Dopo la partenza di Miss Thorne, avevo il cuore a pezzi e mi sentivo sola, il che esasperò mia madre ma impietosì mia nonna. Lady Noel era sempre stata una presenza amorevole costante nella mia vita, e mi appoggiai al suo affetto più che mai. Mi insegnò a cucire e lavorare a maglia, e mi sentii molto utile quando mi permise di aiutarla a fare l’orlo ai fazzoletti per il nonno o a ricamare un grazioso motivo floreale sul bordo di una tovaglia nuova. Anche se desideravo ancora amici della mia età, ero grata per la compagnia piacevole, serena, poco esigente offerta da nonna. Non cercava di migliorare continuamente il mio carattere, ma solo la qualità dei miei punti.
Immagino che fosse proprio per quello che mia madre non l’apprezzava particolarmente, perché secondo lei un’ora che non si dedicava al miglioramento di sé o degli altri era un’ora sprecata.
Ho definito nonna serena, ma devo ammettere che in quel periodo cominciai a notare che mia madre aveva la capacità di renderla nervosa con le critiche o con certi suoi silenzi. L’unica persona che faceva agitare nonna ancora di più era mio padre, per il quale provava una profonda antipatia, peraltro reciproca.
Un anno dopo la partenza di Miss Thorne, Byron disturbò di nuovo la nostra calma familiare da lontano con la pubblicazione dei primi due canti di un altro poema, il Don Giovanni, considerato un capolavoro comico brillante ovunque meno che a Kirkby Mallory. Aveva nuovamente affilato i suoi coltelli satirici e li aveva usati sull’ex moglie, che aveva dato in pasto ai fedeli lettori e a un pubblico affamato di pettegolezzi sulla Separazione. Questa volta, mia madre era stata trasformata in Donna Inez, la madre di Don Giovanni, illustre
per aver versato in tutti i rami di ogni scienza conosciuta… o che hanno un nome negli idiomi cristiani; le sue virtù non avevano per eguali che il suo spirito, cosicché vedendola in tal guida primeggiare in tutto quel che faceva, le più sagaci persone ne restavano svergognate, e fin le genti da bene ne provavano una segreta invidia.
Donna Inez aveva una memoria prodigiosa, la sua disciplina preferita era la «matematica», e «i suoi Sali (madonna si esercitava talvolta in questa palestra) veramente Attici; nei suoi gravi detti portava l’oscurità fino al sublime». Parlava varie lingue, ma «i suoi pensieri divenivan teoremi, problemi i detti suoi, come se avesse creduto che il mistero valesse a nobilitarli». Ma non aveva bisogno di parole, perché «molte donne san valersi della loro lingua… essa era un insegnamento vivo; in ognuno de’ suoi occhi vi era un sermone, nella sua fronte un’omelia». In breve, scrisse mio padre, Donna Inez era «un calcolo ambulante», «emblema primo della morale», «era una donna perfetta al di là di ogni comparazione».
Il genio poetico di mio padre aveva catturato mia madre con tanta perfezione che anche le esagerazioni erano azzeccatissime. Chiunque avesse letto la poesia – e lo avrebbero fatto tutti – non avrebbe potuto non riconoscere la versione vivente di Donna Inez, con tutti i suoi difetti, tra cui, a quanto pareva, la perfezione.
Mia nonna, solitamente serena, fu devastata dall’indignazione e minacciò di contattare i suoi avvocati, ma nonno la dissuase, perché una causa in tribunale avrebbe attirato ulteriormente l’attenzione sulla poesia. Sarebbe stata anche vista come l’ammissione implicita del fatto che mia madre si considerava Donna Inez, cosa che forse avrebbe preferito negare.
Mia madre, questo le va riconosciuto, cercò di considerare la poesia in base ai suoi soli meriti artistici, e dichiarò che era spiritosa ed eloquente, e divertente, anche se un po’ indelicata in alcuni punti e pericolosamente vicina alla volgarità in altri. «Dopo Childe-Harold sono sollevata» ammise. «Non è sgradevole come temevo. Qui, per esempio» disse indicando una pagina, «benché sia vero che sminuisce il mio senso dell’umorismo, almeno ammette che ne abbia uno. E in queste strofe, la canzonatura è così azzeccata che anch’io sorrido di me stessa; gli altri lettori non potranno che ridere di gusto».
Questo fu ciò che disse ai miei nonni per calmarli, ma qualche settimana dopo la sentii confidarsi con un’amica dicendo che, sebbene il personaggio di Donna Inez non le creasse problemi, la descrizione del matrimonio della dama la infastidiva:
Don José e Donna Inez menavano da qualche tempo una vita sciagurata, desiderando non il divorzio, ma la morte l’uno dell’altro; essi vivevano però illibatamente; come marito e moglie, la loro condotta era edificantemente propria, né essi lasciavan travedere alcun segno di dissidi domestici; ma il fuoco, lungo tempo compresso, alla fine scoppiò, e i loro rancori divennero un fatto incontestabile.
Mia madre fu ferita anche da un’altra strofa, in cui Donna Inez «faceva venire certi medici e certi farmacisti, e tentava di provare che il suo amato consorte era pazzo», ma siccome a volte era lucido, «la dama quindi decise che ei non era che malvagio». Nessuna spiegazione venne fornita per il suo comportamento, dice il narratore, «se non è che in ciò che in ella aveva fatto era stata mossa dal suo dovere verso Iddio e verso gli uomini… locchè sembrava affé inconcepibile».
«Non ho mai augurato a Byron di morire» protestò mia madre con la sua amica con voce strozzata. Sembrava che piangesse, ma stavo origliando dal corridoio e non osavo sbirciare nella stanza per verificare. «Pensi che lui mi volesse morta? Come ha potuto scrivere una cosa tanto orribile? E non avevo scelta, dovevo cercare di capire se era pazzo. Altrimenti come facevo ad aiutarlo?»
«Forse è tutta un’opera di fantasia. Se tu sei Donna Inez, allora Lord Byron dev’essere Don Jóse». L’amica di mia madre pronunciò sdegnosamente il nome con l’accento sbagliato, così come mio padre l’aveva scritto per adattarlo alla metrica della poesia. «Non è possibile. Prima della Separazione la sua condotta non era certo “edificantemente propria”, e c’erano molti segni “di dissidi domestici”».
«Il poema può non essere un riflesso perfetto della nostra coppia e del nostro matrimonio» ammise mia madre, «ma è così vicino alla realtà che non riesco a capire cosa ritenga vero e cos’abbia abbellito per produrre un effetto comico».
«Ha abbellito tutto» dichiarò l’amica, e mia madre sembrò trarre conforto da quella sua certezza. Sospirò ugualmente, e si augurò ad alta voce che smettesse di scrivere di lei se non poteva farlo con gentilezza.
Alla fine la tempesta si placò, almeno da quello che riuscii a sentire, ma poco dopo la celebrazione del Capodanno 1820 scoppiò un nuovo temporale. Anche se la mia famiglia si sforzava di non parlare di certi argomenti delicati in mia presenza, capii da sprazzi di conversazioni che si interrompevano bruscamente quando entravo in una stanza che mio padre, attualmente residente a Venezia, stava scrivendo o aveva scritto le sue memorie. Anche se non voleva far pubblicare il manoscritto fino a dopo la sua morte, aveva inviato una copia al suo editore, John Murray, e un’altra a mia madre, insieme a una lettera che l’avvisava che pur avendo omesso certe «situazioni e passioni importanti e decisive» per evitare di compromettere altri amici e familiari, non aveva preso le stesse precauzioni con lei.
«Vorrei che guardassi, leggessi e segnassi la parte o le parti che non ti sembrano coincidere con la verità» le scrisse. «Ho sempre detto la verità, ma vi sono due modi di vederla, e forse il tuo non coincide col mio». Non avrebbe trovato complimenti in quelle pagine, l’avvertì, «nulla in grado di suggerire, neanche lontanamente, che avremmo potuto o potremmo essere felici insieme. Ma non intendo lasciare alle generazioni successive dichiarazioni che non possiamo confermare o smentire tornando dal mondo dei morti senza mostrarti completamente e in tutta onestà il modo in cui ti considero e ti descrivo».
«È la sua descrizione del nostro matrimonio che sopravvivrà» si lagnò mia madre con la sua domestica poco dopo l’arrivo del manoscritto. «È già terribile che mi derida in versi, ma almeno li posso liquidare perché sono una parodia. Una biografia, invece, racchiude dei fatti, ed è così che la vedranno i lettori, anche se io so che si tratta di un’opera di finzione estremamente soggettiva».
«Non potete fare come vuole lui, e segnare le parti che considerate false?» chiese Merle.
«Mi toccherebbe segnalargli ogni riga!» esclamò mia madre. «E non è sicuro che rivedrebbe le pagine secondo i miei desideri. È più probabile che canzonerebbe i miei appunti. No, no. Non gli fornirò l’occasione di prendermi in giro ulteriormente. L’unica risposta efficace a questo scandalo è il silenzio».
Le udii avvicinarsi alla porta, e mi ritrassi in fretta nella stanza, ansimando come se fossi arrivata proprio allora da qualche altro posto. Smisero subito di parlare, e non seppi come mia madre avesse deciso di rispondere alla proposta di mio padre, né se vi avesse replicato.
Confesso di avere cercato il manoscritto approfittando del viaggio successivo di mia madre, ma non lo trovai; mi capitò in mano solo la lettera descritta qui sopra. Nel frattempo avevo imparato a leggere abbastanza bene, grazie a una successione interminabile di bambinaie, che venivano scelte sempre più per le loro doti di insegnante. Avevo abbandonato da tempo il mio progetto di farle scappare per ottenere il ritorno di Mrs Grimes, ma nessuna delle nuove tate restava a lungo, perché mia madre prima o poi trovava un motivo per essere insoddisfatta del loro comportamento. Non erano solo le bambinaie a subire le sue ire. Troppo sale nella minestra significava il licenziamento di una cuoca, una traccia di bruciatura su una sottoveste appena stirata e la domestica faceva i bagagli, una risata sgradevole era la rovina di un cocchiere, un atteggiamento triste causava la partenza di un lacchè. Mia madre cambiava personale come le altre signore cambiavano le calze.
Una serie di bambinaie mi sottoposero a studi rigorosi per una bambina di quattro anni: aritmetica, geografia, francese, musica, disegno, ginnastica e giochi all’aperto. Le mie lezioni erano brevi, di quindici minuti circa, con riposo obbligatorio tra l’una e l’altra. In quegli intervalli, invece che riposare, imparai a correre, saltare alla corda e ballare – dopo essere rimasta seduta ferma durante le lezioni, coricarmi mi rendeva ancora più irrequieta – e quando non obbedivo mi facevano sdraiare su una tavola di legno, che rendeva dolorosi i movimenti. Quando facevo la brava mi davano dei biglietti, e quando ne avevo raccolti abbastanza potevo scambiarli con dei regali: nuovi blocchi per costruzioni, un puzzle di legno, un libro di botanica.
Vincevo facilmente dei biglietti per avere imparato le lezioni, perché assimilavo in fretta, ma li perdevo con altrettanta facilità perché mi comportavo male, non stavo mai ferma e rifiutavo di coricarmi nei periodi di riposo. Il sistema dei biglietti era usato anche fuori dalla classe, se ero particolarmente disobbediente con mia madre. Ricordo un giorno di primavera del 1820, quando persi quattordici biglietti in una sola ora perché mi dimenavo e contorcevo sulla sedia invece di restare in posa quando un artista venne a Kirkby Mallory per ritrarmi. «Se lui non avesse insistito nel chiedere il suo ritratto, avrei mandato a casa l’artista e fatto giocare la bambina» protestò mia madre con mia nonna quando il pittore, esasperato, chiese educatamente una pausa di un quarto d’ora per ritrovare la pazienza perduta facendo una passeggiata. «Che fatica e che spesa per il ritratto di una bambina di quattro anni!»
«Sarai felice di averlo, quando sarà finito» disse mia nonna con un sorriso. «Anche a te abbiamo fatto fare il ritratto quando avevi all’incirca la stessa età».
«Avevo dieci anni, e ricordo che stavo seduta perfettamente ferma, come mi era stato detto, in modo che l’artista potesse svolgere il suo lavoro».
«Sì, ne sono sicura» disse mia nonna.
Allora non sapevo chi fosse quel lui che mi voleva ferma sulla sedia in quel bel giorno di primavera. Pensavo che mia madre alludesse a mio nonno, che amavo e non volevo offendere, così, quando l’artista fece ritorno, rimasi perfettamente immobile per permettergli di terminare gli schizzi. Scoprii più avanti che era stato mio padre a chiedere il mio ritratto, e ripetutamente, insistendo sebbene mia madre avesse rifiutato diverse volte. Non guadagnai nessun biglietto per essere rimasta seduta immobile, e quando chiesi a mia madre perché, rispose che non dovevo aspettarmi ricompense per acconsentire finalmente a obbedire come avrei dovuto fare fin da subito.
All’inizio del 1821, qualche settimana dopo il mio quinto compleanno, mia madre assunse una governante, e la mia istruzione formale ebbe inizio. Assomigliava sotto molti aspetti a quella che mi era stata impartita l’anno precedente, ma le lezioni erano più lunghe e la disciplina più rigida. Purtroppo la nuova governante, Miss Lamont, era scialba e insipida come il merluzzo in salsa di latte. Aveva qualche anno meno di mia madre, ma era priva della sua personalità. Aveva un naso lungo e stretto, occhi grandi che parevano sempre sorpresi, e il mento più sfuggente che avessi mai visto in una donna. Aveva capelli né biondi né castani, ma di un colore indefinito tra i due; durante il giorno delle ciocche crespe sfuggivano allo chignon e tremolavano mentre lei si muoveva come se cercasse freneticamente l’uscita. Era molto magra e insolitamente alta, e incurvava le spalle come per scusarsi dell’altezza. Aveva il vezzo di stringersi i libri al petto, quasi temesse che qualcuno glieli strappasse.
All’inizio io e Miss Lamont andavamo abbastanza d’accordo. Rimase molto colpita dal mio livello in matematica, considerato rarissimo in una bambina, anche se era figlia di Lady Byron, e mi elogiò per la velocità e correttezza delle mie addizioni e la precisione con cui tracciavo linee parallele. «Conosco bene le figure legate tra loro che non si incontrano mai» le dissi con aria innocente, e lei rimase a fissarmi, sbattendo gli occhi, cercando di capire se volevo essere sfacciata. Era proprio così.
Amavo la geometria, il modo in cui forme diverse potevano essere combinate o divise per crearne altre in modi apparentemente infiniti, e all’inizio Miss Lamont incoraggiò la mia passione, esortandomi a disegnare forme e a disporre i blocchi di legno per costruire cubi e parallelepipedi. Quando, però, cominciai a chiamare questi ultimi case e torri e a disporli per formare città, mi rimproverò e mi tolse due biglietti. Doveva essere stata informata del sistema di ricompense e punizioni, oltre che della necessità di soffocare la mia immaginazione.
Mi piaceva leggere da sola e ascoltare la lettura ad alta voce, ma quando Miss Lamont leggeva la geografia o il francese, i minuti scorrevano lentissimi. Quasi di loro spontanea volontà, le mani afferravano qualunque cosa si trovasse alla loro portata – una matita, un nastro per capelli, graziose ghiande che avevo trovato durante le nostre passeggiate all’aperto – e la picchiettavo sul tavolo per produrre suoni interessanti o la facevo girare per vedere quanto a lungo avrebbe vorticato.
«Non giocherellare» mi ripeteva Miss Lamont, ma anche se ci provavo, non riuscivo a smettere per molto. Alla fine cominciò a chiudermi le mani in sacchettini di mussola per costringermi a obbedire. La mia irrequietezza si manifestò allora con dei calci alla gamba del tavolo o con un tamburellare dei talloni sul piolo della sedia, e Miss Lamont mi portò via tutti i biglietti che mi ero guadagnata faticosamente, e quando espressi la collera scalciando e tamburellando con rinnovato vigore, mi chiuse in un ripostiglio sotto la scala. Durante una lezione di francese particolarmente disastrosa, in cui risi di fronte all’incapacità di Miss Lamont di costringermi a obbedirle, mi prese per le spalle, mi spinse in un angolo e mi ordinò di restare lì, rivolta al muro e in silenzio, finché non mi avesse autorizzato a tornare al tavolo. Non appena mi lasciò andare le spalle e tornò alla sua sedia, feci una specie di ringhio e diedi un morso al listello battisedia.
Miss Lamont farfugliò qualcosa e si mise quasi a piangere. Mia madre entrò nella stanza – nelle ultime settimane, i turbamenti emotivi della governante l’avevano obbligata sempre più spesso a sostituirla nelle lezioni – e mi ordinò di andare in camera mia. Miss Lamont ebbe due giorni di vacanza mentre io dovetti pentirmi del mio crimine, ma anche se dissi che mi dispiaceva, in realtà mi sentivo stranamente esaltata vedendo le impronte perfette dei miei dentini nel legno. Più tardi risi divertita quando sentii mio nonno ridacchiare dell’incidente. «Dovremmo mettere una cornice dorata attorno a quei segni per proteggerli, sono il ricordo della giovinezza fuggevole» decretò. «Abbiamo tutti combinato sciocchezze del genere».
«Non tutti» replicò mia madre, e nessuno poté contraddirla; non io, perché non c’ero quando lei era stata bambina, ma neanche i miei nonni, perché a quanto pareva mia madre neppure da piccola aveva combinato marachelle.
Il mattino in cui i miei studi con Miss Lamont dovevano riprendere, mia madre mi fece sedere, mi fissò con severità e mi disse che era poco rispettoso far perdere tempo alla mia governante con i capricci, e un peccato sprecare il denaro della mia famiglia per lezioni dalle quali non traevo profitto. «E il tuo comportamento dà un dispiacere alla nonna» aggiunse, quando i primi due punti non sembrarono far presa su di me. «Si preoccupa per te, pensa che non diventerai la signorina brava ed educata di cui andrebbe orgogliosa. È quello che vuoi?»
«No, mamma» risposi, mortificata. Nonna era stata molto malata quella primavera e, sebbene sembrasse in fase di guarigione, il pensiero di darle la minima preoccupazione mi faceva vergognare. Dopo quella volta, feci del mio meglio per comportarmi bene, ma anche se non si verificarono altri incidenti con i morsi, persi dei biglietti, mi ritrovai con le mani nei sacchetti di mussola e trascorsi delle ore da sola chiusa nel ripostiglio, se non altro meno spesso di prima.
Unico punto a mio favore, ero bravissima nelle lezioni, soprattutto in matematica e nello studio di tutto ciò che era meccanico, interessi che un’altra famiglia meno intellettuale e progressista avrebbe incoraggiato in un figlio ma disapprovato in una figlia. Adoravo smontare orologi e carillon, e i miei nonni favorivano quella mia passione perché rimontavo sempre perfettamente i minuscoli componenti. La mia intelligenza nascente rendeva orgogliosa mia madre e calmava la sua collera, ma lui restava comunque preoccupata, perché vedeva qualcosa di sinistro e inquietante nei miei scatti di passione. «Il sangue Byron è responsabile del suo cattivo comportamento, ne sono sicura» la sentii confidare a mia nonna una sera tardi, quando avrei dovuto dormire.
«Ada è buona, in fondo» osservò mio nonno cercando di rincuorarla. «Ti preoccupi troppo per normali monellerie».
«Non hanno nulla di normale. Semplicemente non capisco perché si stia trasformando in lui quando la sua influenza su di lei è così limitata, e quando ha il mio esempio di virtù, moderazione e pietà davanti agli occhi da imitare». Udii mia madre camminare avanti e indietro, come faceva sempre quando era ansiosa. «Temo proprio che stiamo assistendo all’emergere dei primi segni di Byron in lei, e nessuna disciplina potrà impedire l’inevitabile».
Improvvisamente terrorizzata, soffocai un grido e tornai subito a letto, spaventata all’idea di trasformarmi da un momento all’altro in un uomo rozzo e robusto, di sentire peli duri spuntarmi sotto la pelle morbida, grossi muscoli che mi gonfiavano il corpo snello e sottile, deformandolo. Capii istintivamente che le terribili trasformazioni che mia madre temeva erano legate al ritratto coperto scomparso dalla stanza da biliardo di mio nonno.
Aveva parlato del mio sangue Byron come della fonte della mia cattiveria. Mia madre credeva nell’uso di coppette e sanguisughe, e chiedeva spesso al suo medico dei salassi per liberarla di umori e vapori malsani. Quando mi ritrovai di nuovo al sicuro sotto le coperte, cercai di recitare le preghiere, ma i miei pensieri vagarono, e cominciai a pensare che forse il medico poteva trovare una sanguisuga molto speciale per me, bene addestrata, per togliermi solo il sangue cattivo di Byron e lasciarmi il resto. Mi addormentai chiedendomi come si faceva ad addestrare una sanguisuga, perché sembravano esseri privi di cervello, non come cani o gatti che venivano quando li chiamavi o sapevano esibirsi in certi esercizi in cambio di una leccornia.
Cercavo sempre di essere buona o, piuttosto, di non essere cattiva, ma a volte facevo arrabbiare anche senza volere. Anche se ero precoce e intelligente avevo solo cinque anni, non capivo bene la struttura della mia famiglia, tanto diversa dalle altre, il ruolo di quel padre del quale non serbavo il ricordo.
Avevo riflettuto molto sulla questione. Un pomeriggio soleggiato di luglio, mentre io e mia madre passeggiavamo nel bosco di Kirkby, godendoci l’ombra fresca e ammirando il verde vivace delle frasche che danzavano nella brezza sopra di noi, chiesi: «Mamma, un nonno è come un papà?»
«No, Ada» rispose mia madre, spostando la gonna per evitare un ramo caduto. «Un nonno è il padre della mamma o del papà. Tuo nonno, Sir Ralph, è mio padre. Per questo è tuo nonno».
«Ma se il nonno non è il mio papà, chi è il mio papà? Perché le altre bambine hanno un papà e io non ce l’ho?»
Lei accelerò il passo, e dovetti correre per raggiungerla. «Ce l’hai un padre» disse irritata. «Tuo padre è George Gordon, Lord Byron, mio marito. Lo sai. Perché fai domande tanto stupide?»
«Io…» Tremavo, vergognandomi della mia ignoranza. «Mi dispiace, mamma…»
«Non voglio sentire un’altra parola. Parleremo di questo argomento quando sarai più grande, quando deciderò che sarà arrivato il momento opportuno».
Annuii in silenzio. Le lacrime mi riempirono gli occhi mentre mia madre mi prese per mano e si avviò di gran carriera verso casa; io le trottavo accanto, facendo del mio meglio per reggere il ritmo. Il mattino dopo, presto, partì per Seaham senza dirmi del viaggio, senza salutarmi né farmi sapere quando sarebbe tornata. Era una delle sue forme di punizione preferite e più efficaci.
Ancora non capisco come potevo aver sentito parlare tanto di Lord Byron, il poeta che tormentava mia madre dall’estero con la sua satira, le richieste e la rivendicazione dei diritti parentali, come potevo avere studiato il ritratto coperto sopra il camino prima che scomparisse, come potevo avere sentito chiamare mia madre Lady Byron, senza capire che poeta, persecutore e padre erano la stessa persona. Forse non avevo voluto chiedere perché non avevo un papà, ma perché mio padre era assente. Non lo so. È strano come funziona la mente dei bambini, gli eventi disparati che credono legati tra loro e le connessioni evidenti che non riescono a vedere.
Avevo troppa paura di far infuriare mia madre per porle altre domande su mio padre assente, ma circa un mese dopo quell’episodio lei mi chiamò nel suo studio. La sua espressione quando entrai nella stanza era imperscrutabile, e rallentai istintivamente.
Mi indicò una sedia e mi fece cenno di sedermi, e obbedii. Dopo un attimo mi chiese di allungare una mano e mi posò sul palmo qualcosa di freddo e liscio. Era un bel medaglione d’oro su una catena d’oro anch’essa, illuminato dal sole che entrava dalla finestra aperta. C’era scritto qualcosa attorno all’incisione centrale, ma anche se riconoscevo le lettere, non capivo le parole. Non erano in inglese né in latino, ma assomigliavano a entrambe le lingue.
«È italiano» disse mia madre, interpretando correttamente il mio silenzio. «C’è scritto: Il sangue non è mai acqua».
Studiai le parole e le ripetei sottovoce. Alzai uno sguardo incerto su mia madre e domandai: «Posso aprirlo?»
Fece un cenno con la mano per autorizzarmi. Slacciai il gancetto e vi trovai all’interno un ricciolo scuro e folto: un brivido di paura, speranza e stupore mi attraversò quando capii a chi doveva appartenere.
«È di tuo padre» disse mia madre, rispondendo alla domanda che ero troppo spaventata per formulare. «L’ha mandato per te, e non ho nulla in contrario a lasciartelo tenere. Vorrebbe una ciocca di tuoi capelli, se sei d’accordo a mandargliela».
Non sapevo cosa dire. Ero felice ed emozionata di avere una ciocca dei capelli di mio padre, e ancora più contenta che volesse i miei in cambio, ma avevo paura che se avessi acconsentito mia madre si sarebbe infuriata.
«Penso» dissi cauta «che siccome è mio padre, dovrei essere obbediente e mandargli quello che ha chiesto. È mio dovere di figlia, no?»
Lei sollevò le sopracciglia, e capii prima ancora che parlasse che non ero riuscita a imbrogliarla. «È positivo che tu abbia imparato finalmente il significato di dovere e obbedienza».
Arrossii e abbassai lo sguardo, chiusi il medaglione e me lo infilai in tasca. Mia madre mi fece segno di avvicinarmi ed estrasse le forbici, e con un gesto rapido e preciso mi tagliò un ricciolo dalla base del collo, dove nessuno ne avrebbe notato l’assenza.
Non appena mia madre mi congedò andai a mostrare il mio tesoro alla nonna. Anche se era metà pomeriggio, la trovai a letto. Non era ancora guarita del tutto dalla malattia che aveva minacciato di ucciderla qualche mese prima, e si stancava facilmente. Si rizzò a sedere e sorrise quando entrai nella stanza di corsa, e mentre la cameriera le sistemava i cuscini dietro la schiena mi invitò a salire sul letto.
«Guarda cosa mi ha mandato il mio papà» dissi, estraendo il medaglione dalla tasca e mostrandolo sul palmo aperto.
«Oh, com’è bello» disse mia nonna, sollevandolo dalla catena e tenendolo in alto, dove un raggio di sole che entrava tra le tende socchiuse lo fece brillare. Anche le finestre erano chiuse contro il dolce vento autunnale, perché il minimo spiffero minacciava il suo corpo fragile come se fossimo in pieno inverno.
«C’è una ciocca di capelli, dentro» dissi, e quando la vidi armeggiare con il gancio glielo aprii io.
«Oh, sì!» esclamò, annuendo mentre esaminava il riccio. «Sono esattamente come li ricordo».
«Conoscevi il mio papà, tu?»
«Certo, piccola». Chiuse il medaglione e me lo restituì. «Questo viene dall’Italia, da casa sua a casa tua. Abbine cura».
Annuii seria, mi infilai la catena al collo e mi posai la preziosa reliquia sul cuore. «Nonna, pensi che incontrerò mai il mio papà?»
Esitò, riflettendo sulla questione. «So che desidera vederti» disse, poi strinse lievemente le labbra, come a suggerire che lei, invece, non aveva nessun desiderio di vederlo. «Lo ha detto nelle sue lettere. Se Dio lo vorrà, vi vedrete di nuovo al momento opportuno».
Sapevo che era inutile chiedere quando sarebbe giunto quel momento, perché dipendeva certamente dalla volontà di mia madre, e me la sarei dovuta guadagnare, quell’occasione.
«Adesso dovreste lasciar riposare Lady Noel» suggerì la domestica, e quando vidi con quale sfinimento nonna si abbandonò sui cuscini annuii, le diedi un bacio sulla guancia bianca, morbida e fragile, e mi allontanai con passo leggero, come se si fosse già addormentata.
Mentre quell’autunno caldo, brillante, vivace scivolava nell’inverno, nonna restò più spesso a letto durante il giorno, anche se in dicembre si alzò per unirsi alla famiglia nel festeggiare il mio sesto compleanno il 10 e Natale due settimane dopo.
Lo sforzo sembrò esaurirne le energie residue, e dopo Capodanno nonna lasciò pochissime volte la sua stanza. Mi era permesso raramente farle visita perché si temeva che la mia esuberanza giovanile la stancasse troppo. Nei giorni in cui si sentiva particolarmente forte chiedeva di me, e amava restare sdraiata in silenzio mentre le leggevo il giornale o Early Lessons di Maria Edgeworth.
Tali occasioni divennero sempre meno frequenti durante quel mese freddo e triste, e nel pomeriggio del 22 gennaio la mia amata nonna si spense, silenziosamente e serenamente, con la stessa dignità e grazia che avevano contraddistinto la sua vita per più di settant’anni.