I viaggi continui non calmarono la smania di vagabondare di mia madre, e all’inizio del 1826 decise di sradicarci da Kirkby Mallory e di trasferirci a Bifrons House vicino a Canterbury, nel Kent. La tenuta era molto bella, morbide colline verdi che dominavano campi coltivati dall’aspetto pittoresco, ma la casa era più piccola e buia, piena di spifferi, e per quanto le domestiche spolverassero e spazzassero, per me puzzava sempre di polvere, libri umidi e formaggio vecchio.
Quando mia madre annunciò di avere affittato Bifrons House per un anno con la possibilità di rinnovare, mi demoralizzai. Kirkby Mallory era casa mia, e anche se vi si avvertiva l’assenza dei miei beneamati nonni, desideravo tornarci. Speravo però che, avendo scelto quel luogo particolare per viverci, mia madre avrebbe voluto fermarsi con me per un po’. Con mio grande disappunto, non appena scoprì che non era più felice lì che altrove, partì per un lungo soggiorno dalla sua amica Lady Gosford a Worlingham Hall nel Suffolk.
Mi ero a malapena abituata alla nuova casa quando anche Miss Noble mi lasciò. Partì all’improvviso, senza neppure dare il preavviso. L’ultimo giorno che passò con noi venne in camera mia di primo mattino e mi accarezzò i capelli finché non mi svegliai. «Abbi cura di te, tesoro» disse con un sorriso mesto. «Studia la matematica e le scienze, ma occupati di poesia, di tanto in tanto. Un po’ di meraviglia e di immaginazione non fanno male a nessuno». Si chinò a baciarmi la guancia, mi disse addio e se ne andò. Stupita, mi riaddormentai e solo più tardi seppi che era partita definitivamente, offendendo praticamente tutti. Fu ipotizzato che non le piacesse l’isolamento della vita in campagna e avesse trovato una situazione più adatta a lei a Londra, o che fosse scappata in America con un bel medico senza progetti di matrimonio. Mi ero affezionata molto a Miss Noble e mi inalberavo quando sentivo quelle menzogne; per lealtà nei suoi confronti non confessai che era venuta in camera mia prima dell’alba a dirmi addio, o che mi aveva incoraggiato a usare l’immaginazione, che secondo mia madre sarebbe stata la mia rovina, una verità cui credevo sempre meno con il passare degli anni.
Mia madre fu molto contrariata dalla partenza di Miss Noble, perché fu costretta a tornare a Bifrons per incontrare nuove candidate. Fu ancora più scontenta trovandomi infelice, sola, appiccicosa ed esigente. «Le tue lettere sono vivaci e allegre» disse, e fece uno strano gesto involontario, come se si volesse togliere la mia fastidiosa dipendenza di dosso come polvere.
Era ovvio che le mie lettere fossero allegre. Volevo che tornasse a casa, era più facile attirarla con un atteggiamento simpatico che piagnucoloso.
Presto assunse una governante nuova, Miss Stamp, e dopo aver portato a termine il suo compito a casa partì di nuovo, stavolta diretta a Seaham per controllare i progressi della scuola primaria. Ero così arrabbiata con mia madre, che mi abbandonava in fretta e furia per andare a trovare altri bambini, che ammetto di non avere reso facili alla nuova governante le prime settimane a Bifrons, ed è un miracolo che sia rimasta. Miss Stamp dovette lamentarsi o avvertire del mio comportamento mia madre, però, perché quando fece ritorno, mi convocò nel suo studio. «So che ti sei sentita sola, qui» disse, con una traccia di disapprovazione nella voce.
«Sì, mamma» replicai con prudenza, chiedendomi se mi aspettasse una punizione.
Per mia sorpresa, sorrise. «Penso di avere una soluzione».
Mi si riempì il cuore di gioia, e per un attimo sperai che promettesse di viaggiare meno o di portarmi con sé, invece si voltò verso la porta. «Venite, John» disse.
Entrò uno dei lacchè con una piccola cesta, dalla quale usciva un miagolio flebile. «Oh!» esclamai, balzando in piedi e correndo a vedere. Acciambellato nella cesta c’era un gomitolo di pelo grigio scuro, con delle strisce nere. Le quattro zampe e la punta della coda erano bianche, e le unghie erano minuscole e affilatissime.
«Questa nuova amica ti terrà compagnia in mia assenza» disse mia madre.
«Grazie, mamma!» esclamai a voce bassa per non spaventare la gattina. Mia madre non amava avere animali in casa, e capii che si trattava veramente di una grande concessione da parte sua. «Posso prenderla in braccio?»
«Devi. È tua, da amare e curare. È sotto la tua responsabilità».
Sollevai quella pallina morbida di pelo dalla cesta, mi sedetti a gambe incrociate sul pavimento e me la posai in grembo. Miagolò e sbadigliò, facendomi ridere, e le toccai delicatamente con un dito le quattro zampine, morbide e bianche come soffioni.
«Ti chiamerò Puff» dichiarai, e mi chinai per darle un bacio tra le orecchie.
Nei mesi che seguirono, io e Puff diventammo grandi amiche. Mentre scoprii in lei un’ottima compagna di giochi, Miss Stamp la usò come arma per ottenere da me un comportamento esemplare. Se finivo una lezione presto e bene, potevo avere cinque minuti supplementari per giocare con Puff. Se mi distraevo durante una lezione o rispondevo in modo impertinente, non potevo coccolare Puff durante la pausa. Non ero mai stata più obbediente, e quando mia madre viaggiava, invece di tempestarla di richieste di tornare a casa, riempivo le lettere di racconti entusiasti delle gesta, abitudini e cambiamenti di Puff.
Ai primi di giugno, quando mia madre andò a Londra per certe sue faccende, mi affidò a Miss Stamp e a Miss Louisa Chaloner, una delle sue amiche zitelle. Avevo finito le mie lezioni per quel pomeriggio, avendo guadagnato molte lodi per avere recitato senza errori le tabelline, e stavo giocando con Puff in salotto, fingendo di non sentire Miss Chaloner che mi diceva di andare a lavarmi le mani, spazzolarmi i capelli e scendere per la cena. A un tratto mi resi conto di avere molta fame e gridai: «Non ho bisogno di lavarmi e pettinarmi. Voglio cenare subito».
«Non se ne parla neanche, signorina» obiettò Miss Chaloner. «Con quella faccia, devi sempre compiere lo sforzo di apparire a posto».
Mi bloccai di colpo, come se mi avesse preso per la collottola. «Cosa significa, con questa faccia?»
«Intendo dire che non sarai mai graziosa, ma che questo non ti deve impedire di essere pulita e in ordine». Si avvicinò e mi scrutò con insistenza da dietro il naso lungo. «Potrai avere un buon portamento e avere l’aria distinta, ma devi sapere che non sarai mai graziosa».
Deglutii a fatica. «Non sapevo che non lo sarei mai stata» dissi, simulando indifferenza, fingendo di essere consapevole della mia bruttezza, anche se lo sentivo dire per la prima volta. «Avevo sperato di migliorare crescendo».
«Forse» disse, annuendo indulgente, ma sapevo che non lo pensava.
Dopo quella conversazione non avevo molto appetito, e quando Miss Stamp mi accusò di tenere il broncio – non aveva assistito al nostro scambio in salotto – mi sforzai di mangiucchiare un pezzetto di pane. Tutto il giorno rimuginai sulle parole di Miss Chaloner, e più tardi, quella sera, presi carta e penna e scrissi le mie riflessioni in una lettera a mia madre, in cui le imperfezioni della calligrafia tradivano le emozioni che provavo. Ripetei quello che la sua amica aveva detto sul mio aspetto, ma non volendo sembrare una spiona dissi che aveva parlato «per errore». «Non posso evitare di ammettere che provo un certo dispiacere» ammisi. «D’altra parte, ci sono dei vantaggi. Ci sono molte, moltissime persone che vivono circondate di affetto pur non essendo belle. Così come ce ne sono molte che sono belle e molto vanitose – come, ne sono certa, sarei io se fossi graziosa – e di conseguenza risultano odiose. E dopotutto, a cosa serve? A nulla. Perché dovremmo curarcene, allora?»
Mi dilungai sui pericoli della vanità, e quando chiusi la lettera sperai che mia madre fosse orgogliosa di me per l’accettazione dignitosa del mio fato che mi destinava a non essere mai bella. Mandai una seconda lettera alla mia amica Fanny Smith, che rispose subito dicendosi certa che da grande sarei stata bellissima, e che quella «malvagia megera della Chaloner» avrebbe avuto un colpo apoplettico per la gelosia. Queste parole mi risollevarono il morale. Anche se non potevo dirlo a mia madre, trovai conforto anche nelle favole che mi aveva raccontato Miss Thorne. Le eroine delle sue storie trionfavano non perché erano belle ma perché si dimostravano buone, intelligenti, coraggiose. Anch’io, allora, potevo vivere sempre felice e contenta.
Quando mia madre tornò da Londra non parlai dell’argomento spiacevole, perché i miei pensieri furono subito accaparrati dalle sue bellissime notizie. Dopo la Separazione mio padre aveva preteso che non venissi mai portata all’estero, ma con la sua morte la sua proibizione non esisteva più. Mia madre era andata a Londra per fare i preparativi per un viaggio in Europa.
La meravigliosa notizia mi riempì di gioia, seguita da un’ondata di disperazione quando mi resi conto che avrei dovuto lasciare la mia dolcissima Puff. La gioia tornò, perché avrei esplorato paesi meravigliosi ed esotici con la mia buona, saggia e brillante mamma. Per quanto riguardava Puff, la servitù se ne sarebbe occupata in mia assenza, e mentre preparavo i bagagli mi rassicurai dicendomi che ci saremmo riviste tra poco più di un anno.
La mia felicità si affievolì di nuovo quando venni informata che Miss Chaloner sarebbe venuta con noi, perché il suo giudizio crudele sulla mia bellezza, anche se a fin di bene, mi bruciava ancora. Sarebbe venuta anche Miss Stamp per occuparsi di me quando mia madre fosse stata impegnata. Avrebbero completato il gruppo alcuni altri amici di mia madre e suo cugino Robert Noel.
Salpammo da Dover a fine giugno, e mentre Miss Stamp riposava sottocoperta con lo stomaco in subbuglio, io rimasi aggrappata al parapetto e mi godetti l’ondeggiare della nave, il vento che mi sferzava i capelli, gli spruzzi salati in faccia. Attraccammo a Rotterdam, e dopo aver trascorso qualche tempo in quella città attraversammo l’Olanda ed entrammo in Germania. Il soggiorno a Heidelberg mi piacque molto, ma mia madre era ansiosa di visitare le terme di Baden-Baden, quindi non vi restammo a lungo.
Ammirai la sublime bellezza della Foresta Nera che attraversammo, perché era molto diversa dai paesaggi più dolci di Kirkby Mallory, che un tempo avevo reputato i più belli del mondo. Com’era meraviglioso e stimolante scoprire quanto era vasto, bello e vario il mondo, quanto c’era da esplorare e scoprire! Ma nonostante la mia ammirazione per le meraviglie naturali, il mio soggiorno a Baden-Baden fu rovinato da una brutta esperienza nel nostro albergo. Un pomeriggio, mentre mia madre stava facendo una cura termale, io scrivevo delle lettere nel salotto comune, sorvegliata a distanza da Miss Stamp. Avevo finito di parlare della salute di mia madre e stavo per informarmi delle condizioni di Puff quando notai un gruppo di turisti radunati accanto al camino che continuavano a lanciarmi occhiatine curiose e a mormorare tra loro. Sorrisi educatamente, ma fu un errore, perché questo li incoraggiò a venire a sedersi più vicino al mio tavolo e a scrutarmi senza più cercare di nascondersi. Tra loro parlavano tedesco, ma io lo conoscevo poco, e non riuscivo a seguire la conversazione restando concentrata sulla mia lettera. C’era però una parola che ripetevano spesso e che colsi facilmente: Byron.
Poco dopo una delle signore fu designata per venire a parlarmi. «Scusate, signorina» disse, in un ottimo inglese anche se dal forte accento, «non siete la figlia di Lord Byron, il grande poeta?»
«Sì, sono io» replicai.
«Come pensavo» rispose con un sorriso radioso. «Mio marito ha visto il nome di vostra madre sul registro, e mi sono detta che potevate essere sua figlia». Si voltò e parlò rapidamente in tedesco con i suoi compagni, che si alzarono tutti in piedi, circondarono il mio tavolo e si chinarono su di me per guardarmi meglio in faccia. Subito Miss Stamp corse da me come una gallina, agitando freneticamente le ali per cacciarli via, ma non prima che avessi udito parole che conoscevo – padre, viso, mento, occhi, capelli – e capii che stavano cercando sul mio volto delle somiglianze con mio padre che riverivano.
Quella sera, a cena, un gruppo di uomini italiani prese a fissarmi tanto sfacciatamente che il cugino di mia madre, Robert Noel, andò da loro e chiese in un italiano scorrevole di guardare da un’altra parte, e il mattino dopo, mentre giocavo in giardino, una giovane donna mi corse incontro mentre Miss Stamp era distratta e mi mise davanti un libro in modo tanto inaspettato che lo afferrai. «Küssen Sie bitte das Buch» disse, facendomi un gesto eloquente con le lacrime agli occhi. Riconobbi le parole “bacio”, “per favore” e “libro”, e premetti esitante le labbra sulla copertina di pelle bordeaux. Con un grido di gioia e uno sguardo diffidente da parte della mia governante, la giovane donna mi strappò il libro, se lo strinse al petto, mi ringraziò un’altra mezza dozzina di volte e corse via, lasciandomi sconcertata e vagamente irritata. Immaginavo che si trattasse di un libro di poesie di mio padre, ma per quanto ne sapevo poteva essere qualunque cosa, dalla Bibbia ai Misteri di Udolpho.
Non mi piaceva essere esaminata come un animale strano catturato nelle vaste praterie americane, e fui molto sollevata quando il nostro gruppo partì dalla Germania. Ma se devo confessare tutta la verità – e immagino che sia quello che vi aspettate da me – devo aggiungere che a infastidirmi maggiormente nell’attenzione dei turisti era il fatto che non riguardava me, ma mio padre. Non mi ero guadagnata la fama per imprese che avevo realizzato io. La mia era una celebrità presa in prestito, e per questo mi imbarazzava. Speravo che un giorno sarei diventata famosa per meriti solo miei.
Ci recammo poi in Svizzera, dove non venimmo riconosciuti, o se lo fummo la gente si contenne e non ce lo fece capire. Il lago di Ginevra mi colpì particolarmente per altri motivi: l’incredibile bellezza delle Alpi che si ergevano al di sopra del lago blu, l’acqua fresca, le barche a vela che scivolavano eleganti, i villaggi pittoreschi sulle sue rive, i meravigliosi castelli.
Un pomeriggio stavo camminando lungo la sponda con Robert Noel mentre mia madre, Miss Stamp e Miss Chaloner erano rimaste indietro. Ero felice di trascorrere un po’ di tempo da sola, o quasi, con il cugino bello e alto di mia madre, che ammiravo. Era sempre vestito con grande eleganza e aveva studiato diritto a Edimburgo.
A un tratto vidi qualcosa tra gli alberi, e gli tirai la mano per attirare la sua attenzione su un castello dall’aria particolarmente misteriosa che dominava l’estremità orientale del lago. «È il castello di Chillon» disse con uno strano tono di voce.
«È famoso?» chiesi.
«Adesso sì» rispose, guardandosi alle spalle, e capii subito che non voleva farsi sentire da mia madre. «Le segrete sotto al castello ispirarono il poema di Lord Byron ll prigioniero di Chillon. Lui, però, chiamò il lago con il nome francese, Lac Léman».
Un brivido di eccitazione e di affinità mi pervase. «Mio padre è stato qui?»
«Sì, Ada. Tuo padre trascorse molto tempo in questa regione». Indicò verso sudovest. «Da qui non si vede, ma c’è una casa chiamata Villa Diodati. Circa dieci anni fa – di più, anzi, saranno dodici – tuo padre la affittò. Lui e i suoi ospiti volevano godersi una bella estate soleggiata, ma diversi giorni di pioggia ininterrotta li costrinsero a restare chiusi dentro. Si divertirono allora a raccontarsi storie di fantasmi…»
«Non ho il permesso di ascoltare storie di fantasmi» mormorai. Non volevo che smettesse di parlare, ma ritenevo di doverlo avvertire.
«Lo so, cuginetta. Non intendo raccontarti storie di fantasmi, ti dico solo che loro si raccontavano storie di fantasmi». Fece una smorfia. «Anche se immagino che neanche questa storia verrebbe approvata».
«Hai cominciato, adesso devi finire».
«Mi sembra giusto. Come ti ho detto, combattevano la noia scambiandosi storie di fantasmi, leggendo ad alta voce da un libro di favole tedesco. Poi tuo padre propose di fare una gara, chiedendo a ogni membro del gruppo, lui compreso, di scrivere una storia dell’orrore. Mary Godwin Shelley era una degli ospiti, e scrisse la storia che più tardi diventò il romanzo Frankenstein».
«Ah, sì!» esclamai. «Ne ho sentito parlare… ma non sono autorizzata a leggerlo».
«Meglio così. Lo apprezzerai di più quando sarai più grande». Mi lanciò uno sguardo inquisitore. «Se posso permettermi, è meglio che tu non ripeta questa storia a tua madre. È molto conosciuta, ma potrebbe non apprezzare il fatto che te l’abbia raccontata».
«Non dirò una parola» promisi. Non era la prima volta che nascondevo qualcosa a mia madre, né, ero certa, sarebbe stata l’ultima.
Sapere che mio padre aveva camminato lungo le sponde di quello specchio d’acqua e ci aveva fatto il bagno rese il lago di Ginevra ancora più speciale per me. Trascorsi ore a scrutare le sue acque profonde e misteriose, ad ammirarne i colori mutevoli e i giochi di luce in superficie. Avrei desiderato esplorare il castello di Chillon e visitare Villa Diodati, e speravo segretamente che la curiosità inducesse mia madre a organizzare delle escursioni in entrambi quei luoghi, ma non lo fece, e non potevo chiederle di farlo senza rivelarle delle conoscenze su mio padre che avrebbe indubbiamente preferito non avessi.
Con l’avvicinarsi dell’inverno ci spostammo verso sud, prima a Milano e poi a Genova, dove mia madre ci trovò delle stanze deliziose all’Hôtel d’Amérique, sul mare. Il panorama era incantevole, non solo per i magnifici tramonti, ma anche per le navi che scivolavano con grazia quando ritornavano o partivano alla volta di porti esotici di tutto il mondo. Guardandole immaginavo quello che avrei visto se mi fossi trovata lì all’epoca di Cristoforo Colombo, nella grande epopea delle esplorazioni marittime. Come doveva essere stato emozionante guardare le navi degli esploratori partire per quei viaggi pericolosi quando gran parte del mondo era ancora sconosciuta e aspettava di venire scoperta.
Siccome intendevamo restare a Genova diverse settimane, mia madre mi trovò degli insegnanti di musica e arte del posto, che affiancavano Miss Stamp nelle lezioni abituali. Amavo le lezioni di canto più di qualunque altra attività, e prendevo lezioni di disegno da un noto artista chiamato signor Isola. Avevo un certo talento, ma di sicuro non ero un genio; però facevo schizzi e dipinti nel dolce sole italiano, e non mi venne mai in mente di chiedermi come mai un pittore famoso prendesse come allieva una undicenne dalle capacità peraltro modeste.
All’arrivo della primavera la curiosità scientifica mi indusse a studiare la popolazione di insetti del posto. Il giardino dell’hotel ospitava molti formicai, le cui abitanti sempre freneticamente attive mi affascinavano per ore; ne seguivo i percorsi serpeggianti, le battaglie e le prove di forza. Al tramonto, i cumuli di foglie marce brulicavano di onischi, e di notte, nubi innumerevoli di lucciole brillanti si spostavano tra l’erba e i rami dei cipressi e dei ginepri lungo i sentieri. La mia scoperta più emozionante fu uno scorpione che sorpresi avanzare impavido sul pavimento di un soggiorno; le serpi, le locuste, le lucertole e le rane nere e verdi che trovavo erano belle e più educate, perché restavano fuori.
Mi ero adattata bene a Genova, e quando si avvicinò il momento della nostra partenza, mi dispiacque fare i bagagli e accomiatarmi dai miei insegnanti. Quando lo salutai, il signor Isola mi fece un bel regalo, un cofanetto contenente matite e due pennelli. «Vi ringrazio molto, maestro» dissi, entusiasta di quei regali.
«Usateli bene» si raccomandò lui con un sorriso. «Ah, Miss Byron, sono felice del tempo trascorso insieme. Ritrovo vostro padre in voi, la linea della mandibola, il modo in cui vi concentrate su un soggetto, il movimento della mano quando posate la matita sulla carta».
«Conoscevate mio padre?»
Si accigliò. «Ma certo. Abbiamo lavorato molto insieme l’ultima volta che è stato a Milano. Non lo sapevate?»
Scossi il capo, e mentre ero entusiasta di apprendere quel nuovo dettaglio del passato di mio padre, allo stesso tempo mi sentivo triste pensando a tutte le persone che lo conoscevano meglio di quanto non l’avrei mai conosciuto io. Ogni fatto, ogni storia che mi veniva rivelata era un gioiello prezioso che infilavo in una catena d’oro sottile che portavo sul cuore.
All’inizio dell’estate riprendemmo a viaggiare e ci fermammo a Torino, dove ammirai i bei paesaggi delle Alpi da quasi ogni via della città e i burattinai e gli acrobati che si esibivano nelle strade. Dopo Torino attraversammo le Alpi e tornammo a Ginevra, e al termine di una breve sosta proseguimmo per centocinquanta chilometri a sudest per salire sulle pendici del Monte Bianco, fermandoci nella zona più bassa. Spinsi lo sguardo verso la vetta, impressionata, e riflettei a lungo su come avrei affrontato la scalata fino in cima, come mi sarei preparata facendo esercizi per rafforzare i muscoli, quale attrezzatura avrei scelto, chi avrei portato con me nel gruppo di prodi avventurieri. I ghiacciai che vedemmo da lontano mi riempirono di ammirazione e stupore, e a cena quella sera ne parlai con entusiasmo con un signore anziano che ci era stato presentato, un’autorità sulla geologia delle Alpi, che rispose gentilmente a tutte le mie domande.
Le nostre peregrinazioni ci condussero alla Vallée de l’Ouche in Francia per qualche tempo, poi di nuovo in Germania, dove visitammo diverse città, tra le quali mi piacque particolarmente Stoccarda. Questa volta mia madre aveva preso la precauzione di firmare i registri degli alberghi come “Lady Anne Isabella Milbanke”, il suo cognome da nubile, e così restammo in incognito; o forse venimmo riconosciute ma la gente, per educazione, ci lasciò in pace.
Verso la fine di ottobre tornammo a Torino e ci preparammo a salpare per l’Inghilterra. Il mio secondo viaggio in mare mi piacque quanto il primo, e quando giungemmo a Dover mi sentii mondana, cittadina del mondo e sofisticata quanto è possibile esserlo per una quasi dodicenne. La mia Inghilterra natia mi parve familiare ed estranea insieme, e io facevo a me stessa il medesimo effetto. I viaggi avevano allargato parecchio i confini del mio mondo ristretto, e mi sentivo profondamente diversa, ma la mia curiosità era solo stuzzicata, non placata.
Il nostro gruppo si separò, e le varie famiglie e coppie tornarono ciascuna a casa propria. Io avrei desiderato andare a Kirkby Mallory, ma mia madre mi portò invece a Bifrons. Come fui felice di ritrovare Puff, che non era più una gattina ma una gatta adulta, più carina di come la ricordavo!
Ero molto grata della sua compagnia, perché dopo le mie avventure emozionanti in Europa, Bifrons sembrava ancora più noiosa e isolata di prima. Sospetto che mia madre provasse la stessa cosa, perché partì quasi subito per Londra, per stare da amici, tutti molto ansiosi di farsi raccontare i suoi viaggi. «Perché non mi porti con te?» le chiesi tristemente mentre guardavo lei e la domestica preparare i bauli, che erano rimasti vuoti solo due settimane.
«I miei amici non hanno esteso anche a te l’invito» rispose mia madre, sollevando una sciarpa di seta che aveva comprato a Torino, incerta se portarla o no.
Pensai che la sua risposta fosse molto scortese, e che avrebbe almeno dovuto fingere di dispiacersi per il fatto che non fossi stata invitata, ma non lo dissi ad alta voce.
E così mi lasciò di nuovo, e in sua assenza studiai con Miss Stamp, giocai con Puff, e mi aggirai per la campagna attorno a Bifrons. Scrissi a mia madre moltissime lettere, nascondendo il mio dolore e la delusione per il fatto che il periodo trascorso insieme si fosse interrotto tanto bruscamente. Mi era sembrata contenta della mia compagnia durante il viaggio, anche se è vero che stavo più spesso con Miss Stamp, e lei con Miss Chaloner, e non trascorrevamo molto tempo noi due da sole. Non potei evitare di sentirmi trascurata, come se avesse avuto fretta di liberarsi di me.
Ma non potevo correrle dietro, e pregarla di tornare a casa avrebbe solo provocato la sua ira. Rassegnata, contavo i giorni fino al suo ritorno, e nel frattempo mi occupavo dei miei studi, perché i miei successi intellettuali la rallegravano anche più della mia conversazione e compagnia.