Seppi che mia madre aveva raccontato a Lady Elizabeth Byron che avevo rischiato di rovinarmi la reputazione quando, non appena ebbi varcato la soglia, mi offrì una tazza di tè e mi disse che Mr Knight era un famigerato cacciatore di dote.
«Non è poi questo gran cacciatore» ribattei con simulata disinvoltura, «altrimenti si sarebbe già trovato una moglie. Non so cosa ti abbiano riferito, ma non ho mai corso il pericolo di finire in trappola».
«Ma certo» fece lei comprensiva, allungandomi un piatto di pasticcini.
Mi dissi che forse avrei dovuto avvertire Miss Bettencourt di evitare Mr Knight, ma conclusi che probabilmente avrebbe interpretato il mio avvertimento come un trucco per liberarmi di una rivale. Inoltre, siccome non aveva nessuna fortuna con cui tentarlo, lui poteva anche ammirarla, ma non avrebbe fatto nulla per cercare di sedurla. Un cacciatore di dote non cercava stratagemmi per costringere al matrimonio una ragazza senza un soldo. Mentre Miss Bettencourt era al sicuro da lui, però, altre ragazze forse erano in pericolo. Decisi di tenere d’occhio quel manigoldo, e se lo avessi sorpreso mentre cercava di insidiare la virtù di un’altra fanciulla, sarei corsa in suo aiuto.
Trascorsi diversi giorni piacevoli con la famiglia Byron, e fui felice di una visita inaspettata del cugino che avevo eletto a fratello onorario, George. Mi resi conto in fretta che detestavo molto meno di un tempo la punizione preferita di mia madre. Non potevo dirglielo, naturalmente, perché altrimenti avrebbe escogitato qualche castigo nuovo e più doloroso la prossima volta. Non che avessi già in programma una prossima volta, ma sembrava inevitabile.
La nostra separazione aveva l’ulteriore vantaggio di darci il tempo di sbollire la collera. Quando tornò a Londra, ai primi di giugno, la raggiunsi nella nostra residenza in affitto, mi salutò con un bacio e non fece più parola del mio comportamento irresponsabile. Poco dopo, per mostrarmi che ero perdonata o per ridurre le probabilità che l’odioso Mr Knight riuscisse nell’intento di ingannarmi, mia madre accettò l’invito per entrambe a un ricevimento a casa di Sir Richard Copley, membro della Royal Society e uno dei benefattori più importanti della prestigiosa associazione scientifica. Molti scienziati e filosofi erano sulla lista degli invitati, e mia madre pensava che Mrs Somerville potesse essere tra loro.
Emozionata, mi profusi in ringraziamenti e cominciai immediatamente a pensare a cosa indossare per fare buona impressione, e soprattutto a cosa dire. Con l’aiuto di mia madre optai per un abito da giorno giallo limone con la vita bassa e le maniche a sbuffo, e una mantellina di pizzo bianco sulle spalle. Avevo mandato a memoria le frasi di saluto da rivolgere al mio idolo e le avevo ripassate mentre mi osservavo allo specchio, ma quando salii in carrozza la sera del 6 giugno non sapevo ancora quello che le avrei detto dopo.
«Sii naturale e disinvolta» mi consigliò mia madre mentre ci dirigevamo verso Whitehall. «A volte sembri troppo sicura di te. Se incontri Mrs Somerville, non cercare di fare colpo su di lei con le tue conoscenze matematiche, perché le sue sono superiori alle tue, e faresti la figura di una ragazzina sciocca».
Annuii, non volendo rovinare la serata con un litigio. Se a volte sembravo troppo sicura di me, era solo perché cercavo di nascondere le mie insicurezze.
La residenza londinese di Lady Copley aveva un giardino fiorito sul davanti e colonne bianche decorate accanto all’ingresso. Quando entrammo, la musica di un’arpa giunse fino a noi sovrastando il mormorio della conversazione, e mi voltai da quella parte. Adoravo l’arpa, e avevo una tale stima di Mrs Somerville da essere certa che dovesse amarla anche lei. L’avrei senz’altro trovata vicino alla fonte di quella melodia.
«Ada, aspetta» disse mia madre, posandomi la mano sul braccio. «Prima che scappi via, dobbiamo salutare la padrona di casa».
Trovammo Lady Copley in un salotto accanto all’ingresso, e ci avvicinammo per renderle omaggio. Giovane, con i capelli castano ramato, aggraziata, Lady Copley era splendida con un abito di seta color panna con il corpetto ricamato e una fascia verde chiaro, e il suo incarnato luminoso sembrava suggerire che le voci sulle sue condizioni fossero vere. Due anni prima aveva sposato Lord Copley, un vedovo di vent’anni più vecchio. Si era ritrovata con una figliastra di quattro anni più giovane di lei, ed erano diventate ottime amiche. Confesso che invidiavo Miss Copley per quello.
La padrona di casa ci accolse con calore, e subito dopo i convenevoli di rito chiesi: «È venuta Mrs Somerville? Desidero tanto conoscerla».
«Mi dispiace tanto, Miss Byron» rispose, scuotendo il capo, «ma Mrs Somerville ha viaggiato all’estero durante l’ultimo anno. Adesso credo che sia a Parigi, a lavorare sul suo ultimo libro».
«Oh, no!» gemetti. «Che peccato!»
«Non importa» intervenne mia madre, sorridendo per compensare la mia maleducazione. «Faremo la sua conoscenza un’altra volta. Nel frattempo, siamo contenti di vedere qui diversi nostri amici, stasera, e di incontrare tanta gente nuova. Grazie, Lady Copley».
Ci inchinammo e mia madre mi prese per il braccio e mi condusse via. «Desideravo tanto conoscere Mrs Somerville» protestai sottovoce.
«Lo so benissimo» disse mia madre, facendo un cenno di saluto a una conoscente, «ma non c’è motivo di far sentire in colpa Lady Copley se il tuo idolo non è venuto».
Mentre mia madre mi seguiva a passo lento, fermandosi a salutare degli amici lungo il tragitto, io seguii il suono dell’arpa. In un salotto soleggiato trovai una ventina di persone, in gruppetti o a coppie, vicino alla finestra o in poltroncine comode disseminate in giro. L’arpista, seduta nell’angolo più lontano, era una donna dai capelli argentei vestita sobriamente con un abito blu notte, tutta concentrata sul suo brano – una trascrizione di una sonata per pianoforte di Haydn in fa maggiore, se non erro – sullo strumento e sulla splendida melodia che ne scaturiva.
Mentre mi avvicinavo, salutando educatamente con un cenno del capo gli altri invitati che mi guardavano, colsi sprazzi di conversazioni interessanti, una delle quali, ne sono certa, animata da Charles Lyell, l’eminente geologo, che assomigliava molto al ritratto sul frontespizio del libro Principi di geologia. «Nell’antichità i mari erano popolati da creature acquatiche» stava dicendo ai suoi ascoltatori, rapiti. «Quando morivano, i loro corpi finivano sul fondo, dove le parti molli marcivano e il guscio esterno, più duro, resisteva, formando uno strato superiore. Con il passare dei secoli, si crearono strati su strati, e schiacciandosi formarono rocce stratificate. Moltissimo tempo dopo i mari si prosciugarono, enormi forze geologiche sotterranee spinsero questi strati verso l’alto, e grazie all’erosione dei fiumi si trasformarono nelle odierne montagne».
Com’era appassionante partecipare a una festa dove si parlava di questi argomenti. Stavo per introdurmi tra gli ascoltatori più attenti, quando uno scoppio di risa attirò la mia attenzione. Girandomi verso quel suono vidi un tizio che sembrava non molto più vecchio di mia madre e che parlava animatamente con quattro uomini e tre donne, apparentemente divertiti e intrigati. Lui era in piedi, mentre gli altri erano seduti in semicerchio attorno a lui, come se fosse stato un insegnante e loro gli allievi. Era leggermente più alto della media, ed espressivo, con le spalle larghe e il petto ampio. Il viso quadrato aveva un’espressione che suggeriva la razionalità, e la forma della mascella indicava ostinazione. Mia madre e i suoi amici frenologi avrebbero guardato con diffidenza la sua fronte, che lasciava trapelare un’intelligenza non ossequiosa, e la bocca, che ne tradiva la natura impaziente. Peer fortuna non ero frenologa.
Guardandomi alle spalle cercai mia madre, ma vidi che era stata fermata da tante di quelle persone che era ancora bloccata vicino all’ingresso. Sembrava perfettamente soddisfatta anche senza di me, e a quel punto, invece di aspettare che facesse le presentazioni, mi avvicinai da sola al gentiluomo tanto infervorato e al pubblico che pareva così interessato alle sue parole.
«E quindi, dopo anni di ricerche pericolose e difficili, il meridiano fu misurato dal Polo Nord all’Equatore passando per Parigi, naturalmente, e da lì derivammo la misura del metro» stava dicendo l’uomo al mio arrivo. «Per quasi trentacinque anni abbiamo avuto a disposizione un’unità di misura standard, come diceva Delambre, “per tutti, per sempre”. Ma che fine faranno le vecchie tavole che fino ad allora erano state usate per i calcoli scientifici complessi?»
«Non servono più, penso» disse una delle donne. «Non sono conformi al metro».
«Esatto, Mrs Crawford» replicò lui. «I nostri francesi si trovarono ad affrontare un rompicapo: come facevano a creare nuove tavole quando il numero di calcoli necessari per crearle era di gran lunga superiore al numero totale di calcoli che potevano essere effettuati da tutti i matematici francesi?»
«La risposta semplice è che non potevano crearle» rispose l’uomo più anziano del gruppo.
«Giusto, Lord Mitchell. Era fisicamente impossibile. O lo fu finché il matematico francese Gaspard Riche de Prony non venne ispirato dallo studio della divisione del lavoro dell’economista Adam Smith».
«La ricchezza delle nazioni» mi sentii dire. I suoi ascoltatori spostarono improvvisamente gli occhi su di me, e mi sentii arrossire sotto i loro sguardi.
«Giusto, signorina» disse l’uomo, sorridendo con aria di approvazione. Imbaldanzita, mi sedetti su una poltroncina vuota all’esterno del cerchio, e quando uno degli uomini si spostò per farmi posto e Mrs Crawford mi sorrise e mi fece cenno di avvicinarmi, mi spostai verso il centro. «De Prony era affascinato dalla descrizione di Smith della fabbricazione degli spilli. Un uomo fabbricava il filo d’acciaio, il secondo lo raddrizzava, il terzo lo tagliava, il quarto gli faceva la punta, e così via con una divisione dei compiti efficiente, tanto che in un giorno si producevano dieci chili di spilli».
«E de Prony pensava che questo processo potesse essere applicato alla creazione di nuove tavole matematiche?» chiese un’altra donna.
«Sì, Lady Addicott. Perché non si dovrebbero fabbricare logaritmi come si fabbricano spilli?» Sorridendo allargò le braccia e si strinse nelle spalle come se l’idea fosse così ovvia che qualcuno avrebbe dovuto pensarci prima. «Con l’aiuto di Delambre creò una specie di fabbrica della matematica. La prima stanza era assegnata al gruppo meno numeroso di lavoratori, i più abili e, quindi, i più costosi: i matematici professionisti».
«Includerebbe se stesso in questo gruppo esclusivo, immagino…» lo canzonò Mrs Crawford.
«Penso di no» disse Lord Mitchell. «Mr Babbage dev’essere Monsieur de Prony in questo scenario, il direttore responsabile».
Tra le risate generali, Mr Babbage sorrise e ammonì scherzosamente l’uomo che aveva parlato agitando l’indice. «Mi conoscete troppo bene, voi».
«Qual era la funzione di questi matematici?» domandò.
«Quella più importante, Miss…»
«Byron» risposi, fingendo di non notare le sopracciglia sollevate e gli sguardi eloquenti che accolsero quella mia rivelazione.
«Ah, sì, Miss Byron. Il loro ruolo era determinare le formule necessarie per risolvere un calcolo particolare, e tradurre ogni formula in operazioni semplici, che potevano essere impiegate da non matematici».
«Seduti nell’altra stanza?» azzardò Lady Addicott.
Mr Babbage annuì. «Esattamente. La seconda stanza, più grande della prima, ospitava i calcolatori. Non erano dotati quanto i primi, ma erano anch’essi abbastanza bravi, e più numerosi. Il loro ruolo era determinare lo spettro di valori per i calcoli in questione, e la struttura della tabella».
Mentre parlava immaginai un laboratorio pieno di gente, simile all’incisione di uno stabilimento tessile che avevo visto una volta, ma invece di esserci degli operai seduti ai telai, c’erano degli impiegati seduti a scrivanie disposte in fila che lavoravano diligenti con carta e matita. Mi chiesi se de Prony permettesse alle donne di lavorare come calcolatrici. Vi erano pur sempre delle donne nelle fabbriche, dove subivano condizioni di lavoro pesanti per la sporcizia, il rumore e il pericolo; perché una giovane intelligente non poteva lavorare in una fabbrica della matematica?
Non stavo pensando a me, naturalmente. Le aristocratiche non lavoravano nelle fabbriche, e io aspiravo a diventare la prossima Mary Somerville, non una semplice calcolatrice.
«La terza stanza era necessariamente la più vasta» continuò Mr Babbage. «Vi lavoravano sessanta-ottanta computatori, i lavoratori meno qualificati e meno costosi. Il loro incarico era computare i risultati del calcolo in questione usando le formule e i valori che venivano loro forniti».
«Affermate che erano i meno qualificati» disse Lord Mitchell con la fronte aggrottata, «ma immagino che dovessero pur avere qualche conoscenza matematica».
«Certo. Le stesse conoscenze che i negozianti, i tessitori o gli operai devono avere per lavorare: semplici addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni». Il sorriso di Mr Babbage diventò ironico. «De Prony aveva grande disponibilità di lavoratori sufficientemente qualificati e da poco disoccupati per questi nuovi lavori, e non indovinerete mai cosa facevano prima».
Dopo un attimo uno dei presenti chiese: «Impiegati di qualche tipo, forse?»
«Parrucchieri» rispose Mr Babbage con espressione cupa. «Dopo la Rivoluzione, molti aristocratici erano stati ghigliottinati, e la richiesta di parrucchieri capaci di incipriare i ricci e di acconciare i capelli alla Pompadour era crollata. Molti ex parrucchieri divennero computatori».
Per un attimo un brivido percorse il gruppo, e condivisi quell’improvvisa apprensione. Quanto era successo in Francia non sarebbe mai accaduto in Inghilterra, ricordai a me stessa con fermezza. Mia madre, il dottor King e molte altre persone intelligenti delle cui opinioni mi fidavo lo confermavano. Mia madre, poi, con gli sforzi instancabili per educare i bambini delle classi operaie povere, non stava facendo tutto il possibile per migliorare le condizioni dei ceti inferiori senza il caos e la violenza della rivoluzione?
«Ma come ho detto…» Mr Babbage sospirò comicamente, e l’ombra drammatica si dissipò. «I computatori e i calcolatori non erano matematici esperti, e potevano commettere errori in qualunque fase dell’operazione, errori che aumentavano a mano a mano che il processo avanzava. Quando andai a Parigi – dieci anni fa, mi pare – e osservai la fabbrica matematica di de Prony, rimasi affascinato, ma mi dissi: come sarebbe meraviglioso se questi calcoli venissero fatti da una macchina!»
Mrs Crawford e Lady Addicott sorrisero con indulgenza, e uno degli uomini ridacchiò, ma io mi sedetti sull’orlo della sedia, interessatissima.
A Mr Babbage brillavano gli occhi per l’entusiasmo. «Sapevo che una macchina poteva fare tutto quello che facevano i computatori…»
«Meno le acconciature» scherzò uno degli uomini in ascolto.
Risero tutti, compreso Mr Babbage. «Certo, ma quello non serve in matematica. Ciò che serve è la capacità di calcolare le differenze finite. Usando questo metodo, si può creare una serie di tavole numeriche diverse usando la semplice addizione e sottrazione». Si strofinò le mani e fece un sorriso radioso ed entusiasta. «Una macchina che esegue la serie di operazioni con la tecnica delle differenze finite potrebbe svolgere operazioni matematiche per sempre e senza errori».
«I calcolatori e i computatori di de Prony non potevano farlo abbastanza bene?» chiese Lord Mitchell.
Mi venne subito in mente la risposta ovvia, ma prima che potessi darla Mr Babbage scosse il capo. «Anche gli uomini migliori hanno bisogno di riposo e commettono degli errori di tanto in tanto. Uno dei grandi vantaggi che traiamo dalle macchine è che permettono di evitare le inattenzioni, la noia e la disonestà degli uomini».
Lord Mitchell si accigliò. «Forse, ma se doveste sostituire i calcolatori e i computatori con le macchine, avreste reintrodotto il problema della disoccupazione di massa».
Diversi ascoltatori annuirono, ma prima che potesse rispondere fu Mrs Crawford a parlare. «Scusate, Mr Babbage, ma se la fabbrica della matematica di de Prony ha già prodotto queste tavole, perché è necessaria una macchina calcolatrice?»
«Ah, sì». Sollevò un dito, sorridendo; era chiaro che quella discussione lo divertiva. «Ma la fabbrica di de Prony non ha creato tutte le tavole necessarie, né potrebbe farlo. Il suo sistema è limitato a sei cifre, mentre la mia macchina arriverebbe a trenta». Il suo sorriso si fece più largo quando gli ascoltatori si scambiarono delle occhiate. Parevano molto colpiti. «Inoltre de Prony non è mai riuscito a pubblicare le sue tavole. Il costo sarebbe proibitivo, e il problema della probabilità della presenza di errori è insormontabile. Le sue tavole rimangono in forma manoscritta, e solo i pochi individui con accesso ai volumi del Catasto possono usarle. La mia macchina sarebbe dotata anche di un meccanismo di stampa, e ogni risultato sarebbe immediatamente trasferito su carta, in modo rapido ed efficiente, senza rischi di errori di trascrizione o composizione».
«Mr Babbage» dissi, «parlate con grande sicurezza. Intendete dire che sapete già come costruire una macchina del genere?»
Tutti gli altri sorrisero. «Mia cara Miss Byron» disse Lady Addicott divertita, «dovete essere la sola persona a Londra che non ha sentito parlare della famosa Macchina differenziale di Mr Babbage».
Macchina differenziale. Il solo nome aveva un’aura di magia.
«Non tutti ne hanno sentito parlare» minimizzò Mr Babbage con gli occhi che gli brillavano. «Non ancora, almeno. Lasciatemi altro tempo».
«Allora l’avete costruita davvero!» esclamai. «Ma è meraviglioso!»
«Ho costruito solo un modello ridotto» rispose lui. «La versione a grandezza naturale è in corso, diciamo».
«Verrà terminata, Babbage» dichiarò l’uomo più giovane, e tutti a parte me, Mr Babbage e Lord Mitchell annuirono. Io non lo feci perché avevo appena sentito parlare della Macchina differenziale e del suo aspirante creatore e non ero in grado di giudicare. Non so perché Lord Mitchell non volle rassicurare Mr Babbage, a meno che non intendesse dimostrarsi solidale con i parrucchieri che sarebbero stati licenziati se Mr Babbage fosse riuscito nell’impresa.
«Verrà ultimata» convenne Mr Babbage con un sospiro. «Un giorno le stelle saranno allineate e il governo avaro mi darà i fondi promessi, il mio ingegnere recalcitrante riprenderà la fabbricazione delle componenti necessarie e staremo a vedere».
Volevo esserci anch’io a vedere, quel giorno.
Il circolo si spezzò e i suoi membri si dispersero, come succede ai ricevimenti, ma io indugiai, desiderosa di saperne di più sulla splendida Macchina differenziale di Mr Babbage. Con la mente mi misi a esplorare la varietà e quantità di usi pratici di quell’apparecchio. Le tavole che avrebbe potuto produrre per i marinai in mare aperto, le operazioni mentali noiose che si potevano affidare a uno strumento resistente alla distrazione e alla stanchezza: le possibilità erano incalcolabili.
Mi avvicinai a Mr Babbage, e ci eravamo appena salutati quando mia madre ci raggiunse e li presentai. «Mi sono accorta dall’altro capo della stanza che avete affascinato mia figlia, Mr Babbage» disse mia madre con un sorriso. «Devo dedurre che avete parlato di matematica, musica o cavalli per avere questo effetto».
«Mr Babbage ha inventato una macchina strepitosa» dissi a mia madre con foga. «Si chiama Macchina differenziale; usa la tecnica delle differenze finite per disporre in tavole le funzioni polinomiali».
«Ottima descrizione, Miss Byron» commentò Mr Babbage, lievemente sorpreso. «Non sapevo di avere a che fare con una matematica».
Il suo complimento mi fece estremamente piacere, ma sapevo che mia madre non avrebbe voluto che mi mostrassi fiera. «Sono solo una studentessa, e mi resta molto da imparare» precisai con modestia, «ma trovo la vostra Macchina differenziale interessantissima».
«Allora dovete venire a vederla» disse a entrambe. «Organizzo delle visite settimanali per presentare la mia opera, e sarei onorato se mi accordaste l’onore della vostra presenza».
Avrei voluto rispondere subito che non mi sarei persa la visita per niente al mondo, ma tenni la lingua a freno per lasciare a mia madre il tempo di riflettere. «Grazie, Mr Babbage. Ne saremmo felici» disse, e se fossi stata di qualche anno più giovane penso che mi sarei messa a saltare per la gioia.
Ci assicurò che avremmo ricevuto rapidamente l’invito, e ci lasciammo con grande soddisfazione reciproca. Anche se non avevo ancora incontrato Mrs Somerville, non potevo più considerarmi delusa dalla festa.
La sera successiva, per propormi qualcosa di diverso dall’atmosfera intellettuale e colta che si respirava da Lord e Lady Copley, mia madre mi permise di andare all’opera con Lady Elizabeth Byron. Lei non venne; l’opera non le piaceva, ma disse che, siccome amavo la musica, avrei dovuto andarci per farmi un’idea.
Non ricordo precisamente cosa mi ero aspettata, ma rimasi stupita da ciò che vidi. La celebre soprano italiana Giuditta Angiola Maria Costanza Pasta era Anna Bolena, un ruolo che Donizetti aveva scritto appositamente per la sua voce. Era bravissima come cantante e come attrice, in particolare nel trasmettere passioni intense, ma confesso che le convenzioni dell’opera, che non conoscevo e che invece gli altri membri del pubblico davano per scontate, mi sfuggivano.
Non era colpa dell’artista o della musica, però. Non riuscivo a seguire, i miei pensieri erano altrove: erano rivolti a Mr Babbage, alla sua Macchina differenziale e all’invito che speravo ardentemente non dimenticasse.