10.

Quegli che vogliono esser liberi devono redimersi colle loro mani

Gennaio-dicembre 1831

Come vorrei poter dire che, dopo quella sera, io e mia madre iniziammo a capirci e diventammo ottime amiche ed eccellenti compagne! Non fu così. Io ero una quindicenne precoce, sola, eccitabile, lei la saggia e virtuosa Lady Annabella Noel Byron. Il conflitto tra noi era inevitabile.

Sono disposta ad accettare la responsabilità della maggior parte delle nostre liti e il clima generale di ostilità, perché non incarnavo certo un modello di rispetto e obbedienza filiale. Mentre il bastone rappresentava un grande miglioramento rispetto alle stampelle, mi sentivo frustrata e imprigionata dalle limitazioni fisiche che ancora subivo, e invece di sopportarle con coraggio e pazienza muovevo loro guerra, e vedendo che perdevo una battaglia dopo l’altra, venivo presa dal malumore e dall’amarezza.

«Starei meglio a Kirkby Mallory» protestai un mattino quando mi svegliai trovandomi le gambe stranamente doloranti e rigide, tanto che mia madre venne ad aiutare la domestica a vestirmi. «I corridoi sono più larghi e l’aria è migliore. Sono sicura che guarirei più in fretta se potessi trascorrere la convalescenza laggiù».

«Starai qui» dichiarò mia madre con fermezza, e quando continuai a protestare sottovoce, fece un sospiro teatrale e lasciò la serva da sola a vestirmi.

«Perché continuate a tormentarla chiedendole di tornare a Kirkby Mallory?» mi rimproverò la domestica prendendo la spazzola e passandomela tra i ricci scuri senza troppe precauzioni. «Non vi importa dei vostri cugini Noel? Neppure di Robert? Eppure sembravate essergli affezionata, un tempo».

«Lo sono ancora» dissi, «ma cosa c’entrano i cugini Noel in questa storia?»

«Tutto» disse, incredula. «Vostra madre gli ha lasciato la proprietà».

Mi sentii mancare. «Perché avrebbe fatto una cosa del genere?»

«Perché è generosa e buona, e Kirkby Mallory dovrebbe comunque appartenere a loro». Riprese a spazzolarmi i capelli, tirandomeli senza pietà quando si imbatteva in un nodo. «Il reverendo Thomas Noel è figlio illegittimo di Lord Wentworth. Vostra nonna, Lady Noel, pace all’anima sua, ha impedito a suo fratello di sposarne la madre. Se non avesse avanzato obiezioni, e si fossero sposati, l’eredità di Lord Wentworth sarebbe andata a suo figlio invece che a lei».

«Volete dire» chiesi sbalordita «che mia madre ha ereditato una proprietà che sarebbe dovuta andare a Robert Noel e ai suoi fratelli?»

«Certo che no» mi rimbrottò. «Che idea. Come figlio naturale, Thomas Noel non aveva nessun diritto di rivendicare l’eredità. Secondo la legge spettava a vostra nonna, e vostra madre ha scelto di essere generosa con i suoi cugini Noel. Ha chiesto a suo cugino Charles Noel di diventare il suo agente a Kirkby Mallory, ha comprato a suo cugino Edward quella proprietà in Grecia e ha pagato gli studi dei suoi cugini Robert e Thomas. Sapete già tutto questo, o dovreste, perché dovrete decidere cosa fare di Kirkby Mallory un giorno, speriamo il più tardi possibile».

Capivo quelle cose solo in modo molto vago, e non c’era da stupirsi, perché mia madre non mi avrebbe mai confidato i segreti di uno scandalo di famiglia. Rimasi stupefatta scoprendo che il padre di Robert era un figlio naturale, e mi sentivo sciocca per non averlo capito prima, o almeno per non essermi chiesta in che modo i cugini Noel erano imparentati con noi. Fui sollevata sapendo che Robert e suo fratello non avrebbero avuto problemi economici, e avrei dovuto sentirmi orgogliosa di mia madre che si occupava di loro, ma avendo deciso a tutti i costi di essere polemica, me la presi con lei per avere dato a qualcun altro la casa della mia infanzia. La casa della sua infanzia era Seaham, naturalmente, quindi non teneva a Kirkby Mallory quanto me.

Seppi allora che non avrei mai più chiamato casa Kirkby Mallory.

Nella mia infelicità e solitudine, sviluppai strane abitudini, alle quali ora ripenso con imbarazzo e con un divertimento condito da compassione per la ragazza che ero. Non dormivo nel mio letto, e preferivo avvolgermi in una coperta o in un tappeto e rannicchiarmi sul pavimento. Quando arrivava qualcuno in visita ed ero obbligata a salutarlo, rifiutavo di baciarlo, anche quando mi esortavano a farlo. Baciavo solo mia madre, e anche in quel caso era un bacetto veloce sulla guancia. Avevo uno strano rapporto col cibo, mangiavo troppo un giorno, rifiutavo tutto salvo l’acqua il successivo.

«Hai preso da tuo padre» dichiarò una sera a tavola mia madre, dopo che avevo allontanato da me un piatto di deliziosa anatra arrosto. «Oscillava sempre tra grassezza e magrezza, e adottava diete drastiche quando desiderava perdere qualche chilo».

«Non ho preso solo da mio padre» mormorai cupa, ma quando mi lanciò un’occhiata severa non aggiunsi nulla. In quei mesi di inattività ero ingrassata, ed ero decisa a tornare magra e a fare tutto il possibile per smentire la terribile predizione di Miss Chaloner secondo cui non sarei mai stata bella. Questo, pensai, era un obiettivo ammirevole, e mia madre non avrebbe dovuto criticarmi. Lei stessa non scherzava, però, quanto a strane abitudini, benché non sapesse che tutti, in casa, ne fossero al corrente: si rimpinzava di carne di montone, il suo cibo preferito, e poi andava sul lago o sul mare in una barchetta finché il dondolio non le dava la nausea e non le faceva vomitare tutto. In confronto, il mio rifiuto di qualche pasto non era niente.

Alla fine mia madre, esasperata, mi portò da un frenologo. Ero un po’ scettica nei confronti di quella scienza nuova, anche se mi affascinava la teoria che la informava, secondo cui il cervello era composto, come il resto del corpo, di organi diversi, ciascuno associato a una facoltà particolare, come gli occhi servivano a vedere e i polmoni a respirare. Sembrava plausibile che proprio come un contadino sviluppava spalle larghe e braccia robuste rafforzando i muscoli, con certi esercizi mentali si potesse alterare la forma del cranio. I frenologi affermavano di saper misurare lo sviluppo degli organi studiando la testa del soggetto, notando i rigonfiamenti che indicavano gli organi relativamente ben sviluppati, e gli avvallamenti in corrispondenza degli organi più deboli. Quindi era possibile scoprire il carattere di una persona esaminandone la testa al tatto, identificandone sporgenze e rientranze e confrontandole a una “mappa frenologica”, un cranio di porcellana con le regioni degli organi cerebrali disegnate ed etichettate.

Mia madre prenotò una visita con il dottor James De Ville, il più celebre frenologo e fabbricante di calchi frenologici di tutta Londra. Avrei accettato la visita anche solo per fare quella gita e distrarmi un po’, ma quando fu il momento di partire ero davvero curiosa di sapere cos’avrebbe trovato il dottore.

Adoravo Londra, forse perché non la conoscevo allora come la conosco adesso, e perché le mie visite erano una rarità in quel periodo in cui avevo bisogno di mia madre per spostarmi, avendo il bastone e ancora delle difficoltà a muovermi. Non mi importava se i miei problemi di salute attiravano sguardi curiosi, ma l’espressione contrariata di mia madre tradiva il suo imbarazzo di fronte alle mie imperfezioni. Questo mi infastidiva, ma non abbastanza da indurmi a restare a casa, nascosta.

La città era cresciuta in modo esponenziale da quando avevo vissuto a Piccadilly Terrace appena nata, con nuove zone residenziali e industriali oltre Greenwich Park e i binari d’acciaio lucido delle linee ferroviarie di Londra e Greenwich che attraversavano il quartiere di Bermondsey. Quando ci avvicinammo, intravidi gli alberi svettanti di cento navi che si innalzavano dietro le banchine in fermento, i camini in tutte le direzioni, i campanili delle chiese nella City e nell’East End ancora più alti e, a dominare tutto ciò, la magnifica cupola bianca della cattedrale di Saint Paul, con le coppie di colonne della facciata ovest che fiancheggiavano il portico classico. Osservavo tutto attraverso una densa nube di fumo e polvere di carbone, che sembrava particolarmente spessa e soffocante rispetto all’aria fresca di campagna di Richmond upon Thames.

Lungo le strade si assisteva a un viavai continuo di carri e carrozze, buoi e pecore, uomini a cavallo e a piedi, bambini che correvano qua e là, mettendosi in pericolo a ogni passo, garzoni che sbrigavano faccende importanti per i loro padroni, aristocratici e popolani a seconda dei quartieri, i cui abiti indicavano la professione. L’odore di fogna, letame e marcio era opprimente, ma con l’aiuto di un fazzoletto premuto sul naso e sulla bocca riuscii a sopportarlo.

La carrozza ci portò lungo strade affollate fino all’ambulatorio del dottor De Ville al 367 dello Strand a Westminster. Ci ricevette un maggiordomo, ma il frenologo stesso venne ad accoglierci non appena varcammo la soglia. Era un uomo massiccio con i capelli ricci castano chiaro, baffi sottili e ordinati e le mani larghe e forti di un muratore, o così pensavo, non avendo mai incontrato un muratore di persona.

«Lady Byron, Miss Byron, benvenute» ci disse con un inchino. «La vostra visita è un vero onore».

Ci scortò in un salotto dove mi invitò a sedere su una poltrona di pelle comoda con lo schienale basso. Mi sedetti e posai il bastone sul pavimento, sentendomi a un tratto nervosa. Divenni ancora più nervosa quando avvicinò il volto al mio e mi sottopose a un’osservazione attenta, come se stesse scrutando un oggetto invece di una persona. Fece il giro della poltrona, osservando la mia testa da tutte le angolazioni, e quando si fermò per prendere appunti un’occhiata rapida mi disse che stava valutando la forma della mia testa.

«Allora, Miss Byron» disse a un tratto. Erano le prime parole che pronunciava dall’inizio dell’esame, a parte i rari «Mmh» e «Bene». «A questo punto sono costretto a toccarvi la testa. Potrà farvi un effetto strano e sconcertante, ma vostra madre è qui, e se vi sentite a disagio ditelo e smetterò».

«D’accordo, dottore» dissi con un filo di voce. Parlava in modo insolito, diverso rispetto a tutti gli altri medici che avevo incontrato. Non riuscivo a collocare il suo accento, ma somigliava più a quello di un lavoratore che di un aristocratico. Mi piaceva.

«Devo anche avvertirvi» continuò serio «che quasi certamente vi spettinerò».

Soffocai una risata. «È lo stesso. Non mi importa per i capelli».

Mia madre fece una specie di sospiro; avrebbe voluto che tenessi di più ai miei capelli, al mio aspetto in generale, ai piacevoli modi femminili che trascuravo di coltivare, poiché nella mia stanza non avevo nessuno a cui mostrarli.

Il dottor De Ville si strofinò le mani per scaldarle. «Posso, Miss Byron?»

Annuii.

Mi posò le dita sul cuoio capelluto, e rimasi immobile mentre esplorava la geografia del mio cranio. Il suo tocco era leggero e piacevole, per nulla invadente, e mi chiesi se era così che si sentiva Puff quando la accarezzavo. Di tanto in tanto gli guardavo di nascosto il viso, che esprimeva grande concentrazione, ma niente lasciava trasparire le sue conclusioni sul mio carattere, su qualità delle quali io stessa ero forse all’oscuro.

Dopo un certo tempo mi tolse le mani dalla testa, mi ringraziò con un cenno cortese e tornò alla scrivania, si pulì le mani con un fazzoletto e cominciò a scrivere le sue osservazioni. Lanciai uno sguardo interrogativo a mia madre, che si trovava alle mie spalle, ma aveva gli occhi puntati sul frenologo. Nel suo volto pallido e nella sua fronte aggrottata vidi che mentre io aspettavo i risultati con allegra curiosità, lei provava solo apprensione.

Presto il dottore posò la penna, si raddrizzò e rivolse un cenno di assenso a mia madre, che fece una smorfia leggera. «Dottor De Ville, è possibile far attendere mia figlia da un’altra parte durante il mio esame?»

«Certo». Fece un inchino, uscì e tornò qualche istante dopo con una donna che immaginai essere la governante. «Miss Byron, Mrs Halsey sarebbe felice di offrirvi una tazza di tè in sala da pranzo, se volete».

«Grazie». Non potevo certo rifiutare di essere congedata in quel modo. Annuii al dottore e a mia madre e seguii la governante.

Mrs Halsey mi preparò un’eccellente tazza di tè, mi offrì un biscotto e mi tenne gentilmente compagnia mentre aspettavo. Facemmo una bella chiacchierata sui gatti, e poco dopo il dottore riapparve e mi invitò a tornare in salotto per sentire i risultati del mio esame.

Mia madre era seduta sul divano, e quando mi rivolse un sorriso radioso e mi fece cenno di sedermi accanto a lei, seppi che aveva già appreso i propri risultati e ne era entusiasta. Lo stomaco mi si rimescolò mentre mi appoggiavo al bastone per sedermi, guardando il medico con aria ostile intanto che ripassava gli appunti, con le pagine aperte davanti sulla scrivania vicino alla mappa frenologica di porcellana.

«Lady Byron, Miss Byron» disse infine, «i miei risultati confermano qualcosa che immagino sappiate già: Miss Byron ha una mente davvero straordinaria».

Avvertii un’ondata di sollievo, e quando mia madre mi lanciò un’occhiata orgogliosa e felice, le feci un sorriso nervoso.

«Le sue facoltà intellettuali sono altamente sviluppate» disse, prendendo una bacchetta sottile di legno e indicando una regione sulla mappa frenologica. «Molto sviluppate sono anche le facoltà di immaginazione, meraviglia, armonia e creatività. In breve, Miss Byron, sono sicuro che questo non stupirà nessuno, ma avete la testa di un poeta».

Sentii mia madre irrigidirsi accanto a me. «Cosa intendete dire, dottore?» chiese con voce controllata.

«Solo che possiede precisamente l’acume mentale che ci si aspetta di trovare in un poeta». Si strinse nelle spalle. «Naturalmente, con un interesse e una guida adeguati, le facoltà si manifesteranno anche in altri modi. Potrebbe diventare un’eccellente padrona di casa e brillante autrice di lettere, per esempio, senza mai realizzare il suo potenziale latente».

«Scrivo effettivamente molte lettere» ammisi. «Ho avuto poche opportunità di fare gli onori di casa».

Mia madre si alzò di scatto, sorprendendo il frenologo, che si rizzò in piedi a sua volta. «Grazie per la vostra opinione, dottore» disse. «Ci avete fornito molti spunti di riflessione. Non ci resta che augurarvi buona giornata. Vieni, Ada».

Uscì, e la seguii zoppicando col bastone. Mormorando parole di scuse, il dottor De Ville mi superò per raggiungere mia madre, e arrivai alla porta d’ingresso giusto in tempo per sentirla salutare bruscamente il medico.

La carrozza aveva già percorso metà del tragitto verso casa quando infine mia madre parlò, come se pensasse ad alta voce. «Non capisco. Ha trovato il mio organo della sensibilità tanto sviluppato che voleva sottopormi subito a un trattamento medico. Come ha potuto leggere tanto accuratamente la mia testa e sbagliarsi fino a quel punto su…»

Non aggiunse altro, e io dissi: «Possiamo concludere allora che non si è sbagliato neanche su di me».

«Non lo accetto!» sbottò. «Dev’essergli sfuggito qualcosa. Forse non è abituato a effettuare diagnosi sulle ragazze. Siete particolarmente difficili da capire».

«Così mi è stato detto» risposi cupa, ma non parve avermi sentita.

Nei giorni seguenti, vi fu un andirivieni di lettere tra mia madre e il suo solito gruppo di amiche, e quando vennero a trovarla sentii che parlavano di me sottovoce, in tono incredulo. Non era previsto che diventassi una poetessa. Neppure quel genio di mio padre lo aveva desiderato per me. A cos’era servita la mia educazione se non a soffocare l’immaginazione e a stimolare l’intelletto? Tutti gli sforzi instancabili di mia madre per trasformarmi in una donna razionale e virtuosa come lei non erano serviti a nulla?

«Il dottor De Ville ha commesso un errore» dichiarò seccamente Miss Montgomery, sorseggiando il tè. «Tutto qui. Non potete esservi sbagliata, mia cara Lady Byron. Non è concepibile».

«Forse Ada si è mossa sulla poltrona durante l’esame» suggerì Mrs Frend.

Era logico che incolpasse me.

«Forse» disse mia madre.

Non avendo nessuna voglia di sentirmi criticare di nuovo, mi allontanai di soppiatto, per quanto ci si possa muovere furtivamente con un bastone.

Rassegnata più che sorpresa accettai l’annuncio di mia madre, qualche giorno dopo: saremmo tornate dal dottor De Ville perché studiasse meglio certe anomalie nella mia testa. «Nella mia testa o nella sua diagnosi?» chiesi, infastidita. «Se c’è un errore, non è nella mia testa».

«Naturalmente intendevo nella diagnosi. Analizzi le parole come un cattivo avvocato».

«Significa che le mie facoltà intellettive e creative collaborano fra loro».

Interruppe la conversazione ripetendomi, come faceva spesso, che a volte non sapeva come comportarsi nei miei confronti, e che sperava che un giorno mi sarebbe toccata in sorte una figlia esattamente come me.

Tornammo quindi a Londra nell’ambulatorio al 367 dello Strand, dove il dottor De Ville, comprensibilmente ansioso, mi esaminò in modo più scrupoloso rispetto alla prima volta. Rimasi perfettamente immobile sulla sedia, imitando meglio che potevo una statua greca, proprio come Miss Montgomery mi aveva chiesto di fare in una severa lettera.

Poi io e mia madre ci sedemmo una di fianco all’altra, mentre il dottore studiava i suoi appunti. «Ho capito dov’è sorta la difficoltà» annunciò dopo un quarto d’ora che ci parve lungo e pieno di tensione. «Ho misurato accuratamente le sporgenze e rientranze la prima volta, ma vi sono altri fattori di cui non ho tenuto conto».

«Quali fattori?» chiese subito mia madre.

«Il linguaggio, per esempio. Sebbene non ci sia una rientranza sopra quell’organo, non c’è neanche una sporgenza, il che significa che questa facoltà non è né più né meno sviluppata della media. Musica e matematica, però, sono molto presenti rispetto alla forma complessiva del cranio, e la diagnosi dovrebbe rifletterlo».

Mia madre respirò profondamente, con le spalle dritte, il viso perfettamente calmo. «Con questo intendete dire che i suoi organi di immaginazione, meraviglia e armonia non si prestano alla poesia, ma piuttosto alla musica e alla matematica?»

«Esatto. Le due sono molto più vicine di quello che la maggior parte delle persone immagina».

Mia madre sorrise. «Naturalmente. È logico».

«Adoro la musica e la matematica» azzardai, «e non ho mai voluto essere poetessa».

Era la cosa giusta da dire, a quanto pareva, perché il dottore fece un sospiro di sollievo e mia madre sorrise. Li guardai congratularsi vicendevolmente mentre lui ci accompagnava alla porta, e nascosi il mio divertimento. Perché non avrebbero dovuto essere soddisfatti? Entrambi avevano avuto esattamente ciò che desideravano dalla ripetizione dell’esame. Da parte mia, ci avevo guadagnato un altro giro a Londra, e non potevo lamentarmi.

In privato, però, li disprezzai per avere interpretato le prove in modo che si adattassero alla conclusione che volevano loro, e da quel momento in poi rimasi scettica sulla frenologia. Mia madre, invece, lasciò lo studio del dottor De Ville assolutamente convinta della sua validità. Le aveva confermato ciò di cui lei era già convinta, quindi doveva essere una scienza vera e propria. Cominciò a studiare seriamente la frenologia, e ad assistere a dimostrazioni delle sue applicazioni pratiche, e prese l’abitudine di valutare tutte le persone che incontrava in base alla forma del cranio. Non si spinse fino a chiedere ai nuovi conoscenti di poter toccare loro la testa, però; questo era un privilegio riservato alle amiche più strette.

E che amiche, poi. Non mi piacevano le donne che frequentava mia madre, ma la invidiavo per il fatto che le aveva accanto. Avevo trascorso del tempo in compagnia dei miei pochi amici, oltretutto criticati da mia madre, solo di rado prima di essere colpita dalla malattia, e quando mi era calata la vista, per molte settimane non avevo potuto neanche più corrispondere con loro. Un’altra triste conseguenza della malattia era che nel frattempo diversi di loro erano scomparsi dalla mia vita. Altri si erano rivelati più fedeli; tra loro George Byron, che consideravo ancora un fratello minore, e la mia spiritosa e simpatica amica Fanny Smith.

Alcuni mesi dopo la mia escursione nel mondo della frenologia, il 10 dicembre 1831, Fanny mi scrisse una lettera divertente (qualcuno l’avrebbe definita sfacciata) in occasione del mio sedicesimo compleanno. «Mia cara Ada» cominciava, «ti faccio tanti auguri in questo giorno, e spero che comincerai a pensare seriamente a camminare sulle tue gambe invece che su quelle di legno prese in prestito, e che per il prossimo compleanno non sarai più storpia…»

Nessuno lo desiderava più di me, e mi esercitai strenuamente tutto l’inverno per riuscire a liberarmi di bastone e stampelle una volta per tutte, e per diventare snella e graziosa. Ma mi impegnai ancora di più per nutrire la mia mente attiva e fertile, che cresceva libera quasi a sfidare le carenze del corpo.