9.

Simile al falco a cui furon tarpate le ali

Novembre 1828-gennaio 1831

Quando giunse l’inverno a Bifrons, considerai l’avvicinarsi del mio tredicesimo compleanno con apprensione e rassegnazione, perché poco dopo Miss Stamp se ne sarebbe andata per sposarsi.

Il matrimonio si svolse nella Saint Mary’s Church di Patrixbourne, un luogo delizioso per un’occasione che per me fu lieta ma anche dolorosa. Ero felice per Miss Stamp ma triste per me, anche se feci del mio meglio per mostrare solo sorrisi e poche lacrime di gioia.

Siccome la partenza della mia governante aveva già gettato la casa nello scompiglio, mia madre dovette concludere che tanto valeva approfittare del momento per trasferirci in un’altra dimora in affitto, una villa più grande a Hanger Hill, nel quartiere di Ealing. «Sento la mancanza di casa» mi lamentai mentre infilavo i libri nel grosso baule con gli angoli di ottone che mia madre mi aveva regalato per il compleanno. «Non possiamo tornare a Kirkby Mallory?»

«Siamo noi a trasformare in casa nostra i posti che abitiamo. Vedrai, la villa ti piacerà» rispose mia madre, non rispondendo alla mia domanda; ma avrebbe dovuto bastarmi perché non intendeva aggiungere altro. La villa costituiva un notevole miglioramento rispetto a Bifrons, ma non era casa mia, non per me, e trovavo inspiegabile e ridicolo che mia madre continuasse ad affittare residenze temporanee quando era proprietaria della vasta, confortevole, elegante e amatissima Kirkby Mallory Hall. Siccome poi era tanto spesso assente, non era giusto che fossi io a scegliere dove abitare?

Ma purtroppo la mia opinione non era richiesta.

Quando ci sistemammo nella casa nuova, aspettai con una certa trepidazione di essere presentata alla governante. Per mia sorpresa, mia madre mi informò che aveva deciso di non assumerne una nuova. Aveva ingaggiato invece alcuni dei suoi amici intellettuali, protestanti dissidenti, e aveva affidato loro la mia educazione. A differenza delle mie bambinaie e governanti, la ammiravano sconfinatamente e avrebbero eseguito i suoi ordini senza battere ciglio.

Il primo, Mr William Frend, era un matematico ed ex membro della Chiesa anglicana che si era convertito all’unitarianismo, il che aveva provocato il suo allontanamento da Cambridge. Più avanti fu processato per avere pubblicato un volantino in cui denunciava gli abusi nella Chiesa anglicana e condannava gran parte della sua liturgia, guadagnandosi l’approvazione e l’ammirazione di mia madre con la sua dottrina austera, il coraggio e la dignità dimostrati durante i processi. Sua figlia, Miss Sophia Frend, una delle amiche più care e intime di mia madre, era un’altra delle mie insegnanti. Le ero profondamente antipatica – non so perché – ma allora non me ne rendevo conto, e siccome desiderava a tutti i costi guadagnarsi l’amicizia di mia madre, nascose i suoi veri sentimenti. Il dottor William King, un altro devoto unitariano, e sua moglie Mary, dovevano vegliare sul mio sviluppo morale, mentre Miss Arabella Lawrence, direttrice di una scuola di Liverpool, sovrintendeva alle altre materie.

Siccome non vivevano con noi a Hanger Hill – ancora oggi la sola idea mi fa rabbrividire – gran parte delle nostre lezioni avveniva per corrispondenza, il che significava che studiavo quasi sempre da sola, scrivevo loro lunghe lettere sui miei progressi e aspettavo i loro consigli e critiche nelle risposte. C’erano molti aspetti di quel metodo che mi piacevano – un nuovo senso di indipendenza, per esempio – ma spesso pensavo con nostalgia alle mie lezioni con Miss Stamp e Miss Thorne, la compagnia, le conversazioni, le risposte più immediate alle mie molte domande. Presto, però, mi abituai al nuovo sistema, e lavorai sodo non solo per compiacere i miei insegnanti e mia madre, ma anche per soddisfare la mia curiosità insaziabile.

La mia educazione venne bruscamente interrotta all’inizio del 1829 quando contrassi una forma molto forte di morbillo, che peggiorò attaccando anche gli arti e la vista. Ebbi terribili convulsioni e dolori lancinanti che mi toglievano il fiato. Giacqui a letto, dolorante e febbricitante, e rimasi paralizzata e quasi del tutto cieca.

La paura e la pena che provai a mano a mano che il mondo scompariva attorno a me sono indescrivibili. Non riuscivo più a distinguere il volto di mia madre, ma la sua preoccupazione e paura apparivano evidenti dal tono di voce quando parlava con i medici e dall’allegria forzata con cui mi leggeva dei libri stando seduta su una sedia accanto al mio letto. Non riuscivo a dimenticare che era rimasta lontana quando mi ero ammalata di varicella anni prima, ma era corsa a casa per curare e consolare mio nonno in punto di morte. Anche in quelle condizioni ero capacissima di analizzare la situazione e trarne una conclusione terrificante.

Per settimane fui prossima alla morte, ma gradualmente i sintomi più gravi passarono, e i medici conclusero che ero fuori pericolo. Poco per volta mi tornò la vista – in risposta alle mie preghiere più fervide – e ritrovai l’uso di mani e braccia, anche se i muscoli erano deboli e riluttanti a obbedire ai miei ordini. Le gambe ci misero più tempo a riprendersi, e rimasi a letto per mesi. Giunse l’autunno prima che riuscissi a reggermi in piedi da sola, e anche allora non riuscivo a camminare senza aiuto. Dovevo essere portata su e giù dalle scale, e invece di continuare a importunare i lacchè per la maggior parte di quei giorni infiniti restai isolata nella mia stanza, con Puff come unica compagnia. Di giorno guardavo con desiderio fuori dalla finestra nei giardini che un tempo avevo percorso senza apprezzare la mia fortuna. Di notte sognavo le lunghe passeggiate nel bosco di Kirkby, la mia scalata sulle pendici del Monte Bianco, e mi svegliavo con le lacrime agli occhi.

Quando divenne evidente che non sarei morta, mia madre decise che la lunga convalescenza sarebbe stata un’eccellente occasione per concentrarmi sullo studio. Colsi quell’opportunità come qualcuno che sta annegando afferra una corda che gli viene gettata, e non appena la vista mi permise di ricominciare a leggere, ripresi i libri con rinnovato impegno. La mia corrispondenza con Miss Lawrence ricominciò, e ogni poche settimane veniva a Hanger Hill per darmi lezioni di persona. Siccome mia madre era spesso via per curarsi alle terme, accoglievo l’arrivo di Miss Lawrence con un’estrema gratitudine che doveva sembrarle penosa. Io mi facevo compassione da sola, questo è certo.

Il ritmo lento della guarigione mi esasperava, e quando i medici più stimati da mia madre riconobbero di non saper spiegare la lunghezza della malattia, cominciai a temere di restare invalida tutta la vita. Per accrescere la mia angoscia, in diverse occasioni li sentii dire a mia madre che, in assenza di una causa fisica evidente, sospettavano che il perdurare della paralisi potesse avere un’origine isterica. Quest’assurdità mi mandò fuori di me. Subito prima dell’inizio della malattia ero stata devastata dalla proibizione di volare. Perché avrei dovuto privarmi volontariamente anche della capacità di camminare, correre e cavalcare?

All’inizio della primavera del 1830, mia madre decise che un cambiamento d’aria mi avrebbe fatto bene alla salute, e ci trasferì in un’altra residenza in affitto, Mortlake Terrace, una dimora georgiana di mattoni su tre ettari nel quartiere londinese di Richmond upon Thames. «Perché non possiamo tornare a Kirkby Mallory?» chiesi petulante mentre mi trasportavano fuori di casa sopra un materasso gonfiabile, l’unico modo vagamente comodo per permettermi di viaggiare.

«Mortlake Terrace è bellissima e ottima per la salute» dichiarò mia madre, che offriva sempre risposte indirette e poco soddisfacenti alle mie domande insistenti. «Dalla tua stanza si gode di un panorama splendido del fiume, e ci sono diversi sentieri sulla riva per passeggiare quando c’è bel tempo».

«A cosa mi servono i sentieri?» ribattei contrariata mentre mi issavano in carrozza, con il materasso, e mi allungavano le stampelle. «Nel prossimo futuro non progetto passeggiate».

Mia madre non mi degnò di una risposta, ma finì di sovrintendere alla partenza mentre mi coricavo, in preda a una collera silenziosa.

Com’ero diventata insofferente durante la malattia, ed esigente, e irritabile! Non riuscivo a impormi lo stoicismo riconoscente delle eroine dei romanzi, abituate alla sofferenza. Volevo essere forte, correre, ballare, non languire su un letto, con delle lezioni come unica distrazione e le acrobazie di Puff come unico divertimento. Ero ben consapevole che le altre giovani signorine della mia età si stavano preparando a entrare in società imparando a ballare, a vestirsi con gusto, a usare le buone maniere, tutte qualità tese a sottolineare la loro educazione raffinata.

Sapevo anche che lo scopo di tutto ciò non era il miglioramento personale, la maggiore ambizione di mia madre, ma attrarre un marito al momento opportuno. Anch’io mi sarei dovuta sposare, un giorno, ma con quella malattia l’unica dote femminile che potevo esercitare era la musica. Mia madre predispose dei corsi di canto e di arpa che accettai di buon grado, non solo perché avevo un notevole talento naturale, ma anche perché non avevo nulla da fare, a parte esercitarmi.

Riguardo al matrimonio avevo un atteggiamento ambiguo, perché per i miei genitori non aveva funzionato, e lo consideravo un dovere al quale prima o poi avrei dovuto adempiere, ma per fortuna in un futuro ancora lontano. Anche così, le poche amiche approvate da mia madre – Fanny Smith e le altre figlie e nipoti delle sue conoscenti che, nel mio desiderio di compagnia e nella mia solitudine, mi ostinavo a considerare tali anche se le vedevo ben poco – mi scrivevano delle loro lezioni di danza o dei loro abiti nuovi, e io avevo l’impressione di restare indietro.

Siccome, però, l’aria presumibilmente ottima di Mortlake e i panorami del Tamigi, davvero splendidi, non avevano ancora compiuto nessun miracolo sulle mie gambe, restavo bloccata a letto. Non avendo niente da fare studiavo, e le mie lezioni procedevano speditamente. Ero bravissima in geometria e mi divertivo a risolvere i problemi, che per me rappresentavano intriganti enigmi, ed ero affascinata da una materia che avevo appena cominciato a studiare, l’astronomia. Vennero aggiunti al mio corso di studi anche il tedesco e il latino, e mi ci buttai con grande divertimento.

Col tempo cominciai a camminare in casa con le stampelle, ma siccome i medici mi avvertirono di non stancarmi, mi esercitavo quasi sempre di nascosto. Sceglievo ore in cui gli altri erano impegnati altrove, e andavo in giro zoppicando a esplorare la nuova dimora cercando di non far rumore.

Un pomeriggio, sentendomi particolarmente ribelle, invasi la stanza sacra che mia madre chiamava il suo studio. Le cameriere vi avevano disposto in bell’ordine le sue carte e i libri. Sarei stata stupita del contrario, perché con i traslochi frequenti avevano avuto modo di fare pratica. Diversi oggetti, però, erano sul piano della scrivania in disordine, come se mia madre li avesse esaminati prima della partenza e le serve non avessero spostato nulla pulendo per non alterare un ordine che non erano capaci di discernere.

Curiosa, mi avvicinai al tavolo saltellando, e dopo aver lanciato un’occhiata apprensiva alla porta studiai il piano della scrivania. Non potevo essere accusata di curiosare in giro se mi limitavo a notare ciò che si trovava in bella vista.

Il primo oggetto ad attrarre la mia attenzione fu un libro che, vista l’aria nuova, doveva essere appena arrivato dall’editore di mio padre, John Murray di Albemarle Street. «Vita di Lord Byron, con le sue lettere e i diari, Volume Uno» lessi ad alta voce, e mi tornarono subito in mente i frammenti di una conversazione tra mia madre e uno dei suoi avvocati che avevo udito. Lei e il migliore amico di mio padre, Sir John Cam Hobhouse, avevano combattuto a lungo contro la pubblicazione di biografie di Lord Byron, perché erano certi che sarebbero state piene di aneddoti scandalosi, mezze verità e pure e semplici invenzioni. In assenza di un resoconto ufficiale della sua vita, però, emersero opere spurie, simili a funghi dopo un acquazzone. Alla fine Hobhouse e Murray decisero di permettere a Thomas Moore di scrivere una biografia, se non altro per minare il successo di un’opera concorrente, scandalosamente offensiva.

Restando in equilibrio su una stampella, presi in mano il volume di pelle ed esaminai la copertina e il frontespizio, una stampa di quello che doveva essere mio padre con due amici che spingevano lo sguardo oltre un lago di fronte a Costantinopoli. Ero tentata di sedermi a leggere, ma sarei sicuramente stata sorpresa se fossi rimasta lì, e non potevo prendere il libro con me perché si sarebbero messi a cercarlo dappertutto. Riluttante, lo rimisi esattamente dove l’avevo trovato.

A sinistra dei libri c’erano diverse lettere, tutte con il sigillo rotto, alcune aperte che potei leggere facilmente, dalle quale dedussi che mia madre e mia zia Augusta erano impegnate in una nuova battaglia legale sulle condizioni del divorzio. Le loro liti continue mi annoiavano ed esasperavano, così lasciai le lettere senza dare neanche un’occhiata ai documenti sottostanti.

Mi cadde l’occhio su una piccola pila di opuscoli al centro della scrivania, il cui titolo fu sufficiente a farmi quasi cadere dalle stampelle: Commenti alla biografia di Lord Byron scritta da Mr Moore. Mia madre aveva scritto, e a quanto pareva fatto pubblicare privatamente, una risposta alla biografia di mio padre.

Non potevo resistere alla tentazione di leggerla, ma nelle mie condizioni non sarei riuscita a scappare in modo discreto se fosse giunto qualcuno. Valutai l’altezza della pila: quanti opuscoli c’erano? Mia madre li aveva contati, avrebbe ricordato il numero? Decisi in fretta che non si sarebbe accorta se ne fosse venuto a mancare uno, ne afferrai un esemplare, me lo ficcai in tasca e uscii goffamente dalla stanza con mille pensieri che mi si affollavano in testa. Come mai a mia madre era venuto in mente di rispondere pubblicamente alla biografia di Mr Moore, quando da sempre aveva seguito una politica di silenzio dignitoso, che permetteva agli avvocati di parlare a nome suo mentre lei restava al di sopra della mischia?

Nella solitudine della mia stanza, mi sedetti su una poltroncina accanto alla finestra, sfinita dallo sforzo, ma quando presi il fascicoletto dalla tasca e cominciai a leggere, il cuore accelerò i battiti. In risposta a ciò che il signor Moore aveva dichiarato, mia madre presentava un resoconto particolareggiato degli eventi che avevano condotto alla Separazione. «I dettagli domestici non dovrebbero essere portati all’attenzione del pubblico» cominciava, con un tono tipico della Lady Byron che conoscevo. «Se però questo accade, le persone direttamente interessate hanno il diritto di smentire le false accuse».

E procedeva col fare esattamente questo, descrivendo il comportamento eccentrico di mio padre, gli incontri di mia madre con gli specialisti, le circostanze insopportabili che l’avevano infine costretta ad andarsene da Piccadilly Terrace con la figlia neonata. Difendeva i miei nonni contro l’accusa di averla sobillata, inducendola a separarsi legalmente dal marito da cui si era allontanata «in perfetta armonia». Al contrario, finché non era arrivata a Kirkby Mallory la notte del 15 gennaio, Lord e Lady Noel «non erano stati al corrente dell’esistenza di cause che rischiavano di distruggere la mia potenziale felicità; e quando comunicai loro l’opinione che mi ero fatta sulle condizioni mentali di Lord Byron, si dimostrarono ansiosi di favorirne la guarigione con tutti i mezzi in loro potere».

Il cuore mi batteva sordo nel petto. I nonni avrebbero voluto che i miei genitori si riconciliassero? Mia madre aveva creduto che lui potesse essere curato o redento? Mai me ne avevano parlato, ma naturalmente avevano parlato ben di rado di mio padre in mia presenza, se avevano potuto evitarlo.

Continuai a leggere, scoprendo i dubbi di mia madre sul fatto che il comportamento di mio padre derivasse da un problema mentale o da qualche mancanza morale, perché se la causa fosse stata quest’ultima, «nulla avrebbe potuto indurmi a tornare da lui». Quando Lord Byron rifiutò la lettera del suocero che proponeva una separazione amichevole, Lady Noel aveva consultato l’avvocato Stephen Lushington, che rivide i fatti come mia nonna glieli presentava, e concluse che sebbene una separazione sarebbe stata giustificata, le circostanze «non erano tanto gravi da rendere indispensabile tale misura». Dopo che mia madre lo andò a trovare due settimane dopo, però, il dottor Lushington venne «per la prima volta informato da Lady Byron di fatti assolutamente sconosciuti a Sir Ralph e Lady Noel. Ricevendo quelle informazioni supplementari, la mia opinione cambiò del tutto, e considerai impossibile una riconciliazione». Non solo, ma se una riconciliazione fosse stata tentata, lui non avrebbe potuto «professionalmente o in altra veste prendere parte al tentativo di favorirla».

«“Fatti assolutamente sconosciuti”?» mormorai. Quali erano quei fatti? Cosa poteva avere confidato mia madre all’avvocato per convincerlo a cambiare radicalmente opinione? Cosa poteva avere fatto mio padre per rendere assurda la possibilità di una riconciliazione tra lui e mia madre?

I miei pensieri andarono al ritratto che un tempo era appeso nella sala da biliardo di mio nonno, alla tenda pesante che aveva celato mio padre alla mia vista, al cattivo sangue Byron e Gordon che scorreva nelle mie vene proprio come nelle sue. Cos’aveva fatto? Sapevo che le era stato infedele, ma doveva avere fatto qualcosa di infinitamente peggiore, qualcosa di inimmaginabile…

Mi accorsi di avere le guance bagnate di lacrime, ma non sapevo quando avessi cominciato a piangere. Con le mani tremanti mi asciugai in fretta il viso con le dita, piegai l’opuscolo e mi precipitai a nasconderlo nel guardaroba. Volevo sapere, ma ne ero anche terrorizzata, ed era forse un bene che non potessi chiedere a mia madre quali fossero quei fatti terribili dei quali i miei nonni non erano al corrente.

Non potevo dire nulla di ciò che avevo scoperto, né porre le domande che mi tormentavano, ma il tumulto che provavo dentro si manifestava in altri modi, con la disobbedienza, l’impertinenza e la petulanza. Con mia madre ero taciturna e impulsiva, restavo indifferente e ostinatamente muta in sua presenza o sollevavo polemiche su ogni sua parola. Alla fine la sua serenità cedette. «Il tuo più grande difetto, in questo periodo, è l’atteggiamento provocatorio!» esclamò a colazione, un giorno, quando contestai il suo commento sul fatto che preferisse le uova in camicia alle uova sode.

«Cosa intendi per “atteggiamento provocatorio”?» domandai, alzando gli occhi al cielo come per chiedere di essere liberata da quella madre insopportabile.

«Non riesco a trovare un’espressione più adatta» rispose, con gli occhi che le brillavano di collera e indignazione. «Sei molto più polemica con me che con chiunque altro. Devi assolutamente smetterla, perché è fastidiosissimo e denota una mancanza di rispetto che non posso tollerare».

«Ci sono certi fatti assolutamente sconosciuti che spiegano perché non sono d’accordo con te» ribattei, incredula io stessa di fronte alla mia sfrontatezza. Ma mia madre non colse l’allusione, affermando che mi dichiaravo in disaccordo con lei per il puro gusto di farlo. Avrei mentito se l’avessi negato.

Con il passare dell’estate, cominciai a rimpiangere la mia impudenza. Non potevo negare che nelle ultime settimane avevo fatto di tutto per litigare con mia madre. La mia prima tendenza era stata quella di dare la colpa all’opuscolo, ma quando mi costringevo a riflettere seriamente sul mio comportamento, mi rendevo conto che, di qualunque cosa si parlasse, ne discutevo con enfasi e passione come se ne dipendesse il destino della nazione.

Davo la colpa alla malattia. Durante la lunga convalescenza, avevo vissuto un’esistenza tranquilla e noiosa per colpa della mia salute, così povera di stimoli e di attività che ogni dettaglio – e a parte l’opuscolo si era trattato solo di dettagli – aveva assunto un significato enorme, e il minimo incidente era diventato importante quanto la Rivoluzione francese lo era stata per Carlo X. Non potevo aspettarmi che qualcun altro capisse perché mi impuntavo su quelle che per il resto del mondo erano inezie, ma per me rappresentavano la perdita di un regno.

Decisi di comportarmi meglio, e quando l’estate cedette il posto all’autunno mi ero ripresa. La tensione in casa diminuì, perché fino ad allora mi ero sentita come se due cavalli mi tirassero in direzioni opposte. Non ero perfetta, e certi giorni erano migliori di altri, ma con il passare del tempo osservai che il mio comportamento, i miei studi e la mia salute stavano procedendo nella direzione giusta.

A fine novembre avevo recuperato abbastanza forza ed equilibrio per fare a meno delle stampelle e muovermi bene con un bastone. Due settimane dopo, un giorno prima del mio quindicesimo compleanno, una carrozza speciale venne a consegnarmi un pacchetto indirizzato a me con una calligrafia che mi sembrava familiare, ma non riuscii ugualmente a identificare il mittente. «“Alla Hon. Miss Byron, con i più affettuosi auguri”» lessi ad alta voce. «Ah, c’è una frase più in piccolo: “Con il permesso di Lady Byron”».

«È di tua zia Augusta» disse mia madre, dando un’occhiata al pacchetto mentre si sedeva sulla sedia di fronte alla mia. Eravamo entrambe davanti al camino per combattere il gelo di quella mattinata.

«Ho il tuo permesso di aprirlo?» chiesi.

«Di aprirlo, sì» replicò, lasciando in sospeso la questione sul fatto che potessi tenerne il contenuto.

Tagliai con cura lo spago e tolsi la carta. Dentro trovai un bellissimo libro di preghiere, con una rilegatura lussuosa, e “Ada” in rilievo sulla copertina in lettere antiche. «Che bello» dissi, commossa. Scrivevo di rado a mia zia e non la vedevo quasi mai, il che rendeva quel suo regalo raro e importante, oltre che inatteso. «Posso tenerlo?» ricordai di chiedere.

Mia madre tese la mano e vi posai il libro. Dopo avere aperto la copertina, girato le prime pagine ed eseguito un’ispezione veloce dall’inizio alla fine, annuì e me lo restituì.

Mentre guardavo il libro di preghiere quella sera, da sola, in camera mia, immaginai mia zia che si occupava di farlo rilegare e dell’incisione del nome. Mi intristii: era un peccato che non la vedessi più spesso, trattandosi della mia unica zia, e che non conoscessi quasi per niente i suoi figli, i miei soli cugini. La maggiore, Georgiana, si era sposata poco prima che io e mia madre partissimo per il viaggio in Europa; non avevamo assistito alla cerimonia, anche se credo che fossimo state invitate entrambe e le avessimo fatto un regalo. Georgiana e suo marito si erano trasferiti a Bifrons poco dopo che ce n’eravamo andate noi, l’affitto era generosamente pagato da mia madre, e la sorella minore, Medora, li aveva raggiunti da poco per aiutare Georgiana, incinta del primo figlio. Le sorelle erano di qualche anno più grandi di me, ma era un peccato che non fossimo amiche. Forse loro avevano tutte le amiche che volevano, ed erano in due oltre ad avere altri tre fratelli, ma io non avevo quasi nessuno, solo mia madre, Puff e una moltitudine di tutori e domestici che cambiavano di continuo. Avrei tanto voluto dei fratelli, i cugini non erano poi tanto diversi e mi sarebbero andati benissimo, ma mia madre e mia zia Augusta non si parlavano, e sapevo che mia madre avrebbe disapprovato se avessi voluto rinsaldare i rapporti con loro.

Natale sarebbe stato il momento perfetto per invitare la famiglia, ma non osavo suggerirlo, e anche se mia madre avesse acconsentito, la situazione delicata di Georgiana avrebbe reso impossibile gli spostamenti. Alcune delle amiche di mia madre trascorrevano il Natale con noi, invece, ma come sempre erano un gruppo di vecchie zitelle acide che vedevano la “celebrazione” in modo molto diverso da me. Per fortuna se ne andarono prima dell’Epifania. Una sera in cui nevicava, mi trovavo da sola in salotto con Puff acciambellata in braccio, e le accarezzavo la pelliccia morbida mentre preparavo mentalmente una lettera per Miss Lawrence, quando mia madre entrò tenendo in mano due libri. Si sedette con grazia sul divano più vicino a me e, come se fosse la cosa più normale del mondo, disse: «Pensavo di studiare alcune delle poesie di Lord Byron stasera. Vuoi che le legga ad alta voce?»

Per un attimo rimasi troppo interdetta per rispondere, e mi limitai a fissarla. «Sì, per favore» riuscii infine a dire. «Mi piacerebbe molto».

Prima lesse i deliziosi versi sulla Grecia tratti dal Giaurro, che trovai splendidi, commoventi e appassionati, opinione che espressi a mia madre. Poi mi lesse Addio del poeta a sua moglie, una scelta che trovai strana, perché doveva immaginare che i lamenti di mio padre per l’amore perduto di mia madre e il dolore per la separazione da me mi avrebbero perlomeno sconcertato. La ammiravo, però, per avermi letto un passo dal Don Giovanni, che chiamava solo “la satira”, come se volesse assicurarsi che prendessi nota del genere e ne ricordassi le convenzioni.

«È molto divertente e scritto in modo intelligente» dissi quando ebbe finito, e poi, siccome sapevo che voleva sentirselo dire, aggiunsi: «Ma Donna Inez non ti assomiglia per niente. Sei sicura che non intendesse invece rappresentare Miss Sophia Frend?»

Le sfuggì una risata. «No, tesoro. Lord Byron non ha mai conosciuto Miss Frend».

«Ah, allora è impossibile». Rimasi pensierosa, poi mi strinsi nelle spalle. «Be’, dopotutto è poesia, non si tratta di una biografia».

Lei sorrise, sollevata e gratificata. «Sì» disse. «Esatto».

Mise da parte i libri e parlammo di altre cose con una disinvoltura e amabilità che di rado accompagnavano le nostre conversazioni in quel periodo. Non sapevo se avremmo mai letto di nuovo le poesie di mio padre insieme, ma il suo desiderio di farlo mi suggeriva che forse non lo disprezzasse come sembrava. Forse amava me e il mio sangue Byron più di quanto avessi immaginato.