In aprile riuscivo ormai a camminare abbastanza bene da sola, ed ero costretta a usare il bastone solo se il giorno prima avevo esagerato con l’attività fisica. Mia madre decise che ero abbastanza forte per sopportare un altro trasloco, e prima che avessi avuto il tempo di formulare un’argomentazione solida a favore del ritorno a Kirkby Mallory senza mandare via suo cugino che amministrava la proprietà, prese in affitto Fordhook, un’elegante villa alla periferia di Ealing Common. Fordhook era stata la casa di Henry Fielding, autore del popolarissimo Tom Jones e di altri romanzi del XVII secolo che parlavano di avventure dissolute, e che non avevo avuto il permesso di leggere.
Mia madre mi trovò diversi tutori. Studiavo francese, tedesco, latino, storia, geografia, filosofia, scienza naturale, musica (che adoravo) e matematica (che amavo anche di più). Ero bravissima in geometria, e lasciavo il mio tutore a bocca aperta, per la gioia di mia madre. Non ho dubbi che la sua approvazione mi spingesse a lavorare anche di più, a progredire più in fretta, a padroneggiare concetti più difficili. Se avesse espresso una maggiore soddisfazione per i miei progressi in geografia, forse sarei diventata una grande cartografa o un’esploratrice illustre.
C’erano giorni in cui avrei dato quasi qualunque cosa per scappare da Fordhook e partire per una delle regioni più lontane del globo terrestre, perché mia madre aveva chiesto a tre delle sue amiche più care, e più sospettose, di prendersi cura di me durante le sue frequenti assenze. Le tre, Miss Mary Montgomery, Miss Frances Carr e Miss Selina Doyle – la zia di Fanny, priva della dolcezza e simpatia della nipote – mi tenevano sempre sotto controllo. Prendevano nota dell’ora in cui mi alzavo, e se ero in ritardo di un minuto mi davano dell’indolente. Studiavano il mio piatto ai pasti; se finivo tutto ero golosa, se lasciavo più di qualche boccone per educazione ero una sprecona. Se non eseguivo le istruzioni nel momento in cui mi venivano impartite ero ostinata. Se non le ringraziavo umilmente per le loro critiche, ero orgogliosa, superba e arrogante.
L’aspetto peggiore della loro osservazione costante era la perdita della mia solitudine contemplativa. Ho parlato così spesso della mia solitudine quasi perenne da avervi forse indotto a pensare che detestassi stare da sola, ma non era così. Amavo le ore di silenzio ininterrotto che potevo riempire con i miei pensieri – spesso matematici, ogni tanto metafisici, talvolta capricciosi – ma le amiche di mia madre non sopportavano di vedermi inattiva, come ritenevano che fossi. Forse credevano che stessi progettando qualche malefatta. Se mi sorprendevano a sognare a occhi aperti, mi ordinavano di prendere un libro, o una penna, o ago e filo, un’attività che erano in grado di comprendere. Stringevo i denti e obbedivo, aspettando con ansia il momento di andare a letto, quando potevo giacere al buio e riflettere quanto volevo. Solo di rado aprivano la porta per assicurarsi che non combinassi guai.
Ogni giorno era la stessa cosa. Se due di loro avevano gli occhi puntati su di me, la terza ne approfittava per scrivere a mia madre una lista dettagliata di lamentele sul mio conto, e se solo una mi teneva d’occhio, le altre due stavano sicuramente parlando di quanto fossi cattiva, testarda, disobbediente e poco rispettosa. Non riuscivano a capire come una donna così saggia, buona, pia e ammirevole quale Lady Byron avesse potuto avere una figlia deplorevole come me. La colpa, evidentemente, era del cattivo sangue Byron, quindi mia madre non aveva alcuna responsabilità.
Erano tutte nubili e, non avendo figli, avevano molto tempo per osservare e giudicare come le altre donne crescevano i loro. Ancora adesso mi irrito al ricordo: non mi accordavano un momento di pace, le loro occhiate di accusa e condanna mi seguivano ovunque, mi tormentavano e mi aggredivano al minimo errore. Mi odiavano a morte, non so perché, forse erano gelose del mio legame di parentela con mia madre, qualcosa che non avrebbero mai potuto portarmi via né avere per sé. Ho già ammesso che non ero certo una figlia perfetta, ma inventavano e ingigantivano degli episodi sul mio conto senza scrupolo alcuno, come se volessero creare degli screzi tra me e mia madre. Mi perseguitavano con una tale crudeltà che le soprannominai le Tre Furie, anche se solo nei miei pensieri e nelle mie lettere a Fanny Smith. Le disprezzavo con tutto il cuore.
Avevo un po’ di tregua quando mia madre tornava a Fordhook, perché le Furie preferivano di gran lunga ammirare lei che guardare male me. Purtroppo le sue visite comportavano invariabilmente almeno una riunione nel suo studio dove le tre presentavano le loro accuse: testardaggine, scortesia, indolenza, malignità e molte altre offese.
«Non ho fatto nulla di male» protestavo ogni volta. «Mi odiano e vogliono che mi odi anche tu».
«Che sciocchezze, Ada» mi rimproverava mia madre. «Sono brave donne cristiane e non raccontano bugie».
«Esagerano e infiorano, allora. Chiedi loro di essere specifiche. Domanda loro esempi precisi. Non posso difendermi contro queste accuse generiche».
Ma le mie proteste la rendevano solo più sicura della mia colpevolezza. Ogni riunione terminava con me, esausta, rassegnata, che promettevo a mezza voce di comportarmi meglio.
L’unica vera fuga dalle Furie erano le rare gite a Londra con mia madre, a volte con pernottamento, più spesso in giornata. Ero migliorata al punto che di solito potevo fare a meno del bastone. Forse in mia assenza le sue amiche lanciavano sguardi feroci al bastone e scrivevano relazioni implacabili sulla sua indolenza.
Ai primi di agosto ebbi due settimane di libertà dalle mie aguzzine quando mia madre mi portò a Brighton, una delle sue località balneari preferite nel Sussex. Camminammo sulle spiagge, assistemmo ai concerti, passammo tante ore a leggere e, con mia immensa gioia, cavalcammo. Era molto tempo che non andavo a cavallo e la mia paura infantile all’inizio riaffiorò, ma il mio maestro era bravo e rassicurante, e presto ripresi fiducia. I miei cavalli erano di ogni colore – neri, grigi, nocciola – ed erano tutti aggraziati, belli e forti. Una volta, dopo che mia madre mi ebbe osservato cavalcare al piccolo galoppo, mi disse: «È la prima volta che ti vedo tenere le redini perfettamente. Brava, figlia mia».
«Grazie, mamma» risposi, estremamente contenta per quel raro complimento.
Mentre eravamo a Brighton, mia madre mi prenotò delle lezioni di chitarra, che secondo lei sarebbe stata un piacevole accompagnamento al canto. Il mio maestro era un nobile spagnolo, il conte Urraea, ridotto in povertà ed espulso dal suo paese con molti altri sventurati connazionali. Suonava divinamente, e ammiravo la sua capacità di produrre l’effetto di una banda o di un’intera orchestra, con tanto di arpa e nacchere, con quel suo solo strumento all’apparenza semplice. Avrei detto a mia madre che le sue mani agili e veloci, o almeno la chitarra, sembravano incantate dalle fate, se avessi pensato che la battuta l’avrebbe divertita invece che indispettita.
Avrei voluto che la Regina delle Fate facesse un sortilegio per far scomparire le amiche di mia madre prima del nostro ritorno a Fordhook, purtroppo però avevano messo radici: non c’era modo di cacciarle via, solo di allontanarle per brevi periodi. C’erano per il mio diciassettesimo compleanno, ma se ne andarono a tormentare le rispettive famiglie durante le vacanze di Natale, che festeggiai quindi con grande allegria, giocando con Puff, cantando e suonando melodie natalizie con la chitarra, respirando in libertà e dormendo profondamente come non ero riuscita a fare dal ritorno da Brighton.
All’inizio del nuovo anno, mia madre decise di aggiungere la chimica e la stenografia ai miei studi, e ingaggiò due nuovi tutori. Un chimico in pensione, burbero ma brillante, mi insegnò la materia con lettere frequenti e incontri settimanali a Fordhook, durante i quali mi guidava con esperimenti istruttivi e interessanti. Il tutore di stenografia, Mr William Turner, era di alcuni decenni più giovane, ma molto bravo nella sua materia. Era serio e paziente, anche quando mi distraevo e cominciavo a ritrarre Puff o un vaso di fiori invece di formare i simboli stilizzati che dovevo imparare.
Non ricordo quando notai per la prima volta quanto fosse bello Mr Turner, quanto gli brillassero gli occhi castani quando era orgoglioso di me, come i capelli dorati gli ricadessero in onde morbide sulla fronte quando si concentrava, o della graziosa fossetta che gli si formava sulla guancia destra quando sorrideva. Cercavo di farlo sorridere il più spesso possibile per il piacere di vedere quella fossetta apparire, sparire e apparire di nuovo, come il sole che fa capolino tra le nubi in una giornata nuvolosa.
Chiacchieravamo sempre qualche minuto prima dell’inizio e alla fine delle lezioni, ma volevo saperne di più sul suo conto. Con il passare delle settimane riuscii a scoprire che aveva vent’anni, solo tre più di me, che aveva studiato alla London University, che il suo fratello maggiore vi era diventato il primo professore di chimica e che lui stava mettendo da parte ciò che guadagnava per proseguire gli studi, e che attualmente viveva con i genitori, la sorella maggiore e i fratelli più piccoli a circa tre chilometri da Fordhook.
«Avete un’innamorata?» chiesi con aria innocente.
La fossetta apparve e sparì. «No, Miss Byron, non ho un’innamorata».
«Vorreste averne una?»
Sostenne il mio sguardo per un lungo istante, con un sorriso lieve, diffidente e divertito. «Se dovessi incontrare una giovane donna amabile che riesca a sopportarmi, non avrei obiezioni».
Le sue parole mi fecero avvampare, e mi sentii costretta a distogliere lo sguardo. Feci un respiro profondo e mi concentrai sul quaderno, ma da quella volta, quando mi capitava di incrociare il suo sguardo, sentivo un insolito calore, un delizioso tremore nel petto e nello stomaco, che mi impediva di guardarlo negli occhi troppo a lungo.
Mr Turner cominciò ad arrivare in anticipo, per avere più tempo per chiacchierare prima che iniziasse la lezione vera e propria, e spesso si tratteneva dopo, accettando la tazza di tè che mia madre gli offriva se veniva a cercarmi nello studio, e lo trovava ancora lì. «Che giovanotto serio» mi disse una sera a cena, con aria di approvazione. «Altri giovani nella sua posizione scapperebbero via non appena scocca l’ora. Sono felice che resti finché non è certo che tu abbia imparato la lezione».
«Anch’io» dissi, bevendo in fretta un sorso d’acqua per mascherare un improvviso disagio.
Nei giorni seguenti mi venne da ridere vedendo che la materia in cui ero meno brava era diventata il punto centrale delle mie giornate. Perfino la matematica mi annoiava rispetto alle ore con Mr Turner, durante le quali ammiravo le sue dita eleganti che stringevano la penna o studiavo le sue mani che disegnavano con facilità tratti perfetti. Spesso, quando mi esercitavo copiando i suoi segni, avevo l’impressione di sentire il suo sguardo su di me, ma se voltavo la testa trovavo i suoi occhi sulle pagine, la fronte aggrottata per la concentrazione. Delusa, riprendevo a lavorare e sentivo di nuovo quello sguardo su di me.
Una volta credetti di sentire la sua mano sfiorarmi i capelli dove i ricci scuri mi ricadevano sulla schiena, ma poteva essere stato uno scherzo della mia immaginazione. Avevo avuto poche amicizie e scarsi affetti nei miei diciassette anni, e ricordavo bene la crudele predizione secondo cui non sarei mai stata graziosa. Però, sebbene desiderassi che Mr Turner fosse mio amico – più che amico – era impossibile immaginare che provasse la stessa cosa per me.
Con il migliorare delle mie doti di stenografa – perché desideravo a tal punto compiacere Mr Turner che facevo in modo di imparare nonostante la tendenza a distrarmi – parte di ogni lezione era consacrata alla dettatura. Leggeva ad alta voce un brano tratto da un giornale o da un libro, e io scrivevo le parole e le frasi. A volte stava in piedi accanto alla finestra, dove la luce evidenziava il colore dorato dei capelli; altre volte camminava avanti e indietro davanti a me, ed era molto difficile non sollevare lo sguardo per ammirarlo, tanto più che da dov’ero seduta godevo di una visuale ottima.
Un gelido pomeriggio di febbraio, stava leggendo ad alta voce la descrizione di un ballo quando si interruppe per chiedermi perché stavo scuotendo il capo.
«Davvero?» chiesi sorpresa. «Non me n’ero accorta. Solo che non ricordavo che la quadriglia si ballasse così».
«Come la ricordavate?»
«Un po’ più vivace, forse. Meno composta».
Rise. «Una quadriglia vivace. Che idea interessante».
«Non è impossibile» protestai. «Voi cosa ne sapete?»
Mi guardò divertito. «Miss Byron, so ballare la quadriglia».
Mi sentii avvampare. «Come potevo saperlo? Non pensavo foste un ballerino».
Sorrise, posò il giornale e tese le braccia. «Consentitemi di dimostrarvelo». Quando esitai, disse: «Non vorrete insinuare che sono sgraziato e goffo senza neanche lasciarmi l’opportunità di difendermi nell’unico modo possibile…»
Mi alzai e gli permisi di prendermi tra le braccia; canticchiando un motivetto veloce e allegro, mi guidò per qualche battuta del ballo. Ero profondamente conscia della mia mano nella sua, del suo palmo sulla mia schiena, in basso. Mi sentivo la testa leggera, avevo il capogiro, e non certo per colpa delle piroette.
Si fermò di scatto, lasciandomi andare le mani, e fece un passo indietro. «Spero di avervi dimostrato che ho ragione» disse con un filo di voce.
Tornai subito a sedermi perché non vedesse quanto tremavo. «Sì, e avrete visto che avevo ragione anch’io».
«Esatto. La quadriglia può essere vivace». Fece un piccolo inchino. «Vi prego di accettare le mie scuse».
«Solo se accettate le mie» dissi, cercando di assumere un tono leggero. «Ho sbagliato a insinuare che non sapeste ballare, e vi prego di perdonarmi».
Sorrise e vidi di nuovo la fossetta che mi toglieva il respiro.
Non ballammo il giorno dopo e nemmeno il successivo, e il terzo giorno sembravamo tornati su un terreno più sicuro. Verso la fine della lezione iniziammo a parlare degli usi pratici della stenografia. «Forse un giorno dovrò scrivere sotto dettatura del re Guglielmo o della regina Adelaide» osservai, sorridendo a quell’immagine.
Inarcò le sopracciglia. «Avete intenzione di diventare scrivana di corte?»
«Esistono ancora?» chiesi, stando al gioco. «Vi sono mai state delle scrivane donne? No, l’ho detto solo perché mia madre spera di presentarmi al re e alla regina in maggio. Sarà la mia prima Stagione a Londra».
«Ah, sì. La Stagione». Annuì, e con grande nonchalance aggiunse: «Allora sposerete presto un fortunato gentiluomo».
«Non troppo presto, spero» dissi, con più foga di quanto avessi voluto. Ricomponendomi, mi costrinsi a sorridere e dissi: «La caccia comincia in maggio. Non riferite a mia madre che l’ho detto, ma spero tanto di non riuscire a catturare un marito per qualche stagione».
«Il vostro segreto è al sicuro con me». Cercò anche lui di sorridere, ma sembrava molto infelice. «Ebbene, Miss Byron, speriamo in un fallimento a breve termine coronato da un successo in tempi più lontani».
«Sono d’accordo» dichiarai, chiedendomi come interpretare la sua costernazione alla prospettiva che sposassi uno scapolo disponibile. Forse non significava nulla. Forse rimpiangeva solo l’imminente perdita di quella fonte di reddito.
La primavera giunse presto a Fordhook quell’anno, e quando il tempo era bello le nostre lezioni si svolgevano all’aperto, in giardino. Mia madre non c’era, e anche con le Tre Furie che ci spiavano da dietro le siepi e ci fulminavano con lo sguardo dall’altro capo degli steccati, in compagnia di Mr Turner assaporavo un senso di leggerezza e libertà e un brivido di impazienza che non avevo mai provato in compagnia di nessun altro.
A volte, nel bel mezzo delle nostre lezioni, ci distraevamo dall’argomento dello studio e cominciavamo a chiacchierare come amici. Mi parlava della sua famiglia e del suo progetto di continuare gli studi a Cambridge per diventare insegnante di letteratura. «Io vorrei diventare professoressa di matematica» dissi, soprattutto per farlo sorridere, perché non c’erano insegnanti donne a Cambridge, o Oxford, o in qualsiasi altro posto, che io sapessi. «Pensate che sarebbe possibile?»
Quando mi guardò, vidi un’ammirazione senza limiti nei suoi occhi. «Miss Byron, credo che potreste essere la prima. L’unico problema è che…»
«Cosa?» lo incalzai, temendo che dicesse che non ero abbastanza intelligente.
Si strinse nelle spalle, imbarazzato. «Stavo per dire che la vostra bellezza sarebbe una meravigliosa distrazione per i vostri studenti maschi, ma ho pensato che fosse meglio tacere perché avreste potuto prenderla come una vuota lusinga, anche se non lo è. Non lo è e…» Esitò, pensando a ciò che stava per dire. «Ecco, se non riescono a restare concentrati sui loro studi, è un problema loro, non vostro».
Mi sentii ardere, desiderata e desiderabile, brillante, graziosa e intrigante. Nessuno, a parte la mia fedele amica Fanny Smith, mi aveva mai detto che ero bella. «È un bene che non l’abbiate detto» lo canzonai, godendomi il calore del suo sguardo, «perché avete ragione: sembra un complimento vuoto. Un futuro professore di letteratura dovrebbe fare più attenzione con le parole».
Mi sorrise con gli occhi luccicanti, ma a un tratto il suo sguardo si spostò dietro di me. Mi guardai alle spalle, e vidi Miss Montgomery a tre metri di distanza, che studiava con grande attenzione un cespuglio di ginepro.
In virtù di un tacito accordo riprendemmo la lezione, ma sentivo lo sguardo di Miss Montgomery sulla nuca, come se cercasse di scavarvi nuovi avvallamenti da sottoporre allo studio del frenologo con la sola forza della sua antipatia.
Un pomeriggio, una pioggia ghiacciata ci costrinse a restare dentro casa. Avevamo appena finito la lezione quando Miss Montgomery entrò con il libro mastro di mia madre. «Mr Turner, per favore» disse con aria compassata, «posso rubarvi qualche istante per parlare del pagamento e degli orari delle lezioni per il resto della primavera? Lady Byron desidera che Miss Byron prosegua gli studi, se riusciamo a trovare un accordo».
«Certo» disse Mr Turner, e mi fece una smorfia, scegliendo il momento opportuno per non mostrarsi alla Furia.
Quando Miss Montgomery posò il libro mastro su un tavolo all’altro capo della stanza, Mr Turner si precipitò ad aiutarla a sedersi. «Ada» mi disse appena si fu sistemata, «la cosa non ti riguarda. Comincia a studiare geografia».
Presi il libro di geografia dalla pila dei volumi che avevo davanti, mordendomi le labbra per non dirle che, se dovevano discutere le mie lezioni col tutore, la cosa mi riguardava eccome. Cercai di leggere, ma la morbida voce da tenore di Mr Turner continuava a distrarmi. Mi chiesi se cantasse. Sembrava avere la voce adatta. Lo guardai con un sorriso vago, e la loro conversazione svanì mentre ci immaginavo impegnati in un duetto.
«Ada!» esclamò Miss Montgomery seccata. «La geografia».
Immediatamente abbassai gli occhi sul libro, ma li risollevai quasi subito. Una volta Mr Turner incrociò il mio sguardo e mi lanciò un’occhiata di avvertimento talmente comica che scoppiai quasi a ridere, ma riuscii a nasconderlo con un colpo di tosse. Miss Montgomery si voltò accigliata, e qualcosa nel mio viso – gli occhi lucidi, forse, o le guance arrossate – suscitò i suoi sospetti.
Sorrisi con espressione innocente e sollevai il libro per coprirmi il viso, ma non appena ripresero a parlare lo riabbassai un poco, per riuscire a guardare Mr Turner. Aveva degli zigomi così eleganti, pensavo, e un mento così perfetto. Con un viso del genere avrebbe dovuto essere un principe, o almeno un duca. Era certamente più bello di quasi tutti gli aristocratici che avevo conosciuto.
A un tratto Miss Montgomery si voltò. «Ada Byron!» esclamò arrabbiata. «Se non fossi un’ingenua, penserei che il tuo tutore ti interessa più della geografia».
«Per fortuna che non siete un’ingenua, allora» ribattei.
«Rimettiti a studiare oppure vattene».
«Studio dove o quando mi aggrada» ribattei indignata.
Mr Turner scosse il capo, con un gesto quasi impercettibile ma disperato, e avrei voluto rimangiarmi le parole.
Miss Montgomery rimase a bocca aperta. «Ora basta, Ada. Esci da questa stanza».
«No».
«Ada, vattene, e subito».
Miss Montgomery sembrava prossima a un attacco apoplettico, e Mr Turner pareva costernato, così mi alzai e me ne andai senza dire una parola. Andando in camera mia mi fermai nell’ingresso, furibonda. Non aveva il diritto di mandarmi via così, come una bambina. Sì, ero più interessata al mio tutore che alla geografia. Avrei dovuto essere stupida, per non dire miope, per non esserlo.
Corsi nello studio di mia madre e presi carta e penna. «Caro Mr Turner» scrissi, «mi dispiace essermi congedata da voi senza avervi salutato come si deve». Feci un respiro profondo, riflettei sulle conseguenze di ciò che volevo scrivere dopo e mi buttai. «Se detestate i nostri addii quanto me, vi prego di incontrarmi nella serra a mezzanotte. Se vi ho frainteso, non ve ne riparlerò più, e dovete dimenticare tutto ciò».
Quando l’inchiostro si asciugò, piegai la carta in un rettangolino tanto piccolo da stare nel palmo della mano. Dopo essermi calmata, tornai in salotto. Miss Montgomery aveva certo immaginato che mi sarei rifugiata in qualche angolino a piangere di vergogna, perché mi lanciò uno sguardo talmente indignato che avrebbe potuto staccare la vernice dai muri.
«Non posso studiare geografia senza il libro» dissi, attraversando la stanza per prenderlo, e aggiungendovi i manuali di tedesco e latino per sicurezza. Mentre mi dirigevo al loro tavolo, inclinai il capo con aria contrita dinanzi alla Furia irata. «Vi prego di accettare le mie scuse per la mia impertinenza». A Mr Turner tesi la mano, con il biglietto nascosto nel palmo. «Mr Turner, mi dispiace molto per avere interrotto il vostro incontro».
Lui si alzò, mi tese la mano e il biglietto passò dal mio palmo al suo. Quando ci staccammo, si mise la mano destra in tasca e rimase in piedi. Feci un ultimo cenno di scuse a entrambi e me ne andai in fretta.
Mai un pomeriggio passò con tanta lentezza. Salii in camera mia presto, e le Furie furono così contente di liberarsi di me che non mi fecero domande. Mi coricai sul letto, pensando di dovermi riposare per avere un’aria fresca e graziosa per Mr Turner, se fosse venuto. Ebbi un tuffo al cuore. Forse non sarebbe venuto. Gli piacevo, quello era certo, ma forse non provava per me quello che provavo io per lui.
Alle undici e mezzo spinsi via il copriletto, mi lavai il viso e mi spazzolai i capelli, mi vestii in fretta al buio, mi misi sulle spalle lo scialle più pesante e scesi al piano inferiore, facendo una smorfia a ogni scricchiolio del pavimento di legno, aspettandomi che da un momento all’altro le Furie scendessero, gridando e agitando gli artigli come vere arpie.
Passai dalla sala da pranzo alla cucina al retrocucina, poi uscii da una porticina secondaria. La notte primaverile era fredda e umida, la rugiada imperlava gli steli d’erba lungo il sentiero verso la serra. Anche se cercavo di camminare senza far rumore, le pantofole facevano scricchiolare la ghiaia del sentiero, e il suono riecheggiava contro i muri di casa dietro di me. Giunsi alla serra con qualche minuto di anticipo, e quando sgusciai dentro e mi chiusi la porta alle spalle, cercai di calmare i battiti impazziti del mio cuore. Lui sarebbe venuto e saremmo stati insieme, pensai togliendomi lo scialle e scrollandomi le gocce di rugiada dai ricci scuri. Oppure, invece, non sarebbe venuto, e presto sarei tornata in camera mia, da sola, umiliata e con il cuore infranto. L’avrei saputo tra poco, pensai piegando lo scialle e posandolo su un tavolo lì accanto, dove vasi e piatti vuoti di terracotta erano in attesa del giardiniere.
«Miss Byron?»
Mi voltai di scatto, col cuore in gola, verso l’angolo oscuro da cui era giunta la voce. «Mr Turner?» sussurrai, quando una forma nota sbucò dalle ombre.
«Sì, sono qui».
Mi sentii traboccare il cuore quando si avvicinò. Era venuto. «Sono felice» mormorai, scrutandolo in viso, desiderando disperatamente sapere cosa pensasse. Avrebbe potuto essere venuto per rimproverarmi della mia follia, per dirmi che mi considerava semplicemente la sua allieva, niente più.
«Odio i nostri addii» disse a voce bassa, come se si trattasse di una confessione riluttante. «Non sapevo che li detestaste anche voi».
«Non li sopporto» ammisi. «Non riuscirei a sopportarli, se non vi fosse la promessa della lezione successiva».
Sospirò, addolorato, e avrei voluto non avergli ricordato la differenza di ceto tra noi. «Dovete sapere che vostra madre non mi permetterebbe mai di corteggiarvi».
Ma lui lo voleva, era questo che intendeva dire, e mi sentii combattuta tra gioia e disperazione. «Non lo sapete per certo».
«Sì, invece, e lo sapete anche voi».
«Mia madre ha amici di ogni ceto sociale».
«Ma non sceglierà il marito di sua figlia tra persone di un rango inferiore». Chinò il capo e mi prese le mani, intrecciando le dita con le mie. «Sono un professore. Voi siete una giovane ereditiera. Vostra madre, e tutti gli altri, penseranno che mi interesso ai vostri soldi…»
«Non mi importa cosa pensano gli altri. Io so che non è vero».
«Certo che non è vero. Mio Dio, come sarebbe più semplice se foste la figlia di un bottegaio, o una governante. In quel caso, ora potrei baciarvi e…»
«Potete baciarmi ora» dissi con le lacrime agli occhi, e sollevai il viso verso il suo. Un attimo dopo sentii le sue labbra sulle mie, morbide e calde, insistenti e dolci. Mi prese tra le braccia e mi strinse a sé; io mi feci ancora più vicina, e prendemmo a baciarci fino a trovarci senza fiato, finché una corrente violenta mi attirò in profondità dove mi fu dolce annegare.
Poi le sue mani furono su di me, e le mie su di lui, ansiose di toccare, esplorare, carezzare. Mi afferrò i capelli, che si erano sciolti sulle spalle. Ci baciammo ancora, con passione crescente, la sua lingua nella mia bocca e la mia nella sua. Lo sentii armeggiare con i bottoni del mio abito ed ebbi l’impulso di aiutarlo, perché non volevo che ci fosse più nulla a dividerci.
Afferrò una coperta su un tavolo di germogli e la dispose per terra, tenendomi l’altra mano dietro al collo perché non mi allontanassi. Mi adagiò sul pavimento, baciandomi, accarezzandomi, poi fu sopra di me, e le mie mani gli slacciavano i pantaloni, lui li scalciò via, e mi baciò il collo mormorando il mio nome: «Ada, Ada, Ada». Lo sentii premere, eccitato e forte, contro la pelle morbida all’interno della coscia, e proprio mentre mi dicevo che stentavo a credere a ciò che stava accadendo, lui strinse i denti, rallentò e dopo avermi ansimato contro il collo mentre continuavo a baciarlo e a passargli le mani sulla schiena liscia e muscolosa, emise un gemito e si staccò da me.
«Mr Turner?»
Rise, ma la sua frustrazione era evidente. «Credo che tu mi possa chiamare Wills, Ada».
«Wills». Pronunciare il suo nome mi procurò una sensazione deliziosa. «Cosa c’è che non va?»
Si voltò sul fianco, mi tolse i capelli dal viso e mi baciò sulla guancia, restando con la bocca in quella posizione, vicino alla mia. «Nulla. Tutto».
«Perché…?» I battiti del mio cuore stavano rallentando. «Perché ti sei fermato? Forse ho…» Trassi un respiro profondo e tremante. «È stato il mio primo… Non ti piaceva?»
«Mio Dio, Ada, certo che mi piace. Mi piace così tanto che mi pare di morire».
«Perché, allora?»
Mi baciò, ma mi tremavano le labbra, e poi anche il mento, e strizzai gli occhi per non piangere. Non avrei sopportato di accrescere l’umiliazione crollando in quel modo davanti a lui.
«Perché?» mi fece eco. «Perché ti amo, Ada, e non intendo essere la causa della tua rovina».
Mi amava. Pensavo che sarei morta di felicità e di dolore. «Cos’è questa assurdità? Come puoi rovinare una donna amandola?» chiesi con voce tremante. «Nessuno parla mai di rovinare un uomo in questo modo».
«Per gli uomini è diverso. Lo sai. Non dipende da noi, ma è così».
«Ma non siamo fatti entrambi per questo? Se stacchi una mela da un albero, l’albero è rovinato? Se usi una penna nuova, è rovinata oppure viene finalmente usata per lo scopo per il quale è stata creata?»
Aveva il respiro corto, come se dovesse dare fondo a tutta la sua forza per trattenersi dal baciarmi le labbra, il collo, il seno. «Tu non sei una penna, Ada».
«Ma non sono neanche una bambina» ribattei. «Se amare significa rovinare, allora distruggimi pure irrimediabilmente!»
Wills mi passò di nuovo le mani tra i capelli, e si lasciò sfuggire un gemito profondo. «Non sai quanto lo vorrei».
«Sì, penso di saperlo. Non sei il solo a provare questo… questo desiderio frustrato». Lo baciai con passione. «Wills…»
«Non possiamo, Ada». Mi accarezzò la guancia. «E se rimani incinta?»
Solo se mia madre fosse entrata improvvisamente nella serra il mio desiderio si sarebbe smorzato più in fretta. «Sarebbe… molto difficile da spiegare».
«La spiegazione sarebbe la parte più semplice. Tutto il resto…»
Mi aiutò a infilare l’abito e si rivestì mentre cercavo invano di sistemarmi i capelli. Smisi quando mi resi conto che non importava: se le Furie mi avessero sorpresa rientrare in casa nel cuore della notte, i capelli in disordine sarebbero stato l’ultimo dei miei problemi.
Prima di uscire dalla serra, Wills mi prese il viso tra le mani e mi baciò. «Ada, amore mio, questo non può più succedere».
Un’ondata di rimpianto e dolore mi pervase, anche se me l’ero aspettato. «Lo so» singhiozzai, asciugandomi le lacrime. Gli gettai le braccia al collo e lo strinsi per un ultimo bacio, dolce e insistente. Come amavo il suo odore, fatto di carta, grafite e di qualcosa d’altro d’indefinibile, ma di indubbiamente maschile. Quanto desideravo essere sua, e che lui fosse mio.
Quello avrebbe dovuto essere il nostro ultimo bacio, e quando mi accompagnò alla porta del retrocucina, con la mia mano sul suo braccio, mi chiesi come avremmo potuto tornare ai rapporti di prima. Come potevo seguire i segni della sua penna con la mia, come potevo scrivere quello che mi dettava, senza ricordare il suo sapore, la sensazione delle sue labbra sulle mie, i muscoli forti ed elastici della sua schiena nuda sotto le mani?
Nei giorni che seguirono, durante le lezioni ci comportammo in modo impeccabile, il che era necessario per un’altra ragione, giacché la mia reazione insolita e la sfrontatezza nei confronti di Miss Montgomery avevano spinto le Tre Furie a tenermi d’occhio più del solito. Poi, quando ci trovammo da soli il secondo giorno dopo l’incontro nella serra, d’un tratto mi tirò dietro la porta del soggiorno e mi baciò a lungo, appassionatamente, finché non ebbi l’impressione di sciogliermi di piacere. Non mi ero mai sentita tanto amata, tanto desiderata, tanto… accettata per quello che ero. Di tutte le persone alle quali volevo bene o che mi vivevano accanto, solo Wills mi guardava in quel modo.
Seguirono altri baci rubati, e altre due volte ci incontrammo nella serra nottetempo. Il tocco di Wills destò passioni sopite che non avrei mai pensato esistessero in me, ma anche se raggiungemmo entrambi l’estasi, non mi penetrò mai. «Un giorno, forse» mormorò, baciandomi il viso mentre gli restavo aggrappata. Sapevo che intendeva dire se ci fossimo sposati, ma mi sembrava del tutto improbabile. Il cuore mi doleva al pensiero che non avremmo mai potuto avere niente più delle nostre lezioni e di quella passione clandestina.
Con l’aumentare dell’intimità tra noi, divenne più difficile nascondere il nostro affetto alle Furie. Sorrisi, occhiatine, battute, scherzi che sconfinavano anche nelle lezioni e nelle conversazioni, prima e dopo. Diventammo imprudenti, o meglio, io lo diventai. Stavamo praticando la dettatura in un angolo nascosto del giardino quando Wills mi paragonò alla dama della storia che stava leggendo, un paragone generoso e lusinghiero che mi scaldò il cuore e mi fece ridere forte di gioia. E fu così che Miss Doyle mi sorprese seduta sulle sue ginocchia, un braccio attorno alle sue spalle mentre gli solleticavo il mento con una margherita.
«Ada!» esclamò, avanzando a grandi passi mentre balzammo in piedi. «Mr Turner, non ho parole. Ci si può aspettare un gesto così sconveniente da questa bambina ribelle, ma voi…»
«Non ha fatto niente» protestai quando la Furia mi prese per un braccio e mi trascinò via. «Stava leggendo e ho deciso di fargli uno scherzo».
«Un bello scherzo, non c’è che dire». Miss Doyle lanciò uno sguardo torvo a Wills. «Mr Turner, voi siete il suo tutore, e un gentiluomo, o così pensavamo. Come osate sfruttare una ragazza sciocca e irruenta? Come osate tradire la fiducia che Lady Byron ha riposto in voi?»
Lui levò le mani in un tentativo inutile di placarla. «Miss Doyle, per favore…»
«Non dite un’altra parola. Prendete le vostre cose e andatevene subito da Fordhook». Mi spinse verso casa, e nel mio turbamento non provai a ribellarmi. «Avrete al più presto notizie da Lady Byron».
«Wills!» gridai, ma Miss Doyle mi fece girare su me stessa e mi spinse innanzi sul sentiero di ghiaia verso la nostra dimora.
Mi fu ordinato di restare in camera mia, e lì dentro soffrii, camminando nervosa avanti e indietro, preoccupata per Wills, maltrattando il cuscino per la rabbia. Mia madre venne chiamata a Brighton e giunse a Fordhook al tramonto. Mi aspettavo di essere convocata nel suo studio, ma mi punì costringendomi ad aspettare, angosciata e sola, finché non mi addormentai, avvilita.
Il giorno dopo mi svegliai presto e cominciai a lavarmi e vestirmi, ma non avevo ancora finito che Miss Doyle bussò alla mia porta e annunciò che mia madre mi aspettava nel suo studio. «Ti scorterò» disse, sostenuta. In qualunque altra occasione le avrei assicurato, ridendo, che non mi sarei certo persa durante il cammino, ma ero troppo turbata e preoccupata per rifiutare.
Le molte ore di solitudine mi avevano lasciato il tempo di preparare e ripetere la mia difesa, ma quando mi trovai infine davanti a mia madre, seduta dietro alla sua scrivania con la dignità solenne di un giudice, rifiutò di ascoltarmi. «Mr Turner verrà licenziato su due piedi» mi disse, con l’espressione di chi ha appena visto realizzarsi le sue peggiori ipotesi. «Viste le circostanze, non posso accordargli nessuna referenza».
«Non è giusto» protestai. «È un insegnante eccellente. Come farà a trovare un altro impiego senza referenze?»
«Un insegnante eccellente non si prende certe libertà con le allieve».
Se avesse saputo… Mi tremarono le ginocchia al pensiero della punizione che avrebbe inflitto a Wills se le Furie ci avessero sorpreso nella serra. «Ti prego, non punirlo per i miei errori. Come ho detto a Miss Doyle, Mr Turner stava leggendo ad alta voce quando gli sono andata in braccio. Doveva essere uno scherzo, ma è rimasto tanto sorpreso che non mi ha spinta via, ed è allora che lei ci ha scoperti».
«Miss Doyle mi ha già riferito la tua scusa». Sospirando, intrecciò le dita e posò le mani sulla scrivania. «Tuttavia, Miss Montgomery mi ha informato di averti già visto civettare con lui, e lui non ha fatto nulla per scoraggiarti».
«Non c’era nulla da scoraggiare! Quello che Miss Montgomery ha pensato di avere visto…»
«Ada, ora basta!» mi interruppe mia madre con voce stanca. «Ho deciso, ormai. Dopo aver avuto l’opportunità di riflettere, mi sarai grata, come lo sono io, che questo amoreggiamento sia stato interrotto sul nascere. La tendenza alla passione sconsiderata che avrai ereditato da…» Si interruppe, respirò profondamente e continuò. «Qualunque siano le tue inclinazioni naturali, puoi e devi controllarle».
Mi congedò, suggerendomi libri e opuscoli per aiutarmi a capire pienamente le terribili conseguenze che avevo evitato per un soffio. Non potevo prometterle di leggerli, quindi strinsi i denti e feci un cenno secco del capo che poteva essere eventualmente interpretato come un gesto di obbedienza.
La mia presenza era richiesta a colazione, ma avevo lo stomaco annodato e non riuscii a mangiare più di pochi bocconi. Il mio povero, caro Wills. Come avrebbe spiegato ai potenziali datori di lavoro perché era stato mandato via improvvisamente da casa di Lady Byron? Cosa ne sarebbe stato del suo sogno di continuare gli studi? Ribollivo di rabbia mentre guardavo mia madre che sorseggiava serenamente il tè seduta a capotavola, per nulla turbata dai rimorsi di coscienza dopo avere deciso di distruggere il futuro di un uomo.
Dopo colazione mi fu ordinato di tornare in camera mia per riflettere sui miei errori, invece ardevo di risentimento e di dolore. Come potevo ricominciare come prima, sottomettermi, quando l’uomo che amavo rischiava di perdere tutto?
Quando mi fu ordinato di raggiungere mia madre e le Furie per cena, avevo deciso.
Quella sera infilai poche cose in un piccolo bagaglio – due abiti, biancheria, il medaglione e l’anello che mi aveva regalato mio padre, il mio libro preferito di geometria – e lo nascosi sotto il letto. Aspettai. Le ore passarono, il buio scese su Fordhook, e non appena fui certa che tutti dormivano, presi la borsa e uscii dalla mia stanza e, passando dal retrocucina, sgusciai fuori. Sapevo che la casa dei suoi genitori era a circa tre chilometri di distanza, e ricordavo come arrivarci; speravo che, giunta al villaggio, avrei riconosciuto casa Turner in base alle descrizioni di Wills. Camminai in fretta alla luce di un quarto di luna, incespicando di tanto in tanto quando le ombre nascondevano il ciglio della strada. Il mio bagaglio non era pesante, ma non ero abituata all’esercizio e le braccia e le spalle cominciarono a dolermi, anche se spostavo la borsa da una mano all’altra quando mi sentivo stanca. Avevo una fitta a un fianco, e la scarpa destra mi fece venire una vescica al tallone, ma non mi sfiorò mai l’idea di tornare indietro.
Alla fine arrivai al villaggio, e mi aggirai tra le vie ispezionando le case in cerca dei dettagli che il mio amato Wills aveva nominato: una casa di pietra di due piani con le imposte rosse, cespugli di more nel giardino accanto all’abitazione, una corda abbandonata, usata dai bambini per dondolarsi, appesa a una vecchia quercia sul davanti. Quando infine la trovai quasi svenni dal sollievo, ma il cuore iniziò a battermi forte, perché non avevo progettato il mio arrivo, ma solo la fuga.
Rimasi immobile qualche minuto, incerta sul da farsi, ma cominciai a tremare per il freddo e l’umidità nonostante lo scialle pesante. Non potevo certo restare lì fino al mattino, sperando che Wills uscisse, ma mi rifiutavo di tornare a casa, quindi mi feci coraggio e bussai alla porta.
Una giovane donna con i capelli dello stesso biondo di quelli di Wills venne ad aprire, e capii subito che si trattava di sua sorella, Marjorie. «Sì, signorina?» disse, con l’aria preoccupata.
«Scusate se vi disturbo a un’ora così tarda» dissi senza fiato. «Posso parlare con Mr William Turner?»
«Certo». Aprì di più la porta. «Entrate, c’è umido fuori. La vostra carrozza si è rotta?»
«No, non sono in carrozza» dissi, guardandomi intorno nel salottino in cerca di un posto dove sedermi. Senza farmi altre domande ma lanciandomi un’occhiata interrogativa, mi offrì una sedia, si scusò e sparì in fondo al corridoio. Sembrò che passasse un secolo, poi apparve Wills seguito dalla sorella.
«Ada!» esclamò, stupefatto. Ricordando la presenza di sua sorella si corresse subito. «Miss Byron. Cos’è successo?»
«Cos’è successo?» ripetei. «Non ve l’hanno detto?»
«Sì, certo». Si inginocchiò davanti alla mia sedia e mi prese le mani. Disse alla sorella: «Marjorie, puoi lasciarci soli, per favore?»
«Credo che sia l’ultima cosa che dovrei fare» disse Marjorie guardandoci, «ma vado a mettere il bollitore sul fuoco e tornerò quanto prima col tè».
Uscendo lanciò al fratello uno sguardo di avvertimento, ma Wills mi stava guardando e non se ne accorse. «Sei gelata» disse, massaggiandomi le mani per trasmettermi un po’ del suo calore.
«Wills, cosa facciamo?»
«Credo che non possiamo fare proprio niente» rispose, evitando il mio sguardo. «Sono finito come tuo tutore. Come tutore di chiunque, anzi».
«Wills, mi dispiace, mi dispiace tanto…»
«Va tutto bene». Mi posò una mano sulla guancia, io chiusi gli occhi e ve la premetti. «Non è colpa tua, avrei dovuto… resistere».
«Sono contenta che tu non l’abbia fatto!» esclamai. «Wills, ti amo. Tu non mi ami?»
«Certo che ti amo». Per dimostrarlo mi baciò, e gli credetti. «Voglio sposarti».
«Fatto! Accetto» dissi, con una risatina nervosa.
Sorrise, e gli baciai velocemente la guancia prima che la fossetta sparisse. «Potrei chiedere la tua mano a tua madre» disse. «Non ho niente da perdere a questo punto. Potrebbe dire di no, oppure potrebbe avere pietà di noi e dire di sì».
«Rifiuterebbe» dichiarai con amarezza. «Non c’è nulla che la indurrebbe ad accettare».
Prese le mie mani nelle sue e se le portò alle labbra. «Forse…» Esitò. «Forse potremmo darle noi una spinta ad accettare. Se facessimo una fuga d’amore…»
«Sì!» esclamai, con un brivido di speranza. «A quel punto dovrebbe lasciarci sposare. Ma…» Non potevo illuderlo. «Mia madre ha il controllo sul mio denaro. Potrebbe diseredarmi. Le importa così poco di me che probabilmente lo farà».
Mi baciò tanto a lungo e con tanta tenerezza che mi venne il capogiro. «Non amo il tuo denaro. Amo te. Posso provvedere a entrambi, se ti accontenti di uno stile di vita più semplice».
«Ma certo» dissi. «E posso contribuire anch’io. Posso dare lezioni a delle ragazze più giovani: matematica, scienze…»
«Ada» disse, tornando serio all’improvviso, «sei sicura che è questo che vuoi? Non intendo costringerti a imboccare una strada che più tardi rimpiangeresti».
«Guarda dove mi trovo» dissi, sollevando le mani e lasciandole ricadere in grembo. «Sono scappata. Praticamente l’ho già fatta, la mia fuga d’amore».
Ridemmo insieme e ci baciammo. Mentre Marjorie tornava con il tè, Wills mi prese la mano e mi portò in una stanzetta al piano superiore, dove prese una piccola valigia dall’armadio, la aprì sul letto e cominciò a riempirla di vestiti.
«Andremo a Edimburgo» annunciò, facendo la spola tra l’armadio, la scrivania e la valigia. «Ho uno zio, lì, il fratello minore di mia madre. Gli diremo che ci siamo sposati qui, e ci accoglierà. Quando a qualcuno verrà in mente di cercarci sarà passato troppo tempo, e i nostri genitori capiranno che lasciarci sposare sarà l’unica possibilità».
«Oh, sì, Wills, sì!» esclamai, sopraffatta dalla gioia.
Mi sorrise e fece per aggiungere qualcosa, ma proprio allora si bloccò e il suo sorriso svanì. Corse alla finestra, e a quel punto la udii anch’io: una carrozza che si fermava davanti a casa. «Resta qui» disse con un’espressione rabbuiata mentre usciva a grandi passi dalla stanza.
«Wills…» Mi precipitai alla finestra e sbirciai fuori, dove scoprii la carrozza di mia madre ferma davanti alla porta. Arretrai, inciampai contro il letto e vi caddi sopra. La nostra fuga era finita prima ancora di cominciare.
Più tardi seppi che qualcuno di casa Turner aveva sentito i nostri progetti ed era andato a dirlo a Fordhook. Mia madre non era venuta di persona, naturalmente, ma aveva mandato Miss Doyle e Miss Montgomery a prendermi. Dopo una brutta scenata in cui Wills si era infuriato, io avevo pianto, i genitori e la sorella di Wills si erano schierati contro di noi e le due Furie avevano manifestato tutta la loro gelida malevolenza e avevano lanciato velate minacce, ero stata strappata a forza da Wills e costretta a uscire di casa e a salire in carrozza. Le Furie mi rimproverarono durante tutto il tragitto di ritorno, ma le udii appena. I nostri progetti erano stati rovinati, le mie speranze erano distrutte per sempre.
Non appena varcai la soglia cominciò l’attesa del giudizio di mia madre. Non sarebbe giunto quella sera, perché prima sarei stata vittima delle Furie, che mi portarono di sopra, mi spogliarono, mi sottoposero a domande orrende ed esami umilianti per capire l’entità dei danni.
Una volta terminato quel calvario, controllarono che mi mettessi a letto, e dopo che ebbero chiuso la porta udii una sedia trascinata sul pavimento nel corridoio fuori dalla mia stanza. Sapevo che una di loro sarebbe rimasta di guardia tutta la notte.
Il giorno successivo la colazione mi fu portata in camera su un vassoio, e lo stesso il pranzo. Non riuscii a mangiare nulla. Trascorsi le ore camminando, scrivendo a Wills lettere piene di angoscia e passione, rimuginando sul nostro piano di fuga, disperando di vederlo realizzato. Poi, quando mi fui sfinita per la collera e l’ansia, venni infine convocata.
Mia madre sedeva alla scrivania, con l’atteggiamento tipico del giudice. Mi indicò una sedia. Dichiarai che preferivo stare in piedi, lei aspettò con infinita pazienza, e alla fine cedetti e mi sedetti con aria torva.
«Sarai felice di sapere, ne sono certa» esordì, «che ho deciso di non denunciare Mr Turner».
La fissai allibita. Non avevo neppure contemplato quella possibilità.
«Non perché non abbia infranto la legge» continuò, «ma perché se questo incidente viene portato dinanzi a un giudice, la stampa se ne impadronirà, e perderemo le poche possibilità che abbiamo di far passare sotto silenzio la faccenda».
«Non ha fatto nulla di male» dissi. «Ho diciassette anni, sono una donna adulta, aveva il mio consenso».
«Tu non hai abbastanza maturità per dare il tuo consenso».
Scossi il capo, incredula. «Come puoi pensare una cosa del genere quando stai progettando di trovarmi un marito entro l’anno?»
«Ah, a questo proposito» disse con voce amara. «Ti rendi conto che hai gettato al vento tutte le opportunità di trovare un buon partito, vero? Sei rovinata. Mi hai capito?»
«Capisco cosa stai sottintendendo, ma non sono d’accordo. Non c’è stato nessun…» Arrossii di collera e di imbarazzo, ma mi costrinsi a dirlo. «Sono ancora vergine».
Scosse il capo, incredula per la mia incommensurabile ignoranza. «C’è la verginità, e c’è la purezza. Pensi che alla buona società interessi se hai davvero consumato questa tua sciocca storiella d’amore? Sei scappata a casa sua nel cuore della notte. Lui ti ha accolta. Quando siete stati scoperti, vi stavate preparando a fuggire insieme. Questo è tutto ciò che importa. L’aspetto delle cose conta quanto la loro sostanza, se non di più».
Stentavo a credere alle sue parole. «Non saresti dovuta venire a prendermi. Ti ho sempre deluso, questa sarebbe stata la tua occasione per liberarti di me».
«Non voglio liberarmi di te. Voglio che tu smetta di comportarti come una bambina sciocca e che cominci a essere all’altezza delle mie attese, e che faccia il tuo dovere».
«E il mio dovere nei confronti di me stessa, allora? Io lo amo».
«Amarlo?» mi fece eco. «Pensi che Mr Turner ti ami? Ti ha rovinata. Ha distrutto tutte le speranze della tua felicità futura per pochi effimeri attimi di piacere. È amore, questo?»
«Se sono rovinata» ribattei, con voce tremante, «lasciami sposare Wills, allora».
«Certo che no. Non se ne parla neanche. Rovinata o no, mia figlia non sposerà un tutore». Pronunciò l’ultima parola come se fosse un insulto.
«Allora…» I pensieri mi si accavallavano frenetici. «Se non posso sposare Wills, e non posso sposare nessun altro, che fine farò?»
«Dobbiamo mettere a tacere questa brutta storia e sperare che il segreto non trapeli».
La voce dura e l’espressione determinata mi fecero capire che aveva già preso disposizioni a tale scopo. Doveva essersene occupata quel mattino, mentre io camminavo avanti e indietro e mi aggrappavo alla vana speranza di poter restare con Wills.
Restava un’ultima possibilità e la colsi. «E se il segreto si diffonde?»
Per un attimo sperai di essere riuscita a metterla con le spalle al muro, di farle ammettere che, in quel caso, non avrebbe avuto scelta e mi avrebbe permesso di sposare Wills.
Invece liquidò la mia obiezione con un gesto elegante della mano. «Allora non ti sposerai. Avrai ancora il tuo denaro, anche se rimpiangerò l’assenza di eredi. Riguardo al tipo di vita che condurrai, seguirai l’esempio eccellente delle mie amiche».
Sussultai come se mi avesse colpita. Parlava delle Furie. Si aspettava che accettassi quel destino e che diventassi infelice, criticona, incattivita come loro, invidiosa della felicità altrui perché loro ne erano prive.
«Non sarò mai come le tue amiche» dichiarai con voce tremante. «Preferirei morire».
Mi guardò freddamente. «Allora faresti meglio a pregare che troviamo qualcuno disposto a ignorare i tuoi difetti e a sposarti».