che a voi piacciano, e io mi diverto a raccontarle».

«Non è meglio che ve ne andiate» protestai con voce soffocata. «Vi prego, restate. Posso fare a meno delle favole».

«Non dovreste». Miss Thorne si inginocchiò perché i nostri volti si trovassero quasi alla stessa altezza, estrasse un fazzoletto e mi asciugò gli occhi. «Adesso che siete anche voi un’esperta di favole, potete inventarne nella vostra mente, dove non daranno fastidio a nessuno».

Tirai su col naso e sbattei le palpebre, incerta. «Posso?»

Inclinò il capo, riflettendo. «Mi pare di avere capito che la regola proibisce di raccontare favole, e di leggerle. Non di pensarle». Sorrise e mi tolse i capelli dal viso con una carezza. «L’immaginazione non è pericolosa, piccola Ada, ma non dirò nient’altro di negativo su vostra madre».

La stima di mia madre per Miss Thorne, nonostante la sua incapacità di soffocare la mia immaginazione, era dimostrata dal fatto che ci permise di dirci addio. Quando se ne fu andata, mi sentii così triste che per due giorni non uscii dalla mia stanza. Mia madre mi fece portare i pasti su un vassoio, una concessione sorprendente che avrebbe potuto essere considerata una richiesta di perdono, ma non un’ammissione di torto, perché mia madre non sbagliava mai.

Chissà perché mia madre non disse a Miss Thorne che favole, storie di fantasmi e simili erano proibiti, visto che si trattava di una faccenda così importante. Forse era talmente occupata con la scuola primaria che se l’era dimenticato. O forse pensava che Miss Thorne fosse tanto istruita e progredita intellettualmente da sapere che non era il caso di inculcarmi simili sciocchezze. Un’altra madre avrebbe spiegato il motivo di tale regola e chiesto alla bambinaia, perfetta sotto ogni altro punto di vista, di rispettarla da quel momento in poi. Ma Lady Byron non dimenticava mai una trasgressione né offriva al colpevole un’opportunità di commettere lo stesso errore una seconda volta.

Lo avrei imparato, un giorno, meglio di chiunque altro.